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Napoleone, quando nasce nell'agosto del 1769, ha un padre e una madre che hanno combattuto a lungo per l'indipendenza e che hanno assistito all'ultima disfatta delle truppe corse comandate da Pasquale Paoli, in una battaglia che diventa leggendaria per quella piccola isola; per la storia di quella piccola isola, la battaglia di Ponte Nuovo. Un giovanotto di un'isola forse importante, ma certamente ancora periferica, selvaggio come la Corsica, poteva avere le qualità più brillanti, ma probabilmente avrebbe avuto un destino piuttosto circoscritto se il tempo non lo avesse aiutato. C'è un bel racconto di Leonardo Sciascia, *Troppo presto, troppo tardi*, si chiama, che racconta appunto di che cosa avrebbe potuto essere Napoleone Bonaparte se non fosse nato nel 1769; se quindi non avesse avuto 20 anni nel momento in cui scoppia la Rivoluzione francese. Probabilmente, racconta Sciascia, sarebbe stato un buon ufficiale di un grado nemmeno troppo elevato, perché nell'epoca dell'antico regime chi veniva da una fortuna piuttosto modesta – e la presunta fortuna dei Bonaparte non era più che una modesta condizione – non sarebbe mai diventato un generale; sarebbe al massimo arrivato a un grado di maggiore. Insomma, l'anonimato avrebbe probabilmente chiuso la resistenza di un signore chiamato Napoleone Bonaparte.
E invece, Napoleone, a vent'anni, quando scoppiò la Rivoluzione, lo in realtà se ne interessa poco all'inizio. Il giovane Napoleone diventa un appassionato seguace delle idee indipendentiste della Corsica. Insomma, mentre la Francia si infiamma per i grandi ideali della libertà e dell'eguaglianza, mentre a Parigi si scrive la storia con la S maiuscola, questo giovanotto pensa semplicemente a come liberare la Corsica dal giogo francese. E però, poi, interviene un elemento della biografia familiare che cambia radicalmente la sua prospettiva, il suo rapporto con la Rivoluzione. A un certo punto, Paoli ha la sensazione che il clan dei Bonaparte – perché l'isola allora era organizzata per nuclei, diciamo, di famiglie compatte – non abbia più nei confronti della sua battaglia indipendentista lo stesso slancio che aveva avuto in passato. Ed è vero: a un certo punto, Luciano, suo fratello, va davanti all'Assemblea Rivoluzionaria francese, denuncia il tradimento di Paoli e il tentativo di Paoli di consegnare l'isola agli inglesi. A quel punto, la reazione di Paoli è quella di bruciare la casa dei Bonaparte. C'è tutto un racconto che, naturalmente, il mito napoleonico ha reso più romantico, più fascinoso, ma insomma, la famiglia si deve imbarcare, e in questa navigazione da Ajaccio, dove la casa è in fiamme, verso Marsiglia, verso una Francia del tutto sconosciuta per i Bonaparte, si dà la trasformazione di questo Napoleone italiano in un Napoleone francese, Napoleone francese in un Napoleone della Rivoluzione.
Arrivati a Marsiglia, Napoleone comincia a legarsi agli ambienti giacobini. E quindi, questo giovanotto che solo qualche mese prima ancora favoleggiava dell'indipendenza della Corsica, della libertà corsa, quasi non avvertendo quello che stava succedendo nelle piazze francesi, e particolarmente a Parigi, diventa un amico di Agostino Robespierre, il fratello più piccolo di Massimiliano. Insomma, un giovanotto alla corte, diciamo così, del partito giacobino, e ne segue le avventure e ne segue anche le disavventure dentro la Rivoluzione. Napoleone entra da giacobino, e per così dire il suo battesimo del fuoco è un battesimo rivoluzionario e giacobino: nel 1793, l'assedio di Tolone, un assedio che durava da tempo, che gli inglesi volevano salvaguardare, ed è solo la genialità, così si racconta, di Napoleone – che è un ufficiale di artiglieria e posiziona i cannoni sopra la città in una maniera strategica, consentendone la conquista – che fa sì che Napoleone entri in qualche modo nella storia. Nell'estate del 1793, il ruolo che il giacobino Napoleone ha giocato nella conquista della piazzaforte di Tolone gli vale l'avanzamento: diventa generale, che diventa soprattutto uno degli uomini eminenti del gruppo Robespierre. Salvo che poi la Rivoluzione prende tutta un'altra strada dopo il 1794, il momento in cui Robespierre viene ghigliottinato, e Napoleone si ritrova un'altra volta problematicamente a dover attraversare un tratto nuovo della sua vita, che è quello – viene anche incarcerato – di un uomo che aveva scelto nella Rivoluzione una parte, per così dire, sbagliata.
Tutto da rifare per Napoleone. Nell'estate del 1794, il suo patron, Massimiliano Robespierre, è stato ghigliottinato, ed a Parigi egli circola come un uomo reietto, un uomo che in qualche modo non ha un destino davanti: bisogna ricostruire tutto. Lo fa con fatica, ma anche con molta intelligenza; comincia a frequentare i circoli del nuovo governo post-rivoluzionario, diciamo così, che è quello del Termidoro; frequenta i salotti giusti; conosce un uomo molto importante dell'epoca, che è Paul Barras; e soprattutto lavora, non più in prima fila come era accaduto nell'assedio di Tolone, e lavora in un ufficio, ma un ufficio tutt'altro che trascurabile: l'ufficio topografico, quello cioè incaricato di preparare le mappe per le guerre che, dal 1792, l'intera Europa dei sovrani, l'Europa legittimista, ha dichiarato appunto alla Rivoluzione. In questo ufficio topografico, quindi, egli studia tutta una serie di campagne, di disegni, in particolare il fronte italiano, dove un'altra leggenda della Rivoluzione francese, il grande Carnot, sta preparando una controffensiva per cercare di respingere da quella parte l'attacco che viene dall'esercito austriaco e dall'esercito piemontese. E questo sarà molto importante, la conoscenza, diciamo, di questo fronte per assecondare poi il grande momento, il momento nel quale Napoleone si farà conoscere all'opinione pubblica francese, si imporrà nella storia, che avviene circa un anno dopo, che avviene attraverso – anche qui una vicenda rivoluzionaria – la Rivoluzione francese.
In quegli anni, non è solo in difficoltà verso l'esterno, lo è anche all'interno, perché via via che si indebolisce la sua capacità di reagire agli attacchi militari che sono portati dagli eserciti alleati – austriaci, prussiani – prende di nuovo forza una volontà controrivoluzionaria. Ed è proprio in uno dei consueti rivolgimenti controrivoluzionari che subisce la capitale parigina – siamo nell'ottobre del 1795 – che viene preso questo giovanotto un po' sconosciuto, che però ormai è amico dei potenti, e lo si incarica di reprimere una rivolta, appunto, di legittimisti, di monarchici. Lo fa con grande energia, con grande capacità: mobilità dei cannoni sulle gradinate della chiesa di Saint Roch, di San Rocco, nel centro di Parigi; ordina di sparare contro questi controrivoluzionari. Insomma, nel giro di poche ore, la rivolta, cosiddetta del 13 vendemmiaio, viene soffocata da Napoleone Bonaparte. Napoleone, a questo punto, è nel cuore del governo rivoluzionario; viene considerato il salvatore della Rivoluzione; gli viene affidata – forse anche perché negli stessi giorni sposa una bella donna creola della Martinica, che si chiama Giuseppina Beauharnais, vedova di un generale della Rivoluzione che era stato ghigliottinato qualche anno prima, amante di questo Barras, di cui abbiamo detto che era l'uomo più potente della Francia del momento – da Barras, un po' perché Napoleone era stato assai bravo a reprimere la rivolta del vendemmiaio, un po' perché si ricorda della bravura di Napoleone a Tolone, è un po' perché lo ha liberato di un'amante da cui in qualche modo voleva separarsi, gli affida un incarico a cui Napoleone è pronto: l'Italia. Gli viene affidata nel marzo del 1796, questo fronte italiano, un fronte che, secondario, Napoleone lo sa, interessa poco, perché loro, da sempre, la Francia sta combattendo per quelli che si chiamano le frontiere naturali, i confini del Reno. Poi, sì, l'Italia, c'era stato qualche sogno in passato di occupare la Lombardia e qualche progetto all'epoca di Luigi XV, ma insomma, l'Italia stava bene come stava, governata essenzialmente dall'influenza austriaca; era un fronte secondario che veniva mantenuto più per tenere impegnato una parte dell'esercito austriaco, senza grande importanza.
Ma un uomo, un uomo nato in Corsica, un uomo mediterraneo, un uomo di origini italiane, non poteva immaginare assolutamente che quello fosse un disegno secondario. Ed ecco quindi che, quando arriva – tutti naturalmente lo guardano con una certa sorpresa, diffidenza: un ragazzino di 25-26 anni che comanda 30.000 veterani, sperimentati, che stanno su quelle Alpi ormai da diversi anni senza praticamente far nulla di realmente serio dal punto di vista militare – Napoleone, in pochi giorni, fa capire di che pasta è fatto. Il celebre proclama all'Armata d'Italia, quello che appunto parla della Repubblica – così dice questo primo grande discorso – l'esercito, la Repubblica, molto vi deve, nulla vi può dare, ma io vi porterò nelle più fertili pianure d'Europa – entusiasma a tal punto questo esercito raccogliticcio, questo esercito così lacero, malnutrito – recitano le testimonianze dell'epoca – lo porta rapidamente a scendere dalle Alpi e, nel giro di quattro-cinque settimane, arrivare addirittura a Milano. Fin dalle sue prime imprese militari, Napoleone si distingue per il suo straordinario genio strategico, che fonde le innovazioni belliche moderne con lo studio dei grandi condottieri del passato. Una delle peculiarità della strategia di Napoleone è la concezione della guerra come un'operazione rapida e risolutiva; l'obiettivo è distruggere l'esercito nemico nel minore tempo possibile, concentrando spesso le forze in un unico scontro decisivo. Per ottenere questo risultato, innanzitutto è necessaria una preparazione meticolosa della battaglia, così da individuare i punti deboli degli avversari e anticiparne le possibili contromosse. Le tattiche militari privilegiate da Napoleone sono sostanzialmente due: la prima consiste nel girare con un contingente le file nemiche, che vengono tenute occupate da un attacco frontale dimostrativo; in questo modo gli oppositori sono presi alle spalle e si ritrovano tra due fuochi, senza possibilità di ritirata. Questo metodo verrà adottato in diverse occasioni durante la campagna d'Italia e raggiungerà il suo vertice nella battaglia di Ulm del 1805, quando si trova dinanzi a un esercito più numeroso. Napoleone, invece, preferisce la cosiddetta manovra centrale: il generale disperde le sue truppe lungo il fronte in modo da confondere l'avversario, che non sa da quale parte arriverà l'attacco; solo all'ultimo momento il grosso delle forze viene concentrato in un settore e parte l'assalto ai raggruppamenti nemici, che vengono così combattuti uno alla volta, con maggiori possibilità di successo. L'arma vincente di Napoleone sono però i suoi stessi uomini: sospinto dall'eccezionale carisma del suo generale, l'esercito francese è infatti un'efficace macchina da guerra, celebre per la sua furia rivoluzionaria, che lo porta a compiere imprese formidabili, a partire dalle veloci e instancabili marce con le quali i soldati napoleonici riescono a coprire persino 130 chilometri in poco più di due giorni. Stendhal, quando apre il suo capolavoro, *La Certosa di Parma*, ci lascia un'immagine folgorante: scrive: «Il 15 maggio del 1796 fece il suo ingresso in Milano il generale Bonaparte, e allora apprese il mondo che Alessandro e Cesare avevano trovato il loro successore». Questa ripresa militare, che porta un esercito raccogliticcio a conquistare il cuore dell'Italia settentrionale, Milano, è veramente leggendaria.
Sono le grandi battaglie che cominciano a costruire appunto una leggenda militare di Napoleone; sono battaglie che rivelano il suo genio tattico e strategico, ma soprattutto la capacità di entusiasmare, di avere un progetto chiaro in testa e di farlo capire alle persone che gli sono in colpa. Questo progetto è un progetto italiano; è un progetto che guarda all'Italia non più come un aspetto secondario della politica francese, ma come il centro della possibile presenza in Europa della Francia rivoluzionaria. L'Italia viene conquistata non solamente con le armi, ma con l'entusiasmo dei valori della Rivoluzione: la libertà, la democrazia. I francesi sono al tempo stesso liberatori, ma sono anche i conquistatori; parlano di libertà, ma in realtà ri-assoggettano l'Italia ad un'influenza francese. Insomma, un momento difficile, ambiguo, e che tuttavia gli italiani hanno sempre guardato con grandissima attenzione, con grandissima passione. Noi oggi parliamo da un museo napoleonico, un delizioso luogo nel cuore di Roma, siamo a passo da Piazza Navona, ma ce ne sono tante di realtà come queste, perché l'Italia, a partire proprio dalla campagna del 1796, è uno di quei luoghi che non ha mai cessato di vedere Napoleone certamente anche il dominatore, l'esportatore della Rivoluzione, ma anche un liberatore. L'Italia di fine Settecento è un'Italia polverosa: quando Montesquieu l'aveva vista qualche tempo prima, raccontava – o quando, all'angolo del mondo, quando la vede Goethe, se ne infiamma per delle ragioni così retoriche, di mito dell'antico – ma insomma, la società italiana è una società che, in confronto alla grande velocità che ha preso il tempo nel resto d'Europa, rimane veramente ai margini, e si risveglia – come dirà un patriota di quell'epoca – e Napoleone ci risveglia dalla morte e dal sonno di due secoli. Foscolo, il grande poeta, naturalmente si arrabbierà per la cessione di Venezia, e tuttavia non potrà fare a meno di capire che con Napoleone sono le idee nuove del tempo che entrano in una società che ne è rimasta estranea troppo a lungo. Insomma, la modernità aveva sfiorato l'Italia, l'aveva lasciata probabilmente ai margini, e adesso invece la riacchiappa, la riprende, si infervora. Tutto questo è il clima dentro cui si svolgono le azioni militari che portano Napoleone, dopo Milano, fino appunto a raggiungere Venezia, e persino arriva quasi a 100 km da Vienna, a minacciare la capitale dell'Impero asburgico, cioè sbaragliando completamente l'esercito austriaco che aveva mantenuto la pianura padana per tutte le campagne precedenti, e ponendosi dei problemi: che fare di questa Italia? Il governo francese vorrebbe sbarazzarsene al più presto, barattarla con i territori del Reno. Napoleone esita su tutto questo, perché pensa che l'Italia sia un punto della nuova scacchiera francese da non perdere, soprattutto poi, successore di Alessandro e di Cesare, come dice Stendhal, sa che l'Italia è fondamentale per la costruzione del suo mito, perché dall'Italia Napoleone comincia ad avere, per così dire, misure del tempo che non sono più le misure normali. Napoleone si vede già non solo nella storia, ma si vede in una storia di lunghissimo periodo.
La Rivoluzione aveva già fatto un gesto molto forte: aveva azzerato il calendario, aveva imposto un calendario nuovo, nuovi mesi, quasi a voler dire che il tempo nasceva con la Rivoluzione. Questo è il grande sogno di ogni Rivoluzione: l'uomo nuovo, il tempo nuovo. Napoleone incarna, in una misura ambigua ma estremamente originale ed estremamente feconda, questa idea del tempo nuovo, perché in fondo, come poi farà vedere un grande scultore, Antonio Canova, che lo ritrarrà sempre come un antico romano, nel suo ritorno all'antico, Napoleone non fa come fanno tanti intorno a lui, come aveva fatto lo stesso mondo della Rivoluzione: non imita l'antico, non si traveste da antico. Il generale Bonaparte che conquista l'Italia è l'antico Cesare e Alessandro, è come se saltasse tutto quello che accade in mezzo e restituisca alla Rivoluzione francese la capacità di parlare direttamente con le grandi tappe del passato. Nessun rivoluzionario come Napoleone interpreta e dà vita alla mitologia tipica di una Rivoluzione, del tempo nuovo e dell'uomo nuovo, e lo fa proprio scavando nelle terre più antiche, scavando, cioè, lavorando sui materiali che gli offre l'Italia, e di lì a poco sui materiali che gli offre l'Egitto.
Dopo i successi ottenuti in Italia da Napoleone, l'Austria rinuncia temporaneamente alla guerra contro la Francia, che si trova così a fronteggiare un unico avversario: l'Inghilterra. L'ipotesi di colpire l'Inghilterra direttamente sul suolo britannico viene immediatamente scartata dal Direttorio, che sceglie invece un'altra strada: conquistare l'Egitto e ottenere così il controllo del Mediterraneo orientale. In questo modo la Francia può interrompere i traffici commerciali dell'Inghilterra con l'India, fonti di grande ricchezza per l'economia d'Oltremanica. La campagna d'Egitto, affidata a Napoleone, inizialmente è un vero e proprio trionfo: nel 1798, dal porto di Tolone, salpa un esercito di circa 40.000 soldati che sfugge alla flotta britannica e occupa facilmente Malta. Dopo essere sbarcate ad Alessandria, le truppe del generale Bonaparte marciano verso il Cairo e, nel mese di luglio, sbaragliano i turchi nella celebre battaglia delle Piramidi. L'offensiva sembra a quel punto conclusa con una piena vittoria francese, ma sono sufficienti pochi giorni per modificare gli esiti della campagna africana. Il primo agosto del 1798, infatti, la flotta inglese, guidata dall'ammiraglio Horatio Nelson, distrugge quella francese nella rada di Abukir, tra Alessandria e il delta del Nilo, togliendo al corpo di spedizione francese ogni possibilità di contatto con la madrepatria. Dopo questa disfatta, la Francia deve sospendere le sue mire sul Mediterraneo, ma soprattutto deve affrontare la reazione delle potenze europee, che danno vita a una coalizione e riescono a strappare l'Italia alla Francia. Le sconfitte militari che portano alla caduta delle Repubbliche italiane accelerano la crisi del Direttorio e, lì a poco, aprono la strada al colpo di Stato di Napoleone del 18 brumaio 1799. Le rivoluzioni finiscono perché il tempo vuole che, come tutte le cose umane, finiscano, e soprattutto perché – in particolare quella francese – ormai non può più sopportare l'inevitabile, ma scomoda irrequietezza di una condizione rivoluzionaria.
Certo è che Napoleone, quando ritorna dall'Egitto – siamo ormai verso l'autunno del 1799 – sa solo che deve ancora una volta riconquistarsi il posto in una società, quella francese, che lo ha mandato lontano da sé, che sembra quasi averlo dimenticato, ma che è venuto anche il momento di far cambiare passo alla Rivoluzione. La Rivoluzione, così come è vissuta dal 1789 al 1799, si deve chiudere; come chiudere la Rivoluzione, passando, come dire, dalla metafora del tempo alla pratica politica. È questo quello di cui si discute nella Parigi in cui Napoleone ritorna dopo che la campagna d'Egitto è stata praticamente un fallimento, perché gli inglesi hanno bruciato la flotta francese al largo di Abukir, e quindi l'esercito francese non può più ritornare in patria; lo farà solo dopo complicate trattative con il governo inglese, e Napoleone è costretto quasi ad una fuga, quasi a fuggire dall'Egitto nel momento in cui si parla appunto di una nuova realtà politica che si sta determinando in Francia, laddove la Rivoluzione è ormai troppo isolata. Quando lui ritorna, quasi tutte le conquiste che aveva fatto nel 1796-97 si sono azzerate; gli austriaci, approfittando della sua assenza, hanno riconquistato quasi tutta la penisola italiana. Insomma, Napoleone, in qualche modo, sembra il salvatore di una Francia che è di nuovo preda di una serie di contrasti interni e di disavventure esterne. I salotti di Parigi brulicano di complotti, di manovre, di disegni; si scrivono e si riscrivono le nuove costituzioni per un ennesimo governo, e si cerca di associare questo giovanotto così intraprendente ad una delle tante ipotesi di colpo di Stato; si cerca una spada, come si dice allora nei salotti di Parigi, per tutti questi disegni di trasformazione e di scrittura di costituzioni. Ma, come poi diranno, quella spada, la spada di Bonaparte, si rivelerà troppo lunga, una spada a seconda dei progetti di abbattimento del regime politico ancora nominalmente al potere, il Direttorio, ma trasforma questi disegni in una strategia personale, che però è al tempo stesso una strategia di lungo periodo, e il modo di chiudere la Rivoluzione.
Tutto questo avviene in una maniera molto turbinosa: il progetto è quello di riunire le due assemblee lontano da Parigi, paventando pericoli di complotti contro i rivoluzionari, e poi sciogliere il Direttorio e nominare un nuovo governo. Di questo è incaricato appunto Bonaparte. Bonaparte, la mattina del 18 brumaio del 1799 – siamo quindi al 7 di novembre – va in queste camere, ma l'uomo che non si era spaventato di fronte agli eserciti austriaci, l'uomo che non si era spaventato nel difficile mondo egiziano, si spaventa davanti a questi deputati che lo guardano con l'aria di sfida, con l'aria di chi teme di vedere in Bonaparte un nuovo Robespierre, un nuovo possibile tiranno; balbetta, cerca di dare delle spiegazioni sul perché li hanno convocati di urgenza, sul perché è necessario sciogliere il governo, sul perché è necessario dare una nuova costituzione; accenna, ma in maniera molto confusa, ad un pericolo che la Rivoluzione sta correndo. I deputati non gli credono, e allora parte una frase che lo sgomenta: era la stessa frase che era stata lanciata contro Robespierre e che aveva portato alla caduta di Robespierre, e dalla platea dei deputati si lancia la parola: «Fuorilegge! Fuorilegge!». Egli non sa che fare; sta per naufragare il progetto, sta per naufragare anche la vita di Napoleone. Ma da fuori, qualcheduno, immaginando che ci sia anche un tentativo di assassinare Bonaparte nell'assemblea, che qualcuno abbia già alzato i coltelli, chiama i granatieri che sono stati disposti tutti intorno al palazzo dove si sono riunite le due camere; grida: «All'assassinio! All'assassinio! Si tenta di ammazzare il nostro generale!». Ed ecco che il generale, a cui i soldati sono fedeli, si vede salvato dall'irruzione di questi granatieri che entrano, che sfondano le vetrate, e il colpo di Stato non è stato aiutato dalla retorica del tutto insufficiente di Bonaparte, ma dalle armi. Un colpo di Stato che mostra la natura militare del potere di Bonaparte, che annuncia quindi che la nuova Costituzione, che vede a questo punto Bonaparte Primo Console, nasce sul modello antico: un Consolato è in realtà quasi una dittatura, una dittatura militare. La Rivoluzione francese, con il colpo di Stato e Napoleone, sembra indicare il destino delle rivoluzioni: le rivoluzioni nascono con grandi parole d'ordine, con grandi entusiasmi, e finiscono poi nelle dittature e nel prevalere della forza, molto spesso della forza militare. E così per la Rivoluzione francese – forse dobbiamo dire forse, perché in realtà proprio da quel momento, cioè dalla nascita di quel periodo che viene detto del Grande Consolato – parte invece una politica napoleonica che gli regala poi una definizione: il più civile dei militari. In fondo, Napoleone è arrivato al potere grazie alle armi, come prima intenzione a quella di fare dimenticare questa origine e di far capire al contrario che la Rivoluzione finisce non con una dittatura, ma come un tentativo di consenso generale.
La politica francese per il periodo consolare è sotto il segno di quella che verrà chiamata l'amalgama: il tentativo, cioè, di riprendere pezzi e tratti della tradizione dell'antico regime, uomini anche dell'antico regime, e di mescolarli, diffonderli con i protagonisti della Rivoluzione. Ed è un tentativo che riesce pienamente. Probabilmente i cinque anni del Consolato sono, non solamente per la Francia la garanzia che le conquiste della Rivoluzione non verranno mai più perdute, ma per l'intera Europa rappresentano un punto di riferimento, perché Napoleone assume, è vero, un potere che potremmo quasi definire un potere dittatoriale, ma lo esercita per la realizzazione di una serie di riforme che fanno cambiare pelle allo Stato francese. Certamente sono tutte nella direzione, come dire, di un rafforzamento del potere esecutivo, però un rafforzamento del potere esecutivo che significa un rinnovamento dell'amministrazione: laddove prima la prevalenza era nelle assemblee, nelle istituzioni elettive, nell'esecutivo, ora il centro del potere si sposta certamente nella figura di Napoleone, Primo Console, e soprattutto in quello che diventa, come dire, l'istituzione più caratteristica di quel periodo: il Consiglio di Stato. C'è un luogo dove vengono nominati dall'alto una serie di figure che devono aiutare l'esecutivo nell'esercizio della sua azione di governo. Napoleone assiste quasi sempre a queste riunioni, ma queste sono riunioni nelle quali si discutono i dossier della pubblica amministrazione con grande libertà; si cercano le soluzioni. Insomma, alla politica che aveva governato gli anni più eroici della Rivoluzione si sostituisce in qualche modo la tecnica amministrativa. I prefetti, che erano nati con la Rivoluzione, ma che erano rimasti, per così dire, in seconda fila perché erano stati soppiantati, superati dai commissari politici, cioè dalla politica che inviava i propri rappresentanti in periferia, adesso diventano l'articolazione forte di questo Stato centralizzato, amministrativo, che poi in periferia si rappresenta attraverso i prefetti. Ma il prefetto, per così dire, assai più delle armi, invaderà l'Europa; l'Italia si costruisce tutta a partire dal Piemonte sabaudo, che poi, quando diventerà l'organizzatore dell'unificazione nazionale, trasporterà i suoi ordinamenti – che però sono ordinamenti francesi e napoleonici – al sistema italiano. E quindi, il sistema dei prefetti noi lo conosciamo ancora oggi nella nostra realtà come la nervatura sostanziale della presenza dello Stato. Insomma, lo Stato costruisce un modello per il quale è accentrato nel suo punto iniziale, laddove si dà impulso, ma è decentrato nella trasmissione della sua volontà in tutto il corpo della nazione. Così viene organizzata la Francia, così viene organizzato il Piemonte, così vengono organizzati tutti gli Stati napoleonici dell'Italia, e poi l'Italia unita, e così gran parte dell'Europa prenderà il modello napoleonico di funzionamento dello Stato. Quindi, l'amalgama si fa attraverso la costruzione di un nuovo modello di Stato al quale tutti possono appartenere non per via politica, ma per così dire per via amministrativa. Ed ecco perché un altro dei motti, delle espressioni forti di questo periodo consolare, sarà quella che i francesi dicono: *la carrière ouverte aux talents*: la carriera aperta ai talenti. Sono questi gli anni, infatti, in cui, riprendendo alcune realizzazioni – anche qui ma rafforzando – della Rivoluzione, che Napoleone crea le grosse scuole, le grandi scuole che ancora oggi in Francia, ma sul modello francese un po' ovunque in Europa, creano le élite dirigenti, il funzionariato alto: possono essere le scuole di amministrazione, le écoles d'administration, possono essere quelle degli ingegneri, dei polytechniques, delle tecniche più proprie, ma è questo, come dire, la corrente, il fiume attraverso il quale una società moderna, nell'impianto napoleonico, seleziona i talenti, i meriti da qualunque punto della società, come collocazione sociale, economica, o da qualsiasi periferia questo merito si sia manifestato, e lo porta verso il centro, cioè lo porta a fare la carriera fino al punto in cui quel merito, quella carriera, può arrivare a dirigere lo Stato. Quindi, l'amministrazione diventa in qualche modo il luogo di una democrazia non politica, che per certi aspetti la proposta è l'utopia che l'età napoleonica regala poi all'Ottocento liberale. Insomma, la democrazia, l'eguaglianza, viene trasferita all'esercizio della cittadinanza piuttosto che all'esercizio della rappresentanza politica. Il monumento di tutto questo poi è il Codice Civile; il Codice Civile, che nel 1804 chiude in qualche modo l'esperienza del Consolato e che diventa il modello in Europa – anche qui l'Italia per prima – parte dal principio di una rappresentanza del cittadino nella vita civile, cioè i diritti del cittadino sono soprattutto i diritti ad esercitare la propria azione nella proprietà, nell'amministrazione dei propri beni, nell'intangibilità della propria libertà. Nulla quindi, per così dire, di troppo caricato politicamente; si parla di tutti quei diritti che appartengono, per così dire, all'individuo in quanto cittadino civile. Tutto questo è, come dire, il terreno possibile dell'amalgama: i francesi, per 15 anni, potranno immaginare che la Rivoluzione ha vinto, perché si vedono eguali davanti alla legge, perché si vedono eguali davanti all'accesso alle carriere, perché si vedono eguali nelle carriere militari, perché si vedono eguali sul terreno della società civile, non della società politica. E lo scambio che viene chiamato il patto di Brumaio: la borghesia francese consolida le sue posizioni; la borghesia europea, accanto a quella francese, comincia, per così dire, a respirare; si vedono i risultati della Rivoluzione sul piano della creazione…
Di questo nuovo protagonista della società, che sarà la borghesia, la borghesia ottocentesca, i diritti politici sono una cosa che si può accantonare, che non interessa in quel momento a mettere troppo avanti, perché in fondo a dirigere tutto questo c'è un uomo che mostra, Napoleone, di avere la forza e la capacità di farlo. Questo patto di Bormio reggerà all'incirca dieci anni e poi, quando salterà, sarà anche la fine dell'avventura napoleonica.
Una volta preso il potere, Napoleone avvia un'eccezionale serie di riforme. Egli cerca anzitutto di rafforzare l'autorità centrale dello Stato, a scapito di quella esercitata da vari organismi periferici e a scapito anche delle libertà politiche. Viene perciò soppresso il diritto di eleggere le amministrazioni dei dipartimenti e dei comuni, che passano sotto il controllo dei prefetti, funzionari nominati dall'alto, che dipendono direttamente dal governo.
In ambito scolastico, le riforme napoleoniche incidono soprattutto sull'istruzione superiore. Lo Stato si concentra sulla formazione della classe dirigente nei licei, nelle università e presso l'École Polytechnique, dove vengono potenziate in particolare le discipline scientifiche. La preparazione e l'approvazione, tra il 1801 e il 1804, del Codice Civile è tra le principali novità del periodo. Il cosiddetto Codice Napoleonico mira chiaramente all'unificazione giuridica dello Stato francese e afferma alcuni fondamentali principi, come l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la libertà di iniziativa economica e l'inviolabilità della proprietà privata. Inoltre, prevede l'applicazione in Francia del sistema metrico decimale e sancisce l'uguaglianza di tutti i figli nell'eredità dei patrimoni familiari. Di pari passo, però, il Codice reintroduce alcuni elementi dell'antico regime, come la schiavitù nelle colonie o il rafforzamento dell'autorità paterna nella famiglia, e pone diverse limitazioni al divorzio. Napoleone farà adottare questi principi in tutti i paesi occupati, ma la loro influenza oltrepasserà anche i confini dell'Impero. Persino la successiva Restaurazione farà molta fatica a rimuovere alcune fondamentali eredità napoleoniche, diventate ormai patrimonio acquisito nelle organizzazioni dello Stato e della società in molte nazioni europee.
Perché questo modello funzioni, bisogna che in qualche modo questo potere politico, che non viene messo in discussione, che non concede diritti politici, perché ha dato tutti i diritti civili e ha lasciato la società vivere, ci vuole che questo potere politico sia sufficientemente saldo, solido. Per un verso, Napoleone sa che la solidità di tutto questo è dovuta alle sue vittorie militari e quindi teme che, in tempo di pace – gli anni del Consolato sono anche gli anni nei quali non si combatte più in Europa, si riesce addirittura ad avere la pace con l'Inghilterra – tutto questo però, per un verso, rafforza Napoleone. Anche Napoleone ha portato non solo quelle realizzazioni di cui abbiamo parlato, ma anche la pace alla Francia, quindi consentendo adesso a questa borghesia di vivere più tranquillamente. Però, al tempo stesso, una pace per un uomo che costruisce la sua legittimità e quindi il suo potere politico sulla ragione delle vittorie militari, contiene un elemento di insidie. Napoleone lo sa e sa anche che egli non può immediatamente trasformare un regime, e un regime repubblicano – il Consolato è una magistratura repubblicana – in una monarchia. Insomma, sono parole proibite: non si può diventare re, ma al tempo stesso Napoleone ha bisogno di consolidare questo che gli ha messo in piedi negli anni del Consolato, perché basterebbe che in qualche modo non ci fosse più questo centro forte rappresentato dalla sua stessa persona e probabilmente l'intera costruzione andrebbe a rotoli. Allora, un po' è l'ambizione personale, ma un po', diciamo, la natura stessa del disegno che ha concepito, che lo porta a progettare il passaggio da una magistratura repubblicana, come il Consolato, ad una magistratura che rimane nel ricordo antico repubblicana, come l'Impero. È possibile immaginare che questa conferimento di una particolarità, come l'imperatorietà a Napoleone, non urti troppo la suscettibilità della tradizione repubblicana di Francia. Naturalmente, siamo più al gioco lessicale, al gioco delle parole. Tuttavia, è importante la trasformazione: l'Impero viene concepita come la inevitabile prosecuzione dell'azione di rinnovamento che la Francia rivoluzionaria, poi la Francia repubblicana e poi la Francia consolare soprattutto avevano portato avanti fino a quel momento.
Egli, infatti – la cerimonia dell'incoronazione, poi tutto quello che ne segue, è come viene raccontata in quello straordinario quadro, è appunto la cerimonia del Giuramento di David – la cerimonia si svolge alla presenza del Papa. Napoleone vuole con questo anche testimoniare che un'altra grande rottura, quella con il Cattolicesimo, si è definitivamente saldata. La Chiesa scristianizzata, la Chiesa delle Alte Supreme di Robespierre, tipica della Rivoluzione, ormai è alle spalle. Si è anche firmato un Concordato: la Francia è ritornata ad essere una nazione cristiana cattolica, come è sempre stato nella sua tradizione. È però quella del Papa una presenza alla sola, fa vedere bene il quadro di David. In realtà, Napoleone prende la corona, la mette sulla propria testa e poi incorona anche la moglie Giuseppina, volendo dare il segno di una autonomia rispetto al modello di Carlo Magno, quando si era fatto incoronare imperatore del Sacro Romano Impero nella notte di Natale a Roma dal Papa. Quindi, una cerimonia che ha, per così dire, un repertorio iconografico molto vasto: ricorda l'Impero, l'antica Roma, però ricorda il Medioevo, dell'Impero Carolingio, e ricorda però la Rivoluzione nel gesto autonomo di Napoleone che si impone la corona da solo. Insomma, è una creatura, l'Impero, quando nasce, di cui si capisce bene il motivo, ma di cui non si riesce a capire e non si capirà bene mai come esso debba funzionare. C'è un altro quadro celebre che fa vedere questa contraddittorietà, e il quadro di Ingres: Napoleone in trono. Napoleone in trono è un quadro di qualche anno successivo, ma ci racconta bene questa complessità. Napoleone viene rappresentato con tutta una serie di simboli: alla corona d'alloro, appunto, il ricordo dell'Impero romano; allo scettro di Carlo Magno in mano; un mantello di porpora che ricorda addirittura l'Impero bizantino. Insomma, sembra in qualche modo un patchwork costruita di mille citazioni del passato, di mille eredità del passato, per portarsi in un presente dentro al quale non si capisce bene come esso potrà agire, perché quasi tutto intorno diranno che quello Impero è una mostruosità politica rispetto a quello che l'Europa conosce, perché l'Europa di quel tempo è l'Europa delle monarchie. In questo momento, l'Impero Napoleonico è, per così dire, sospeso nelle cronologie: non è più un Impero come quello dei primi tempi moderni e non è ancora un Impero come quelli del futuro. L'intuizione di un'esigenza rappresentata tuttavia attraverso materiali del passato. L'intuizione è che le nuove società si devono governare con un forte potere esecutivo, soprattutto se sono società come quella francese, nazioni come quella francese impegnate anche in una presenza internazionale, diciamo, di vasto raggio. Questa incoerenza dei materiali segnala anche la difficoltà a comprendere quale sia il progetto europeo di Napoleone. È un progetto pacifico, che, per così dire, l'esperienza del più civile dei militari, il grande Consolato, che si trasporta alla scala europea delle nuove conquiste, o è al contrario qualche cosa che contraddice, come dicono coloro i quali appunto non ritengono una specie di dinosauro politico del passato buttato lì nell'Europa moderna, o è qualcosa che contraddice invece la tendenza dei tempi.
Giusto un anno dopo la cerimonia dell'incoronazione, il 2 dicembre 1805 ad Austerlitz, Napoleone vince la più straordinaria delle sue battaglie, la vittoria più bella, perché ottenuta, come diranno poi i commentatori militari, ancor prima che la battaglia si scatenasse. Austerlitz viene ritenuta la battaglia, per così dire, perfetta; c'è quella che il vincitore vince la sera prima, nel modo di organizzare le forze sul campo e soprattutto nel modo di costringere gli avversari a organizzarsi in una maniera tale che le loro mosse saranno tutte prevedibili e quindi tutte facilmente battibili. Infatti, questo pallido sole di dicembre assiste, per così dire, ad una battaglia che si svolge avendo un unico regista. In qualche modo si può dire che ad Austerlitz Napoleone gioca su una scacchiera nella quale muove le sue pedine, muove anche quelle dell'avversario, o per meglio dire, come dicevo prima, obbliga l'avversario a fare esattamente le mosse che già la sera prima egli sapeva che non avrebbe potuto non fare. È una vittoria straordinaria. L'Impero asburgico ne viene profondamente sconvolto, ridotto nelle sue dimensioni; poi la Prussia, la Russia stessa è costretta ad arretrare. Comincia un capitolo nuovo della storia europea, nel segno tuttavia di una contraddizione di fondo: queste guerre napoleoniche, nate all'inizio almeno come un'esigenza, diciamo, di difesa della Francia rivoluzionaria, ormai sono dichiaratamente delle guerre di conquista, sono delle guerre che espandono la presenza della Francia praticamente ai tre quarti del continente europeo. E quello che non è direttamente Impero Napoleonico lo è in forma indiretta, perché i vari Stati europei sono stati o costretti a delle alleanze oppure mantengono, per così dire, una posizione di subalternità. La stessa Italia, penisola italiana, nel corso di questo periodo viene totalmente posta sotto più diretto o indiretto controllo politico della Francia. Quando noi arriveremo poi alla campagna di Russia, cioè nel 1812, che è il momento della massima espansione dell'Impero Napoleonico, l'esercito di Napoleone è un esercito che ha sotto di sé una trentina di Stati alleati, di un'Europa che a quel punto ha 130 dipartimenti propriamente francesi e che ormai è giunta, Europa Napoleonica, fino al confine della Russia, oltre alla Polonia, sul fiume Niemen. È qualcosa che farà dire ad uno scrittore, ad uno storico di quella campagna di Russia, che alla vigilia di quella esperienza, in qualche modo la Francia non si ritrovava più: era diventata così grande che cominciava a non riconoscere se stessa. L'Impero francese non è più la Francia, è un'altra cosa. Che cosa è, soprattutto, quale equilibrio ci può essere tra questo corpo politico e il resto dell'Europa, un po' di quel poco che resta dell'Europa che non è Napoleonica? Le contraddizioni sono profonde e sono di due ordini di problemi, che a volte sono di esercizio diretto dell'Impero, altre volte, come capita per esempio nel caso del Regno di Napoli, che viene affidato al cognato di Napoleone, Gioacchino Murat, che era sposato con la sorella di Napoleone, Carolina, o nel caso della Spagna, su cui trono viene messo il fratello Giuseppe; il trono d'Olanda, Luigi; il trono di Vestfalia, altro fratello Girolamo. Lamentano una varietà di alleanze familiari o di alleanze politiche più generali, che dovrebbero creare una federazione, ma che, bene bene, al di là del fatto che tutti dovessero obbedire alla volontà di Napoleone, non avessero in realtà nessuna autonomia. Non si capisce come avrebbe potuto funzionare, ma soprattutto, e questa è la seconda e più radicale contraddizione, noi assistiamo con Napoleone ancora più di quanto fosse accaduto con Carlo V di Spagna, la cui saggezza aveva portato poi a dividere quel famoso Impero di inizio dell'età moderna su cui non tramontava mai il sole, assistiamo ad un progetto di egemonia europea: l'Europa sotto il suo controllo, sotto il controllo della Francia, diciamo, del suo Impero. Può l'Europa leggere la propria storia e praticare il proprio presente in forma egemonica? L'avventura Napoleonica dimostra come, d'altra parte, in maniera ancora più tragica quella italiana, che questo non è possibile. È vero che la storia europea è governata, per così dire, da un'alternanza di progetti egemonici e di affermazione di un principio di equilibrio, ma è anche vero che l'Europa vera è una costruzione plurale. L'Europa è una costruzione, come poi la immagineranno durante il Congresso di Vienna, Metternich e Castlereagh, cioè deve tenere conto del fatto che è più un mosaico di realtà che cercano in qualche modo un punto di equilibrio, sempre difficile da raggiungere, sempre probabilmente raggiunto e messo in discussione nel momento successivo, ma non potrà mai essere un'Europa a egemonia. L'egemonia, in qualche modo così la leggono anche gli storici, così credo che in qualche modo ci proponga la realtà di oggi, nuovamente, per così dire, portata a dover discutere se, in questo caso, oggi la nostra creatura non si chiama Impero Napoleonico, ma si chiama l'Unione Europea, se ha la capacità – una capacità complessa – di costruire un sistema di equilibrio tra i suoi soggetti plurali, o se invece il modello debba essere quello dell'egemonia del paese più forte, questa volta, è ancora una volta, si potrebbe dire, la Germania.
Allora, la Francia di Napoleone, quindi il disegno dell'Impero Napoleonico, difficile da comprendere nel proprio meccanismo interno di bilanciamento, entrerà in crisi molte volte. Un sovrano come Murat a Napoli, o con il fratello Luigi in Olanda, più volte protesteranno e cercheranno di spiegare a Napoleone che la sua idea di accentramento, quella che lo aveva reso forte in Francia, funziona poco quando poi si va, come nel caso per esempio del Regno di Napoli, regni importanti, luoghi nei quali il sovrano si deve fare riconoscere come sovrano legittimo di quello Stato e di quella popolazione, perché se noi siamo troppo francesi e poco napoletani, a casa per far Milano, alla fine perderemo la solidità di questo Impero, come puntualmente accadrà. Quindi, un Impero che non riesce a trovare un proprio equilibrio di componenti interne e soprattutto che all'esterno rimarrà sempre impreciso nella sua volontà di potenza, come imprecisa questa volontà nel suo protagonista Napoleone, così è imprecisa nella sua creatura. L'Impero Napoleonico vive dunque seduto, diciamo, su un vulcano di contraddizioni e di una fragilità originaria che non bisogna mai dimenticare, e cioè che, rispetto al quadro generale dell'Europa delle monarchie legittime, questo Impero è la fresca creatura di una Rivoluzione, insomma è un parvenu politico, l'Impero, così come è un parvenu sociale il suo imperatore. E quindi, e questo diventa una specie di corto circuito dentro al quale Napoleone poi alla fine si perde, e perderà la sua creatura. Per un verso, egli ha sempre bisogno di una legittimazione del proprio potere che nasca dalla vittoria militare, cioè dalla condizione del suo trova quale ha avuto origine quel potere, ma se fa questo entra in rotta di collisione con il quadro generale delle relazioni europee, cioè a valore un disegno egemonico che contrasta con la naturale vocazione dell'Europa ad essere un sistema di equilibri e un sistema di pluralità, e soprattutto comincia ad indebolire il proprio consenso interno. Questo è il corto circuito che in qualche modo nemmeno il matrimonio con Maria Luisa d'Austria, che sembra in qualche modo il coronamento dell'accettazione da parte dell'Europa legittima di questo parvenu, la figlia dei Cesari, come dice la retorica del tempo, quindicenne, che viene data sposa all'orco corso, ad un uomo che aveva solo piccoli brandelli di nobiltà da esibire, quella che sembra in qualche modo il momento di maggiore trionfo di Napoleone, e come tale viene viene sentito, viene avvertito all'opinione pubblica europea, né invece il punto di crisi, perché gli rivela che tutto quello che l'autonomia della propria legittimità basata sulle vittorie militari e basata sulla costruzione di una nuova società in Francia, persino della esportazione di quel modello in Europa, di quel modello di Stato che fa sì che in qualche modo noi possiamo vedere anche Napoleone il costruttore dei modelli politici e istituzionali su cui ancora oggi vive la società europea, quello è il momento in cui Napoleone rivela che ha avuto bisogno del matrimonio con la dinastia più antica d'Europa, gli Asburgo, per poter immaginare di essere legittimo. Quindi, non la rivelazione di una forza, di una vittoria, ma piuttosto la rivelazione di una debolezza interna e quindi, in qualche modo, la premessa di una sconfitta che poi diventa una sconfitta militare nella campagna di Russia. Una campagna condotta secondo quello che è lo schema classico delle campagne napoleoniche, ma proprio perché condotta secondo lo schema classico, questa volta non funziona. Questa volta però si ritrova un avversario che non accetta di misurarsi sul terreno di questa strategia.
Nel 1812 l'Impero Napoleonico raggiunge la massima estensione, anche grazie all'accordo stipulato pochi anni prima con la Russia, che prevede la spartizione dell'Europa tra le due potenze e priva la coalizione antifrancese dell'esercito dello Zar. Ma il rispetto del blocco dei traffici con l'Inghilterra, imposto dalla Francia all'Europa, comincia presto a produrre pesanti conseguenze anche sull'economia russa, impedendo le esportazioni verso i mercati occidentali. Lo Zar decide così di infrangere il blocco e tale decisione scatena la reazione di Napoleone. L'Imperatore raccoglie dunque un esercito imponente, di oltre 600.000 uomini, per invadere la Russia. Le truppe francesi penetrano facilmente nel territorio nemico, anche perché i russi arretrano facendo terra bruciata alle loro spalle, per non lasciare approvvigionamenti all'invasore. Dopo alcune battaglie che si chiudono con la vittoria dei napoleonici, i francesi giungono a occupare Mosca, nonostante le numerose perdite già subite nel corso della avanzata. Ma lo Zar non si arrende e l'arrivo di un precoce inverno convince Napoleone a ordinare alle sue milizie il ritorno in patria. Per i francesi, la ritirata si trasforma rapidamente in tragedia e in breve tempo i vincitori della prima ora finiscono col capitolare. Il freddo, lo scarso equipaggiamento e gli attacchi russi decimano la poderosa armata che solo poche settimane prima era entrata trionfalmente nella capitale zarista. Iniziata in modo vittorioso, la campagna di Russia finisce così con la totale disfatta della Francia e segna l'inizio del declino di Napoleone, il cui Impero crollerà definitivamente nei due anni seguenti.
Napoleone era stato bravo a risolvere il problema di come finire la Rivoluzione, ma si rivela incapace di spiegare ai francesi e di attuare una fine del suo progetto imperiale: una fine, un contorno, una forma. E questa cosa lo sa che per la borghesia francese è; capisce che a questo punto bisogna rivedere le condizioni del Patto di Brumaio, con la cessione dei diritti politici in cambio di diritti civili, perché bisogna di nuovo fare politica, perché il centro politico, che è Napoleone, non funziona più, e preda, per così dire, o di un'ambizione personale, o forse di una coazione a ripetere che non garantisce più la stabilità della Francia; e dall'altra parte uno shock, ma in questo caso positivo per i nemici di Napoleone, perché comprendono che a questo punto è venuto il momento di costringere Napoleone a fissare i punti di una convivenza con altre realtà dell'Europa: non egemonia, ma equilibrio. Tutta la stagione successiva alla campagna di Russia si gioca su questa partita, una partita in cui non a caso sarà protagonista un uomo abituato, per così dire, alle alle finezze, alle sottigliezze della diplomazia e dell'azione politica: il Principe di Metternich, diventato allora Cancelliere dell'Impero asburgico. Metternich, che era stato a lungo ambasciatore a Parigi ed aveva quindi potuto capire come stava funzionando il rapporto tra Napoleone e la società francese, quale delega Napoleone avesse avuto a un certo punto, era un altro grande animale politico, grande diplomatico che attraversa mille regimi, dall'antico regime fino a Luigi Filippo, per 50 anni in prima fila. Un giorno che lo spiega, e quando glielo spiega Metternich capisce dove Napoleone potrà essere battuto. Per le radici, ammette Metternich, la Francia è tra i Pirenei e il Reno: tutto il resto è conquista dell'Imperatore. Cioè, fa capire all'Europa che in realtà i francesi, nel momento in cui hanno accettato le avventure napoleoniche, lo hanno fatto immaginando che gli garantisse loro, così come doveva garantire i risultati della Rivoluzione, doveva garantire quelli che da sempre erano considerati i confini naturali della Francia. Tutto il resto era in qualche modo trattabile. Dopo il disastro della Russia, l'Europa sa che deve imporre a Napoleone una trattativa e sa anche qual è il punto oltre il quale Napoleone potrebbe non cedere, ma il punto fino al quale essa può costringere Napoleone ad accedere. L'azione di Metternich è efficace e felice proprio perché egli ha ben chiari, a differenza di Napoleone, quali sono i termini della questione. E tutto questo si mostra in una giornata di giugno del 1813 – se ricordo bene era il 26 giugno – nel 1813, in un bel palazzo di Dresda, Palazzo Marcolini. Lì Napoleone, che ha vinto alcune piccole battaglie e che spera ancora una volta con le armi di ridurre alla ragione i suoi nemici, che naturalmente si sono molto invaghito del city dopo la sconfitta subita in Russia, incontra Metternich, col quale manca ancora un suo alleato, perché l'Impero asburgico, con un'alleanza data dal matrimonio di Maria Luisa con l'Imperatore, è ancora un suo alleato, che vuole convincere Napoleone a cedere. E qui si racconta di una giornata di una d'estate in cui i due stanno nove ore nella stessa sala, nello stesso salone di Palazzo Marcolini, l'uno di fronte all'altro. Comincia la mattina questa questa conversazione che dura 12 ore e che finisce solo quando praticamente la notte è scesa dentro al salone. Nessuno, nel frattempo, dei servitori che sono tutti intorno – qualcuno sicuramente sarà origliando alla porta di quel salone – ha avuto nemmeno il coraggio di entrare per accendere i lumi del salone. Quindi gli ultimi momenti sono nell'ombra. Pare che per quattro volte, durante queste 12 ore, nella sua irritazione Napoleone lancia il cappello per aria e per quattro volte lo deve raccogliere lui. Metternich si rifiuta ostentatamente. Dei racconti qual è il punto? Metternich rappresenta in quel momento in Europa, già contatti con le altre potenze e cerca di capire se Napoleone è disposto a cedere una serie di conquiste, in qualche modo a far tramontare il suo disegno egemonico e a diventare un sovrano come gli altri sovrani. E quando lo dice Metternich, Napoleone proprio questo gli risponde: "Lei, Principe, mi può fare questa proposta perché lei è il Cancelliere dell'Imperatore d'Austria, cioè di un Imperatore che è Imperatore da dieci secoli; io sono uno che sta sul suo trono da più o meno così", che ti risponde Napoleone, "per via delle mie vittorie. Se io oggi cedessi, domani non avrei più nemmeno il trono di Francia. Insomma, se volete tutto quello che mi chiedete, venite a prenderlo sul campo di battaglia: io lo posseggo ancora e fino a che qualcuno non me lo strapperà con una sconfitta militare io non lo cederò". Ed è a quel punto che questo salone di Palazzo Marcolini a Dresda, dove ormai pure le stelle stanno calando la notte, che Metternich fa una frase di congedo che ci spiega ormai l'empasse dove sia andato a infilare Napoleone. Dice: "Sir, vi ascolto; lo sapevo prima di entrare in questa stanza, ora ne sono totalmente certo: voi siete perduto". Napoleone è perduto perché non può trattare; Napoleone è perduto perché la sua volontà di potenza, quella quell'eccesso che era nella sua natura e che in qualche modo ne aveva guidato la felicità dei suoi risultati, la grandezza delle sue vittorie, ora diventava l'ostacolo insuperabile, direi, non solo nella dimensione oggettiva, cioè della trattativa diplomatica, nel rapporto con le forze in campo, ma interiore, di un uomo che non avrebbe mai potuto ridurre i confini della propria potenza dentro se stesso, nel rapporto con la società francese, nella relazione con l'Europa. Egli era in qualche modo vittima. Dicono che poi appunto pernice diventerà invece il momento eroico di Napoleone, e cioè la volontà di potenza.
Nel giugno del 1815, pochi giorni prima della battaglia di Waterloo, si concludono i lavori del Congresso di Vienna, che vede i delegati di tutti gli Stati europei decidere le sorti del continente. Un peso rilevante hanno i rappresentanti delle potenze vincitrici, ma tra di essi riesce a farsi spazio anche il Ministro degli Esteri francese, Talleyrand, in rappresentanza del Re Luigi XVIII. Il suo capolavoro politico è quello di ottenere il riconoscimento del principio di legittimità, in base al quale vengono restaurati i diritti dei sovrani spodestati dalla Rivoluzione. L'accettazione di questo principio si allinea con l'orientamento generale del Congresso, che mira a riportare l'Europa all'ancien régime, annullando tutte le conseguenze del periodo rivoluzionario e dell'età napoleonica. Vengono ripristinate le monarchie cadute sotto i colpi della Rivoluzione, vengono abolite tutte le riforme introdotte nei paesi passati sotto il controllo francese e i confini di intere nazioni sono ridisegnati per affermare un nuovo equilibrio europeo, per evitare di riaccendere le scintille rivoluzionarie. Tuttavia, la Francia non viene umiliata, sebbene sia il paese sconfitto; il suo territorio non viene smembrato, anche se a titolo precauzionale i suoi confini sono circondati da una barriera protettiva di Stati a tutela dell'ordine europeo così sancito. Si instaura un sistema di alleanze tra le principali nazioni che le impegna a intervenire contro eventuali tentativi di rivincita francese e soprattutto a sedare ogni minimo rivolgimento. Il Congresso di Vienna chiude dunque l'epoca rivoluzionaria e napoleonica e cerca di inaugurarne una nuova, nota con il nome di Restaurazione. [Musica] Nonostante gli sforzi compiuti, i problemi irrisolti sono ancora numerosi e di lì a poco si aprirà in Europa una diversa stagione di Rivoluzione, destinata a mutare la geografia del continente e il quadro istituzionale di numerosi paesi.
Napoleone, in qualche modo potremmo dire, è vittima delle sue stesse contraddizioni. Nel momento in cui può accettare una limitazione al suo potere, al suo potere internazionale, non riesce a farlo perché immagina che la sua forza non possa accettare una trattativa, non possa accettare una richiesta: può essere lui a determinare le condizioni del gioco, ma non possono mai essere gli altri. Questo nasce anche da una sopravvalutazione della propria forza militare in quel momento, che la battaglia di Lipsia rivela, nell'ottobre 1813: una battaglia dura 4 giorni, una battaglia che poi verrà celebrata come la Battaglia delle Nazioni, perché contro Napoleone ci sono l'Austria asburgica, c'è il Regno di Prussia, c'è lo Zar Alessandro, ci sono gli inglesi, c'è una parte dei sovrani tedeschi; c'è insomma la dimostrazione che l'Europa è qualcosa di profondamente diverso e a questo punto ostile rispetto all'Europa che Napoleone aveva voluto costruire con il suo Impero. Dopo la sconfitta di Lipsia, gli eserciti cosiddetti alleati – c'è una coalizione antinapoleonica – riuscirà ad arrivare fino a Parigi e ad imporre a Napoleone delle condizioni precise. Napoleone deve abbandonare il trono. Cerca di mercanteggiare in qualche modo la possibilità di una successione con il figlio, il piccolo Re di Roma, che ha tre anni all'epoca, Napoleone II, sotto la reggenza di Maria Luisa. In realtà, questa soluzione non convince gli alleati, non convince nemmeno il suocero, cioè l'Imperatore d'Austria, e Napoleone è costretta ad abdicare senza condizioni. Gli viene tuttavia riconosciuta la sovranità di una piccola isola nel Mediterraneo: ritorniamo al Mediterraneo delle origini, l'Isola d'Elba, nella quale egli potrà continuare a vivere i suoi giorni da imperatore, in minuscolo. Dura dieci mesi questo esilio all'Elba, e sono dieci mesi interessanti per la biografia di Napoleone, perché una possibilità per lui è quella di diventare un gentiluomo di campagna, un gentleman farmer, un imperatore che, come comincia a fare all'inizio, insomma c'è un momento in cui lui pensa, forse, immagine di pensare di essere ritornato ai modelli della giovinezza, cioè quando lui, giovane lettore di Rousseau, inseguiva la felicità e disdegnava il potere. La strada era…
Stata tutta diversa, però lei sbaglia. Riappre come il perimetro di una felicità possibile, tratta. È vero che il motto che gli fa scrivere su tutte queste piccole dimore nella città è un motto latino che recita: Ubi comunque felix. Napoleone, Napoleone, e ovunque felice, qualsiasi sia la condizione in cui egli può vivere: grande imperatore, uomo esiliato e lontano dal potere, e gli sarà sempre felice. La felicità al centro del nuovo progetto biografico esistenziale di Napoleone non durerà molto, in realtà. Egli, da grande attore, si pone il problema di come uscire di scena. È una storia come quella che egli ha vissuto, non può avere come finale il pranzo della domenica. Deve avere un finale eroico, e Napoleone progetta il finale eroico a misura di quello che sta accadendo nell'Europa intorno a lui; un'Europa che, a partire dal settembre del 1814, si riunisce a Vienna in un congresso destinato a segnare, per così dire, la mappa e anche il destino dell'Europa per quasi cento anni. Che posso c'è per Napoleone e tutto questo? Nessuno. Napoleone lo capisce: sta giocando a fare il gentiluomo di campagna all'Elba. Ma via via che gli giungono le notizie dal congresso di Vienna, capisce che se si mette in piedi un sistema di questo genere, egli non ha più nessuno spazio, se non appunto quello di continuare ad amministrare quei suoi sbalorditi sudditi isolani. E ritiene che sia venuto il momento di tentare una nuova, l'ultima, straordinaria avventura: quella che viene chiamata dei cento giorni, perché dura effettivamente 100 giorni. E parte con un'impresa spettacolare. Napoleone, il 26 di febbraio del 1815, di nascosto, si imbarca su un vascello che raggiunge in maniera avventurosa le coste della Francia il primo di marzo. E da lì comincia quella che, nel proclama di Napoleone, viene chiamata il volo dell'aquila. Napoleone esorta i Francesi a ritrovarsi intorno a lui. Dice: "L'aquila imperiale volerà di campanile in campanile, fino al campanile di Notre Dame". Ed effettivamente si tratta di qualcosa tra le esperienze più leggendarie di una avventura sicuramente leggendaria, come quella di Napoleone. In una settimana Napoleone attraversa le Alpi, perché non si fida delle vie maestre, dove è organizzata un po' la resistenza borbonica. Passa attraverso le Alpi, e via via il suo esercito si ingrossa. Questo scontento genera sempre nuove adesioni, soprattutto dei vecchi militari che la politica borbonica aveva messo da parte. Abbiamo racconti come quello nei quali si presenta un reggimento che dovrebbe arrestare Napoleone, e Napoleone allora si pone alla testa del suo minuscolo esercito, le sue poche truppe, apre la sua redingote, il suo cappotto, e dice: "Soldati, che siete stati fino a ieri come me, osereste sparare sul vostro imperatore?" E alla sfida: "Osereste sparare sul vostro imperatore?", i soldati lasciano cadere le baionette, abbracciano i commilitoni che nel frattempo sono già andati con Napoleone. Insomma, uno dei tanti quadri che descrive questo entusiasmo che circonda il ritorno di Napoleone a Parigi. Al tempo stesso, però, questo entusiasmo deve misurarsi con la volontà del congresso di Vienna di evitare qualsiasi nuovo rapporto con Napoleone. Napoleone viene dichiarato al congresso di Vienna nemico del genere umano, viene messo al bando, e il progetto di Napoleone è quello, in qualche modo, di partecipare da uomo che non ha più ambizioni, da imperatore che è tornato, per così dire, senza velleità di conquista, e che vuole però rappresentare la Francia in questo disegno degli equilibri nuovi che si stanno stabilendo a Vienna. Fallisce, perché nessuno crede che Napoleone sia veramente cambiato. Tutti immaginano che se Napoleone è tornato sul trono, non è per trovare equilibri, ma per riaprire tutti gli squilibri possibili. E da qui, quindi, ci avviciniamo all'epilogo; un epilogo che è segnato quasi come una coazione a ripetere, come una costrizione del destino. Napoleone, in questi cento giorni, cerca di mostrarsi completamente diverso: dà una costituzione alla Francia, cosa che non aveva mai fatto prima, e quindi va incontro al malcontento della borghesia francese, scontenta di questa impossibilità di accesso ai diritti politici, o addirittura a partecipare a questo. È uno dei campioni del liberalismo francese, Ben Chanel con st, si celebra questa nuova costituzione, ma nessuno crede che Napoleone, se vincesse la guerra, applicherebbe mai. E dall'altra parte Napoleone non può non fare la guerra, perché intanto le potenze alleate antinapoleoniche glie l'hanno dichiarata, e quindi, in qualche modo, è costretto, nonostante voglia apparire diverso, a fare esattamente quello che ha sempre fatto: cioè affidare ad una battaglia risolutiva la soluzione, lo scioglimento dei suoi problemi. Questa battaglia risolutiva si chiama Waterloo, che è un po' il contrario di Austerlitz, così come di Jena-Auerstedt. Possiamo dire che è una battaglia già vinta prima di cominciare. Waterloo è ugualmente una battaglia già vinta prima di cominciare, perché Napoleone ha saputo stringere soprattutto l'esercito inglese in una posizione dalla quale, per quell'esercito, è difficile manovrare. Ma in realtà, con una battaglia che sembra già vinta in partenza, che è vinta almeno fino alle 2, fino alle quattro del pomeriggio, alle otto di sera diventa la più drammatica sconfitta di Napoleone. Su questa battaglia si sono scritte migliaia e migliaia di pagine. Lo stesso Napoleone, nelle Memorie di Sant'Elena, ci torna più volte per interrogarsi perché, per come una battaglia che lui aveva ben compreso, ben organizzato, si sia tramutata in una sconfitta. Volta a volta si trovano i responsabili: una volta è la cavalleria del maresciallo Ney che interviene in un momento sbagliato; l'accusato maggiore sarà il maresciallo Grouchy, che non doveva rincorrere i prussiani, come pure Napoleone gli aveva ordinato, ma al contrario avrebbe dovuto correre in soccorso di Napoleone, rafforzarlo di 30.000 uomini, nel momento decisivo della battaglia. Insomma, scritta e riscritta mille volte per spiegarsi che cosa sia veramente accaduto, Waterloo diventa, alla fine, definitiva – mi si passi il gioco di parole – della fine dell'avventura napoleonica, ma è anche l'inizio del suo mito. I Francesi parlano di Waterloo come di un effetto glorioso, di una sconfitta gloriosa. "Deserto glorioso" è una contraddizione, ma questa contraddizione fa sì che Waterloo venga vissuta più nel gesto eroico di chi la perde, piuttosto che nel gesto di chi la vince. Waterloo porta alla caduta nuovamente e alla fine dell'impero napoleonico. Napoleone è costretto a fuggire da Parigi per non essere, per non cadere prigioniero dei suoi nemici. Progetta diversi, forse addirittura gli Stati Uniti d'America come approdo. A un certo punto pensa di consegnarsi volontariamente agli inglesi: scrive una lettera al re d'Inghilterra chiedendo la sua protezione: "Vengo, come Temistocle, a sedermi al vostro focolare". Ma in realtà il focolare che gli inglesi preparano per Napoleone ha un nome abbastanza sinistro: l'isola di Sant'Elena, un isolotto in mezzo all'Atlantico, a 2.000 chilometri da qualsiasi costa, in una condizione che è sostanzialmente una condizione di prigionia. Non è più la sovranità assicuratagli all'isola d'Elba, e una prigionia, naturalmente, una prigionia con qualche forma di rispetto nei confronti di quello che comunque gli inglesi, durante il periodo dell'esilio di Sant'Elena, si ostineranno e chiameranno intenzionalmente Generale Bonaparte, volendo così annullare in qualche modo qualsiasi traccia della memoria di quello che poi era stato non generale, ma imperatore. Nel vascello inglese che lo sta portando a Sant'Elena, Napoleone ha un momento di sconforto, e quando lui dice: "Ma perché dovrei continuare a vivere? Cos'altro posso, posso più fare?", gli rispondono: "Ma sì, e lei deve scrivere di sé stesso. Lei sa tutto; il regno della memoria. Lei deve raccontare quello che ha fatto". Napoleone lo fa, e lo fa circondato, diciamo, dai suoi collaboratori, che qualcuno non a caso chiama evangelisti. Gli evangelisti di Sant'Elena sono quattro persone che, sotto dettatura di Napoleone, tutti i giorni, ad orari più o meno regolari, secondo una specie di piccolo meccanismo a orologeria, che viene inaugurato in certe ore del mattino, poi nel pomeriggio, poi c'è la rilettura la sera, cominciano a scrivere memorie che mescolano il passato, il presente e soprattutto il futuro, perché questa è una memoria, quella di Sant'Elena, che ha, come dicevo prima, una sua intenzionalità. L'intenzionalità è quella di mostrare in Napoleone colui che ha saputo interpretare il lascito della Rivoluzione francese, eliminando da essa tutto quello che era stato l'eccesso, la violenza rivoluzionaria, dando alla Francia, ma soprattutto all'Europa, le parole d'ordine, i risultati della Rivoluzione. Napoleone, quindi, non il traditore, ma l'erede della Rivoluzione, per la Francia, ma soprattutto per l'Europa; un'Europa – ecco qui la seconda intenzionalità della memoria napoleonica – a cui le guerre napoleoniche hanno dato la coscienza della nazionalità, così come è nata una borghesia in Francia grazie all'azione dello stato nazionale francese che Napoleone ha costruito. Così questa borghesia non potrà non affermarsi in tutte quelle nazioni, in tutti quegli stati che sono stati toccati dall'avventura napoleonica, e quindi l'Austria, la Prussia, la Russia, tutta l'Europa le vede destinate ad essere, per così dire, coinvolte e travolte da un processo di formazione delle nazionalità, di cui egli assume, per così dire, la paternità politica. Questa è, per così dire, il messaggio che fa sì che tutta l'Europa romantica, dal punto di vista politico, quindi tutto il romanticismo politico, anche quando vorrà prendere le distanze dal Napoleone tirannico, il Napoleone imperiale, il Napoleone che ha in qualche modo oppresso la libertà in Francia e le libertà nei paesi conquistati, liberati, tuttavia ha sconvolto a tal punto le singole realtà nazionali da essere all'origine di tutti i Risorgimenti dell'Europa della prima e anche della seconda metà dell'Ottocento.