Transcription
Pero, barbero. [Applauso] Beh, no, no. [Applauso] Grazie per la fiducia. Ma aspettate.
Allora, Napoleone e le sue contraddizioni, le contraddizioni sue e le contraddizioni di tutti quelli che lo hanno amato e odiato e che ancora oggi continuano ad amarlo e qualche volta a odiarlo per i motivi più diversi.
Io comincerei da un giorno specifico della vita di Napoleone: il 13 ottobre 1806. Napoleone era a Iena, in Turingia. Piena era una cittadina di provincia famosa perché era la sede di una università, era una delle più antiche città universitarie tedesche.
Ma a parte quello, era una sonnolenta cittadina di provincia fino a quel giorno. Quel giorno, invece, Iena era in preda al caos e al panico. Perché? Perché Napoleone era in guerra contro la Prussia e il giorno prima le truppe prussiane avevano evacuato Piena.
Adesso Iena era invasa dalla Grande Armata e qua e là bruciava. E quel 13 ottobre, Napoleone attraversa la città e va a bivaccare coi suoi soldati poco oltre, su quello che poi, l'indomani, il 14 ottobre, sarà il campo della battaglia di Jena, appunto, in cui Napoleone annienterà l'esercito prussiano.
Quel 13 ottobre, ovviamente, c'è la folla in strada che guarda passare Napoleone e fra quella folla c'è anche un uomo che Napoleone non aveva mai sentito nominare, ma noi sì. Si chiamava Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Aveva 36 anni.
Hegel non era ancora il più famoso filosofo dei suoi tempi, ma lo stava già diventando. Aveva appena finito di scrivere la "Fenomenologia dello Spirito". Ora, Hegel è fra quella folla che vede passare Napoleone e poi scrive a un amico una frase che viene sempre citata in un modo leggermente impreciso.
Di solito si dice che Hegel scrive all'amico di aver visto quel giorno lo spirito del mondo a cavallo. In realtà, la frase precisa è questa: "L'imperatore, questa anima del mondo, l'ho visto cavalcare attraverso la città per andare in ricognizione".
In verità, è una sensazione meravigliosa vedere un tale individuo che, qui concentrato in un punto, seduto su un cavallo, si irradia sul mondo e lo domina. Ed è anche lui un personaggio controverso, come dire, padre del marxismo, padre del nazismo.
Santo, per semplificare. Noi rischiamo spesso di caricaturarlo, Hegel, come l'ideologo dello stato totalitario. In realtà, era anche un uomo che, il 14 luglio, il giorno della presa della Bastiglia, continuava a brindare in onore della rivoluzione.
E quel giorno, è difficile dire se sia piuttosto l'ammirazione per un Napoleone che incarna la rivoluzione, ma forse ancora di più Napoleone incarna quello che Hegel ha sempre cercato: il senso della storia, l'idea che ci sia un'unità, un assoluto da conquistare.
Infine, unitario della storia, Hegel andrà sempre a caccia di questa cosa e quel giorno, il 13 ottobre del 1806, crede di vederlo in quel metino a cavallo che, in quel momento, per lui è l'anima del mondo.
E lo stesso uomo che, di lì a pochi anni, i tedeschi, nella loro guerra di liberazione, odieranno e cacceranno come un tiranno. Ed allora in poi, appunto, non si è mai smesso di adorare Napoleone come l'eroe del mondo nuovo, di ammirarlo come l'uomo che, a un certo punto, ha preso in pugno la storia e ha girato alla sua direzione.
Oppure di odiarlo come il parvenu, come il sanguinario militarista, violento, fucilatore di ribelli, saccheggiatore di opere d'arte. Come da quando mi capita di parlare in giro di Napoleone, mi capita anche di ricevere lettere che dicono: "Ma non si dimentichi cosa ha fatto Napoleone dal Veneto, per esempio, a noi veneti".
Ecco, quindi, Napoleone, ancora oggi come allora, è odiato e amato, ma in modo trasversale. Perché, appunto, come si diceva, a seconda dei punti di vista, Napoleone ha incarnato la rivoluzione e i suoi valori: la libertà, l'uguaglianza, la laicità, la repubblica.
Oppure l'ha tradita ed è stato odiato proprio perché emblema di una rivoluzione sovversiva e sanguinaria. Oppure è stato odiato come traditore di quella rivoluzione.
Noi non possiamo naturalmente pretendere di andare a scoprire chi era davvero l'uomo Napoleone, come se poi uno, chiunque di noi, si potesse riassumere in una definizione, come se non sapessimo tutti che ogni personalità è contraddittoria e che ogni posizione politica può cambiare nel tempo.
Napoleone ne ha cambiate tantissime di posizioni politiche. È stato rivoluzionario, giacobino, robespierreano, cioè sostenitore della fazione estremista della rivoluzione, sostenitore del terrore. Tant'è vero che, quando il terrore finisce e c'è la svolta di Termidoro, Robespierre finisce alla ghigliottina.
E anche Napoleone finisce in prigione e rischia la ghigliottina come rivoluzionario estremista. Siamo nel 1794. Dieci anni dopo, nel 1804, quel rivoluzionario estremista sarà incoronato imperatore dei francesi.
Il punto è che Napoleone non pretende alla coerenza teorica. Napoleone è un pragmatico. Insisterà sempre, per tutta la vita, che le ideologie sono uno sbaglio. Ideologia, per lui, ideologo non ideologia, ma ideologo, per Napoleone, è una brutta parola.
Nel 1806, parlando con un politico tedesco, Napoleone gli dice: "Voi altri ideologi agite secondo sistemi preordinati. Io sono un uomo pratico, osservo gli eventi e li spingo lontano fin dove possono arrivare".
Io credo che in questo pragmatismo estremo di Napoleone ci sia anche il fatto che lui è innanzitutto un militare, un uomo di guerra che conosce molto bene la guerra e sa che in guerra non si può agire secondo un sistema.
Altra citazione di Napoleone: "Guai a quel generale che scende in campo armato di un sistema. In guerra bisogna andare senza pregiudizi, senza piani". A Napoleone chiedono qualche volta: "Ma come si fa un piano di battaglia?". A Palermo si mette a ridere: "Si comincia e poi si vede".
Un garage di Sung Hwan, testuale. Allora, quest'uomo pragmatico porta lo stesso pragmatismo nella politica. È stato un rivoluzionario estremista, terrorista, è finito in galera, ha scampato la ghigliottina per un pelo.
Poi, però, è stato riabilitato perché di militari, anche il nuovo governo dopo Termidoro ha bisogno di militari. E questo militare fa una rapidissima carriera perché è molto bravo nel suo mestiere.
E questa carriera culmina con la campagna d'Italia del 1796-97, una serie di vittorie sbalorditive per cui il nome, non ancora di Napoleone, ma di buona parte, è sulle bocche di tutti in Francia e in Europa.
Ora, questo militare giovanissimo, ma al vertice del successo, capisce subito che la prossima occasione non è militare, è politica. Capisce che in Francia tutti sono stanchi, sono stanchi del disordine, dell'incertezza, dei continui cambiamenti di governo.
Sono stanchi dei litigi dei partiti, sono anche stanchi della ghigliottina, cioè del fatto che chi fa politica rischia la pelle. E Napoleone intuisce che la gente in Francia ha voglia di una soluzione e la soluzione può essere l'uomo forte.
L'uomo forte che ha alle spalle la gloria delle vittorie. Dopo leone ha le idee chiarissime su questo. Già è ancora in Italia nel '97 e già scrive: "La Francia ha bisogno di un capo che si è diventato illustre per la gloria e non per teorie di governo, frasi, discorsi di ideologi di cui i francesi non comprendono nulla".
Oggi lo chiameremmo un populista. È un populista estremamente concreto che, sulla base di questa intuizione, decide di andare avanti. Ci mette due anni. Passano due anni da quando scrive queste frasi, '97, a quando, il 18 brumaio del '99, fa il colpo di stato.
O meglio, non lui da solo, i fratelli Bonaparte fanno il colpo di stato. Perché fondamentale è il ruolo di suo fratello Luciano. Luciano, che allora è presidente dell'assemblea, il consiglio dei Cinquecento, presidente di quell'assemblea parlamentare che suo fratello Napoleone, quel giorno, d'accordo con lui, farà disperdere dai granatieri, buttando fuori dalla sala a forza i deputati.
Luciano è il più intelligente dei fratelli di Napoleone e, infatti, non a caso, è quello che Napoleone finirà per allontanare, per mettere in disparte, perché è l'unico che potrebbe dargli ombra.
E dunque, il 18 brumaio del '99, i fratelli Bonaparte abbattono il regime del Direttorio con un colpo di stato militare incruento e Napoleone diventa primo console.
L'opinione pubblica è soddisfatta. La Francia vuole stabilità, pace e sicurezza. Che sia ora di finire la rivoluzione, sono d'accordo quasi tutti. E i politici che sostengono Bonaparte, che intanto sta diventando Napoleone, naturalmente i politici che sostengono Bonaparte non si stancano di spiegare all'opinione pubblica che questo è quello che significa il colpo di stato di Brumaio.
Tutte le conquiste della rivoluzione sono garantite, però basta con la rivoluzione. Sentite che tipo di discorsi fanno all'opinione pubblica i sostenitori di Napoleone: "Avremo la repubblica una e indivisibile, la libertà e l'eguaglianza, il sistema rappresentativo, la sicurezza e la libertà delle persone e delle proprietà, la libertà di stampa, di commercio ed industria, la riduzione delle spese e la diminuzione delle imposte".
Sono passati 220 anni e il programma politico di base dell'opinione pubblica nei grandi paesi occidentali, bene o male, continua ad essere quello. Vogliamo tutto questo, ma non vogliamo più la rivoluzione.
Ormai la rivoluzione sta diventando una brutta parola. Perché? Perché le conquiste ci sono, ormai sono date per scontate e della rivoluzione ci si ricorda la ghigliottina e ci si ricorda l'anarchia.
Già da anni è possibile parlare male della rivoluzione senza rischiare niente in Francia. Lo stesso Napoleone, già nel gennaio del '97, in Italia, scrivendo al congresso cispadano, da cui nascerà la repubblica cispadana, già nel gennaio '97, Napoleone, comandante dell'armata d'Italia, promette all'Italia che i francesi sono venuti a portare agli italiani la libertà senza la rivoluzione e i suoi crimini.
Vuol dire che la rivoluzione è stata sbagliata. E noi, naturalmente, questo punto diventa molto difficile trovare una coerenza. Napoleone poi non si sa mai piccato di coerenza nelle sue affermazioni pubbliche. Non è uno profondo.
Vi racconto questo episodio: Napoleone si trova a passeggiare a Rueil, dove è sepolto Rousseau. E Rousseau è percepito largamente come uno degli ispiratori della rivoluzione. E durante questa passeggiata a Napoleone scappa di dire, parlando di Rousseau: "Sarebbe stato meglio per la tranquillità della Francia che egli non fosse mai esistito".
E lui, che ha preparato la rivoluzione francese. Napoleone, ancora primo console in questo momento, non è ancora imperatore. Chi è con lui scherza: "Non pensavo che il primo console, come dire, parlasse male della rivoluzione".
E Napoleone continua: "Forse l'avvenire dirà se, per la tranquillità del mondo, non sarebbe stato meglio che né Rousseau né io fossimo mai esistiti".
Allora capite cosa è una vanteria qualsiasi. È un momento di lucidità, di consapevolezza. Dopo, lui ne parlava molto e ai politici che parlano molto capita di dire la prima cosa che gli viene in mente.
Però, in realtà, questa insistenza sulla tranquillità è una spia della contraddizione di fondo del ruolo di Napoleone. Perché Napoleone, dopo Rousseau, si vende ai francesi come l'uomo che finalmente darà la pace, la tranquillità, la sicurezza.
La pace, ma è un capo militare. Quello che promette la pace è un capo militare la cui fama, la cui gloria si basano esclusivamente sulla guerra.
Allora, Napoleone insiste sul fatto che il suo ruolo è quello del pacificatore. Adesso, sotto il suo regime, non ci sono più le fazioni, non ci sono più i litigi. Suo fratello Luciano, nel 1800, Luciano, il ministro dell'interno, ripeto, ben presto suo fratello lo manderà in pensione perché non vuole.
Però, al momento, siamo subito dopo il colpo di stato. Luciano ha ancora un ruolo importantissimo e nel 1800, l'anno di Marengo, Luciano dichiara in un discorso a Parigi: "Ecco il senso del 18 Brumaio. Le divisioni sono scomparse. Tutto ciò che è fazioso si nasconde. Tutto ciò che è francese si manifesta. Chiunque ami la gloria della patria è accolto e protetto".
Ma appunto, la gloria della patria. E Napoleone incardina la Francia perché le ha conquistato una gloria immortale sui campi di battaglia. Questa gloria è di tutti.
Napoleone è una parte essenziale della leggenda di Napoleone. Il fatto che la gloria non è sua, la gloria è di tutta la grande nazione. Tale Thaler, che è uno dei più astuti fra i politici in circolazione in quei giorni, l'aveva detto già quando Napoleone era tornato dall'Italia nel '97.
Non era ancora Napoleone Bonaparte, era tornato dall'Italia nel '97 e già allora Thaler dichiarava: "Tutti i francesi hanno vinto con Bonaparte. La sua gloria è proprietà di tutti".
Però, appunto, questa gloria, anche in guerra, l'ha conquistata nella guerra rivoluzionaria, nella guerra voluta da Robespierre per l'espansione della rivoluzione.
Le guerre non sono più quelle dei primi anni della rivoluzione, quando la Francia era invasa e doveva difendersi dagli eserciti prussiani e austriaci che volevano rimettere sul trono il re. Le guerre in cui brilla la stella di Bonaparte sono guerre di espansione per esportare la rivoluzione.
E la rivoluzione permanente di Robespierre, che incarna l'armata d'Italia, è adesso quello che è stato protagonista di queste guerre rivoluzionarie. Come dire, promette ai francesi di liberarli dalla guerra.
Però questo nuovo regime sarà sempre un regime militare. Il vero sostegno fondamentale del potere di Napoleone sarà sempre l'esercito. Le frasi di Napoleone che sottolineano questo aspetto non si contano.
"È il soldato che fonda le repubbliche ed è il soldato che le conserva", scriveva alla Repubblica Cisalpina, incoraggiandolo ad armarsi. E poi, forse una delle più famose tra le frasi celebri di Napoleone: "La rivoluzione è un'idea che ha trovato delle baionette".
E il colpo di stato di Brumaio è un colpo di stato militare, non soltanto perché sono i granatieri che sgombrano l'aula e buttano fuori i deputati, ma perché dietro c'è una classe militare che non sopporta più di essere alla mercé dei politici.
Per anni, capite, i militari hanno risposto al governo rivoluzionario e hanno risposto con la loro testa. Perché negli anni del terrore, i generali che falliscono finiscono alla ghigliottina e, dopo un po', i generali non ne possono più.
Se uno va a vedere quello che scriveva Napoleone durante la campagna d'Italia, come vedete, è una miniera di frasi che tradiscono nel modo più chiaro la sua visione.
Per esempio, lettera a Parigi dall'Italia del generale Bonaparte: "Il tempo in cui dei vili avvocati e dei miserabili pettegoli facevano ghigliottinare i soldati è passato. E se li costringete, i soldati d'Italia arriveranno fino a Parigi con il loro generale".
E dunque, a Napoleone non avrà poi bisogno di marciare su Parigi con l'armata d'Italia, ma questa marcia su Parigi di fatto si realizza poi con il colpo di stato di Brumaio.
A noi, ovviamente, fa venire in mente un'altra marcia su un'altra capitale. Ci fa venire in mente Mussolini. A lui faceva venire in mente Giulio Cesare. Il precedente per loro era quello di Giulio Cesare che passa il Rubicone per andare a spazzar via da Roma una classe politica corrotta e prendere il potere.
E Giulio Cesare è il modello a cui Napoleone si paragonerà per tutta la vita. Nel Memoriale di Sant'Elena, capita. Io qui sto citando sia brani da lettere e discorsi di Napoleone durante la sua carriera.
E adesso, però, invece, citiamo un brano dei suoi ricordi di quando tutto è finito, il Memoriale di Sant'Elena. Questo cosa ha imparato Napoleone? Cosa si ricorda? Non ha imparato molto, a dir la verità, dal fatto di aver fallito.
Quello che si ricorda è che lui, a un certo punto, ha preso il potere in Francia come lo aveva preso Cesare e che quel colpo di stato, dice, è stata un'impresa sublime. Perché, dice, Cesare, come dire, era alla testa di un grande esercito, era già uno dei politici più importanti di Roma.
Un altro paragone che fa è con Alessandro Magno. Anche lui, però, è figlio di re. Ma sentite come descrive Napoleone a Sant'Elena il suo colpo di stato: "Ero un semplice cittadino, il cui nome tre mesi prima era sconosciuto a tutti e che non aveva altri alleati se non alcune vittorie. La mia fama e la coscienza del mio genio osavano progettare di impugnare da solo i destini di 30 milioni di uomini, di salvarli dai disastri delle discordie, prendere il timone dello stato e tutto questo senza versare una goccia di sangue, senza controversia. È un'impresa gigantesca e sublime a cui si cercherebbe invano un paragone nelle cronache umane".
A Sant'Elena, Napoleone ricorda il suo colpo di stato come un'impresa gigantesca e sublime. Insomma, è il prototipo di tutti i golpisti. Chi sta con lui con entusiasmo? Solo l'esercito.
Il resto della popolazione sta a vedere. Una delle grandi avversarie di Napoleone, Madame de Staël, che va in esilio proprio allora quando Napoleone prende il potere, grande Staël, dirà: "Secondo me, il popolo francese non ha mai veramente amato Napoleone".
Di sicuro non lo amavano all'inizio. Non lo amavano. Ma lo preferivano. Egli si è sempre offerto in concorrenza con un'altra paura per fare accettare la sua potenza come il male minore.
È però appunto il problema è che la promessa di dare la pace ai francesi è viziata in partenza. Perché quest'uomo di guerra ha bisogno della guerra per alimentare continuamente la sua immagine, la sua gloria.
Lo intuisce di nuovo molto bene. Ma da Blackstar, egli sa vivere solo nell'agitazione. Non può respirare liberamente che in un'atmosfera vulcanica. Tutto il suo interesse gli consiglia la guerra.
E così, l'uomo che ha promesso ai francesi la pace guiderà la Francia attraverso quindici anni di guerre quasi ininterrotte e, alla fine, catastrofiche.
Però, beninteso, noi sbaglieremmo di grosso se considerassimo Napoleone soltanto come uomo di guerra e riducessimo la storia del suo potere, del suo regno, a una sequenza di campagne militari.
Napoleone è un uomo politico enormemente attivo e intraprendente e che ha una visione estremamente chiara di quello che vuole realizzare e, in gran parte, lo realizza.
La rivoluzione è finita, il terrore è finito, i suoi eccessi non si ripeteranno mai più. Napoleone abolisce la festa del 21 gennaio, che era l'anniversario dell'esecuzione di Luigi XVI.
Se è per questo, abolisce anche la festa del 14 luglio, la presa della Bastiglia. Sarà soltanto dopo il 1848 che in Francia si tornerà a festeggiare il 14 luglio.
In compenso, Napoleone scopre un santo sconosciuto del tempo dei martiri che aveva un nome vagamente simile al suo e convince il papa a istituire la festa di San Napoleone nel giorno natale di Napoleone, giorno del suo compleanno, 15 agosto. E San Napoleone, 15 agosto, diventa festa nazionale.
La rivoluzione, in questo senso, è davvero finita. Napoleone mette fine alle persecuzioni contro la vecchia nobiltà. Anzi, invita i nobili ad allinearsi, a riunirsi al resto del popolo.
Una delle parole d'ordine del regno di Napoleone, del regime di Napoleone, è "a Lima, riunirsi". Un'altra parola d'ordine è "l'amalgama". La fusione.
Vecchia nobiltà e borghesia litigavano, erano incompatibili fra loro. Per questo c'è stata la rivoluzione. Adesso basta. Noi creeremo una Francia con un'unica vasta classe dirigente in cui i vecchi nobili e i nuovi borghesi si troveranno fianco a fianco.
Quanto alla persecuzione contro la chiesa, la dimensione laica e anticlericale della rivoluzione, fine anche di questo. Libertà di culto, concordato. Napoleone fa il concordato con la chiesa.
Anche qui ci viene in mente un altro, come dire, che l'ha fatto in seguito. Però attenzione, non si torna a prima. Rimane la piena uguaglianza per i protestanti e per gli ebrei, che fino alla rivoluzione era impensabile e che non viene affatto rinnegata, anche nel momento in cui i vescovi celebrano l'uomo della provvidenza e la festa di San Napoleone.
Cosa mantiene Napoleone ancora delle sue promesse? L'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, il controllo delle finanze pubbliche, la trasparenza delle finanze pubbliche, la difesa della proprietà privata, su questo, nel modo più severo.
La laicità dello stato, entro certi limiti. Vedremo poi che nell'istruzione questa laicità un pochettino barcolla. Però, fondamentalmente, l'impero di Napoleone rimane uno stato laico.
E poi, e poi c'è il codice Napoleone. Per noi, un ricordo di scuola, certo. Il codice Napoleone: tutti i cittadini hanno gli stessi diritti civili, proprietà, diritto di famiglia.
Ora, il codice Napoleone noi potremmo pensare che fossero, come dire, qualcosa che è stato affidato ai giuristi. Certo che è stato affidato a una commissione di giuristi. Questa commissione di giuristi ha tenuto 102 sedute per elaborare il piano del codice Napoleone.
Su queste 102 sedute, Napoleone ne ha presiedute personalmente 57. Non ha delegato ai giuristi, cosa di cui non capiva nulla. Il codice Napoleone l'ha fatto davvero lui.
E il codice Napoleone vuol dire cose che sono rimaste, come la giuria popolare nei tribunali. E anche cose che, invece, non ci aspetteremmo e che ci mettono un po' a disagio.
La giustizia penale sotto Napoleone è più dura che sotto l'antico regime. La pena di morte, i lavori forzati sono più diffusi in posti ed eseguiti per un maggior numero di reati rispetto all'antico regime.
È un uomo d'ordine, Napoleone. Eguaglianza davanti alla legge, ma la legge è severa, specialmente, ripeto, nella protezione della proprietà privata.
E poi, e poi questo immenso impero è centralizzato. Amministrazione, organizzazione. La storia delle parole è interessante. Noi non lo sospettiamo, ma le parole variano nel tempo.
Balzac dirà: "Organisé". "Organizzare" è una parola dell'impero. Diventa una parola comune nell'uso francese con Napoleone. È un regime modernissimo che si ispira, nell'immaginare la sua struttura, alle grandi scoperte contemporanee, come l'elettricità.
La catena di esecuzione degli ordini, dice Napoleone, deve discendere dall'imperatore ai ministri, agli amministrati, con la rapidità del fluido elettrico. Un'amministrazione centralizzata ed efficiente.
Napoleone insiste, vuole risultati dai suoi amministratori, vuole informazioni. Questo è un impero dell'informazione ed è un impero della statistica. Tutte cose, anche questa, sono assolutamente nuove.
Erano cominciate nel Settecento con l'illuminismo, ma mai nessuno le ha messe in piedi con la prepotenza di Napoleone. Napoleone vuole sapere tutto. I prefetti dei dipartimenti devono mandare continuamente relazioni.
Si deve contare tutto. L'ordine di Napoleone ai prefetti è: "Mandate dettagli, molti dettagli". Per far carriera nell'impero bisogna saper raccogliere informazioni su qualunque argomento e presentarle in forma statistica.
Perché poi l'impero produrrà pubblicazioni grandiose, come l'atlante amministrativo dell'impero francese, 1812. E naturalmente, naturalmente, le informazioni che arrivano dal territorio devono anche informare l'imperatore sull'opinione pubblica.
Altra frase di Napoleone: "L'opinione pubblica è il termometro che il monarca deve consultare continuamente". E dunque, come vedete, è una realizzazione colossale.
Corrisponde in parte ad alcuni degli ideali della rivoluzione francese. In parte sì, non è la stessa cosa. Cosa resta del sogno di "liberté, égalité, fraternité"?
Me lasciamo stare la fraternité, che non ha mai commesso nessuno più di tanto e di cui in realtà non si parla mai gran che. Liberté, égalité, ci sono dell'impero di Napoleone, ma sono diventate la stessa cosa.
Sono lo stato di diritto, la libertà e la libertà dagli abusi, dalle ingiustizie, dai privilegi. L'uguaglianza e l'uguaglianza davanti alla legge.
Sbaglieremmo di grosso se pensassimo che libertà nell'impero di Napoleone vuol dire anche libertà politica. Niente. Non ci sono i partiti, non è permessa la libera discussione, non c'è libertà di stampa, il governo controlla i giornali, non c'è libertà di associazione, tantomeno diritto di sciopero.
È un dispotismo assoluto, ma convinto di incarnare la libertà. Perché i francesi non hanno sopra di sé nessuno se non lo stato. E beninteso, tutto questo in omaggio al principio della sovranità popolare.
Dopo, Napoleone è convinto che il suo impero incarna la sovranità popolare, che è un principio giusto, salvo che è naturalmente, come dire, è l'imperatore che incarna la volontà del popolo.
Napoleone: "Il primo dovere del principe è senza dubbio quello di fare ciò che vuole il popolo, ma il popolo non sa quasi mai ciò che vuole. Io lo so, invece, e lo do al popolo".
A un certo punto, gli scappa di dire anche qualcosa di più: "La rivoluzione ha adulato il popolo, innalzandolo a una sovranità che esso era incapace di esercitare. E dunque, in nome del popolo, bisogna sapere che cosa è meglio per il popolo e imporglielo".
L'eguaglianza è un principio a cui crede anche Napoleone, un po' nel senso in cui la intendiamo noi oggi. Viene inteso l'eguaglianza delle possibilità, la possibilità per il merito di emergere senza vincoli.
Su questo lui è convinto. Il governo imperiale dirà: "A Sant'Elena era una specie di repubblica, carriera aperta ai talenti senza distinzione di nascita o di fortuna".
Uno dice: "Un po' poco come sovranità popolare". Ma in realtà c'è qualcosa di più. Perché il sistema, anche un'altra base, con la rivoluzione francese e poi con l'impero di Napoleone, diventa centrale nella vita politica nazionale.
Qualcosa che poi rimarrà centrale per tutto l'Ottocento, prima di essere superato dal suffragio universale come lo conosciamo noi. E cioè, e cioè il plebiscito.
Il plebiscito è una forma politica assolutamente specifica dell'Ottocento e quello che verrà usato largamente, come sappiamo tutti, anche durante il Risorgimento, l'unità d'Italia, per convalidare le annessioni progressive e poi l'unificazione dell'Italia.
Noi siamo abituati a guardare al plebiscito con enorme diffidenza. Fin da quando Tomasi di Lampedusa, nel Gattopardo, e Visconti, nel film del Gattopardo, insistono sul fatto che i plebisciti sono truccati, che l'unico che aveva votato no, il suo voto poi è sparito.
E certo, i plebisciti sono truccati, i plebisciti sono condizionati, sono lontanissimi dalla nostra idea di elezioni libere e segrete. Però sono anche lontanissimi da tutto quello che c'era prima.
Quando mai prima un sovrano si era sognato di dire: "Io voglio far passare questo provvedimento e quindi convoco tutto il popolo a suffragio universale e lo faccio votare"? Capite?
Il plebiscito, in qualche modo, incarna le stesse contraddizioni che incarna in generale la figura di Napoleone. Vista da un certo punto di vista, è una democrazia imperfetta, quasi ridicola, che non meriterebbe neanche il nome di democrazia.
Però sono meccanismi di coinvolgimento e partecipazione che sono un'anticamera della democrazia, come la intendiamo noi. Le grandi fasi del dominio di Napoleone passano attraverso i plebisciti: 1800 per l'istituzione del Consolato, 1802 il Consolato a vita, 1804 l'impero.
E di nuovo, nel 1815, durante i 100 giorni, dopo leone, ha tre mesi di tempo per mettere in piedi un esercito e andare a fare la guerra. E in quei tre mesi di tempo, però, trova anche il modo di istituire, di introdurre una nuova costituzione e sottoporla a plebiscito.
Plebiscito si fa a suffragio universale, maschile, beninteso. Votano anche gli analfabeti, tutti quelli che hanno almeno 21 anni. La partecipazione è discutibile, varia, non è mai altissima. Quando va molto bene, ecco, il plebiscito per il Consolato a vita, 1802, ruota il 47 per cento degli aventi diritto.
È un massimo. Quello del 1815 siamo sul 22 per cento. Però anche qui non dobbiamo noi pensare al nostro sistema di oggi. Dobbiamo pensare che questo è un popolo che esce da un antico regime, dove un re che regnava per diritto divino non si sarebbe mai sognato di chiedere ai contadini analfabeti il loro parere.
Poi, naturalmente, i meccanismi dei plebisciti sono meravigliosi a vederli adesso. I voti sono raccolti per iscritto su registri, poi questi registri arrivano a Parigi, al Ministero dell'Interno.
Ministero dell'Interno, qualche registro si perde, a volte su qualcun altro si fanno delle correzioni con il cancellino, poi si aggiungono i voti dell'esercito, il quale, essendo l'esercito, dovendo rispettare la disciplina, non vota se non collettivamente per alzata di mano.
Certo, i risultati poi a noi fanno sorridere. Il plebiscito del 1800 per il Consolato, 3.600.000 sì. E come dirà un sostenitore di Napoleone: "È la democrazia purgata dai suoi inconvenienti".
Dopo di che, il popolo partecipa e vota. Hanno la sensazione di essere presi in giro? Non credo. In generale, la sensazione di contare qualcosa per la prima volta.
E così, per quelli che poi vanno a votare per le varie assemblee di dipartimento, di Avignone, di Smog, che creano una struttura amministrativa locale elettiva, dove naturalmente non vanno i poveracci, ci vanno i proprietari, quelli che contano qualcosa, i notabili.
L'impero di Napoleone è l'impero dei notabili. È l'impero che introduce questo nuovo concetto. C'è uno strato che comanda nella società, che dirige, ma non è più una nobiltà ereditaria. Sono tutti quelli che contano qualcosa perché hanno fatto i soldi o perché hanno altri meriti e quindi si distaccano dalla massa della popolazione.
In generale, alla base di tutto c'è il concetto di proprietà. La rivoluzione ha confiscato le proprietà della chiesa, per esempio, e le ha messe in vendita. E lo scopo è di far sì che tanti francesi arrivino a potersi considerare proprietari, piccoli proprietari.
E va bene così. E queste cose Napoleone, durante tutto il suo impero, le persegue. Le sue ordinanze, quando vengono appunto messi in vendita dei lotti di terra nazionali, le sue ordinanze dei prefetti sono chiarissime: "Non bisogna che qualche straricco si impadronisca di tutto. Bisogna che tanti, tanti riescano a comprare qualcosa".
Perché Napoleone ha chiarissimo, in una società che è essenzialmente rurale, che il piccolo proprietario di campagna diventa automaticamente un sostenitore del regime, è un avversario delle rivoluzioni.
Quando anche in Italia vengono confiscate le proprietà della chiesa e messe in vendita, le istruzioni mandate da Parigi sono: "Lo scopo politico di Sua Maestà è di creare dei proprietari".
E quando Napoleone, da Parigi, dice ai prefetti: "Voglio notizie, voglio informazioni, voglio dettagli", vuole anche delle liste, degli elenchi, interminabili elenchi di persone.
Altri regimi, nell'antichità, come può il Novecento, faranno le liste di quelli da eliminare. Napoleone fa le liste di quelli di cui ci si può fidare. Vuole sapere ovunque, in ogni città, in ogni dipartimento, quali sono i notabili, chi sono le persone che contano qualcosa, che noi candideremo per i vari consigli a cui faremo avere cariche amministrative, decorazioni, ricompense.
Perché questo è il ceto che deve essere vasto e che l'imperatore deve legare a sé stesso. E il merito, il merito, il merito. Scienziati, ingegneri, geografi, pedagoghi, artisti.
Napoleone ha ben chiaro che sta creando una disuguaglianza sociale, avallando la disuguaglianza sociale. Ma per lui non è una disuguaglianza, perché chiunque per merito ci può arrivare.
Ma naturalmente il merito è anche uno sfogo di massa. Non parliamo soltanto qui dal fatto che, appunto, uno scultore o uno scrittore, un poeta è sicuro di essere decorato, chiamato a Parigi, di ricevere coccole, incarichi.
C'è anche uno sfogo di massa per l'idea del merito. E naturalmente torniamo al punto di partenza: e l'esercito.
Lo slogan forse più famoso dell'impero di Napoleone: "Ogni soldato ha nello zaino un bastone da maresciallo". Poi è vero, pochissimi soldati diventano marescialli, ma molti diventano ufficiali.
L'esercito di Napoleone è un esercito democratico, dove si è calcolato che i tre quarti di tutti gli ufficiali che hanno servito sotto Napoleone hanno cominciato da soldati semplici. E questo è qualcosa di impensabile negli eserciti delle altre potenze europee all'epoca.
Non che sia impossibile, ma al massimo si arriva a un 10 per cento di ufficiali che hanno fatto carriera dai ranghi, dalla gavetta. Nell'esercito di Napoleone sono alla stragrande maggioranza.
Poi, certo, diventare maresciallo di Francia tocca a pochi. Però Napoleone diceva anche: "Un capo è un venditore di speranze". E poi, anche chi non diventa ufficiale, comunque essere un soldato è una concezione riconosciuta.
Sia diritto alla pensione, i veterani sono mantenuti. Nascono gli invalidi. A Parigi ci sono le pensioni per le vedove, per gli orfani, per i feriti. Un welfare che coinvolge centinaia di migliaia di famiglie.
Una cosa inesistente altrove in Europa. Gli ufficiali sono pagati bene, sono automaticamente compresi fra i notabili e quindi, quando vanno in pensione, ricevono incarichi, pensioni, rendite.
C'è questa contraddizione che attraversa la Francia di Napoleone. Da una parte, la gloria, ma il sogno della gloria che un'intera generazione di ragazzi vive come qualcosa di vero, in cui credono profondamente.
C'è una testimonianza straordinaria, secondo me, di uno dei poeti francesi di quell'epoca, Alfred de Vigny, nato nel 1797. Quindi ha fatto tutta la sua esperienza scolastica fino a 18 anni sotto Napoleone.
E Alfred de Vigny ricorda: "A scuola i maestri non smettevano di leggerci i bollettini della Grande Armata e le nostre grida di 'viva l'imperatore' interrompevano Tacito e Platone. I nostri precettori assomigliavano a Dar al di Darmi, le nostre stanze di studio a caserme, le nostre ricreazioni a manovre e i nostri esami a riviste".
Intere generazioni attraversano questo sogno, un'infanzia e un'adolescenza passate pensando alla gloria incarnata dall'imperatore e che li aspetta tutti.
E poi, però, come vi dicevo, appunto, contraddizione. La gloria poi, alla fine, il militare che va in pensione e può aspettarsi che, se va bene, e di solito lo ottiene, la domanda è: "Lo stato gli affida una tabaccheria, per esempio".
E su questo, lo straordinario è che questa generazione di giovani che fanno carriera sotto Napoleone è capace sia di entusiasmarsi per la gloria, i suoi ideali, sia di entusiasmarsi perché poi, alla fine, comunque ognuno viene sistemato.
C'è una lettera di un ex ufficiale dell'esercito del re di Sardegna, il dell'anno, che poi è diventato ufficiale. Lui e il fratello nell'esercito di Napoleone esprimono chiarissimamente questa cosa. Sentite: "Avere il diritto di spartirsi quasi la metà di tutti gli impieghi civili dopo un atto di tale generosità. Qual è il soldato, l'ufficiale, che non dà fino all'ultima goccia del suo sangue per un sovrano magnanimo come non ne sono mai esistiti? Mio fratello Amedeo ha ottenuto una rivendita di tabacchi nel dipartimento del Monte Bianco".
E quindi capite, dalla gloria alla tabaccheria, un intero pezzo della società francese è incatenato al mito dell'imperatore. E poi, e poi però ci sono anche quelli che mugugnano. Ci sono anche quelli che trovano che va tutto bene, però questa faccenda è andata troppo oltre.
L'impero, che razza di farsa è? Da quando in qua è l'impero? Napoleone invece lo prende molto sul serio. E Napoleone ha i suoi modelli. Ha il modello di Carlo Magno.
Napoleone, quando fa erigere nella piazza Vendôme la colonna fatta con il bronzo dei cannoni nemici presi ad Austerlitz, aveva in origine l'idea di metterci in cima una statua di Carlo Magno. Poi, a scanso di equivoci, ci fa mettere la sua statua.
Ma comunque Carlo Magno è sempre presente. Quando si fa l'incoronazione di Napoleone III, Notre Dame, vanno a studiare come era stata fatta l'incoronazione di Carlo Magno.
C'è una spada, in qualche museo, che secondo vecchia tradizione era la spada di Carlo Magno. Si prende e si userà per l'incoronazione. Non c'è la colonna di Carlo Magno, la fanno cercare in tutti i musei, non ce la fanno fabbricare.
Ma come corona di Carlo Magno? E poi, e poi Carlo Magno è stato incoronato a Roma, in San Pietro, e il papa gli ha messo la corona sulla testa. Napoleone ci pensa un po' su: "Il papa ci vuole".
E bisogna spiegare chiaramente al papa che qui siamo di fronte a un nuovo Carlo Magno, testuale. Pur l'epap sul suo Charlemagne. E poi, però, cambiamo qualche dettaglio.
Carlo Magno si è scomodato ad andare a Roma. In questo caso, facciamo scomodare il papa che venga lui a Parigi. E poi Carlo Magno ha fatto questo sbaglio, che si è fatto prendere dal papa mentre era in ginocchio e il papa gli ha messo in testa la corona con le sue mani, dando così al mondo l'impressione che è il papa che decide chi deve essere.
Perciò, a scanso di equivoci, nell'incoronazione in Notre Dame, il papa è presente, è seduto bene, dice, ma la corona Napoleone se la mette in testa da solo. I suoi seguaci esultano.
Questo titolo, quello di imperatore europeo, vi pone al di sopra dei re, via simil a Carlo Magno. Però ci sono anche quelli che dicono: "Ma cos'è questa buffonata?".
Napoleone a volte si ha l'impressione che lo sospetti lui stesso. Dopotutto, un'altra delle sue massime è: "C'è solo un passo dal sublime al ridicolo". E la cerimonia dell'incoronazione in Notre Dame è, da questo punto di vista, emblematica, in bilico fra il sublime e il ridicolo, con questa folla di marescialli e di principi che in realtà sono tutti dei parvenu.
Sono tutti dei poveretti che hanno fatto i grandi uomini, che hanno fatto carriera con il loro merito, però adesso sono bardati come se fossero dei principi medievali, dei marescialli con uniformi grandiose, inventate dal nulla, disegnate apposta, increduli di essere lì, increduli della fortuna che gli è capitata.
È in realtà spiace dirlo, ma i primi dei parvenu sono proprio a lui e ai suoi fratelli. Tant'è vero che col fratello Giuseppe, prima dell'incoronazione, a Napoleone scappa di dire: "Se nostro padre ci vedesse".
E dunque, è dunque una facciata. È una facciata di cartapesta? In parte sì. Sì, fan tutti finta di crederci, fan tutti finta di essere d'accordo con la nuova linea. È la nuova linea, a volte un po' confusa, non è ben chiara, ma bisogna essere d'accordo.
Comunque, c'è una testimonianza di uno dei grandi burocrati dell'impero, il ministro della giustizia Molé, che dà l'idea di un mondo dove ormai ognuno, per fare la sua carriera, è pronto a dire di tutto.
Nessuno rimane più attaccato ai principi. Si sta a vedere dove soffia il vento. Chi parla è un visto di Napoleone. Ognuno, per fare la propria carriera, finse di non aver capito o di essere convinto.
Nessuno parlò più secondo la propria coscienza. Gli atei predicarono una religione e menzognera, i cristiani si picchiarono di essere filo-sofisti, i repubblicani per lavoro di monarchia, i sostenitori delle autorità assolute vantavano idee liberali.
Le vittime della rivoluzione facevano professione di imparzialità e gli assassini di Luigi XVI lo davano le virtù della loro vittima. Di questo grande caos, l'impero si rivela in realtà, alla fine, una costruzione davvero di cartapesta, di una fragilità paurosa.
Lo si vede durante la campagna di Russia. Durante la campagna di Russia succede una cosa che fa venire i sudori freddi a Napoleone. Napoleone ha creato una dinastia di richiamo a Carlo Magno, serve anche a questo.
Ha sposato Maria Luisa, ha fatto un figlio, il re di Roma, titolo medievale che serve a designare il futuro imperatore. Eppure, eppure, durante la campagna di Russia, quando dalla Russia cominciano ad arrivare a Parigi le cattive notizie, uno degli oppositori più accaniti di Napoleone, il generale Malet, il quale, essendo un oppositore impenitente di Napoleone, era internato in un ospedale psichiatrico, esce dall'ospedale psichiatrico, indossa la sua divisa di generale, si presenta alle prigioni, facendo liberare altri oppositori del regime, dichiarando che Napoleone è morto.
Prende dei soldati, si fa accompagnare dai soldati ai ministeri, arresta vari ministri. Poi, naturalmente, viene fermato, smascherato e fucilato. Ma quello che conta è che in quei giorni, mentre il generale Malet arrestava i ministri dichiarando che l'imperatore era morto, i ministri che sono riusciti a scappare sono scappati.
Il prefetto della Senna ha cominciato a organizzare un governo d'emergenza. L'imperatore è morto. Repubblicano, assolutamente. A nessuno è venuto in mente di andare dall'imperatrice Maria Luisa e, siccome l'imperatore è morto, proclamare imperatore il figlio, il re di Roma, come se non esistesse.
Sapendo quanto è fragile questo impero, Napoleone naturalmente cerca da tutte le parti il modo di rafforzarlo. E un altro modo per rafforzarlo è la riconciliazione con la chiesa. Appunto, e anche qui Napoleone è stato acclamato all'epoca, probabilmente in modo spesso anche insincero, come l'uomo che aveva portato alla riconciliazione tra la Francia e il cristianesimo.
È anche odiato come quello che aveva affossato gli ideali laici della rivoluzione. Nel 1804 è stato incoronato a Notre Dame. Notre Dame era stata chiusa per anni sotto la rivoluzione, chiusa e sconsacrata. E le statue, del resto, la sua facciata, tirate giù e decapitate.
Ma Napoleone l'ha fatta riaprire, restaurare, riconsacrare. Nel 1802 si tiene la grande cerimonia di riconsegna della cattedrale di Notre Dame. E uno dei presenti, un militare, i militari sono i più anticlericali, sono i più ostili a questa svolta, uno dei militari commenta: "Una bella cappuccina. Mancavano solo i 100.000 uomini che si sono fatti ammazzare cercando di sopprimere questa roba".
Ci crede Napoleone, naturalmente no. Napoleone ha una vaga idea che ci debba essere un qualche essere supremo, ma non è minimamente religioso. Anzi, pensa che in realtà la chiesa ha tutto da perdere a essere ufficializzata, riconosciuta dallo stato.
Perderà ancora prestigio. Sapete cos'è davvero il concordato? È il vaccino per la religione. Fra 50 anni sarà sparita dalla Francia. Quest'uomo che crede vagamente che forse un dio esiste, ma in ogni caso noi non sappiamo qual è, quindi è impossibile preoccuparsene più di tanto.
Quest'uomo sa però che la religione è un potente strumento di governo. E qui devo dire, le citazioni di Napoleone sono impressionanti sulla religione. Se dovessi governare l'Egitto, non avrei nessun problema a farmi maomettano.
Io non credo alle religioni, ma l'idea di Dio, chi è che ha creato tutto? E dunque si oscilla. È un uomo pieno di contraddizioni. Lo avete ben visto. Si oscilla fra il dire: "No, qualcosa ci deve essere" e il dire: "Comunque a noi serve la religione. È ciò che impedisce ai poveri di assassinare i ricchi".
Di ritrovarlo dalla campagna d'Egitto, Napoleone non avrà difficoltà a dichiarare: "Io la gli ho detto che ero musulmano. Anch'io la mia politica è di governo".
Discorso al Consiglio di Stato, anno 1800: "La mia politica è di governare gli uomini come la maggioranza vuole essere governata. Facendomi cattolico, ho vinto la guerra in Vandea", cioè ha schiacciato la controrivoluzione delle province profondamente cattoliche dell'ovest.
"Facendomi musulmano, mi sono insediato in Egitto. Se governassi il popolo ebraico, ricostruirei il tempio di Salomone". In effetti è tutto vero. Ci sono le lettere di Napoleone ai notabili egiziani, ai capi religiosi egiziani durante la campagna d'Egitto.
Buona parte allo sceicco: "Spero che non tarderà il momento in cui potrò riunire tutti gli uomini saggi e istruiti dell'Egitto e stabilire un regime uniforme, fondato sui principi del Corano, che sono i soli veri e che soli possono fare la felicità degli uomini".
Come vedete, era un uomo molto capace di dire a ciascuno quello che desiderava sentire. Ma come sempre c'è una piccola incertezza. Sotto sotto quasi ci credeva davvero.
Perché, ancora a Sant'Elena, dirà: "Le religioni sono tutte fondate su miracoli, su cose che non possiamo capire, come la Trinità. Gesù dice di essere il figlio di Dio, però discende da Davide. Preferisco la religione di Maometto, è meno ridicola della nostra".
Detto fra parentesi, almeno uno dei generali di Napoleone, il generale Menou, in seguito, tra l'altro, governatore del Piemonte, si converte ufficialmente all'Islam durante la campagna d'Egitto e rimarrà fino alla fine un buon musulmano.
Allora, a questo punto, vedete, tra la rivoluzione, i suoi principi e i suoi ideali e l'impero di Napoleone, la continuità evidente sotto molti aspetti e sono evidenti ritorni indietro, i tradimenti, i pentimenti.
Il bello è che di tutto questo il mondo al di fuori della Francia non si rendeva assolutamente conto. Per i suoi nemici, Napoleone è sempre la rivoluzione delle auto.
Nel 1805, quando Napoleone invade l'impero austriaco, alla vigilia di Austerlitz, una nobildonna tedesca scrive in una lettera: "Sono giunti i tempi dell'apocalisse. Robespierre a cavallo attraversa l'Austria".
Il fatto che a cavallo colpisce sempre moltissimo, come vedete. Ma al di là di questo, Robespierre dieci anni prima, Napoleone stava davvero con un Robespierre.
Adesso, sotto certi aspetti, è agli antipodi. Ma nei castelli d'Europa si continua a battere i denti al suo nome e a immaginarlo pronto a mettere sulla ghigliottina e a ordinare i nobili.
Ed è anche per questo che con la Francia di Napoleone la vecchia Europa delle monarchie assolute e anche delle monarchie non assolute, come la Gran Bretagna, non verrà mai avere pace.
In parte, un immenso... e qui Napoleone avrebbe potuto creare uno stato che sarebbe diventato un fondamento dell'ordine europeo. In parte, si è rovinato da solo perché non ha saputo resistere. Non voleva rivali alla sua altezza, continuava a dichiarare guerra a destra e sinistra.
Ma in parte, comunque, è stato frainteso. Si è continuato a credere che la rivoluzione fosse una macchina che non si era ancora fermata e che continuava a volersi espandere e a minacciare la stabilità del mondo.
Lui, di nuovo, in questo contraddittorio, dove si considerava l'uomo destinato a, come dire, portare la nazione francese ai vertici della sua potenza, della sua grandezza e, al tempo stesso, si considerava l'uomo destinato a riunire tutti i popoli d'Europa in un unico impero.
La dimensione europea fa impressione vederla oggi, perché tutto sommato, come dire, siamo abituati a pensare che l'ideale europeo sia una cosa relativamente recente. Nei discorsi di Napoleone, l'Europa è continuamente presente.
Quando parte per la campagna di Russia, il suo ministro dell'interno e della polizia, Fouché, racconta che Napoleone gli ha detto: "Il mio destino non si è ancora realizzato. Devo completare ciò che è appena abbozzato. Ci occorrono un codice europeo, una corte di cassazione europea, una stessa moneta, gli stessi pesi e misure, le stesse leggi. Bisogna che io faccia di tutti i popoli dell'Europa un solo popolo e di Parigi la capitale del mondo".
A Sant'Elena rifletterà su questo ideale che non è riuscito a realizzare. "L'Europa sarebbe stata, nella sostanza, un solo popolo e ciascuno viaggiando in qualsiasi paese si sarebbe sempre trovato all'interno della patria comune".
Solo che, naturalmente, in questa patria comune ci sarebbe stato un popolo, la grande nazione, che sarebbe stato il fratello maggiore e a cui gli altri popoli dovevano esser grati per i benefici ricevuti.
Fratelli minori. Dopo, Napoleone sa benissimo di essere fondamentalmente un italiano, anche se cerca di farla dimenticare a tutti. Napoleone, anche re d'Italia, ha costruito un regno d'Italia e questo regno d'Italia gode di tutti i benefici che la Francia gli ha portato e naturalmente deve essere grata.
In Italia, nel regno d'Italia, Napoleone piazza un viceré, Eugenio di Beauharnais, e questo dice: "Lei deve stare bene attento, perché l'Italia è un regno orgoglioso, glorioso, ma ha un fratello maggiore, anzi una sorella maggiore, la Francia. E guai a sgarrare".
Istruzioni di Napoleone al viceré d'Italia: "L'Italia è indipendente solo grazie alla Francia. Questa indipendenza è il prezzo del suo sangue, della Francia, delle sue vittorie. E l'Italia non ne deve abusare".
Come vedete, non mancherebbero nel passato gli esempi per scoprire quello che dovrebbe essere ovvio, e cioè che una patria europea comune, in cui però c'è una grande nazione che fa da fratello maggiore, rischia di diventare impopolare.
È così. L'ideale europeo di Napoleone cozza col fatto che, nella maggior parte dei paesi europei, in Spagna, in Germania, in Russia, in realtà prevale l'identificazione fra questo regime moderno, che porta leggi nuove, più giuste, uguaglianza, progresso.
Però, l'unica cosa che si vede è che tutte queste belle cose sono portate dalle baionette di un esercito straniero. L'Italia è forse l'unico paese dove, nonostante tutto, nonostante il rancore e il risentimento, il dispiacere per l'egemonia francese, però, almeno fra i giovani, in Italia, è talmente forte la gratitudine per quello che comunque i francesi hanno portato che l'Italia, tutto sommato, fino all'ultimo, rimane fedele a Napoleone.
In Italia non c'è una guerra di liberazione contro i francesi, come c'è in Spagna, come c'è in Russia, come c'è in Germania. E in Italia batterlo vuol dire un disastro, una disfatta.
Naturalmente, questo non è, come dire, senza contraddizioni. Pensate a Foscolo. Foscolo fa suicidare il suo Jacopo Ortis per la delusione quando Napoleone tradisce Venezia, cedendola all'Austria. Foscolo non nasconde certo il senso di ripugnanza per quello che ha fatto Napoleone, per come l'Italia è stata tradita.
Però, qualche anno dopo, quando Napoleone sta radunando il suo esercito, siamo nel 1805, sulle sponde della Manica, per invadere l'Inghilterra, e il regno d'Italia manda una divisione italiana a unirsi alla Grande Armata per l'invasione dell'Inghilterra, che poi non si farà, Ugo Foscolo si arruola come ufficiale e della al campo di Bologna, agli ordini dell'imperatore.
Chi lo sa? Forse il solo fatto che, per la prima volta da tanti secoli, adesso esiste un regno d'Italia e che sui marenghi d'oro è raffigurato Napoleone imperatore re e sul bordo dei marenghi d'oro c'è scritto in italiano "Dio salvi l'Italia".
Forse questo contribuisce, come contribuisce anche per i giovani italiani, il sogno comunque della gloria. Pensate a Fabrizio del Dongo, nel romanzo di Stendhal, "La Certosa di Parma".
E dunque, gli italiani in realtà rimangono innamorati di Napoleone più degli altri popoli d'Europa. I francesi, il francese si disamorano rapidamente. Quando Napoleone, nel 1814, è sconfitto e spedito all'isola d'Elba, la Francia apparentemente si adatta subito al ritorno del re. Anche di Napoleone si sono stancati.
Però poi, quando Napoleone scappa dall'isola d'Elba, sbarca in Francia e il re, convinto che basterà un reggimento per arrestarlo, e invece i reggimenti buttano le armi e si inginocchiano davanti al loro imperatore.
E le folle lo acclamano. Che quest'uomo che è sbarcato quasi da solo in Costa Azzurra, pochi giorni dopo è a Parigi, alle Tuileries, ed è di nuovo imperatore dei francesi.
La prima cosa che si preoccupa di fare, come vi dicevo, oltre a scrivere a tutti i re d'Europa garantendo che lui non vuole niente, non desidera alcuna espansione, si accontenta delle frontiere stabilite dal Congresso di Vienna.
Perciò vuole solo la pace. Nessuna di queste lettere riceverà risposta e gli eserciti delle grandi potenze cominciano a radunarsi ai confini della Francia.
E quindi gran parte delle energie di Napoleone sono rivolte a rimettere in piedi un esercito e affrontare questa minaccia. Ma in quei cento giorni, come vi dicevo, Napoleone fa anche in tempo a redigere una nuova costituzione, l'atto aggiuntivo, l'Atto di Châlons.
La redazione è confidata a un intellettuale, Benjamin Constant, campione del liberalismo, che è un meraviglioso esempio di come il popolo francese ha reagito al ritorno di Napoleone. Benjamin Constant, alla notizia che Napoleone era fuggito dall'Elba, ha pubblicato un articolo su un giornale denunciando Napoleone come un bandito.
Un mese dopo è a capo della commissione che redige la nuova costituzione di Napoleone ed è una costituzione molto liberale, che allarga molto la rappresentanza ai diritti politici.
Per esempio, nei piccoli comuni, elezione libera del sindaco anziché nomina del sindaco da parte del Ministero dell'Interno, come avveniva fino ad allora. È una svolta vera? È una finzione?
Quel vecchio scettico, Fouché, capo della polizia, non ci crede che Napoleone sia cambiato, che abbia imparato i principi del liberalismo. "Buscè è il pazzo di sempre, despota e ambizioso di conquiste come sempre".
Dopodiché, l'Atto di Châlons viene votato a plebiscito. Passa 1.300.000 sì. Gli astenuti però sono più di 5 milioni. Piccola storia, ci avviamo a concludere.
Piccola storia relativa al voto della nuova costituzione. L'esercito vota per alzata di mano, per acclamazione. Il reggimento x reggimento, tutti i reggimenti ovviamente votano compatti a favore della nuova costituzione.
C'è un unico reggimento, il primo reggimento di fanteria leggera, il cui comandante è il colonnello De Cubières. E il colonnello De Cubières era un nobile dell'antico regime, nato marchese de Fonds.
Poi, però, al nuovo regime napoleonico ha fatto carriera sotto Napoleone, è stato nominato barone dell'impero. Quando Napoleone ritorna dall'Elba e passa in rassegna i reggimenti, il primo leggero è comandato dal colonnello De Cubières, che veramente sarebbe il comandante in seconda.
Il colonnello non è presente. Napoleone passa in rassegna il reggimento, chiede: "Chi comanda?". De Cubières fa un passo avanti e dice: "Sir, è il comandante". E il colonnello De Cubières non brilla, ma è malato.
Napoleone ribatte: "Bournonville non è dei nostri. Siete voi, colonnello De Cubières, che d'ora in poi comanderete il primo leggero". Notate la modernità, o forse neanche la modernità. È una battuta novecentesca: "Non è dei nostri".
Siamo in un impero ideologico, dove c'è chi è con noi e c'è chi è contro. E un colonnello che, al ritorno dell'imperatore, si è dato malato per non dover essere presente alla rassegna, non è dei nostri, perde il posto.
E poi, e poi, il 2 maggio 1815, i soldati sono chiamati a votare la nuova costituzione e davanti al primo leggero, schierato in piazza d'armi, il colonnello De Cubières dichiara che lui voterà contro, perché questa costituzione non è abbastanza democratica.
Nonostante si sia molto allargata, ma dice De Cubières: "Riserva ancora troppo potere all'imperatore". Perciò lui, il colonnello De Cubières, invita i soldati del suo reggimento a votare contro.
Il primo leggero è l'unico reggimento di tutto l'esercito a votare quasi all'unanimità contro la costituzione proposta dall'imperatore. Parte ci sia un'unica eccezione, un capitano che vota a favore, dichiarando a mo' di tutto cuore: "Il colonnello, ma in fatto di costituzioni non ne sa mica quanto l'imperatore. Lui ne ha già fatte parecchie".
Potete immaginare che Napoleone non è particolarmente soddisfatto del fatto che il primo leggero ha votato quasi compatto contro la sua proposta. I registri del voto di quel reggimento risultano poi smarriti a un certo punto nei corridoi del Ministero.
Ma il colonnello De Cubières rimane al suo posto, riceve una lettera di biasimo, ma non viene mandato via. E poche settimane dopo sarà ferito a battaglia, mentre alla testa del suo reggimento, dall'assalto al castello di Un Gommone.
Ecco le contraddizioni del carattere di Napoleone. Sono le contraddizioni di un'epoca dove doveva essere difficilissimo decidere: "Sto da una parte o sto dall'altra?". Anche se poi la richiesta ufficiale era questa: "Bici, se sei dei nostri".
Era difficilissimo sapere: "Sto da una parte o sto dall'altra?". Quando, alla battaglia di Waterloo, si trovano di fronte due eserciti, dove sia da una parte sia dall'altra sono tutti convinti che stanno combattendo per la libertà.
Alla battaglia di Waterloo, gli ufficiali francesi sono convinti che stanno combattendo per la libertà, per salvaguardare le conquiste della rivoluzione contro il vecchio mondo che le vuole cancellare.
E gli ufficiali inglesi, i tedeschi e olandesi dell'esercito di Wellington sono convinti che stanno combattendo per la libertà, per salvare i popoli dal tiranno che negli ultimi anni li ha oppressi.
Eppure, anche questi ufficiali inglesi, che sono convinti che Napoleone è un tiranno e che quel giorno abbattono per sempre il potere di quel tiranno, hanno anche loro all'idea di Napoleone. Gli viene comunque un piccolo brivido.
Ci sono testimonianze ripetute di come gli ufficiali inglesi, alla battaglia di Waterloo, dove rischiavano la pelle, tanti di loro sono morti. È stata una battaglia straordinariamente dura, in cui fino all'ultimo l'esercito inglese stava per essere sconfitto.
E durante questa battaglia, che è una carneficina che lascia qualcosa come 20.000 morti, per non parlare dei feriti, dei mutilati, in un giorno di battaglia, durante questa carneficina, parecchi ufficiali inglesi, noi sappiamo perché l'hanno poi scritto nelle loro lettere nei giorni successivi, che la loro grande preoccupazione era: "Ma non è che riesco a vederlo, Napoleone?".
Surfa, il comandante di una brigata di ussari, avevo il cannocchiale e sono abbastanza sicuro di averlo visto. È stato prima che cominciasse l'attacco, con un gran seguito di ufficiali, cavalcava in mezzo alle colonne che si stavano schierando davanti a noi.
In mezzo alle grida di "viva", guardando attraverso il cannocchiale, mi è sembrato di riuscire a distinguere il piccolo eroe. E in verità ne sono quasi sicuro. Portato il piccolo eroe, Napoleone, e Rodi, statuto, hanno rose di statura normale, ma le stampe satiriche inglesi lo rappresentavano come un nanerottolo.
E gli inglesi avevano visto solo quelle. Un altro ufficiale, il capitano Mercel, scrive poi a casa: "Non l'ho visto. Ho sperato fino all'ultimo. Sentivo la brama di vedere Napoleone, quel poderoso uomo di guerra, quel genio stupefacente che aveva riempito il mondo con la sua fama".
Il piccolo eroe, quel genio stupefacente. E questi sono i suoi nemici, sono quelli che volevano distruggerlo, convinti che il suo nome fosse sinonimo di tirannia e di schiavitù.
Capite come è difficile dare una versione unilaterale di Napoleone e capite anche perché io non certo potuto farlo oggi. Grazie. [Applauso]