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Virgilio, Eneide. Libro VI. La discesa di Enea all'Averno

FilosofaMente - Prof. Piero Burzio39:35

Transcription

Abbiamo visto e detto più volte, e ancora lo diremo, che uno dei modelli del viaggio di Dante nell'oltretomba è Virgilio, l'Eneide, il libro Sesto. Quel libro in cui Virgilio descrive la discesa di Enea, la catabasis, eh, la discesa di Enea agli inferi pagani, all'Averno, alla ricerca del padre per ottenere informazioni, soprattutto auspici, una specie di oroscopo circa le imprese che Enea dovrà affrontare per conquistare il Lazio e per fondare Roma.

Ora, vale la pena soffermarsi un momento su questo libro Sesto, su questo grande modello di Dante, e vedere un po' questo viaggio, questo altro viaggio nell'oltretomba pagano da parte di Enea. Cominciamo subito, direi, in medias res, come avrebbe detto Virgilio, eh, dandovi la descrizione che Virgilio fa di Caronte, il Caronte Virgiliano, però non il Caronte dantesco. Perché anche qui abbiamo Caronte, il traghettatore delle anime, e anche qua abbiamo il fiume Acheronte, il fiume d'ingresso nel nell'inferno pagano.

Così scrive Virgilio nell'Eneide. Traggo la traduzione italiana da Enzio Cetrangolo, edizione Bompiani. "Occhiero e guardia del fiume è Caronte squallido, cui pende dal mento incolta barba canuta e ha lo sguardo in moto di fiamma. Ha sulle spalle legata una sordida veste, sospinge col palo egli stesso la barca e governa la vela e sul battello ferrigno i corpi trasporta, vecchio sì, ma di fiera e robusta vecchiezza."

Notiamo subito una descrizione decisamente pittoresca, al limite del grottesco, molto diversa dalla breve e imperiosa descrizione che invece ne fa Dante nel canto terzo. Questo è un Caronte, lasciatemelo dire, un po' fumettistico, a fronte del fronte di Dante, che invece ha una una postura superba, grandiosa, pur nella brevità della descrizione che ne fa Dante.

Cominciamo da qua. Anche in Virgilio abbiamo Caronte e abbiamo il fiume Acheronte. Come ci arriviamo? Come ci arriva Enea? Cominciamo la descrizione da qui. Dopo aver lasciato le coste dell'Africa, Cartagine, Didone, e dopo una serie di peregrinazioni, Enea sbarca finalmente sulle coste italiane, in particolare a Cuma, che si trova nei pressi di di Napoli. E qui a Cuma c'è il famoso antro della Sibilla.

Che cos'è la Sibilla? È una sacerdotessa, una profetessa, e un po' l'analogo di quello che nella cultura greca è l'oracolo di del del tempio di Apollo a Delfi. Quindi una figura religiosa importantissima, e la Sibilla, la Sibilla Cumana, è la sacerdotessa di Apollo. Nell'antro in cui vive, tra l'altro, lì vicino c'è precisamente il tempio di Apollo, costruito da Dedalo, istoriato con varie storie da Dedalo stesso, in particolare il labirinto di Creta, le vicende di Dedalo che fugge da Creta in volo insieme al figlio Icaro. Bene, l'antro della Sibilla Cumana è un antro oscuro, misterioso, incute paura, incute terrore, e presso la Sibilla si reca Enea per chiedere consiglio su come su come fare questo viaggio nell'oltretomba alla ricerca del padre Anchise, che è morto da poco.

Enea si è portato appresso, fuggendo da in quella drammatica notte in cui venne incendiata dagli dagli Achei, quindi fuggendo da con il padre sulle spalle, la famosa immagine del pius Eneas che fugge da con il padre sulle spalle, con il figlioletto Ascanio per mano, portando portandosi appresso gli dei della patria, i Penati. No? Ebbene, il padre ha seguito Enea in queste varie peregrinazioni, è morto, ehm, è morto prima del del della fine delle imprese di Enea, prima di arrivare in in Lazio, prima di della fondazione di Roma. È morto nei pressi di Trapani. Enea lo lisce sul monte Eric, che sarebbe Erice, dove tra l'altro c'è ancora la stele di Anchise. Ebbene, ritrovare il padre, l'ombra del padre, lo spirito del padre, per ottenere i pronostici di questa impresa ardua, al limite delle forze umane, del possibile, e cioè conquistare il Lazio e fondare Roma.

Quindi Enea si reca presso la Sibilla a chiedere consiglio. La Sibilla, che è anche una specie di medium, pratica l'arte mantica, cade in trans, cambia voce, si viene invasata dal dal Dio Apollo, e e proferisce, proferisce per Enea le parole, le parole che che dicono che cosa è necessario fare per questo viaggio nell'oltretomba, difficilissimo, pericolosissimo. E questa lunga preparazione, diciamo, rappresenta una sorta di iniziazione di Enea a questo viaggio.

La Sibilla gli dice che innanzitutto dovrà seppellire un suo compagno morto da poco, il trombettiere Miseno. Eh, e questa è una eziologia, perché lì vicino abbiamo Capo Miseno, che prende il nome precisamente da questo personaggio dell'Eneide. In secondo luogo, dovrà procurarsi un ramoscello d'oro da offrire al momento opportuno a Proserpina, che è la regina del mondo dei morti. Quindi si preparano i riti, i riti funebri per Miseno, con l'aiuto di Venere, Enea trova questo ramoscello d'oro. Poi nell'antro della Sibilla si compiono i sacrifici necessari per ingraziarsi il viaggio, il benvolere delle divinità, soprattutto le divinità inferi. E la mattina dopo si parte.

La mattina dopo si parte, non senza prima una serie di segni, di cataclismi. C'è un terremoto, un grande ululare di cani che annunciano l'arrivo di Ecate, l'altra grande divinità del mondo degli inferi, insieme a Proserpina. A questo punto, fatto tutto ciò che è necessario fare, ecco il rito di iniziazione. Enea e la Sibilla si incamminano ed entrano nell'oltretomba.

Da notare immediatamente che la Sibilla, in questo racconto Virgiliano del libro Sesto dell'Eneide, fa la funzione che fa Virgilio nella Divina Commedia, nell'Inferno, nel Purgatorio, e cioè l'accompagnatore, il maestro, l'aiuto di Dante. In questo caso, la Sibilla nei confronti di Enea. Il primo luogo incontrato da Enea e dalla Sibilla è una specie di vestibolo, di anti-inferno, o meglio, anti-inferi, popolato da mostri, ma mostri un po' particolari. Sono le incarnazioni, le personificazioni del pianto, dei rimorsi, la personificazione della vecchiaia, della morte, delle malattie, e poi ancora il sonno, la guerra, le discordie. Enea li prende per in carne ed ossa, sfodera la spada per per difendersi, ma la Sibilla lo rassicura, lo tranquillizza, dicendo che sono solo ombre, sono solo parvenze.

Passata questa prima scena, questo primo spazio dell'oltretomba, ecco arriviamo all'Acheronte, da cui abbiamo preso le mosse noi in questo video. Quindi l'Acheronte e Caronte, il traghettatore. Ora, Acheronte non è esattamente una divinità, né del mondo e della mitologia greche, né del mondo e della mitologia latine. Sembra piuttosto che sia proveniente dalla cultura etrusca. Caron significherebbe in etrusco precisamente il traghettatore, colui che trasporta. Anche qui, come in Dante, e del resto se questo è il modello di Dante, anche qui il il nostro Caronte, di cui abbiamo letto la descrizione che ne fa Virgilio, ha il suo da fare per organizzare il trasporto di questi spiriti che si accalcano sulla sulla proda. Sono gli spiriti dei defunti. Ce n'è di tutte, ce n'è per tutti i gusti, di tutte le risme, di tutte le fatture. Ci sono i vecchi, i giovani, uomini, donne, bambini. Insomma, ce n'è, ce n'è per tutti i gusti.

E e e qui, riprendendo la citazione di prima dal libro Sesto, Virgilio continua scrivendo: "Là, cioè presso la riva dell'Acheronte, tutta una turba correva disciolta alle sponde, madri e uomini e corpi spenti d'eroi generosi e fanciulle e vergini che non videro nozze e giovani bruciati su sul rogo davanti agli occhi dei padri." Una descrizione piuttosto, piuttosto forte, a tratti, a tratti anche, a tratti anche macabra. "Erano molti," continua Virgilio, "quante nei boschi al primo freddo d'autunno si staccano e cadono foglie, o quanti dal mare lontano vengono a terra e si adunanze oltre l'onda a lidi sereni." E e e qua ci viene in mente Il il il verso di Dante che segue immediatamente dopo la descrizione, la descrizione di Caronte.

Il quale Caronte, dicevo, ha il suo da fare perché? Perché Caronte deve individuare quelli che possono salire sulla barca e passare dall'altra parte dell'Acheronte, e quelli che invece non possono. Però, a differenza dell'universo dantesco, che è un universo cristiano, qui il discrimine tra chi può passare e chi non può passare è l'essere sepolti. Allora, gli spiriti il cui cadavere è stato sepolto, possono entrare nel regno di Dite, il regno dell'oltretomba. Coloro, quegli spiriti, invece, il cui cadavere è rimasto insepolto, devono attendere 100 anni, vagando sulla prima sponda dell'Acheronte, e e sperando che qualcuno li trovi e li seppellisca, e in questo modo possano possano traghettare dall'altra parte. Quindi l'importanza della inumazione dei cadaveri.

E in questo frangente c'è l'episodio di Leucaso e Oronte, che sono due compagni morti di Enea, e che Enea vede lì. Dice: "Non siete stati sepolti, insomma, non potete, non potete." Travolti dalla tempesta, ma soprattutto c'è l'episodio di Palinuro. Ecco, un'altra eziologia, perché lì vicino abbiamo Capo Palinuro. Palinuro era il timoniere della spedizione di Enea, che si era addormentato ed era caduto in mare, e Enea lo aveva creduto affogato. In realtà non era affogato, era naufragato sulla riva, sulla spiaggia, e lì un gruppo di abitanti lo lo lo avevano ucciso e lo avevano lasciato in sepolto. Ed ecco perché Palinuro vaga, come dicevamo prima, lo spirito di Palinuro vaga avendo il corpo insepolto. Ed è la Sibilla qui che interviene, rassicurando Palinuro, dicendogli che ben presto il suo corpo verrà trovato, verrà sepolto, e così potrà passare, potrà entrare nel regno dell'oltretomba.

Andando avanti nel racconto, qui c'è di nuovo Caronte che fa da protagonista e inveisce contro Enea, così come il Caronte dantesco inveisce contro contro Dante. Non lo vuol far passare, insomma, ma Enea esibisce il il ramoscello d'oro di cui di cui si è impossessato, e e Caronte lascia imbarcare Enea e la Sibilla, e passano dall'altra parte, sull'altra sponda.

Enea incontra Cerbero, il cane a tre teste, e anche questo lo troviamo nella Divina Commedia, nel canto sesto. Lo vedremo tra breve, ma lo anticipo già. Nel canto sesto dell'Inferno: "Fiera crudele e diversa, con tre gole caninamente latra sovra la gente che qui è sommersa." Un cane che sorda le orecchie, incute terrore, ma la Sibilla, che è già preparata a questo, gli getta una focaccia di di miele e farina soporifera. Questo Cerbero, che è un una un mostro elementare, divora immediatamente questa questa focaccia e e si addormenta. In questo modo Enea e la Sibilla possono passare, ed entrano ed entrano in un'altra zona.

Siamo nell'inferno, ma come in Dante, siamo nell'antinferno. Abbiamo varcato l'Acheronte, e ci troviamo in quale spazio, in quale zona? La prima scena successiva all'incontro con Cerbero è in qualche modo straziante. "Si udirono voci improvvise e un forte vagito. Piangevano anime esili, fanciulli sul limitare della dolce vita, privati che una sorte feroce strappò dal seno materno e in un tetro giorno travolse e chiuse a cerba morte nel suolo." Il famoso "Atr ides funere mista", "acerbo", che tra l'altro è anche il titolo di quella lirica del che il Carducci compose per la morte del figlioletto. "Dante funere mersit", "acerbo". È il luogo dove sono raccolti i bambini innocenti, morti di una morte prematura e innocente. E qui c'è Minosse che fa da giudice, il re di Creta, il leggendario e il mitologico re di Creta, che tra l'altro verrà ripreso in chiave demoniaca, però, da Dante. Anche da Dante, Minosse, che è il giudice delle pene infernali.

La seconda scena che si apre, questa è la prima, la seconda scena sono i Campi del Pianto, gli infiniti campi del pianto, dove sono raccolte le anime di coloro che sono morte per amore, i suicidi per amore. Ed è qui che Enea incontra Didone, la regina di Cartagine, che dopo il suo abbandono, dopo l'abbandono di Enea, che è salpato alla alla volta dell'Italia per compiere la sua missione, quindi abbandonando Didone, che si era perdutamente innamorata di lui, ebbene, dopo questo abbandono, Didone si suicida. E la troviamo qui. E quando si suicida, Enea non lo sa che si è suicidata, quindi immaginate la sorpresa di Enea nel trovare Didone in questo in questo luogo. "Allora sei morta? Non pensavo, non credevo, non potevo immaginare che il tuo destino potesse essere questo e che io potessi essere la causa di questo destino." Insomma, cerca di parlarle, cerca di anche di giustificarsi in qualche modo, no? Ma Didone non non gli parla, non lo degna neppure di uno sguardo. Anzi, si allontana da lui e si si si avvicina, torna ad avvicinarsi ad accompagnarsi all'ombra del suo primo marito, Sicheo, che si trova lì.

Infine, la terza scena di questo antinferno è quella che Virgilio chiama la scena degli ultimi, dove, cioè, sono raccolte le anime, gli spiriti dei grandi, dei grandi guerrieri. E qui Enea ne incontra uno, Deifobo, che dopo la morte di Paride era diventato il marito di Elena, ma che Elena, per ingraziarsi i Greci, aveva tradito, e che quindi era stato ucciso in maniera orribile, con mutilazioni. E Deifobo spiega a Enea perché lo trovi, lo trovi in questo stato.

Attraversati questi spazi, giungiamo agli inferi veri e propri. In realtà, giungiamo ad un bivio. E qui dobbiamo sottolineare la grande differenza di questi inferi virgiliani rispetto ai regni dell'oltretomba cristiani, e quindi anche di Dante. Perché qui abbiamo un bivio. Da una parte e dall'altra, questo bivio divide il regno dei morti nelle due grandi sezioni, e cioè coloro che vengono puniti da un lato, e coloro che vengono premiati dall'altro lato. E non c'è altra e ulteriore divisione. Non c'è, per esempio, il Purgatorio, perché il Purgatorio, come vedremo a suo tempo in un inserto, è un'invenzione medievale cristiana. Quindi non c'è quel luogo di passaggio, di temporanea espiazione dei peccati in attesa di entrare nel Paradiso. Non c'è. E poi la strutturazione dell'oltretomba fatta da Virgilio è molto, molto più semplice, più elementare, se vogliamo, rispetto all'articolazione che ne fa Dante. Dante costruisce un'architettura strepitosa, sia dell'Inferno, che del Purgatorio, che del Paradiso. Qui abbiamo soltanto una distinzione tra due grandi ambiti: le punizioni e i premi, e senza ulteriori preoccupazioni. Due ambiti che, tra l'altro, sembrano essere collocati sullo stesso piano, non nel senso assiologico, cioè di valore, è chiaro che le punizioni hanno un valore, i premi hanno un altro valore, ma direi topologicamente, cioè si trovano nello stesso spazio, e questo spazio sono gli inferi in generale, che quindi non hanno, non hanno queste distinzioni che invece avranno in Dante. L'Inferno è in basso, il Purgatorio è in mezzo, e il Paradiso è in alto. L'oltretomba dantesco è vettorializzato, ha una direzione. Gli inferi pagani, invece, no, non sono vettorializzati o del basso. Sono casomai topologizzati, cioè hanno una collocazione, topos, luogo, hanno una collocazione fisico-geografica, ma che li colloca sullo stesso piano, da una parte e dall'altra.

Ora, cosa incontriamo in questo bivio? Da un lato abbiamo una una città, una città fortificata, ehm, difesa da tre giri di mura, ed è la città di Dite, o quello che in Dante diventerà la città di Dite. Qui è la, questa città viene immaginata come circondata, oltre che dalle mura, da un fiume, un altro fiume, il Flegetonte. Sono tutti i fiumi che vedremo anche in nell'Inferno dantesco. E in questa città, o meglio, passate le mura di questa città, c'è il Tartaro, che è il regno di quei morti che devono essere puniti per una qualche colpa. Per esempio, qui sono puniti i Titani, sono puniti gli avari e i prodighi, sono puniti coloro che hanno tradito la fiducia degli altri o i patti stipulati, quindi i traditori. È il regno di Radamante, il grande signore di questa porzione degli Inferi. E a custodia di questa città, in maniera tale che nessuno possa passare se non chi deve passare, c'è la Furia Tisifone. Per questa via, per questa strada, la Sibilla dice ad Enea che non potrà passare in questa città, non potrà entrare.

Allora Enea passa oltre, vicino alla Reggia di Plutone, il grande signore dei morti, nonché il marito di Proserpina. Enea affigge il ramoscello d'oro, e i due passano oltre. E oltre vuol dire l'altra ramificazione del bivio, che conduce dove? Conduce al luogo dove sono premiati con beatitudini i buoni, i giusti, i pii, i saggi. Sono i Campi Elisi, di cui Virgilio scrive: "Giunsero ai luoghi sereni, al verde fiorente dei boschi fortunati, laddove i beati risiedono." È il paradiso pagano. "L'etere qui più disteso riveste i campi di luce purpurea, e quelli che ivi dimorano un proprio sole, proprie stelle conoscono."

Che cosa fanno questi beati nei Campi Elisi? Come sono immaginate le beatitudini pagane? Si continua a vivere come si viveva in vita, avendo secondo giustizia, secondo onestà, secondo bontà, traendo piacere da ciò che faceva piacere quando si era vivi. Quindi c'è qualcuno che pratica sport, qualcuno che si diverte insieme ad altri suoi amici, compagni, altri beati, a giocare ai giochi olimpici, la lotta, la corsa, altri che mangiano sdraiati sull'erba, e altri che ricordano le imprese guerresche, ma senza più la violenza e l'impeto della battaglia, della carneficina. Eh, insomma, è un uno spazio, i Campi Elisi, in cui in cui si gode in eterno, all'infinito. In realtà, no, adesso lo vediamo, non in eterno e non all'infinito, ma si gode di questa continuazione giusta, saggia della vita terrena. È un po' questa la beatitudine, è un po' questo il premio, cioè continuare a provar piacere, un piacere sano, ehm, quello che si era cominciato a costruire, a provare, a a vivere quando si era vivi. Una cosa colpisce il lettore, soprattutto il lettore moderno, che non è più abituato a queste cose. Tra queste beatitudini, forse una delle più importanti è la gentilezza d'animo, che si esprime nella poesia, e intendendo per poesia non solo la poesia, ma la musica, quindi le arti delle Muse. E infatti qua trovano luogo, e Virgilio ne tesse le lodi, i grandi poeti e profeti antichi delle Muse, che sono Museo e Orfeo. Anzi, è proprio Museo che indica a Enea e alla Sibilla la strada per giungere ad Anchise, che, non dimentichiamoci, è lo scopo di questo viaggio di Enea negli inferi.

E finalmente Enea giunge davanti all'ombra del padre Anchise. E l'incontro tra i due è un incontro estremamente commovente, dopo la sorpresa, no, da parte di Anchise, di vedersi arrivare suo figlio, e le le le parole di di Enea di riverenza, di pietà filiale, il pius Eneas verso il padre. Virgilio, Virgilio ci dice e scrive in riferimento a Enea: "Mentre parlava, un largo pianto rigava il suo viso. Per tre volte tentò di abbracciarlo e per tre volte dalle mani fuggiva l'immagine, come la levità dei venti, come i voli del sonno." Immagine che tornerà in Dante. Quindi per tre volte cerca di abbracciare il padre, ma per tre volte le mani tornano al petto vuote, perché è una immagine, è un'ombra, non è materia, non è corpo.

In questo contesto, Anchise ha la possibilità di spiegare a Enea che cosa succede di queste anime pie, buone. Siamo in prossimità del fiume Lete, un altro dei fiumi infernali. Il fiume Lete è il fiume dell'oblio, il fiume della dimenticanza. Ora, che cosa succede a queste anime dei Campi Elisi? Qui abbiamo una sicuramente una influenza della filosofia pitagorica e platonica circa la reincarnazione, la metempsicosi, la trasmigrazione delle anime, cioè lo spirito, la psyché, il principio di vita che è immortale, dovrà passare un certo numero di tempo all'interno di questi regni dell'oltretomba pagano, dovrà depurarsi da tutti i ricordi, eh, e le vicende della vita vissuta precedentemente. E una volta quindi, attraverso il fuoco, attraverso l'acqua, attraverso l'aria, quindi una volta compiuta questa opera di purificazione, sarà pronto per reincarnarsi in un'altra vita a venire, in un altro corpo, non prima, però, di essersi immerso nelle acque del fiume Lete, in maniera tale che l'oblio e la dimenticanza della vita precedente puliscano, purifichino in maniera completa ogni ombra di imperfezione e di peccato. A questo punto, queste anime si reincarnano e tornano a vivere sulla terra.

Ed è esattamente quello che sta facendo Anchise. Che cosa? Reincarnarsi? No, non lui. Sta passando in rassegna i vari eroi della storia romana, dalla sua fondazione, Albalonga, e poi il periodo monarchico, poi il periodo repubblicano di Roma. Sta passando in rassegna tutte queste anime che si stanno preparando, si stanno purificando per reincarnarsi. Quindi sta osservando la futura discendenza. Allora, perché questo gesto? Che cosa significa questa questa grande parata, no, di anime davanti ad Anchise, di cui in qualche modo Anchise è il il regista? Ma questo risponde agli scopi dell'Eneide di Virgilio, che sono scopi celebrativi ed encomiastici. Quindi, al di là del racconto di Virgilio, che ci racconta come Enea e la Sibilla sono scesi nel regno dell'oltretomba, eccetera eccetera, lo scopo politico e ideologico dell'Eneide è quello di celebrare la il nascente Impero nella figura di Cesare Augusto. E per fare questo, che cosa fa Virgilio? Fa vedere come la gloria imperiale di Roma sia il punto di arrivo di un lungo processo storico, che parte dalla distruzione di Troia, e quindi attraverso tutto il pellegrinaggio di Enea e dei suoi dall'Africa alla Campania, dalla Campania poi in Sicilia, la Campania, poi il Lazio, eccetera, conduce esattamente a Cesare Augusto. Quindi, per nobilitare, attraverso queste lunghe gesta eroiche di di di personaggi che combattono per la costruzione di Roma, per nobilitare il presente, cioè per nobilitare la figura dell'imperatore. Ecco perché Anchise qui nei Campi Elisi viene viene presentato, no, come colui il quale sta, come dire, predisponendo o sta gestendo, sta vegliando sul futuro, sulla futura grandezza, sui futuri personaggi di Roma.

E qui Enea riceve i pronostici della sua impresa, perché evidentemente tutta questa operazione qua, tutti questi eroi, in particolare ricordiamo la figura di Marcello, che è il nipote di Cesare Augusto, l'imperatore designato a succedere Cesare Augusto, ma che morirà giovinetto. Bene, tutta questa operazione ha senso, è possibile solo se Enea fonderà Roma. Quindi, in qualche modo, Anchise, pur senza dirglielo, sta facendo vedere a suo figlio che la sua impresa sarà coronata da successo, perché altrimenti questa operazione non avrebbe senso. Ma poi rinforza, dico, Anchise rinforza questo pronostico dicendogli: "Caro figlio, tu dovrai affrontare guerre dure, sanguinose, pericolose, quindi il tuo cammino è tutt'altro che facile, ma alla fine, alla fine raggiungerai l'obiettivo, e ehm il tuo scopo sarà raggiunto: fondare Roma." E questa impresa sarà poi suggellata dal matrimonio di Enea con Lavinia, la figlia del re Latino, ehm, in maniera tale da dare consistenza anche politica e diplomatica, diciamo così, alla alla nuova realtà che nasce da Enea, appunto, Roma.

E dopodiché, Enea e la Sibilla tornano nel mondo dei vivi, attraverso la porta dei sogni, tornano sulla superficie terrestre, diciamo così, e Enea fa i preparativi per per imbarcarsi alla volta di di Gaeta, e qui riprende il racconto dell'Eneide col col libro, col libro settimo, eccetera eccetera.

Ora, questo il modello Virgiliano di Dante. Abbiamo visto Caronte, l'Acheronte, Minosse, Cerbero, insomma, sono tanti e tanti gli spunti che tornano, e li abbiamo rilevati al passaggio nel canto terzo, ma in genere in tutta quanta, in tutta quanto l'Inferno della Divina Commedia. Che dire di questo inferno pagano? Beh, intanto non è un inferno. Non lo si può chiamare inferno, dando all'inferno la stessa accezione che diamo quando parliamo della Divina Commedia. Perché più che più più che inferno, qui dovremmo dire gli inferi, il mondo dell'oltretomba, il mondo di Dite, che in Virgilio significa il mondo dei morti, siano essi giusti o non giusti. Mentre in Dante Dite è sinonimo di Lucifero soltanto, quindi l'inferno. Quindi il mondo degli inferi.

Il mondo degli inferi, come vedete, è un mondo che in parte ha le stesse preoccupazioni o risponde alle stesse preoccupazioni dell'universo dantesco, e cioè il problema della giustizia, il problema della retribuzione dei giusti e della punizione dei colpevoli, degli ingiusti, dei reprobi. Manca chiaramente, in questi inferi pagani, ogni riferimento al Dio cristiano, per ovvie ragioni. Ma ci sono tante e tante divinità, il paganesimo della mitologia prima greca e poi latina. E già, perché non dobbiamo dimenticare che a sua volta il modello di Virgilio, libro Sesto, l'Averno, è il libro undicesimo dell'Odissea, quando Ulisse scende, scende agli Inferi. Quindi c'è una tradizione di viaggi nell'oltretomba all'interno del del paganesimo.

E con questo, care amiche e cari amici di FilosofiaM, abbiamo dato uno sguardo anche ad una un universo un po' diverso, da cui Dante sicuramente proviene. Ricordiamo che Virgilio nel Medioevo viene visto come una prefigurazione di Cristo, ed è molto più che un poeta, è un profeta. Non dimentichiamoci che Dante ha diversi modelli, non soltanto Virgilio, non soltanto il libro Sesto, per esempio, la Visio Pauli, la visione, l'Apocalisse di Paolo, di cui abbiamo parlato in un altro in un altro inserto. Bene, riprendiamo la lettura della Divina Commedia, accumulando poco per volta tutti questi tasselli che ci servono per creare o per ricreare quel fantastico universo che è la Divina Commedia.