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Marx - Alienazione e proletariato

Fabio Sandrecchi24:44

Transcription

Il pensiero marxista è celeberrimo anche per la sua interpretazione del ruolo storico nel proletariato e dovremmo capire quindi cosa intendiamo con proletariato. Ma prima di tutto, la filosofia di Marx, fin appunto dalla gioventù, si presenta come una critica del reale. Questo appunto avvicina Marx ai temi della sinistra hegeliana, ovvero coloro che utilizzavano l'irrazionale per criticare il reale, cercando appunto di intravedere dove la ragione in qualche modo avrebbe portato l'uomo. E quindi, in generale, la filosofia di Marx è una critica del reale e, nella prospettiva marxista, ogni filosofia dovrebbe essere una critica del reale.

I filosofi fino a ieri si sono, diceva Marx, limitati a descrivere il mondo; adesso devono cambiarlo. Ed è normale che proprio in questi anni avvenga la critica del reale ed emerga la sinistra hegeliana. Sostiene Marx: perché? Perché dopo le grandi concettualizzazioni sistematiche filosofiche emergono nuove strade del pensiero che mettono in discussione appunto ciò che in qualche modo si è strutturato. È successo con Epicuro, le scuole ellenistiche, dopo Aristotele e la stessa cosa sta succedendo appunto dalla morte di Hegel. Dopo il grande sistema monolitico che sembra porre fine a tutto, in realtà tutto viene rimesso in discussione e la critica del reale segue sempre appunto le grandi concettualizzazioni filosofiche della realtà. Ultima è stata quella di Hegel.

Ma, mi raccomando, sostiene Marx, che questa critica non può essere semplicemente una critica intellettuale, ma deve essere una critica politica dotata di forza. Appunto, la critica del reale non può soltanto mettere in discussione i suoi presupposti razionali per superarlo, ma deve materialmente contribuire al cambiamento. Deve in qualche modo questa critica filosofica modificare la realtà. E com'è possibile? E questo va al di là delle forze del singolo filosofo. E allora, appunto, la critica deve impadronirsi delle grandi masse, che diventeranno quindi masse rivoluzionarie, masse che avranno il compito storico di superare il reale, una nuova razionalità che diventerà a sua volta reale. Appunto, le masse, i popoli saranno la forza del cambiamento, anche se in realtà "popolo" è un'espressione che non collima bene con la prospettiva marxista. Saranno appunto le grandi masse a cambiare il reale e a realizzare la vera uguaglianza, quindi superando sia l'uguaglianza religiosa, sia l'uguaglianza che avevano in mente i rivoluzionari in Francia. Appunto, un nuovo mondo che le masse sono pronte a creare, perché i presupposti teorici ci sono già. Certo, la critica deve impadronirsi delle masse, diventare così una vera e propria forza che cambierà il reale, che creerà in terra. Ed è questo il percorso storico che Marx ha tracciato.

La vera uguaglianza non come l'uguaglianza religiosa che vedeva gli uomini diversi in terra perché qualcuno è servo e qualcun altro è re, ma poi tutti uguali una volta in paradiso, no, dopo la morte, e quindi illudendo gli uomini sul loro futuro per mantenere una disuguaglianza in terra. Superare anche la disuguaglianza, appunto, che si era creata a seguito della Rivoluzione francese, secondo la quale appunto tutti gli uomini sono uguali, sì, ma solamente di fronte alla legge. Non è un'uguaglianza sostanziale, perché pur uguale di fronte alla legge, i cittadini restano diversi nella loro disponibilità economica e quindi cittadini che hanno poco, cittadini che hanno moltissimo. La vera uguaglianza deve superare entrambe queste finte uguaglianze: quella di matrice religiosa cristiana, tra l'altro, e quella di matrice borghese, creando quindi un'uguaglianza sia formale sia sostanziale nelle sostanze da parte degli individui, m, tra gli individui, pardon.

Appunto, chi è che compirà questo cambiamento così profondo? Per Marx sarà appunto il proletariato, quindi quella classe di lavoratori che vivono solamente del loro salario, quindi sono gli operai. Nella prospettiva marxista, non sono i capitalisti che hanno la proprietà dei mezzi di produzione. M, quindi sono i proletari coloro che lavorano per il salario e non come il capitalista che ha il capitale e il possesso dei mezzi di produzione, cioè delle macchine che aiutano a produrre o della terra. Perché li chiamano? Un calco da un termine che rappresenta appunto nell'antica Roma. I proletari erano appunto l'ultima classe di censo nella divisione fiscale tra i romani, coloro che erano così poveri da non avere nessuna proprietà se non la prole. Ecco, in questo appunto Marx rivede gli operai contemporanei della sua epoca, coloro che appunto lavorano ma sono pagati così poco e così male da non avere proprietà, m, ma solamente, tra virgolette, la proprietà della loro prole, dei loro figli. Da qui appunto l'utilizzo del termine proletario. E sono le grandi masse, appunto, rispetto alla manciata di capitalisti di operai che troviamo nelle città. E poi il pensiero si aprirà anche a tutti gli operai agricoli, no, che lavorano in campagna, quindi non la proprietà contadina, ma i braccianti.

Perché il proletariato per Marx sarà il motore del cambiamento? Perché il proletariato è la classe universale che non ricerca semplicemente il proprio scopo, il proprio fine, ma essendo la classe universale, in realtà ricerca uno scopo che alla fine sarà comune. Non è la borghesia, che è una classe sociale fra le tante, che lotta per i suoi diritti, per esempio contro l'aristocrazia e i poveri contadini, lascia indietro, no. È l'ultima classe, sotto non ci sono altre classi, anche se a un certo punto Marx parlerà di lumpenproletariat, cioè di proletariato, m, quindi una classe ancora inferiore al proletariato. Però teoricamente il proletariato è la classe universale, perché questo proletariato non ha alcuna classe al di sotto e quando si libererà, avrà la sua emancipazione, cambierà la vita di tutte le classi, non avrà nessuno sotto da dominare, creerà la vera libertà e la vera uguaglianza. Perché al di sotto del proletariato, abbiamo detto, non c'è nessuno.

Ed è la filosofia che deve guidare il proletariato verso la sua rivoluzione, riconquistando quindi quella che è l'essenza dell'uomo. L'uomo nella società capitalista, l'operaio ha perso se stesso, perché il proletariato è ridotto a un'estensione della macchina. L'operaio ha perso quella sua umanità, con la sua creatività e appunto disperso, m, nella, nella, nella produzione, nel meccanismo di produzione, ha perso se stesso. Non riesce a realizzare l'uomo. Ed è proprio il proletariato rivoluzionario che invece riacquisterà l'umanità, farà fare appunto un altro passo avanti, conquisterà una nuova tappa dell'umanità. Ed è per questo che il proletariato per Marx è il vero erede della filosofia classica tedesca, di tutto quel pensiero filosofico e politico che ha avuto il suo culmine in Hegel, che vede appunto la storia come un percorso che si deve mano a mano realizzare, uno spirito che si realizza. Ma non è lo spirito disincarnato della storia a realizzarsi, ma sono appunto le classi operaie concrete.

Quindi, qual è il compito del proletariato? Lottare, lottare e rivoluzionare per riconquistare la sua umanità, liberando quindi tutti gli uomini, perché non ci sarà più nessuno da dominare sotto il proletariato. E appunto, il compito del proletariato è far fare l'ultimo passo all'umanità, rovesciare la società capitalista, dove ci sono appunto masse di operai, di proletari, il minimo che non hanno proprietà, è una manciata di capitalisti che invece hanno la proprietà dei mezzi di produzione, quindi controllano la produzione, il lavoro e anche il mercato del lavoro. Deve essere rovesciata questa società capitalista per liberare l'umanità, m, e riconquistare, m, da parte dell'operaio, la sua stessa umanità.

Una società capitalista che, a differenza di quello che pensava Smith con la sua mano invisibile, è ben lungi dall'essere armonica, distribuire veramente la ricchezza. Anzi, è una società capitalista che crea sempre di più delle differenze economiche, dove i capitalisti si arricchiscono. Nella società capitalista, quindi, si arricchisce e diventa globalmente più ricca, ma in realtà i lavoratori sono sempre più impoveriti, sempre più marginalizzati, sempre più sfruttati attraverso appunto il salario. E quindi un Marx che nei manoscritti, in modo particolare, vede i proletari, anche nell'Ideologia tedesca, come il, la classe che ha il compito storico di liberare l'umanità, superando quindi l'alienazione in cui si trova.

E che cos'è l'alienazione? È un concetto che troviamo già nella filosofia di Hegel e che era stato ripreso da un hegeliano di sinistra, ovvero Ludwig Feuerbach, che appunto, materialista, critico dello spiritualismo, tra virgolette, di Hegel, riprende proprio da Hegel il concetto di alienazione. Quindi, in che senso il proletariato è alienato? In vari modi. E compito, appunto, del proletariato è superare questa alienazione. E rimando appunto al diventare alto, il disperdersi in alto presente nella filosofia di Hegel, deve superare le alienazioni in una nuova sintesi per riprendersi appunto la sua dimensione, la sua umanità.

In realtà, il concetto di alienazione presente in Hegel e in Feuerbach dà molte aspirazioni a Marx, ma in realtà critica la prospettiva di entrambi. Da una parte, appunto, vede in Hegel dei meriti Marx, perché rispetto ai teorici come Smith, come Ricardo dell'economia classica, Hegel, pensiamo alla dialettica servo-padrone, è stato in grado di comprendere il ruolo storico del lavoro, ovvero come il lavoro nella storia non sia sempre tutto uguale, ma cambi, cambi in base alla situazione storica, che prima di tutto Marx vede come una situazione materiale, una situazione dovuta a rapporti di natura economica. E il problema di Hegel è proprio questo: invece di vedere una storia fatta da lavoratori che cambiano nel loro modo di lavorare sulla base del tempo, pensiamo alla differenza appunto fra il lavoro schiavile dell'antico Egitto, per esempio, e il lavoro operaio dell'Inghilterra della Germania contemporanea a Marx. Ecco, invece di vedere il lavoro in questo modo, Hegel ha avuto appunto il difetto, pensiamo ancora una volta alla dialettica servo-padrone, di ridurre il lavoro a una manifestazione dello spirito, quindi andando a trascurare tutti gli aspetti materiali del lavoro.

Mentre dall'altra parte, m, vedremo Feuerbach è stato colui che è riuscito a comprendere gli elementi materiali della dialettica e non spirituali. Quindi, nella prospettiva di Marx, occorre rovesciare la dialettica hegeliana che termina dello spirito, ma inizia sempre dalla coscienza dello spirito, rimettendola in piedi. Cosa significa? Ritornare agli elementi materiali, non spirituali, non di coscienza, come base appunto dell'evoluzione dell'umanità. Cosa significa? Che la coscienza, nella prospettiva di Marx, non è il primo dato, come era per esempio la coscienza in Hegel, no, che è il primo passo che troviamo, la prima figura all'interno della Fenomenologia dello spirito. Nella prospettiva marxista, prima di tutto l'uomo è il risultato dei suoi elementi materiali. La coscienza del singolo uomo dipende dalla situazione materiale in cui questo uomo è calato. E quindi la coscienza dell'uomo della società Marx contemporanea, riprendo questo esempio, sarà diversa dalla coscienza dello schiavo dell'antico Egitto, perché? Perché i rapporti economici di scambio, appunto, di merci, ai quali sono immersi, merci che, lo vedremo, serviranno a soddisfare dei bisogni, sono profondamente diversi. Per Marx, prima viene l'elemento materiale e poi solo un secondo momento l'elemento spirituale.

E in questo appunto pesca Marx dalla filosofia di Feuerbach, che è stato uno dei primi a voler ribaltare questa prospettiva hegeliana, per esempio nella sua concezione della divinità. M, che cos'è la divinità per Feuerbach? Non è altro che l'alienazione dell'uomo. Per Ludwig Feuerbach, che cos'è la divinità? M, è l'uomo che perde alcune sue caratteristiche, cedendo alla divinità. E quindi l'uomo si trova in grado, per esempio, di conoscere, l'uomo si trova in grado di agire moralmente, quindi di essere buono, l'uomo si trova in grado di agire in generale, quindi di potere, però trova in sé dei limiti, no? Tutti noi conosciamo i limiti al nostro sapere, il limite all'agire, il limite della nostra morale. E allora l'uomo inventa questa divinità che è come lui può sapere, può agire, una divinità che può in qualche modo essere la bontà perfetta. Dall'altra parte, l'uomo perde se stesso, perché tutte quelle caratteristiche, il potere, il sapere, che vedeva in sé, le cede, gli si aliena, quindi nella divinità. Un uomo che in qualche modo si è disperso nella divinità e dimentica la sua dimensione creativa, il suo potere, la sua capacità di sapere, contro, di fronte appunto a un Dio onnisciente, un Dio onnipotente.

Marx, in questa prospettiva, quindi, si trova a pescare dalla filosofia di Feuerbach. Feuerbach diceva che l'uomo deve in qualche modo recuperare se stesso. Dall'uomo materiale arriva la divinità spirituale, ma l'uomo deve superare questa relazione recuperando se stesso, andando alla sua creatività, recuperando la sua possibilità di conoscere, di agire, tutto quello che si era perduto nella divinità. L'uomo deve riconquistarlo, vedendo appunto in sé la capacità di creare, in sé la capacità di agire. E l'uomo che ha creato Dio, per Feuerbach, e non il contrario. Ecco, Marx riprende appunto questa traiettoria di Feuerbach, che tra l'altro, appunto, tratterà anche in modo molto interessante, eh, del ruolo del cibo, dell'elemento materiale nella costruzione dell'uomo e della sua coscienza.

Marx, appunto, riprenderà tutti quegli elementi materiali di Feuerbach, applicandoli alla sua critica della filosofia di Hegel. E quindi un Marx che parte dal materiale per determinare lo spirituale e non il contrario, come Feuerbach parte dall'uomo per comprendere Dio e non il contrario. E quindi, e questa è la critica che viene fatta a Hegel utilizzando Feuerbach, Marx vede nel lavoro non un qualcosa di spirituale, ma un qualcosa di naturale, nel senso che l'uomo per forza di cose è portato ad alienarsi nel lavoro. Il lavoro crea qualcosa, il lavoro parla del lavoratore, la creatura o la creazione. Pensiamo a un artigiano che produce una sedia: parla del creatore, del produttore. Quindi l'uomo, nella prospettiva di Marx, attraverso il suo lavoro, non può non alienarsi, non può in qualche modo perdersi in qualcos'altro, cioè nei frutti del suo lavoro, perché il lavoro serve a soddisfare i bisogni dell'uomo. È naturale il lavoro e quindi, contro la prospettiva hegeliana, non è un qualcosa di spirituale. Il lavoro va a soddisfare dei bisogni di natura puramente materiale.

Ma dall'altra parte, l'alienazione, intanto, cambia nelle sue modalità nella storia, perché appunto il lavoro ha una dimensione storica. Ma l'uomo, appunto, può superare l'alienazione, m, andare al di là appunto di questa dispersione nel lavoro e in questo modo recuperando la sua essenza. È quello che viene richiesto al proletariato in questo momento. Il proletariato, nel giovane Marx, si sta in qualche modo alienando nel suo lavoro e nella produzione, sta perdendo se stesso. Ma se stesso, appunto, deve recuperare. Da qui appunto i quattro modi dell'alienazione che vengono previsti nella filosofia di Marx.

Come sarà possibile superare le alienazioni? Semplicemente con l'abolizione della proprietà privata. E la proprietà privata che rende possibile l'alienazione, perché il frutto del lavoro dell'operaio viene sottratto all'operaio. Sto l'artigiano che, anzi, l'operaio che produce una sedia, si vede alla fine sottratto il suo prodotto e in questo modo non supererà mai l'alienazione, non si approprierà mai di ciò che è il frutto del suo lavoro, di ciò in cui l'operaio si è alienato. Di conseguenza, il frutto del lavoro dell'operaio viene sottratto dal capitalista. E soltanto abolendo la proprietà privata, e soprattutto la proprietà privata dei mezzi di produzione, che l'uomo in qualche modo potrà recuperare se stesso. Certo, non livellando l'uomo al passato, non creando quindi un comunismo rozzo che distrugge tutto ciò che è stato portato di positivo, per esempio, nella capacità di produrre dalla società capitalista, m, ma appunto recuperando se stesso, facendo tesoro di tutto il portato positivo del capitalismo, recuperando la sua essenza, come facendo proprio ciò che è stato alienato, il frutto del lavoro.

In Marx non c'è quindi il culto di un primitivismo, di un comunismo rozzo che riporta l'umanità ai suoi albori, ma un comunismo che si appropria delle modalità di produzione della società capitalista, ma non mettendo il lavoro a servizio del capitale, ma il lavoro a servizio dei lavoratori. E in questa prospettiva, eh, per Marx, il comunismo è lontanissimo dall'essere una semplice utopia. È un qualcosa che, data proprio la razionalità di questo percorso di uguaglianza, prima o poi nella storia si realizzerà. Non è una dottrina politica, un orizzonte, come in realtà vedranno il marxismo alcuni marxisti del Novecento. No, no, realizzazione di una società comunista che abbatte la proprietà privata dei mezzi di produzione e ridà all'operaio il frutto del suo lavoro, facendo appunto in modo che l'operaio recuperi se stesso. È un qualcosa che si realizza nella storia, m.

Quindi, nella prospettiva di Marx, l'alienazione si può superare ed esistono quattro tipi di alienazione. La prima è l'alienazione nei confronti appunto del prodotto, perché? Perché l'operaio in qualche modo perde il controllo del suo prodotto, che viene ceduto in cambio del salario al capitalista. Ma allo stesso modo, c'è un'alienazione nel lavoro, perché? Perché il lavoro che dovrebbe essere un lavoro creativo, un lavoro libero, eh, nella società capitalista, diventa un lavoro coatto, un lavoro sotto costrizione, ripetitivo, che perde quindi tutti i suoi caratteri di spontaneità e originalità che dovrebbero invece appartenere all'uomo, fanno proprio parte di lui e del suo modo di lavorare. In questo modo, ancora una volta, si separa da se stesso l'operaio. Con questo lavoro si aliena.

E così accade nei confronti della cosiddetta Gattungswesen, ovvero dell'essenza generica della sua stessa umanità. In qualche modo l'operaio, nella società capitalista, si perde rispetto appunto alla sua essenza, all'essenza dell'essere umano, che è un essere libero, creativo, un essere umano che appunto si perde nella sua stessa essenza all'interno delle dinamiche della produzione della società capitalista. E infine, quarto modo di alienazione, l'operaio si aliena nei confronti del capitalista. Cosa significa? Alienare appunto nell'altro, nel capitalista, il se stesso e il suo lavoro. Si cede in qualche modo a qualcun altro, si aliena a favore di qualcun altro. E sono questi quattro quindi i modi dell'alienazione: nei confronti del prodotto, del lavoro, della Gattungswesen, ovvero l'essenza generica, e infine nei confronti del capitalista, che in qualche modo potranno essere superati soltanto abbattendo la società capitalista e abbattendo quindi la proprietà dei mezzi di produzione, le macchine, la terra, la proprietà privata, distribuendola appunto a tutti, alla comunità, e quindi facendo appunto riappropriare l'operaio dei frutti del suo lavoro.

E quindi un percorso all'interno della storia, la realizzazione di questa società comunista, che non è la società comunista rozza che riporta l'uomo al passato, ma che raccoglie tutti i frutti e le innovazioni della società capitalista, al progresso tecnico, quindi che consente il massimo controllo sulla natura. Nella società industriale devono corrispondere, secondo Marx, adeguati rapporti sociali che permettono appunto di esplicarsi a questo progresso tecnico. Nella società capitalista è necessario avere tanti lavoratori che in qualche modo possono utilizzare le macchine. Ma l'assurdità che fa intravedere che prima o poi la rivoluzione ci sarà, è che la rivoluzione, non la produzione, pardon, non è nelle mani dei capitalisti, m, ma è nelle mani degli operai. Sono loro che controllano la produzione utilizzando le macchine e quindi è irrazionale che si cedano al capitalista, che cedano i frutti del loro lavoro, il loro lavoro al capitalista. Il giusto rapporto sociale della società industriale è una produzione controllata da chi lavora, quindi direttamente dagli operai. E appunto la necessità di abbattere la società capitalista per fondare una società basata sull'uguaglianza anche sostanziale, in cui ognuno è padrone del suo lavoro, è una società basata sulla libertà. Ed è questo possibile soltanto con la rivoluzione, che la rivoluzione violenta operata dalle masse, una rivoluzione che mette nelle mani dell'operaio il dominio sulla società intera, attraverso appunto un movimento della classe operaia che si ribella nei confronti della borghesia capitalista.