Transcription
Manzoni, Leopardi, Moravia, Calvino. I libri di scuola li usano come dei mostri sacri, ma siamo sicuri che ognuno di questi scrittori fosse davvero una brava persona?
[Musica]
C'è un punto dell'anno che conosco, che già mi aspetto. È il momento in cui arrivo in classe e comunico ai miei studenti che dobbiamo studiare Manzoni. Ed è un momento che, in qualche modo, è preparato da delle aspettative cariche di ansia e di noia. Cominciano a subentrare gli spessi, i sussulti, i movimenti guardinghi nelle sedie per cercare di sfruttare l'ora. Se passa in fretta, si può fuggire in qualche modo dall'aula. E la cosa incredibile è che, in realtà, gli studenti non hanno la più pallida idea di chi sia Alessandro Manzoni. Loro soltanto sentito nominare, hanno soltanto sentito dire che ha scritto un romanzo terribilmente lungo e terribilmente noioso. Ed è una cosa che mi lascia sempre così interdetta, perché mi dico: "Ma in fondo è uno scrittore che non conoscete, però qualcuno vi ha fatto arrivare l'idea che sia uno scrittore proprio non ne possiamo più". E quindi iniziamo ad affrontare questo studio con molta fatica, arginando i possibili timori, arginando le paure. E mano a mano che va avanti la scoperta della sua biografia, viene fuori che, in fondo, questo Alessandro Manzoni male male non è. Anzi, ha avuto una vita che, beh, diciamo, proprio cattolicissima ed equilibratissima non era. E allora ecco che Alessandro Manzoni comincia a diventare un filino interessante, quasi se lo dimenticano che "I Promessi Sposi" era una barba noiosissima, lunga, che tanto comunque non leggeremo per intero, perché io lavoro alle medie. Però, comunque, Manzoni è diventato in qualche maniera interessante.
Ed è questo lo scopo di questa nuova rubrica che ho voluto iniziare proprio così, proprio di botto, proprio con l'autore spauracchio di tutti. Io sono Martina, se capitate qui per la prima volta. Questa rubrica si chiama "Non era una brava persona" ed è una rubrica dedicata alle biografie degli scrittori italiani. Ripercorreremo insieme, nel corso delle prossime settimane o mesi, che ne so, che cosa succederà, le vite di alcuni scrittori molto famosi, molto importanti, ma a volte anche meno, scrittori italiani che in qualche modo hanno segnato la storia della nostra letteratura, perché hanno avuto delle vite abbastanza avventurose, a volte altre volte no, ma comunque decisamente complesse e sicuramente avevano non pochi scheletri nell'armadio. Quindi affronteremo le loro biografie dando spazio anche a certi aneddoti, curiosità e segreti che molte volte nei libri di letteratura non trovano abbastanza spazio.
Iniziamo quindi oggi con il nostro Alessandro Manzoni. E vi dico subito che Alessandro Manzoni veniva fuori da una famiglia che, insomma, era un po' complicato. C'è qualche problemino ce l'aveva. Era una cosiddetta famiglia allargata, ma molto allargata, cioè proprio assai allargata. Dunque, lui veniva da questa famiglia qui. Sua madre si chiamava Giulia, il padre si chiamava Pietro, perlomeno sulla carta. La cosa è questa, però dobbiamo risalire un pochino indietro, dobbiamo partire dal nonno. Il nonno di Alessandro Manzoni si chiamava Cesare Beccaria. Era uno che va fatto studi legali, poi si era appassionato di filosofia e ad un certo punto aveva cominciato a scrivere dei libretti di carattere filosofico, satirico, polemico. Uno fra i più famosi è "Dei delitti e delle pene", che lui scrisse per protestare contro le pene troppo severe, contro la pena di morte. Scrisse perché era stato incitato da uno dei fratelli Verri, fondatori del "Caffè", una rivista letteraria abbastanza famosa all'epoca, il quale a un certo punto lo indusse anche a contrarre un matrimonio con tale Teresa Blasco. Ora, questa Teresa Blasco, forse non era l'unica cosa che i fratelli Verri gli suggerirono di fare, oltre a vedere pubblicato il libretto. Insomma, Teresa Blasco, per farvela breve, sposa Cesare Beccaria, poi muore di sifilide a 23 anni. Diciamo che le passioni di Teresa Blasco erano piuttosto numerose, dal momento che la sifilide è una malattia che si contrae per via venerea, quindi trasmissione sessuale. E dicono certe dicerie, ma noi non vogliamo avvalorare niente, si dice che appunto Teresa Blasco avesse qualcosa di più in comune con uno dei fratelli Verri. Ma non approfondiamo la questione, fermiamoci qua.
Fatto sta che Cesare Beccaria sposa Teresa Blasco, hanno una figlia, Giulia. Giulia Beccaria, la quale ad un certo punto contrae il suo matrimonio con un nobile milanese che si chiamava Pietro Manzoni. Pare subito che questo matrimonio non è che non s'ha da fa, come poi Alessandro farà dire al suo Don Abbondio. No, questo matrimonio si è fatto, però, insomma, era una una coppia, dice, molto male assortita. Infatti, le famose dicerie del tempo sostengono che in realtà Alessandro non fosse il figlio di Pietro, bensì di uno dei fratelli Verri, presumibilmente Giovanni, che era il fratello dell'amante di Teresa Blasco, cioè la nonna di Alessandro Manzoni. Capite? C'è un bel groviglio.
E quando nasce questo ragazzino, comunque, lui nasce in questa famiglia e comincia la sua vita, la sua infanzia, che non è un'infanzia molto accogliente dal punto di vista domestico. Insomma, i genitori se lo sbolognano presto. Prima lo danno alle balie, poi lo infilano dentro gli istituti, collegi, cosa che una volta si faceva perché i ragazzini non restavano proprio a casa a studiare con le proprie famiglie, ma tendenzialmente li mandavano nei collegi. Collegi, pochissimi se ne va. Entrati, se ne va dai frati Barnabiti, poi se ne va dai frati Somaschi. Insomma, lo sballo l'hanno un po' di qua, un po' di là, fino a quando, ad un certo punto, non riesce a venirne fuori. Ma voi pensate che lui esce fuori da questi vari collegi, nei quali era mandato soltanto nel 1801. E Alessandro Manzoni era nato nel 1785. Quindi, già a 16 anni, 16 anni, il primo componimento poetico che scrive è un poemetto che si intitola "Il Trionfo della Libertà", che si aveva sicuramente a che fare con tutte quelle storie di carattere rivoluzionario, quei profumi rivoluzionari che provenivano dalla Francia. Però, a me sa tanto del desiderio di un adolescente di volersene andare via da queste sbarre, preghiere, religione, che gli stavano un pochino strette.
Bene, fatto sta che se ne va, se ne va e torna a casa dal padre Pietro, e presunto padre Pietro. Va bene, non approfondiamo questa questione. Solo che il rapporto con il padre praticamente inesistente, perché capite che questo è nato in questa famiglia, lo hanno spedito nei collegi, se ne sono altamente fregati di lui per diverso tempo. Quindi non è il suo rapporto con il padre, il figlio, proprio affettuoso. Tutto sommato cercano in qualche maniera di andare avanti. Ma, ma ad un certo punto lui viene chiamato dalla madre. Perché? Perché Giulia, che, come vi dicevo, con il marito non ci andava tanto d'accordo, ad un certo punto ha deciso di separarsi e si è trasferita a Parigi. Si patrice, la culla dell'amore. E infatti, qua instaura una nuova relazione, una relazione non legittima, perché non contrae matrimonio, comincia a convivere, comincia a convivere con tale Carlo Imbonati. Guardate che roba! Restiamo nel 1800, e proprio all'inizio del 1800. Vedete che famiglia libertina, freschi freschi, facciamo quello che ci va, dove ti porta il cuore. Bene, quindi lei sta con questo Carlo Imbonati, che ad un certo punto esprime il desiderio di conoscere Alessandro, il figlio avuto dal matrimonio precedente, ma comunque pur sempre figlio di Giulia. Alessandro parte per la Francia, tra l'altro con un viaggio che viene finanziato dal padre, dal padre, diciamo, anagrafico, no? Pietro, che forse anche contento di sbolognarlo per l'ennesima volta. Purtroppo, però, Alessandro arriva a Parigi troppo tardi. Carlo Imbonati è morto qualche mese prima. E tuttavia, Alessandro nutre nei suoi confronti una specie di adorazione. Non capiamo perché, visto che non lo ha mai conosciuto. Però, comunque, gli fa simpatia e gli scrive un carnet, cioè gli scrive un poema, un po' erano esagerato, un poemetto con delle idee anche abbastanza edificanti. Insomma, si fa sentire il giovanotto e comincia così a stare lì a Parigi, incontra la madre.
Ora, qualche tempo prima, Alessandro aveva conosciuto un amico, aveva fatto amicizia con tale Vincenzo Monti, che probabilmente ricorderete, o forse avrete sentito dire, che era famosa in Italia perché avrebbe poi fatto una traduzione dell'Iliade in italiano. Bene, altro poeta. Manzoni diventerà un poeta, insomma, che si somiglia, si piglia. Questi due diventano amici e lui li manda delle lettere, manda delle lettere a Vincenzo Monti mentre si trova a Parigi, finalmente con la madre, e scrive testuali parole: "Che belle!" E leggo: "Io non vivo che per la mia Giulia". Cioè, la madre è diventata Giulia. "Io non vivo che per la mia Giulia". Ora, questo non ve lo posso dire in italiano, perché credetemi, è un'espressione intraducibile. Però, Freud, sciogli, stroup, cioè una situazione talmente ingarbugliata, capito? Che come si spiega questo? Era figlio di di Giulia e di Pietro, però in realtà Giulia probabilmente se la faceva con uno dei Verri. Poi Giulia lascia Pietro, Pietro con il figlio praticamente non si... Giulia se ne va a Parigi, sta con un altro che nel frattempo muore. Alessandro gli dedica un carnet. A questo punto, lui è già morto. E finalmente l'editore risolto, perché Alessandro può stare con la sua amata Giulia. E caspita, qualche problemino ce l'aveva anche, perché considerate che non siamo ancora arrivati nel vivo, nel vivo dei suoi problemi. Arriva fra poco.
Con la fa, Alessandro ad un certo punto se ne va, se ne va da Parigi e ritorna a Milano, perché? Perché è morto Pietro. A Carlo Imbonati gli ha dedicato un carnet, a Pietro nemmeno una citazione del Bacio Perugina, proprio niente. Ma il ritorno a Milano diventa per lui significativo, perché qui incontra la donna della sua vita, tale Enrichetta Blondel, figlia di un banchiere ginevrino, della quale si invaghisce, si innamora. Intrallazzano qualcosa, ha fatto sta che questi nel 1808 si sposano con rito calvinista, perché Enrichetta Blondel era protestante. In quel periodo, una serie di problemi cominciano ad acuirsi per il povero Alessandro. Già tutto il trascorso familiare, abbiamo visto che, insomma, un po' di psicoterapia gli avrebbe fatto bene. Poi questo matrimonio che, insomma, si avvicina al calvinismo, poi però comincia a sentire il richiamo della fede. Insomma, l'equilibrio di Manzoni è abbastanza alterato. Anzi, noi chiamiamo Manzoni che avevano dell'occhiale, perché così ce lo fa sentire un pochino più vicini.
Bene, l'opzione aveva una serie di problemi che non finiscono mai. Forse nei libri di letteratura non c'è scritto che il nostro stivale soffriva di attacchi di panico, crisi d'ansia, crisi nervose e arrivava addirittura ad avere le convulsioni. Non solo, era agorafobico. Sapete che vuol dire? Significa che aveva paura stare nei grandi spazi aperti, perciò non poteva uscire da solo. Quando usciva, si faceva accompagnare da qualcuno, da Enrichetta, da un figlio, insomma, aveva bisogno di compagnia. Non calpestava il suolo bagnato, perché non lo so, una specie di disturbo ossessivo compulsivo, qualcosa del genere. E per finire, perché poi ci vuole la ciliegina sulla torta, pare che alcuni rumori lo mandassero letteralmente in tilt, come, per esempio, il cinguettio degli uccelli. Come se la cosa non bastasse.
Ecco, per farci capire un po' quanto complessa fosse la situazione, razionale, ad un certo punto, vi dicevo, lui decide di convertirsi. Ma decide di convertirsi al cattolicesimo, perché questa volta sente proprio un richiamo spirituale interno che lo travolge talmente tanto che convince anche Enrichetta a convertirsi e si risposano tutti e due insieme, però stavolta con rito cattolico. Nonostante le sue turbe psichiche abbiano minacciato diversi campi del proprio operato, sicuramente non coinvolsero l'aspetto relativo al testosterone, perché il nostro ottimale ha messo incinta sua moglie e per ben 10 volte. Insomma, ha scodellato ben dieci figli. Le cose a casa non andavano poi troppo male, dieci figli. Vabbè, poi vedremo che cosa gli succede, non è che vada a finire a tutti bene. Però, in ogni caso, lui la famiglia numerosa se l'era costruita.
E in quegli anni, mentre la famiglia si costruisce, mentre lui ha paura ad uscire da solo, mentre gli attacchi d'ansia continuano, la letteratura diventa in qualche modo l'opportunità di riuscire a canalizzare tutta questa tensione, tutta questa foga, tutta questa agitazione. Viene inserita in un canale di sfogo che è appunto la letteratura. Comincia a scrivere, che cosa? Poesia, chiaramente, perché la poesia è la forma più alta di letteratura, e questo è quello che pensava lo Zio Vale. Quindi, comincia a scrivere soprattutto opere di carattere religioso, i famosi "Inni Sacri", come "La Pentecoste". E poi scrive le tragedie, che secondo me, nei libri di letteratura non sono tenute nella debita attenzione, perché in realtà le tragedie del Manzoni sono qualcosa di notevole. "Adelchi" e "Il Conte di Carmagnola". "Adelchi" è una tragedia ambientata all'epoca dei Longobardi, mentre "Il Conte di Carmagnola" è ambientata in un altro periodo. Il personaggio, un personaggio storico realmente vissuto, ma le tematiche che lui affronta sono pazzesche, perché parla proprio del rapporto tra la ragione di stato e gli interessi personali, la crisi di chi chi sta all'interno di un sistema vorrebbe rispettare le sue regole, ma poi anche dei principi morali personali da servire.
Non sono le uniche opere a cui si dedica. In particolare, poi arriva una fase che è clou, perché produce due opere che sono un po' qualcosa di clamoroso. Tutti avrete sentito questi versi almeno una volta: "Ei fu. Siccome immobile..." Si comincia così una poesia che si chiama "Il Cinque Maggio". È una poesia dedicata alla figura di Napoleone, una figura che era stata, insomma, particolarmente significativa, importante per l'epoca, una figura molto controversa, dove, insomma, intorno alla quale ruotavano una serie di idee. C'erano i bonapartisti, i filo-bonapartisti, ma c'erano anche coloro che lo volevano vedere detronizzato per sempre, non lo potevano vedere più. C'erano idee di cospirazione che dovevano essere allontanate il più possibile. Insomma, una questione abbastanza delicata. Tant'è vero che nella poesia Manzoni se ne esce con: "Fu vera gloria? Ai posteri l'ardua sentenza". E insomma, Napoleone è stato un grande personaggio, sì o no? Eh, beh, ai posteri l'ardua sentenza, lo stabiliranno i posteri, quelli che verranno dopo di noi, quelli che col passare del tempo potranno un po' metabolizzare quello che è accaduto, potranno capire che cosa è successo e dare un valore, un senso alla storia.
Ma in questo periodo, lui scrive anche un altro componimento che è molto importante, che si chiama "Marzo 1821". Perché in quel periodo stanno succedendo delle cose veramente terribili. Napoleone è caduto, ormai l'abbiamo capito. È stato inaugurato, è concluso il Congresso di Vienna, che era un congresso nel quale sono state rimesse un pochino in ordine, no, tutti i giochini dell'Europa. Napoleone aveva scompaginato tutto, aveva dato una regione a suo cugino, l'altra regione a suo cognato. Insomma, il clientelismo è paventato, non sono certamente nuovi per la nostra società. Era necessario per rimettere un pochino in ordine questa Europa che lui aveva distribuito come bomboniere di Natale ai suoi familiari. Fatto sta che a questo punto si organizza questo Congresso di Vienna. È Congresso di Vienna, e resiste, ma si l'Europa, però lascia tanto malcontento. C'era tanta gente che aveva difficoltà, che non sopportava soprattutto l'oppressione del nemico. Ma c'erano anche tanti problemi legati alla povertà. Ed è così che comincia a diffondersi questo malcontento sempre di più, fino a quando non cominciano a scoppiettare le prime insurrezioni. Nascono le società segrete, la Massoneria, soprattutto in Inghilterra. In Italia avevamo la Carboneria. Quindi si frequentavano queste associazioni, erano associazioni segrete di cospiratori, no, di sovversivi, che volevano mandare via il piede straniero che occupava la propria terra. Ecco, questa era l'atmosfera.
Ad un certo punto, cominciano a scoppiare i primi moti rivoluzionari. Primo scoppia in Spagna, in realtà scoppiano in Sud America, perché i discendenti degli spagnoli che si erano stabiliti in Sud America, i cosiddetti Creoli, volevano l'indipendenza dalla Spagna. E quindi, insomma, cosa fa scattare, cosa mi accende, nicia scotti a questa prima rivolta in Spagna. Con, scoppiano in Portogallo, cominciano a scoppiare anche in Italia. E il Lombardo-Veneto, che allora era sotto il dominio degli Austriaci, si voleva liberare di questi dominatori che proprio non se ne poteva più. Manzoni, il nostro nazionale, così come tante altre persone, pensava che finalmente il Lombardo-Veneto si sarebbe liberato dagli Austriaci. Pensava che l'esercito sabaudo, cioè i piemontesi che stavano lì vicino, sarebbero arrivati attraverso le, avrebbero attraversato il confine e ripreso il Lombardo-Veneto, così per riunire di nuovo l'Italia divisa e frammentata. Purtroppo non è stato così. Lui scrive questo, questo componimento proprio per esaltare la vicenda, ma poi rimane profondamente deluso, perché in realtà sappiamo che gli eventi non sono stati positivi, per lo meno non in quel momento.
A questo punto, un po' deluso dagli avvenimenti storici, profondamente provato dalla complicazione della sua situazione personale, lui decide di scrivere qualcosa di completamente diverso. Ora, pensatecelo, fino a questo momento cosa ha fatto? Ha scritto poesia, ha scritto delle tragedie, ha scritto in versi, dando anche un ruolo importante al coro, cioè il coro manzoniano nelle opere, nelle tragedie, qualcosa di stupendo. Si va bene, però il suo problema qual è? Secondo me, il problema dell'opzione è che lui si sente profondamente incompreso. Lui scrive in questo modo altisonante: "Ai posteri l'ardua sentenza". Si va bene, ma voi pensate che il contadino di Campobasso avrebbe compreso "Ai posteri l'ardua sentenza"? Dal Manzanarre al Reno, ma che sa che eccezionale! Vuole essere capito. Quelli della gente lo lega, vuole il pubblico, vuole il favore del pubblico, non quelle élite, quei quattro intellettuali che hanno studiato un pochino italiano colto e quindi riescono a decifrare la sua poesia. No, lui vuole arrivare alla gente, vuole trasmettere un messaggio e lo vuole fare con una lingua che possa essere compresa finalmente da tutti.
Bene, che cosa scrive allora? Non poesia, non tragedie, che sono dedicate proprio a una nicchia ristretta, ristretta. Pensa di scrivere un romanzo. Pensa di scrivere un romanzo e che tipo di romanzo? Un romanzo storico, perché semplice? Perché, ma scusate, l'opzione Pozzi Vale è molto arrabbiato con gli Austriaci, ma non può dire agli Austriaci letteralmente: "Io ce l'ho con voi e quindi vi attacco nel mio romanzo". E allora, siccome ha bisogno di collocare un nemico, di trovarsi un nemico e non può dire che il nemico sono gli Austriaci, perché sennò gli finisce male, decide di spostare il proprio romanzo più indietro nel tempo. Non è nel 1800 l'epoca in cui lui stabilendo, ma nel 1600, nel XVII secolo, periodo durante il quale la dominazione straniera c'era, ma non era Austriaca, era Spagnola. Così si è parato. Vabbè, avete capito. Fatto sta che comincia a scrivere questo romanzo. Inizia nel 1821 e termina nel 1823. Il romanzo si chiama "Fermo e Lucia". È un romanzo avventuroso, ambientato appunto nel XVII secolo, che ha per protagonisti due ragazzi che devono affrontare una serie di avversità prima di potersi finalmente ricongiungere, celebrare il loro tanto agognato matrimonio.
Quando scrive questa prima versione, forse anche parzialmente soddisfatto, ma magari i suoi primi lettori no. Enrichetta, penso che l'abbia guardato con gli occhi un po' storti, dicendogli: "Un terno? Cioè, Fermo? Chiudere il protagonista di un romanzo? Fermo? Ma ti sembra un nome? E Lucia? No, Gabriele, Laurent, Tagli. Cioè, diamogli un nome altisonante, diamogli un numero, per diamogli un nome, credo che un po' anche così evocativo. Fermo, ma tu pensi che un romanzo che ha per protagonista uno che si chiama Fermo possa avere mai successo? Cioè, cambia il nome". E effettivamente, lo zio le ascolta, Enrichetta, e riscrive. Comincia a scrivere, ricomincia a scrivere. E che viene fuori? "I Promessi Sposi". Fermo cambia il nome, si chiamerà Renzo, diminutivo di Lorenzo. L'edizione, cosiddetta, ventisettana.
Bene, la cosa poteva finire lì, eh no. È no, perché lo si vuole è un eterno insoddisfatto. L'opzione mira al pubblico, abbiamo detto prima, che voleva la gente. La gente lo vuole che la gente lo stato ascoltare. Come fa la gente ad ascoltarlo se non lo capisce? E allora, se lo legge, sto romanzo, se lo rilegge. La storia fila, bella avventura, gesto cattivo Don Rodrigo, è uscito bene, poi l'Innominato, non ne parliamo neanche. Sì, però, però, però, vi capisco solo io, perché? Perché questa lingua è troppo colta, è una lingua troppo letteraria. Ricordate sempre il famoso contadino di Campobasso, come caspita può mai leggerselo sto libro? E allora, allora un'illuminazione, un'idea. E così decide di fare un viaggio. Lui e famiglia, si riporta tutti, moglie, figli, se ne vanno tutti in Toscana per la famosa "risciacquatura in Arno". E quella fase in cui decide di prendere il romanzo che strutturalmente va bene, c'è la storia funziona, c'è, c'è tutto il completo, rivoluzione, c'è tutto quanto, però la lingua non va bene. E quindi bisogna riscriverlo, ma è come se facesse una traduzione. Cioè, lo scrive nel toscano colto, in particolare nel fiorentino, fiorentino chiaramente un pochino più ricercato dell'epoca, ma quella deve essere la lingua italiana. E si dedica con tantissima devozione, lo fa per tanti anni, fino a quando il testo non è pronto per essere pubblicato. Viene pubblicato nei primissimi anni '40, a partire dal 1840, infatti, l'edizione si chiama quarantana, ed è quella che conosciamo noi.
Purtroppo, però, nel frattempo, la situazione di vita di male, insomma, non è proprio messa bene, perché Enrichetta, sia andata insieme a lui, però si ammala. È malata da diversi anni e alla fine muore il giorno di Natale del 1833. L'anno dopo muore Giulia, una delle figlie di Alessandro, e lascia una figlioletta piccola. Fra l'altro, Alessandro ha avuto tutti quei suoi problemi a casa, vi ricordate, no? Invece di essere tollerante e aperto nei confronti della figlia, non l'aveva costretta a sposare Massimo d'Azeglio, che è un altro personaggio politico abbastanza importante in Italia. "Fare l'Italia, bisogna fare gli italiani". Ecco, però Giulia, sto matrimonio stava proprio stretto, evidentemente. Il nome, c'è proprio, non funziona questa cosa. E quindi niente, Giulia muore, lascia questa ragazzina. L'anno dopo muoiono prima una sorella, poi muore un'altra sorella, poi ne muore un altro ancora, fino agli anni '50. Ci continuiamo, restano sorelle. Fra l'altro, i fratelli maschi continuano a dare problemi a non finire, perché questi si indebitano e non fanno altro che entrare e uscire dal carcere. Insomma, alla fine, da Manzoni, da Alessandro, sopravvivranno soltanto due figli: Enrico e Vittoria. A tutti gli altri ce li siamo giocati.
Per cercare di sopperire un pochino a questa situazione familiare che è abbastanza drammatica, lui decide di risposarsi. Si risposa, però questo matrimonio, risposo una vedova, una donna, non è più assolutamente innamorato, cerca solo una figura familiare di mettere lì in casa a badare a questa disastrata famigliola. E nel frattempo, la sua vena poetica si inaridisce. Cioè, lui non riesce più a scrivere niente. Probabilmente quello che aveva con Enrichetta sarà anche un bel rapporto, era era un bel matrimonio, era una bella sensazione, era un bel connubio quello che avevano, perché comunque a lui manca molto Enrichetta. Scrive anche qualcosa cercando di di riflettere, di capire come spiegarsi il lutto, la sua scomparsa. Lui non la digerisce questa cosa di Enrichetta, è una cosa che lo fa soffrire moltissimo. Infatti, non riesce più a scrivere niente, diciamo, liricamente parlando. E non riesce più a fare questo. Scrive le altre cose, scrive, si vede, i testi diciamo un pochino più quadrati e diventa anche commissario parlamentare per la redazione di un modello di diffusione della lingua italiana, cioè come dovrebbe essere, come dovrebbe diffondersi la lingua italiana. Però lo Zio Vale non è più lo Zio Vale di un tempo. Ha pubblicato il suo capolavoro, ma non è più felice. E i suoi problemi si acuiscono, si acuiscono sempre di più. Gli ultimi anni della sua vita non saranno sicuramente facili.
Ora, arrivati a questo punto della storia, vorrete sapere come è morto, perché se voi siete come i miei studenti, lo volete sapere. Io non lo so, perché gli adolescenti, preadolescenti hanno questa curiosità morbosa per le cause della dipartita degli autori. Ci posso stare a raccontare meraviglie di letteratura, però quello che gli rimane sempre più impresso è la causa della morte. Cioè, loro ricordano perfettamente che Dostoevskij è morto per un disturbo polmonare, sanno anche precisamente di che tipo, però non ricordano che l'opera fondamentale "Delitto e Castigo" o "I Fratelli Karamazov". Vabbè, comunque, questo è irrilevante. Abbiamo, perciò, la causa della morte. 6 febbraio del 1873, lo Zio Vale sta andando a messa alla Chiesa di San Fedele a Milano, quando cade, scivola, inciampa, batte la testa, perde sangue e da quel momento la sua mente non è più particolarmente lucida. Tra l'altro, poco tempo dopo, suo figlio Pietro si ammala, si ammala e e poi, fra l'altro, le sue condizioni si aggravano e nella mente di devozione comincia a succedere un pandemonio, cioè non riesce più a capire se il figlio che sta male, se lui che sta male, se ci sono i Giacobini rivoluzionari che vogliono di nuovo attaccare la sua casa, come è stato in Francia nell'epoca del Terrore. Insomma, diciamo che è messo seriamente, seriamente a dura prova. E quindi, alla fine, quello stesso anno, a maggio, la sua vita finisce così, per le complicazioni poi successive a questa caduta.
Beh, la letteratura, la storia, gli ideali illuministici, ideali risorgimentali sono stati sicuramente un ottimo aggancio con la realtà. Sono stati quel bacino di sfogo, quella possibilità che lo Zio Vale ha portato avanti per tutta la sua vita per cercare di resistere alle angherie della vita e a quelle difficoltà enormi con le quali si doveva confrontare giorno per giorno. La letteratura per lui è stato un modo di esprimere se stesso, ma soprattutto di comunicare con gli altri. Voleva rendersi comprensibile e per questo ha dato origine alla storia del romanzo italiano. E poi, che dirci? Fu vera gloria ai posteri l'ardua sentenza. Ciao.