Transcription
Decalogo della cura educativa. Ne parliamo con il professor Bruno Rossi, docente ordinario di pedagogia all'Università di Arezzo. Allora, è un decalogo e lascio la parola subito a lei, così impariamo qualcosa. Si comincerà con il dire che la ricerca pedagogica, da alcuni anni, da qualche decennio, ha guadagnato un principio fondamentale: l'essere umano è educabile per l'intera sua esistenza. Quindi, dalla prima infanzia alla quarta età, educabile vuol dire che è migliorabile, arricchibile, perfezionabile. Dunque, se così è, come anche altre discipline lo sottoscrivono, ogni contesto della vita – quindi la famiglia, l'asilo nido, la scuola, i luoghi del lavoro, il valore del lavoro, i centri per anziani, i luoghi dell'educazione del disabile, il carcere, i luoghi delle associazioni sportive, della ricreazione – hanno il compito, hanno il dovere di educare, di prendersi cura, di avere cura della persona che vive queste esperienze.
La mente deve essere aperta per poter accogliere tutto il territorio, perché siano gli elementi. Certo, c'era il rapporto bilaterale. Io ho condensato in dieci parole le virtù, le intelligenze, le capacità e le abilità necessarie per avere buona cura dell'altro, perché non basta soltanto aver cura, prendersi cura, ma è importante farla bene, questa pratica. Quindi partiamo subito.
In questo decalogo, il primo punto è l'accoglienza. Vuol dire fare posto, fare spazio dentro la propria mente, dentro il proprio cuore all'altro. Quindi, accogliere, ospitare. Alla fine, nel matrimonio, a destra, accolgo te come mio sposo. Mi aspetto che noi possiamo avere, anche nelle relazioni educative, una postura, un atteggiamento concavo di contenimento, di accoglienza, appunto di accettazione, o un atteggiamento converso, di rifiuto, di carenza, di esclusione.
L'atteggiamento della responsabilità. La responsabilità, quindi, non è sufficiente a cogliere, a prendere dentro di sé, ma è importante impegnarsi. Io ho sempre detto che l'educazione è un evento murale, cioè implica un obbligo verso l'altro. Certo, e quindi, in fondo, esaurito. Se lo fai, lo devi fare impegnando a dare una risposta ai problemi, alle difficoltà, ai bisogni, ma anche ai desideri e progetti dell'altro, perché la sezione dovrebbe essere felice. Esatto, alla fine, il fine ultimo, come diceva Ridotti, è renderla felice, che non è impossibile.
Poi, ascolto empatico. Ecco, sentirsi ascoltati è una condizione esistenziale fondamentale. La persona che si sente ascoltata si sente presa in considerazione, si sente non periferica, si sente centrale, si sente importante. L'ascolto non è un ascolto come potrebbe essere il tipo censorio, giudicante, colpevolizzante. Empatico. Ci metto l'aggettivo empatico per indicare un ascolto profondo che quindi non si limita a una funzione sensoriale uditiva. Significa sentire il sentire dell'altro, sentire l'altro. Cioè, sentirsi in empatia significa calarsi nei panni dell'altro. A livello educativo sarebbe ogni tanto bene fare lo scambio dei ruoli, le professioni, per far capire cosa ci sta dietro.
Sì, sempre si tende a sminuire. Può essere il lavoro del latte, non va bene. Discrezione. La discrezione, quando ci prendiamo cura dell'altro, possiamo scadere nell'intrusività, nell'ingerenza. Quindi, la discrezione significa rispetto, significa giusta distanza, giusta vicinanza. Significa non appropriarsi dell'altro, non possederlo, non invaderlo. Arrestarsi a quella soglia che poi l'altro pone. Certo, rimanere senza.
La pazienza è una grande virtù. Questa, nel processo educativo, non riguarda solo l'essere umano. La si deve coltivare. La si deve coltivare, però, più pazienza intesa non nel senso di tollerare, se uno sbuffa. Avere pazienza significa saper attendere, cioè saper aspettare, saper considerare, valorizzare i tempi, i ritmi dell'altro. Io parlo di slow education: liberare i processi educativi dalla fretta, dalla rapidità, dalla competizione. Semmai con altri. Non tutti abbiamo gli stessi tempi. Esatto, non tutti abbiamo gli stessi stili, i tempi, le modalità. Esatto, anche la stessa cultura, lo stesso background, ogni novità, ogni passaggio è diverso.
Infatti, la cura, in qualche modo, come dice Franco Battiato nella sua canzone, è un po' avere premura per la singolarità dell'altro. Sentimenti positivi. La relazione va pervasiva, intramata di sentimenti positivi. L'ottimismo che presta un po' fa l'educatore. Sono termini presi a rischio, che sono contagiosi. Questi sentimenti negativi, quindi l'ottimismo, la fiducia nell'altro, la speranza nell'altro. Quindi, sperare vuol dire far credito all'eccellenza futura dell'altro, non disperare di lui, non farti sconfortare da quei progressi che immediatamente noi non vediamo.
E poi, la tenerezza. La tenerezza, l'agec. Parole equivalenti sono la gentilezza e la cortesia, la delicatezza. Non valgono in educazione le ruvidezze, le asprezze, le durezze. È la testimonianza. La testimonianza da parte dell'educatore vuol dire essere d'esempio, ma non un esempio, un modello da imitare, ma ciò che noi chiediamo all'altro, ciò che noi vogliamo che sia, gli ideali, i valori, i principi che gli chiediamo e dobbiamo, in prima persona, praticare.
Poi, richiamata per esempio, esatto, come con i genitori. Ma se predicano e poi sono mare... ecco, quindi esempio. Concorrenza, che in quel modo l'educatore è credibile, sia credibile e affidabile. A lui si affida la notte. E poi, ogni parola è legata all'area. Esatto, esatto. E poi le competenze. Le ombre. Pensa che quella... perché penso che l'educazione non la può fare chiunque. Non solo, la trovo una missione. È importante, sì. Tutte queste virtù, che sembrerebbero, queste intelligenze, che sembrerebbero in porzioni importanti per creare un clima psicologicamente buono, per essere, come diceva Winnicott, "devoti sufficientemente buoni" nei confronti dell'altro, non sono non bastano. Sono necessari, ma non sufficienti. C'è bisogno di possedere un sapere, un saper fare, perché non è tanto prendersi cura, ma prendersi cura bene dell'altro. Quindi, aver studiato, aggiornarsi, è giornalisticamente fondamentale.
Poi, un'altra caratteristica del decano è la riflessività. Ogni tanto sostare e riflettere, pensarsi, mettersi in discussione senza distruggere. Anche perché non sono lavori facili. Nostro Salvatore, educare non è facile, perché se non si sentirebbe dalle cronache tutto quello che succede anche negli asili, nelle case di cura, eccetera, vuol dire che queste persone veramente hanno un forte stress. Quindi, come ha detto, devono fermarsi al marzi, provvedere alla manutenzione della propria igiene mentale.
Cosa, anche un lavoro tutt'altro che facile, senza dubbio, comunque applicabile anche da chi... ne voglio dire, è nella vita comunicato dal genitore, dall'insegnante, dall'animatore sociale, dall'animatore sportivo, dall'educatore nei contesti, negli altri contesti, questa familiarità scolari. E allora, io ringrazio con questo decalogo della cura educativa il professor Bruno Rossi, docente ordinario di pedagogia all'Università di Arezzo.