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Alberto Angela - Gli acquedotti di Roma

Capitolivm10:57

Transcription

Come arriva oggi l'acqua a Roma? Roma ha sempre avuto uno stretto rapporto con l'acqua, anche nell'arte, nell'architettura, nell'urbanistica. E questo rapporto nasce tantissimo tempo fa, almeno all'epoca dei romani. In effetti, la civiltà romana era conosciuta anche come la civiltà dell'acqua, perché riusciva a far arrivare acqua in abbondanza nelle sue città, e Roma ne è un perfetto esempio. Se oggi è la più popolosa città d'Italia, allora era la più popolosa città del mondo. A Roma vivevano tra un milione e un milione e mezzo di persone, in vario modo, dalle eleganti Domus alle affollatissime insule, cioè dei caseggiati con appartamenti d'affitto, per arrivare poi alle case popolari di allora. E tutta questa gente, ogni giorno, doveva bere, lavarsi, usare i servizi igienici e utilizzare l'acqua in vari modi per il proprio, o per la vita quotidiana.

Eppure, Roma riusciva ad accontentare tutti. Come? Beh, con dei veri gioielli dell'ingegneria idraulica: gli acquedotti. Come questo magnifico, con le sue splendide arcate, e che vanno per chilometri nella campagna di Roma, lungo l'Appia. È il famoso acquedotto Claudio. Pensate che a quell'epoca ce n'erano 11 simili, tutto sommato a questo, che portavano a Roma ogni giorno un miliardo di litri d'acqua corrente. Un miliardo! Solo negli anni '70 siamo riusciti a fare meglio, ma essendoci allora assai meno abitanti, ogni Romano dell'antica Roma poteva disporre del doppio dell'acqua rispetto a oggi. Gli acquedotti portavano vita a Roma, erano delle vere e proprie arterie che tutti potevano vedere e ammirare. E ancora oggi è così. Nella città moderna si possono vedere i resti degli acquedotti, quasi fossero le ossa di un immenso scheletro preistorico. Come in questo caso. Questa che vedete è una porzione, sono i resti dell'acquedotto neroniano. C'è una diramazione che portava dell'acqua alla splendida Villa di Nerone, la Domus Aurea. E quindi qui passava l'acqua che alimentava le fontane, i triclini e persino i ninfei dell'imperatore.

Nei pressi di Villa Pamphilj, ecco l'acquedotto Traiano. Lo si può seguire a lungo sull'Aurelia antica, e così fanno ogni giorno migliaia di automobili. E ad un certo punto l'acquedotto scavalca addirittura l'Aurelia antica con il cosiddetto Arco di Tiradiavoli, che è stato restaurato dai Papi nel '600. Ma quanti si accorgono che in realtà questo è un antichissimo acquedotto romano? Pochi ci fanno caso, o alzano lo sguardo quando si trovano a Roma. Ma effettivamente, i resti degli acquedotti sono un po' ovunque nel centro di Roma. Come in questo caso. Quella che vedete è una porzione del famoso acquedotto di Nerone, quello che portava l'acqua alla sua splendida Domus Aurea. Nel corso nei secoli, nel Rinascimento, nel '700, l'800, eccetera, si sono addossate alle sue arcate tante costruzioni. E oggi questo acquedotto lo vedete svettare sopra i tetti, creando questi suggestivi quanto insoliti scenari urbani, nei quali più epoche si accavallano. Roma è bella anche per questo.

Ma dov'erano diretti tutti questi acquedotti? Beh, una volta arrivati a Roma, puntavano dritto alle parti più alte, come qui a Porta Maggiore, dove confluivano almeno sette grandi acquedotti, se non addirittura otto. Era davvero un punto strategico della distribuzione delle acque nella capitale. E se ne possono vedere ancora due di questi grandi acquedotti: l'acquedotto Claudio e l'Aniene Nuovo, che si sovrappongono, dando origine a questa immensa struttura alta addirittura 32 metri. Su un angolo si vede anche l'arrivo di altri tre acquedotti. E proprio da zone come queste, molto alte, l'acqua veniva distribuita nelle parti via via più basse della città, con un sistema a cascata di piccole centrali dell'acqua che smistano questo bene prezioso nei vari quartieri, nei vari rioni. L'acqua, a questo punto, seguiva tre vie. Una parte andava alle grandi terme, dove tutti i romani potevano andare a lavarsi. Un'altra parte andava alle fontane pubbliche. Questa era l'acqua che bevevano i romani, o che usavano in casa, in cucina o nelle botteghe. Non esisteva infatti l'acqua corrente. In genere c'era una fontana ogni 80 metri per evitare trasporti troppo gravosi. E infine, una terza parte dell'acqua contenuta nei serbatoi andava direttamente nei palazzi imperiali, ma soprattutto nelle case dei ricchi, dei patrizi, dei VIP dell'epoca. Sappiamo anche, però, che c'era chi rubava l'acqua allacciandosi abusivamente alle condotte, oppure usufruendo di tubi di derivazione più larghi del consentito.

Ma il ciclo dell'acqua nella Roma imperiale non si esauriva una volta arrivati alle terme o alle fontane pubbliche. Continuava anche dopo. Esistevano infatti delle condotte sotterranee che raccoglievano l'acqua ormai utilizzata e sporca dalle terme, dalle latrine, dalle cucine, eccetera, unendole a quella piovana che ripuliva le strade. Schema pratico. E poi convogliava il tutto in grandi collettori, come la famosa Cloaca Maxima, che finiva nel Tevere. Di tutti gli acquedotti romani, ce n'è uno che è ancora in funzione: è l'acquedotto Vergine, lungo 19 chilometri. Si è salvato perché è quasi tutto sotterraneo, perché il livellamento è stata perfetta, e anche per l'intonaco indistruttibile fatto di cocciopesto. Ma dove porta tutta la sua acqua? Ecco, dove sbuca: nella splendida Fontana della Barcaccia a Piazza di Spagna, poi in quella di Trevi, e infine alimenta la Fontana dei Quattro Fiumi a Piazza Navona, meraviglia del Bernini. Insomma, dietro a questi capolavori del '600 e '700, ce n'è un altro ancora più antico, che risale addirittura all'epoca romana. È davvero incredibile.

Ma oggi come arriva l'acqua nella capitale? Beh, la grande differenza rispetto alla Roma imperiale è che l'acqua arriva a casa di tutti gli abitanti, e non più solo alle fontane di quartiere. E questo significa che bisogna soddisfare una quantità enorme di persone: 3.300.000 tra Roma e 54 comuni di provincia. E chi gestisce l'approvvigionamento e la distribuzione dell'acqua a Roma? Come si sa, è la ACEA. E noi ci troviamo proprio dentro la sala operativa idrica della ACEA. Come vedete, è tutto computerizzato, automatizzato, c'è il cosiddetto telecontrollo. Quindi abbiamo sotto gli occhi, istante per istante, la situazione reale della fornitura dell'acqua alla capitale, a livello di flusso, pressione, serbatoi, eccetera. Quindi, dovesse esserci un imprevisto, la rottura di una condotta, si aziona una chiusura e si fa arrivare l'acqua da un'altra via per limitare al massimo la mancanza di acqua. Da questa mappa elettronica scopriamo così che l'acqua arriva principalmente da tre grandi acquedotti: l'acquedotto del Peschiera-Capore, diviso nei rami destro e sinistro, e le sue fonti si trovano a 90 chilometri da Roma, vicino a Rieti. Pensate che l'acqua impiega 24 ore per venire fino a Roma, e la si fa arrivare in parte grazie alla gravità, come al tempo dei romani, in parte in condotte in pressione per superare dei dislivelli. E poi c'è l'acquedotto dell'Acqua Marcia. Queste tre fonti di approvvigionamento forniscono il 95% circa dell'acqua che arriva a Roma, alle quali bisogna poi aggiungere fonti minori come il nuovo acquedotto Vergine, l'Appio Alessandrino, eccetera. E poi c'è una fonte di riserva: il lago di Bracciano, la cui acqua viene prelevata e resa potabile in casi di emergenza o durante i picchi estivi. Ma quanta acqua arriva ogni giorno a Roma? Beh, considerando le medie annuali, ogni giorno a Roma arrivano ben 1 miliardo e 300.000 litri d'acqua ogni giorno. E vengono distribuiti su una rete di condotte e tubi, che in totale coprono 6.300 chilometri. Quanti ne sono sufficienti per andare da Roma al Polo.

Abbiamo cambiato ambiente. Ora ci troviamo poco fuori Roma, Grotta Rossa, nei laboratori della ACEA, tra i più grandi d'Europa. E qui ogni giorno vengono condotte delle analisi per tenere sotto controllo la potabilità dell'acqua di Roma. Ma come si rende potabile l'acqua della capitale? Bisogna dire che Roma è una delle poche città al mondo che non hanno bisogno di trattare le proprie acque, perché queste acque sono già potabili alla partenza, quando sgorgano alla sorgente. Tuttavia, dal momento che l'acqua di Roma impiega più di un giorno per arrivare attraverso gli acquedotti, e poi dal momento che deve stazionare a lungo dentro i grandi serbatoi di raccolta, si preferisce aggiungere dell'ipoclorito di sodio. Questo per evitare eventuali inquinamenti batterici. Per quanto riguarda invece l'inquinamento da sostanze tossiche nocive, esistono altre strategie. Innanzitutto, si tengono sotto controllo in tempo reale parametri come la torbidità e la conducibilità dell'acqua, i cloro residui, eccetera. Ma è soprattutto qui, nei laboratori, che vengono condotte ogni giorno analisi chimiche, biologiche, tossicologiche sull'acqua in più punti della rete, dalle sorgenti ai serbatoi di distribuzione, fino alle fontanelle. Roma è stata chiamata in tanti modi in passato: la Città Eterna, Caput Mundi, ma anche Regina Aquarum, cioè letteralmente la regina delle acque. Lo era più di 2000 anni fa, e lo è ancora oggi, grazie, certo, a delle tecnologie moderne, ma grazie anche a questo straordinario accumulo nei secoli di capolavori dell'ingegneria idraulica.