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Buongiorno ragazzi. In questo video faremo un breve percorso su un'altra delle scuole filosofiche dell'età dell'ellenismo, ovvero sulla scuola stoica, che ebbe grande fortuna nel corso dei secoli, anche a Roma.
Il fondatore della scuola stoica fu Zenone, e non Edilizio, da non confondersi quindi con l'altro Zenone che avete già conosciuto, allievo di Parmenide e ideatore dei famosi paradossi. Tuttavia, la scuola, fondata intorno al 300 avanti Cristo, non prese il nome del suo fondatore, come per l'epicureismo, ma quello del portico dipinto, in greco "stoà poikìle", di Atene, dove Zenone teneva le sue lezioni.
Tra i suoi allievi migliori vi fu Cleante, che alla morte del maestro successe alla guida della scuola. E quest'ultimo, a sua volta, fu succeduto da Crisippo. La scuola poi sopravvisse ai suoi fondatori e, con la sua diffusione, parzialmente si modificò nel tempo. Per questo motivo, gli studiosi oggi distinguono tra una antica stoà, quella di Zenone, Cleante e Crisippo, che va dal terzo al secondo secolo avanti Cristo; una media stoà, tra il secondo e primo secolo avanti Cristo, periodo durante il quale la scuola fu influenzata dall'eclettismo, cioè da correnti filosofiche di matrice diversa; ed infine una stoà romana, o anche detta nuova stoà, dal primo al terzo secolo dopo Cristo, che, come dice il nome, coincide con la diffusione della dottrina stoica nell'Impero Romano.
In questa ultima fase, lo stoicismo cambia ancora, rivolgendo la sua attenzione alla meditazione morale e assumendo un tono quasi religioso. In questa ultima fase troviamo quindi personaggi noti come Seneca, Epitteto e Marco Aurelio, ai quali accenneremo in seguito.
Come già detto nel video introduttivo sull'ellenismo, anche per gli stoici il curricolo era incentrato sulla logica, la fisica e l'etica, essendo le prime due propedeutiche all'obiettivo privilegiato della filosofia, ovvero all'etica e all'analisi del concetto di virtù. La logica stoica, tuttavia, per il suo grande contributo dato alla storia della filosofia e alla logica formale, meriterebbe certamente più di una lezione. Ma, come abbiamo anticipato nel video sul figureismo, ci occuperemo solo della fisica e dell'etica, dal momento che si tratta qui di un percorso breve sull'ellenismo.
Come quella epicurea, anche quella stoica è una fisica di stampo materialistico. Tutto il cosmo è fatto di materia, poiché solo alla materia può agire, può subire un'azione. Tuttavia, per spiegare l'attività del cosmo, gli stoici ammettono l'esistenza di un principio passivo, ovvero la materia in sé, e di uno attivo, che opera sulla materia e la ordina, ovvero Dio. Ciò non vuol dire però che il Dio degli stoici sia un Dio di natura spirituale, come per il cristianesimo. Il Dio degli stoici è anch'esso di natura materiale, altrimenti, per quanto detto prima, Dio non potrebbe agire sul cosmo ordinandolo e regolandolo.
Per rappresentare la divinità, gli stoici utilizzano però più di un'immagine, seguendo l'eredità di Eraclito. Dal momento che Dio è un principio razionale, questo viene anche definito "logos", ma anche "fuoco" oppure "pneuma", ovvero soffio vitale che anima e vivifica il cosmo. Quest'ultimo, infatti, è considerato dagli stoici un grande animale vivente, un grande organismo, le cui parti sono interconnesse tra loro e la cui vitalità e razionalità sono dovute appunto all'azione del logos.
Dato che la divinità permea di sé tutta la materia, la filosofia stoica è perciò anche detta panteistica. La Terra, quindi, è anch'essa, come abbiamo detto, un grande organismo le cui parti sono interconnesse tra di loro. L'uomo la abita come un parassita che non sa di vivere su un essere vivente, né quest'ultimo ne percepisce la presenza. E, come in un grande animale, i fiumi sono le vene, le foreste i suoi peli, la lava il suo sangue.
E per gli stoici, come ogni essere vivente, anche il cosmo ha un suo ciclo vitale e pertanto è destinato a morire. Alla fine del suo ciclo cosmico avverrà una grande conflagrazione universale, in cui il fuoco originario riassorbirà tutto. Ma subito dopo, il cosmo tornerà alla vita, riprendendo un'idea già cara ai filosofi presocratici, così come già concepito da Empedocle. In particolare, gli stoici, infatti, hanno una concezione ciclica del tempo. Questa visione era desunta, come sapete, dall'osservazione della natura. Il ripetersi infinito delle stagioni, infatti, suggeriva un'eterna ciclicità del tempo.
Ma torniamo allo stoicismo. Dopo la conflagrazione, dunque, vi sarà una pacata stasi, ovvero restituzione, o anche detta palingenesi, cioè rinascita del cosmo, grazie alla quale il cosmo, sotto l'azione del logos, tornerà a riformarsi e a vivere in modo identico a come ha vissuto nel ciclo precedente. Gli enti, quindi, si riformeranno e torneranno a vivere e ad agire ancora e ancora e ancora infinite volte. Ecco perché si parla di eterno ritorno. D'altra parte, dal momento che la struttura e la vita del cosmo sono organizzate e regolate nel modo più razionale dal logos divino, la vita del cosmo non può che svolgersi in un unico modo, ed è quindi gli eventi torneranno a ripetersi ancora infinite volte.
Ebbene, quali sono le conseguenze sul piano etico dei presupposti della fisica stoica? Innanzitutto, una visione finalistica o teleologica della cosmologia. Tutto ciò che esiste ha una sua ragion d'essere e tutto accade per un motivo. Ogni cosa viene ordinata dal logos in modo razionale e, dunque, ogni cosa accade per raggiungere il fine migliore. Questa visione, secondo cui tutto è ordinato in modo razionale, viene detta visione panlogista, da "pan" tutto e "logos" ragione, e caratterizzerà anche autori come Leibniz e Hegel.
Per conseguenza, il caso, la combinazione fortuita degli elementi proposta dagli epicurei, non ha senso per gli stoici. Infatti, se tutto è organizzato per il meglio dal logos universale, gli eventi non potrebbero essere diversi da come sono. Per questo motivo, tutto è destinato a ripetersi identicamente all'infinito, e dunque il destino esiste.
Anche la presenza del male nel mondo non contraddice la visione panlogista e provvidenzialistica della realtà. Il bene, infatti, non potrebbe esistere senza il male. Come potremmo avere la concezione di giustizia se non esistesse l'ingiustizia? Il male è ciò che fa risaltare il bene e, quindi, in definitiva, anche l'esistenza del male risulta necessaria nell'economia, nell'equilibrio degli elementi del cosmo. In definitiva, quindi, anche il male contribuisce alla perfezione universale, poiché tutto è organizzato per il meglio dal logos divino.
E ora veniamo all'etica. Come già detto, in definitiva, anche la filosofia stoica, come le altre correnti di pensiero ellenistiche, si occupa principalmente della felicità. Per gli epicurei, come avete visto, l'esistenza del clinamen garantiva il libero arbitrio e quindi la possibilità per l'uomo di scegliere le proprie azioni e indirizzarle verso la ricerca della felicità. Ma com'è possibile per gli stoici coniugare destino e felicità? Ebbene, gli stoici sostengono che è veramente felice solo colui che segue con la propria natura.
Prendiamo per esempio gli animali. Il primo impulso dell'animale è la conservazione di sé, e lo fa imparando a ricercare ciò che gli fa bene e rifuggire ciò che gli nuoce. Lo stesso fa il bambino, il quale, seguendo il suo istinto, secondo gli stoici, tende verso ciò che gli giova in modo naturale, pur ignorando il perché delle sue scelte. E dunque, cosa distingue l'uomo adulto razionale dal bambino e dall'animale? Anche l'uomo, per essere felice, deve seguire la sua natura, e la natura dell'uomo, come già per Aristotele, è quella di essere un essere razionale.
L'uomo, grazie alla sua ragione, al suo logos, riconosce l'esistenza di un logos divino universale che organizza e regola la natura in modo da ordinarla per il meglio. L'uomo saggio, virtuoso, quindi, sarà colui che, riconoscendo la razionalità e la necessità di tutto quanto accade nel cosmo, riconoscerà anche la necessità di adeguarsi a questo ordine naturale, accettando la posizione che il logos divino ha scelto per lui all'interno di questo ordine. La virtù, dunque, il bene morale, non è altro che il riconoscere razionalmente e accettare volontariamente l'ordine scelto per noi dal logos divino.
La felicità, per gli stoici, verrà all'uomo come conseguenza del suo comportamento razionale. Quindi, a voler riassumere e semplificare, potremmo dire che per gli epicurei gli uomini che perseguono il piacere sono per conseguenza anche i virtuosi, mentre per gli stoici gli uomini che perseguono la virtù adeguandosi al logos sono per conseguenza anche felici. Ogni altro sforzo di perseguire la felicità per altre strade è destinato a fallire. Ogni altro desiderio porta quei turbamenti dell'anima che, al contrario, allontanano dalla felicità.
Come gli epicurei, anche gli stoici perseguono l'atarassia, cioè l'assenza di turbamento dell'anima, e per questo suggeriscono addirittura una chirurgia delle passioni, come l'odio, ma anche l'amore, che in quanto causa di affanni, vanno addirittura sradicate attraverso l'uso della ragione e quindi l'esercizio della filosofia. L'atarassia, quindi, passa anche attraverso l'apatia, cioè l'assenza delle passioni.
La vera felicità, invece, proviene dalla consapevolezza di essersi comportati in modo razionale e di avere assolto al proprio dovere, cioè, come abbiamo detto, di essersi conformati al volere del logos divino. Ma l'assenza delle passioni non impone al saggio di vivere al di fuori della società. Anzi, egli si sposerà, avrà dei figli, lavorerà, facendo tutto però senza lasciarsi travolgere dai desideri, dai piaceri e neanche dai dolori. Accetterà il suo ruolo sociale, apprezzerà il benessere, ma non si affannerà alla ricerca del successo, del potere, del denaro, dell'amore, e neanche si affliggerà quando sopraggiungeranno le disgrazie, perché sa che anche queste fanno parte dell'ordine razionale delle cose.
Cicerone narra, infatti, che Seneca, non avendo avuta notizia della morte del figlio, abbia detto: "Sapevo di averlo generato mortale". Niente potrà scalfire l'imperturbabilità del saggio. Ecco perché, quando vediamo una persona sopportare ogni fatica, una disgrazia, oppure fare il proprio dovere nonostante le avversità, diciamo che agisce "stoicamente".
Proprio l'etica fu il motivo della fortuna dello stoicismo e quindi della sua diffusione. Proprio l'esortazione ad accettare solitamente il ruolo sociale cui il logos ci è destinato e l'invito ad impegnarsi a svolgere il proprio dovere di cittadino fecero sì che queste dottrine si diffondessero così largamente nell'Impero Romano. Inoltre, lo stoicismo si presentò, come già detto, come una scuola filosofica cosmopolita, rivolta quindi ad ogni classe sociale. Seneca fu un politico, Epitteto uno schiavo, Marco Aurelio un imperatore, tutti provenienti da estrazioni sociali diverse, ma tutti abbracciarono lo stoicismo.
Come vedremo poi, alcuni dei temi proposti dallo stoicismo saranno ripresi e riassorbiti dal cristianesimo, come il panteismo e il provvidenzialismo, anche se il logos universale, col cristianesimo, sarà identificato con Dio. Ma di questo parleremo nei prossimi video dedicati alla filosofia cristiana.
Bene ragazzi, anche questo breve percorso sullo stoicismo termina qui. Grazie per avermi seguito e arrivederci al prossimo video.