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Una cosa che è abbastanza importante, fondamentale per me, però che spesso secondo me non ci accorgiamo, e anche quando lo sappiamo ci dimentichiamo, eh, che la visione di mondo che noi abbiamo, ossia il paradigma nel quale viviamo, non è importante per la nostra vita, ma è determinante, di più di importante. Mh. E noi quello che ci dimentichiamo spesso in realtà è che noi viviamo all'interno di un nostro paradigma, noi viviamo all'interno di una nostra visione di mondo. Ehm, è uno dei cambi più profondi che possiamo fare, che va avere, che ha un impatto enorme sulla nostra vita, è proprio il cambio di visione di mondo. E questo è una cosa veramente molto profonda e abbastanza importante, però non è una cosa semplice, perché una cosa è capire delle cose nuove, è avere delle idee, concettualmente avere delle comprensioni. Un'altra cosa è cambiare la propria visione di mondo. Sono due cose diverse, no?
Nella maggioranza delle volte la nostra visione di mondo è una cosa della quale non sappiamo neanche che cosa sia. Perché noi crediamo che il mondo sia così come appare a noi e non siamo consapevoli che in realtà noi viviamo la realtà tramite il filtro di noi stessi. Nella nostra quotidianità, quando noi vediamo una persona facendo qualcosa, quando vediamo una situazione di qualunque genere, quando andiamo in un luogo, quando leggiamo un qualcosa, quanto siamo consapevoli noi che stiamo vedendo quella persona, leggendo quel testo, facendo tutto quello tramite il filtro di noi stessi? È molto difficile che siamo consapevoli di questo, no? Di solito quando noi vediamo qualcuno, qualcosa, leggiamo, ascoltiamo, eccetera, come lo viviamo? Come se quella fosse la realtà. Poi possiamo anche dire "Ok, c'ho il mio punto di vista". Che è ancora un'altra cosa. Il punto di vista che cosa vuol dire? Questa è la realtà che io percepisco, poi c'è una mia idea, però quello che io vedo è quello che è. Io non sto dicendo che quello che noi vediamo non esiste, però non esiste per noi, indipendentemente da noi stessi. Noi inevitabilmente percepiamo ogni cosa, ogni situazione, ogni luogo, ogni persona tramite il filtro di noi stessi. Non siamo capaci di fare diversamente. Ok?
Perciò questo filtro va a determinare il modo in cui percepiamo la realtà e su questo ci sono alcuni punti fondamentali che possono, come posso dire, ehm, cambiare la nostra esperienza di vita in quanto quello che viene chiamato avere una filosofia di vita o avere qual è la nostra visione di mondo. No, il fatto di avere una filosofia di vita non è un qualcosa che riguarda solamente il buddismo o meno, no? In tibetano si chiama jupta che rang, è quando noi abbiamo la certezza di qualcosa, quindi abbiamo una visione, un punto di vista, chiamiamo così, un'idea, e però abbiamo la totale certezza di quello e quindi viviamo la nostra realtà tramite quella certezza e possono essere tantissime, no? Per dire, ehm, dopo la morte c'è continuità o non c'è continuità? Se io vivo nella consapevolezza, o meglio nella certezza che c'è continuità dopo la morte, ho un certo modo di vivere, mi porterà certi tipi di azioni, mi porterà a vivere la vita in un certo modo. Se io invece vivo la vita nella certezza che la morte è la fine di tutto, che non c'è continuità dopo la morte della nostra propria identità, del nostro proprio continuo, non c'è nessuna continuità di quello, è un'altra certezza che uno può avere e che porta a vivere la vita in un altro modo. Ok?
Adesso, senza entrare nella discussione di quale sia giusto o quale sia sbagliato, il punto sta che a seconda del modo come noi vediamo certe cose cambia il nostro modo di vivere. Ok? Però prima di entrare a vedere qual è la visione di mondo che Buddha ci ha trasmesso alla base, che vengono chiamati quattro sigili, sono come quattro timbri, quattro sigili che dicono: se ci sono questi quattro sigili, quella è una visione, fa parte della filosofia buddista, fa parte della visione di mondo buddista, di Buddha; se non ci sono i quattro sigili non fa parte. Questo è un po' quello che vedremo un po', però prima di quello ancora è il fatto che noi viviamo la realtà tramite la nostra cultura, tramite la nostra educazione, tramite la visione di mondo che noi stessi ci siamo creati. Spesso non in un modo consapevole, però abbiamo la nostra visione di mondo, no? È l'esempio che abbiamo fatto ieri del rosa e dell'azzurro, no? Che è un esempio stupido per dire, banale, però quante sono le cose che noi prendiamo per scontato, che sono in un certo modo, ma che in realtà non è altro che un condizionamento che abbiamo ricevuto da qualcuno che in qualche momento ha deciso che così era? Ci sono diverse cose che sono cose, tantissime. E il punto non è entrare nel dibattito di qual è la visione che sia più coerente o no con la realtà eccetera eccetera, ma è alla fine dei conti quello che noi vogliamo, come abbiamo visto ieri, è star bene. Quindi, qual è la visione che mi porta a vivere meglio? Sia nel momento presente che nel futuro. Questo è importante, no?
Se noi andiamo a prendere i testi tradizionali antichi di filosofia buddista, prima di spiegare la filosofia buddista, i principi filosofici buddisti, si parte prima a vedere i principi filosofici non buddisti. Perché questo? Perché noi dobbiamo prima partire da dove siamo per poter cambiare. La difficoltà che io mi sono trovato è che la maggioranza di questi testi sono stati scritti più di 1000 anni fa, dove la cultura e la visione di mondo che c'era in India 1000 anni fa o in Tibet era un po' diversa da quella di oggi qui, no? E quindi quello che accade è che noi abbiamo una parte, questa nostra visione di mondo che è costruita su pilastri diversi oggi. E però quello che io vi invito a fare, lascio così come uno spunto di riflessione: io vi invito a osservare senza giudicare, perché non è detto che sia buono, che sia cattivo, però prima di tutto osservare quali sono i principi, quali sono i pilastri che sostengono la vostra propria visione di mondo, su che cosa è giusto, su che cosa è sbagliato, su che cosa è vero, su che cosa è falso. E secondo me nella nostra cultura in generale, generalizzando, poi ognuno di noi ha le varie sfumature in un modo o in un altro. C'è chi ha un ingrediente in più. È un po' come per dire fare la pasta asciutta. La pasta è la pasta, però alla fine il sugo ognuno può mettere il suo. Però c'è un qualcosa che è uguale per tutti, no? E per la maggioranza di noi abbiamo la base, come abbiamo visto ieri, delle religioni monoteistiche, della visione eh meccanicista di Newton, una visione materialista cosiddetta scientifica, abbiamo una visione capitalista. Questi tre punti hanno una forte influenza su di noi, no? Perché noi siamo o no influenzabili da quello che ascoltiamo, da quello che vediamo? Totalmente. Se non fossimo influenzabili la propaganda non funzionerebbe, non ci sarebbero neanche pubblicità, eccetera eccetera, no? E per quale ragione che se noi guardiamo nella storia chi ha voluto, chi tiene il potere, una delle cose principali che vuole tenere in mano è la comunicazione. Perché? Perché noi siamo influenzabili, per quanto cerchiamo di non esserlo, siamo influenzabili e perciò la nostra visione di mondo gradualmente si costruisce sulla base di quello che noi riceviamo. Però è importante per noi capire un pochettino dove siamo.
E la cosa più bella per me, che a me personalmente mi ha fatto un grande bene, è capire che io vivo all'interno del mio proprio paradigma, io vivo all'interno della mia propria visione di mondo e tu della tua, che possono essere simili, però, come viene detto, ciò che è simile per definizione di verso, e quindi ognuno di noi c'ha la nostra visione e quindi quando ci troviamo davanti a una persona che vive una situazione, la stessa situazione in un modo diverso, è giusto che sia così perché siamo diversi, abbiamo visioni diverse perché il pericolo è che noi non siamo consapevoli di vivere all'interno di un paradigma, di vivere all'interno della nostra propria visione di mondo e quindi crediamo che la mia visione di mondo sia la realtà. Quindi quando mi scontro con qualcuno che ha una visione diversa, lui è sbagliato a prescindere. Non so se è chiaro questo concetto. Quando non siamo consapevoli di vivere all'interno del nostro paradigma, noi crediamo che il nostro paradigma sia la realtà indipendentemente da noi e quindi chiunque abbia un paradigma diverso è totalmente sbagliato. Ok? Quindi questo è un punto importante, ehm, perché questo anche ci aiuta a sviluppare una certa umiltà dinanzi agli altri, che è fondamentale. Ok?
Però c'è un altro aspetto ancora più importante di capire che viviamo all'interno di un nostro paradigma, che se io vivo all'interno di un paradigma, se io vivo all'interno di una visione di mondo, vuol dire che la posso cambiare, vuol dire che esiste una realtà esterna senza ombra di dubbi, però la realtà esterna non esiste per me, indipendentemente dalla mia propria realtà interna, perché io sono incapace di percepire qualunque cosa, indipendentemente da me stesso. E quindi se io trasformo la mia visione del mondo, io trasformo il mondo nel quale io vivo. È qua che entra l'importanza di gradualmente riuscire a trasformare la visione di mondo che noi abbiamo. La difficoltà che io vedo con il buddismo è che posso dire l'obiettivo che Buddha ci trasmesse, l'obiettivo della pratica eccetera, è cambiare la nostra visione di mondo e cambiare il nostro paradigma e cambiare un paradigma richiede tempo, sforzo, non è una cosa che avviene da un giorno all'altro. Originalmente cominciamo concettualmente, ah è vero, eccetera, però per veramente cambiare il paradigma, per cambiare la visione di mondo, ci vuole il suo tempo. Ok? Per questo che in generale il sentiero si divide in queste tre parti che abbiamo anche detto ieri: comportamento, visione e meditazione. Il comportamento riguarda le azioni quotidiane che noi facciamo ed è importante che le nostre azioni quotidiane siano coerenti con la visione di quello che noi riteniamo che sia giusto o sbagliato, no? Ieri abbiamo parlato degli inizi del percorso del sentiero che è amare noi stessi, quindi il nostro comportamento, il modo in cui andiamo ad agire fisicamente, il modo in cui parliamo, i pensieri che abbiamo, quella già un po' più difficile, però viene di conseguenza, le scelte che noi prendiamo devono essere coerenti con i principi che noi abbiamo. Chiaro questo, no? Questo è importante perché poi è nelle azioni che noi costruiamo la nostra vita, non è nelle idee. Avere una visione importante perché la visione dà direzione alle nostre azioni. Però se le nostre azioni sono incoerenti con la nostra visione, quello che succede è che la strada che prendiamo, la direzione che noi prendiamo nella nostra vita è la direzione delle azioni e non quella delle idee, non quella dei concetti. Perciò ancora la visione direziona le azioni, però quando la visione rimane idealizzata e le azioni non corrispondono alla visione, la strada che noi perseguiamo è quella delle azioni, no? Per quanto io possa avere un buon cuore, per quanto io possa essere gentile, per quanto io possa essere una avere una buona motivazione, una buona intenzione verso gli altri, se le mie azioni non corrispondono a quell'intenzione, purtroppo la strada che vado a percorrere è quella delle azioni. E certe volte io vedo che succede che qualcuno può rimanere male, quasi come se fosse tradito dal mondo, perché concettualmente ha un'idea, ha dei sentimenti, però le azioni non corrispondono e che e vuole che il mondo segua le sue idee e non le sue azioni. Non so se è chiaro questo. È come per dire: io ti amo, però ogni giorno ti tratto con aggressività. Che cosa parla più forte? Le mie parole e le mie azioni o il mio sentimento nascosto? Azioni che ogni tanto cerco di manifestarlo, però non funziona. Parla molto più forte le azioni, le parole. È quello che parla. Per quanto che il sentimento possa essere vero, credo che tanti di noi abbiamo già avuto esperienze con qualcosa di simile, no? E spesso è anche più difficile perché quando noi abbiamo una manifestazione di amore, però che allo stesso tempo viene con un'azione incoerente con quell'amore è ancora più difficile in realtà, no? Che è spesso quello che magari succede quando c'è un padre e una madre che sono violenti, che vogliono comunque bene ai propri figli, lì si va a creare un altro conflitto che è ancora più difficile.
Perciò nella nostra vita il nostro karma, ossia le nostre azioni, il nostro karma è sono le azioni che accumuliamo durante la vita, non seguono l'intenzione. L'intenzione è ciò che dà la direzione, però alla fine ciò che va a determinare sono le nostre azioni, il nostro comportamento. Quindi il comportamento è la prima cosa che uno deve lavorarci su. Poi la cosa interessante è che anche se io non ho ancora la visione chiara, se segue un buon comportamento funziona. È chiaro che avere la visione è fondamentale, ma è per questa ragione che comunque se noi vediamo nella storia, no, ma io credo che questo sia venuto un po' in tutte le religioni, da quello che ho potuto osservare, quando una tradizione spirituale, una religione comunque che ha un percorso spirituale, un percorso interiore di sviluppo, di crescita, arriva a un numero molto grande di persone, dove arriva in un contesto nel quale non c'è la possibilità di una guida dettagliata, personale, profonda, eccetera eccetera, dove magari alcune persone non sono, non hanno la preparazione, la predisposizione e neanche la volontà di cambiare la visione. Che cosa succede in questi casi? Molto spesso vengono creati dei dogma nei quali viene detto: guarda che è così e tu devi fare questo. Quindi viene imposto un certo tipo di condotta, un certo tipo di comportamento, non perché non ci possa essere la comprensione eccetera eccetera, ma perché diventa troppo lungo, troppo complicato, eccetera eccetera. No, una volta parlavo con un prete a Milano, sono stato invitato a parlare nella sua parrocchia e dopo che lui mi ha chiesto di spiegare la visione buddista della preghiera è stato un bellissimo incontro e alla fine parlando con lui gli ho chiesto: guarda, dal mio punto di vista diversi dogma che esistono oggi all'interno della tradizione cristiana originalmente non erano dei dogma, però quello che succede è che a un certo punto non si riesce a spiegare a tutti, non si riesce a guidare tutti per fare tutto un percorso interiore di comprensione, per arrivare a un certo tipo di comportamento eccetera. Quindi dice: fai questo, senò ti succede quello. Punto. E si va a semplificare le cose e si va a spingere prima la parte della condotta, del comportamento. Mh. E in un certo modo funziona. È chiaro che l'ideale qual è? Cambiare la visione, sviluppare una certa comprensione e da quello andare a cambiare la propria condotta. Questa è la cosa ideale più importante, però comunque esiste anche il pericolo che noi arriviamo e rimaniamo solo sul livello concettuale, idealizzato di come le cose dovrebbero essere e non andiamo ad applicare nella condotta. Anche questo è molto pericoloso.
Perciò dobbiamo non solo, non parliamo di esseri buddisti, della pratica spirituale, stiamo parlando della nostra vita, perché non si può separare le due cose. Mi dispiace, però se qualcuno vuole seguire il buddismo, non è possibile essere buddisti per un paio di ore durante il giorno, il resto del tempo no; o qualche volta la settimana o ogni tanto vado al tempio e mi piace, sono buddista, il resto del tempo no, perché o io seguo un percorso di vita e quello è presente quando mi sto divertendo, quello è presente quando sono con la mia famiglia, quella è presente quando vado a dormire, quella è presente mentre sto lavorando ed è anche presente quando vado a meditare o vado al tempio, vado a ricevere insegnamenti, eccetera. Però è un qualcosa che è presente in ogni aspetto della nostra vita e così è per tutte le religioni in realtà, per qualunque percorso spirituale che noi andiamo a seguire. Quindi la nostra condotta è fondamentale. Perciò come parlo, come agisco fisicamente fino ad arrivare alla condotta mentale, che è un po' più difficile, però ci si può arrivare senza grossi problemi. Ok, quindi adesso andiamo più verso la visione perché il fuoco che volevo dare principalmente oggi è questo, però volevo solo ricordare che visione senza condotta è vuota perché ciò che veramente va a determinare il risultato delle nostre azioni alla fine dei conti è quello che facciamo. Quindi avere buone intenzioni e cattive azioni non funziona. Ok? Bene. Ok.
Come ho detto prima, vi invito a fare un po' di riflessione su qual è la visione di mondo che voi avete, che ognuno di noi ha. Non è una riflessione ovvia e neanche tanto facile di arrivare a una conclusione, sinceramente, perché non siamo neanche abituati a fare questo processo, a fare questo tipo di riflessione, però è interessante osservare quali sono le influenze che abbiamo avuto, qual è il nostro modo di vedere e una delle cose più belle per questo è quando noi andiamo in un contesto culturale totalmente diverso del nostro. Perché quando andiamo in un contesto culturale totalmente diverso del nostro, è lì dove vediamo quanto la nostra cultura ci influenza il nostro modo di vedere la realtà e di percepirla. Su che cosa è giusto, su che cosa è sbagliato, su che cosa è bello, su che cosa è brutto, eccetera eccetera. Ok? Quindi questo non voglio dire che non esiste il giusto e lo sbagliato, non voglio dire che esiste, non esista qualcosa che è buono e qualcosa che è cattivo. Non sto dicendo questo, però c'è tanto che non è altro che una visione che ognuno di noi ha che poi dipende dal contesto. Ok? Faccio un esempio. Questa è una visione mia personale, può essere giusta come può essere sbagliata. Ok? Nella cultura indiana, di conseguenza anche nella cultura tibetana, ma in tante parti della cultura asiatica, nel nostro corpo abbiamo la parte alta del corpo, la testa, la parte più bassa del corpo, i piedi. Quindi se una persona, una cosa, di non se noi vogliamo trattare qualcosa con rispetto lo mettiamo sulla testa. Se trattiamo qualcosa con disprezzo, lo mettiamo sotto ai piedi. Ok? Questo è un aspetto molto forte culturalmente. Per questo che cosa succede? Se noi prendiamo un'immagine sacra e andiamo a calpestare quell'immagine sacra? Quello è una cosa di una gran mancanza di rispetto. È una cosa fortissima che io credo che nella nostra cultura occidentale di un po' di tempo fa anche, però nei tempi d'oggi sinceramente il fatto che io passi sopra un'immagine sacra vuol dire che manco di rispetto per tanti di noi, no. Non è una cosa, non andiamo a collegare una cosa con l'altra. No, o il fatto che mi prendo l'immagine del Buddha, mi metto sulla tasca di dietro del pantalone, mi siedo sopra. Per tanti di noi è una cosa che non vuol dire una mancanza di rispetto, per un'altra cultura vuol dire una gran mancanza di rispetto. Però il problema qui non è dove l'immagine si trova e dove va, è se uno ha rispetto o non ha rispetto. Che ne so io, quando c'è stata la rivoluzione culturale nel monastero di Tashilompo c'era un'immagine sacra, un dipinto molto importante che, visto che c'era un periodo nel quale stavano distruggendo tutti gli oggetti religiosi eccetera eccetera, per salvarlo un lama per l'ha messo sotto il tappeto per terra, l'ha cucito dietro il tappeto e si calpestava tutti i giorni come atto di rispetto, per salvarla. Quindi anche qua è importante che noi ogni volta che c'è capire anche il contesto, capire qual è la motivazione, qual è l'intenzione, anche questo ha un'importanza nell'insieme del tutto. Non è che possiamo essere semplicemente no, fare questo è sbagliato, fare questo è giusto. Spesso dipende dal contesto, dipende dalla consapevolezza, dipende di chi e come. Però è importante vedere che cambiando cultura cambia il modo di vedere e di sperimentare le cose. Ok, adesso andiamo dal a vedere quella che è la visione buddista, la visione della filosofia buddista. Perché Buddha ci ha trasmesso una visione di mondo dove ci sono quattro punti principali che vengono chiamati quattro sigili, eh, che non è qualcosa che dobbiamo solo studiare, ma è qualcosa che se noi vogliamo seguire i passi che Buddha ci ha trasmesso come visione di mondo, ci sono questi quattro punti da fare. Ok? Sono abbastanza complessi, però allo stesso tempo possono essere abbastanza semplici, nel senso che sono profondi. Sono quattro punti che si possono spiegare in 20 minuti, come si possono passare 20 anni approfondendo. Ok? Quindi adesso, oggi faremo un'introduzione, andremo ad avere un primo approccio a capire questi quattro punti, però di ognuno di questi volendo aprire ce n'è tantissimo che viene fuori. Perciò vengono chiamati quattro sigili, tawakata chagashi, ok? Vengono chiamati sigilli dal punto di vista che è come: qualunque filosofia di vita sia che viene detta buddista, se non ha questi quattro sigili, non è una filosofia buddista. Perciò, dopo la morte di Buddha, i discepoli si sono riuniti e hanno avuto diversi incontri importanti, queste riunioni dei vari discepoli e quello che è accaduto è che hanno visto che Buddha aveva insegnato in modi diversi a persone diverse e luoghi diversi. Per esempio, i voti monastici, che sono molto precisi, sono stati insegnati in 18 modi diversi perché perché erano 18 luoghi diversi nel quale le necessità erano diverse. La base era la stessa, però ci sono alcuni voti che in un certo contesto esistevano e altri voti che in un altro contesto non esistevano. In certi posti Buddha ha trasmesso che i voti monastici dovevano essere presi a tempo indeterminato. In un altro lui ha detto che i voti potevano essere presi anche a tempo determinato, perché perché Buddha si adattava alla necessità delle persone e alle loro capacità. Perciò quando i discepoli sono riuniti hanno detto: però qual è la versione giusta? E il risultato è stato: tutte le versioni sono giuste perché ognuna di queste versioni si adatta alla mentalità di ognuno di noi e alle nostre necessità, però avevano bisogno di un qualcosa in...
Comune che accomuna tutte le tradizioni. Quindi, quando noi studiamo in modo più approfondito le varie scuole di pensiero buddista, ci sono questi quattro sigili che ciò che va in qualche modo a eh validare che quella è fa è una filosofia buddista, fa parte dell'insegnamento di Buddha, quindi ha bisogno di avere questi quattro punti perché sia una filosofia buddista, ok? Che sono io adesso ve li spiegherò in un modo semplificato, senza usare tutti i vari termini tradizionali, cose che magari vanno in questa fase magari più a complicare che ad aiutare. Poi quando uno deve approfondire hanno la loro ragione di esserci. Ok.
Primo punto, dice Tamcemitakba, tutti i fenomeni composti sono impermanenti. Che cosa vuol dire questo? Il primo punto parte dalla comprensione che il mondo nel quale noi viviamo è impermanente. Impermanente che cosa vuol dire? Non vuol dire che c'è oggi e domani non ci sarà, perché anche qua il concetto di impermanenza è un concetto che ogni tanto lo percepiamo in un modo diverso. Che qualcosa sia impermanente non vuol dire che c'è e poi dopo non ci sarà più. Essere impermanente vuol dire che sarà sempre in costante trasformazione. Permanente è ciò che non è in costante trasformazione. Ok? Questo è la differenza che c'è tra qualcosa che è permanente e impermanente. Esistono anche fenomeni permanenti, però adesso non entriamo in questo punto. In realtà esistono più fenomeni permanenti che impermanenti, però quello è tutto un altro discorso. Vi lascio adesso il dubbio, poi dopo semmai approfondiamo, ok? Però comunque tutto quello che noi vediamo, tocchiamo, sentiamo, tutto quello che noi percepiamo tramite i nostri sensi sono fenomeni impermanenti, che perciò il mondo in cui viviamo è impermanente, ossia è costantemente in trasformazione.
Che cosa vuol dire questo? Nella nostra visione di mondo presente oggi noi viviamo la realtà come essendo permanente o impermanente. Faccio un esempio. Eh, guardiamo questi fiori qualunque. Ok, li vediamo i fiori. Fra 5 minuti li rivediamo un'altra volta. Come appaiono a noi? Come essendo gli stessi fiori o come essendo dei fiori che hanno cambiato perché sono costantemente di trasformazione? Beh, gli stessi. Quindi quello che accade che cos'è? Nella nostra percezione naturale, anche se noi sappiamo che questi fiori sono in trasformazione concettualmente e anche se noi sappiamo che questi fiori prima o poi andranno ad assecarsi eccetera eccetera, nella nostra percezione diretta appaiono a noi come se fossero permanenti. Noi non riusciamo a percepire la sua costante trasformazione. Non so se è chiaro questo.
E quindi che cosa succede quando a un certo punto capiamo che qualcosa è cambiato? Possiamo rimanere male? Quante volte noi non andiamo a soffrire o non andiamo a entrare in conflitto perché la cosa non è più quello che secondo me doveva essere? È come se noi ogni momento, ogni volta che percepiamo qualcosa è come se facessimo una fotografia. Poi cosa succede? Passa del tempo, guardiamo la fotografia con l'oggetto e non combacia più, di chi è la colpa dell'oggetto? Entriamo in conflitto, soffriamo. Un esempio chiaro di questo. Facciamo fatica addirittura ad accettare la nostra propria impermanenza, del fatto che uno invecchi. Sembra assurdo che dopo 10 anni vedi, ma sei cambiato. Scusi, che altra possibilità c'è? Facciamo fatica addirittura ad accettare che un momento finisce. No, io ho visto diverse volte una situazione che a me mi sembrava assurda, veramente. È un po' il mio modo di essere. Ah, in famiglia, per esempio, si va in montagna a fare le vacanze con i nonni, che ne so io quel che sia, e uno magari lavora tutto l'anno, c'ha quel 15 giorni, un mese di vacanza, si è preparato, ha fatto tutto, eccetera, poi a un certo punto va a fare la vacanza, lì c'è una settimana in quel posto di vacanza, che bello, eccetera eccetera. Vabbè, il primo giorno che arriva a fare la vacanza è ancora lì, ancora preso dai problemi del lavoro prima eccetera. Il secondo, terzo giorno comincia un po' a rilassarsi. Quando arriva il quinto giorno, il settimo deve andar via. Quando arriva il quinto giorno comincia già ah, ma sta per finire, ma come sarà? Ma non va bene, ma questo non è giusto, io non mi sono riposato abbastanza. Io dovrei stare di più qua, ma che bello che qui, ma io invece non voglio tornare e questo e quell'altro. Poi arriva il sesto giorno, lasciamo stare. Il giorno prima di partire è quasi meglio non essere venuti certe volte, no? Perché c'è tutta quella cosa, ma no? Ma perché? Ma o senò c'è ansia di dover tornare quando in realtà uno è ancora lì. È come ok, non ci vedremo per un periodo molto lungo e ci vogliamo tanto bene, godiamoci fino all'ultimo secondo, no? Che bello che siamo insieme, non ci siamo ancora lasciati. Ah, ma domani ci dobbiamo lasciare e domani è domani. Adesso è oggi, no? Invece no, dobbiamo presto offrire che domani sarà diverso, eccetera eccetera, perché abbiamo la difficoltà di accettare che le cose finiscono, di accettare che le cose cambiano. Viviamo molto spesso la fine delle cose con una certa sofferenza, come se fosse qualcosa di male, così come viviamo la malattia e la morte. Perché è assurdo, dal mio punto di vista, il fatto che noi non riusciamo ad accettare, dico noi, mi includo, perché è una cosa profonda. Noi non riusciamo ad accettare una delle cose più naturali e normali che ci siano, che si manifesta in tutti gli aspetti della natura. Il giorno sorge, poi tramonta. La notte comincia, poi finisce. Il fiore, qualunque cosa che noi vediamo, tutto ciò che comincia prima o poi finisce. Finisce.
Però qua c'è un punto molto importante. Che cosa vuol dire finire? Trasformarsi. Non esiste assolutamente nulla che semplicemente finisce, no? C'è quella frase che dice nulla comincia, nulla finisce, tutto si trasforma. Perché anche l'inizio di qualcosa, che cos'è? La trasformazione di altre cose, per dire, quando nasce una persona non è che a un certo punto dal nulla buom il bambino che a un certo punto diventa grande dal nulla, no, è trasferimento di energia, di forze, di materia che si trasforma, una materia si trasforma in un'altra e tante altre cose. Comunque una costante trasformazione. Non esiste la fine, esiste solo il momento nel quale l'insieme delle parti non possono più sostenere un certo concetto, una certa immagine mentale. È quello che succede. Se io prendo questo bicchiere e lo rompo in mille pezzi, ok? Che cosa succede? Il bicchiere non c'è più. Perché? Perché l'insieme di quelle di quelle parti non possono più sostenere il concetto di bicchiere. Però il vetro continua, si trasforma in qualcos'altro e così è per ogni cosa. Tutto ciò che esiste è costantemente in trasformazione e quello che noi chiamiamo fine non è altro che quando l'insieme delle parti nella loro trasformazione non riescono più a sostenere il valore che noi stessi andiamo ad attribuire. Quello è quello che noi intendiamo come fine. È chiaro questo?
Perciò, che cosa vuol dire vivere la vita nella consapevolezza dell'impermanenza? Vuol dire valorizzare ogni momento, perché ogni momento è unico. Vuol dire capire che ogni cosa è in relazione fra di loro. Perché per quale ragione le cose cambiano? Perché le cose si trasformano? Perché interagiscono. Questa è la ragione perché c'è trasformazione. Nel momento nel quale c'è interazione, c'è trasformazione. Più forte l'interazione, più forte la trasformazione, più veloce la trasformazione. Quindi no, per me un esempio di questo è che se prendiamo una frutta e la teniamo fuori dal frigo c'ha più interazione e la mettiamo dentro il frigo ha meno interazione, quindi trasforma meno, meglio trasforma diversamente. Eh, ha interazione con altri fattori che va a creare un altro tipo di trasformazione, no? Perciò semplicemente il fatto è le cose si trasformano perché interagiscono. Le cose, noi facciamo parte delle cose anche, eh non è che noi non siamo impermanenti. I fenomeni si trasformano perché sono costantemente in interazione fra di loro. Questo che cosa vuol dire? Che ogni azione che io compio, ogni parola che dico, ogni scelta che faccio, addirittura ogni pensiero che ho, va ad interagire con il resto e quindi io faccio parte di questa trasformazione e non è che io subisco la trasformazione, io faccio parte della trasformazione. Non è che io vivo in una realtà impermanente, io sono impermanente insieme. Non è che io subisco l'impermanenza. Anch'io sono costantemente in trasformazione, però le mie azioni, le mie scelte, i miei pensieri, come abbiamo detto ieri del nostro libro arbitrio, dove abbiamo le scelte, questi hanno un'enorme influenza sulla trasformazione di tutto ciò con il quale io stesso vado ad interagire. Essere impermanente vuol dire essere interdipendente, vuol dire che ogni piccola azione ha un effetto enorme nell'insieme, no?
Due esempi è questo. Uno è un esempio classico che viene dato in Occidente, che io purtroppo i nomi, le date c'è una memoria terribile per certe cose e c'era uno scienziato, epoca peggio ancora per me, però credo che circa una quanto tempo? Non lo so, all'inizio dei primi computer. Ok. Comunque quello che succede è che questo qua era uno scienziato che faceva calcoli di probabilità e faceva i calcoli di probabilità per fare la previsione del tempo, perché la previsione del tempo si fa con calcoli di probabilità, si mettono insieme tutte le varianti possibili, si vede che cosa è successo in passato con quei tipi di varianti e si cerca di avere di avere un'idea di che cosa può succedere. Ok? Sono calcoli molto complessi. Quando sono stati sviluppati i primi computer, questo scienziato ha preso e ha fatto insieme, si mette insieme con l'ABI IBM e hanno preso un computer dove hanno fatto questi calcoli di probabilità usando 8 decimali dopo lo zero, quindi 0, con 8 decimali e ha fatto tutti i vari calcoli, ha avuto un certo risultato, gli ha avuto un'intuizione e ha detto "No, e se noi rifaccessimo i calcoli invece di 8 decimali usando 16?" Questo che cosa vuol dire? Che prima quando arrivava all'ottavo decimale andava ad arrotondare, invece invece di arrotondare all'ottavo va ad arrotondare al 16º. Però 0,00 è niente, è un nulla, da un certo punto di vista è riuscito all'epoca avere un computer che non hanno adattato i computer, sono riusciti a fare quello che invece aveva 16 decimali. Rifa i calcoli identici, inserendo gli stessi dati, ha avuto un risultato totalmente diverso. E da questo viene questa frase che lui diceva: "Il battere delle ale di una farfalla da una parte dell'oceano può creare un uragano nell'altra parte dell'oceano perché il 0,00001 lì può cambiare l'effetto del tutto quando va preso in considerazione". Quindi le piccole azioni hanno un effetto enorme nell'insieme.
Vi racconto una storia invece della vita della Maganchin che per me è un esempio classico di questo, di come le piccole cose hanno un effetto enorme nella vita. Anni 70, metà degli anni 70, più o meno la Maganci si era formato in India, eh, e a un certo punto lui ha voluto entrare in ritiro, quindi voleva fare un ritiro di meditazione per un anno e ha preparato la stanza dove fare il ritiro, tutto il posto dove uno sta seduto durante il ritiro. Aveva preparato tutto per fare il ritiro. È andato da uno dei suoi maestri che era il suo amico Gan Llappla e gli ha detto "Ah, Glai, volevo informarti perché erano amici tutto il resto che io entrerò in ritiro per un anno così così così". E Gan Laquala che era un uomo veramente di poche parole, però quando le diceva era abbastanza chiaro. E lui ha semplicemente detto alla Magci: "Se io fossi in te non sarei capace in questo ritiro di fare neanche 100 mantra". Neanche un mala di mantra. E lui disse perché ha detto perché con tutti i debiti che tu hai in giro la gente non viene da te per rispetto, però sapendo che sono tuo amico vengono da me a lamentarsi che hanno bisogno dei soldi. Ti metti a fare ritiro per un anno lasciando tutti i debiti in giro. Perché la Maganchin aveva tanti debiti? Perché lui andava dalle persone che per fare le cerimonie, le preghiere, le guarigioni, molto spesso era invitato da quelli che avevano qualcosina di più, erano tutti rifugiati e avevano pochissimi soldi. Andava da quelli, poi andava nelle altre famiglie che non avevano soldi e non avevano non potevano invitare un lama a venire perché di solito tradizionalmente deve offrirgli qualcosa che non era soldi necessariamente, è un tè, un un pranzo, un qualcosa, ma non avevano neanche questo tanti e lui comunque andava da loro e poi dopo parlando così veniva fuori, ah sai, non abbiamo i soldi per questo, ci manca quell'altro. Quindi lui andava, chiedeva in prestito da quelli che avevano un po' di più e gli regalava a quelli che avevano di meno. Una sorta di Robin Hood che invece di rubare faceva i prestiti, no? Però che cosa è successo? Dopo doveva pagare i debiti, però anche lui non è che aveva un'entrata da chissà dove, no? Quindi piano piano in qualche modo ce la faceva di mantenere un certo equilibrio, però è arrivato che aveva tanti debiti e quindi quando Genppal ha detto semplicemente a lui questa cosa, ha detto "Se io fossi in te io non potrei fare neanche un mala di mantra, neanche 100 mantra con tutti i debiti che hai." Gabbra disse che la Mag è che è rimasto così contento dal commentario che ha ricevuto. Comunque dopo è andato, non è entrato in ritiro. Aveva ricevuto un invito per andare al nord dell'India. Lui si trovava al sud, al nord dell'India, un invito dalla famiglia reale del Sikkim. Era un un regno prima dove c'era la madre del re che aveva problemi agli occhi e la Maganchin, come lama guaritore era specializzato nella guarigione degli occhi. È stato chiamato per guarire la madre del re. È andato lì. La suo obiettivo qual era? Vado lì, sto 3 mesi, faccio quello che devo fare, eccetera, ricevo delle offerte e con quei soldi ritorno, pago tutti i debiti, entro in ritiro. Questo era il suo obiettivo. Quando è arrivato lì ha guarito la madre del re. È stato così conosciuto di questo che dal mattino presto, prima dell'alba fino alla sera c'era gente fuori della camera sua facendo le file per chiedere cosa e i tre mesi sono diventati 3 anni. Durante questo periodo lui si trovava già al nord dell'India. È andato a fare il capodanno tibetano in Nepal, nella casa della di una famiglia di amici che da discepoli già da tantissimo tempo che era la famiglia di Zettenghi. In questa famiglia, in quell'occasione lì c'era un amico della famiglia che era un signore greco chiamato Jurgo. Questo signore greco, Jurgo che è già venuto a mancare aveva un centro in Grecia e ha invitato la Maganchin in Grecia. La Maganchin inizialmente ha detto "No, io non vado, ci sono già tanti lama in Occidente, io c'ho tanto da fare qui." Ha insistito, insistito, alla fine la Maganchin ha detto "Vado con una sola condizione, che ci siano persone malate che i vostri medici non possono non sanno più cosa fare, che io possa aiutare." Ha detto, "Non preoccuparti, venga pure." E in questo modo la Maganchin n'è andato in Grecia. Dopo due mesi la Maganchin era in Grecia e questo ha aperto la porta per l'occidente e oggi siamo qui. Quindi io mi chiedo cosa sarebbe successo se Genacqua non avesse detto nulla. Probabilmente la Maganchin sarebbe entrato in ritiro, quindi non sarebbe andato al Sikkim, non avrebbe mai incontrato Jurgo e noi non saremo oggi qui. Questo centro non esisterebbe. Io non sarei mai andato in India. Non farei la vita che faccio, starei lì che so a lavorare alla ditta del nono, che ne so io? No, a che fare che cosa? Quindi una parola detta nell'interdipendenza del tutto ha un effetto enorme.
Perciò non esiste nulla dal punto di vista delle nostre azioni. Non c'è nessuna parola, nessuna azione, nessuna scelta, nessun pensiero che finisca in se stesso. Tutto ciò che noi facciamo è costantemente a interagire con il resto. Però noi non riusciamo a sapere quali saranno i risultati perché non abbiamo la capacità di mettere tutti i punti insieme, no? E anche guardando al passato, noi non siamo capaci di questo. Però se noi se noi ci chiedessimo come mai siamo oggi qui, quante sono le cose che sono successe che se non fossero successe noi oggi non saremmo qui per ognuno di noi? Piccole cose, parole dette, parole ascoltate, pensieri avuti. Sono tante le cose che hanno determinato questo. Perciò vivere nella consapevolezza dell'impermanenza vuol dire anche vivere nella consapevolezza del potere e dell'importanza di ogni azione che noi abbiamo, di ogni esperienza, di ogni momento, perché la realtà si costruisce, per dire, l'anno si costruisce con i mesi che si costruiscono con le settimane, che si costruiscono con i giorni che si costruiscono con le ore, che si costruiscono con i minuti, con i secondi e così via. Se noi capiamo quella la relazione che c'è, vediamo l'importanza di ogni momento, di ogni secondo, di ogni istante. Quindi, quando noi vediamo che viviamo in questa interdipendenza, vediamo l'importanza di ogni azione e vediamo che non esiste nessuna azione invano. E quindi questo che cosa vuol dire? Vivere nella consapevolezza della legge del karma, dove le azioni che io compio avranno delle conseguenze che io sperimenterò e ciò che io sperimento è il risultato delle azioni che io stesso compiuto in passato che si vanno ovviamente a sommare con le condizioni del presente perché ci sono le mie azioni, le tue azioni, quelle degli altri. Che messi insieme creano comunque l'ambiente, le condizioni del momento presente. Noi interagiamo fra di noi anche, però io vivo il risultato delle mie azioni del passato che si vanno a sommare con le azioni degli altri del presente, ossia le condizioni del momento presente.
Quindi il fatto che il primo sigillo è che tutti i fenomeni composti, ossia ciò che dipende da cause, condizioni, fenomeni che interagiscono fra di loro, sono impermanenti, ha tante sfumature. Il primo aspetto è a livello più grossolano capire che le cose sono sempre in trasformazione e già questo, se noi riusciamo a avere questa consapevolezza cambia tanto. Per esempio, già l'attaccamento cambia. Perché se io vado a bere il bicchiere d'acqua, che mi piace tantissimo nella consapevolezza che è impermanente, me lo godo al massimo mentre c'ho, tanto fra un po' finisci. Anche la sensazione di piacere è impermanente, perciò me la godo al massico, al massimo mentre ho quella sensazione di piacere, perché fra un po' finisce e quando finisce, invece di rimanere male che non c'è più, rigioisco che c'è stato e vado a cercare di creare le cause perché si possa ripetere. Quando noi invece non siamo consapevoli dell'impermanenza, vogliamo che rimanga per sempre, rimaniamo male quando finisce. E un esempio della nostra ignoranza del vedere i fenomeni come se fossero permanenti, è una cosa che è un po' assurdo, però è così. Eh, quando abbiamo un momento di sofferenza, abbiamo paura che sia così per sempre. Quando c'è qualcosa che non va nella vita, quell'è uno dei commenti che spesso ascoltiamo, ma non posso mica vivere così per sempre. Come ho detto ieri, non ci preoccupiamo perché tanto così non rimane. Può migliorare o può peggiorare, così non rimane, no? Perciò rigioisco che potrebbe essere peggio e che comunque prima o poi le cose cambiano, non solo le cose, io guarda, ho vissuto in questa vita situazioni abbastanza pesanti, devo dire, non direttamente mie, ma nella quale mi sono stato coinvolto, ho visto delle cose non per niente semplici che sembrava che non ci fossero soluzioni e che nel tempo hanno manifestato altri aspetti, momenti cambiano, si trasformano, cose che sembravano bruttissime al momento portano dei risultati bellissimi nel tempo. No, se la Maganchin dovuto uscire dal Tibet, saremo oggi qui? Non credo. No, adesso non entro, non apro questa porta perché c'è troppo troppe cose dentro, però molto spesso nella vita ci sono delle cose che sono brutte, ma che nella loro interdipendenza, nel tempo, nell'interazione delle cose, portano dei risultati belli. Anche il contrario, eh, cose che inizialmente hanno un aspetto bello nel tempo portano risultati brutti. Perciò quello che accade è che noi non abbiamo la vera consapevolezza di come ogni azione, che tipo di risultato porterà breve, medio, lungo termine. Non abbiamo questa consapevolezza. Però una cosa sappiamo che quello che noi facciamo porta delle conseguenze. Questo è poco ma sicuro. Ok? Quindi vivere i fenomeni come se fossero permanenti, che è quello che noi spesso facciamo, ci porta a non accettare il cambiamento. Quando le cose cambiano, noi facciamo fatica ad accettare che ci sia quel cambiamento. Vogliamo che le cose rimangano come sono e alla fine soffriamo quando le cose cambiano. E quindi quello che stavo per dire prima, no? Che quello che noi facciamo spesso, questa attitudine che è un po' assurda, che poi dopo non l'ho detta, è l'attitudine di quando c'è una cosa brutta pensare che rimane per sempre e quando c'è una cosa bella aspettare che rimanga per sempre, no? Perché quando c'è una cosa che è bella, un momento piacevole, un qualcosa che è bello, qual è la nostra tendenza? Desiderare che quello continui per sempre e anche aspettarsi che quello continui per sempre. Però diciamoci la verità, anche se quella situazione, quell'oggetto rimanesse lì per sempre, noi continuiamo per sempre uguali o dopo cambiamo anche noi? Cambiamo anche noi. A un certo punto ci annoiamo, cambiamo di idea, vogliamo altre cose. Ieri cosa abbiamo visto? Visto che qual è la natura dei piaceri che anche se io prendo la stessa acqua e continuo a berla dopo di un po' mi porta la stessa sensazione di piacere? Non più perché anche le nostre sensazioni sono impermanenti, la nostra percezione è impermanente, ogni cosa. Perciò quando noi invece viviamo dicendo che ah questa è una cosa bella, dovrebbe rimanere così per sempre, cosa succede quando cambia? Dobbiamo incolpare qualcuno, rimaniamo male, andiamo a generare conflitto e quando c'è qualcosa bello che finisce soffriamo. E quando c'è qualcosa che dall'altra parte invece è una cosa brutta, abbiamo la paura che rimanga così per sempre. Perciò consapevolezza dell'impermanenza, le cose belle godiamoci al massimo perché fra un po' finiranno, o meglio, fra un po' si trasformeranno. E qua c'è un punto importante anche, per esempio, un rapporto con una persona, possa essere i nostri genitori, può...
Essere figli, può essere la coppia, può essere il maestro, può essere qualunque tipo di rapporto: amicizia, lavoro, qualunque tipo di rapporto che noi abbiamo. Un rapporto è un qualcosa di statico, un qualcosa di impermanente? Impermanente è impermanente, perciò è costantemente trasformazione. La chiave non è fare in modo che il rapporto rimanga sempre uguale. La chiave è vivere la trasformazione del rapporto in un’interdipendenza positiva, perché la trasformazione avviene come risultato dell’interazione. Se l’interazione rimane un’interazione positiva, i risultati sono positivi e quindi rimane un rapporto positivo, che non è uguale, identico. Se noi prendiamo un rapporto, anche se rimane un rapporto molto bello, nel suo percorso non è sempre identico. Ci sono diverse fasi, diversi momenti, diverse cose, però è possibile mantenere un rapporto a lungo termine.
Una delle chiavi per fare questo è non rimanere attaccati all’idea che deve essere sempre uguale, ma accettare che io cambio, tu cambi, l’altro cambia, le condizioni si trasformano e quindi noi dobbiamo adattarsi uno all’altro, però vivere positivamente le cose che vengono mano a mano che accadono e in questo modo sostenere uno l’altro e andare a, come si può dire, a a rafforzare l’amicizia, l’amore, quel che sia, dinanzi alle situazioni. Perciò l’impermanenza non è che necessariamente vuol dire la fine. L’impermanenza vuol dire la costante trasformazione, però noi ci dobbiamo trasformare insieme. Dobbiamo, possiamo anche direzionare la trasformazione, relazionarci con la trasformazione in un certo modo. È come nella nostra vita. Ogni età ha una sua funzione diversa. Ogni momento della vita ha una sua qualità diversa e dobbiamo saper accogliere quel momento e osarlo al meglio. Perciò tutti i fenomeni composti sono impermanenti.
Perciò il primo aspetto di vivere, secondo la visione di mondo che Buddha ci ha trasmesso, è vivere nella consapevolezza dell’impermanenza e quindi vivere nella consapevolezza di ogni azione, del potere di ogni azione. E quindi io non mi arrabbio perché mi è successo qualcosa, perché quello che vivo è il risultato di quello che io stesso ho fatto. Non me la prendo con te perché, comunque, se è successo qualcosa non è perché tu hai fatto, è perché c’è una una interdipendenza complessa che ha portato ad essere così. E non mi arrabbio neanche perché io non voglio poi vivere i risultati della rabbia, perché ho un’interazione negativa che vado a fare. Sono tanti livelli di vivere nella consapevolezza dell’impermanenza. Però la realtà qual è? Se io vi do un coltello in mano a qualcuno, ci tagliamo o no? A principio no. Perché? Perché non vogliamo farci del male, giusto? Ma se noi non sapessimo il risultato che una cosa fa, magari lo facciamo. Perché certe cose noi non ci facciamo? Perché sappiamo che ci sono dei risultati pesanti.
Per esempio, se noi avessimo la consapevolezza del male che fa arrabbiarsi e agire con aggressività, non ci arrabbieremo più. È molto peggio che mettere la mano sul fuoco, molto peggio. Però adesso non entriamo in dettagli su questo: perché metto la mano sul fuoco, semmai mi lasciano delle cicatrici e ci vuol tempo per guarire, eccetera eccetera. Però una cosa che poi dopo me la vedo io, un momento di rabbia, di odio, di aggressività, di violenza, lascia dei segni nei cuori degli altri, per guarire quello. Eh, certo. Se riesco, passano anni e quello porta tante altre conseguenze dopo che vanno molto al di là della mia capacità di gestione per un minuto, eh, per una parola detta nel momento sbagliato, nel modo sbagliato, per un sentimento di odio. Perciò essere consapevoli dell’impermanenza vuol dire anche essere consapevoli del potere che ogni nostra azione ha e quindi vivere con un profondo senso di autoresponsabilità. Ok?
C’è un altro aspetto ancora dell’impermanenza che viene chiamata l’impermanenza sottile, che vuol dire perché i fenomeni appaiono a noi come se fossero permanenti, no? E c’è un esempio che è quello che do sempre, però fino a oggi non ho trovato un altro più pratico. Ok, qua vediamo questo fazzoletto di carta. Riusciamo a vederlo bene? Sì. No, adesso possiamo immaginarlo. Sì. Il colore, la forma, la misura, eccetera. Riusciamo a immaginarlo? No. Sì. Ok. Un’altra volta. Lo guardiamo bene. C’abbiamo sempre la sua immagine, no? Adesso guardatelo bene. Mh, vediamo. È lo stesso fazzoletto? No. Sì. No, ci assomiglia. Sì, lo stesso. M vediamo. E adesso possiamo stare qua tutto il giorno, eh. Ok, è ancora lo stesso. Sì, sì. Ok. E adesso? No, no, è lo stesso o non è lo stesso? Se è lo stesso mi date la vostra macchina, ve la restituisco. Così è la stessa macchina. Quello che succede, che cos’è la domanda? E perché che prima era lo stesso? L’immagine mentale di quando vi ho fatto vedere il fazzoletto la prima volta c’è ancora o no? Riuscite a ricordare com’era prima? Sì. Quindi quell’immagine ce l’abbiamo ancora. Certo. Però abbiamo una nuova immagine o è la stessa? Una nuova immagine. Quindi adesso c’è stato un cambiamento? No. Certo. Sì.
Perché siamo riusciti a percepire un cambiamento adesso e prima non siamo riusciti a percepire cambiamenti? Perché l’immagine mentale che andiamo ad attribuire prima riusciva comunque ad essere sostenuta e adesso l’oggetto non riesce più a sostenere quell’immagine mentale lì e quindi percepiamo un cambiamento. È chiaro? Sì. Ossia, più dettagliata è l’immagine mentale, più riusciamo a percepire cambiamenti. Più grossolana è l’immagine mentale, meno riusciamo a percepire i cambiamenti. Una persona che conosciamo molto bene riusciamo a capire subito se è successo qualcosa perché la conosciamo nei dettagli. Una persona che non conosciamo bene, vediamo, sembra sempre lo stesso. Perché? Perché non la conosciamo nei dettagli. Abbiamo un’immagine mentale molto più grossolana. È un po’ come per dire se una persona che ha la consapevolezza di vedere il tempo, di osservare i dettagli della natura, l’odore, la temperatura, ci sono persone che hanno una mente molto dettagliata, con tante dettagli, si dice, no? Eh, e quindi io, persone che vedono le cose in un modo non stanno lì a guardare dettagli, altri che vedono i dettagli delle cose. Una persona che ha l’attitudine di vedere più i dettagli ha la tendenza maggiore di vedere i cambiamenti. Ok?
Perciò che cosa succede? Noi inevitabilmente ci relazioniamo con ogni cosa che vediamo, ascoltiamo e così via tramite un’immagine mentale. L’immagine mentale è permanente perché non è costantemente in trasformazione. Noi possiamo ancora accedere a quell’immagine mentale del fazzoletto o no? Sì, certo. Sì. Mentre il fazzoletto si trasforma a ogni secondo. L’immagine mentale no. Però che cosa succede? Noi ci relazioniamo col fazzoletto tramite quell’immagine mentale e non sappiamo fare diversamente. Quindi che cosa succede? Noi viviamo nell’illusione che l’immagine mentale sia l’oggetto e l’assurdità è che quando l’oggetto non corrisponde all’immagine mentale diamo la colpa all’oggetto. Questo è una cosa. Però adesso sul punto specifico dell’impermanenza noi riusciamo a percepire i cambiamenti solamente quando l’oggetto non riesce più a sostenere quell’immagine mentale lì. Ed è per questo che i fenomeni appaiono a noi come se fossero permanenti. E noi cosa facciamo? Crediamo. Questo viene chiamato una forma di ignoranza. L’ignoranza di vedere la realtà impermanente come se fosse permanente. Ok? Quindi, una cosa che vuol dire anche vivere nella consapevolezza dell’impermanenza? Vivere nella consapevolezza che noi ci relazioniamo con la realtà tramite le nostre immagini mentali.
Questo vuol dire anche essere consapevoli dell’impermanenza, che tutto è costantemente in trasformazione, però io non son capace di percepire sempre questa trasformazione, però è in trasformazione, non è perché io non percepisco che non si stia trasformando. E quindi fare la pratica costante, il più possibile, di aggiornamento dell’immagine mentale. Ok? Adesso, per finire questo primo punto, ripeto un punto che è importantissimo: nulla comincia e nulla finisce, tutto si trasforma. Il fazzoletto non è finito. Che cosa è successo? Si è trasformato. Si è trasformato a tal punto che quell’immagine mentale non può essere più sostenuta. Quindi il fazzoletto che io prima avevo in mano, così com’era, adesso non c’è più. C’è un altro fazzoletto, ma che in realtà è la continuazione di quello di prima. Ogni cosa è così. E se noi riusciamo a vedere questo, riusciamo a vedere che la trasformazione non è altro che una nuova opportunità, e che ogni piccola azione che andiamo a fare in mezzo va a determinare a lungo termine cose molto importanti nella nostra vita. Ok?
Un’ultima cosa ancora su questo. Quando noi generiamo questa consapevolezza dell’impermanenza, generiamo una sorta di fiducia nell’interdipendenza. Cosa vuol dire questo? Cerco di mettere in parole. Ehm, io faccio il mio meglio, però non ho la pretesa che le cose devono essere in un modo piuttosto che in un altro. Io accetto le cose come sono. Vivere nella consapevolezza dell’impermanenza porta un livello di accettazione maggiore. Accettare non vuol dire subire. Accettare vuol dire rispettare che viviamo in una complessa interdipendenza dove c’è sempre un’interazione fra tutti. E se una cosa è così, perché è così? Perché cause e condizioni si sono creati? Quali sono le cause? Quali sono le condizioni? Non lo so, però una cosa io so: che quelle che vado a fare adesso andranno a fare un cambiamento anche nel futuro. Quindi c’è una fiducia di base comunque perché le azioni che noi compiamo non sappiamo veramente dove vanno a finire, però c’è una coerenza fra le azioni e i loro risultati. Perciò, se io vivo in un certo modo, quei risultati ci saranno. Se io pianto un seme di arancio, non posso cogliere un limone. Esiste una coerenza. Perciò questo ci porta anche una certa umiltà di rispettare le cose, di adattarsi alle realtà senza perdere la nostra propria autostima e senza perdere la nostra, come posso dire, la forza, la fede che le cose vadano in un modo piuttosto che in un altro: la fede in noi stessi anche, perché perché ogni azione ha un suo potere nell’insieme. Noi non siamo impotenti dinanzi a qualunque realtà, però l’unico modo per fare i cambiamenti sia su di noi che sugli altri è interagendo con questa interazione graduale. Ok? Quindi anche la morte non è la fine, ma è solo una trasformazione e quindi dinanzi alla trasformazione dobbiamo curare ciò che continua. Ok?
Perciò, ripeto, tutti i fenomeni composti sono impermanenti. Se noi riusciamo ad avere dai quattro punti almeno il primo e riusciamo ad applicarlo, già cambia tanto nella vita, no? Certo. Quindi questo è il primo punto della visione di mondo che Buddha ci ha trasmesso: che tutti i fenomeni composti sono impermanenti. Solo per non lasciarvi nel dubbio, quali sono i fenomeni permanenti? Sono le immagini mentali. Le immagini mentali sono permanenti e per ogni fenomeno impermanente ci sono praticamente quasi infinite immagini mentali perché ognuno di noi va a generare la sua dinanzi a ogni cosa, per il fazzoletto di prima. L’immagine mentale è la stessa per ognuno di noi o è diversa? Diversa. Può essere simile, però è diversa. Quindi già per un oggetto che abbiamo qua, quante immagini mentali abbiamo? Tantissime. Ok? E l’immagine mentale è permanente, perché può anche un giorno non esserci più, però mentre c’è non è costantemente in trasformazione. Vengono chiamati concetti generalizzati e immagini mentali, che il modo più preciso per chiamare sono concetti generalizzati o significato generalizzato. Però adesso qua entriamo in altri aspetti della filosofia, però volevo solo non lasciarvi nel dubbio su questo. Ok? Bene, andiamo al secondo punto.
Perciò il primo punto: tutti i fenomeni composti sono impermanenti. Secondo: tutto ciò che è impuro è della natura di sofferenza. Tutto ciò che è impuro è della natura di sofferenza. Adesso qui dobbiamo capire che cosa vuol dire essere impuro prima di tutto. Ok? Qua vuol dire: essere impuro vuol dire tutto ciò che viene inquinato dalla ignoranza, dalla gelosia, dall’attaccamento, dalla paura, dalla rabbia, dall’odio, dal rancore. Ok? L’oggetto in se stesso non è né puro né impuro. Ok? Dipende: il modo in cui per me può essere puro, per l’altro può essere impuro o il viceversa. Dipende come noi andiamo a relazionarci. Che cosa vuol dire tutto ciò che è impuro è della natura di sofferenza? Che non è possibile, questo è molto connesso con quello che abbiamo visto ieri, che non è possibile vivere in uno stato di gioia, pace, equilibrio, felicità unicamente tramite condizioni esterne. La cosiddetta, che io lo chiamo così, l’utopia materialista nella quale noi viviamo spesso. Noi viviamo spesso in un’utopia materialista nella quale noi crediamo che sia possibile essere felici unicamente tramite condizioni materiali. È una gran fregatura, però spesso si crede in questo. Perciò, e anche qui è assurdo, però se noi vediamo i vari conflitti che avvengono anche a livello mondiale, le soluzioni si cercano nella mente delle persone o facendo delle cose materiali? Di solito nella mente delle persone, si va sempre sul materiale. Poi ovviamente dietro ci sono le persone che vanno a vedere l’aspetto psicologico di qua e di là, di come manipolare una cosa o un’altra, però in realtà alla fine si parla sempre di cercare delle soluzioni che vanno sul materiale, quando in realtà il problema dove si nasce? Nella mente degli esseri.
Quindi il punto del secondo sigillo è che non esiste una liberazione dalla sofferenza che sia esterna. Non è possibile liberarsi, raggiungere uno stato di liberazione, uno stato di, come si può dire, tarpa si chiama in tibetano, che è liberazione. Uno non può uscire dal ciclo di sofferenza tramite condizioni esterne. Perché ovunque io andrò, finché io avrò rabbia, gelosia, invidia, paura, attaccamento, insoddisfazione, egoismo, ignoranza, rabbia, rancore, io vivrò il mondo tramite quel filtro lì. È come per dire, vado in un posto dove c’è tante montagne innevate, però le vedo tutte gialle perché c’ho gli occhiali gialli. Cosa devo fare perché diventino bianche? Devo andare a cercare di pulire le montagne? No, cambiare i miei filtri. Devo togliere gli occhiali, cambiare le lenti, però è inutile che cerco di cambiare le montagne costantemente. Perciò quello che accade è che finché noi interiormente saremo presi dai nostri propri veleni mentali e dal nostro proprio karma, continueremo a vivere con sofferenza le cose. Non so se vi è mai capitato nella vostra vita. Chi c’ha qualche anno di più, magari ha più esperienza su questo, dipende poi dalla vita di ognuno, eh, di cambiare le situazioni, però alla fine di rivivere le stesse cose. Si cambia luogo, si cambia lavoro, si cambia compagno, compagna, marito, moglie, eccetera, quel che sia, però alla fine l’esperienza interna di quello che uno va a vivere si ripete ancora. Certo, è come cambio paesaggio, però gli occhiali sono sempre gli stessi e momentaneamente sembra diverso, però dopo ci ritroviamo da capo perché noi abbiamo ancora quella visione lì, noi abbiamo ancora quell’aspetto con il quale andiamo a inquinare la cosa. Perciò la soluzione non è nel cambiare il mondo, ma è nel cambiare il modo come noi ci relazioniamo con il mondo. Questo è un punto fondamentale ed è molto diverso dalla visione comune che esiste, o no? Perché nella visione comune è quella che noi abbiamo anche in un modo più naturale, possiamo dire così, la tendenza qual è? Quella di: Ah, guarda, sto vivendo male questa situazione, che cosa c’è dentro di me che devo cambiare o devo cambiare situazione? Devo cambiare situazione.
Poi ovviamente quello che accade è il seguente. Quando noi viviamo male una situazione, ehm, Shanti Deva faceva il seguente esempio nel Bodhisattvacaryāvatāra, questo importante testo. Diceva: “Se qualcuno va e con un bastone picchia il tuo braccio, fa male”. Ok, però perché fa male? Che cos’è che ha generato il dolore? Io uno direbbe: la colpa è del bastone o della persona che mi ha picchiato. Ok? Di chi è la colpa se noi dovessimo dire del dolore che è stato generato? Lui dice: “La colpa è di due, è del bastone che ha picchiato e del braccio che era lì. Se il braccio non era lì, il bastone da solo non fa il dolore”. Quindi quello che succede che cos’è? Questo è una metafora per dire: quando noi viviamo una situazione male c’è la situazione, però quella situazione fa riflettere la nostra rabbia, la nostra invidia, le nostre paure, la nostra solitudine e tante altre cose, il nostro proprio karma che si viene a maturare eccetera, con il quale viviamo male quella situazione. Dinanzi a quella stessa situazione, se noi non avessimo quegli stessi aspetti, non andrebbe a far venir fuori quelle stesse sensazioni, emozioni, eccetera. È un po’ come vedere un film in due momenti diversi della nostra vita. Credo che sia già capitato a tutti di vedere lo stesso film in due momenti diversi della vita che sembrano due film diversi. Cosa è cambiato? È venuto il regista e ha cambiato le scene? No, noi in quanto osservatore siamo diversi, quindi lo sperimentiamo in un modo diverso quella realtà. Perciò il secondo sigillo: tutti i fenomeni impuri sono della natura di sofferenza. Tutto ciò che è impuro è della natura di sofferenza. Vivere in questa consapevolezza cosa vuol dire? Non il dito sul mondo, ma essere consapevoli che io devo cambiare il mio modo di relazionarmi con il mondo se voglio cambiare qualcosa; essere consapevoli che quando io sento rancore, ho rabbia, ho paura, ho invidia, ho gelosia o soffro per qualcosa, in realtà quella condizione tramite la quale sto vivendo quella sensazione non è altro che una condizione che fa svegliare qualcosa che c’è dentro di me, che se quella cosa non ci fosse non lo vivrei in quel modo lì. Non so se è chiaro questo. Se io non ho rabbia, nulla mi fa arrabbiare.
E qua c’è un punto che secondo me è molto bello. Ehm, è un po’ difficile da mettere in parole così, però io lo dirò anche se un po’ faccio un po’ fatica a spiegarlo con molta chiarezza, credo. La mia esperienza mi fa vedere che quando noi veramente riusciamo a sviluppare il nostro carattere, la nostra persona, la nostra mente, diciamo, in un modo più profondo, ossia, ripeto, lo stato interiore della nostra mente a livello più profondo noi lo portiamo di vita in vita. Una persona che riesce a eliminare la propria rabbia, quando rinasce non ha rabbia, anche se cresce in un contesto dove la gente si arrabbia e questo, quell’altro, non ha rabbia. Una persona che invece nasce, che va a coltivare tanta rabbia dentro di sé, può rinascere nel contesto più bello, si arrabbierà facilmente. La rabbia, la gelosia, l’invidia, la paura, il rancore, tutti questi, l’attaccamento, l’indifferenza, ma anche l’amore, la generosità, l’umiltà, la saggezza e tante delle nostre qualità più profonde sono cose che si portano di vita in vita, di anno in anno della nostra vita. E la cosa interessante è che poi dopo ci sono come dei semi che rimangono lì e se manifestano certi tipi di situazioni possono svegliare o meno quei semi, però se non ci sono semi da svegliare non succede nulla. Perciò quello che accade è: nel momento nel quale noi viviamo nella consapevolezza che la sofferenza viene creata, tutto ciò che è impuro è della natura di sofferenza, io quello che devo cercare di fare che cos’è? Eliminare l’impurezza dal punto di vista di eliminare ciò che vado a inquinare le situazioni, no? E non cercare di cambiare il mondo intorno a me perché non risolve. E ogni qualvolta che ho una sensazione di sofferenza, di difficoltà, eccetera, quello è un riflesso che c’è qualcosa dentro di me che va cambiato. Però anche quando noi abbiamo questa consapevolezza, questo cambiamento interno è una cosa che richiede un percorso relativamente lungo, perciò dobbiamo anche rispettare i nostri limiti del momento. Quindi il percorso di trasformazione è fatto in tre fasi. Sono tre livelli nei quali possiamo affrontare i nostri veleni mentali. Quindi nel momento nel quale noi diciamo: tutto ciò che è impuro è della natura di sofferenza, la nostra sofferenza è causata dai nostri propri veleni mentali, dal nostro karma, come abbiamo visto ieri. Per cambiare questo ci sono tre fasi, tre metodi, anche se vogliamo chiamarli così, che nel buddismo vengono insegnati in tre contesti diversi. Il primo livello qual è? Parliamo della rabbia che è uno dei veleni mentali più chiari. Io capisco che non mi fa bene arrabbiare, però non riesco ancora a non arrabbiarmi, però io riconosco quanto mi fa male a me e agli altri. Quindi, qual è il primo livello? Allontanarmi dagli oggetti di rabbia. Per quanto io non dia la colpa all’altro, non riesco ancora a non arrabbiarmi davanti all’altro e ho bisogno di un po’ di spazio per poter poi dopo lavorare su qualcosa, per poter familiarizzarmi con un altro stato emozionale, perché la realtà qual è? Più mi arrabbio, più mi arrabbierò, perché ogni volta che reagisco con rabbia io non vado a fare altro che andare ancora di più a, come si dice, a rinforzare l’abitudine della rabbia. Meno reagisco con rabbia e più reagisco con pazienza, meno reagisco con aggressività, più vado a indebolire quell’abitudine e creare altre abitudini. Ok? Quindi ogni volta che ci arrabbiamo cosa stiamo facendo? Stiamo andando a rinforzare quell’abitudine mentale. Ok? Quindi in certi casi, quando siamo agli inizi, quando non riusciamo a non reagire con rabbia, anche se sappiamo che quella cosa non va fatta, il primo passo qual è? Allontanarci dall’oggetto. La stessa cosa, se io so che bere acqua mi fa male, però mi piace tanto e quando son davanti all’acqua non riesco a trattenermi. Qual è la prima cosa da fare? Evitare di essere davanti all’acqua, perché noi siamo deboli. Finché non raggiungiamo un certo stato di equilibrio, di forza, di stabilità, dobbiamo allontanarci dalle situazioni, dagli oggetti e così via, tramite i quali si manifestano quei veleni mentali che noi non vogliamo avere. Quindi il primo passo è quello di allontanarsi dall’oggetto di attaccamento, di invidia, di gelosia, di paura, di rabbia, eccetera eccetera. Però non basta, perché se questo viene fatto male è pericoloso, perché se io mi allontano non nella consapevolezza che è un percorso mio interiore che devo percorrere, che devo allontanare perché la colpa non è dell’altro, ma io non riesco a gestire ancora quella situazione… Se faccio in questo modo è una cosa, ma se io lo faccio incolpando l’oggetto, quindi io mi allontano da te perché tu mi fai star male, la colpa è tua, mi allontano, passa del tempo, poi un certo giorno mi trovo davanti, viene fuori tutto. Eh, questo può succedere; la stessa cosa con l’attaccamento: sto lontano dall’oggetto di…
Attacco per non sentire attaccamento. Il giorno che son vicino mi salto addosso. Ok? Però è importante per noi ricordare questo: che quando vediamo che abbiamo un'attitudine interiore che non va bene, che però non riusciamo a controllare dinanzi a certe situazioni, è meglio creare distanza da quelle situazioni piuttosto che continuare in quel tipo di reazione.
Il passo successivo è quello di riconoscere quanto quel tipo di attitudine ci faccia del male. Per esempio, riconoscere quanto la rabbia non sia un'attitudine corretta, quindi l'importanza di non reagire con aggressività, il male che la rabbia ci va a fare. Dobbiamo allenarci su questo, dobbiamo direzionarci in quel modo finché possiamo essere davanti all'oggetto di rabbia senza reagire con rabbia. Questo è un prossimo livello, però va fatto questo percorso, va seguito insieme.
Il terzo livello: quindi son davanti a un oggetto di attaccamento, mi piace, lo vorrei, però so che non mi fa bene, so che non è la cosa giusta, quindi riesco a controllarmi, riesco a non lasciarmi prendere dal desiderio, riesco a non lasciarmi prendere dalla rabbia e così via. Questo è il secondo livello. Quando noi riusciamo a far questo, a quel punto non dobbiamo allontanarci dalle situazioni, ma dobbiamo gradualmente imparare a viverle senza manifestare quell'emozione. Ok?
Adesso tutto questo ovviamente si può approfondire in molti più dettagli. Adesso stiamo vedendo un pochettino a livello più grossolano. Terzo livello di pratiche: capire che i nostri sentimenti come la rabbia, la gelosia, l'attaccamento – due molto chiari, la rabbia e l'attaccamento sono molto chiare – in realtà sono energia. La tristezza è energia, e imparare a direzionare nel modo giusto questa energia. Ok? Questo è un altro livello ancora più profondo, però io non posso direzionare bene l'energia che viene con la rabbia se io non riesco neanche a trattermi davanti all'oggetto di rabbia senza reagire in modo aggressivo. Io prima devo avere il controllo di me stesso, poi dopo posso imparare a prendere quel tipo di energia perché quanto grande è la forza della rabbia o dell'attaccamento o della tristezza, anche enorme. Quindi è energia. E cosa abbiamo visto anche ieri? Che l'energia non si crea, si trasforma, si riaziona, si trasferisce. Quindi quell'energia, quella forza che viene nella rabbia la posso trasferire. Questo è possibile da fare. Questo sarebbe il terzo livello. Ok?
Quindi quando noi diciamo "tutto ciò che è impuro della natura di sofferenza", vuol dire che vivere in questa consapevolezza vuol dire non incolpare il mondo, ma neanche incolpare noi stessi, perché noi siamo interdipendenti, siamo risultati di cause e condizioni che sono create, ma direzionare le nostre attitudini interne, avere un percorso interiore di crescita, di sviluppo delle nostre qualità, gradualmente eliminando e diminuendo la forza dei comportamenti interiori che ci fanno del male, perché vogliamo star bene. In altre parole, capire che la causa della sofferenza non è esterna, ma sì interna. Questo è il secondo sigillo. Chiaro? Ok.
Cerchiamo di immaginare un attimo che cosa vuol dire vivere nel paradigma del secondo sigillo. Uno che vive nel paradigma del secondo sigillo, ossia che vive nella consapevolezza che la sofferenza è creata dai nostri propri veleni mentali, dal nostro proprio karma e non dalle condizioni esterne. Che ragione ha per arrabbiarsi? Difficile, no? Non è che si arrabbia più facilmente, perché di solito quando ci arrabbiamo è perché "ah, perché tu mi hai fatto soffrire", perché questo, quell'altro; di solito chi si arrabbia è anche la vittima. Quando noi capiamo che in realtà non è così, non c'abbiamo più ragione per reagire in quel modo. Anche l'aggressività verso gli altri diminuisce, se non viene a svanire. Perciò vivere in questa consapevolezza ci toglie dalla posizione di vittima, ci porta in uno stato di autoresponsabilità.
Perché naturalmente quando io dico "tutto ciò che è impuro della natura di sofferenza", tutto ciò che è puro della natura di felicità e di benessere, uno naturalmente porta l'altro. Perciò più io ho uno stato interiore di pace, di amore, di equilibrio, meglio sto ovunque sto, ovunque vado. Questo: ci sono delle persone che stanno così bene con se stesse che ovunque li metti, stanno bene. Che non ti vedi: sei qua, vai lì. Io, questi giorni, no, una delle cose molto, un'esperienza molto bella che ho avuto quest'ultimo mese, questo maestro che è venuto da noi, Nimatulimp, che è venuto dal Tibet, è stato qui ad Albagnano per sei settimane circa a dare insegnamenti, iniziazioni tutti i giorni. Eh, approfitto per dire, da domani cominciano altri insegnamenti qui. Oggi questa sera ritornano tutti i monaci. Sarà una sessantina, settantina di monaci che ritornano qua e ci sono altri insegnamenti con un altro maestro molto anziano, Ges Rempoce, che inizia domani e durerà una quindicina di giorni, tutte le mattine. Sono tutti benvenuti, chi vuole. Comunque gli insegnamenti saranno in tibetano con traduzione simultanea in inglese e poi anche in italiano probabilmente. Comunque, e saranno insegnamenti sul Mahamudra, che in poche parole è meditare sulla natura ultima della mente, comunque un po' avanzato come insegnamento. Comunque, e questo è il caso, abbiamo organizzato questo principalmente per questi monaci che sono venuti dall'India, dal Nepal, dalla Mongolia, da tante altre parti, ok? Dal Tibet.
Comunque, durante queste settimane che ero insieme con questo maestro, Matulco, ho visto una cosa molto bella perché ho avuto opportunità di anche viaggiare con lui, essere in altre situazioni, no? Aeroporti strapieni, aerei, mega ritardi e cose di questo genere anche, no? E lo vedevi, non importava in quale situazione si trovasse, sempre uguale, lo stesso sorriso era sempre lì, la stessa presenza, la stessa stabilità, no? Che fosse qua nel trono a dare gli insegnamenti, che fosse a casa sua a leggere, che fosse nell'aeroporto eh senza mangiare, non importa la situazione dov'ero, davanti alla Torre Eiffel, non importa, no? Tu ritrovi sempre quella stessa stabilità, quello stesso senso di pace, no? Poi una persona che ha passato di tutto di più, o è stato in prigione, e per non dire il resto. Ok? E tu vedi che questo per me è un esempio, no? Se noi vediamo la maggioranza di tanti di noi, che cosa succede? Basta che ci sia un venticello che già cambia tutto, eh. Il vento spinge da una parte, ah, son contento, ah, è euforico, poi basta che il vento viene da un'altra parte, ah, che brutto, che questo, che quell'altro. E poi, come sappiamo, uno che non sta bene con se stesso, ovunque va, non sta bene con il mondo, o no? M'avete mai visto qualcuno che, no, che sta male con se stesso e che poi riesce a star bene con il mondo cambiando di contesto? Momentaneamente magari un pochettino sì, però basta passare un pochettino di tempo che le stesse cose ritornano. Perciò questo è quello che viene detto nel secondo sigillo, che se noi non stiamo bene con noi stessi, non importa dove andremo, staremo male. E quindi la priorità qual è? Sviluppare pazienza, amore, compassione, stabilità, umiltà, saggezza, perché vogliamo star bene. Ed è quello che ci dà questa possibilità di star bene, no? E arrivare un po' come diceva Shantideva anche quando dice: "Che cosa è più importante per te, che cosa gli altri pensano di te o la tua pace interiore?" Secondo voi che cosa è più prezioso per noi? Che cosa l'altro pensa di me o la mia pace o la nostra pace interiore? Pace interiore. La risposta sarebbe la pace interiore. E quindi Shantideva ci contesta, ci dice dopo: "E perché perdi la pace interiore quando qualcuno parla male di te?" Perché siamo scemi. Non lo so. È un po' come per dire anche: questa vita è breve, anche se viviamo cent'anni passa in fretta, le opportunità sono preziose, ma veramente vogliamo passare la vita tramite le gelosie e le invidie e le aspettative? E perché questo ha detto? E perché non ha fatto? E perché qua e con le zizzanie, con i litigi e con questo, qua veramente vogliamo passare la nostra vita così? Io non c'ho tempo per queste cose, personalmente non c'ho, è troppo prezioso. Ci sono altre cose da fare. Sì, eh va bene, andiamo avanti. No, no, non c'ho spazio per certe cose. Ma una cosa è chiarissima per me: il mondo come lo viviamo riflette chi siamo. Perciò la priorità nella nostra vita è diventare qualcuno migliore. Non nel senso che come siamo oggi va male, però si può migliorare, no? Se noi soffriamo vuol dire che c'è qualcosa che non va. Quindi dobbiamo migliorare con le nostre condizioni interne, con le nostre azioni, quindi creando un karma, vuol dire cause migliori e allo stesso tempo una stabilità interiore maggiore, e questo diventa la priorità. Quindi questo è un altro punto fondamentale all'interno della filosofia buddista. Credo che sia abbastanza chiaro, no? Terzo punto.
Cominciamo: tutti i fenomeni sono vuoti e mancano di un'esistenza intrinseca, mancano di un'identità propria, se dovessimo proprio tradurre letteralmente. Eh, che cosa vuol dire questo? M vediamo come spiegarlo in un modo semplice. Questo è uno degli aspetti più importanti della filosofia buddista, però allo stesso tempo quello un po' più difficile, più profondo e un po' complesso, anche se in realtà è molto semplice, solo che spesso per noi per capire le cose semplici facciamo molta più fatica. Vediamo da dove partire. Ok, abbiamo già prima un po' parlato di questo punto, abbiamo già creato un po' la base per arrivarci, però perciò farò una domanda, andando abbastanza direttamente al punto, che non è la cosa dal punto di vista filosofico il modo più corretto, però per introdurre funziona. Viviamo in una realtà soggettiva o oggettiva? Soggettiva. Viviamo in una realtà dove ognuno di noi percepisce la realtà in un modo diverso o quello che è per uno è per l'altro? No, ovviamente soggettiva. È soggettiva, giusto? Certo. Quindi siamo d'accordo. Viviamo in una realtà soggettiva. Adesso, come noi viviamo questa realtà soggettiva? Come appare a noi questa realtà soggettiva? Senza filosofare, nella nostra spontaneità della quotidianità. La realtà soggettiva appare a noi come essendo soggettiva o la realtà soggettiva appare a noi come se fosse oggettiva? Come se fosse oggettiva. Come se fosse oggettiva. Quindi noi viviamo la realtà soggettiva come se fosse oggettiva. E quando la realtà soggettiva appare come se fosse oggettiva, noi cosa facciamo? Diciamo "Ah no, io non cado in questo, in realtà pare come se fosse oggettivo, ma in realtà è soggettivo", o noi caschiamo e crediamo? Ci caschiamo e crediamo e andiamo a reagire di conseguenza. Ok? Perciò noi ci relazioniamo alla realtà soggettiva come se fosse oggettiva. Questa è la radice della nostra sofferenza. È da qui che nasce l'egoismo, è da questa che nasce l'attrazione, l'avversione, da quale nasce rabbia, gelosia, invidia, paura e tutto il resto. Ok? Ehm, perciò cerchiamo di capire un pochettino di più di questo oggettivo e soggettivo. M che cosa vorrebbe dire se una realtà fosse oggettiva? Che non è in divenire, che dovrebbe essere percepita nello stesso modo da ognuno. Sì. No, facciamo un esempio che ho fatto tante volte. Suono la campana, senza filosofare. Stiamo sentendo lo stesso suono o no? Sì. Sì, è lo stesso suono. Quante campane ha suonato? Una. Una. È un suono che esce, quindi senza, in un modo, come si può dire, spontaneo, naturale. Se noi ci chiedessimo, stiamo sentendo, se io vi chiedessi, riuscite a sentire il suono della campana? Risposta sì, non è che non andiamo a rispondere "io sento il suono della campana che io ascolterò". Sentiamo il suono della campana. È un suono, è lo stesso suono che andiamo a sentire, giusto? Sì. Se adesso invece ci mettiamo ad analizzare, a filosofare, ad analizzare – che è più preciso come termine – l'esperienza dell'ascolto del suono avviene tramite tre cose più 1, è un 3 + 1, che sono quattro aspetti che ci sono. I primi tre vengono chiamati di contatto. Il contatto è composto da tre parti che sono: oggetto sensoriale, quindi vibrazione nell'aria, suono; potere sensoriale, il nostro udito fisico; e coscienza sensoriale, la nostra parte del cervello che anda, che va lì e che mette insieme la vibrazione, o meglio che legge i segnali che arrivano al nostro udito. Ok? Cosa succede quando c'è un'anestesia? L'oggetto sensoriale del tatto c'è o no? Sì. Il potere sensoriale nella pelle c'è o no? Anche se non sentiamo? Perché è stato inibito il contatto tramite il potere sensoriale e la coscienza sensoriale. Ok? Quindi, perché ci sia la percezione sensoriale di qualunque cosa, ci deve essere l'oggetto, il potere e la coscienza. Chiaro questo? Su questo cosa facciamo poi dopo? Andiamo ad attribuire un significato. Quindi io ascolto e io sento il suono, arriva un'onda nell'aria che arriva al mio udito, io lo percepisco e su questo io attribuisco un valore: bello, brutto, questo è un suono di una campana, vado a dargli un nome e attribuisco un valore. Ci siamo. Adesso l'oggetto sensoriale, mentre suona la campana, per ognuno di noi è lo stesso o è diverso? Le vibrazioni nell'aria del suono, il suono fisico che arriva al mio udito che sono vicino e che arriva a ognuno di voi è lo stesso o è leggermente diverso? È leggermente diverso. È diverso. Certo, perché il suono riflette in modi diversi eccetera. È diverso il suono che arriva. Quindi, già quando suona la campana l'oggetto sensoriale è diverso. Il potere sensoriale, l'udito, siamo esseri umani, sono simili, però tutti l'udito di ognuno è identico o sono diversi? Diversi. Diverso. Diverso. La coscienza sensoriale è uguale o diversa? Il valore attribuito è diverso. Perciò stiamo sentendo lo stesso suono o un suono diverso? Diverso. Su ogni cosa è così. So che può essere un po', ogni tanto quando cominciamo a osservare questo ci può essere qualcosa di non tanto confortevole perché uno dice: "Quindi dove sono le certezze?" No, la certezza è che tutto è interdipendente. Qual è la certezza? La certezza è che io vivo il mondo tramite le mie percezioni, tramite il mio corpo, tramite la mia mente. Ok? Quindi, che cosa succederebbe se il suono esistesse in un modo oggettivo? Dovremmo percepire tutti nello stesso identico modo, sempre. Ieri abbiamo detto che quando ascoltiamo un suono, quello che arriva quando una persona parla, quello che arriva all'udito è un suono al quale noi andiamo ad attribuire un significato. E quando vediamo un'immagine, che cosa arriva alle nostre occhi? Forme e colori ai quali noi andiamo ad attribuire un significato. Ok? Quello che succede è che noi di solito quando vediamo qualcosa non siamo consapevoli di questo processo. Non è che io vedo un oggetto qualunque che sia. Vedo questo oggetto qua e dico "Ah, guarda queste forme e colori a quale io chiamo di fiori". Son dei fiori, punto e basta. Se qualcuno viene da me per dire che non sono dei fiori, posso pure litigare. Quindi, che cosa vuol dire con tutto ciò? Che il mondo appare a noi come se fosse autonomo, indipendente, oggettivo. E io in qualche modo sono un, come si può dire, un utilizzatore di questo mondo. Io vado in qualche modo a interagire con il mondo, però il mondo è quel che è. Però noi quando andiamo ad analizzare che cosa vediamo? Che in realtà non è proprio così. Cerchiamo di capire un pochettino meglio questo meccanismo. Ehm, rimaniamo col suono. Sento un suono piacevole perché qual è il meccanismo? Le onde nell'aria, perciò la realtà esterna c'è. Non sto dicendo che non esista, però non è oggettiva perché dipende. Io posso percepire quella realtà esterna solamente tramite i miei sensi, tramite la mia coscienza e il valore che io, io vado ad attribuire. Per quello che è soggettivo tutto. Perciò arriva a me un suono e secondo me è un suono piacevole. Ok? Questo naturalmente ogni volta che entriamo in contatto con i nostri sensi questo va a generare una sensazione. Quindi qual è la sensazione? Suono piacevole, sensazione piacevole. Quando abbiamo una sensazione piacevole, naturalmente da questa sensazione piacevole nasce un bra, un attaccamento, una voglia che quella sensazione continui e che ritorni. Quindi a un certo punto il suono finisce, quella sensazione finisce, io voglio che quella sensazione ritorni. A che cosa io vado a collegare quella sensazione? A tutto il processo che è avvenuto o al suono esterno? Al suono esterno. Quindi io voglio ritornare e avere questa sensazione di piacere. Quindi cosa voglio? Che faccio un'altra volta quel suono. Quindi io che cosa vado a sviluppare? Verso quel suono, desiderio. Quando c'è il suono non lo voglio abbandonare perché è quello che mi fa venire la sensazione di piacere. Ok? E quindi io sono in qualche modo ehm io vado a creare una dipendenza con il suono perché la mia felicità in questo caso, quella sensazione di piacere dipende dal suono. Cosa succede se faccio un suono che invece è [Musica] fastidioso? Ok, poi dipende, magari qualcuno piace. Diciamo che abbiamo un suono che sia fastidioso, ok? Magari per chi in streaming è peggio pure, però che cosa succede a un certo punto? Ah, meglio. Quando noi sentiamo quel suono che è fastidioso, noi non vogliamo più avere quella sensazione. Quindi cosa vogliamo fare? Eliminare il suono. Chiaro questo? Sì. Quindi, che cosa succede? Noi creiamo questa relazione nella quale quando io sento una sensazione di piacere, perché ho sentito il piacere? Perché c'è un qualcosa di esterno che è obiettivo. Noi non prendiamo in considerazione che io ho sentito quel suono come una cosa piacevole perché c'è il mio potere sensoriale, perché c'è il valore che io ho attribuito. Tutto quello noi non prendiamo in considerazione. Noi vediamo come quello è un suono che oggettivamente mi fa star bene. Quello è un suono che oggettivamente mi fa star male. Adesso il suono di cui stiamo parlando è una cosa semplice, però nella complessità della vita ci sono tante altre situazioni nelle quali molto spesso la parte che dà più, più come si dice, più peso è il nostro proprio corpo, le nostre memorie, il valore che noi andiamo ad attribuire. Per dire, la stessa tipo di situazione viene vissuta sempre nello stesso modo, no? A seconda di come stanno gli ormoni, viviamo la stessa cosa nello stesso modo, sia uomini che donne. Eh, siamo influenzati dai nostri ormoni o no? Certo. Però la nostra tendenza qual è? Incolpare il mondo o dare la, come si dice, o attribuire la causa al mondo che ci circonda. Perciò noi viviamo la realtà come se fosse oggettiva. Questo è oggettivamente quello che mi fa star bene, quello che è oggettivamente quello che mi fa star male, e non prendiamo in considerazione l'interdipendenza che c'è fra oggetto di percezione e osservatore. Da questo andiamo a sviluppare attrazioni e avversioni e viviamo costantemente in questo gioco che è molto stancante di cercare costantemente di ricreare situazioni che noi, secondo noi, ci faranno star bene ed evitare quelle che secondo noi ci faranno star male. E ci dimentichiamo che di mezzo ci siamo noi. Perciò nulla esiste in un modo autonomo, indipendente, anche perché qua c'è un concetto di base importante: non è che esiste una realtà che viene percepita da ognuno di noi in un modo diverso. Quello che esiste sono infinite realtà individuali che messe insieme fanno una grande realtà. Non so se è chiaro. Questo è un concetto un po' particolare, un po' diverso da quello come noi vediamo di solito. Noi abbiamo la tendenza di dire: "C'è il suono, poi ognuno lo vede a modo suo, no? Perché ognuno di noi ha una realtà diversa", e non è che esiste una realtà che viene percepita da ognuno diversamente perché l'oggetto è diverso. A partire dall'oggetto è già diverso. Quello che esiste sono infinite realtà individuali che messe insieme creano una realtà collettiva. Perciò nulla esiste per me indipendentemente da me stesso. Nulla esiste per te indipendentemente da te. Quindi non è che io posso interpretare la realtà in un modo diverso, no, io sono il creatore della mia propria realtà. Ma questo non vuol dire che la realtà esterna non esiste. Questo non vuol dire che quando io vado a toccare il tavolo, il tavolo non c'è perché è tutto solo nella nostra testa. Immaginiamo quello che vogliamo e tutto fatto. Non è così neanche. Ok. È importante anche chiarire questo perché sennò andiamo a cadere nel nichilismo, nella quale andiamo a dire: "No, non c'è nulla, c'è solo il pensiero", no? Quella frase bellissima che c'è che dice: "Io non so se sono un essere umano che sogna di essere una farfalla o la farfalla che sogna di essere un essere umano", no? Per dire, è vero che la mente può fare dei giochi stranissimi e ci mille cose, però il fatto è che esiste una realtà, o meglio, come posso dire, non è, non è che c'è una realtà interna e c'è una realtà esterna, la realtà è una sola, ed è, e non si può in realtà separare una cosa dall'altra. Non so se è chiaro questo, cerco di spiegare un po' meglio. Eh, forse. Ehm, ok, torniamo al suono. La mente che percepisce il suono esiste indipendentemente dal suono? Sì. Io non parlo della mente in generale, che poi vai e vieni e percepisci il suono. Io dico la percezione del suono, quindi la mente specifica che sta percependo il suono, quello stato mentale, quel momento nel quale la mente che percepisce il suono esiste senza suono. Possiamo generare una percezione del suono senza che ci sia un suono? No. Ok? Quindi, affinché io possa avere la mente che dice "Ahi, sto sentendo la campana", ci deve essere il suono della campana. Posso semmai avere la memoria del suono della campana, però la mente che percepisce il suono ha bisogno del suono. Ok? Quindi affinché la mente che percepisce il suono esista, ci deve essere il suono. Però affinché il suono possa esistere senza che ci sia la mente che lo percepisce? No. Cosa sarebbe il suono se non ci fosse la mente che percepisce il suono? Semplice vibrazione nell'aria. Non sarebbe suono. È chiaro questo? Ok. C'è una differenza enorme. Quindi quello che succede, cos'è il suono della campana? Esiste perché c'è una mente che percepisce il suono della campana. Però la mente che percepisce il suono della campana esiste perché, perché c'è la campana, perché c'è quel suono. Facciamo un esempio diverso, più semplice. Prendiamo due sedie, ok? Eh, mettiamo una sedia da una parte e una sedia dall'altra parte. Io sono seduto su una sedia, quella sedia viene chiamata "questa sedia" e l'altra sedia è l'altra sedia, quella sedia. Quella sedia. Mi alzo.
Da questa sedia e mi siedo in quella sedia. Cosa è diventata quella? Questa sedia.
Questa e questa? Quella, quella, quella che in Tibet facevano le montagne come esempio, però questa è quella. Esistono unicamente indipendenti una dall’altra. Questa sedia non esiste senza che ci sia quella sedia. Quella sedia non esiste senza che ci sia questa. Questo è quello. Esiste un’indipendenza reciproca. Così come grande piccolo. Se io vi chiedo: questa campana tibetana è grande o piccola? Dipende dalla percezione, perché è grande, perché siamo abituati a vederle più piccole. È tutto lì. Eh, se vedi quelle là ancora più… E che cosa dipende? Dai nostri riferimenti.
Certo. Ok. Grande non esiste senza il riferimento del piccolo, il piccolo non esiste senza il riferimento del grande. Ok? Sono reciprocamente, come si dice? Ah, no, in italiano, come si direbbe? Ehm, interdipendenti, hanno una dipendenza reciproca. Uno, sono interdipendenti perché perché uno non esiste senza che ci possa essere l’altro. La stessa cosa accade per l’osservatore e l’oggetto percepito. Ok? L’oggetto, il suono della campana non esiste senza che ci sia la mente che percepisce il suono della campana. Se non ci fosse l’osservatore che percepisce il suono della campana, sarebbe un’altra storia, sarebbe un’altra cosa. Non voglio dire che non ci sarebbero quelle vibrazioni o questo o quell’altro, ma sarebbero percepite in un altro modo, come un’altra cosa. Sarebbe una cosa diversa. Quello che succede è che ogni fenomeno non è altro che un insieme di parti messo insieme al quale viene attribuito un significato.
Facciamo un altro esempio. Che cos’è un libro? Questo oggetto qua. Ok, lo chiamiamo libro. Quali sono le parti che lo compongono? Abbiamo la copertina, abbiamo le pagine, abbiamo i testi, le immagini, abbiamo la carta, l’inchiostro e tutto il resto che sono le parti che compongono il libro, giusto? Il fatto che queste parti siano tutte presenti vuol dire necessariamente che ho un libro o no? Beh, sì. Che cos’è un libro prima di tutto? È un oggetto di solito fatto di carta, però non necessariamente, nel quale vengono rappresentate delle immagini, dei testi per leggere e per trasmettere quel quel contesto. C’è un… quello è più o meno quello che si intende per un libro, giusto? Poi c’è una rivista, questa definizione che ho dato anche una rivista ci starebbe dentro, però non è un libro. Quindi, adesso, senza entrare nella definizione precisa di libro, però può succedere che questo oggetto lo porto in un contesto culturale dove una persona non ha mai visto un libro e lo vede come un qualcosa da far bruciare perché fa freddo, no?
Faccio un esempio. Una nostra amica che è stata qua da Albagnano per un po’ di tempo, la Marsia, lei ha lavorato per alcuni anni con diverse tribù in Amazzonia con i nativi indigeni. E una volta è arrivata in una tribù dove praticamente non c’era nessun contatto con la società moderna, è arrivata lì e una ragazza, una signora che era lì, è venuta da lei tutta contenta e bella, orgogliosa, a far vedere che lei aveva un oggetto della società moderna che era arrivato lì, però dicendo: “C’ho quella cosa lì, però l’ho migliorato perché quando è arrivato qua c’era qualcosa che non andava”. E ha detto: “Io c’ho una sorta di… uso che lei… lei diceva: io ho questa sorta di forno, questa cosa per cucinare che voi usate, però io l’ho migliorato.” Ok. Arrivato lì, che cos’era? Una sedia. Una sedia di ferro, è arrivata la sedia lì. Cosa ha fatto? Lei ha messo il fuoco sotto, la carne sopra. Ah, ha fatto una griglia. Che è diventata una griglia. Ha tolto il sedile di legno, quel che era, è rimasto solo dei pezzi di ferro sul quale appoggiava. In una cultura dove non si è mai vista una sedia, quell’oggetto lì non serve a nulla come sedia, perché non c’è il concetto, uno attribuisce un significato diverso. Ma quella ragazza era sbagliata o giusto quello che ha fatto? Riusciva a esercitare quelle funzioni o no? Sì, certo. E quindi era giusto. Come questa stessa amica una volta ha portato degli indigeni al supermercato a mangiare il gelato. Mamma mia, perché si trovava alle Olimpiadi. Lei ha portato eh… gli indigeni di certe tribù, li avevano allenati per fare arco e freccia e sono andati alle Olimpiadi. Si trovavano a Rio de Janeiro durante le Olimpiadi, quel caldo allucinante e a un certo punto lei ha detto: “Ok, oggi andiamo a mangiare il gelato come se fosse una cosa normale”. Allora ho detto: “Gelato cos’è?” Detto che più che spiegarvi ve lo faccio vedere. Non ha spiegato niente. Sono andati al supermercato, lei ha comprato delle vaschette di gelato. Mentre lei stava pagando, uno di questi ragazzi apre la vaschetta, sente quella cosa fredda, mette la mano dentro il gelato e se lo mette sulla faccia. Oh, ma… credo perché sentiva caldo. Certo, funzionava per raffrescarsi o no? Certo. Sì, era sbagliato lui? No, no. Figuriamoci noi quando andiamo in foresta alle stupidate che non faremo. Eh, non è che noi siamo intelligenti e loro sono stupidi. Non è questo. Probabilmente è il contrario, dipende dal contesto. Però quello che succede è che l’oggetto non è altro che un insieme di parti al quale noi andiamo ad attribuire un significato piuttosto che un altro. Quindi, che cos’è un libro alla fine? Non è altro che un concetto che si va ad attribuire a un insieme di parti. Non so se è chiaro questo.
Sì. Che cos’è il gelato? È un concetto attribuito a un insieme di parti. Che cos’è una sedia? È un concetto, è un significato generalizzato. Il nome, per la parola più precisa, è un’immagine mentale per un concetto attribuito a un insieme di parti. Poi quando quel concetto viene attribuito lì io dico che cosa? Quello è la sedia. Però il problema è che la sedia appare a me come sedia in un modo autonomo, indipendente, oggettivo. Io credo che quell’oggetto è sedia perché? Perché è sedia, mica perché io attribuisco il significato come sedia. E l’altro mi dirà: “No, questa è una griglia”. E chi ha ragione e chi ha sbagliato? Sono… entrambi. Sono tutti sbagliati quando dicono che l’altro è sbagliato. Però finché l’oggetto sia capace di eseguire quelle funzioni, va bene, no? È ovvio che se io prendo, che ne so, questo oggetto qua, cos’è? Campana. Noi chiamiamo di solito campana tibetana, no? Poi in Tibet non è che si vedono tante, eh. Non c’è anche il nome tibetano, non l’hai visto. È campana tibetana e basta. Comunque in TV ce n’erano però molto poche. Eh, che cosa succede? Lo compro, la mia bella campana tibetana per meditare, tutto. Un oggetto sacro, importante per me, tutto il resto. Arrivo a casa, ho pagato pure tanto, me lo metto lì nel posto per meditare, lo uso per meditare, la campana. Contento, tutto. A un certo momento arrivo a casa, non trovo più la mia campana tibetana. Giro, giro, non la trovo. In giardino, hanno dato da mangiare al cane. Infatti ci… Ok. Posso arrabbiarmi con la persona che ha preso la ciotola? Ciotola e ha dato da mangiare al cane, ha osato usare per me l’insalata. Il punto è: esegue quelle funzioni o no? Certo. Sì. Che quindi che cosa c’è di male di usarlo in quel modo? Quello che accade è che l’oggetto in realtà non è altro che un insieme di parti al quale noi andiamo ad attribuirgli un significato. Però noi non siamo consapevoli di questo. Noi crediamo che la realtà sia… quel che… questa è una campana tibetana. Poi che tu la usi come ciotola è un altro discorso, però è campana tibetana, no?
Eh, un altro esempio che per me è ancora più chiaro. Questo oggetto qua, che cos’è? È una campana, giusto? Che cosa succede se da questo momento io dico: “Da oggi in poi non è più campana, questo è un bicchiere”. E lo uso per bere e arrivo qua ogni volta che viene… adesso comincio a bere qui. Cosa direbbe qualcuno? L’ha mandato fuori di testa, o che ne so… Se io… è una cosa particolare che starà bevendo il nettare della saggezza perché la campana rappresenta la saggezza, che ne so, ognuno dirà la sua, mentre semplicemente un bicchiere. Però il problema qual è? Se io da oggi in poi dico che noi dobbiamo usare questo oggetto come bicchiere, come appare a noi? Noi come lo vediamo? Come una campana che funge da bicchiere o come bicchiere? Se io vi do da bere qui dentro, uno magari può anche bere. Lo laviamo bene prima, tutto, però come lo vede? Campana. Secondo me noi lo vediamo come campana che funge da bicchiere. Ok. Stiamo usando la campana come bicchiere. Giusto, giusto. Però che cosa succede? Perché questa è una campana che funge da bicchiere e non è un bicchiere? Perché per noi esiste come campana, indipendentemente da quello che io ci pensi. Eh, noi vediamo che questo è un oggetto che esiste oggettivamente come campana. Questo è oggettivamente un fiore, questo è oggettivamente un tavolo. Questo è oggettivamente qualunque cosa che vogliamo. La realtà soggettiva appare a noi come se fosse oggettiva. La realtà è che qualunque cosa non è altro che un insieme di parti al quale viene attribuito un nome, al quale viene attribuito un significato. Ok? Lo so che quello che sto spiegando magari più che chiarire può creare ancora più dubbi e domande perché è un argomento che richiede molto tempo per approfondire eccetera. Però cercando di semplificare, cercando di metterlo in poche parole, tutto ciò che noi andiamo a percepire in realtà lo percepiamo tramite il valore che noi stessi andiamo ad attribuire. E quando si attribuisce un valore diverso, l’oggetto cambia. La campana può diventare bicchiere. Il battachio può diventare un’arma o tante altre cose. Dipende qual è la funzione che andiamo ad attribuire, il significato che andiamo a dare. Diciamo una cosa qualunque. Se io prendo l’oggetto, che ne so io? Prendo questa stessa campana qua e a un certo punto comincio a dare tutta una spiegazione perché questa campana era stata usata dall’Amazon K nell’anno 1300 e quindi dopo si è passato da maestro a discepoli che si usava e ogni volta che si è usato questa campana per meditare sulla vacuità sono riusciti a ottenere grandi profonde realizzazioni. Sto inventando una cosa qualunque. Se andiamo ad attribuire tutta una storia, tutto un significato, cambia il modo che ci relazioniamo con l’oggetto o no? Totalmente. Il valore che noi attribuiamo è quello che veramente trasforma l’oggetto. Poi dobbiamo vedere se l’oggetto, se quell’insieme delle parti ha la capacità di sostenere quel valore che andiamo ad attribuire o meno. Eh, per quanto che io ci creda che un manichino è una persona, può succedere che passo davanti a un negozio e credo che ci sia una persona dentro. Può succedere. Fa che quella sia una persona per quanto io ci creda, no? Il fatto che io credo in qualcosa, che io attribuisco un valore non vuol dire che quell’oggetto diventi quello che io sto attribuendo, perché molto spesso succede che le… l’insieme delle parti non hanno la capacità di sostenere le funzioni e le caratteristiche che vado ad attribuire. Se io vado a dire che questo oggetto è una torta di cioccolato, per quanto che io possa crederci, non lo è. Quindi non è che tutto esiste solo nella nostra mente. Quello che noi crediamo esiste, non è così. Però nulla esiste indipendentemente dal valore che noi andiamo ad attribuire. Per quindi ritorniamo. Quando noi chiediamo che cos’è il libro, il libro non è niente di più, niente di meno che un nome, un concetto attribuito a un insieme di parti. E se vado a prendere una parte, una pagina, che cos’è una pagina? Anche lì è un concetto attribuito a un insieme di parti, cosa che va all’infinito. Ok? Quindi, quando noi diciamo che viviamo in una realtà soggettiva, vuol dire viviamo in una realtà nella quale che dipende dalla base di imputazione che è l’insieme delle parti e dall’imputazione del nome che è il concetto attribuito, il valore attribuito, e che noi non possiamo percepire nulla indipendentemente da questo meccanismo in realtà. Però appare a noi come se ogni cosa esistesse indipendentemente dal valore che viene attribuito. Ok? Quindi qual è il terzo sigillo? Che nulla esiste in un modo autonomo, indipendente, oggettivo, così come appare a noi. Adesso per capire il perché di questo eccetera, è un pochettino più complesso, ci vuole più tempo e preferisco non aprire questo argomento adesso. Però il punto principale è: che cosa vuol dire vivere nella consapevolezza che nulla esiste in un modo autonomo, che viviamo in una realtà soggettiva. Immaginate che cosa vuol dire vivere la realtà soggettiva come essendo soggettiva. Prima di tutto abbiamo un potere nelle nostre mani incredibile di creare, le possibilità aumentano. Dico la stessa cosa usando un termine diverso che non viene dal buddismo, viene dalla fisica quantistica. In fisica quantistica si dice nel seguente modo, almeno da quello che ho potuto vedere, dice: “Nello stesso istante sono presenti infinite possibilità”. Ok? O meglio, in questo oggetto, in questo momento, quante possibilità ci sono? Quante cose diverse questo oggetto può essere? Può essere una ciotola, può essere una sorta di cappello, certo, può essere una campana, può essere un’arma, può essere una cosa per sedersi. Quante possibilità ci sono qui? Innumerevoli, giusto? Quindi, nello stesso istante, esistono innumerevoli, per non dire infinite, possibilità. In questo stesso oggetto cosa fa l’osservatore? Sceglie una fra quelle possibilità. Dov’è la nostra ignoranza? Che noi non siamo consapevoli di questo processo e crediamo che la possibilità che abbiamo scelto sia la realtà e non una fra tante possibilità. Ma così con ogni cosa, ogni momento. Un oggetto di rabbia. Qual è l’unica differenza che esiste fra un oggetto di rabbia e un oggetto di compassione? Il valore attribuito. La stessa azione, le stesse parole. Una persona può dire “bastardo”, aggiungere qualunque aggettivo vuole e allo stesso… tu sei la causa della mia sofferenza perché agisci in questo modo e reagire con aggressività, oggetto di rabbia, o dinanzi alla stessa azione dove può dire: “Guarda come mi dispiace che manifesti così tanta ignoranza. Vorrei che tu fossi libero della tua ignoranza.” Compassione. Qualcuno che ci chiede qualcosa può essere un oggetto di avarizia? Non lo voglio dare. Ho un oggetto di generosità. Che bello che posso condividere. Ok, concludiamo questo con un esempio che ha detto la Maganin, poi il quarto sigillo lo lasciamo per dopo pranzo. Una volta ero con la Maganin, stavo guidando, venendo da Milano e a un certo punto lui mi fa questo esempio. Ci trovavamo sulla strada venendo da Albagnano, dopo un… dopo il casello stradale, c’è un punto che la strada scende e fa una curva verso sinistra, poi dopo verso destra salendo. Dico questo perché quando io passo lì mi ricordo sempre di questo esempio, no? Ehm, lui ha detto il seguente, io adesso metto un po’ più di colori su quello che lui ha detto, ok? Però lui ha detto: immagini che vai in un negozio e vedi qualcosa che ti piace, ok? Diciamo che sia una giacca. Ok? Andiamo in un negozio, vediamo questa giacca e diciamo: “Wow, che bella giacca! Mi piace, guarda che bel colore, mi piace come il taglio. Mi piace la giacca, che bella! La voglio. Non è che la voglio, ho bisogno perché io dopodomani, quando sarà… devo andare a questa festa e in questa occasione ci sarà quella persona a cui voglio farmi vedere perché voglio attirare l’attenzione di questa persona che mi piace, quindi devo farmi vedere più bello, perciò voglio questa giacca eccetera eccetera perché c’ho quel pantalone, ma non va bene con… ci inventiamo la ragione per la quale vogliamo, abbiamo bisogno della giacca e stiamo lì un po’ a flirtare con la giacca. Sì, è vero che costa tanto, però in realtà sì, va bene, poi non spendo di là per fare questo, che ne so, ognuno fa le proprie storie. Ok, vogliamo comprare la giacca. La giacca come appare a noi? Come essendo un oggetto oggettivamente di attrazione. Una cosa bella che vogliamo, che ci farà star bene, che ci farà felice se compriamo la giacca, no? È un oggetto di attrazione, un oggetto di desiderio. Chiaro? Certo. Mentre stiamo lì appare nel negozio quella persona a cui vogliamo farci vedere con la giacca. Quella persona appare: “Ah, ciao, come stai? Tutto bene?” Eh, guarda la giacca e dice: “Che brutta roba! Ma guarda, la gente oggi ormai ha perso il gusto. Ma com’è che uno può spendere così tanti soldi per una cosa così brutta? Guarda, uno vestito così e non ci parlerei neanche. Ma guarda, poi lo prendi e guarda il tessuto. Pessima qualità, ma proprio quanta ignoranza che uno spende i soldi per una cosa così. Ok, comunque ciao. Ciao, devo andare.” Rimaniamo noi alla giacca. È la stessa giacca o è cambiata? È cambiata, ovvio. Ma è venuto qualcuno che lavora nel negozio e l’ha cambiata? Che cosa è successo? È cambiata la nostra percezione, il valore che noi andiamo ad attribuire, la funzione e perciò cambia. Così è per tutto. È con gli oggetti di rabbia, è con gli oggetti di attaccamento, un oggetto di desiderio, cosa ha fatto che quell’oggetto non fosse più l’oggetto di desiderio? Cambiare il valore attribuito, solo quello. Certe volte basta una parola perché quella realtà così oggettiva diventi un’altra realtà oggettiva, no? Quindi, e questo in realtà ci apre anche un’altra porta molto importante, è quella dell’impermanenza del passato. Il passato è impermanente, non è permanente. Uno direbbe: “No, quello che c’è stato c’è stato”. Non è vero. Quello che c’è stato cambia costantemente perché noi, in quanto osservatore, cambiamo. Facciamo un esempio. Sto camminando per strada, viene qualcuno, sono in una grande città, camminando per strada viene qualcuno da dietro e mi spinge con forza. Non vedo chi mi sta spingendo. Una persona viene, mi dà un colpo forte, cado per terra, mi rompo il braccio, frattura esposta. Chiamano l’ambulanza, tutto. Mi trovo io in ospedale col braccio rotto, un male terribile, eccetera. Qual è il sentimento che ho verso chi mi ha spinto? Attrazione, avversione o indifferenza? Avversione o gratitudine? Dubito avversione, giusto? Magari sto lì addirittura a pensare: “Ma guarda, se becco quella persona che cosa gli faccio? Chiamo l’avvocato, chiamo l’amico che conosco, che ne so io? Ognuno c’ha i suoi metodi, o gli do una bella lezione, non lo so, ognuno pensa quello che vuole, però è un oggetto di avversione. Oh, c’è chi si… entra nel… povero, ma perché? Non ha fatto nulla… perché l’ha fatto questo con me… Quel che… a un certo punto arriva la polizia con una delle immagini delle… una telecamera di sorveglianza che c’era lì vicino. Io dico: “Meno male, adesso posso beccare chi è stato”. Fanno vedere l’immagine e che cosa era successo? Dietro di me, dove non vedevo, c’era stata una rapina a mani armate. E avevano sparato nella mia direzione. Quella persona si era accorta e mi ha salvato la vita. Mi ha spinto e mi ha salvato la vita. Lo sparo è finito nel muro davanti e io ero ancora lì. Quindi la polizia mi dice: “Guarda che se non fosse per questa persona non saresti più qui”. Che cosa è successo? Il passato è rimasto lo stesso o è cambiato? È cambiato. Il braccio mi fa ancora male? Sì, sì. Però è passato da oggetto di avversione a oggetto di gratitudine. Certo, magari c’è un nuovo oggetto di avversione, però quella situazione è cambiata. Quando noi ritorniamo nelle nostre memorie di ciò che è avvenuto e lo rivediamo con occhi diversi, il passato cambia. E visto che noi in ogni momento stiamo cambiando di giorno in giorno, di anno in anno, il passato cambia perché così come il presente non è oggettivo ma soggettivo, anche il passato. Questa è una grande chiave. Ok? Quindi primo sigillo: tutto ciò, tutti i fenomeni composti sono impermanenti. Secondo sigillo: tutto ciò che è impuro è della natura di sofferenza. Terzo sigillo: tutti i fenomeni sono vuoti di un’esistenza propria, autonoma, indipendente, oggettiva, ossia tutto è interdipendente. Quarto sigillo che vedremo dopo pranzo: al di là del dukkha, al di là della sofferenza c’è la pace, ossia tutti noi possiamo raggiungere uno stato di pace, il nostro proprio potenziale umano. Questo è il quarto sigillo che vedremo dopo. Ok, adesso facciamo le dediche, ci fermiamo per pranzo. All’alba o al tramonto, di notte o durante il giorno, possano i tre gioielli concederci le loro benedizioni, possano aiutarci ad ottenere tutte le realizzazioni e cospargere la nostra vita con molti segni di buon auspicio. 체라 Gendur chiam