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Vittorino Andreoli: come Superare il Narcisismo

Rinascimento Culturale58:59

Transcription

Beh, in senso generale mi occupo dei matti. È un termine che io uso con molto affetto, anzi, vi devo dire che dopo tanti anni sono più affascinato dai matti rispetto ai normali, che di solito sono noiosi. [Applauso] E parlano, parlano sempre di quei tre o quattro argomenti di cui non ripeto.

Però oggi assisto ad una condizione che di difficoltà per molti di vivere. Anzi, mi sembra che questo sia un periodo storico difficile in cui vedo che la fatica di vivere è una caratteristica comune, anche se poi le difficoltà sono diverse da persona a persona, diverse dalle condizioni economiche, culturali, eccetera. E quindi assisto ad un aumento della solitudine, che è una porta che si apre alla malinconia, alla depressione. Vedo sempre aumentare persone che scappano dalla realtà concreta, in particolare il mondo giovanile, che poi si rifugia in quello strumento che abbiamo in tasca e che produce virtualità. E voi vedrete che gli adolescenti, pensate che stanno quattro ore e mezza, cinque al giorno davanti a questo apparecchio, oppure più grande. Ma un video. E la cosa curiosa è che vedete, la realtà virtuale, anche quella una realtà, la distinguiamo virtuale, realtà concreta, cercando di capirci un poco. Vedete, la realtà virtuale ha questo pregio che se qualche cosa non piace, si schiaccia un bottone e scompare. La realtà concreta non è così. Se tornando a casa un giovane trova un nonno, io sono un nonno di questo, un nonno non simpatico, non può schiacciare almeno non i bottoni del video, insomma, ecco. Qualche volta si usano altri bottoni.

E quindi ecco perché si rifugiano sempre di più in un mondo che crea difficoltà, mentre quello della virtualità basta, basta, basta fare clic e va via. Quindi questa è una grande preoccupazione perché in realtà non è un diversivo, è una vera e propria fuga dalla vita concreta, cioè dalle relazioni. Relazioni vuol dire legami, e il computer, il mondo digitale, non dà legami affettivi, può creare emozioni, può creare interessi e curiosità, ma del mondo concreto che dà sentimenti, certo, talora anche dolore, quel mondo non lo sa dare. E questa io ritengo che sia una grande perdita.

Allora vedete, arriviamo. Osservo sempre di più persone che scappano, vi dicevo, altre che sono malinconiche, depresse, altri invece che fingono che tutto vada bene e che hanno una specie di esistenza individuale perché non riescono a vedere gli altri e quindi si caricano di una dimensione che è una dimensione, talora, addirittura maniacale, paranoica. E noi viviamo in un momento in cui tutti dovrebbero capire che cos'è la follia, perché il mondo in gran parte in mano ai paranoici, a quelli grandi, ma anche a quelli piccoli, insomma. E proprio per questa visione, ve la voglio raccontare rapidamente, perché voglio parlare di cose positive.

Allora, per guardare a questo mondo e per cercare di immaginare un mondo diverso domani, lo desideriamo tutti. Pensate che bello, il desiderio è anche caratteristica umana e non certo dell'intelligenza artificiale. Il desiderio è la capacità che ciascuno di noi ha di immaginarsi domani diversi da come siamo oggi. E quindi è possibile proiettare la possibilità di vederci in un mondo diverso, di vedere i nostri figli e nipoti diversi, magari da come ci preoccupano per il loro comportamento. Allora, proprio per cercare di dare alimento a questo desiderio di una realtà, di un mondo diverso, perché così è veramente tante volte nel silenzio lo avvertiamo. E voi sapete che da un po' di tempo mi sono messo a difendere i vecchi. Io sono vecchio, li chiamo vecchi perché questo è il nome vero.

Ecco, allora abbiamo bisogno di immaginare che domani ci possa essere una storia diversa. E sapete, per farlo, è importantissimo sostare su una parola: fragilità. Ed è questo il titolo che abbiamo voluto dare a questo impegno, a questa serata: fragilità. [Musica]

Pensate, è inutile, sapete che cosa vuol dire, ma permettetemi di fare un esempio che viene dal Veneto, questa volta, da un luogo dove ci sono i soffiatori di vetro, nelle terre veneziane. Ecco, che cosa costruiscono? Soffiano dentro un vetro che raggiunge uno spessore piccolissimo, perché così prende delle forme più strane, addirittura permette di vedere delle colorazioni, dei riflessi di luce. Sono, sono espressione da, sono dei vetri d'arte, giustamente. Ecco, la fragilità, se voi gli date un colpetto, vanno in tanti pezzi. Ma questa non è debolezza. La fragilità è la caratteristica che permette a quell'oggetto di essere strutturalmente particolare, bello, colorato. E tanto è vero che c'è una vera e propria arte dei soffiatori di vetro. Ecco, in fondo, l'uomo, l'uomo è fragile. Vuol dire che è un uomo capace di fare cose meravigliose, ma può anche rompersi. E in questo caso, magari non vediamo pezzetti di vetro, ma vediamo comportamenti che non sono accettabili. E pensate persino comportamenti che vorrebbero evitare quelli che li esprimono, tante volte, nella dei comportamenti inaccettabili. E penso ancora ai ragazzi, in particolare, arrivano a fare cose inaccettabili e forse vorrebbero essere diversi e seguire esempi positivi.

Ecco, questa è la grande diversità. È la diversità rispetto anche a tutte le altre specie animali. Noi siamo degli animali, ma in una bella espressione, siamo animali umani. Tanto umani sono quel tipo di animali. E questa umanità è proprio la fragilità che ci distingue da altre specie viventi, che invece hanno un comportamento che potremmo dire determinato, obbligato, per cui non hanno, non hanno dubbi, non si comportano bene o male, ma seguono le pulsioni, seguono gli istinti. Mentre pensate, l'uomo, vi dovrei dire, rispetto a questo, a questo comportamento corretto delle specie animali, a questo difetto che ha un cervello meraviglioso qua dentro. E lo dico soprattutto da quando si parla di cervello digitale, di intelligenza digitale artificiale, un cervello che ancora non conosciamo bene, ma che negli ultimi decenni abbiamo fatto una grande scoperta: quello di scoprire che il nostro cervello è in una parte determinato, esattamente, diciamo, come avviene negli altri specie viventi, ma c'è una parte, soprattutto questa dei lobi frontali e delle prime parti qui dei lobi parieto-temporali, che si chiama plastica, cervello plastico, cioè un cervello che cambia a seconda delle esperienze.

E vi racconto una cosa, ma per farvelo capire: questa, voi state facendo un'esperienza, ascoltate me, e io sto facendo un'esperienza, perché il mio desiderio sarebbe di potervi raccontare in modo chiaro, comprensibile, alcune caratteristiche di questa nostra capacità, di questa nostra cervello. Allora, voi siete entrati qui e stasera fate, supponiamo, un'esperienza per certi versi nuova. Io non vi ho mai incontrato, forse nemmeno voi direttamente l'avete fatto. Ebbene, ascoltando, spero di lasciarvi qualche espressione che vi colpisca, a partire da questa parola fragilità, di cui stiamo parlando. Ebbene, quindi voi siete entrati, quando uscirete fra un poco, certamente qualche cosa vi ha colpito, e spero in positivo. E vi devo dire che siete entrati, certo, con un cervello, uscite con cervello leggermente modificato. Vi garantisco che di solito migliora. Quindi mi raccomando, state tranquilli, insomma, ecco.

Allora, questo che cosa vuol dire? Che bello che noi abbiamo, se volete, la fragilità sta proprio in questa capacità di cambiare, di modificarci. Insomma, se vi dovessi dire perché questa specie umana è diversa dalle altre, tutte le altre viventi, che qual è la caratteristica? È la sua imperfezione. Noi siamo imperfetti, proprio se per perfezione riteniamo comportarsi sempre nello stesso modo di fronte agli stessi stimoli nelle stesse condizioni. No, questo cos'è comporta? Comporta che abbiamo delle punte che fanno dell'umanità un grande esempio, e abbiamo anche, come tipo da dire, delle cadute che mostrano che in realtà facciamo degli errori e facciamo degli errori molto anche considerevoli. Però questo è un punto fondamentale. Ciò significa essere umani.

E allora, ecco che adesso che fra poco che saremo, queste sedie saranno occupate in futuro anche da dei robot, ci saranno sei di là, ci sarà scritto "riservato ai robot di ultima generazione", tipo i prefetti, insomma, capite le cose, commendatori. Allora dobbiamo capire la grandezza che è proprio legata a questa nostra imperfezione. Ma io preferisco usare il termine fragilità, perché allora l'avete capito, la fragilità non è un sintomo da curare, non descrive una malattia. E in questo è diverso dalla debolezza. Se voi vi sentite debole, allora la contrapposizione è la potenza, è la forza, e quindi uno dice: "debole" e vorrei essere un po' più forte. Ecco, quindi, ma non c'è una fragilità che abbia una connotazione che sia negativa, con una connotazione positiva. Noi siamo fragili e siamo fragili in maniera diversa, a seconda delle nostre età. Immaginate un bambino, certo, che cosa fa un bambino se venendo al mondo e pensando di che abbia già una qualche livello di consapevolezza, non trova una persona che lo accudisce, che lo nutre, che lo riscalda. Ecco, è talmente fragile che non potrebbe vivere. E dall'altra parte, che cosa parliamo ai vecchi? E i vecchi, se li lasciamo non soli, la solitudine non è vero che preoccupa, la solitudine dei vecchi ci preoccupa l'abbandono dei vecchi. Ditemi se è chiara la differenza. I vecchi sono spesso abbandonati, ma non voglio trattare in particolari qui, ma per dirvi che c'è una fragilità diversa. E il bisogno è l'attesa di riattivare dei sentimenti, è la grandezza di potersi raccontare, di poter raccontare la propria piccola storia, magari. E questo è molto importante. Ma c'è, c'è anche la, la fragilità degli adolescenti. Figuratevi, la paura. Non c'è un adolescente che si piaccia, vorrebbe cambiare qualcosa di come è fatto fisicamente, delle caratteristiche mentali. Ecco, tutto questo vi indica che la fragilità è proprio la connotazione dell'umano.

Allora, permettetemi di fare un esempio. Io da 60 anni mi occupo dei matti. Ve l'ho detto, senza matti non avrei nulla da dire. Ecco, io non so se li ho aiutati, perché ne ho visti tanti e vi devo dire che li ho sempre voluto bene. Io non ho mai legato un malato, non ho mai fatto quelle brutto termine, perché ma val la pena di dirlo, perché continuano ancora questi sistemi. E ho sempre pensato che non è possibile curare una persona dopo che la si è legata. E quindi non l'ho mai fatto. Ma lasciate stare, ma permettetemi, permettetemi di dire, io non so se li ho aiutati, io non so se li ho curati, certo, questa è sempre stata la mia intenzione, se però sono riuscito a farlo, ma dovrebbe, dovremmo chiederlo a loro, se ci sono riuscito. Ebbene, certo, l'ho fatto perché mi sono dedicato ad una disciplina, la psichiatria, ho cercato di arricchirla di umanesimo, di legami affettivi, persino. Ma oltre alla disciplina, ad un sapere, se l'ho fatto, se sono riuscito veramente ad aiutarli, è per la mia fragilità, perché mi vedevo proiettato in loro, perché so che cos'è la fatica di vivere, perché so che cosa può essere un momento di forte delusione, un momento di abbandono da un legame che si riteneva necessario, fondamentale, un padre che è deluso da un figliolo, eccetera.

Allora devo dirvi che la fragilità la considero una parola chiave per modificare la condizione esistenziale del momento attuale. Se noi non percepiamo la nostra fragilità, certamente entreremo in una di quelle che io chiamo le patologie dell'ego, dell'io. Perché vedete, la fragilità contiene anch'essa una sorta di logica, di pulsione, perché l'uomo fragile ha bisogno dell'altro. Il fragile sente la necessità, soprattutto in certi momenti, pensate alla paura. E non la definisco, perché la maniera, la migliore definizione è dirvi: pensate all'ultima volta che siete stati presi da una paura che non avete vissuto. Questo. Anzi, sono talmente sicuro che tutti l'avete provato e quindi non c'è bisogno di tanto da dire che se qui dentro sono tante persone, mi ha detto che siete, se c'è uno che non ha mai avuto paura, si fermi, non per la firma copie, ma perché facciamo la prima seduta terapeutica. Ecco, allora.

Allora vedete, quando di fronte alla paura, che cosa pensate? Pensate a qualche altro. Avete bisogno di un altro, addirittura di chiunque altro, perché in quel momento poter aggrapparsi ha il senso della salvezza, il senso addirittura della necessità. Allora la fragilità è la percezione dei nostri limiti che comporta il bisogno dell'altro. È come una specie di, come dire, attrazione, una specie di andare verso per poter trovare nell'aiuto, per nella condivisione, ma anche nell'amore. L'amore, perché l'amore, e non voglio sempre parlare di lui e lei, vengo, abito a Verona, dove non se ne può più di Giulietta e Romeo, insomma, no. Ma parliamo anche di un amore padre-figlio, madre-figlio, tra fratelli, tra persone vicine, insomma. Questo. Allora anche, anche l'amore, dice, l'amore è l'insieme di due fragilità che insieme però danno forza a ciascuno. Non so, capite che sto definendo una cosa bella, cioè la fragilità. Dunque, qualche cosa che aiuta a vivere, perché porta ad al bisogno di un legame con l'altro. Abbiamo bisogno. Quando, quando qualcuno viene da me, preso dagli attacchi di panico, voi sapete che esistono gli attacchi di panico, no? Tutto d'un tratto uno è preso dalla paura. E Freud diceva che le paure sono sempre paura di morire. E allora io, non quando vengono, io non li dico: "Adesso ti spiego che cos'è la paura", no. Li prendo una mano e ti dico: "Sai, anch'io ho avuto tanta paura, ma adesso non ce l'ho e sono qui io per aiutarti". Già questo, non so nemmeno perché abbia paura, ma so che la necessità è di essere, di sentirsi vicino ad un altro. Ecco, allora la fragilità dobbiamo tenerla presente.

E questo porta ad una, guardate, una trasformazione che è sempre nel titolo che abbiamo dato a questo incontro: è il passaggio dall'io al noi. Pronome io è quello più usato, credo anche da, faccio se vuole la faccio un'eccezione per la città di Travagliato, ma io, io, io, dico io, ti ho detto, te lo dico io, no, e continuiamo ad usare. Ma al di là di un uso che può essere una sorta di abitudine, ma la, ma siamo pieni di narcisi. Il narcisismo che è una patologia dell'io. Voi la sapete la storia di Narciso? Era pieno di sé e riteneva che tutti lo dovessero guardare senza chiedere niente, vi bastava questo e non gli importava di chi guardava, ma aveva bisogno di questo. Io non posso, insomma, certo, potrei fare degli esempi, ma insomma, capite che fate di voi, insomma, no? Ci sono piccoli e grandi narcisisti, no? Di quelli che pensano di salvare il mondo, di onnipotenti, e anche nelle famiglie ci sono i piccoli narcisi, perché magari gestiscono questo pericolo gruppo familiare con la percezione che c'è uno che sa sistemare sempre tutto, insomma, no? Il narcisismo, il narcisismo è uno che non sa relazionarsi, è uno che non sa che cos'è il noi, ma c'è sempre l'io, io, io, faccio, io dico, ma e questo cosa comporta? Comporta che non sa nemmeno qual è il bisogno degli altri, ritiene sempre di poter risolvere tutti i problemi, una specie di onnipotenza dell'ego. E quindi questo non è uno che sente il bisogno, che sente la fragilità, ma è uno che ritiene di essere addirittura onnipotente, insomma. I piccoli onnipotenti sono quelli che pensano di essere perfetti, belli, e magari fanno schifo, ma non vogliono sapere il giudizio, vogliono solo essere guardati. Dopodiché possono anche innamorarsi, ma come il Narciso che si guarda dentro, che si guarda dentro lo specchio di un lago e si abbraccia, va giù e si, e annega. Cioè, sono proprio, è in noi, è in noi.

Siccome vi avevo detto che il mondo, c'è un'altra grande patologia, è la maniacalità, che noi chiamiamo meglio la paranoia. La paranoia è l'insieme della percezione di non avere limiti, di poter fare qualsiasi cosa. E per esempio, nel modo pratico, è quello che uno ritiene di poter acquistare tutto e magari lo fa senza avere una lira, insomma, ma è vissuto che conta. Il paranoico è quello che vuole rifare il mondo, generalmente. Facevamo e c'erano i grandi nomi, me ne sono occupato anch'io, ma storicamente, forse adesso bisogna aggiungerne altri, perché abbiamo sempre parlato di Stalin, di Hitler, abbiamo anche qualcuno che appartiene alla nostra storia, insomma, tanti, insomma. Ecco, il paranoico non considera gli altri e casomai dice: "Questi hanno bisogno di ubbidire a me perché io sono il più grande". In questo silenzio, io cerco di tagliare via tutti i nomi che mi vengono davanti, ma per farlo, no, ma per farvi, io non faccio nessuno. Voi sapete, non mi sono mai occupato di cose, ho sempre fatto, ho sempre fatto, mi sono sempre occupato di dibattiti, ma in questa veste ho fatto proposte, per esempio, non solo adesso, non voglio dire quando, insomma, mi sono proposto di andare di curare, per esempio, qualcuno. Potete, ci sono i famosi padroni dell'umanità, quelli che hanno, che possono far tutto. In questi giorni, per esempio, si è deciso, c'è un certo signore che ha tantissimi miliardi, non so quanto, e che ha deciso di mettere i chip nel cervello, un signore, non un medico, no. Io so poco del cervello, ma sono 60 anni che lo studio, questo, no, ma però questo già li mette, mi mette i chip, perché dice che così, così ci controlla anche, invece di controllare il telefonino, ci controlla i pensieri e ci cancella quelli che non gli piacciono. Ecco, allora persino questi, occorrerà, ma non vengono. E pensate che ho fatto arrivare loro la cosa che li avrei curati gratuitamente. [Applauso] [Musica]

Con tra narcisismo e paranoia, penso di avervi fatto vedere almeno il mio punto di vista su quanto io non ami l'io, o perlomeno, io credo che l'identità, l'io come identità, sia importante, ma solo all'interno del noi si capisce la differenza, no? Allora invece il noi. Ma pensate, non c'è mai un momento che noi siamo soli. Io sono affascinato dal monachesimo. Si mette in una cella, ho conosciuto persone, e quando chiedo loro: "Ma qua? Ma no, perché hanno creato, hanno introiettato un'altra persona, addirittura l'immagine, no, l'immagine che so io, di un vero uomo e un vero Dio". Ma è sempre, è sempre insieme con. E se gli dico: "Ma senta, mi dica, ma dov'è quell'altro?". "Ma come? Io ci vivo insieme". "Mi dimostri che c'è". "Ma cosa vuole che dimostri? E come? Sempre lo vedo, ci sono". E le raccontano la storia, la storia di un noi. Parlo del monachesimo, che proprio è un legame tra l'uomo e il trascendente. Quindi è un legame, e addirittura è essere, essere uomo solo per potermi legare persino con qualcosa che è oltre l'umano. No, in questo è il monos, non è, non è, non è la dinamica, perché quando sei un monaco, devi continuamente pregare, vuol dire rivolgersi a qualche altro. Ma scusate, noi siamo fatti per il noi. Cosa serve il nostro linguaggio? Noi abbiamo la capacità di sviluppare una funzione linguistica, ma è per comunicare. Noi siamo fatti perché noi dobbiamo essere tutti con gli stessi diritti sociali, su questo ormai non si discute più. Ma questo non toglie che ci sia il genere maschile o genere femminile, e che cosa, e che cosa è questa differenza biologica legata all'eros? Come noi diciamo, è la chiara dimostrazione che noi siamo fatti per unirci ad altri. Adesso lasciamo stare che è difficile distinguere maschio e femmina, ma comunque c'è una tensione per poter stare con una, addirittura legarsi i corpi. Il corpo è fondamentale, ma il corpo non è qualcosa che serve a me, è qualche cosa che mi presenta a voi. E casomai miei, come gli adolescenti si preoccupano di essere diverso uno dall'altro, perché dice: "Se non sono accettato dal gruppo, rimango, rimango solo". Ma quindi è proprio, è un io che è richiamato dall'altro. Ma potrei continuare. Non esiste l'io. Ciascuno di voi è una piccola storia, perbacco! E sto parlando di una, di una regione, di una, di una città, questa, ma è la vicina a Brescia che conosco. Storie che hanno saputo delle persone, i nonni, bisnonni hanno cavato la vita dalle pietre. E voi, noi, non è una, è questo è qualche cosa che si lega a voi. Quindi io, quando parlo con nu, ti dico: "Questa è una storia". Noi invece siamo abituati, e se c'è qualche professoressa o professore di storia, non ce l'abbia male, ma insegnate anche la microstoria. È una parola di un grande, di un grande storico, di blog, che ha detto: "C'è la storia, li stuarday, la storia delle battaglie e persino delle guerre", che io speravo che nemmeno non ci dovessero più essere dopo la guerra che io ho fatto, sia pure da bambino, la Seconda Guerra Mondiale. Ma assieme alla storia delle battaglie, che è insopportabile, c'è la microstoria, che vuol dire che la storia di ciascuno di noi. Ecco, allora, ecco, c'è il legame. Il legame tra i vostri figli e i vostri nipoti non è solo perché ci vi trovate alle 6:00 del pomeriggio, spero che avvenga questo, tra padre e figli, ma perché c'è una continuità di generazioni, di piccole storie che erano disperse. Certo, adesso è cambiata, ma non la storia, cioè, e siamo uniti anche generazionalmente. Ecco, questo è bello. Quindi c'è il noi. Io non vi garantisco, non saprei raccontare la mia piccola storia. Vi ho già annunciato, senza i miei matti, i miei matti, ma non lo saprei fare se non senza ricordare mio padre, che non c'è più da molto tempo. Che bello! Io dico che ormai io vivo più di morti che di vivi. E in questo, lo dico per dimostrarvi che cos'è la storia, per cui esistono, né in noi, persino chi non c'è più. Ma non è vero che non ci sono più, perché li introiettiamo, cioè li portiamo dentro, insomma. Questo è il passaggio che dobbiamo fare dall'io a noi. Questa visione, con questa visione, allora cominciamo a vedere l'altro in una luce diversa, perché quello che ha un qualche legame con me, e se di fatto non l'ha avuto, non significa che possa essere per appartenenza. Che bella parola! Per appartenenza è qualcosa che mi appartiene, e se mi appartiene, è qualche cosa che mi può aiutare di fronte alle mie paure, di fronte alle mie difficoltà, di fronte a quei limiti. Voglio, voglio ricordarvene qualcuno di questi limiti, perché forse qualcuno pensa di non averne. La morte è un limite tra esserci e non esserci, c'è un abisso. Allora vuol dire che anche la vita è una sorta di mistero, qualcosa che posso, di cui posso parlare, ma non arrivo mai a capire il perché ci sono, invece del non esserci. Ecco, questi sono i limiti. I limiti del capire. Vi ho detto, è una, è uno strumento straordinario questo cervello. Pensate che ci sono 80 miliardi di cellule qui dentro, e ce l'hanno anche coloro che non lo usano, 80 miliardi. E certo, non è facile capire. Ed è qui che si lega anche quella che chiamiamo la novità, quella che chiamiamo la capacità straordinaria che abbiamo. L'abbiamo fatto delle cose bellissime. Pensate alla bellezza di cose che sono state create, la musica, la poesia, le aziende che costruiscono cose meravigliose. Ecco, però qui dentro, proprio per queste grandi capacità che nessun altro specie viventi, vi dicevo ora, certo, siamo anche quelli che possono compiere il male, fare una guerra, per esempio, è tremendo. Se pensate che oggi ci sia, leggete sul giornale che qualcuno ha detto: "Ci avviciniamo all'apocalisse nucleare", come a dire che qualcuno, ed è vero, ha la possibilità di premere un bottone. Stavolta non è quello di cui vi parlavo prima, e può far partire. Fino a pochi anni fa, questo termine apocalisse era, era attribuito agli dei, anche nella religione che domina nel nostro paese, l'Apocalisse di Giovanni, no, la grande, il grande evangelista, ed è il quinto libro dopo i quattro vangeli, e descrive che cosa Dio, in quale modo. Ma adesso c'è uno che può dire: "Un io che può dire: io posso". Questo è il dramma. Cioè, grandezza e miseria. Ecco, a questo, ripeto, è un altro limite.

Allora, io credo, vorrei lasciarvi a voi anche di pensare alla diversa visione del mondo che avremmo proprio se noi usassimo di più la percezione del noi rispetto a quella dell'io. E voglio ripetere, questo è il noi. Certo che c'è dentro Dio, ma è un io in funzione dell'altro. Vedete, mi piace talmente questa formula che sapete, credo che sia possibile correggere anche la grande massima dell'antichità: "Conosci te stesso". La ricordate, la socratica? Ecco, io credo che oggi la dovremmo, come dire, arricchire dicendo: "Conosci te stesso per saperti meglio relazionare con l'altro". Che bello! Quindi vedete, non nego che non nego l'io, ma è un io in funzione del noi. E allora vien fuori tutte le caratteristiche, no, dei fuori, il senso del linguaggio, vengono fuori i sensi, persino che voi sapete che un grande fisiologo italiano ha scoperto che abbiamo dei neuroni, tra quei famosi 80 miliardi, che quando io mi avvicino, quando voi vi avvicinate l'uno all'altro, si accendono, cioè si attivano contemporaneamente in chi si avvicina, in chi si è avvicinato. È come se ci fosse una disposizione del nostro cervello per poter realizzare l'incontro, o meglio, la relazione. E allora, quando noi sottolineiamo l'importanza del noi, subito viene: "Ma chi è? Con chi siamo relazionati?". E allora, certo, ci sono le persone care, senza delle quali sembra di non poter vivere, ci sono, c'è l'altro da sé, l'amore, ma c'è anche l'amico, ma c'è anche il conoscente, c'è anche quello che fa parte, che appartiene al proprio gruppo sociale, c'è anche la solidarietà, oltre all'aiuto, come dire, attivo di uno nei confronti dell'altro. Ecco che allora si costruisce, si vede che in noi permette una visione diversa, permette di vedere l'altro, che non si tratta solo che la nostra percezione visiva cambia, ma è anche dare una dimensione. Se io sento il noi attivo, il sorriso. Ma pensate, il sorriso. Io dico che era l'uomo, l'unico che sorride, fino a che una signora però mi ha detto, dopo la, dopo una lunga conferenza: "Professore, che meraviglia di cosa ha detto, però volevo dirle che il mio cane sorride". Va bene, ma insomma, io, io non voglio dire di no, però insomma, un bel sorriso come quello che possiamo, non credo, insomma, credo ancora di poter dire. Allora, allora, se c'è la relazione, c'è anche la voglia di dirti: "Ma ti sorridono?". Non so cosa vuol dire. Ti dico: "Buongiorno". Invece, ci sono gli uffici di Verona, non di qua, sappiamo, no, in cui entra quello, si mette in un tavolo qui, un altro là, stanno ore insieme, quello non lo guarda neanche in faccia e quindi si mette a lavorare, sbircia continuamente quell'altro per vedere cosa fa. L'inimicizia, facendo le stesse cose. Ci scherzo sopra, ma vorrei che voi capiste, capisse che la visione diversa vi fa sentire di vivere in un mondo diverso. Pensate che noi, fino a prova contraria, consideriamo uno che incontriamo un nemico, fino a prova diversa. Non è che lo consideriamo un amico, fino a quando dobbiamo cambiare, perché abbiamo avuto esperienze diverse. Ma è proprio, non sorridiamo più. Ma pensate, pensate alla forza che di un sorriso, che vuol dire niente, perché magari non lo conosci, ma vuole indicare che ti ho notato. Ecco, questo.

Allora, io vedete, vi sto parlando di piccole cose. Qui invitate altri che sanno che rifanno il mondo, soprattutto gli intellettuali. Lei lo sa che mi ha invitato, ma non sono un intellettuale. Io sono un uomo degli affetti. E gli intellettuali di solito sono quelli che sanno tutto, insomma, o sanno molto. In giù, anch'io, però, visto che qualche citazione l'ho fatta e non voglio essere molto, molto diversi, insomma. Allora questo. Allora, io vorrei, io vorrei dire adesso, socio, ce n'è uno, un carissimo mio amico, che parla sempre metà in greco e metà. Ecco, e io dico sempre che, cioè, deve essere impotente, ma ha l'erezione delle idee. Mi sono spiegato, però non ho detto il nome, ma spero che abbiate capito. Ecco, dopo quello che mi è arrivato il capo qui, che mi riaccompagna a casa, mi chiederà chi è, ma non glielo dirò. Allora questo, cioè, guardiamoci, insomma, questo mondo è fatto sempre di quelli. Io dico che io dico che c'è una speranza che nei, nessuno soli, qualcuno ecco, blocchi quella roba, perché non solo, io voglio continuare ancora un po', perché ci posso cinque minuti ancora. Allora, allora, lasciatemi tradurre il significato del noi. Vuol dire avvertire che il proprio corpo, e guardate che è molto bello questo, soprattutto per i giovani, per gli adolescenti, ma per tutti, che il proprio corpo è un luogo da condividere con gli altri. Pensate all'amore, è uno scambio, è un rendere il proprio corpo parte dell'altro corpo. È bellissimo. Io so che ci può parlare la mente, e io ne parlo spesso, adesso la condivisione di idee, ma che bella la condivisione dei corpi. E vi dico che non è solo roba da Eros, di quella anche tra persone anziane. Il corpo, il corpo, il corpo è qualche cosa che tu avverti che può, è qualcosa che serve più all'altro che a te. E per esempio, il piacere poter dire che provi il piacere di creare piacere. Ma la capite questa distinzione? L'io invece dice: "Ah, ho goduto", e l'altro deficiente. Voi sapete che io non offendo, io faccio sempre diagnosi, quindi state, cioè, l'educazione. Allora i corpi. Ma pensate, la parola cooperazione si lega a noi, un po' di me stesso, insomma, cioè, questo è questo poveretto, insomma, dobbiamo aiutarlo. Pensate cosa vuol dire noi. Vuol dire passare dal giudizio, quello, no, annate, ma sì, dal giudizio al tentare di comprendere, che non vuol dire giustificare. Io ve lo confesso, io non so giudicare dal resto, però anche quando vado in tribunale, a me chiedono di spiegare l'aspetto della personalità di una persona, di capire. Ma io dico sempre: "Io racconto quello che ho visto, poi sarà lei, presidente della corte, a giudicare. Io non so giudicare". Pensate, vuol dire, vuol dire fare tesoro, in particolare del sentire, perché dal sentire che vien fuori il sentimento, e il sentimento è un legame. Pensate, è un legame talmente straordinario che voi, che vi permette di avvertire la presenza di chi in quel momento non c'è. Pensate che meraviglia. E allora, e allora c'è l'attesa. Adesso non attende più nessuno, perché bisogna rispondere. E io ricordo sempre le madri che dico: "Ma professore, con mio figlio, ma non riesco a parlarli, perché dico, lo abbracciano perché è grande e grossa, ma dico, vorrei parlarvi di qualcosa". Mandi un SMS, perché l'SMS risponde, perché è uno dei pochi sensi di colpa che sono rimasti in questa società, se non rispondi alle SMS, ti senti di non saper vivere. Allora pensate sempre al noi. A noi vuol dire persino, persino diventare quella piccola storia di cui vi avevo parlato, perché pensate, anche siete anche l'ombra di chi non c'è più, non solo di chi in quel momento dell'assente che tenete presente perché lo aspettate, perché avete qualche cosa da fare. E come c'è, addirittura vi fa parte ciò che avete riportato dentro di voi. E questa è certo, è certo una maniera per tenere in vita le persone che hanno condiviso la vita con noi.

Io termino, se mi permettete, con una, una cosa un pochino triste, ma che adesso voi è possibile che dentro in noi divenga, divenga un atteggiamento su cui pensare e soprattutto su cui evitare. Vedete, io sono molto colpito dalla considerazione che, in modo particolare in questo periodo, e lo si è visto in maniera evidente durante quei periodi in cui era difficile uscire, perché era stabilito che questa era una modalità per evitare le conseguenze di quello che abbiamo per alcuni anni vissuti e che speriamo che stia per andarsene. Allora vedete, si è constatato che la più frequente aggressività o violenza che noi usiamo, la rivolgiamo alle persone a cui vogliamo bene. I litigi da arrivare a casa [Musica] magari dal lavoro, un po' frustrati per quello che non ti ha salutato, per il non riconoscimento avuto, per tutto quello che voi sapete, e spostiamo quella frustrazione su quelle persone che condividono la vita con noi: i figli, i legami, i compagni, le compagne, tutto questo. Ecco, mi questo mi colpisce molto ed è un peccato, perché noi abbiamo bisogno degli altri. Ecco, mi piacerebbe che voi, qui non succederà, ma insomma, che voi tornando a casa pensaste che proprio è un io in macchina, in bicicletta, a piedi, che sta per diventare un noi in casa, con persone che hanno dato, che vorrebbero dare. E allora cerchiamo di rendere quel noi, certo, qualche se qualche volta con un po' di dolore, con l'insoddisfazione, ma cerchiamo di considerare che in noi è proprio la modalità per chiedere aiuto, per condividere, per raccontare. Ma voi non sapete la forza e l'importanza del raccontarsi. Chiudete quei telefonini e raccontate quello che avete visto, quello che i vostri sentimenti, quello che provate, e non abbiate paura di quello che sentite. Non so, anche il capo ufficio si può sentire. Diceva Freud, seconda città, diceva Freud, che almeno una volta nella vita ciascuno di noi avrebbe ucciso. L'importante è non farlo. Cioè, uccidete anche il capo ufficio, ma però, come dire, proprio sul piano di quei desideri che vanno sedati. Se voglio così, voglio consigliarvi, ma io uno l'avrei ucciso, insomma, era uno psichiatra che approfittava o voleva approfittare di una giovane medico, era lui maschio e la giovane medico, ovviamente, era donna, e utilizzando il suo potere, di utilizzando. E questa, e questa giovane medico viene da me perché non sa che cosa fare, perché la potesse aiutare. E io ho pensato che, che era arrivato il momento mio per seguire Freud. [Applauso] Ritorniamo, ritorniamo alle ultime parole. Lei si prepara a dire qua. Salutami. Allora, quando tornate a casa, quando tornate a casa arrabbiati, raccontate che siete arrabbiati, non date sfogo alla vostra rabbia su quelli che vi aspettano a casa. Grazie. Iscriviti al canale e clicca la campanellina per non perdere neanche un video. Rinascimento culturale ti ringrazia.