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[Musica] la teoria delle idee di Platone è il vero e proprio cuore pulsante del suo pensiero. Forse la sua dottrina più nota è quella che, nonostante tutto però, non è mai stata oggetto di un'esposizione organica o sistematica.
Sfogliando le opere di Platone, ossia i suoi dialoghi, noi non troveremo mai un momento in cui Platone scrive "la teoria delle idee" e ci spiega esattamente come funziona. Per lui, noi dobbiamo dedurre la sua teoria delle idee da ciò che Platone ne dice nei vari dialoghi che contraddistinguono la sua produzione. Questo ovviamente ha un costo, e il costo è quello di una coerenza che non sempre è facile da ritrovare, tanto che gli studiosi per lungo tempo, e su molti argomenti si trovano ancora oggi, a non essere d'accordo su che interpretazione dare ai singoli aspetti della teoria delle idee di Platone.
Ciò nonostante, però, la teoria delle idee di Platone è il primo punto su cui Platone davvero prende le distanze da Socrate. Fa un passo in avanti, non rielaborando una dottrina del maestro, ma mettendone appunto un sua, una che noi possiamo dire essere tipicamente di Platone e che per tutta la storia della filosofia rimarrà simbolo del platonismo.
Ma cosa sono queste idee e perché Platone arriva a formulare una teoria delle idee? Per poterlo capire dobbiamo partire dal contesto in cui vive e opera Platone. E noi lo conosciamo, lo abbiamo visto nella lezione sulla vita di Platone. Ecco, noi sappiamo che i grandi avversari di Platone nella vita, così come nel pensiero, furono i sofisti, i campioni del relativismo, coloro che ritenevano che non esistessero valori né verità assolute.
Platone aveva visto con i suoi occhi ciò a cui questa credenza poteva portare: ad esempio, al processo di Socrate, il più giusto di tutti gli uomini, condannato come ingiusto; la persona più pia che Platone avesse conosciuto, condannata per empietà. In un mondo selvaggio, in quella giungla relativistica in cui tutto è il contrario di tutto è valido, in cui per chi sa usare l'arte della parola è possibile dimostrare che anche i colpevoli sono innocenti, in cui non esistono valori assoluti, non esiste la giustizia con la G maiuscola, non c'era più speranza di vedere un governo buono, un governo non corrotto, un governo giusto.
Platone aveva visto fallire il regime democratico, poi quello dei 30 tiranni, e poi aveva visto commettere atrocità di nuovo a quello democratico. Aveva fatto in prima persona varie esperienze a livello politico, andando a Siracusa più volte per instaurare un regime giusto.
Quindi, qui capite come la teoria delle idee di Platone costituisca un tentativo di trovare dei punti di ancoraggio saldi, una verità solida, dei valori indiscutibili in un mondo che stava iniziando a pagare il fio del relativismo, stava iniziando a capire che cosa significa vivere senza certezze, senza valori assoluti. Proprio per questo Platone mette appunto la sua teoria delle idee, che adesso andiamo a vedere come funziona.
La teoria delle idee di Platone affonda in un concetto di matrice gnoseologica, cioè vuol dire che parte da un ambito di teoria della conoscenza. Prima di tutto, dobbiamo capire questo: per Platone, la mente umana è come uno specchio. È qualcosa che riflette. Nella nostra mente non sono presenti direttamente gli oggetti fuori di noi, ad esempio il cane o una stella, ma noi abbiamo l'idea del cane, l'idea della stella, ossia un contenuto mentale, il modo in cui quella cosa esterna a me arriva dentro la mia testa, un contenuto mentale.
Per "idea" Platone però non intende esattamente questo. Sebbene per noi oggi il termine "idea" significhi questo, significhi fondamentalmente contenuto mentale, se questo succederà sarà per autori del Seicento come Cartesio o John Locke. Per Platone, invece, l'idea è qualcosa di molto diverso, e qualcosa che sta più in alto e, al tempo stesso, è a fondamento di ciò che abbiamo detto.
Vediamo: per Platone, la certezza di una conoscenza dipende dall'oggetto di quella conoscenza stessa. Noi oggi tendiamo a pensare che esistano vari gradi di certezza e che conoscere qualcosa in modo più o meno certo possa anche un po' dipendere dal modo in cui noi lo conosciamo, ad esempio dal metodo che applichiamo. Se utilizziamo il metodo sperimentale tipico della scienza, ad esempio, ci aspettiamo che il grado di attendibilità sia maggiore rispetto a se ragionassimo per pura intuizione, fidandoci dell'istinto, come ci verrebbe da dire.
Ecco, Platone ha un'idea molto diversa. Per Platone, il grado di certezza di qualcosa dipende dalla cosa studiata, da come è fatta quella cosa lì. Tanto più quella cosa lì è stabile e immutabile, rimane sempre uguale, quindi si lascia studiare, tanto più sarà certa e immutabile la nostra conoscenza.
Quindi, dato che sappiamo che Platone è in cerca di un antidoto al relativismo sofistico, un modo per mostrare che non è vero che non esistono valori assoluti, lui ne vuole trovare, vuole trovare verità assolute e valori assoluti. Pertanto, per poter fare tutto questo, Platone ha bisogno di trovare una conoscenza certa, salda, immutabile. E per far questo, quindi, ha bisogno di oggetti che abbiano queste caratteristiche, oggetti che siano in qualche modo immutabili, che siano sempre lì, siano fermi e irremovibili. Questi oggetti saranno appunto le idee.
Ma cosa sono le idee per Platone? Penso che il modo migliore per chiarirvi nella esperienza quotidiana. Voi siete abituati a poter definire belle tante cose: un quadro, un cane, un paesaggio o una persona. Ecco, voi stessi capite che quando utilizzate la parola "bello" e la riferite a tutte queste cose qui, la state usando in maniera diversa. Chiaramente un cane non è bello nella stessa misura o nello stesso modo in cui è bella la persona, ad esempio, che amate ai vostri occhi.
Ecco, però, secondo Platone, se noi possiamo dire questo aggettivo, possiamo predicare l'aggettivo "bello" di tutte queste cose qui e quindi attribuire a tutte queste cose qui la bellezza, è perché deve esistere un'idea al fondo, appunto, la Bellezza con la B maiuscola, che ci permette di distinguere la bellezza in tutte le singole cose e poi attribuirla ad esse. Quando vediamo qualcosa che presenta tratti che ci ricordano l'idea generale della Bellezza, noi definiamo bella una cosa.
Lo stesso potremmo dire con la giustizia. È solo perché noi sappiamo che cos'è la giustizia in assoluto, a prescindere da tutti, la giustizia come valida sempre e per chiunque e in qualunque luogo, che possiamo giudicare se è giusta o no l'azione che abbiamo compiuto stamattina andando a scuola, pur non essendoci preparati per l'interrogazione. Solo in questo modo, solo paragonando una singola azione, una singola cosa, o qualunque cosa di cui noi vogliamo fare un giudizio, rispetto a con un'idea assoluta, noi possiamo trarre un giudizio vero e proprio, possiamo dire che quell'azione è buona o è giusta o così via. È sempre in relazione all'idea, all'idea assoluta di bello, giusto e così via.
Le idee di Platone ereditano in realtà molti dei tratti dell'essere di Parmenide. Sono ingenerate, cioè non nascono; sono eterne, cioè sono sempre esistite e sempre esisteranno; sono immutabili, per cui non cambiano mai; sono indivisibili, nel senso che non sono composte di parti. Ma soprattutto sono separate, cioè autosussistenti. Che noi abbiamo tradotto "sostanza", ma vuol dire realtà autosussistente. Bello in sé, noi possiamo farlo anche senza paragonarlo ad altro. L'idea di bello in sé sussiste da sola, esiste separatamente rispetto a qualsiasi cosa bella. Esisterebbe anche se non ci fosse nulla di bello nel mondo. È un'idea, è un criterio, è un canone, è qualcosa che Platone collocherà, adesso lo vedremo, nell'Iperuranio, in una regione dell'essere diversa da quella in cui ci sono le cose della nostra esperienza quotidiana.
Al contrario, le singole cose belle non potrebbero essere essere tali, non potrebbero essere belle, se non fosse per l'idea di bello. Per cui non sono realtà autosussistenti. Quindi, le idee per Platone sono delle vere e proprie sostanze, delle cose a sé, che autosussistono, non hanno bisogno di nient'altro per esistere. Questo fa sì che siano anche, appunto, come vi dicevo, separate, cioè separate dalle singole cose belle, possono esistere senza di esse.
La cosa un po' più difficile da capire, che ha dato da pensare a molti studiosi, è proprio il fatto che in realtà, però, poi le cose singole non sono separate dalle idee, perché senza delle idee non potrebbero esistere. Un'azione giusta non può esistere senza la giustizia, per cui non può essere separata dalla giustizia. Questo concetto di separazione ma asimmetrica, per cui l'idea di giustizia è separata dalle cose giuste, ma le cose giuste non sono separate dall'idea di giustizia, è una delle più difficili da capire, ma è al tempo stesso la vera posta in gioco del sistema platonico. Perché qui separazione significa proprio il fatto di poter sussistere autonomamente.
Lui vi fa l'esempio del giorno: può esistere il giorno che illumina tante cose, si pone su tante cose diverse, ma non per questo si moltiplica, non per questo perde qualcosa di sé. Rimane separato dalle singole cose, però ne illumina tante, e quelle cose illuminate non potrebbero essere illuminate se le separassero dalla luce del giorno. Questa è l'idea, ovviamente, è un po' complessa, ma lasciatela sedimentare e vedrete che presto vi diventerà chiara.
Uno dei tratti più importanti, però, che le idee di Platone non hanno in comune con l'essere di Parmenide è l'unicità. Noi sappiamo che l'essere per Parmenide è una sorta di sfera perfettamente rotonda, in cui è incluso tutto ciò che esiste, e quindi è qualcosa di perfettamente unico. Ecco, secondo Platone non è così. Secondo Platone esistono molte idee. Esiste una molteplicità di idee, per cui esiste l'idea della giustizia, della bellezza, dell'amicizia, ma esiste anche l'idea del cane, del divano o di qualsiasi altra cosa.
Di fatto, Platone distingue quattro tipologie di idee. La prima sono le idee valori: sono le idee più importanti di tutto. Sono, ad esempio, l'idea di amore, l'idea di giustizia, l'idea di amicizia e così via. Sono le idee che sono dei principi cardine fondamentali dell'etica e della conoscenza.
Il secondo tipo di idee sono le idee matematiche, e queste idee sono quelle, appunto, con cui ha a che fare la matematica, ma ha in senso astratto. Ad esempio, il concetto di numero, oppure l'idea di uguaglianza, l'idea di triangolo. E badate bene che questa idea, ad esempio di triangolo, non si identifica con nessun triangolo realmente esistente, nemmeno quello che noi disegniamo su un pezzo di carta. Il triangolo realmente esistente non sarà mai davvero perfettamente corrispondente all'idea di triangolo. L'idea di triangolo è quella perfetta che noi troviamo solo nello spazio mentale della matematica. Questa è l'idea matematica.
Esistono poi anche idee delle cose che siano esse naturali, ad esempio l'idea di umanità, che permette a me di dire che alcune cose, ad esempio un banco, non è un uomo, ma io sono un uomo. E poi ci sono anche idee delle cose artificiali, per cui ho l'idea di cos'è un banco, ad esempio. Ecco, su questo Platone non sarà mai chiarissimo durante il corso della sua vita, perché talvolta tenderà a parlare delle idee facendoci pensare quasi che intenda solo le idee valori e al più quelle matematiche. Ma andando avanti, in alcuni dialoghi, è chiaro che lui intende che esista un'idea per ogni cosa, per ogni realtà del nostro mondo. Esiste un'idea, perché in fondo l'idea non è altro che il modello archetipico, la forma, ossia l'essenza di una cosa.
Quando Socrate chiedeva ai suoi interlocutori "Che cos'è?" (i latini tradurranno "quid est?"), non faceva altro che chiedere l'essenza di una cosa, ciò che quella cosa è, la sua natura, ciò che rende quella cosa lì ciò che è. Ad esempio, nel mio caso umano, cosa mi rende umano? Quella sarà la mia essenza. La mia essenza, però, non sarà questo specifico umano, ma l'idea di uomo, perché se io posso definirmi uomo, è solo in relazione a un'idea di che cos'è l'umanità in generale, in universale, quello che può rendere umano me, voi che mi state guardando, la vostra intera classe e così via.
Non è chiaro dove per Platone questo processo si fermi, a che punto non esisterà più un'idea per una determinata cosa, anche perché, adesso lo vedremo, il rapporto che si dà fra le cose e le idee è molto complesso e ha tante varianti. Ma uno dei più contraddistinti è quello del rapporto di imitazione, di copia-modello. Le cose della nostra esperienza non sono altro che delle copie ispirate ai modelli ideali. Ad esempio, il triangolo che io disegno non è altro che una copia dell'idea eterna di triangolo, che non cambia mai. Oppure la mia umanità non è altro che una copia, una realizzazione imperfetta dell'idea di umanità, di cosa significa essere umano in generale, di quella essenza umana che non cambia mai. E potremmo andare avanti all'infinito. Potremmo dire che le singole azioni giuste sono tali perché sono delle copie del modello ideale di che cos'è la giustizia in generale.
Questi modelli ideali, queste idee di cui abbiamo parlato finora, per Platone si collocano in una regione dell'essere, lo abbiamo anticipato, che è al di là dell'esperienza normale. In effetti, i latini poi le definiranno trascendenti, cioè che stanno al di là, sono in una dimensione ulteriore, in una sorta di oltre. Ecco, questa regione Platone la chiama, suggestivamente, ovviamente, ponendo un po' di quel mito e di quel carico anche religioso-mitizzato che lui ha sempre, la chiama Iperuranio. Iperuranio significa "al di là del cielo". E chiaramente, sin dalle prime formulazioni, sin dall'antichità, poi soprattutto nel Medioevo, in età moderna, è stato facile, soprattutto per i cristiani, interpretare questo Iperuranio come una sorta di paradiso, come il nostro paradiso, come un al di là, oppure come un empireo dantesco, se volete.
Ecco, in realtà non è questa la giusta interpretazione dell'Iperuranio di Platone. Quello che Platone vuole dirci è che le idee esistono, ma esistono in un modo diverso da come esistono le cose della nostra esperienza quotidiana. Anzi, Platone rilancerebbe, Platone vi direbbe che le idee sono le uniche a essere davvero, perché le altre cose, invece, a volte sono e a volte non sono. Le idee, invece, sono sempre, hanno un grado ontologico, e voi dovreste sapere, appunto, a questo punto, cosa significa "grado ontologico", hanno una modalità di esistenza che è più piena delle singole cose di cui noi facciamo esperienza.
L'esempio è facile: nessuna cosa bella che noi possiamo vedere con i nostri occhi o di cui noi possiamo fare esperienza potrà mai e poi mai essere la Bellezza, perché la Bellezza è l'idea della Bellezza, è la realizzazione massima e completa, è l'archetipo ideale di che cos'è la Bellezza, di cui poi tutte le cose belle sono le realizzazioni concrete. Ora, è chiaro che le singole cose belle non sono mai belle in senso assoluto, sono sempre belle entro certi limiti, magari sono belle per alcuni e per altri no, oppure sono belle per un certo momento e poi smettono di essere belle, oppure sono belle in un senso depotenziato, non bellissime, ma belle. Ecco, l'idea di Bellezza, invece, è tutto questo, ma al massimo grado, è bella eternamente, è bella sempre, è bella al massimo grado e così via.
A questo punto, però, potrebbe sorgere in voi una giusta domanda, e cioè: come facciamo noi, che viviamo in questo mondo qui, nel mondo della percezione sensibile, noi conosciamo tramite i nostri sensi, a conoscere le idee, se le idee sono in una regione separata, sono nell'Iperuranio, sono qualcosa di praticamente diverso da noi, abitano in un altro spazio di essere letteralmente?
Platone mette appunto a questo riguardo una teoria molto, molto interessante, che è la teoria della reminiscenza. Prima di andare a quella, però, vorrei innanzitutto attirare la vostra attenzione sui termini che Platone usa. Platone utilizza un termine molto importante per parlare di "idea" o "idea" appunto, oppure "eidos". Entrambi hanno in comune la radice "id", che in greco rimanda al vedere, come vediamo anche poi in latino e poi nelle nostre lingue, come in "video", no? Tutto ciò che è "video" riguarda l'aspetto visivo, perché le idee sono oggetto, innanzitutto, di una visione.
Dovremo capire, però, bene che cos'è questa visione, perché è chiaro che noi le idee non le possiamo conoscere tramite i sensi. Quando io vedo qualcosa, vedo una realizzazione singola, ad esempio, della bellezza, ma non vedo l'idea della Bellezza. L'idea della Bellezza, dov'è? Secondo Platone, l'idea della Bellezza è già dentro di noi, ce l'abbiamo già inscritta nella mente. E come ce l'abbiamo iscritta dentro la mente? Per farlo, per spiegarvi come, Platone deve utilizzare un mito, che sarà il mito di Er, che darà vita anche alla sua teoria sull'immortalità dell'anima, e che si basa sulla teoria pitagorico-orfica della metempsicosi.
Ricordate cosa significa? Cioè, la trasmigrazione delle anime, il fatto che dopo la morte le anime sopravvivano al corpo e si reincarnano. Ecco, secondo Platone, se noi abbiamo le idee dentro di noi, è perché tra una reincarnazione e l'altra, la nostra anima si reca nell'Iperuranio, esiste nello stesso reame in cui esistono le idee, e lì può contemplarle. Quando la nostra anima non è legata a un corpo, ma è libera, può contemplare, può vedere letteralmente le idee non realizzate, ad esempio, in un quadro o in una creatura, ma nella loro purezza originaria. Può contemplare la giustizia, può contemplare la bellezza, può contemplare l'amore, tutte queste con la lettera maiuscola, quindi all'universale, nel loro essere delle idee.
Quando poi si reincarna, la nostra anima deve, secondo il mito, abbeverarsi dalle acque del fiume Lete, e bevendo le acque del fiume Lete, dimentica gran parte della conoscenza che ha acquisito. Quando viene precipitata in un corpo, in realtà non conserva praticamente nulla della sua conoscenza diretta delle idee, del momento in cui quelle idee lei le ha viste. Tuttavia, nel corso della nostra vita, facendo esperienza, noi possiamo ricordarci di quelle idee che sono comunque inscritte dentro di noi, sono solo come appannate, e dobbiamo spann arle, come passandoci un panno sopra.
Ecco, come si fa a fare questo? Si fa facendo esperienza, si fa vedendo una cosa bella, vedendo un bel quadro, vedendo una bella persona, vedendo un bel cane. Noi ci ricordiamo, noi iniziamo a riflettere. Vedere la bellezza realizzata in quella cosa lì ci fa riaccendere la lampadina, fa spannare un po' la nostra lampadina dell'idea di bellezza, ci ricorda, o meglio, ricorda alla nostra anima che cos'è la bellezza. E pian piano, attraverso un percorso che è graduale ed è molto faticoso, e Platone discute nel Simposio, la sacerdotessa Diotima lo ripercorre, si parte, ad esempio, nel caso della Bellezza, dalla contemplazione, dall'amore per la bellezza di un singolo corpo, di una singola persona o di un singolo oggetto. Poi si va all'amore per più corpi, si inizia a capire che la bellezza non è solo in una cosa, ma può essere in tante di queste cose. Poi pian piano ci si eleva, si inizia a capire che la bellezza non è solo legata ai corpi, ci possono essere anche delle belle idee, delle belle conoscenze, qualcosa di ancora più astratto. E da qui si risale, ci possono essere delle belle leggi, dei bei ragionamenti, finché non arriviamo ad attingere l'idea pura di bellezza. In quel momento ci siamo ricordati propriamente, pienamente, dell'esperienza che la nostra anima aveva fatto nell'Iperuranio.
Questa teoria, anche se esposta tramite un mito, è fondamentale per comprendere la teoria delle idee di Platone e anche la sua teoria della conoscenza, perché queste due teorie, delle idee e della conoscenza, ossia gnoseologia, per Platone sono inestricabilmente legate. C'è un filo rosso, letteralmente, che le unisce. Perché? Perché, a quanto pare, conoscere per l'essere umano, e conoscere in senso vero, conoscere quelle cose che ci permettono di avere una conoscenza salda, scientifica, certa, vuol dire ricordare. E ricordare cosa? Ricordare il momento in cui la nostra anima ha visto e contemplato direttamente le idee.
Da qui possiamo capire che per Platone, la conoscenza delle idee non arriva tramite un lungo ragionamento, una lunga catena di deduzioni, ma attraverso una visione intellettuale, un singolo sguardo, una sorta di intuizione filosofica, se volete. Quel momento in cui ci si apre una sorta di terzo occhio che riesce a riconoscere che cos'è un'idea, conosce che cos'è la giustizia, e da quel momento soltanto vedrà chiaramente quali azioni sono giuste e quali non lo sono. Ecco, questa è la base della teoria delle idee di Platone e anche della sua teoria della conoscenza.
Come dicevo, uno dei presupposti del mito di Er che vi ho appena raccontato è che l'anima sia immortale, e questa sarà una delle teorie per cui Platone sarà più noto. Noi sappiamo che tanti aristotelici faranno grandi discussioni per far capire a tutti che secondo Aristotele l'anima, in realtà, è mortale, perché per Aristotele, il successore di Platone, l'anima sarà una funzione, una funzione biologica che smette quando il corpo a cui è associata smette di funzionare. Per Platone, invece, l'anima è immortale, e questo lo renderà molto più vicino, ad esempio, alla dottrina cristiana. Questo è un dato molto importante, perché chiaramente dentro il mito di Platone questa dottrina viene anche giustificata.
L'immortalità dell'anima permette anche di giustificare perché alcuni uomini vivano vite giuste e altri no. Secondo Platone, per come lo racconta lui, le anime, dopo essere trapassate, dopo essere arrivate nell'Iperuranio e aver potuto contemplare le idee, hanno la possibilità di scegliere quale vita vivere, di scegliere il loro destino. Se lo scelgono in piena libertà, alcune, ovviamente, fanno la scelta giusta. E qui ritorna l'intellettualismo di Socrate a dominare tutto: è la conoscenza, no? Anche la scelta morale, che destino avere, è sempre una scelta di conoscenza, perché? Perché è chiaro che il saggio sceglierà una vita virtuosa, ma sapendo vedere che cos'è davvero la virtù, riesce a riconoscere la felicità in cosa consiste davvero, mentre chi non ha conoscenze adeguate scambierà la felicità, ad esempio, per la ricchezza e sceglierà una vita ricca, anche se poi questa cosa non lo renderà felice, o farà altre scelte sbagliate che lo porteranno appunto a vivere una vita miseranda. Ma di fatto, noi ci scegliamo il nostro destino, e la nostra anima è immortale.
Conoscere è ricordare. Tutte le verità, tutte le idee, la massima realizzazione della verità è già dentro di noi, noi dobbiamo solo ricordarcele. In che modo? Facendo esperienza del mondo. Per Platone esistono quattro diversi gradi di conoscenza, divisi in due grandi ambiti. Da un lato c'è la conoscenza sensibile, cioè quella che noi attingiamo tramite i nostri sensi: la vista, l'olfatto, l'udito, il tatto e così via. Dall'altro lato, invece, abbiamo la conoscenza intellettuale, quella conoscenza che noi possiamo definire scientifica, perché se la conoscenza sensibile ha tutti i caratteri dell'incertezza, perché sono mutevoli le cose a cui si rivolge, le cose sensibili sono le cose della nostra esperienza comune, no? Mentre invece la conoscenza intellettuale ha per oggetto le idee, o meglio, le idee valori, oppure le idee matematiche, e in questo senso è una conoscenza scientifica, perché siccome le idee sono salde, sono eterne, sono sempre uguali, anche la conoscenza di queste cose sarà salda, eterna e sempre uguale, e sarà l'unica vera conoscenza.
La conoscenza sensibile, invece, è molto meno certa. C'è una grande svalutazione da parte di Platone di questo tipo di conoscenza, e questo lo renderà un innatista. Che significa innatista? Noi lo definiamo così in filosofia. Però, per poter davvero attingere a quelle conoscenze sepolte dentro di noi e dimenticate, abbiamo bisogno dell'esperienza. Quindi, da un certo punto di vista, la conoscenza sensibile ha un ruolo anche fondamentale nella gnoseologia di Platone, perché senza fare esperienza delle cose, noi non potremo mai attivare quel processo di ricordo che ci permette di arrivare alla vera conoscenza, alla conoscenza delle idee.
Per cui si parla, gli studiosi meglio hanno parlato di dualismo gnoseologico. Logico, e voi a questo punto dovreste essere in grado di capire questa combinazione di paroloni. Dualismo vuol dire una divisione in due. Gnoseologico vuol dire che attiene alla teoria della conoscenza. Quindi, un dualismo gnoseologico, cosa sarà? Sarà una teoria della conoscenza secondo la quale esistono due grandi modi di conoscere: uno sensibile, appunto, e l'altro invece riguardante le idee. La conoscenza della "doxa", dell'opinione incerta e mutevole, dipendente da uomo a uomo, che non vale per tutti, e invece la conoscenza scientifica, chiamata "episteme", che è una conoscenza salda, immutabile, che è sempre vera e ha un grado di certezza molto più alto, proprio perché è universale, vale per tutti, non cambia da uomo a uomo, da persona a persona.
A loro volta, come vi dicevo, questi due tipi di conoscenza si dividono in altri due, ossia in due sottotipi. La conoscenza sensibile, ad esempio, ha come primo grado, come quello più imperfetto in assoluto, la cosiddetta "eikasia" in greco, che possiamo tradurre con congettura o immaginazione. È una conoscenza che ha come oggetto neanche le cose esterne, le cose sensibili stesse, ma le loro ombre, le chiama Platone, ossia le immagini di queste cose: non direttamente la mela, ma il quadro di una mela, la raffigurazione di una mela, o come quella mela è nella mia mente quando io non la riesco a vedere. Quella è la conoscenza per congettura o immaginazione.
Il secondo grado della conoscenza sensibile, per Platone, invece, è la "pistis", ossia la credenza. Quel tipo di conoscenza che noi abbiamo quando facciamo esperienza diretta di qualcosa, ad esempio della mela o di un libro, che è un tipo di conoscenza che è almeno un po' più certa di quella che invece facciamo quando noi quella cosa non l'abbiamo vista o toccata o sentita direttamente in prima persona, in quel momento, ma ce ne stiamo ricordando in un altro momento, o per sentito dire, o in altri modi, ad esempio perché la vediamo raffigurata. Potete capire molto bene che conoscerà meglio la mela chi chi l'ha vista davvero, magari l'ha assaporata, l'ha toccata, o chi l'ha vista solo dipinta in un quadro. È chiaro che voi direste: "Chi ne ha avuto esperienza diretta". Questo vuol dire Platone. Tuttavia, entrambe queste conoscenze, essendo sensibili, cioè arrivando tramite i sensi e riguardando cose che stanno nella nostra esperienza quotidiana, che a loro volta sono copie dei modelli ideali, non sarà mai certa.
La conoscenza dell'"episteme", ossia quella scientifica, riguarda invece sempre le idee. Se riguarda le idee matematiche, si chiama "dianoia", ossia conoscenza discorsiva, potremmo dire ragionamento. È un tipo di conoscenza, come vi anticipavo, deduttiva, che è di passaggio in passaggio, come una dimostrazione matematica, arriva a una conclusione. Questo tipo di conoscenza può pervenire alla conoscenza delle idee. Lo stesso Platone la usa spesso. Ma la maniera più alta di conoscere le idee, la più perfetta e in assoluto la migliore, è quella della visione intellettuale diretta delle idee, quella intuizione filosofica di cui vi ho parlato, di cui noi, di fatto, facciamo esperienza soltanto nel momento in cui la nostra anima è separata dal nostro corpo nell'Iperuranio, ma di cui poi noi possiamo ricordarci.
Qui c'è un corollario importante, perché proprio nel contesto di questa discussione Platone pone la sua celebre affermazione della superiorità della filosofia sulla matematica, intesa come la conoscenza diretta delle idee, quella della visione intellettuale, quella singola intuizione con cui noi capiamo perfettamente cos'è la giustizia, è migliore della conoscenza tipica della matematica, che invece ha bisogno di passaggi, in ognuno dei quali noi potremmo perderci o sbagliare. Per di più, la matematica secondo Platone ha sempre bisogno di un supporto. Noi possiamo avere l'idea di triangolo e avere l'idea, ad esempio, giusta che la somma degli angoli interni di un triangolo sia pari a 180 gradi. Tuttavia, per dimostrarlo o visualizzarlo, abbiamo bisogno di disegnare o di guardare un oggetto triangolare, che ovviamente non è l'idea di triangolo. Inoltre, la matematica parte sempre da postulati, presupposti che sono accettati per via convenzionale, cioè per un accordo tra persone, che però non vengono mai effettivamente dimostrati. Ad esempio, la nozione di numero: la matematica non verrà da sé. Dovete andare alla nozione di numero, quella in realtà per Platone è un'idea. L'unico modo per attingerla è appunto tramite la filosofia, ossia tramite quella conoscenza diretta intuitiva delle idee.
Per cui, quello che Platone vuole dirvi qui non è che la conoscenza matematica sia meno nobile. Noi sappiamo che nella sua Accademia Platone attribuiva alla matematica un'enorme importanza, quanto piuttosto che anche la conoscenza matematica, secondo lui, si basa a come fondamento proprio quella filosofica, perché effettivamente, per poter ragionare di numeri o di triangoli, dobbiamo sapere prima cosa sono i numeri, i triangoli, e la matematica questo non ce lo dice. Deve essere la filosofia, tramite la contemplazione dell'idea di numero o dell'idea di uguaglianza, a poterci far capire che cos'è un'equazione, cosa significa dire che questo è uguale a quello. Non posso dirlo se non ho l'idea di ciò che è essere uguale, che è appunto è oggetto di una contemplazione diretta delle idee. È l'unico modo in cui noi possiamo attingerla.
Abbiamo visto che il pensiero di Platone è definibile un dualismo gnoseologico, ed è vero. Tuttavia, che quello di Platone è un dualismo anche ontologico. Che significa? Che secondo Platone esistono due categorie dell'essere. Lo abbiamo già un po' anticipato. Uno è l'essere che hanno le idee: il vero essere, l'essere eterno, immutabile, imperituro, permanente. L'altro è il modo di essere che hanno le cose sensibili, che sono corruttibili, mortali, soggetti al cambiamento e così via.
Se vogliamo, da questo punto di vista, quindi dal punto di vista ontologico, il pensiero di Platone è come quello, ad esempio, dei fisici pluralisti: un tentativo di trovare un compromesso tra Parmenide ed Eraclito, tra la grande opposizione della filosofia della prima antichità, ossia quella tra permanenza e cambiamento. Secondo Platone, esiste sia la permanenza che il cambiamento. Il mondo sensibile, il mondo delle cose di cui noi facciamo esperienza quotidiana, il mondo delle mele e dei libri e dei corpi umani, è il mondo del venire, è il mondo del cambiamento, che proprio per questa ragione, proprio perché cambia in continuazione, proprio perché non è mai saldo, non dà origine, lo abbiamo visto, a una conoscenza adeguata. Al contrario, invece, il mondo delle idee, l'Iperuranio, è il mondo della permanenza e il mondo dell'eternità, dell'immutabilità, che proprio per questo dà origine a una conoscenza salda e scientifica.
Questo per Platone ha delle ramificazioni, appunto, ontologiche. Un conto è l'esistenza per perfetta e al massimo grado delle idee, e un conto è quella un po' più imperfetta, un po' più "deminuta", potrebbero dire i latini, cioè in un senso un po' più improprio rispetto all'esistenza vera delle idee, perché ciò che sta nel mondo materiale, ad esempio, esiste in un certo momento, ma poi non esiste più, prima non esisteva, è nato, oppure durante la sua esistenza cambia, quindi il suo essere si modifica. È chiaro che questo vuol dire avere una modalità ontologica diversa e inferiore rispetto alla modalità ontologica, al modo di essere delle idee, che sono sempre uguali a se stesse e rimangono eternamente tali.
A questo punto, però, si pone il rapporto che già abbiamo in qualche modo anticipato tra le idee e le cose. Perché se le cose esistono in questo modo molto imperfetto e le idee, invece, sono così perfette ed eterne, mentre le cose sensibili sono mutevoli, in che modo queste due cose si influenzano a vicenda? Come facciamo a dire, come abbiamo già fatto, che le cose sono delle copie dei modelli ideali? In che modo Platone distingue quattro possibili legami tra le cose e le idee?
Il primo di questi è quello di "mimesi", ossia di imitazione, per cui le cose del nostro mondo sono delle imitazioni dei modelli ideali. Quando l'artigiano realizza un tavolo, lo fa come collegandosi a un server in cui vede l'idea nella sua mente, l'idea di tavolo, e prova a realizzarla nella pratica con i materiali che ha a disposizione e con le conoscenze di cui gode, con le abilità delle sue mani. Al tempo stesso, quando dipingiamo una mela, noi cerchiamo di raffigurare l'idea della mela, però ovviamente quella raffigurazione, poi vedremo, Platone critica moltissimo l'arte proprio per questa, sarà molto lontana dall'idea della mela, perché sarà una copia di una copia. Quando noi la dipingiamo, mentre la mela stessa, la mela che esiste in realtà, non è di per sé una cosa originale, ma è una copia dell'idea di mela che esiste. E anche le nostre singole azioni giuste, le nostre leggi giuste, ad esempio, sono giuste queste leggi solo perché imitano, perché copiano l'idea di giustizia, attingono ad essa. Tanto più lo fanno, tanto più saranno giuste. Quindi, il primo tipo di rapporto tra idee e cose è un rapporto di imitazione, modello-copia. Quello di cui abbiamo già parlato.
Il secondo tipo di rapporto, invece, che si può dare tra idee e cose, è quello di partecipazione, che Platone chiama "metessi". Secondo questo tipo di rapporto, le cose sensibili partecipano in qualche modo dell'essenza delle idee. Che significa partecipare? Significa che in qualche modo fanno parte di quell'idea, anche se poi, però, l'idea in sé non si divide. Non è che l'idea di bellezza sia divisa in parti uguali tra tutte le cose belle, o magari in parti disuguali a seconda di quanto una cosa sia più bella. Ad esempio, c'è l'1% dell'idea di bellezza nella Gioconda e lo 0,7% di bellezza nell'idea di mio cane, e così, mettendo tutto insieme, facendo la somma, avremo l'idea di bellezza? No. L'idea di bellezza è unica e indivisa e sta nell'Iperuranio. Le cose possono semmai partecipare di quell'idea, cioè avere dentro di sé una parte di bellezza o una parte di giustizia, è in questo modo che prendono parte dell'idea.
Ecco, questa nozione di partecipazione, come potete capire, è molto complessa, perché si tratta di spiegare come qualcosa di trascendente e quindi di separato possa essere collegato a qualcosa che dovrebbe essere appunto separato, e quindi, ad esempio, delle cose sensibili. Questo ha creato un sacco di grattacapi agli studiosi di Platone ed è uno dei punti più complessi della sua dottrina. Farà tanto discutere anche i neoplatonici e in generale i platonici in generale, perché appunto, in questo gioco tra trascendenza e immanenza si gioca un po' tutto il senso del platonismo. Cos'è la trascendenza? La trascendenza vuol dire l'essere al di là, l'essere separato di due cose, no? L'idea è una cosa e la cosa sensibile è un'altra. Però, invece, l'immanenza vuol dire che l'idea in qualche misura sta dentro quella cosa. E noi l'abbiamo detto, abbiamo detto che dentro un quadro ci può essere un po' di bellezza. Ma in che modo c'è? Per spiegare questo, Platone usa la nozione di partecipazione.
Vuol dire che, di fatto, le cose attingono alla bellezza, all'idea di bellezza, senza in alcun modo diminuirla. La bellezza non è come un serbatoio di cui le singole cose belle prenderebbero un po' del suo contenuto, semplicemente invece. Questa è l'immagine che utilizza Platone: da bellezza o l'idea è come un sole che illumina tante cose, però non per il fatto di illuminare si divide tra queste cose. Il sole rimane unico, rimane separato e rimane là, però in qualche modo le cose di questa terra partecipano del sole prendendo la sua luce. Però è una luce sempre riflessa, non è mai andare a togliere qualcosa all'idea stessa. Questo è per risolvere dei problemi che si affacceranno nel pensiero platonico più avanti, in dialoghi della vecchiaia, che noi vedremo, come ad esempio il Parmenide, per cui chiaramente voi potreste dirmi che se l'idea davvero fosse dentro le singole cose, togliendo a se stessa, allora se noi la predichiamo di due cose opposte, ad esempio il bianco e il nero, sono due cose belle, allora in che modo è possibile che lo siano, se queste due cose sono contrarie? Ma vedremo tutti questi problemi nella lezione dedicata agli scritti sulla vecchiaia di Platone. Tenete sempre conto che queste saranno questioni che tenderanno a rimanere aperte, ossia senza soluzione.
La cosa importante che qui, dove la cosa importante che vorrei che qui ricordaste è semplicemente che il secondo tipo di rapporto tra idee e cose per Platone è quello di partecipazione, in cui una cosa può prendere qualcosa dall'idea senza toglierle nulla, non semplicemente imitando, ma partecipando, come connettendosi a un server. Quando voi vi connettete a un server per una partita online, ad esempio, non togliete nulla a quella partita, a quel server, semplicemente vi connettete. È questo che succede alle idee di Platone.
Il terzo tipo di rapporto tra le idee e le cose è quello della "coinonia", ossia della comunanza, per cui le cose hanno qualcosa in comune con le idee, hanno, condividono una somiglianza, appunto, non dividono l'idea, ma condividono qualcosa di essa. È molto legata alla nozione di partecipazione che abbiamo detto prima, però non implica il fatto che le cose prendano qualcosa dell'idea, bensì il fatto che qualcosa dell'idea è dentro le cose, è condivisa dalle cose.
L'ultimo tipo di rapporto tra idee e cose è quello della causalità, della causa. Platone la chiama "aitia", usando il termine greco. E cosa significa? Che le idee sono cause delle cose. E qui, ragazzi, si apre tutto un intero universo che darà da pensare tantissimo a voi, ha fatto pensare tantissimo agli studiosi e anche ai sostenitori del pensiero di Platone, ai platonici. Perché chiaramente è difficile spiegare, è una grande difficoltà, perché ovviamente è una delle imprese più difficili per il pensiero umano, spiegare in che modo qualcosa di separato e trascendente, come sono le idee, possa al tempo stesso essere la causa di qualcosa che è separato. È il problema che incontreranno, ad esempio, i cristiani quando devono spiegare in che modo Dio possa creare il mondo e mettere se stesso dentro il mondo, pur rimanendo separato da questo mondo, in che modo noi possiamo dire che Dio è causa del mondo, ma al tempo stesso Dio è separato, Dio non sta dentro il mondo, Dio è al di là. Ecco, questo è il problema che incontra Platone.
E Platone, in realtà, non se lo pone dal punto di vista religioso, o almeno meno che noi sappiamo, non lo fa. Ci sono alcuni che pensano che invece un senso religioso ci sia, ma la principale preoccupazione di Platone, in verità, è quella di dire che le idee, in realtà, sono la causa dell'esistenza delle cose, sono delle cause non solo della conoscenza, perché è chiaro, noi possiamo, e lo abbiamo detto, conoscere la bontà di una cosa o la bellezza di una cosa solo perché esiste l'idea di buono e bello, perché se quell'idea non esistesse, neanche le singole cose potrebbero essere buone e belle, e noi quindi non le potremmo conoscere come tali. Ma come potete aver notato già da quello che ho detto, noi abbiamo detto che la singola cosa bella, un quadro bello, non può essere bello se non c'è l'idea di bellezza, se non c'è qualcosa a cui partecipare o un'idea da imitare, un modello a cui ispirarsi. Per cui è chiaro che le idee sono gli archetipi, ma anche in senso di cause esemplari, sono qualcosa che produce il mondo, produce ciò che c'è. Non ci sarebbero gli esseri umani se non ci fosse l'idea di umanità, non ci sarebbero i cani se non ci fosse l'idea di cane.
Cercare di capire come qualcosa di spirituale, separato, come un'idea, possa essere la causa dell'essere, è possibile solo se tenete a mente quello che abbiamo appena detto, e cioè che l'essere puro ce lo hanno solo le idee. Le altre cose hanno un essere partecipato, hanno un essere limitato. Per cui l'essere che le idee gli danno è perfetto. E appunto, se volete, potete immaginarlo così: l'idea di bellezza esiste in sé, esiste da sola, come idea, nell'Iperuranio. È un'esistenza perfetta, eterna, totale, non ha bisogno di nient'altro per esistere, è un essere pieno e perfetto. Invece, l'esistenza della cosa bella è possibile solo a patto che esista l'idea della bellezza, e quella bellezza, quella proprietà di essere bello che noi attribuiamo a un quadro o a un animale o a un oggetto o a una persona, è possibile dire che sia lì solo perché esiste l'idea di bellezza, altrimenti quelle cose, nessuna di quelle cose, potrebbe essere bella. Per cui noi diremo che la causa della bellezza nelle cose è l'idea della Bellezza.
Le differenze, però, esistono per Platone anche dentro il mondo delle idee, perché come lui dirà, soprattutto nei dialoghi più maturi, ad esempio quelli della vecchiaia, esiste una gerarchia tra le idee, e l'idea in assoluto più importante è l'idea di Bene. In alcuni scritti, soprattutto quelli più avanzati, Platone sembra alludere al fatto che l'idea di Bene sia superiore di grado rispetto a tutte le altre, sia una sorta di super-idea, un'idea che fonda tutte le altre, senza la quale non esisterebbero neanche le altre idee. Ora, sempre tenendo conto che invece le idee sono autosussistenti, ad esempio, esiste da.
sola ma ha bisogno comunque dell'idea di bene e non sarebbe un'idea senza l'idea di bene perché noi possiamo possiamo capire ciò che è giustizia solo avendo prima il concetto di ciò che è buono. questo è un concetto molto difficile, ragazzi, un concetto molto pericoloso sul quale adesso preferisco non soffermarmi. volevo soltanto accennarlo perché noi lo andremo a vedere invece meglio quando nelle ultime lezioni su Platone affronteremo la questione delle sue dottrine non scritte e delle sue opere della vecchiaia in cui Platone riflette effettivamente sul problema dell'idea di bene che, secondo molti, secondo molti platonici, coincide con l'idea di Dio, con un senso più teologico.
per adesso ricordatevi che le idee per Platone sono molte e che tra loro c'è una gerarchia al culmine della quale si colloca l'idea del bene. a titolo di riassunto di tutto quello che abbiamo detto userò un mito, uno dei miti più famosi di Platone che riguarda proprio la teoria delle idee e il modo in cui noi le conosciamo e quindi la nostra conoscenza. sto parlando del mito della caverna.
per poterlo capire dovete proiettare nella vostra mente una scena. immaginate degli schiavi incatenati con la schiena contro una parete di pietra e legati con delle catene, quindi non possono muoversi né allontanarsi. sono di schiena contro questa parete, ma il loro volto è rivolto verso la parete di una caverna sulla quale scorrono delle ombre. perché scorrono delle ombre? perché oltre il muricciolo c'è un fuoco. quindi immaginate questa caverna. oltre l'ingresso della caverna trovate un fuoco, un falò, e oltre questo falò c'è un muricciolo alle spalle del quale sono incatenati degli schiavi. ora, tra il falò e il muricciolo passano delle persone che portano sulla testa delle statue a forma di cose, ad esempio una statua a forma di lupo e una statua a forma di mela.
gli uomini che hanno sempre vissuto incatenati, cosiddetti schiavi, questi sono per Platone, sono abituati a pensare che il mondo sia fatto di quelle ombre, che le cose vere del mondo siano quelle ombre che loro vedono proiettate sulla parete della caverna. ma se uno schiavo si liberasse e si voltasse, capirebbe che in realtà quelle cose che lui vedeva proiettate erano solo ombre, non erano le vere cose, erano solo ombre delle statuette che a quel punto gli sembreranno le cose vere.
se però lui avrà un po' di coraggio in più e uscirà dalla caverna, incontrerà, ad esempio, attaccata a un albero una mela vera, oppure incontrerà all'interno della foresta un lupo vero e capirà che quelle statuette di cui lui vedeva le ombre proiettate altro non erano che la copia di quelle cose realmente esistenti, di quella mela che pende dall'albero o di quel lupo che si aggira per la foresta. capito?
questo probabilmente lo schiavo liberato dalla caverna avrà anche difficoltà ad adattarsi alla luce del sole che è molto intensa, per cui queste cose non le vedrà direttamente illuminate dalla luce del sole, ma appunto per proteggersi gli occhi, probabilmente, ad esempio, così immagina Platone, riflesse in uno specchio d'acqua, ad esempio in un lago o in un fiume. una volta che avrà adattato la sua vista, potrà guardare direttamente il sole, la luce piena e una volta che l'avrà guardata, riuscirà a mettere tutto in prospettiva, riuscirà a capire cosa sono le cose vere, cosa rende vere quelle cose e capirà soprattutto che ciò che aveva visto, ciò che i suoi compari schiavi vedono nella caverna è falso. sono solo delle ombre, delle copie che non sono la verità.
e allora, e questo è molto importante, ci soffermeremo subito dopo su questo, lo schiavo liberato torna nella caverna. può fare questa scelta, può tornare a comunicare quello che ha scoperto agli altri schiavi. come qualunque sapiente che abbia fatto una scoperta sensazionale. solo che gli schiavi, non potendo fare lo stesso percorso, a meno che non si siano liberati a loro volta, non gli crederanno. lo prenderanno per pazzo. continueranno a dire che i migliori sono quelli che riescono a distinguere meglio le ombre che vedono proiettate, un po' come i sofisti, che sono i migliori a distinguere le illusioni senza rendersi conto che sono illusioni.
e dato che lo schiavo liberato ha gli occhi che si sono abituati al sole, ci metterà un po' a far adattare i suoi occhi all'oscurità e quindi per un po' non vedrà più nemmeno bene quelle cose che lui sa ormai essere ombre. pertanto verrà ingiuriato, verrà ritenuto il peggiore di tutti e se insisterà, verrà persino messo a morte dagli altri schiavi che lo reputeranno un pazzo e un disturbatore. ecco, se avete studiato bene Platone e Socrate, in questo mito della caverna, probabilmente avete già riconosciuto tantissime allegorie, tantissimi simboli. cerchiamo di ricostruirli insieme.
allora, cosa sono gli schiavi? gli schiavi sono le persone che sono ancorate e incatenate alla conoscenza sensibile, che pensano che ciò che noi vediamo nel nostro mondo, effettivamente nel mondo dell'esperienza sensibile, sia la verità, mentre in realtà sappiamo che per lui non lo è. le ombre che sono sulla parete, ciò che quegli schiavi vedono, tutto ciò che vedono sono nient'altro che la metafora degli oggetti della conoscenza sensibile, o meglio, di quegli oggetti della fase della conoscenza sensibile che noi abbiamo definito dell'immaginazione o congettura. ad esempio, la mela dipinta sul quadro. loro credono che quella sia la verità.
il secondo livello, le statuette, altro non sono, ad esempio, che la mela reale, la mela realmente esistente, che quella che fa da modello rispetto alle cose dipinte sulla parete, ed è il primo grado della conoscenza sensibile. invece l'uscire alla luce da parte dello schiavo implica la sua liberazione, innanzitutto, e quindi il fatto che la persona, o il filosofo, a questo punto dovremmo dire, perché lo schiavo liberato nient'altro che il filosofo, è colui che si libera delle catene della sensibilità e capisce che la vera conoscenza è quella intellettuale. vede per la prima volta il mondo delle idee e ne rimane accecato, non riesce a vedere bene e all'inizio le deve vedere riflesse. vede l'idea della mela e capisce che la mela realmente esistente in realtà è una copia di quell'idea che esiste e capisce però che in realtà non può fissarla direttamente, ma deve vederla riflessa.
l'idea della pozza riflessa, probabilmente, è una metafora delle conoscenze della matematica, che per molti di noi sono il primo accesso al mondo della conoscenza intelligibile, ossia della conoscenza scientifica. che cosa significa? noi sappiamo che la conoscenza intellettuale per Platone, lo abbiamo detto prima, ha due gradi. uno che è l'intuizione pura, la noesis, quella dell'intuizione filosofica, della visione diretta delle idee. l'altra invece è la conoscenza della dianoia, ossia discorsiva, deduttiva, della matematica, tipica delle idee matematiche. quello è il primo grado. una volta che l'uomo, appunto, è riuscito a vedere le conoscenze intellettuali per via deduttiva, potrà sperare di attingere direttamente quelle, appunto, idee vere e proprie tramite l'intuizione.
una volta fatto questo, e questo la metafora è quella del sole, l'uomo che guarda direttamente nel sole capisce che tutto il resto è un'emanazione di quello. probabilmente l'idea del sole è l'idea del bene, l'idea più alta di tutte, che dà senso all'idea di mela, all'idea di lupo, che la persona vede. a quel punto, però, abbiamo una cosa fondamentale, e cioè la scelta da parte del filosofo di ritornare, di far ritorno dagli altri uomini per liberarli. la funzione liberatrice del sapere, della filosofia e del sapiente, è esattamente quello che ha scelto di fare Socrate, che ha intravisto delle verità, ha fatto un percorso, gli si sono aperti gli occhi e vuole fare in modo che anche gli altri lo facciano.
solo che gli altri non lo capiscono. gli altri continuano a dare onori e meriti a chi riesce a distinguere meglio le ombre, a chi parla bene delle cose sensibili e non capisce la realtà delle idee, ai sofisti, praticamente. e anzi, dietro la metafora dello schiavo messo a morte, perché sembra essere azo, vibra tutta la percezione della drammatica esperienza vissuta da Platone con Socrate, la messa a morte di Socrate, appunto.
ecco, questa è una metafora, secondo me, perfetta per illustrare sia la teoria delle idee di Platone, sia la sua teoria della conoscenza, perché come avete visto, ci sono tutti i vari gradi della conoscenza per Platone e anche la differenza del dualismo sia ontologico che gnoseologico tra mondo delle idee e mondo delle cose sensibili. ma la cosa che ritengo più importante di tutto questo, sulla quale dovremo appunto andare ad approfondire, tenete conto che questo mito qui è raccontato nel libro settimo della Repubblica, un testo che è importantissimo perché è qui che Platone mette a punto gran parte della sua teoria politica, di cosa dovrebbe essere uno stato ideale, uno stato in cui è realizzata la giustizia in modo massimo, la giustizia con la G maiuscola.
noi sappiamo che questo è stato il punto d'inizio per Platone, la ricerca dei valori assoluti. si spiega perché lui vuole trovare la giustizia, vuole trovare un modo di mettere in piedi uno stato giusto. da questo punto di vista, l'inizio e la fine sono la stessa cosa, l'alfa e l'omega si uniscono, perché è dall'esperienza dell'ingiustizia che Platone inizia a cercare la giustizia e quindi l'esistenza di un valore assoluto per poter, noi sappiamo, fondare uno stato giusto. lui stesso lo proverà.
la finalità vera della teoria delle idee non è gnoseologica, non è solo una teoria che ci spiega come noi conosciamo, né è una teoria solo ontologica che ci spiega come sono fatte le cose che esistono, né è una teoria vagamente filosofica o metafisica. ma la vera finalità, il vero scopo, l'obiettivo reale della teoria delle idee sin dal principio è quella di fondare valori assoluti, ma non di per sé, non come impresa per contrastare, ad esempio, il relativismo sofistico in sé, ma perché Platone crede nella possibilità di edificare uno stato giusto, quindi per realizzare in politica una società improntata all'idea di giustizia, a una giustizia che non dipende dal favore o sfavore degli uomini potenti o dalle interpretazioni di sofisti pusillanimi e psicofanti. un modello eterno, un modello che non cambia mai, un modello che non dipende dal parere delle persone, un modello che non potrebbe mai mandare a morte Socrate.
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