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Dio, se ci ami, perché la sofferenza? - Don Luigi Maria Epicoco

Innamorati della lode45:03

Transcription

Dio, se mi ami, perché la sofferenza è una domanda, forse, che non trova quella risposta giusta che tutti noi vorremmo trovare, una spiegazione abbastanza convincente che possa tirarci fuori da quell'imbarazzo che crea una domanda simile? Perché quando si parla della sofferenza, mentre non si soffre, si ha come l'idea di aver capito, di aver capito la lezione. Ma il problema fondamentale nasce quando si soffre e ci si accorge che la sofferenza non sopporta i ragionamenti, che la sofferenza non sopporta la matematica dei pensieri messi uno accanto all'altro, che prova ribrezzo per le parole, anche le più belle, le più dolci. Anzi, forse l'unico alfabeto che sa parlare della sofferenza è quello del silenzio. Il silenzio è l'unica grande parola che riesce a contenere il grande mistero della sofferenza.

Ecco perché questa sera non vi porterò qualche mia idea o una mia visione delle cose, ma mi farò aiutare dall'unica cosa affidabile che noi cristiani abbiamo, che è il Vangelo. E ci accorgeremo come il Vangelo, più che rispondere a questa risposta, a questa domanda, ci mette in una posizione particolare per vivere intensamente questa domanda. Ci posiziona, avendo il cuore rivolto in una maniera completamente nuova, a farci questa domanda, pensandola da un altro punto di vista. Perché, sapete, tutto parte da quel grande mistero che è l'amore, la misteriosa faccenda dell'amore. E per quanto noi possiamo avere o non avere la fede, l'amore è una cosa che invece attraversa la nostra vita in qualunque sua stagione.

E tutti noi, quando pensiamo all'amore, pensiamo sempre come qualcosa che magari possa proteggerci. La prima idea che ci facciamo dell'amore è questo: l'amore, se c'è, mi deve proteggere. Ma le due grandi parole che descrivono l'amore sono protezione e libertà. L'amore crea libertà. Ma la prima, la prima grande parola che noi incontriamo nell'amore è quello della protezione, perché tutti sogniamo di sentirci di qualcuno, tutti sogniamo che qualcuno raccolga la nostra vita, tutti vogliamo un'appartenenza. Tutti, quando pensiamo all'amore, pensiamo sempre a qualcuno che riempie la nostra vita, che si trova dentro la nostra vita e la cambia completamente. Quell'appartenenza è la grande cosa per cui tutti noi ci svegliamo la mattina, anche quando smettiamo di dirlo ad alta voce, anche quando non riusciamo più a verbalizzarlo, ad averne consapevolezza.

Penso che questo sia il motivo per cui a un certo punto Dio smette di parlare così come parla nell'Antico Testamento e non parla più per immagini, per profezie, non parla più attraverso dei segni. Ma Dio parla attraverso la presenza del Figlio, Gesù, che viene nel mondo. È un argomento vincente per il Padre, perché non è più indicare una meta, indicare un modo di vivere, non è più semplicemente svelare il cuore dell'uomo, ma dare all'uomo quello che l'uomo sogna di se stesso, e cioè di sentirsi di qualcuno, di sentire che la propria vita non è una vita abbandonata, di non sentire solitudine dentro la propria vita.

Però, sapete, quando noi pensiamo all'amore come protezione, a un certo punto rimaniamo delusi, perché l'idea che noi abbiamo di protezione è più o meno questa: se io sono amato, allora l'amore mi proteggerà da tutto quello che può capitare dentro la vita, e l'amore è il mio rifugio. Poi succede invece che la vita ti riserva delle cose difficili, che la vita ti fa vivere delle cose che tu non vorresti mai vivere, e ti domandi: com'è possibile che tu dici di amarmi, tu che mi stai accanto, ma non riesci a proteggermi dalla sofferenza? Non riesci a proteggermi dalla tristezza? Non riesci a proteggermi dalle avversità della vita?

Ricordo una volta un ragazzo venne a parlarmi, completamente ferito da una storia difficilissima, immerso in quel buio profondo della depressione. Mi diceva: "Don, io mi sento solo". E io dicevo a lui: "Ma io sono qui, e tu sai che io ti voglio bene, tu credi che io ti voglio bene?". E lui diceva: "Io lo so che tu mi vuoi bene, allora perché non mi salvi da questa angoscia? Perché non la fai smettere? Se è vero che tu mi vuoi bene, perché non fai smettere tutto questo? Perché il Dio in cui tu mi dici di credere non mi salva da questa angoscia, da questa tristezza?".

Tutti noi, quando pensiamo all'amore, lo pensiamo sempre come una protezione. Così, in realtà, è vero che l'amore ci protegge, ma non dall'avversità della vita. L'amore non ci protegge dalle circostanze, non ci protegge da tutto quello che a volte siamo costretti a vivere. No, l'amore protegge la vita dall'insignificanza. Questa è la protezione dell'amore. Adesso lo spiego, perché può sembrare una frase difficile. La protezione dell'amore è questo: finché tu sei amato, quello che tu stai vivendo è sempre significativo. Quando tu vivi qualcosa ma non ti senti amato, quello che vivi smette di essere significativo, non ha più un significato. La vita di una persona vale la pena non perché non esistono problemi da affrontare, ma solo e soltanto se la vita che tu vivi ha un senso, ha un significato. Noi siamo amati quando l'esperienza dell'amore ci salva dal non senso, quando ci salva da quell'abisso profondo dell'insignificanza. Questo è l'amore che ci protegge.

Noi, invece, sogniamo un amore che viva al posto nostro, che affronti le circostanze al posto nostro, che ci difenda, che si metta in mezzo, che combatta i nostri nemici, che risolva i nostri problemi, che affronti quelle circostanze. Ma un amore che si sostituisce a noi non è amore. Quando l'amore vuole vivere la vita al posto nostro per proteggerci, quello non è amore. L'amore vero non si mette mai al posto nostro. Chi ti ama non si sostituisce a te. E questa è anche la grande sofferenza dell'amore, perché quando tu vuoi bene a qualcuno, quando tu ami qualcuno, ti viene quasi spontaneo dire: "Dallo a me". Ricordo una mamma, una mamma con una figlia malata di cancro, che mi diceva: "Ogni sera, quando prego, dico: Signore, dalla a me questo male, toglilo a lei e dallo a me". È questo quello che sogniamo quando amiamo qualcuno. Vorremmo metterci al posto di quel qualcuno, appunto per proteggerlo, per difenderlo. Ma l'amore vero è [Musica] quell'impianto, ma mai al posto di. Credo che sia una lezione immensa per ciascuno di noi. Cioè, la prima grande conversione a cui ci invita il Vangelo è quello di amare, ma di un amore non rassicurante, non di un amore che si sostituisce a noi. L'amore è essere presente nella vita di una persona per salvare quella vita dal non senso, dalla mancanza di significato, e rimanere nella vita della persona senza mai volersi sostituire a quella persona, senza mai voler risolvere i problemi di quella persona.

Quando tu rimani così e ami così, a un certo punto comincia a sprigionarsi nel cuore di quella persona la seconda parola dell'amore, che è la libertà. Soltanto quando una persona si sente amata, comincia a capire che cos'è la libertà. È questa la grande differenza, perché finché non ci sentiamo amati, ci sentiamo succubi, sentiamo di essere sempre vittime, di essere sempre schiacciati dalle cose. Ma quando tu ti senti amato, riacquisti protagonismo, riesci ad affrontare le cose, riesci a renderti conto che tu puoi vivere quella cosa difficile, che tu puoi anche perdere, che tu puoi vivere l'impossibile. Dice Gesù a un certo punto nel Vangelo, quasi esagerando: "Tutto è possibile per coloro che credono". Ma in che cosa consiste la fede? La fede non consiste nel dire: "Dio esiste". Chi ha fede non ha la certezza che Dio esiste. Qui ci può arrivare anche per ragionamento, che da qualche parte qualcosa ci sarà nell'universo che ci ha creati, che ha fatto tutta questa bellezza, l'ordine delle cose. Il cuore della fede cristiana è da tutt'altra parte. La nostra fede non ci dice che Dio esiste, ci dice che Dio è nostro Padre, che Dio ci ama. Noi possiamo dire di avere fede quando crediamo in questo amore. Allora, dice Gesù, "tutto è possibile per coloro che credono". Se tu credi che sei amato e che Dio è tuo Padre, tu puoi tutto, tu puoi affrontare tutto.

Allora si comincia a scoprire che l'amore è davvero un cammino di liberazione e che non c'entra niente con i nostri schemi e che non c'entra niente con quell'esigenza tutta umana, tutta psicologica, di voler avere semplicemente dei punti di appoggio. Più volte, però, vedete, questa nostra mentalità si scontra con l'insegnamento di Gesù. E vorrei così brevemente, con voi, prendervi due grandi esempi per farvi capire come ci si scontra con questa mentalità di Gesù quando si pensa a un amore.

La prima volta capita che Gesù sta camminando e, mentre camminava, i suoi discepoli fissano il loro sguardo su un uomo, un uomo che era cieco fin dalla nascita. E guardando la sofferenza di quell'uomo, che è una sofferenza concreta, vera, però pensate a che cosa simboleggia quella malattia. Quello è un uomo realmente cieco, ma il vero problema della cecità è quando tu non sai, non vedi, non riesci a capire dove andare, qual è la cosa giusta. Molto spesso la cecità è una condizione esistenziale: non sapere dove andare, non sapere qual è la cosa giusta, non sapere perché è successo qualcosa. Questa è cecità.

Allora i discepoli, guardando quest'uomo che è cieco fin dalla nascita, dicono a Gesù: "Perché quest'uomo è cieco? Ha sbagliato lui o hanno sbagliato i suoi genitori? Di chi è la colpa?". Vedete, fratelli, questo è il primo grande schema che noi ci portiamo dentro: noi la sofferenza la interpretiamo sempre come colpa. Siamo convinti che proviamo sollievo quando soffriamo, se riusciamo a dare la colpa a qualcuno, se troviamo il colpevole, o se ci sentiamo in colpa. Se riusciamo a risolvere questa domanda: "Di chi è la colpa? Di chi è la responsabilità?", pensiamo di trovare sollievo. E così, davanti alla sofferenza, passiamo anni e anni della nostra vita a domandarci: "Chi è il colpevole? Di chi è la colpa?". Allora cominciamo prima a sentirci sbagliati noi, poi ce la prendiamo con le persone intorno a noi, poi magari ce la prendiamo con Dio. Passiamo la vita a rimpallare questa colpa sempre a qualcuno, pensando che se alla fine qualcuno dirà: "Sì, è colpa mia", noi diremo: "Ah, finalmente ho smesso di soffrire perché ho trovato un colpevole".

Gesù dice a questi suoi discepoli che non è né colpa di quella persona, né colpa dei suoi genitori. Anzi, che la colpa non c'entra niente. Dice: "Quell'uomo è così perché in lui si manifestino le opere di Dio, perché in lui si manifesti la gloria di Dio". E io so che voi state pensando immediatamente al miracolo che Gesù farà un istante dopo, mescolando la sua saliva con il fango, la metterà sui suoi occhi e lui tornerà a vedere. Da lì nascerà una polemica immensa per questa guarigione. Noi siamo convinti che quell'uomo è lì perché Gesù possa fare il miracolo. No, Gesù sta dicendo qualcosa di molto più profondo. Sta dicendo che a volte, nella sofferenza, non è nascosta una colpa o un colpevole, ma che a volte la sofferenza nasconde un modo attraverso cui Dio sceglie di manifestarsi. Quel Dio che non capiamo e che non riusciamo a dire perché sceglie certe vie. A un certo punto decide di manifestarsi così.

Ora, come faccio a spiegarvi questo concetto? Perché è un concetto che non si può spiegare, puoi soltanto incontrare. A me, da prete, è capitato diverse volte di incontrare persone così, persone che soffrono, ma che nella loro sofferenza Dio mostra la sua gloria, mostra le sue opere. Perché quando tu incontri un malato e nella sofferenza di quel malato lo guardi negli occhi e in quegli occhi non trovi rabbia, ma trovi letizia, trovi pace, non è forse un modo attraverso cui Dio si fa presente? In quell'infinita lezza che non trova una spiegazione, che non ha un colpevole, che non possiamo incasellare da nessuna parte, tu trovi una persona infinitamente debole e infinitamente affidata, infinitamente in pace. Voi non immaginate il fascino di queste persone quando tu le incontri nelle loro malattie, quando tu le incontri nelle disgrazie delle loro famiglie, quando tu le incontri nella loro povertà, quando tu le incontri bloccati in un letto, quando tu le incontri in una vita che non gli ha risparmiato nulla, ma invece di trovare il loro risentimento, trovi luce, trovi pace. Sono loro a consolare gli altri, sono loro a dare forza agli altri, sono loro che hanno parole di luce e di coraggio per gli altri. Allora tu vedi quella sofferenza e non ti domandi più chi è colpevole, ma capisci che quell'uomo vive in quella sofferenza e Dio mostra le sue opere in quella sofferenza. Ma è deludente, perché noi nella testa abbiamo: "Io voglio capire chi è il colpevole". Io credo che questa sia la prima grande conversione che noi dobbiamo operare dentro la nostra vita, la prima grande rinuncia, fratelli. Finché noi passeremo la vita a leggerla solo con il senso di colpa, non riusciremo a capire niente della vita e non riusciremo a capire niente di Dio che ci parla attraverso la vita, qualunque frammento di vita, non soltanto attraverso quella vita bella, quella vita luminosa, quella vita che ti riempie il cuore, ma anche attraverso quella vita che ti toglie tutto, che ti riduce al nulla, che ti nega la giustizia, che ti mette in una situazione incomprensibile. Dio ci parla attraverso le cose, e non è interessante trovare il colpevole, ma domandarci: "Che cosa Dio sta facendo dentro la nostra sofferenza?". Allora capite che forse la domanda più interessante è: "Che cosa vuoi da me? Che cosa cerchi da me?". Se noi guarisco dal senso di colpa, sentiremo la vita in un modo completamente diverso.

Sapete, questo è un problema così serio che a volte la nostra fede è il motivo per cui veniamo in chiesa o il motivo per cui abbiamo una vita spirituale fondamentalmente perché non riusciamo a toglierci di dosso il senso di colpa e abbiamo una vita di fede per addomesticare questo senso di colpa. Ma il messaggio centrale del Vangelo è esattamente questo: Gesù è morto in croce liberandoci dalla colpa. Non possiamo più ragionare con la colpa. Allora dovremmo forse guardare dentro noi stessi e dire: "Come guardo la mia vita? Come guardo la sofferenza della mia vita? Come guardo quello che di brutto o di contorto è successo dentro la mia vita?". Lo guardo con senso di colpa, volendo trovare semplicemente il colpevole, o sentendomi sbagliato, oppure leggendo qualcosa di più profondo in quello che sto vivendo? È un cambio di sguardo, è un cambio di mentalità.

Ma accanto questo brano del Vangelo, io ne aggiungerei un altro bellissimo, famoso e per questo pericoloso. I brani del Vangelo molto conosciuti sono quelli che non ascoltiamo, perché conosciamo la storia e quindi non ci fermiamo mai sui dettagli di queste grandi narrazioni. Gesù non è semplicemente un profeta che va in giro annunciando il regno di Dio. Gesù è un uomo e, come ogni uomo, si fa bisognoso delle cose che gli uomini hanno bisogno. E qual è la cosa principale che gli uomini cercano nella propria vita? Il pane, l'acqua. Ma c'è qualcosa di ancora più profondo: relazioni. Allora Gesù, per tutta la sua vita, costruisce relazioni, ha amici. Un manipolo di questi amici sono quelli che noi conosciamo come discepoli, gli apostoli. Ma aveva anche altri amici, tra questi amici Marta, Maria e Lazzaro.

Voi sapete che a un certo punto Lazzaro si ammala e muore. Ma prima di morire, le sorelle mandano a chiamare Gesù, e Gesù non va a casa di Lazzaro, non va a casa di Lazzaro quando Lazzaro ha bisogno di lui, non va a trovare Lazzaro in un momento di sofferenza. Si trattiene, si trattiene lontano da quel villaggio. E quando si decide ad andare a Betania a trovare questo suo amico, ormai è troppo tardi, Lazzaro è morto. Allora l'intraprendenza di una di queste sorelle, Marta, fa sì che questa donna usi parole che molto spesso noi non abbiamo il coraggio di pronunciare nelle nostre preghiere, perché Marta va da Gesù e dice a Gesù: "Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto". Volete che ve lo traduco meglio? "Se tu fossi stato qui, non ci sarebbe mai stato quell'incidente in cui quelle persone hanno perso la vita. Se tu fossi stato qui, io non avrei perso quel figlio. Se tu fossi stato qui, mio padre non ci avrebbe trattati in quel modo. Se tu fossi stato qui, io non avrei fatto quella stupidaggine".

Se tu fossi stato qui... E guardate che qui la faccenda si complica. Perché se il primo schema che noi ci portiamo dentro è leggere tutto come colpa, il secondo schema che giustamente tutti ci portiamo dentro è quello di dire: "Come la mettiamo che tu dici di amarci e quando noi abbiamo bisogno non ci sei?". Vedete, fratelli, io credo che la prima cosa che noi dobbiamo recuperare non è la teoria o le risposte, ma l'autenticità della preghiera. Marta ci insegna una cosa che noi non abbiamo il coraggio di fare: di parlare chiaramente con Dio, di dire a Dio quello che veramente stiamo provando. Certe volte, sapete perché stiamo male? Perché ci facciamo piacere tutto, perché giustifichiamo sempre tutto, perché non troviamo mai il coraggio di piangere, di gridare, di urlare al Signore quello che Marta urla a Gesù: "Se tu fossi stato qui!". "Se tu fossi stato qui!".

Allora Gesù dice: "Io sono la resurrezione e la vita. Chi crede in me non muore". E Marta è preparatissima. Dice: "Sì, lo so che mio mio fratello risusciterà alla fine dei giorni, sì, è una storia che io ho già sentito". È preparatissima a livello teologico, ma Gesù sta dicendo un'altra cosa. Sta dicendo che la resurrezione che lei sta aspettando, che loro stanno aspettando, non è un giorno, non è un evento, non è alla fine della vita. Lui è quella resurrezione. La sua persona è quella resurrezione. La persona di Gesù è la risposta a quella domanda: "Se tu fossi stato qui".

Allora Gesù non risponde dicendo: "Perché non ero qui?". Ma Gesù mostra che lui era lì, ed era lì proprio nel momento in cui sembra che la sua presenza è inutile. Ecco, questo è un il secondo meccanismo pagano che noi ci portiamo dentro. Se il primo meccanismo è quello della colpa, il secondo meccanismo pagano è questo: Dio è utile fintanto che può risolvere un problema. Quando i problemi non si possono più risolvere, la domanda è: "Che ce ne facciamo di Dio?". Ma voi capite che Dio serve esattamente quando non c'è più niente, quando non c'è più nessuna speranza, quando tutto è perduto? Quello è il momento in cui Gesù serve, perché lo scopo di Gesù non è quello di sostituirsi a noi, non è quello di dire: "Cambio la realtà". Il modo ordinario di abitare nella vita del mondo non è quello dei miracoli, perché se fosse quello dei miracoli, Gesù è il più grande ingiusto della storia, perché la grande domanda è: "Perché quello lo guarisce, quell'altro no? Perché quello lo risuscita e quell'altro no?".

Perché lo scopo di Gesù non è quello di risolvere i problemi delle persone, ma è quello di essere presente nella vita delle persone proprio quando loro pensano che non c'è più niente, che è tutto inutile, che non c'è più speranza. Allora Dio comincia a fare quello che sa fare meglio: sa riempire di presenza ciò che noi viviamo invece come sconfitta, come fallimento, come solitudine.

Sapete, questa delusione è la stessa delusione che hanno vissuto i nostri fratelli ebrei, quando, aspettando il Messia, aspettavano un soldato, aspettavano qualcuno che agisse, qualcuno che facesse qualcosa contro l'oppressione. E che cosa si sono visti invece venire incontro? Un [Musica] bambino, un uomo povero, uomo debole, un uomo disarmato, un uomo che non fa politica, un uomo che non ha armi, un uomo che è così fragile che possono prenderlo e appenderlo a una croce, inchiodarlo su una croce. È deludente un liberatore che mostra la sua forza in un modo simile. Però, sapete, è questa la cosa che tante volte fa resistenza dentro di noi. Noi non portiamo l'idea che Dio, per manifestarsi a noi, lo ha fatto attraverso la debolezza, non l'ha fatto attraverso la forza, non l'ha fatto attraverso l'imposizione. Non ha mostrato la sua onnipotenza, si è mostrato pienamente umano, pienamente fragile, pienamente debole.

Ma c'è una lezione da imparare da questa debolezza. Gesù accetta di di perdere, accetta di essere sconfitto, accetta di essere confitto a una croce, perché nessuno di noi possa più sentirsi solo nel momento esatto in cui tutto sembra perduto e tutto sembra inutile. Allora ci insegna un amore che è completamente diverso. È l'amore che ci dice: "Non ti amo fino al punto da vivere la vita al tuo posto. Ti amo fino al punto in cui io rimarrò dentro la tua vita, anche quando non converrà più rimanere dentro la tua vita. Io sarò lì, io non me ne andrò". Allora possiamo anche gridare contro di lui, arrabbiarci, prendercela, ignorarlo, odiarlo, ma lui non smetterà di essere presente lì dove noi pensavamo invece che non c'era più nessuno e che c'era l'inferno.

Sapete, questo suo modo di amarci è un modo che, forse, nella storia, a me è rimasto impresso. Vedere un quadro meraviglioso di Caravaggio, la Madonna dei Palafrenieri. In piedi, in realtà, un Gesù che non è proprio bambino, è un bambino cresciuto di 23 anni, e insieme schiacciano la testa del serpente. Tutti noi siamo abituati, quando pensiamo al male, a vedere il piede di Maria che schiaccia la testa del serpente. In questa scena del Caravaggio, è Maria a schiacciare la testa del serpente, ma sul piede di Maria c'è il piede di Gesù Bambino. Questa è l'idea dell'amore secondo Dio. Dio non si sostituisce al tuo piede. Tu devi affrontare il serpente, tu devi affrontare quella cosa difficile, ma sulla tua prova c'è anche lui. Tu non sei solo quando affronti le cose. E proprio perché non sei solo, puoi affrontare tutto, anche quello che non vorresti mai vivere, anche quello che apparentemente ti sta togliendo tutto.

Questa è l'immagine dell'amore. Non è una spiegazione. È il modo attraverso cui Dio dice: "Io ti amo anche nella sofferenza, anche nella contraddizione del male". Perché la scelta di Dio, sapete qual è? È la seconda fila. Non è la prima fila. Perché le persone che amano non ti tolgono protagonismo, lasciano a te la scena. Forse voi vorreste domandarvi: "Come faccio a capire se una persona mi ama?". Tu capisci se una persona ti ama se ti fa emergere, se non ti nasconde, se ti spinge a tirare fuori i tuoi talenti, se ti fa diventare protagonista della tua storia. Questo è lo scopo dell'amore. L'amore ci spinge a diventare protagonisti. Per definizione, l'amore non è mai protagonista, l'amore è sempre in seconda fila, è dietro di te, un passo dietro di te, perché tu possa emergere. Questo ha fatto Dio con ciascuno di noi. Ma dietro questa, questo apparente disinteresse, in realtà è nascosto un segreto: è il segreto di un amore che è accanto a te, proprio nel momento esatto in cui tu sperimenti l'inferno e il sentimento della solitudine.

Ho pensato a questo punto di prendere un altro, un ultimo pezzettino del Vangelo per mostrarvi qual è l'atteggiamento che Gesù ha davanti alle ingiustizie della vita. E lo trovate nel Vangelo di Luca, capitolo 7. Gesù compie un miracolo apparentemente abbastanza veloce, ma con una modalità, con una tempistica, con una gestualità che è davvero un messaggio. Sentite: "In seguito, Gesù si recò in una città chiamata Nain e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla". Tenete a mente di Luca, cioè del Vangelo di Luca, si dice che è un pittore. Ora, se dovessimo usare un'immagine più contemporanea, dovremmo dire che Luca scrive il suo Vangelo come se fosse la scena di un film, come se fosse un quadro. Quindi dovete, quando leggete Luca, dovete sempre immaginare come monta le scene. Da una parte c'è Gesù che cammina con i suoi discepoli e una grande folla. Seconda parte di questa immagine: "Quando fu vicino alla porta della città, ecco veniva portato alla tomba un morto, figlio unico di una madre rimasta vedova, e molta gente della città era con lei". Ci sono due processioni, due gruppi di persone, uno di fronte all'altro, e a un certo punto si incrociano. Arrivando davanti alla città, loro escono per andare a seppellire questo ragazzo, e Gesù incrocia questo corteo funebre.

Sentite cosa accade: "Vedendola" (è riferito alla madre) "il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: 'Non piangere'. Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: 'Ragazzo, dico a te, alzati!'. Il morto si mise seduto e cominciò a parlare, ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: 'Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo'". E questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante. Questa è la storia.

Ora rallentiamo il passo e vedete un po' che cosa emerge da questo racconto. C'è una madre che soffre. Che cosa c'è di più grande del dolore di una madre? Del dolore di un genitore? Nulla. Questa donna ha addosso anche un altro dolore: è morto anche suo marito, e quindi questa donna si trova con il dramma di aver perso un compagno di vita e il dramma di aver perso il suo futuro. Questa donna è all'inferno, è completamente sola e isolata. Non so se vi ha colpito anche voi, ma questo è uno dei pochi miracoli che Gesù compie senza che nessuno faccia professione di fede. Questa donna che soffre non parla, non prega, non domanda nulla. Gesù piange e basta. Io credo che sia una notizia importante per ciascuno di noi, bellissima. A volte la vita ti toglie tutto, anche la fede, ti toglie le parole, tu non hai più preghiere, tu non sai nemmeno più che cosa chiedere, tu sei solo un fascio di sofferenza. E dice il Vangelo che Gesù si accorge di lei. Amici, la nostra sofferenza non è mai non guardata da Dio. Dio si accorge sempre della nostra sofferenza, anche quando noi non riusciamo a dirla, anche quando noi ci troviamo in un vicolo cieco, ci sentiamo imprigionati, anche quando non sappiamo come uscirne. È lui ad accorgersi di noi, anche se non abbiamo fede. E non vi scandalizzate, perché Dio non ama solo quelli che hanno fede. Dio ama tutti. Ama anche quelli che non ce l'hanno, la fede, perché l'hanno persa, perché l'hanno abbandonata, perché nessuno gliel'ha trasmessa, perché non hanno avuto questo dono.

Dio si accorge del dolore di questa donna, ed è questa la prima grande, bella notizia del Vangelo: che nel dolore noi siamo guardati, non siamo soli. Ma c'è un coinvolgimento di tutta la persona di Gesù. Sentite: "Vedendola, il Signore fu preso da grande commozione". Gli salgono le lacrime agli occhi, è ferito da questa donna. E le disse: "Non piangere". Guardate che ci sono già due cose coinvolte: gli occhi e la bocca di Gesù. "Si avvicinò i piedi di Gesù, toccò la bara, le mani di Gesù. I portatori si fermarono. Poi disse: 'Parla di nuovo, ragazzo, ti dico, alzati!'. Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Lo prese per mano, glielo restituì a sua madre". Tutta la persona di Gesù: gli occhi, bocca, piedi, mani, sono coinvolti nella sofferenza di questa donna.

Sapete perché Luca descrive così questa scena? Per dirci che Dio non risponde al dolore delle persone con le parole e le teorie. Dio non risponde alla mia sofferenza con la teologia. Dio risponde alla mia sofferenza con un'esperienza. Lui si coinvolge completamente in quello che sto vivendo, e in quello che sto vivendo fa qualcosa che rende la mia sofferenza toccata da lui. È un po' come dire che nessuno di noi può capire Dio nella sofferenza finché non lo sperimenta, finché non si accorge di come l'uomo Gesù, occhi, bocca, mani, piedi, tutta la sua persona, è coinvolta nel dolore di questa donna.

Voi mi direte: "Beh, è una storia che finisce bene, perché non ha toccato le bare di tutti i figli, li ha rimessi in piedi". Qui il Vangelo vuole dire un'altra cosa. Noi siamo figli di uno che ha potere su ciò che ci fa soffrire. Siamo figli di uno che può dire a noi di mettere un argine al nostro dolore. Solo lui può dirci: "Non piangere". Perché nessuna può azzardarsi andare da una madre che ha perso un figlio e dire a questa madre: "Non piangere". Ha tutto il diritto di piangere quella donna. Ma Gesù è l'unico che riesce ad arginare, ad arginare la sofferenza di quella donna.

Ecco, abbiamo detto tante cose per dire la cosa forse più importante: finché non incontriamo la persona di Gesù Cristo, questa domanda rimarrà filosofia inutile, urticante. Finché non incontriamo la persona di Gesù Cristo, non riusciremo a trovare davvero una risposta all'altezza di una domanda simile. E questo è il grande desiderio che dobbiamo portare dentro il nostro cuore: non di trovare un modo per non soffrire, ma di trovare un modo di incontrare la persona di Gesù proprio nel momento esatto in cui tutto ci sembra perduto, tutto sembra contro di noi.

Mentre preparavo queste mie parole per voi questa sera, mi è tornata in mente con potenza una storia dentro la mia testa. Forse l'avete letta sui giornali qualche settimana fa. La maggior parte dei telegiornali, dei giornali, su Internet impazzava questa notizia: un giovane calciatore che si chiamava Piermario Morosini è morto di cancro a 27 anni. Quanti ragazzi muoiono di questo male orribile che è quello di un cancro? Eppure la storia di questo giovane aveva commosso tutti, perché da sportivo ha tentato fino alla fine di combattere veramente in maniera eroica contro questa malattia, ma è arrivato un momento in cui, stanco, si è reso conto di non fare più nulla. Ha chiesto di vivere lucidamente gli ultimi giorni, che erano i giorni di Natale, con la sua famiglia, e poi ha chiesto di essere sedato, perché la sofferenza era troppo grande. Voi sapete che, grazie a Dio, la terapia del dolore ci aiuta ad affrontare anche in questo modo delle sofferenze che a volte sono indicibili e che la malattia ci fa sperimentare.

A me non ha commosso tanto il fatto di sapere che un giovane a 27 anni morisse di cancro. Mi ha commosso leggere in uno di questi giornali la descrizione degli ultimi istanti di questo ragazzo. Prima di essere sedato e prima di morire, ha guardato la madre e ha detto alla madre: "Abbracciami forte". E si è lasciato abbracciare dalla madre, e poi è morto. Questo è il Vangelo. Nessuno di noi è capace di affrontare la morte. Nessuno di noi è capace di affrontare cose così difficili. Ma se c'è qualcuno disposto ad abbracciarci, siamo capaci di affrontare anche una cosa così. Questo è quello che ha scelto Dio con noi. Ha mandato suo Figlio Gesù, perché ciascuno di noi, nei momenti più difficili, possa sentirsi talmente tanto abbracciato da poter dire: "Ora sono disposto anche a perdere. Ora sono pronto anche a morire, perché c'è qualcuno qui, c'è una presenza che rende possibile anche l'impossibile". Dov'era Gesù mentre Morosini soffriva? Era nelle braccia di quella madre, ma era nascosto anche nella sofferenza di questo giovane.

Amici, il cristianesimo non è la predica di un pensiero astratto. È l'incontro con un Dio che, nelle cose più concrete della nostra vita, fa la differenza. Finché non avremo occhi abbastanza funzionanti da farci accorgere di questa presenza dentro la nostra vita, tutto ci sembrerà difficile e tutto ci sembrerà impossibile. Ma se i nostri occhi riusciranno a vedere questa presenza, e la vedranno nell'affetto degli amici, nelle mani strette delle persone che ci vogliono bene, nella fedeltà di qualcuno, insomma, in tutte le migliaia di maniere che Dio ama inventarsi per essere presente dentro la nostra vita, se i nostri occhi vedranno questo, tutto è possibile per coloro che credono, tutto, persino perdere.

Io credo che questo sia l'unico grande motivo per cui tutti noi questa sera dovremmo tornare a casa dicendo: "Come si fa ad avere occhi così per accorgerci di una roba del genere?". Questo è l'unico motivo che dovrebbe spingerci a pregare. La preghiera ci aiuta a far funzionare uno sguardo che vede oltre le cose, a farci accorgere di quello che solitamente non riusciamo a vedere. La preghiera ci allena a vedere tutta questa presenza che cambia completamente la vita di una persona. Io penso che Giovanni (Morosini) in quel momento, in mezzo a quella sofferenza e a quella morte ingiusta, si è accorto di Gesù presente nelle braccia di sua madre. Io vi auguro di avere braccia così, nei momenti difficili della vostra vita. Io vi auguro di poter toccare Gesù.

Ma la grande domanda è: siamo disposti a prestare le nostre braccia perché gli altri possano trovare in noi quel Gesù che riempie di presenza la loro vita? Possiamo anche prendercela con il cielo, ma certe volte il cielo, per rispondere alle nostre preghiere, sta pensando a noi. Ma noi siamo disposti ad essere quel segno, ad essere il segno tangibile di quella presenza? Non posso rispondere a questa domanda, ma so per certo che il nostro Dio, anche se non risponde con le parole, sa sempre rispondere con i fatti. E a me questo basta e avanza. Grazie.