Transcription
di Italo Calvino, *Il cavaliere inesistente*, legge il rombo cantastoria.
Capitolo primo.
Sotto le Rossa mura di Parigi era schierato l'esercito di Francia. Carlo Magno doveva passare in rivista ai Paladini. Già da più di 3 ore erano lì. Faceva caldo. Era un pomeriggio di prima Estate, un po' coperto, nuvoloso. Nelle armature si bolliva come in pentole tenute a fuoco lento. Non è detto che qualcuno in quell'immobile fila di cavalieri già non avesse perso i sensi o non si fosse assopito, ma l'armatura li reggeva impettiti, in sella, tutti a un modo.
D'un tratto, tre squilli di trombe. Le piume dei cimieri sussultare nell'aria ferma, come a uno sbuffo di vento, e tacque subito quella specie di mughio marino che s'era sentito fin qui, ed era, si vede, un russare di Guerrieri incupito dalle gole metalliche degli Elmi. Finalmente, ecco Lo scorsero che avanzava laggiù in fondo: Carlo Magno su un cavallo che pareva più grande del naturale, con la barba sul petto, le mani sul Pomo della sella. Regna e guerreggia, guerreggia e regna. Dai e dai, pareva un po' invecchiato dall'ultima volta che l'avevano visto quei guerrieri. Fermava il cavallo a ogni ufficiale e si voltava a guardarlo dal su in giù.
"E chi siete voi, paladino di Francia?"
"Salomon di Bretagna, sire," rispondeva quello a tutta voce, alzando la celata e scoprendo il viso. "A calore," e aggiungeva qualche notizia pratica, come sarebbe: "5000 Cavalieri, 3500 Fanti, 1800 i servizi, 5 anni di campagna sotto coi bretoni."
"Paladino," diceva Carlo, "e Toc toc toc toc." Se ne arrivava un altro capo di squadrone.
"E chi siete voi, paladino di Francia?" riattacca Olivieri di Vienna. S SC le labbra appena la griglia dell'Elmo si era sollevata. "E lì 3000 Cavalieri scelti, 7000 la truppa, 20 macchine d'assedio, vincitore del Pagano, fiera braccia per grazia di Dio e Gloria di Carlo, re dei Franchi."
"Ben fatto, Bravo il viennese," diceva Carlo Magno, "e Agli ufficiali del seguito: magrolini quei cavalli, aument tegli la biada," e andava avanti.
"E chi siete voi, paladino di Francia?" ripeteva sempre con la stessa cadenza Bernardo di Monpoli. "Sire, vincitore di Brunamonte e Galifer. Bella città Monpier, città delle belle donne. E al seguito, vedi se lo passiamo di grado." Tutte cose che, dette dal re, fanno piacere. Ma erano sempre le stesse B da tanti anni.
"E chi siete voi, con quello stemma che conosco?" Conosceva tutti dall'arma che portavano Sullo scudo, senza bisogno che dicessero niente. Ma così Era l'usanza, che fossero loro a palesare il nome e il viso. Forse perché, altrimenti, qualcuno avendo di meglio da fare che prender parte alla rivista, avrebbe potuto mandar lì la sua armatura con un altro dentro.
"Allardo di Dordona del Duca Amone, in gamba."
"Allardo," così dice il papà, "e così via."
Ta Gualfredi Mongioia, Cavalieri 8000, tranne i morti. Ondeggiavano i cimieri. Uggeri Danese, Namo di Baviera, Palmerino d'Inghilterra.
Veniva sera. I visi di tra la ventaglia e la bavaglia non si distinguevano neanche più tanto bene. Ogni parola, ogni gesto era prevedibile ormai. E così tutto in quella guerra durata da tanti anni, ogni scontro, ogni duello condotto sempre secondo quelle regole, cosicché si sapeva già oggi per domani chi avrebbe vinto, chi perso, chi sarebbe stato eroe, chi vigliacco, a chi toccava di restare sbudellato, e chi se la sarebbe cavata con un disarcionamento e una culata in terra.
Sulle corazze, la sera, al lume delle torce, i Fabbri martellavo sempre le stesse ammaccature. E poi, il re era giunto di fronte a un cavaliere dall'armatura tutta bianca, solo una righina nera correva torno torno ai bordi, per il resto era candida, ben tenuta, senza un graffio, ben rifinita in ogni giunto, sormontata sull'elmo da un acchio di chissà che razza orientale di gallo cangiante d'ogni colore dell'iride. Sullo scudo c'era disegnato uno stemma tra due lembi di un ampio manto drappeggiato, e dentro lo stemma s'aprivano altri due lembi di manto con in mezzo uno stemma più piccolo, che conteneva un altro stemma ammantato più piccolo ancora, con disegno sempre più sottile. Era raffigurato un seguito di manti che si schiudevano, Uno dentro l'altro, e mezzo ci doveva essere chissà che cosa, ma non si riusciva a scorgere tanto il disegno diventava minuto.
"E voi lì, messo su così in pulito," disse Carlomagno, "che più la guerra durava, meno rispetto della pulizia nei Paladini gli capitava di vedere."
"Io sono la voce," giungeva metallica da dentro l'elmo chiuso, come fosse non una gola, ma la stessa lamiera dell'armatura a vibrare, e con un lieve rimbombo d'eco. "Agilulfo Emo Bertrand Dino dei Guild Verni e degli altri di Corbtrz e Sura, cavaliere di Selinia Citeriore e Fzz."
"Ah," fece Carlo Magno, e dal labbro di sotto, sporto avanti, gli uscì anche un piccolo stromb bettio, come a dire: "Dovessi ricordarmi il nome di tutti, starei fresco." Ma subito aggrottò le CIG. "E perché non alzate la celata e non mostrate il vostro viso?"
Il cavaliere non fece nessun gesto. La sua destra, inguanta ad una ferrea e ben connessa manopola, si serrò più forte all'Arci, mentre l'altro braccio, che reggeva lo scudo, parve scosso come da un brivido.
"Dico a voi, Ehi paladino!" insist Carlo Magno. "Com'è che non mostrate la faccia?"
"Il vostro re," la voce uscì netta dal barbazzale, "perché io non esisto, S re."
"Questa poi!" esclamò l'imperatore. "Adesso ci abbiamo in forza anche un cavaliere che non esiste. Fate un po' vedere."
Agilulfo parve ancora esitare un momento. Poi, con mano ferma ma lenta, sollevò la celata. L'elmo era vuoto. Nell'armatura Bianca, dall'iridescente Cimiero, non c'era dentro nessuno.
"Ma quante se ne vedono!" fece Carlo Magno. "E come che fate a prestar servizio, se non ci siete?"
"Con la forza di volontà," disse Agilulfo, "e la fede nella nostra Santa causa."
"Eh già, eh già, ben detto. È così che si fa il proprio dovere. Beh, per essere uno che non esiste, siete in gamba." Agilulfo era il Serra fila.
L'imperatore ormai aveva passato la rivista a tutti. Voltò il cavallo e s'allontanò verso le tende reali. Era vecchio e Tendeva ad allontanare dalla mente le questioni complicate. La tromba suonò il segnale del rompete le righe. Ci fu il solito sbandarsi di cavalli e il gran Bosco delle lance si piegò, si mosse a onde come un campo di grano quando passa il vento. I cavalieri scendevano di Sella, muovevano le gambe per sgranchirsi, gli scudieri portavano via i cavalli per la briglia. Poi, dall'ac cozzaglia e il polverone, si staccarono i Paladini, aggruppare in scherzi ed im bravate, in pettegolezzi di donne e onori.
Agilulfo fece qualche passo per mischiarsi a uno di questi Capannelli, poi, senza alcun motivo, passò a un altro. Ma non si fece largo e nessuno Badò a lui. Restò un po' indeciso dietro le spalle di questo o di quello, senza partecipare ai loro dialoghi, poi si mise in disparte. Era l'imbrunire. Sul Cimiero, le piume iridate ora parevano tutte di un unico e indistinto colore, ma l'armatura Bianca spiccava isolata lì sul prato. Agilulfo, come se tutto a un tratto si sentisse nudo, ebbe il gesto di incrociare le braccia e stringersi le spalle, poi si riscosse e di gran passo si Diresse verso gli stallaggi.
Giunto là, trovò che il governo dei cavalli non veniva compiuto secondo le regole. Sgridò gli Staffieri, inflisse punizioni ai Mozzi, ispezionò tutti i turni di corvet, ridistribuire le mansioni, spiegando minuziosamente a ciascuno come andavano eseguite e facendosi ripetere quel che aveva detto per vedere se avevano capito bene. E siccome ogni momento venivano a galla le negligenze nel servizio dei colleghi ufficiali, Paladini li chiamava a uno a uno, sottraendoli alle dolci conversazioni oziose della Sera, e con contestava con discrezione ma con ferma esattezza le loro mancanze e li obbligava uno ad andare di picchetto, uno di Scolta, l'altro giù di pattuglia, e così via. Aveva sempre ragione e i Paladini non potevano sottrarsi, ma non nascondevano il loro malcontento. Agilulfo Emo Bertrand Dino dei Guild Verni e degli altri di Corbtrz e Sura, armato cavaliere di Selimpasa, era Certo un modello di soldato, ma a tutti loro era antipatico.
Capitolo 2O.
La notte per gli eserciti in campo è regolata come il cielo stellato. I turni di guardia, l'ufficiale di Scolta, le pattuglie, tutto il resto. La Perpetua confusione dell'armata in guerra, il brulichio di urno dal quale l'imprevisto può saltar fuori, come imbizzarrirsi d'un cavallo. Ora poé il sonno ha vinto tutti i guerrieri ed i quadrupedi della cristianità. Questi in fila e in piedi, ATT tratti sfregando uno zoccolo in terra o dando un breve nitrito o raglio. Quelli, finalmente sciolti dagli Elmi e dalle corazze, e soddisfatti a ritrovarsi persone umane distinte e inconfondibili. Eccoli già lì, tutti che Russano.
Dall'altra parte, al campo degli infedeli, tutto uguale: gli stessi passi avanti e indietro delle sentinelle, il capoposto che vede scorrere l'ultima sabbia nella clessidra e va a destare gli uomini del cambio, l'ufficiale che approfitta della notte di Veglia per scrivere alla sposa. E le pattuglie Cristiana ed infedele si inoltrano entrambe mezzo miglio, arrivano fin quasi al bosco, ma poi svoltano una in qua, l'altra in là, senza incontrarsi mai. Fanno Ritorno al campo a riferire che è tutto calmo e vanno a letto. Le stelle e la luna scorrono silenziose sui due campi avversi.
Nessun posto si dorme bene come nell'esercito. Solo ad Agilulfo questo sollievo non era dato. Nell'armatura bianca, imbardata di tutto punto, sotto la sua tenda, una delle più ordinate, confortevoli del campo Cristiano, provava a tenersi supino e continuava a pensare. Non i pensieri oziosi e divag di chi sta per prendere sonno, ma sempre ragionamenti determinati e esatti. Dopo poco si sollevava su di un gomito, sentiva il bisogno di applicarsi a una qualsiasi occupazione manuale, come illucidare la spada che già era ben splendente, o Lung di grasso Giunti dell'armatura. Non durava a lungo. Ecco che già s'alzava. Ecco che usciva dalla tenda, imbracciando Lancia e scudo, e la sua ombra biancheggiante trascorreva per l'accampamento. Dalle tende a cono si levava il concerto dei pesanti respiri degli addormentati.
Cosa fosse quel poter chiudere gli occhi, perdere coscienza di sé, affondare in un vuoto delle proprie ore, e poi, svegliandosi, ritrovare eguale a prima, a riannodare i fili della propria vita, Agilulfo non lo poteva sapere. E la sua invidia per la facoltà di dormire, propria delle persone esistenti, era un'invidia vaga, come di qualcosa che non si sa nemmeno concepire. Lo colpiva e inquietava di più la vista dei piedi ignudi che spuntavano qua e là dall'orlo delle tende, gli alluci verso l'alto. L'accampamento nel sonno Era il regno dei corpi, una distesa di vecchia carne da Adamo. Esal il vino bevuto e il sudore della giornata guerresca, mentre sulla soglia dei padiglioni giacevano scomposte le vuote armature, che gli scudieri e i famigli avrebbero al mattino lustrato e messo a punto.
Agilulfo passava, attento, nervoso, Altero. Il corpo della gente che aveva un corpo gli dava Sì un disagio somigliante all'invidia, ma anche una stretta che era d'orgoglio, di superiorità sdegnosa. Ecco i colleghi tanto nominati, i gloriosi Paladini! Che cos'erano? L'armatura, testimonianza del loro grado e nome, delle imprese compiute, della potenza e del valore. Eccola ridotta a un involucro, a una vuota ferraglia, e le persone lì a russare, la faccia schiacciata nel guanciale, un filo di bava giù dalle labbra aperte. Lui no, non era possibile scomporlo in pezzi, smembrarsi.
Guild Berni e degli altri di Corbtrz e Sura, armato cavaliere di Selinia Citeriore e Fez, il giorno tale avente per la gloria delle Armi cristiane compiuto le azioni tale e tale e tale, e assunto nell'esercito dell'imperatore Carlo Magno il comando delle truppe tali e tal altre, e possessore della più bella e candida armatura di tutto il campo, inseparabile da lui, è ufficiale migliore di molti che pur menano avanti così illustri, anzi il migliore di tutti gli ufficiali. Eppure passeggiava infelice nella notte.
Udì una voce: "Soro ufficiale, chieda scusa, ma quand'è che arriva il cambio? M'hanno piantato già qui da 3 ore." Era una sentinella che s'a appoggiava alla Lancia, come avesse il torcibudella. Agilulfo non si voltò neppure. Disse: "Ti sbagli, non sono io l'ufficiale di Scolta," e passò avanti.
"Perdonatemi, ufficiale! Vendi girare per di mi credevo la più piccola manchevole nel servizio." Dava ad Agilulfo la smia tutare altori e neg nell'operato Ali Laer acuta per cò che è Fat male fuor. Ma non essendo ne suiti eseg Unione del genere a quell' anche il su contegno sarebbe stato da considerare fuori Poo, addirittura indisciplinato.
Agilulfo cercava di trattenersi, di limitare il suo interesse a questioni particolari, cui comunque l'indomani gli sarebbe toccato accudire, come l'ordinamento di certe rastrelliere dove si conservavano le lance, o i dispositivi per tenere il fieno in secco. Ma la sua Bianca ombra capitava sempre tra i piedi al capoposto, all'ufficiale di servizio, alla pattuglia che rovistava nel la cantina cercando una damigiano avanzata dalla sera prima. Ogni volta Agilulfo aveva un momento di incertezza se doveva comportarsi come Chissà imporre con la sola sua presenza il rispetto dell'autorità, o come chi, trovandosi dove non ha ragione di trovarsi, fa un passo indietro discreto e finge di non esserci. In questa incertezza si fermava pensieroso, e non riusciva a prendere né l'uno né l'altro atteggiamento. Sentiva solo di dar fastidio a tutti e avrebbe voluto far qualcosa per entrare in un rapporto qualsiasi col prossimo, per esempio mettersi a gridare degli ordini, degli improperi da Caporale, o sghignazzare e dire parolacce come tra compagni d'osteria. Invece mormorava qualche parola di saluto mal intelligibile, con una timidezza mascherata da superbia, o una superbia corretta da timidezza, e passava avanti. Ma ancora Gli pareva che quelli gli avessero rivolto la parola e si voltava appena, dicendo: "Eh, ma poi immediatamente si convinceva che non era a lui che parlavano e andava via come scappasse.
Avanzava ai margini del campo, in luoghi solitari, su per un'altura spoglia. La notte calma era percorsa soltanto dal soffice volo di piccole Ombre in Formi dalle ali silenziose che si muovevano intorno senza una direzione nemmeno momentanea: i pipistrelli. Anche quel loro misero corpo, incerto tra il topo ed il volatile, era pur sempre qualcosa di tangibile e sicuro, qualcosa con cui si poteva sbatacchiare per l'aria a bocca aperta, inghiottendo zanzare. Mentre Agilulfo, con tutta la sua corazza, era attraversato a ogni fessura dagli sbuffi del vento, dal volo delle zanzare e dai raggi della luna.
Una rabbia indeterminata che gli era cresciuta dentro esplose tutto a un tratto. Trasse la spada dal fodero, l'afferrò a due mani, l'avvento in aria con tutte le forze contro ogni pipistrello che s'abbassava. Nulla. Continuavano il loro volo senza principio né fine, appena scossi dallo spostamento d'aria. Agiluffo mulinava colpi su colpi, ormai non cercava nemmeno più di colpire pipistrelli, e i suoi fendenti Seguivano traiettorie più regolari, sordin avano secondo i modelli della scherma con lo spadone. Ecco che Agilulfo aveva preso a fare gli esercizi, Come si stesse addestrando per il prossimo combattimento, e sciorino delle traverse, delle parate, delle finte.
Si fermò d'un tratto. Un giovane era sbucato da una siepe lì sull'altura e lo guardava. Era armato solo una spada e aveva il petto cinto di una lieve corazza.
"Oh, cavaliere," esclamò, "non volevo interromper vi. E per la battaglia che vi esercitate? Perché ci sarà battaglia alle prime luci del mattino. È vero? Permettete che io faccia esercizio con voi e dopo un silenzio."
"Sono arrivato al campo ieri. Sarà la prima battaglia per me. È tutto così diverso da come mi aspettavo."
Agilulfo stava ora di spieco la spada stretta al petto, a braccia conserte, tutto chiuso dentro lo scudo.
"Le disposizioni per un eventuale scontro armato deliberate dal comando vengono comunicate ai signori ufficiali e alla truppa un'ora prima dell'inizio delle operazioni," disse.
Il giovane restò un po' confuso, come Fren nel suo slancio, ma vinto un leggero balbettio, riprese col calore di prima: "E che io, Ecco, Sono arrivato ora per vendicare mio padre e vorrei che mi fosse detto da voi anziani, per favore, come devo fare a trovarmi in battaglia di fronte a quel cane pagano dell'Argal Iso Arre? Sì, proprio lui, e spezzargli la Lancia nelle costole, tal Quale egli ha fatto col mio eroico, che Dio l'abbia sempre in gloria, il defunto Marchese Gherardo di Rossiglione."
"È semplicissimo, ragazzo," disse Agilulfo, e anche nella sua voce ora c'era un certo calore, il calore di chi, conoscendo a menadito i regolamenti e gli organici, gode a dimostrare la propria competenza e anche a confondere l'impreparazione altrui. "Devi fare domanda alla sovrintendenza ai duelli, alle vendette e alle macchie dell'Onore, specificando I motivi della tua richiesta, e sarà studiato come meglio metterti in condizione d' avere la soddisfazione voluta."
Il giovane, che si aspettava Almeno un segno di meravigliata reverenza al nome di suo padre, restò mortificato per il tono, prima che per il senso del discorso. Poi cercò di riflettere alle parole che il cavaliere gli aveva detto, ma ancora per negarle dentro di sé e tener vivo il suo entusiasmo.
"Ma cavaliere, non è delle sovrintendenze che mi preoccupo. Voi mi comprendete? E perché mi chiedo se in battaglia il coraggio che mi sento, l'accanimento che mi basterebbe a sbudellare non uno, ma 100 infedeli, e anche la mia bravura nelle armi, perché sono ben addestrato, sapete, dico se là in quella gran mischia, prima d'essermi orizzont, non so se non trovo quel cane, se mi sfugge, Vorrei sapere com'è che fate voi in questi casi. Cavaliere, ditemi, quando nella battaglia è in ballo una questione vostra, una questione assoluta per voi, e voi solo?"
Agilulfo rispose secco: "Mi attengo strettamente alle disposizioni. Fa anche tu così e non sbaglierai."
"Perdonatemi," fece il ragazzo, e se ne stava lì come intirizzito. "Non volevo importunar VII. Mi sarebbe piaciuto fare qualche esercizio alla spada con voi, con un paladino, perché sapete, io nella scherma Sono bravo, ma alle volte al mattino presto i muscoli sono come intorpiditi, freddi, non scattano Come vorrei. Succede anche a voi?"
"A me no," disse Agilulfo, e e già gli voltava le spalle.
Se ne andava. Il giovane prese per gli accampamenti. Era Allora incerta, che precede l'alba. Si notava tra i padiglioni un primo muoversi di gente, già prima della sveglia. Gli stati maggiori erano in piedi alle tende dei comandi e delle fureria s'accendevano le torce a contrastare con la mezza luce che filtrava dal cielo. Era giorno di battaglia davvero questo che cominciava, come già dalla sera correva voce. Il nuovo arrivato era in preda all'eccitazione, ma un'eccitazione diversa da quella che si aspettava, da quella che l'aveva portato fin lì, o meglio, era un'ansia di ritrovarsi terra sotto i piedi, ora che pareva che tutto quel che toccava suonasse vuoto.
Incontrava Paladini già chiusi nelle loro corazze lustre, negli sferici Elmi impennacchiate, il viso coperto dalla Cata. Il ragazzo si voltava a guardargli, e gli veniva voglia di imitare il loro portamento, il loro fiero modo di girarsi sulla vita, corazza, Elmo, spallacci, come fossero un pezzo solo. Eccolo tra i Paladini invincibili! Eccolo pronto a emularli in battaglia, armi alla mano, a diventare come loro. Ma i due che egli stava seguendo, invece di montare a cavallo, si mettevano a sedere dietro un tavolo ingombro di carte. Erano certo due grandi comandanti.
Il giovane corse a presentarsi a loro: "Io sono Rombaldo di Rossiglione, baccelliere del Fu Marchese Gherardo. Sono venuto ad arruolarmi per vendicare mio padre, morto da eroe sotto le mura di Siviglia."
I due portano le mani all'elmo piumato, lo sollevano, staccando la barbuta dalla gorgera, e lo Posano sul tavolo. E sotto gli elmi appaiono due teste calve, gialline, due facce dalla pelle un po' molle, tutta borse e certi smunti baffi, due facce da scrivani, da vecchi funzionari in bratt Car carte.
"Rossiglione, Rossiglione," fanno scorrendo certi rotoli con dita OM Mate di saliva. "Ma se t'abbiamo già immatricolato ieri, cosa vuoi? Perché non sei col tuo reparto?"
"Niente. Non so. Stanotte non sono riuscito a prender sonno. Il pensiero della Battaglia. Io devo vendicare mio padre, sapete, devo uccidere l'Argal is Soar."
"E così cercare Ecco la sovrintendenza ai duelli, alle vendette e alle macchie dell'Onore. Dove si trova?"
"Appena arrivato, questo qui, senti già cosa viene a tirar fuori. Ma cosa ne sai tu della sovrintendenza?"
"Me l'ha detto quel Cavaliere. Come si chiama? Quello Con l'armatura tutta bianca."
"Ci mancava anche lui, figuriamoci se quello non ficca dappertutto il naso che non ha. Come non ha naso, visto che a lui la rogna certo non gli viene," disse l'altro dei due dietro al tavolo. "Non trova di meglio che grattare le rogne agli altri, perché non gli viene la rogna. E in che posto vuoi che gli venga, se non ci ha nessun posto?"
"Quello è un cavaliere che non c'è."
"Ma come non c'è? L'ho visto io, c'era."
"Cosa hai visto? Ferraglia. È uno che c'è senza esserci, capisci, pivello?"
Mai il giovane Rambaldo avrebbe immaginato che l'apparenza potesse rivelarsi così ingannatrice. Dal momento in cui era Giunto al campo, scopriva che tutto era diverso da come sembrava. Dunque, nell'esercito di Carlo Magno, si può essere cavaliere con tanto di nomi e titoli, e per di più prode Combattente e zelante ufficiale, senza bisogno di esistere?
"Piano, nessuno ha detto N esercito di Carlomagno si può eccetera. Abbiamo solo detto nel nostro Reggimento c'è un cavaliere così e così. Questo è tutto ciò che può esserci o non esserci in linea generale. Non interessa a noi. Hai capito, Rambaldo?"
Si Diresse al padiglione della sovrintendenza ai duelli, alle vendette e alle macchie dell'Onore. Ormai non si lasciava più ingannare dalle corazze e dagli Elmi piumati. Capiva che dietro a quei tavoli, le armature ce lavano ometti segalini e polverosi, e ancora grazie che c'era dentro qualcuno.
"Così vuoi vendicare tuo padre, Marchese di Rossiglione, di grado generale?"
"Vediamo, per vendicare un generale, la procedura migliore è far fuori tre maggiori. Potremmo assegnarne tre facili e sei a posto."
"Non mi sono spiegato bene. È Isar l'Argalif che devo ammazzare, lui in persona, che ha atterrato il mio Glorioso padre."
"Sì, sì, abbiamo capito. Ma buttar giù un AR galif non crederai mica che sia una cosa semplice. Vuoi quattro Capitani? Ti garantiamo quattro Capitani in fedeli in mattinata. Guarda che quattro Capitani si danno per un generale d'armata, e tuo padre era generale di Brigata soltanto."
"Io cercherò Iso Harre e lo sbudello lui, lui solo."
"Tu finirai agli arresti, non in battaglia, sta sicuro. Rifletti un poco prima di parlare. Se ti facciamo delle difficoltà per Isar, ci sarà pure la sua ragione. Se il nostro Imperatore, per esempio, ci avesse con Isar qualche trattativa in corso..."
Ma uno di quei funzionari, che era stato fino Allora col capo sprofondato nelle carte, s'alzò Giulivo: "Tutto risolto, tutto risolto! Non c'è bisogno di far niente. Ma che vendetta? Non serve. Ulivieri l'altro giorno, credendo ai suoi due zii morti in battaglia, li ha Vendicati. Invece erano rimasti ubriachi sotto un tavolo. Ci troviamo con queste due vendette di zio in più, un bel pasticcio. Ora tutto va a posto. Una vendetta di zio noi la contiamo come mezza vendetta di padre. È come se ci avessimo una vendetta di padre in bianco, già eseguita."
"Ah, padre mio!" Rambaldo dava in smanie.
"Ma che ti piglia?" Era suonata la sveglia. Il campo, nella prima luce, pullulava ad armati. Rambaldo avrebbe voluto mischiarsi a quella Folla che a poco a poco prendeva forma di drappelli e compagnia inquadrate, ma Gli pareva che quel cozzar di ferro fosse come un vibrare del elitre di insetti, un crepitio di involucri secchi.
Molti dei guerrieri erano chiusi nell'elmo e nella corazza fino alla cintola, e sotto i fiancali e il guard Reni spuntavano le gambe in brache e calze, perché cosciali e gamberi e ginocchiere si aspettava a metterli quando si era in sella. Le gambe sotto quel torace da parevano più sottili, come zampe di Grillo, e il modo che essi avevano di muovere, parlando, le teste rotonde senza occhi, e anche di tenere ripiegate le braccia ingombre di cubiti e paramani, era da Grillo o da formica. E così tutto il loro affaccendarsi pareva un indistinto Zampetti di insetti. In mezzo a loro, gli occhi di Rambaldo andarono cercando qualcosa: era la Bianca di Agilulfo, che egli Sperava di rincontrare, forse perché la sua apparizione avrebbe reso più concreto il resto dell'esercito, oppure perché la presenza più solida che egli avesse incontrato era proprio quella del Cavaliere inesistente.
Lo scorse Sotto un pino, seduto per terra, che disponeva le piccole Pigne cadute al suolo secondo un disegno regolare: un triangolo isoscele. A quell'ora dell'alba, Agilulfo aveva sempre bisogno di applicarsi a un esercizio d'esattezza: contare oggetti, ordinarli in figure geometriche, risolvere problemi d'aritmetica. È l'ora in cui le cose perdono la consistenza d'ombra che le ha accompagnate nella notte e riacquistano poco a poco i colori, ma intanto attraversano come un limbo incerto, appena sfiorate e quasi alonate dalla luce. L'ora in cui meno si è sicuri dell'esistenza del mondo. Agilulfo, lui, aveva sempre bisogno di sentirsi di fronte le cose come un muro massiccio, al quale contrapporre la tensione della sua volontà, e solo così riusciva a mantenere una sicura coscienza di sé. Se invece il mondo intorno sfumava nell'incerto, nell'ambiguità, a far affiorare dal vuoto un pensiero distinto, uno scatto di decisione, un puntiglio, stava male. Erano quelli i momenti in cui si sentiva venir meno. Alle volte, solo a costo di uno sforzo estremo, riusciva a non dissolversi. Allora si metteva a contare foglie, pietre, lance, Pigne, qualsiasi cosa avesse davanti, o a metterle in fila, a ordinarle in quadrati o in piramidi. L'applica a queste esatte occupazioni gli permetteva di vincere il malessere, d'assorbire la scontentezza, l'inquietudine e il marasma, e di riprendere la lucidità e compostezza abituali.
Così lo vide Rambaldo, mentre con mosse assorte e rapide disponeva le pigne in triangolo, poi inquadrati sui lati del triangolo, e sommava con ostinazione le pigne dei quadrati dei cateti confrontandole a quelle del quadrato dell' usa. Rambaldo comprendeva che qui tutto andava avanti a rituali, a convenzioni, a formule, e sotto a questo cosa c'era? Sotto, si sentiva preso da uno sgomento indefinibile a sapersi fuori di tutte queste regole del gioco. Ma poi, anche il suo voler compiere vendetta della morte di suo padre, anche questo suo ardore di combattere da ruoli tra i guerrieri di Carlo Magno, non era pur Esso un rituale per non sprofondare nel nulla, come quel levare e metter Pigne del Cavaliere a Agilulfo?
E oppresso dal turbamento di così inattese questioni, il giovane Rambaldo si gettò a terra e scoppiò a piangere. Sentì qualcosa posar glisi sui capelli: una mano, una mano di ferro ma leggera. Agilulfo era inginocchiato accanto a lui.
"Chi hai, ragazzo? Perché piangi?"
Gli stati di smarrimento o di disperazione o di Furore negli altri esseri umani davano immediatamente ad Agilulfo una calma e una sicurezza perfette. Il sentirsi immune dai trasalimenti e dalle angosce cui soggiacciono le persone esistenti lo portava a prendere un'attitudine superiore e protettiva.
"Perdonatemi," fece Rambaldo, "forse è stanchezza. In tutta la notte non sono riuscito a chiudere occhio e ora mi ritrovo come smarrito."
"Potesi assopirsi anche solo per un istante," disse piano a Gulfo, "anzi, non mi ritroverei più per nulla. Mi perderei per sempre. Perciò trascorro ben desto ogni attimo del giorno e della notte."
"Deve essere brutto, no?"
La voce era tornata secca, forte.
"E l'armatura non non ve la togliete mai di indosso?" tornò a mormorare.
"Non c'è un indosso, togliere o mettere per me non ha senso."
Rambaldo aveva alzato il capo e guardava nelle Fessure della celata, come cercasse in quel buio la scintilla d'uno sguardo.
"E com'è? E com'è altrimenti?"
La mano di ferro dell'armatura bianca era posata ancora sui capelli del giovane Rambaldo. La sentiva appena pesare sulla sua testa, come una cosa senza che gli comunicasse alcun calore di vicinanza umana consolatrice o fastidi che fosse. Eppure avvertiva come una tesa ostinazione che si propagava in lui.
Capitolo terzo.
Carlo Magno cavalcava alla testa dell'Esercito dei franchi. Erano in marcia d'avvicinamento. Non c'era fretta, non s'andava tanto svelti. Attorno all'imperatore facevano gruppo I Paladini, frenando per il morso gli impetuosi cavalli, e in quel caracollare dardi gomito i loro Argenti e i scudi s'alzavano e s'abbassavano. Come Branchi ed un pesce, a un lungo pesce tutto scaglie, somigliava all'esercito, a un'anguilla. Contadini, pastori, borghigiani accorrevano ai bordi della strada. "Quello è il re, quello è Carlo!" e si inchinavano giù a terra, ravvisandosi Corona dalla barba, poi subito si tiravano su per riconoscere i guerrieri. "Quello è Orlando, ma no, quello, quello è Olivieri." Non ne imboccava uno, ma tanto era lo stesso, perché questo o quell'altro, Lì c'erano tutti e potevano sempre giurare d'aver visto chi volevano.
Agilulfo, cavalcando nel gruppo, ogni tanto spiccava una piccola corsa avanti, poi si fermava ad aspettare gli altri, si girava indietro a controllare che la TR seguisse compatta, o si voltava verso il sole, come calcolando dall'altezza sull'orizzonte l'ora. Era impaziente lui solo lì in mezzo. Aveva in mente l'ordine di marcia, le tappe, il luogo al quale dovevano arrivare avanti notte. Quegli altri Paladini, Ma sì, marcia d'avvicinamento, andar forte o andar piano, e sempre avvicinarsi, e con la scusa che l'imperatore ve e stanco, a ogni Taverna erano pronti a fermarsi per bere altro. Per via non vedevano che insegne di Taverne ed retani di serve, tanto per dire quattro impertinenza. Per il resto viaggiavano come chiusi in un baule.
Carlo Magno era ancora quello che provava più curiosità per tutte le specie di cose che si vedevano in giro. "Oh, le anatre, le anatre!" esclamò. Ne andava per i prati lungo la strada un branco. In mezzo a quelle anatre era un uomo, ma non si capiva cosa diavolo facesse. Camminava accoccolato, le mani dietro la schiena, alzando i piedi di piatto come Un palmipede, col collo Teso, e dicendo: "Le anatre non gli badavano nemmeno, come se lo riconoscessero per uno di loro. E a dire il vero, tra l'uomo e le anatre, lo sguardo non faceva gran distacco, perché la roba che aveva indosso l'uomo, d'un colore bruno terroso, pareva messa insieme in gran parte con pezzi di Sacco, presentava larghe zone di un grigio verdastro preciso alle loro penne, e in più c'erano toppe e brandelli e macchie dei più vari colori, come le striature iridate di quei volatili."
"Ehi tu! Ti per questa la maniera di inchinarti all'imperatore?" gli gridarono i Paladini, sempre pronti a grattar rogne. L'uomo non si voltò, ma le anatre, spaventate da quelle voci, frono su a volo tutte insieme. L'uomo tardò un momento a guardarle e levarsi naso all'aria, poi aperse le braccia, spiccò un salto, e così spiccando salti e starnazzato con le braccia spalancate, da cui prendevano frange di sbrindellato, Dando in risate e in qua qua pieni di gioia, cercav di seguire il branco. C'era uno stagno. Le anatre, volando, andarono a posarsi lì, a fiord d'acqua, e leggere, ad ali chiuse, filarono via nuotando. L'uomo allo stagno si buttò sull'acqua giù di pancia, sollevò enormi spruzzi, s'agitò Con gesti incomp posti, provò ancora un qua qua che finì in un gorgoglio, perché stava andando a fondo. Riemerse, provò a nuotare.
"È il guardiano delle anatre quello?" chiesero i guerrieri a una contadinotta che se ne veniva con una canna in mano.
"No, le anatre le guardo io, sono mie. Lui non c'entra. È Gurdulù," disse la conta di notta.
"E che faceva con le tue anatre?"
"Oh, Niente. Ogni tanto gli piglia così. Le vede, si sbaglia e crede di essere lui. Crede ad essere anatra anche lui. Crede essere lui le anatre, sapete com'è fatto Gurdulù. Non sta attento. Ma dov'è andato adesso?"
I Paladini si avvicinarono allo stagno. Gurdulù non si vedeva. Le anatre, traversato lo specchio d'acqua, avevano ripreso il cammino tra l'erba con i loro passi palmati. Attorno allo stagno, dalle Felci, si elevava un coro di rane. L'uomo tirò fuori la testa dall'acqua tutta a un tratto, come ricordandosi in quel momento che doveva respirare. Si guardò smarrito, come non comprendendo cosa fosse quel bordo di Felci che si specchiavano nell'acqua a un palmo dal suo naso. Su ogni foglia di felce era seduta una piccola bestia verde, liscia liscia, che lo guardava e faceva con tutta la sua forza.
"Rispose Gurdulù, contento. E alla sua voce, da tutte le felci, era un saltar giù di rane in acqua, e dall'acqua un saltar di rane. Arriva, e Gurdulù gridando spiccò un salto anche lui. Fu arriva fradicio e fangoso dalla testa ai piedi, s'accoccolo come una rana e gridò un gr così forte che in uno schianto di canne ed erbe ricadde nello stagno."
"Ma non ci è nega?" chiesero i Paladini a un pescatore.
"Eh, alle volte omo Boh, si dimentica, si perde a negare, no. E il guaio è è quando finisce nella rete con i pesci. Un giorno gli gli è successo, mentre si era messo lui a pescare. Butta in acqua la rete e vede un pesce che è lì lì per entrarci, e e si medesima tanto di quel pesce che si tuffa in acqua ed entra nella rete lui. E sapete com'è? Omoo, omoo. Ma non si chiama Gordolo. Omo B lo chiamiamo noi. Ma quella ragazza? Ah, quella non è del mio paese. Può darsi che al suo lo chiamino così. È lui di che paese è? Ma eh, gira la Cavalcata fiancheggiava un frutteto di Peri. I frutti erano maturi. Con le lance, i guerrieri infilzano pere, le facevano sparire nel becco degli Elmi, poi sputavano i torsoli in fila in mezzo ai Peri. Chi vedono? Gurdulù, omobo, stava con le braccia alzate, tutte contorte come rami, e nelle mani e in bocca e sulla testa e negli strappi del vestito aveva pere."
"Guardalo che fa il pero," diceva Carlomagno, ilare.
"Ora lo scuoto," disse Orlando, e gli menò una botta. Gordolo lasciò cadere le pere tutte insieme, che rotolarono per il prato in declivio, e vedendole rotolare, non seppe trattenersi da are anche lui come una pera per i prati e sparì così alla loro vista.
"Vostra Maestà lo perdoni," disse un vecchio ortolano, "Martin zul. Non capisce che alle volte il suo posto Non è tra le piante o tra i frutti inanimati, ma tra i devoti sudditi di vostra Maestà."
"Ma cos'è che gli gira a questo matto che voi chiamate Martin zul?" chiese bonario il nostro imperatore.
"Mi pare che non sa manco cosa gli passa nella crapa. Eh, che possiamo capirne noi, maestà?" il vecchio ortolano parlava con la modesta saggezza di chi ne ha viste tante. "Matto forse non lo si può dire, è soltanto uno che c'è, ma non sa d'esserci."
"Oh, bella! Questo suddito qui, che non c'è ma non sa d'esserci, è quel mio paladino là, che sa d'esserci e invece non c'è. Fanno un bel paio, ve lo dico io."
Di stare in sella, Carl Magno ormai era stanco. Appoggiandosi ai suoi Staffieri, ansando nella barba, bofonchiando: "Oh, povera pranci!" Smontò come a un segnale. Appena l'imperatore ebbe messo piede a terra, Tutto l'esercito si fermò e allestì un Bivacco. Misero su le marmitte per il rancio.
"Portatemi qui quel gur gur Come si chiama?" fece il re.
"A seconda dei paesi che attraversa," disse il saggio ortolano, "e degli eserciti cristiani o infedeli, qui sa coda lo chiamano Gurdulu, o Gudi Yusuf, o Ben va Usuf, o Ben Stambul, o Pestan Zul, o Pertin Zul, o Martin Bon, o Omob Bon, o omo Bestia, oppure anche il brutto del Vallone, o Gian Panci Asso, o Pier Paciugo. Può capitare che in una cascina sperduta gli diano un nome del tutto diverso dagli altri. Ho poi notato che dappertutto i suoi nomi Cambiano da una stagione all'altra. Si direbbe che i nomi li Scorrano addosso senza mai riuscire ad appiccicarli. Si per lui, tanto comunque lo si chiami, è lo stesso. Chiamate lui, e lui crede che chiamiate una capra. Dite formaggio o torrente, e lui risponde: 'Sono qui'."
Due Paladini, Sansonetto e Dudone, venivano avanti trascinando di peso Gurdulù, come fosse un sacco. Lo misero in piedi a spintoni davanti a Carlo Magno.
"Scopriti il capo, bestia! Non vedi che sei davanti al re?"
La faccia di Gourdou si illuminò. Era una larga faccia accaldata, in cui si mischiavano caratteri Franchi e Moreschi: una picchiettatura di elidi rosse su una pelle olivastra, occhi celesti liquidi venati di sangue sopra un naso camuso e una boccaccia dalle labbra tumide, pelo biondiccio ma Crespo, e una barba ispida a chiazze, e in mezzo a questo pelo impigliati ricci di castagna e Spighe D'Avena. Cominciò a d'animali. Si stupirono. Parlava molto in fretta, mangiandosi le parole, e ingarbuglia alle volte sembrava passare senza interruzione da un dialetto all'altro, sia Cristiana che mora. Tra parole che non si capivano e spropositi, il suo discorso era pressapoco questo: "Tocco il naso con la terra, casco in piedi ai vostri ginocchi. Mi dichiaro Augusto servitore della V umilissima maesta. Comand Com andatevi al mio Bò Brandi un cucchiaio che portava legato alla cintura. E quando la maestà vostra dice: 'Ordino, comando, e vogo', e fa così con Lo scettro, così con Lo scettro, come faccio io, vedete, e grida così come grido io: 'Ordino, comando, e voglio! Voi altri tutti sudditi cani dovete obbedirmi, se no vi faccio impallare! Tu per primo, lì, con quella barba e quella faccia da vecchio rimbambito, debbo tagliargli la testa di netto!'"
"Sire," chiese Orlando, e già snuda impetro, "grazie per lui, maestà," disse l'ortolano. "È stata una delle sue sviste solite, e parlando al re si è confuso e non si è più ricordato se il re era lui o quello a cui parlava."
Dalle marmitte fumanti veniva odor di rancio.
"Dategli una Gavetta di zuppa," disse Clemente Carlomagno, con smorfie.
"Inchinc discorsi," Gurdulù si ritirò sotto un albero a mangiare.
"Ma che fa adesso?"
"Stava cacciando il capo dentro alla Gavetta posata in terra, come se volesse entrarci dentro."
Il buon ortolano andò a scuoterlo per una spalla. "Quando la vuoi capire, Martin zul, che sei tu che devi mangiare la zuppa, e non la zuppa che deve mangiare te? Non ti ricordi? Devi portartela alla bocca col cucchiao."
Gourd cominci CSI in bocca, cucchiaiate avido. Avventava il cucchiaio con tanta foga che alle volte sbagliava mira nell'albero al cui piede era seduto. S'apriva una cavità proprio all'altezza della sua testa. Gurdulù prese a buttare cucchiaiate di zuppa nel cavo del tronco.
"Non è la tua bocca, quella è dell'albero."
Agilulfo aveva seguito fin da principio, con un'attenzione mista a turbamento, le mosse di questo corpaccione oso che pareva rotolarsi in mezzo alle cose esistenti, soddisfatto come un puledro che vuol grattarsi la schiena, e ne provava una specie di vertigine cavaliera.
"Agilulfo," fece Carlo Magno, "sapete cosa vi dico? Vi assegno Quell'uomo lì come scudiero."
"Eh, n che è una bella idea," i Paladini ironici ghignano.
Agilulfo, che invece prendeva sul serio tutto, e tanto più un espresso ordine Imperiale, si rivolse al nuovo scudiero per impartirgli i primi comandi. Ma Gurdulù, trangugiato la zuppa, era caduto addormentato all'ombra di quell'albero, steso nell'erba. Russava a bocca aperta, e petto, stomaco e ventre Sal alzavano e abbassavano come il mantice d'un fabbro. La Gavetta unta era rotolata vicino a uno dei suoi grossi piedi scalzi.
Di tra l'erba, un porcospino, forse attratto dall'odore, si avvicinò alla Gavetta e si mise a leccare le ultime gocce di zuppa. Così facendo, spingeva gli aculei contro la nuda pianta del piede di Gurdulù, e Più andava avanti risalendo l'esiguo rigagnolo di zuppa, più premeva le sue spine nel piede nudo. Finché il vagabondo non aperse gli occhi. Girò lo sguardo intorno, Senza capire da dove venisse quella sensazione di dolore che l'aveva svegliato. Vide il piede nudo dritto in mezzo all'erba, come una pala di fico d'India, e contro il piede il riccio.
"Oh, piede!" prese a dire Gordolo. "Piede! Ehi, dico a te, cosa fai piantato lì come uno scemo? Non lo vedi che quella bestia Ti spuncio? Perché non ti tiri in qua? Non senti che ti fa male, scemo d'un piede? Basta tanto poco. Basta che ti sposti di tanto così. Ma come si fa a essere così stupidi, piede? E stammi a sentire, ma guarda un po', Come si lascia massacrare, e tirati in qua, idiota come te! L'ho da dire! Sta attento! Guarda come faccio io ora, ti mostro cosa devi fare." E così dicendo, piegò la gamba, tirando il piede a sé, allontanandolo dal porcospino. "Ecco, era."
Tanto facile! Appena ti ho mostrato come si fa, ce l'hai fatto anche tu, stupido piede! Perché sei rimasto tanto a farti pungere? Si strofinò la pianta indolenzita, saltò su, si mise a fischiettare, spiccò una corsa, si gettò attraverso i cespugli, mollò un peto, poi un altro, e poi sparì.
Agilulfo si mosse come per cercare di rintracciarlo. Ma dov'era andato? La valle s'apriva, striata da folti campi d'erba e siepi di corbezzolo e ligustro, corsa dal vento, da folate cariche di polline e farfalle, e su in cielo da bave di nuvole bianche. Gurdulù era sparito là in mezzo, in questo declivio dove il sole girando disegnava mobili macchie d'ombra e di luce. Poteva essere in qualsiasi punto di questo o quel versante.
Da chissà dove si levò un canto stonato. "P!" La bianca armatura di Agilulfo, alta sul costone della valle, incrociò le braccia sul petto. "Allora, quando comincia a prestar servizio lo scudiero nuovo?" apostrofò i colleghi macchinalmente, con voce priva di intonazione. Agilulfo asserì un'affermazione verbale dell'imperatore a valore immediato di [Musica] decreto. Si udì ancora la voce, più lontana.
Capitolo 4. Ancora confuso era lo stato delle cose nel mondo nell'evo in cui questa storia si svolge. Non era raro in nomi e pensieri e forme e istituzioni cui non corrispondeva nulla ad esistente. E d'altra parte, il mondo pullulava di oggetti e facoltà e persone che non avevano nome né distinzione dal resto. Era un'epoca in cui la volontà e l'ostinazione d'esserci, di marcare un'impronta, di fare attrito con tutto ciò che c'è, non veniva usata interamente, dato che molti non se ne facevano nulla per miseria o ignoranza, o perché invece tutto riusciva a loro bene lo stesso. E quindi una certa quantità ne andava persa nel vuoto.
Poteva pure darsi allora che in un punto questa volontà e coscienza di sé così diluita si condensasse, facesse grumo, come l'impercettibile pulviscolo aoro si condensa in fiocchi di nuvole. E questo groppo, per caso o per istinto, si imbatté in un nome e in un casato, come allora ne esistevano spesso di vacanti, e in un grado nell'organico militare, in un insieme di mansioni da svolgere e di regole stabilite, e soprattutto in un'armatura vuota che, senza quella, coi tempi che correvano, anche un uomo che c'è rischiava di scomparire, figuriamoci uno che non c'è. Così aveva cominciato a operare Agilulfo dei Guildièrnì e a procacciarsi gloria.
Io che racconto questa storia sono Suor Teodora, religiosa dell'ordine di San Colombano. Scrivo in convento, desumendo da vecchie carte, da chiacchiere sentite in parlatorio e da qualche rara testimonianza di gente che c'era. Noi monache, occasioni per conversare coi soldati se ne ha poche. Quel che non so, cerco di immaginarlo. Dunque, sennò come farei? E non tutto della storia mi è chiaro. Dovete compatire: si, ragazze di campagna, ancorché nobili, vissute sempre ritirate in sperduti castelli e poi in conventi. Fuorché funzioni religiose, tridui, novene, lavori dei campi, trebbiature, vendemmie, fustigazioni di servi, incesti, incendi, invasioni d'eserciti, saccheggi, stupri, pestilenze, noi non si è visto niente. Cosa può sapere del mondo una povera suora?
Dunque proseguo faticosamente questa storia che ho intrapreso a narrare per mia penitenza. Ora Dio sa come farò a raccontarvi la battaglia, io che dalle guerre, Dio ne scampi, sono stata sempre lontana. E tranne quei quattro o cinque scontri campali che si sono svolti nella piana sotto il nostro castello e che, bambine, seguivamo di tra i merli in mezzo ai calderoni di pece bollente, quanti morti insepolti restavano a marcire poi nei prati, e lì si ritrovava giocando l'estate dopo sotto una nuvola di calabroni... di battaglie, dicevo, io non so niente. Neanche Rambaldo ne sapeva niente, con tutto che non avesse pensato ad altro nella sua giovane vita.
Quello era il suo battesimo dell'armi. Aspettava il segnale dell'attacco, lì in fila a cavallo, ma non ci provava nessun gusto. Aveva troppa roba addosso: la cotta di maglia di ferro con camaglio, la corazza con guarda e spallacci, il panzerone, l'elmo a becco di passero da cui riusciva appena a veder fuori, la guarnacca sopra l'armatura, uno scudo più alto di lui, una lancia che a girarsi ogni volta la dava in testa ai compagni, e sotto di sé un cavallo di cui non si vedeva nulla, tant'era la gualdrappa di ferro che lo ricopriva. Di riscattare l'uccisione di suo padre col sangue dell'Argalif Isar, gli era già quasi passata la voglia.
Gli avevano detto: "Guardando certe carte dov'erano segnate tutte le formazioni, quando suona la tromba tu galoppa avanti in L retta, lancia puntata, finché non lo infilzi. Arre combatte sempre in quel punto dello schieramento. Se non corri storto, lo intoppi di sicuro, a meno che non sia tutto l'esercito nemico che sbanda, cosa che non succede mai di primo botto. Oddio, ci può essere sempre qualche piccolo scarto, ma se non l'infilzi tu, sta pur certo che ti infilza il tuo vicino." Arrambaldo, se le cose stavano così, non gli importava più niente.
Il segno che era cominciata la battaglia fu la tosse. Vide laggiù un polverone giallo che avanzava, e un altro polverone venne su da terra, perché anche i cavalli cristiani si erano lanciati avanti al galoppo. Rambaldo incominciò a tossire, e tutto l'esercito imperiale tossiva, intasato nelle sue armature. E così, tossendo e scalpitando, correva verso il polverone infedele, e già udiva sempre più da presso la tosse saracina. I due polveroni si congiunsero. Tutta la pianura rintronava di colpi di tosse e di lancia.
L'abilità del primo scontro non era tanto l'infilzare (rischiavi di spezzare la lancia) e ancora per l'abbrivio di pigliare tu una facciata in terra, quanto lo sbalzare d'arcioni l'avversario, cacciandogli la lancia tra sedere e sella nel momento hop del caracollo. Ti poteva andare male, perché la lancia puntata in giù facilmente si intoppa in qualche ostacolo, o magari si piantava al suolo a farsi da leva, sbalzato te di sella come una catapulta. Il cozzo delle prime linee era dunque tutto un volare in aria di guerrieri aggrappati alle lance. E gli spostamenti di lato, essendo difficili dato che con le lance non ci si poteva rigirare neanche di poco senza darle nelle costole di amici e di nemici, si creava subito un ingorgo tale che non ci si capiva più niente.
E allora sopravvenivano i difendenti, finché non si trovavano di fronte ai campioni nemici. Scudo a scudo cominciavano i duelli. Ma già il suolo, essendo ingombro di carcasse e cadaveri, ci si muoveva fatica. E dove non potevano arrivarsi, si sfogavano a insulti. Lì era decisivo il grido e l'intensità dell'insulto, perché a seconda se era offesa mortale, sanguinosa, insostenibile, media o leggera, si esigevano diverse riparazioni o anche odi implacabili che venivano tramandati ai discendenti. Quindi l'importante era capirsi, cosa non facile tra Mori e Cristiani, e con le varie lingue more e cristiane in mezzo a loro. Se ti arriva insulto indecifrabile, che potevi farci? Ti toccava tenertelo, e magari ci restavi disonorato per la vita.
Quindi a questa fase del combattimento partecipavano gli interpreti, troppa rapida d'armamento leggero, montata su certi cavallucci che giravano intorno. Coglievano a volo gli insulti e li traducevano di botto nella lingua del destinatario: "Corus excremento di verme! Mushrik! Sogo moo! Escalvào! Marrano! Io de puta! Zalc! Merde!" Questi interpreti, da una parte e dall'altra, si era tacitamente convenuto che non bisognava ammazzarli. Del resto, filavano via veloci e in quella confusione, se non era facile ammazzare un pesante guerriero montato su di un grosso cavallo che a malapena poteva spostare le zampe, tanto le aveva imbracate di corazze, figuriamoci questi saltapicchio. Ma si sa, la guerra è guerra, e ogni tanto qualcuno ci restava. E loro, del resto, con la scusa che sapevano dire "figlio di" in un paio di lingue, il loro tornaconto a rischiare ce lo dovevano avere.
Sui campi di battaglia, a essere svelti di mano, c'è sempre da fare un buon raccolto, specie ad arrivarci nel momento buono, prima che cali il grande sciame della fanteria. Che per tutto dove tocca a raffa nel raccogliere roba, i fanti bassottini hanno la meglio. Ma i cavalieri di Narci Soni, sul più bello, li stordiscono con una piattonata e tirano su tutto, dicendo: "Roba!" Non si intende tanto quella strappata di dosso ai morti, perché spogliare un morto è un lavoro che richiede un raccoglimento speciale. Ma tutta la roba che si perde con quest'usanza ad andare in battaglia carichi di armature sovrapposte! Al primo scontro, un catafascio di oggetti disparati casca in terra. Chi pensa più a combattere? Allora la gran lotta è per raccoglierli, e a sera, tornati al campo, far baratti e mercanteggiare. E gira, ma è sempre la stessa roba che passa da un campo all'altro e da un reggimento all'altro dello stesso campo. E la guerra cos'è poi, se non questo passarsi di mano in mano roba sempre più ammaccata?
A Rambaldo successe tutto diverso da come gli avevano detto. Si buttò a lanci avanti, trepidante, nell'ansia dell'incontro tra le due schiere. Incontrarsi si incontrarono, ma tutto pareva calcolato perché ogni cavaliere passasse nell'intervallo tra due nemici, senza che si spiassero nemmeno per un po'. Le due schiere continuarono a correre, ognuna nella propria direzione, dandosi reciprocamente la schiena. Poi si voltarono, cercarono di venire allo scontro, ma ormai l'impeto era perso. Chi lo trovava più l'Argalà in mezzo?
Rambaldo andò a cozzare scudo a scudo con un Saracino duro come un baccalà. "Di' largo all'altro!" pareva che nessuno dei due avesse voglia. Spingevano con gli scudi, m'è i cavalli puntavano gli zoccoli in terra. Il Saracino, una faccia smunta come di gesso, parlò: "Interprete, gridò Rambaldo, cosa dice?" "Trotol lì sotto, uno di quei perdigiorno, dice che gli lasci il passo." "No, per la gola!" L'interprete tradusse. "L'altro replicò: dice è che deve andare avanti per il servizio, altrimenti la battaglia non riesce secondo i piani. Gli lascio il passo, se mi dice dove si trova l'Isoharre Galif." Il Saracino fece segno verso una collinetta, gridando: "E l'interprete: là su quell'altra, a sinistra!"
Rambaldo si voltò e partì al galoppo. L'Argal trappato di verde stava guardando l'orizzonte. "Interprete, son qui! Digli che sono il figlio del Marchese di Rossiglione e vengo a vendicare mio padre!" L'interprete tradusse. L'Argal fals la mano a dita raccolte: "E chi è? Chi è mio padre?" "Questa è la tua ultima offesa!" Rambaldo sguainò la spada. "L'Argalif," limitò, "era un bravo spadaccino." Rambaldo già si trovava mal partito, quando irruppe trafelato quel Saracino di prima, dalla faccia di gesso, gridando qualche cosa. "Fermatevi, signore!" tradusse in fretta l'interprete. "Mi perdoni, m'ero confuso. L'Argal Fisar è sulla collinetta a destra. Questo è l'Argalif Abdul." "Grazie, siete un uomo d'onore," disse Rambaldo, e fatto scostare il cavallo, salutato alla spada, l'Argalifa Abdul si gettò al galoppo verso l'altra altura.
Alla notizia che Rambaldo era figlio del marchese, l'Argal FISO harre disse (come si dovette ripetergli più volte nell'orecchio, gridando alla fine) annuì e, al la spada, Rambaldo si lanciò contro di lui. Ma mentre incrociavano già i ferri, gli venne il dubbio che Isoharre non fosse neppure costui, e il suo impeto ne venne un po' scemato. Cercava di dar giù con tutta l'anima, e più ci dava, meno si sentiva sicuro dell'identità del suo nemico. Questa incertezza stava per essergli fatale. Il Moro lo incalzava con attacchi sempre più d'appresso, quando una gran zuffa s'accese al loro fianco. Un ufficiale maomettano era impegnato nel folto della mischia, e ad un tratto lanciò un grido. A quel grido, l'avversario di Rambaldo alzò lo scudo, come a chieder tregua, e diede una voce di risposta.
"Che cosa ha detto?" chiese Rambaldo all'interprete. "Ha detto: 'Sì, Argalif Isoharre, ti porto subito gli occhiali'." "Ah, dunque non è lui! Io sono," spiegò l'avversario, "il portaocchiali dell'Argalif Isar. Gli occhiali, apparecchio ancora sconosciuto a voi cristiani, sarebbero certe lenti che correggono la vista. Isar, essendo miope, è costretto a portarli in battaglia, ma di vetro come sono, a ogni scontro gliene va in pezzi un paio. Io sono addetto a rifornirlo di nuovi. Chiedo dunque di interrompere il duello con voi, perché altrimenti l'Argal, debole di vista, avrà la peggio."
"Ah, il portaocchiali!" Rogi Rambaldo, e non sapeva se sbudellarsi dalla rabbia o accorrere contro il vero Isaoirre. Ma che bravura ci sarebbe stata a combattere contro un avversario accecato? "Dovete lasciarmi andare, signore," continuò l'occhialaio, "perché nel pieno di battaglia è stabilito che Isar si mantenga in buona salute, e quello, se non ci vede, è perso." E brandiva gli occhiali, gridando: "In là! Ecco Argalif, ora arrivano le lenti!" "No!" disse Rambaldo, e menò un fendente su quei vetri, frantumandosi. Stato per lui il segno che era spacciato. Ioar andò a infilarsi dritto su una lancia cristiana. "Ora la sua vista," disse l'occhialaio, "non ha più bisogno di lenti per guardare le ori del paradiso." E spronò il cadavere dell'Argal, sbalestrato giù di sella, restò impigliato per le gambe alle staffe, e il cavallo lo trascinò via fino ai piedi di Rambaldo.
L'emozione a vedere Isar morto in terra, i contrastanti pensieri che gli fecero ressa: di trionfo a poter dire finalmente vendicato il sangue di suo padre, di dubbio se avendo egli procurato la morte dell'Argal mandandogli le lenti in pezzi, la vendetta fosse da considerarsi consumata a dovere, di smarrimento a trovarsi in un tratto privo dello scopo che l'aveva condotto fin lì. Tutto durò in lui solo un momento. Poi non sentì che la straordinaria leggerezza a ritrovarsi senza più quell'assillante pensiero in mezzo alla battaglia, e di poter correre, guardarsi intorno, battersi come avesse le ali ai piedi. Fissato fino allora nell'idea di uccidere l'Argal, non aveva dato mente a nulla dell'ordine della battaglia, e non pensava nemmeno che alcun ordine vi fosse. Tutto gli appariva nuovo, e l'esaltazione e l'orrore solo ora parevano toccarlo.
Il terreno aveva già la sua fioritura di morti, crollati giù nelle loro armature, giacevano in posizioni sconnesse, a seconda di come i cosciali o le cubiti o gli altri paramenti di ferro si erano disposti facendo mucchio, tenendo magari alzate in aria braccia o gambe. In qualche punto, le pesanti corazze avevano fatto breccia, e di là si spandevano le interiora, come se le armature fossero riempite non da corpi interi, ma da visceri ficati lì a casaccio, che traboccavano fuori al primo spacco. Queste visioni cruente riempivano Rambaldo di commozione. S'era dimenticato forse che era caldo sangue umano a muovere e a dar vigore a tutti quegli involucri, a tutti tranne uno. O già l'inafferrabile natura del cavaliere in armi bianche gli pareva estesa a tutto il campo. Spronò, era ansioso di confrontarsi con presenze viventi, amiche o nemiche che fossero. Era in una valletta deserta, a parte i morti e le mosche che su di essi ronzavano. La battaglia era giunta a un momento di tregua, o infuriava da tutt'altra parte del campo.
Rambaldo cavalcava, scrutando intorno. Ecco un batter di zoccoli, ed appare un guerriero a cavallo sul ciglio d'un'altura. È un Saracino. Si guarda intorno, ratto di redini, e scappa. Rambaldo sprona e lo insegue. Ora è anch'egli sull'altura. Vede là nel prato il Saracino galoppare e sparire a tratti tra i noccioli. Il cavallo di Rambaldo è una freccia, pareva non aspettasse che l'occasione di una corsa. Il giovane è contento: finalmente, sotto quei gusci inanimati, il cavallo è un cavallo, l'uomo è un uomo. Il Saracino piega a destra, perché ora Rambaldo è sicuro di raggiungerlo, ma da destra ecco un altro Saracino che salta fuori dalla macchia e gli taglia la strada. Entrambi gli infedeli si voltano, gli son contro. È un'imboscata!
Rambaldo si butta in ania, spada levata, e grida: "Billy!" Uno gli è contro, l'elmo nero e biscor nuto come un calabrone. Il giovane para un fendente ed dà di piatto sul suo scudo, ma il cavallo scarta. C'è quel primo che lo stringe d'appresso. Ora Rambaldo deve giocare di scudo e spada, e deve far girare su se stesso il cavallo a strette di ginocchia nei fianchi. "V!" grida, ed è vera rabbia la sua, e il combattere è un vero combattere accanito, e lo scemare delle sue forze nel tenere a bada due nemici è un vero struggente infiacchimento nelle ossa e nel sangue. E forse Rambaldo morirà, ora che è sicuro che il mondo esiste, e non sa se morire ora è più triste o meno triste.
Li aveva addosso entrambi. Arretrava, teneva stretta l'elsa della spada come ci fosse aggrappato. Se la perde, è perso. Quando proprio in quell'estremo momento udì un galoppo. A quel suono, come un rullo di tamburo, i due nemici insieme si staccarono da lui. Si facevano schermo con gli scudi alzati, arretrando. Anche Rambaldo si voltò. Vide al suo fianco un cavaliere dalle armi cristiane che sopra la corazza vestiva una guarnacca color pervinca, un cimiero di lunghe piume anch'esse color pervinca sventolava sul suo elmo. Volteggiando veloce con una leggera lancia, teneva discosti i Saracini. Ora sono fianco a fianco. Rambaldo è il cavaliere sconosciuto. Questi va sempre mulinando la lancia. Dei due nemici, uno tenta una finta e vorrebbe sbalzarlo, ma il cavaliere pervinca, in quel momento, appende la lancia al gancio della resta e, d mano allo stocco, si lancia sull'infedeltà.
Rambaldo, al vedere con quanta leggerezza da distocco il soccorritore sconosciuto, quasi si scorda d'ogni cosa e resterebbe fermo lì a guardare. Ma è un momento. Ora si slancia sopra l'altro nemico con un gran cozzo di scudi. Così andava combattendo affiancato al Pervinca, e ogni volta che i nemici, dopo un nuovo assalto inutile, si traevano indietro, l'uno prendeva a combattere con l'avversario dell'altro, con un rapido scambio. E così li frastornavano con la di loro perizia. Il combattere a fianco ad un compagno è una cosa ben più bella che il combattere da solo. Ci si incoraggia e conforta, e il sentimento dell'avere un nemico e quello dell'avere un amico si fondono in un medesimo calore. Rambaldo spesso, per incitarsi, grida all'altro. Quello tace. Il giovane comprende che in battaglia conviene risparmiare il fiato e tace pure lui. Ma un poco spiace di non sentire la voce del compagno.
La zuffa si è fatta più serrata. Ecco che il guerriero Pervinca sbalza di sella. Il suo Saracino, quello appiedato, scappa nella macchia. L'altro s'avventa su Rambaldo, ma nello scontro spezza la spada. Per timore di esser preso prigioniero, volta il cavallo e fugge pure lui. "Grazie, fratello!" fa Rambaldo al suo soccorritore, scoprendo il viso. "Mi hai salvato la vita, e gli tende la mano. Il mio nome è Rambaldo dei Marchesi di Rossiglione, baccelliere." Il cavaliere Pervinca non risponde, né dice il proprio nome, né stringe la destra tesa di Rambaldo, né scopre il viso. Il giovane arrossisce: "Perché non mi rispondi?" Ed ecco, quello dà di volta al cavallo e corre via. "Cavaliere, anche se ti devo la vita, terrò questa come un'offesa mortale!" grida Rambaldo, ma il cavaliere Pervinca è già lontano.
La riconoscenza per l'ignoto soccorritore, la muta comunanza nata nel combattimento, la rabbia per quello sgarbo inatteso, la curiosità per quel mistero, l'accanimento che appena sopito con la vittoria subito cercava altri oggetti. Ed ecco che Rambaldo spronava il cavallo a inseguire il guerriero Pervinca e gridava: "Mi pagherai l'affronto, chiunque tu sia!" Sprona, sprona, ma il cavallo non si muove. Lo tira per il morso, il muso ricade giù, lo scuote di sugli arcioni, traballa come fosse un cavalletto di legno. Allora smonta. Solleva la musiera di ferro e vede l'occhio bianco. Era morto. Un colpo di spada saracina, penetrata tra piastra e piastra della gualdrappa, l'aveva colpito al cuore. Sarebbe stramazzato al suolo già da un pezzo, se gli involucri di ferro di cui aveva cinti zampe e fianchi non l'avessero tenuto rigido e come radicato in quel punto.
In Rambaldo, il dolore per quel valoroso destriero morto in piedi, dopo averlo fedelmente servito fin lì, vinse per un momento la furia. Gettò le braccia al collo del cavallo, fermo come una statua, e lo baciò sul muso freddo. Poi si riscosse, s'asciugò le lacrime, e appiedato corse via. Ma dove poteva andare? Si trovava a correre per mal certi sentieri su una costa di torrente boscosa, senza più segni di battaglia intorno. Le tracce del guerriero sconosciuto erano perse. Rambaldo avanzò a caso, ormai rassegnato che gli fosse sfuggito. Eppure ancora pensando: "Ma lo ritroverò, fosse pure in capo al mondo!" Adesso, ciò che più lo tormentava dopo quella mattinata rovente era la sete.
Scendendo verso il greto del torrente per bere, udì uno smuovere di frasche. Legato ad un nocciolo con una lenta pastoia, un cavallo brucava l'erba. Ad un prato sciolto dalle piastre di corazza più gravose che gli giacevano vicino, non c'era dubbio, era il cavallo del guerriero sconosciuto, e il cavaliere non doveva essere distante. Rambaldo si buttò tra le canne per cercarlo. Giunse al greto, affacciò il capo tra le foglie. Il guerriero era là. La testa e il torso erano ancora racchiusi nella corazza e nell'elmo, impenetrabili come un crostaceo, ma si era tolta i cosciali, i ginocchietti e le gambiere, ed era insomma nuda dalla cintola in giù, e correva scalza sugli scogli del torrente.
Rambaldo non credeva ai suoi occhi, perché quella nudità era di donna: un liscio ventre piumato d'oro, e tonde natiche di rosa, e tese lunghe gambe di fanciulla. Questa metà di fanciulla, la metà di crostaceo, adesso aveva un aspetto ancor più disumano e inespressivo. Si girò su se stessa, cercò un luogo accogliente, puntò un piede da una parte e l'altro dall'altra di un ruscello, piegò un poco i ginocchi, va, appoggiò le braccia dalle ferree cubiti, protese avanti il capo e indietro il tergo, e si mise tranquilla e altera a far pipì. Era una donna di armoniose lune di piuma tenera e di fiotto gentile. Rambaldo ne fu tosto innamorato.
La giovane guerriera scese a rivo, s'abbassò ancora sulle acque, fece una lesta abluzione, rabbid un poco, e corse su con lievi salti dei nudi piedi. Rosa fu allora che s'accorse di Rambaldo che la stava spiando tra le canne. "Spina Hunt!" gridò, e tratto dalla cintola un pugnale, glielo tirò contro, non col gesto della perfetta maneggiatrice d'armi che essa era, ma con lo scatto rabbioso della donna inviperita che tira in testa all'uomo un piatto o una spazzola o qualsiasi cosa ha per mano. Comunque, mancò con la fronte di Rambaldo per un pelo. Il giovane vergognoso si ritrasse. Ma già dopo un momento smiavtotrans, frastornato da tante cose, occorsegli per essere felice, troppo felice per capire che aveva barattato la sua ansia di prima con ansie più brucianti ancora.
Tornò al campo. "Sapete, ho vendicato il padre, ho vinto Ioar è caduto!" Io ma raccontava confuso, troppo in fretta, perché il punto a cui voleva arrivare era un altro. "E mi battevo contro due, ed è venuto un cavaliere a soccorrermi, e poi ho scoperto che non era un soldato, era una donna bellissima! Non, non so il viso sull'armatura, veste una gonnella color pervinca!" Sghignazzarono i compagni di tenda, intenti a spalmarsi l'unguento sulle lividure di cui avevano cosparsi petto e braccia nel gran puzzo di sudore d'ogni volta che ci si leva le armature dopo la battaglia. "Con la Bradamante ti vuoi mettere, pulcino? Sì, che quella vuol te. Bradamante o si passa ai generali o i mozzi di stalla. Non la prenderai neanche se le metti il sale sulla coda!"
Rambaldo non riuscì più a dire parola. Uscì dalla tenda. Il sole tramontava rosso. Ancora ieri, vedendo calare il sole, si chiedeva: "Che sarà di me al tramonto di domani? Avrò passato la prova? Avrò la conferma di essere un uomo, di marcare un'orma camminando sulla terra?" Ed ecco, questo era il tramonto di quel domani, e le prime prove superate già non contavano più nulla, e la prova nuova era inattesa e difficile, e la conferma poteva essere solo là. In questo stato di incertezza, Rambaldo avrebbe voluto confidarsi col cavaliere dall'armatura bianca, come con l'unico che potesse comprenderlo. Non avrebbe saputo neanche lui dire perché.
Capitolo quinto. Sotto la mia cella è la cucina del convento. Mentre scrivo, sento l'accottolio dei piatti di rame e stagno. Le sorelle sguattere stanno sciacquando le stoviglie del nostro magro refettorio. A me, la Badessa, ha assegnato un compito diverso da loro: lo scrivere questa storia. Ma tutte le fatiche del convento, intese come a un solo fine, la salute dell'anima, è come fossero una sola. Ieri scrivevo della battaglia, e nell'accottolio dell'acquaio mi pareva di sentir cozzare lance contro scudi e corazze risuonare gli elmi percossi dalle pesanti spade. Di là, nel cortile, mi giungevano i colpi di telaio delle sorelle tessitrici, e a me pareva un battito di zoccoli di cavalli al galoppo. E così quello che le mie orecchie, i miei occhi socchiusi, trasformavano in visioni, e le mie labbra silenziose in parole. E parole e la penna si lanciava per il foglio bianco a rincorrerle.
Oggi forse l'aria è più calda, l'odor di cavoli più spesso, la mia mente è più pigra, e dal frastuono delle sguattere non riesco a farmi portare più lontano delle cucine dell'armata franca. Vedo i guerrieri in fila dinanzi alle marmitte fumanti, con un continuo bacchiare di gavette e tambureggiare di cucchiai, e lo scontro dei mestoli contro i bordi dei recipienti, e il raschio sul fondo delle marmitte vuote e incrostate. E questa vista, e questo odore di cavoli, si ripete per ogni reggimento: il Normanno, l'Angioino, il Borgognone. Se la potenza di un'armata si misura dal fragore che manda, allora il sonante esercito dei Franchi si fa riconoscere davvero quando è l'ora del rancio. Il rumore echeggia per le valli e le piane fino al luogo in cui si mischia con un eco uguale proveniente dalle marmitte infedeli. Anche i nemici sono intenti alla stessa ora a ingurgitare un'infame zuppa di cavoli. La battaglia ieri non risuonava tanto, né mandava tanto puzzo. Dunque non mi resta che immaginare gli eroi della mia storia intorno alle cucine.
Agilulfo lo vedo apparire di tra il fumo, proteso sopra una marmitta, insensibile all'odore di cavoli, impartendo ammonimenti ai cucinieri del reggimento d'Alvernia. Ed ecco che compare il giovane Rambaldo, correndo. "Cavaliere," disse, ancora ansante, "finalmente vi trovo! È che io, capite, vorrei essere paladino nella battaglia di ieri. Ho, ho vendicato nel la mischia, poi, poi ero da solo con due contro un'imboscata, e allora, insomma, ora so cos'è combattere! Eh, vorrei che in battaglia mi mi fosse dato il posto più rischioso, o di partire per qualche impresa a procacciarmi gloria per la nostra Santa Fede, salvare donne, infermi, vecchi, deboli. Voi mi potete dire..."
Agilulfo, prima di voltarsi verso di lui, rimase un momento dandogli le spalle, come a marcare il suo fastidio a essere interrotto nell'adempimento di una sua mansione. Poi, voltatosi, cominciò un discorso sciolto e forbito, nel quale s'avvertiva il piacere di impadronirsi rapidamente di un argomento che gli veniva proposto lì per lì e di sviscerarlo. "Da quanto mi dici, baccelliere, mi sembri ritenere che la nostra condizione di paladini comporti esclusivamente il coprirsi di gloria, vuoi in battaglia alla testa delle truppe, vuoi in audaci imprese individuali. Quest'ultime intese sia a difendere la nostra Santa Fede, sia a soccorrere donne, vecchi, infermi. Ho capito bene?" "Sì!" "Ecco, in effetti, queste che hai indicato sono tutte attività particolarmente inerenti al nostro corpo di ufficiali scelti. Ma..." e qui Agilulfo emise un risolino, il primo che Rambaldo udisse dalla bianca gorgera, ed era un risolino cortese e sarcastico insieme. "...non sono le sole. Se lo desideri, mi sarà facile elencarti una per una le mansioni che competono ai paladini semplici, ai paladini di prima classe, ai paladini di Stato Maggiore."
Rambaldo l'interruppe: "Mi basterà seguirvi e prendervi a esempio, cavaliere. Preferisci, dunque, anteporre l'esperienza alla dottrina?" "Ammesso. Ebbene, tu vedi che oggi sto prestando servizio, come ogni mercoledì, d'ispettore agli ordini dell'intendenza d'armata. In tale veste, vado controllando le cucine dei reggimenti d'Alvernia e di Is. Se mi seguirai, potrai a poco a poco impratichirti." Restò un po' male, ma non volendo smentirsi, finse di prestare attenzione a ciò che Agilulfo faceva e diceva con capocuochi, cantinieri e sguatteri, sperando ancora che fosse solo un rituale preparatorio prima di gettarsi in qualche sfolgorante fatto d'armi.
Agilulfo contava e ricontava, spiegò a Rambaldo: "E calcolare quante gavette di minestra contiene una marmitta, per nessun reggimento torna il conto. O avanzano razioni che non si sa dove finiscano e come devi segnarle sui ruolini, o se riduci le assegnazioni ne mancano e subito serpeggia il malcontento nella truppa. Vero è che a ogni cucina militare c'è sempre una coda di straccioni, di povere vecchie e di storpi che vengono a raccogliere gli avanzi. Ma questo, si capisce, è un gran disordine. Per cominciare a vederci un po' chiaro, ho disposto che ogni reggimento presenti, con l'elenco dei suoi effettivi, anche i nomi dei poveri che abitualmente vengono a far la coda per il rancio. Così, d'ogni gavetta di minestra si saprà con precisione dove va a finire. Ecco che tu ora, per far pratica dei tuoi doveri di paladino, potresti andare a fare un giro per le cucine reggimentali con gli elenchi alla mano e controllare se tutto è in ordine. Poi tornerai da me a riferire." Cosa doveva fare Rambaldo? A reclamare per sé la gloria o nulla? Così magari rischiava di rovinarsi la carriera per una sciocchezza.
Andò, tornò annoiato, senza idee chiare. "Ma sì, mi par che vada," disse ad Agilulfo. "Certo, è un gran pasticcio. Poi questi poveri che vengono per la zuppa sono tutti fratelli." "Fratelli? Perché?" "Ma si assomigliano, sono anzi uguali da scambiarli uno per l'altro. Ogni reggimento ha il suo preciso agli altri. Da principio credevo fosse lo stesso uomo che si spostava da una cucina all'altra, ma guardo sugli elenchi e c'erano tutti nomi diversi: Boam, Molz, Kotun, Beling, Caccio, Bertella. Allora ho domandato ai sergenti, ho controllato, sì, corrispondeva sempre. Certo, però, che questa somiglianza..."
"Andrò a vedere io stesso," si diressero entrambi verso il campo lorenese. "Ecco quell'uomo là," e Rambaldo indicò un punto, come se ci fosse qualcuno. Difatti, c'era, ma una prima occhiata tra che era vestito di stracci verdi e gialli sbiaditi e impaccati, tra che aveva la seminata di lentiggini e ispida di barba ineguale, lo sguardo gli passava addosso confondendolo col colore della terra e delle foglie. "Ma quello è Gurdulù! Gurdulù! Un altro nome ancora! Lo conoscete? È un uomo senza nome e con tutti i nomi possibili!"
"Ti ringrazio, baccelliere," disse Agilulfo, "non solo hai scoperto un'irregolarità nei nostri servizi, ma mi hai dato modo di ritrovare il mio. Ieri mi ha assegnato per ordine dell'imperatore e subito perduto. I cucinieri lorenesi, finito di distribuire il rancio alla truppa, avevano abbandonato la marmitta a Gurdulù. Tieni, questa è tutta zuppa per te! Tutta zuppa!" esclamò Gurdulù. Si chinò dentro la marmitta come sporgendosi da un davanzale, e col cucchiaio menava colpi di striscio per staccare il contenuto più prezioso d'ogni marmitta, cioè la crosta che rimane appiccicata alle pareti. "Tutta zuppa!" rimbombava la sua voce dentro il recipiente che, nel suo avventato di vincolarsi, gli si rovesciò addosso. Ora Gurdulù era prigioniero della marmitta capovolta. Lo si udì battere il cucchiaio come in una sorda campana, e la sua voce muggire: "Tutta zupa!" Poi la marmitta si mosse come una testuggine, ridiede di volta e riapparve Gurdulù, sbrodolata di zuppa di cavoli dalla testa ai piedi, chiazzato, unto, e per di più imbrattato di nero fumo, con la broda che gli colava sugli occhi. Pareva cieco, e avanzava gridando: "Tutto è zuppa! Abbraccia avanti come nuote!" E non vedeva altro che la zuppa che gli ricopriva gli occhi e il viso. "Tutto è zuppa!" E in una mano brandiva il cucchiaio come volesse tirare a sé cucchiaiate di tutto quel che c'era intorno. "Tutto è zupa!"
A Rambaldo quella vista dette un turbamento da fargli girare il capo, ma non era tanto un ribrezzo quanto un dubbio che quell'uomo che girava lì davanti accecato avesse ragione, e il mondo non fosse altro che un'immensa minestra senza forma, in cui tutto si sfacci e tingeva di sé ogni altra cosa. "Non voglio diventar minestra! Aiuto!" stava per gridare, ma vide vicino a sé Agilulfo, che stava impassibile a braccia conserte, come remoto e neppure toccato dalla volgarità di quella scena. E sentì che egli non avrebbe mai capito la sua apprensione, l'opposto struggimento che la vista del guerriero dalla bianca corazza sempre gli comunicava. Ora si bilanciò col nuovo struggimento datogli da Gurdulù, e in questo modo riuscì a salvare il suo equilibrio e a tornar calmo.
"Perché non gli fate capire che tutto non è zuppa, e non gli fate finire questa sarabanda?" disse ad Agilulfo, riuscendo a dare un timbro non alterato alla sua voce. "L'unico modo di capirlo è porsi un compito ben preciso," disse Agilulfo a Gurdulù. "Tu sei il mio scudiero, per ordine di Carlo, re dei Franchi e sacro Imperatore. Ora dovrai obbedirmi in ogni cosa. E poiché ho l'incarico della sovrintendenza e le inumazioni e ai pietosi doveri di provvedere alla sepoltura dei morti della battaglia di ieri, ti munirai di pala e zappa, e andremo là sul campo a sotterrare la carne battezzata dei nostri fratelli, che Dio ha in gloria." Invitò anche Rambaldo a seguirlo, perché si rendesse conto di quest'altra delicata incombenza dei paladini.
Camminavano verso il campo, tutti e tre: Agilulfo con quel suo passo che vorrebbe essere sciolto e invece è come se camminasse sugli spilli; Rambaldo ha occhi sgranati intorno, impaziente di riconoscere i luoghi percorsi ieri sotto una pioggia di dardi e di fendenti; Gurdulù, che con in spalla zappa e pala, per nulla compreso della solennità del suo compito, fischia e canta. Dal dosso su cui ora passano, si scopre la piana dove la mischia più cruenta ha avuto luogo. Il suolo è ricoperto di cadaveri. Gli avvoltoi, fermi con gli artigli aggrappati sulle spalle o sulle facce dei morti, chinano il becco a frugare nei ventri squarciati. Questo degli avvoltoi non è un lavoro che vada subito per il suo verso. Si calano appena la battaglia volge alla fine, ma il campo è seminato di morti, tutti catafratti nelle corazze d'acciaio contro cui i rostri dei rapaci battono senza neanche scalfirlo. Appena viene sera, silenziosi dagli opposti campi, camminando carponi, arrivano gli spogliatori di cadaveri. Gli avvoltoi, risaliti a vorticare in cielo, aspettano che abbiano finito. Le prime luci illuminano un campo biancheggiante di corpi, tutti gnu. Gli avvoltoi ridiscendono e cominciano il gran pasto, ma devono sbrigarsi, perché non tarderanno ad arrivare i becchini, che negano agli uccelli quel che concedono ai vermi.
A colpi di spada Agilulfo e Rambaldo, di pala Gurdulù, cacciano i neri visitatori e li fanno volar via. Poi si mettono alla triste bisogna. Ognuno dei tre sceglie un morto, lo prende per i piedi e lo trascina su per la collina in un posto a concio per scavar-gli la fossa.
Agilulfo trascina un morto e pensa: "Oh, morto! Tu hai quello che io mai ebbi né avrò. Questa carcassa, ossia, non l'hai tu, sei questa carcassa. Cioè, quello che talvolta nei momenti di malinconia mi sorprendo a invidiare agli uomini esistenti. Bella roba! Posso ben dirmi privilegiato io che posso farne senza e fare tutto, tutto, si capisce, quel che mi sembra più importante, e molte cose riesco a farle meglio di chi esiste, senza i loro soliti difetti di grossolanità, approssimazione, incoerenza, puzzo. È vero che chi esiste ci mette sempre anche un qualcosa, una impronta particolare che a me non riuscirà mai di dare. Ma se il loro segreto è qui, questo sacco di trippe, grazie, ne faccio a meno. Questa valle di corpi nudi che si disgregano non mi fa più ribrezzo del carnaio del genere umano vivente."
Gurdulù trascina un morto e pensa: "Tu butti fuori certi peti più puzzolenti dei miei, cadavere! Non so perché tutti ti compiangono. Cosa ti manca? Prima ti muovevi, ora il tuo movimento passa ai vermi che tu nutri. Crescevi unghie e capelli, ora cerai liquame che farà crescere più alte nel sole le erbe del prato, diventerai erba, poi latte delle mucche che mangeranno l'erba, sangue di bambino che ha bevuto il latte, e così via. Vedi che sei più bravo a vivere tu di me, o cadavere?"
Rambaldo trascina un morto e pensa: "Ho morto! Io corro, corro per arrivare qui, come te, a farmi tirar per i calcagni. Cos'è questa furia che mi spinge? Questa smania di battaglie e d'amori? Vista dal punto donde guardano i tuoi occhi sbarrati, la tua testa riversa che sbatacchia sulle pietre, ci penso: ho morto! Mi ci fai pensare. Ma cosa cambia? Nulla. Non ci sono altri giorni che questi nostri giorni prima della tomba. Per noi vivi, e anche per voi morti, che mi sia dato di non sprecarli, di non sprecare nulla di ciò che sono e di ciò che potrei essere, di compiere azioni egregie per l'esercito franco, di abbracciare, abbracciato, la fiera Bradamante. Spero che tu abbia speso i tuoi giorni non peggio, o morto. Comunque, per te i dadi hanno già dato i loro numeri, per me ancora vorticano nel bussolotto, e io amo, o morto, la mia ansia, non la tua pace."
Gurdulù cantando si dispone a scavare la fossa al morto. Lo stende per terra per prendere la misura, segna con la zappa ai limiti, lo sposta, si butta a scavare di gran lena. "Morto, forse stando ad aspettare così ti annoi. Lo volta su di un fianco verso la fossa, in modo che abbia sott'occhio lui che scava. Morto, però qualche zappata potresti darla anche tu!" L'ora trizza cerca di mettergli in mano una zappa. Quello crolla. "Basta! Non sei capace, vuol dire che scavare scavo io, poi tu riempirai la fossa." La fossa è scavata, ma dal modo disordinato di zappare di Gurdulù è venuta di forma irregolare, col fondo a conca. Ora Gurdulù vuole provarla. Scende e ci si corica. "Oh, come si sta bene! Come ci si riposa quaggiù! Oh, che bella terra soffice! Che bello rivoltarci! Morto, vieni giù a sentire che bella fossa ti ho scavato!" Poi ci ripensa: "Però, se siamo intesi che tu devi riempire la fossa, è meglio che io resto sotto e tu mi fai cadere la terra addosso con la pala." E attende un poco. "Dai, spicciati! Cosa ci vuole?" Così, da coricato là in fondo, comincia, alzando la sua zappa, a far calare giù terra. Gli frana addosso tutto il mucchio.
Agilulfo e Rambaldo udirono un urlo smorzato, non sanno se di spavento o di soddisfazione a vedersi così ben seppellito. Fecero appena in tempo a estrarre il Gurdulù, tutto ricoperto di terra, prima che morisse soffocato. Il cavaliere trovò il lavoro di Gurdulù malfatto e quello di Rambaldo insufficiente. Egli invece aveva tracciato tutto un cimitero, segnando i contorni di fosse rettangolari, parallele ai due lati di un vialetto.
Ritornando alla sera, passarono per una radura nel bosco, dove i carpentieri dell'esercito franco si approvvigionano di tronchi per le macchine da guerra e di legna per il fuoco. "Ora Gurdulù devi far legna!" Ma Gurdulù, con l'accetta, menava botte a caso e metteva insieme fascine di stecchi da bruciare e legna verde e virgulti di capelvenere e arbusti di corbezzolo e pezzi di scorza ricoperti di muschio. Il cavaliere lavori d'as dei carpentieri, gli arnesi, le cataste, e spiegava a Rambaldo quali erano le incombenze d'un paladino nell'approvvigionamento del legname. Rambaldo non lo stava a sentire. Una domanda gli bruciava in gola. Per tutto quel tempo, e adesso la passeggiata con Agilulfo stava per finire, e lui non gliel'aveva fatta.
"Cavaliere," Gulfo lo interruppe, "cosa vuoi?" chiese Agulfo, maneggiando certe asce. Il giovane non sapeva da che punto cominciare, non sapeva fingere pretesti per arrivare a quell'unico argomento che gli stava a cuore. Così, arrossendo, disse: "Conoscete Bradamante?" A quel nome, Gurdulù, che stava avvicinandosi stringendo al petto una delle sue composite fascine, diede un salto per aria. Si sparpagliò un volo di legnetti, di rami fioriti di caprifoglio, di bacche di ginepro, di fronde di ligustro. Agilulfo aveva in mano una affilatissima bipenne. La brandì, prese la rincorsa, la diede contro un tronco di quercia. La bipenne passò l'albero da parte a parte, tagliandolo di netto, ma il tronco non si spostò dalla sua base, tanto esatto era stato il colpo.
"Che c'è, cavaliere Gulfo?" esclamò Rambaldo, in un soprassalto di spavento. "Che vi ha preso?" Agilulfo, ora a braccia conserte, esaminava il tronco torno torno. "Vedi," disse al giovane, "un colpo netto, senza la più piccola oscillazione. Osserva il taglio, come dritto."
S questa storia che ho intrapreso a scrivere è ancora più difficile di quanto io non pensassi. Ecco che mi tocca rappresentare la più gran follia dei mortali, la passione amorosa, dalla quale il voto, il Chiostro e il naturale pudore m'hanno fin qui scampata. Non dico che non ne abbia udito parlare. Anzi, in monastero, per tenerci in guardia dalle Tentazioni, alle volte ci si mette a discorrer così, come possiamo farlo noi con l'idea vaga che ne abbiamo. E questo avviene soprattutto ogni volta che una di noi, poverina, per inesperienza, resta incinta, oppure rapita da qualche potente senza Timor di Dio, torna e ci racconta tutto quello che le han fatto. Dunque, anche dell'amore, come della guerra, dirò alla buona quel che riesco a immaginarne. L'arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita, tutto il resto. Ma finita la pagina, si riprende la vita e ci si accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla.
Bradamante ne sapeva di più. Dopo tutto il suo vivere da Mazzone guerriera, un'insoddisfazione profonda si era fatta strada nel suo animo. Aveva intrapreso la della Cavalleria per l'amore che portava verso tutto ciò che era Severo, Esatto, rigoroso, conforme a una regola morale. E nel maneggio delle armi e dei cavalli ha un'estrema precisione di movenze. Invece, cosa aveva intorno? Uomini sudati che ci davan dentro a far la guerra con approssimazione e incuranza, e appena fuori dall'orario di servizio erano a prender ciucche o a ciondolare goffi dietro a lei, per vedere chi di loro si sarebbe decisa a portarsi nella tenda quella sera. Perché si sa che la cavalleria è una gran cosa, ma i cavalieri sono tanti bietoli, abituati a compiere magnanime imprese ma all'ingrosso, come vien viene, riuscendo a stare alla belle meglio dentro le sacrosante regole che avevano giurato di seguire e che, essendo così fissate, toglievano loro la fatica di pensare. La guerra, tanto, un po' è macello, un po' è trantran, e non c'è troppo da guardar per il sottile.
Bradamante non era diversa da loro, in fondo. Forse questi suoi vagheggiamenti di severità e rigore, se glieli era messi in testa per contrastare la sua vera natura. Per esempio, se c'era una sciatt in tutto l'esercito di Fr, era lei. La sua tenda, per dirne una, era la più disordinata di tutto l'accampamento, mentre gli uomini, poverini, si arrangiavano anche in quei lavori che si considerano donneschi, come lavare i panni, rammendare la roba, spazzare in terra, toglier di in giro quel che non serve. Lei, allevata da principessa viziata, non toccava niente. E non fosse stato per quelle vecchie lavandaie e sguatteri che girano sempre attorno ai reggimenti, tutte ruffiane dalla prima all'ultima, il suo padiglione sarebbe stato peggio d'un canile. Tanto lei non ci stava mai. La sua giornata cominciava quando indossava l'armatura e montava in sella.
Difatti, appena aveva le sue armi indosso, era un'altra. Tutta lucente dal coppo dell'elmo ai gamberi, facendo sfoggio dei pezzi d'armatura più perfetti e nuovi, e con l'usbergo infiocchettato di nastri color pervinca. Che guai se ce n'era uno fuori posto! In questa sua volontà ad essere la più splendente sul campo di battaglia, più che una vanità femminile, esprimeva una continua sfida ai Paladini. Una superiorità su di loro, una fierezza nei guerrieri, amici o nemici. Pretendeva una perfezione nella tenuta e nel maneggio delle armi che fosse segno d'altrettanta perfezione d'animo. E se le accadeva di incontrare un campione che le pareva rispondesse in qualche misura alle sue pretese, allora si risvegliava in lei la donna dai forti appetiti amorosi. Qui ancora si diceva che ella del tutto smentisce i suoi rigidi ideali. Era un'amante a un tempo tenera e furiosa. Ma se l'uomo la seguiva su questa via e si abbandonava e perdeva il controllo di sé, lei subito se ne disamorava, rimetteva in cerca di tempre più adamantine. Ma chi poteva più trovare? Nessuno dei Campioni cristiani o nemici aveva ormai ascendente su di lei. Di tutti conosceva debolezze e meschinerie.
Si esercitava a tirare con l'arco nello spiazzo davanti alla sua tenda, quando Rambaldo, che andava ansiosamente cercandola, la vide per la prima volta in viso. Vestiva una tunichetta corta, le braccia nude tendevano l'arco, il viso in quello sforzo era un poco infuocato, i capelli erano legati sulla nuca e ricadenti poi in una gran coda sparpagliata. Ma lo sguardo di Rambaldo non si fermò su alcuna osservazione minuta. Vide tutti insieme la donna, la sua persona, i suoi colori, e non poteva essere che lei quella che, senza averla quasi ancora vista, disperatamente desiderava. E già per lui non poteva essere diversa. La freccia scoccò dall'arco, si infisse nel palo del bersaglio sulla linea esatta da altre tre che già vi aveva conficcato.
"Io ti sfiderò all'arco," disse Rambaldo, correndo verso di lei. Così sempre corre il giovane verso la donna. Ma è davvero amore per lei a spingerlo? Oh, non è amore, soprattutto di sé, ricerca di una certezza d'esserci che solo la donna gli può dare. Corre e si innamora il giovane insicuro di sé, felice e disperato. E per lui la donna è quella che certamente c'è. E lei sola può dargli quella prova. Ma la donna, anche lei, c'è e non c'è. Eccola di fronte a lui, trepidante anch'essa, insicura. Come fa il giovane a non capirlo? Cosa importa chi tra i due è il forte e chi il debole? Sono pari. Ma il giovane non lo sa, perché non vuole saperlo. Quella di cui ha fame è la donna che c'è, la donna certa. Lei invece sa più cose, o meno. Comunque, sa cose diverse. Ora è un diverso modo d'essere che cerca.
Fanno insieme una gara di arcieri. Lei lo sgrida e non l'apprezza. Lui non sa che è per gioco. Intorno i padiglioni dell'esercito di Francia, i gonfaloni al vento, le file dei cavalli che mangiano finalmente biada, i famigli preparano la mensa dei Paladini. Questi aspettano l'ora del pranzo, stanno in crocchi intorno a vedere Bradamante che tira all'arco col ragazzo. Bradamante dice: "Colpisci il segno! Ma sempre per caso, per caso. Se non sbaglio, una freccia anche t'andassero bene 100 frecce, sarebbe sempre per caso. Cosa mai, allora, non è per caso?"
Chi riesce a riuscire, non per caso, al margine del campo, passava lento Agilulfo. Sull'armatura bianca pendeva un lungo mantello nero. Camminava in là, come chi non vuole guardare, ma sa ad essere guardato e crede di dover, che non gli importa, mentre invece gli importa. Sì, ma in un altro modo da come gli altri potrebbero capire. "Cavaliere, vieni tu a far vedere come si fa?" La voce di Bradamante ora non aveva più il solito tono sprezzante, e anche il contegno aveva perso della sua fierezza. Aveva fatto due passi avanti verso Agilulfo, porgendogli l'arco con una freccia già incoccata. Si avvicinò, prese l'arco, si scrollò indietro il mantello, puntò i piedi uno avanti uno indietro, e mosse avanti braccia e arco. I suoi movimenti non erano quelli dei muscoli e dei nervi che cercano d'approssimarsi ad una mira. Egli metteva al loro posto delle forze in un ordine evoluto. Fermava la punta della freccia nella linea invisibile del bersaglio, muoveva l'arco quel tanto e non di più, e scoccava. La freccia non poteva che andare a segno.
Bradamante gridò: "Questo sì è un tiro!" Ad Agilulfo non importava nulla. Stringeva nelle ferme mani di ferro l'arco ancora tremante, poi lo lasciava cadere. Si raccoglieva dentro il mantello, tenendolo chiuso con i pugni sul pettorale della corazza, e così s'allontanava. Non aveva nulla da dire e non aveva detto nulla. Bradamante, raccattato l'arco, l'alzò a braccia tese e scuoteva la coda dei capelli sulle spalle. "Chi mai, chi mai altro potrà tirare d'arco con tanta nettezza? Chi potrà essere preciso e assoluto in ogni atto come lui?" E così dicendo, calciava via zolle erbose, spezzava frecce contro le palizzate. Agilulfo era già lontano e non si voltava. Il cimiero iridescente era piegato avanti, come camminasse chino, a pugni stretti sul pettorale, trascinando il nero mantello.
Dei guerrieri che si erano radunati intorno, qualcuno si sedette sull'erba per godersi la scena di Bradamante che dava in smanie. "Da quando l'è preso questo innamoramento per Agilulfo, disgraziata, non ha pace! Come che avete detto?" Rambaldo, colta a volo la frase, prese per un braccio chi aveva parlato. "Ehi, pulcino, hai un bel gonfiare il torace con la nostra Paladina? A lei ormai non piacciono che le corazze pulite dentro e fuori. Non lo sai che è innamorata cotta di Agilulfo?" "Ma come può essere Agilulfo? Bradamante, come fa?" "Fa che quando una si è tolta la voglia di tutti gli uomini esistenti, l'unica voglia che le resta può essere solo quella di un uomo che non c'è per nulla."
Ormai per Rambaldo era divenuto un moto naturale in ogni momento di dubbio o di scoramento, il desiderio di rintracciare il cavaliere dalla bianca armatura. Anche adesso lo provò, ma non sapeva se era ancora per chiedere il suo consiglio o già per affrontarlo come un rivale. "Ehi, bionda, ma non è un po' gracilino per il letto?" la apostrofavano i commilitoni. "Questa Libra d'amante doveva essere una ben triste decadenza! Figuriamoci se una volta avrebbero avuto il coraggio di parlare su questo tono!" Insistevano quegli impertinenti. "Ma se lo spogli nudo, poi chiappi e sghignazzo!" In Rambaldo, il doppio dolore a sentir parlare così di Bradamante e a sentir parlare così del Cavaliere, e la rabbia a capire che in quella storia lui non c'entrava per nulla, che nessuno poteva considerarlo parte in causa, si mescolavano nello stesso scoramento.
Bradamante ora si era armata ad una sferza e prese a mulinar in aria, disperdendo i curiosi e Rambaldo con loro. "E non credete che io sia talmente donna da far fare a qualsiasi uomo tutto ciò che deve fare!" Quelli correvano urlando: "Se vuoi che gli prestiamo qualcosa noi, Bradam, non hai che dircelo!" Rambaldo, spinto dagli altri, seguì il codazzo dei guerrieri oziosi, finché non si dispersero. Di tornare da Bradamante non aveva più desiderio, e anche la compagnia di Agilulfo l'avrebbe ormai messo a disagio. Per caso si era trovato al fianco un altro giovane chiamato Torris mondo, cadetto dei Duchi di Cornovaglia, che camminava guardando in terra, fosco, fischiettando. Rambaldo continuò a camminare con questo giovane che gli era quasi sconosciuto, e siccome sentiva il bisogno di sfogarsi, attaccò discorso: "Io qui sono nuovo, non so, non è come credevo, tutto sfugge, non si arriva mai, non si capisce." Torris mondo non alzò gli occhi, solo interruppe per un momento il suo cupo fischiettio e disse: "Tutto è uno schifo."
"Ecco, vedi," rispose Rambaldo, "io non sarei tanto pessimista. C'è dei momenti che mi sento pieno d'entusiasmo, anche d'ammirazione. Mi pare di di capire tutto finalmente, e mi dico: 'Se adesso ho trovato l'angolo giusto per vedere le cose, se la guerra nell'esercito Franco è tutta così, e questo è veramente ciò che sognavo!' Invece, non puoi mai essere sicuro di niente."
"E di cosa vuoi essere sicuro?" interruppe Torris mondo. "Insegne, gradi, pompe, nomi, tutta una parata. Gli scudi con le imprese e i motti dei Paladini non sono di ferro, sono carta che la puoi passare da parte a parte con un dito." Erano giunti a uno stagno. Sulle pietre della riva saltavano le rane gracchiando. Torris mondo si era voltato verso l'accampamento e indicava i gonfaloni alti sopra le palizzate con un gesto come volesse cancellare tutto. "Ma l'esercito Imperiale," obiettò Rambaldo, il cui sfogo d'amarezza era rimasto soffocato dalla furia di negazione dell'altro, e ora cercava di non perdere il senso delle proporzioni per ritrovare un posto ai propri dolori. "L'esercito Imperiale, bisogna ammettere, combatte pur sempre per una santa causa e difende la cristianità contro l'infedele."
"Non c'è difesa né offesa, non c'è senso di nulla," disse Torris mondo. "La guerra durerà fino alla fine dei secoli e nessuno vincerà o perderà. Resteremo fermi gli uni di fronte agli altri per sempre. E senza gli uni, gli altri non sarebbero nulla. E ormai, sia noi che loro, abbiamo dimenticato perché combattiamo. Senti queste rane? Tutto che facciamo ha tanto senso e tanto ordine quanto il loro gracidio, il loro saltare dall'acqua a riva e dalla riva all'acqua."
"Per me non è così," disse Rambaldo. "Per me, anzi, tutto è troppo incasellato, regolato. Vedo la virtù, il valore, ma è tutto così freddo. Che ci sia un cavaliere che non esiste, ti confesso, mi fa paura. Eppure l'ammiro. È così perfetto in ogni cosa che fa, dà sicurezza più che se ci fosse." E quasi arrossì. "Capisco Bradamante. Agilulfo è certo il miglior cavaliere della nostra armata. Come è una montatura anche lui, peggio che gli altri."
"Cosa intendi dire con montatura?" "Tutto quello che fa, lo fa sul serio. Niente sono tutte storie. Non c'è né lui, né le cose che fa, né quelle che dice. Niente, niente." "Ma come farebbe allora, con lo svantaggio in cui si trova rispetto agli altri, a occupare nell'esercito il posto che occupa, solo per il nome?" Torris mondo stette un momento in silenzio, poi disse piano: "Qui anche i nomi sono falsi. Se volessi, manderei all'aria tutto. Non ci resta neanche la terra su cui posare i piedi."
"Ma non c'è nulla che si salva, allora? Forse?" "Ma non qui. Chi dove i cavalieri del Sangreal? E dove sono? Nelle foreste della Scozia." "Li hai visti?" "No." "E come sai di loro?" Tacquero. Si sentiva solo il gracidare delle rane. A Rambaldo stava prendendo la paura che quel gracidio sovrasta tutto, annegasse lui pure in un verde viscido, cieco pulsare di branchie. Ma si ricordò di Bradamante, di come era apparsa in battaglia, la spada levata, e tutto questo sgomento era già dimenticato. Non vedeva l'ora di battersi e compiere prodezze davanti ai suoi occhi di smeraldo.
Capitolo Settimo. A Ognuna è data la sua penitenza. Qui in convento, il suo modo di guadagnarsi la salvezza eterna. A me è toccata questa di scriver storie. È dura, è dura. È assolata estate. Dalla valle giunge un vociare, un muover d'acqua. La mia cella è in alto e dalla finestreta vedo un'ansa del fiume. Giovani villani spogliati che fanno il bagno, e più in là, dietro un ciuffo di salici, ragazze che, anch'esse tolte le vesti, scendono a bagnarsi. Uno nuotando sott'acqua ora è sbucato a vederle, ed esse se lo indicano con gridi. Potrei esserci anch'io, è in bella comitiva con giovani miei pari e fantesche e famigli. Ma la nostra Santa vocazione vuole che si anteponga del mondo qualcosa che poi resta. Che resta, se poi anche questo libro e tutti i nostri atti di pietà compiuti con cuori di cenere, non sono già cenere anch'essi? Più cenere degli atti sensuali nel fiume che, trepidanti nell'acqua, ci si mette a scrivere. Di Lena.
Ma c'è un'ora in cui la penna non gratta che polveroso inchiostro e non vi scorre più una goccia di vita. E la vita è tutta fuori, fuori dalla finestra, fuori di te. E ti sembra che mai più potrai rifugiarti nella pagina che scrivi, aprire un altro mondo. Fare il... è meglio così? Forse quando scrivevi con gioia, non era miracolo né grazia, era peccato, idolatria, superbia. Ne sono fuori allora? No, scrivendo non mi sono cambiata in bene. Ho solo consumato un po' d'ansiosa, incosciente giovinezza. Che mi varranno queste pagine scontente? Il libro, il voto, non varrà più di quanto tu vali. Che ci si salvi l'anima scrivendo? Non è detto. Scrivi, scrivi, e già la tua anima è persa. Allora volete che vada dalla Madre Badessa a supplicarla che mi cambi d'opera, che mi mandi a tirare l'acqua dal pozzo, a filar canapa, a sgranare ceci? Non serve. Continuerò secondo il mio dovere di monaca scrivana, meglio che posso. Oh, ora mi tocca di raccontare il banchetto dei Paladini contro a tutte le regole imperiali d'etichetta.
Carlo Magno s'andava a mettere a tavola prima dell'ora, quando ancora non c'erano altri commensali. Si siede e comincia a spilluzzicare formaggio o olive o peperoncini, insomma, tutto quel che è già in tavola. Non solo, ma si serve con le mani. Spesso il potere assoluto fa perdere ogni freno anche ai sovrani più temperanti. L'arbitrio. Arrivavano alla spicciolata i Paladini nelle belle tenute da cerimonia, che tra broccati e pizzi mostrano pur sempre le maglie di ferro degli usberghi, ma di quelle coi buchi larghi larghi, e corazze di quelle da passeggio, lustre come specchi, ma che basta un colpo di stocco a farle in schegge. Primo Orlando, che si mette alla destra di suo zio l'imperatore, poi Rinaldo di Montalbano, Astolfo, Angiolino di Baiona, Riccardo di Normandia, e tutti gli altri. All'estremo della tavolata s'andava a sedere Agilulfo, sempre nella sua armatura da combattimento senza macchia. Che cosa ci veniva a fare a tavola lui, che non aveva né mai avrebbe avuto appetito, né uno stomaco da riempire, né una bocca a cui avvicinare la forchetta, né un palato da innaffiare di vino di Borgogna? Eppure non manca mai a questi banchetti che si prolungano per ore, lui che saprebbe impiegarle ben meglio quelle ore in operazioni attinenti al servizio. Invece ha diritto lui, come tutti gli altri, ha un posto alla tavola Imperiale e lo occupa e adempie al cerimoniale del banchetto con la stessa cura meticolosa che esplica in ogni altro cerimoniale della giornata.
Le portate sono le solite dell'esercito: tacchino farcito, oca allo spiedo, brasato di bue, maialini di latte, anguille, orate. I valletti non han fatto a tempo a porgere i vassoi che i Paladini ci si buttano addosso, arraffoni, sbranano, si sbrodolano le corazze, schizzano salsa dappertutto. C'è più confusione che in battaglia: zuppiere che si rovesciano, polli arrosto che volano, e i valletti a strappar via i piatti di portata prima che un ingordo li vuoti nella sua scodella. All'angolo della tavola, dove Agilulfo, invece, tutto procede pulito, calmo e ordinato. Ma ci vuole più assistenza di servitori per lui, che non mangia, che per tutto il resto della tavola. Prima cosa, mentre dappertutto c'è una confusione di piatti sporchi, tanto che tra una portata e l'altra non è nemmeno il caso di cambiarli, e ognuno mangia dove capita, magari sulla tovaglia, Agilulfo continua a chiedere che gli mettano davanti nuove stoviglie e posate: piatti, piattini, scodelle, bicchieri d'ogni foggia e capienza, forchette e cucchiai e cucchiaini e coltelli. Che guai se non sono ben affilati! Ed è così esigente in fatto di pulizia che basta un'ombra opaca su un bicchiere o una posata e li rimanda indietro. Poi si serve di tutto poco, ma si serve. Non lascia passare una portata, per esempio. Scalcauto la salsa, poi taglia con un coltello affilatissimo la carne in tante striscioline sottili, e queste striscioline le passa una a una in un altro piatto ancora, dove le condisce con la salsa, finché non si sono imbevute ben bene. Quelle condite le mette in un nuovo piatto. E ogni tanto chiama un valletto, gli dà da portar via quest'ultimo piatto e ne chiede uno pulito. Così si dà da fare per delle mezz'ore. Non parliamo del pollo, del fagiano, dei tordi: ci lavora ore intere senza mai toccarli, se non con la punta di certi coltellini che richiede apposta e che fa cambiare più volte, per spolpare dall'ultimo vicino la più sottile e restia fibra di carne. Anche del vino si serve, e continuamente lo travasa e ripartisce tra i molti calici e bicchierini che ha davanti, e nappi in cui mescola un vino con l'altro, e ogni tanto porge a un valletto perché li porti via e li cambi con nuovi. Del pane fa un gran consumo: appallottola mollica di continuo in piccole sfere tutte uguali, che dispone sulla tovaglia in file ordinate. La crosta la sminuzza in briciole e costruisce con le briciole delle piccole piramidi, finché non se ne stanca e non ordina ai famigli che con uno scopino gli spazzolino la tovaglia. Poi ricomincia con tutto il suo daffare. Non perde il filo della conversazione che si intreccia attraverso la tavola e interviene sempre a tempo.
"Di che parlano i Paladini a pranzo?" "Come al solito," dice Orlando, "devo dire che la battaglia da Spromonte si stava mettendo male, prima che io non abbattessi di netto il braccio destro." Il suo pugno restò stretto all'elsa di Durlindana, e dovetti usare le tenaglie per staccarlo. "E Agilulfo," non per smentirti, ma esattezza vuole che Durlindana fosse consegnata dai nemici nelle trattative d'armistizio 5 giorni dopo la battaglia da Spromonte. Essa figura infatti in un elenco d'armi leggere cedute all'esercito Franco tra le condizioni del trattato." "Fa Rinaldo," "Comunque, non c'è da mettere confusione. Passando i Pirenei, quel drago che ho affrontato, l'ho tagliato in due con un fendente. E sap che la pelle di drago è più dura del diamante."
"Agilulfo interloquisce: 'Ecco, vediamo di mettere in ordine le cose. Il passaggio dei Pirenei è avvenuto in aprile, e in aprile, come ognuno sa, i draghi mutano la pelle e sono molli e teneri come neonati.'"
"I Paladini: 'Ma sì, quel giorno, un altro, se non era lì, era in un altro posto. Insomma, è andata così. Non è il caso di cercare il pelo nell'uovo.'" Ma erano seccati da Agilulfo, che ricorda sempre tutto, che per ogni fatto sa citare i documenti, che anche quando un'impresa era famosa, accettata da tutti, ricordata per filo e per segno da chi non l'aveva mai vista, ma che voleva ridurla a un normale episodio di servizio da segnalare nel rapporto serale al comando del reggimento. Tra quel che succede in guerra e quello che si racconta poi, da quando mondo è mondo, è corsa sempre una certa differenza. Ma in una vita di guerriero, che certi fatti siano avvenuti o meno, poco importa. C'è la tua persona, la tua forza, la continuità del tuo modo di comportarti a garantire che, se le cose non sono andate proprio così, punto per punto, però così avrebbero potuto pure andare e potrebbero ancora andare in un'occasione simile. Ma uno come Agilulfo non ha nulla per sorreggere le proprie azioni, vere o false che siano. O sono messe giorno per giorno a verbale, segnate nei registri, oppure è il vuoto, il buio pesto. E vorrebbe ridurre così anche i colleghi, queste spugne di bordeaux e di vanterie, di progetti che voltano al passato senza che siano mai stati al presente, di gente che, dopo essere state attribuite un po' all'uno, un po' all'altro, finiscono sempre per trovare il protagonista che fa per loro. Ogni tanto qualcuno chiama testimone Carlo Magno, ma l'imperatore ha fatto tante guerre che confonde sempre l'una con l'altra e non ricorda bene neanche qual è quella che sta combattendo ora. Il suo compito è di farla la guerra, e tutto al più di pensare a quella che verrà dopo. Le guerre già fatte sono andate come sono. A quel che raccontano cronisti e cantastorie, si sa che c'è da farci la tara. Guai se l'imperatore dovesse star dietro a tutti a far rettifiche, solo quando salta fuori qualche grana che ha ripercussioni sull'organico militare, sui gradi, sull'attribuzione di titoli nobiliari o di territori. Allora il Re deve dire la sua. La sua, per modo di dire, si capisce. Lì la volontà di Carlo conta poco, bisogna tenersi alle risultanze, giudicare in base alle prove che si hanno e far rispettare leggi e consuetudini. Perciò, quando lo interpellano, si stringe nelle spalle, si mantiene sulle generali e alle volte se la cava con un "Chissà, tempo di guerra più balle che terra" e tira via.
A quel Cavalier Agilulfo dei Quil Verni, che continua ad appallottolare mollica e a contestare tutte le vicende che, anche se riportate in una versione non del tutto esatta, sono le autentiche glorie dell'esercito Franco. Carlo Magno vorrebbe appioppare qualche noiosa corvée, ma gli hanno detto che i servizi più fastidiosi sono per lui delle ambite prove di zelo e quindi è inutile.
"Non vedo perché tu debba guardare tanto per il sottile," Agilulfo, disse Olivieri. "La gloria stessa delle imprese tende ad amplificarsi nella memoria popolare, e ciò prova che è gloria genuina, fondamento dei titoli e dei gradi da noi conquistati."
"Non dei miei," lo rimbeccò Agilulfo. "Ogni mio titolo e predicato l'ho avuto per imprese ben accertate e suffragate da documenti inoppugnabili."
"Con la cresta!" disse una voce. "Chi ha parlato mi renderà ragione," disse Agilulfo, alzandosi.
"Calmati, sta buono," gli fecero gli altri. "Tu che hai sempre da eccepire sulle imprese degli altri, non puoi impedire che qualcuno trovi da ridire sulle tue."
"Io non offendo nessuno, mi limito a precisare dei fatti con luogo e data e tanto di prove."
"Sono io che ho parlato," anch'io preciserò," un giovane guerriero si era alzato, pallido. "Vorrei proprio vedere che tu trovassi nel mio passato qualcosa di contestabile," disse Agilulfo al giovane che era appunto Torris mondo di Cornovaglia.
"Vuoi forse contestare, per esempio, che fui armato Cavaliere perché esattamente 15 anni fa salvai dalla violenza di due briganti la vergine figlia del re di Scozia, Sofronia?"
"Sì, lo contesterò. 15 anni fa, Sofronia, figlia del re di Scozia, non era vergine."
Un brusio corse per tutta la lunghezza della tavola. Il codice della Cavalleria allora vigente prescriveva che chi aveva salvato da pericolo certo la verginità d'una fanciulla di nobile lignaggio fosse immediatamente armato cavaliere, ma per aver salvato da violenza carnale una nobil donna non più vergine, era prescritta solamente una menzione d'onore e soldo doppio per 3 mesi.
"Come puoi sostenere questa che è un'offesa non solo alla mia dignità di cavaliere, ma a una dama che ho preso sotto la protezione della mia spada?"
"Lo sostengo. Le prove."
"Sofronia, mia madre!" grida di sorpresa. Si levarono dai petti dei Paladini. Il giovane Torris mondo non era dunque figlio dei Duchi di Cornovaglia?
"Sì, nacqui 20 anni fa da Sofronia," spiegò Torris mondo. "Ecco il medaglione della Real Casa di Scozia." È frugato, si in petto, ne trasse una bolla appesa a una catenina d'oro.
Carlo Magno, che fino allora aveva tenuto viso e barba chinati su un piatto di gamberi di fiume, giudicò fosse venuto il momento di levare lo sguardo. "Giovane cavaliere," disse, dando alla sua voce la maggiore autorità imperiale, "vi rendete conto della gravità delle vostre parole?"
"Pienamente," disse Torris mondo, "e per me ancora più che per altri."
C'era silenzio intorno. Torris mondo stava disconoscendo la sua filiazione dal Duca di Cornovaglia, che gli era valsa come cadetto il titolo di Cavaliere, dichiarandosi bastardo, sia pur d'una principessa di sangue reale. Egli andava incontro all'allontanamento dall'armata. Ma ben più grave era la posta in gioco per Agilulfo. Prima di imbattersi in Sofronia, aggredita dai malfattori e di salvarne la purezza, egli era un semplice guerriero senza nome, in un'armatura bianca, che girava il mondo all'avventura, o meglio, come presto si era saputo, era una bianca armatura vuota, senza guerriero dentro. La sua impresa in difesa di Sofronia gli aveva dato diritto d'essere armato Cavaliere. Il cavalierato di Sel Impia Citeriore, essendo in quel momento vacante, egli aveva assunto quel titolo. La sua entrata in servizio e tutti i riconoscimenti, i gradi, i nomi che si erano aggiunti poi, erano in conseguenza di quell'episodio. Se si dimostrava l'inesistenza di una verginità di Sofronia da lui salvata, anche il suo cavalierato andava in fumo, e tutto quel che egli aveva fatto dopo non poteva essere riconosciuto come valido a nessun effetto, e tutti i nomi, i predicati venivano annullati.
"E così ognuna delle sue attribuzioni diventava non meno esistente della sua persona."
"Ancora bambina, mia madre restò incinta di me," raccontava Torris mondo, "e temendo le ire dei genitori quando avessero appreso il suo stato, fuggì dal castello reale di Scozia e andò vagando per gli altopiani. Mi diede alla luce al sereno, in una brughiera, e m'allevò vagando per campi e boscaglie in Inghilterra fino all'età di 5 anni. Questi primi ricordi sono quelli del più bel periodo della mia vita, che l'intrusione di costui interruppe. Rammento il giorno: mia madre mi aveva lasciato a guardia della nostra spelonca, mentre ella andava, come al solito, a rubar frutta nei campi. Incappò in due briganti da strada che volevano abusare di lei. Forse avrebbero finito per fare amicizia. Spesso mia madre si lamentava della sua solitudine. Ma arrivò questa armatura vuota in cerca di gloria e sgominò mia madre. Come di stirpe regale, la prese sotto la sua protezione e la condusse al più vicino castello, quello di Cornovaglia, affidandola ai Duchi. Io, intanto, ero rimasto nella spelonca, solo e affamato. Mia madre, appena poté, confessò ai Duchi l'esistenza del figlioletto che aveva forzatamente abbandonato. Fui cercato da servi muniti di torce e portato al castello, per salvare l'onore della famiglia di Scozia, legata ai Cornovaglia da vincoli di parentela. Fui adottato e riconosciuto come figlio dal Duca e dalla Duchessa. La mia vita fu tediosa e oberata di costrizioni, come sempre quella dei cadetti di nobili famiglie. Non mi fu più dato di vedere mia madre, che prese il velo in un lontano convento. Il peso di questa montagna di falsità che ha distorto il corso naturale della mia vita m'ha aggravato addosso fin qui. Ora finalmente sono riuscito a dire la verità. Qualsiasi cosa accada, per me sarà certo meglio di come è stato finora."
A tavola si era intanto servito il dolce, un pan di spagna dagli strati sovrapposti di delicati colori, ma tant'era lo sbalordimento a quella sequela di rivelazioni che nessuna forchetta si levava verso le bocche ammutolite.
"E voi, cosa avete da dire su questa storia?" chiese Carlomagno ad Agilulfo. Tutti notarono che non aveva detto: "Cavaliere, sono menzogne. Sofronia era fanciulla sul fiore della sua purezza. Riposa il mio nome e il mio onore. Potete provarlo."
"Cercherò Sofronia," "Pretendete di trovarla tal quale 15 anni dopo?" disse maligno Astolfo. "Le nostre corazze di ferro battuto hanno una durata ben più breve."
"Prese il velo subito dopo che l'avevo affidata a quella pia famiglia. In 15 anni, coi tempi che corrono, nessun convento della cristianità si salva da dispersi e saccheggi, e ogni monaca ha il tempo di smonacarsi e dimacarsi, si, almeno quattro o cinque volte. Comunque, una castità violata presuppone un violatore. Lo troverò e avrò da lui testimonianza della data sino alla quale Sofronia potrà considerarsi casta."
"Vi do licenza di partire all'istante, se lo desiderate," disse l'imperatore. "Penso che in questo momento nulla vi stia più a cuore del diritto di portare nome e armi che ora vi viene contestato. Se questo giovane dice il vero, non potrei tenervi in servizio. Anzi, non potrei considerarvi sotto nessun punto di vista, nemmeno per gli arretrati del soldo." E Carlo Magno non poteva impedirsi dal dare al suo discorso un timbro di sbrigativa soddisfazione, come a dire: "Vedete che abbiamo trovato il sistema di liberarci di questo seccatore."
L'armatura bianca ora pendeva tutta in avanti, e mai come in quel momento aveva dato a vedere d'essere vuota. La voce ne usciva appena distinguibile. "Sì, mio Imperatore."
Andrò. E voi, Carlo Magno, si rivolse a Torris mondo, "vi rendete conto che dichiarandolo fuor del matrimonio, non potete rivestire il grado che vi spettava per i vostri natali? Sapete almeno chi sarebbe vostro padre?"
"Avete speranza di farvi riconoscere da lui?"
"Non potrò essere mai riconosciuto."
"Non è detto. Ogni uomo giunto avanti negli anni tende a far tornare tutti i conti nel bilancio della sua vita. Anch'io ho riconosciuto tutti i figli avuti da concubine, ed erano molti. E certo, qualcuno non sarà neanche mio."
"Mio padre non è un uomo."
"E chi è?"
"Belzebù?"
"No, Sire," disse calmo Torris mondo.
"Chi allora?"
Rismondo avanzò nel mezzo della sala, pose un ginocchio a terra, levò gli occhi al cielo e disse: "E il Sacro Ordine dei Cavalieri del Sangreal." Un mormorio corse il banchetto. Qualcuno dei Paladini si segnò.
"Mia madre era una bambina ardimentosa," spiegò Torris mondo, "e correva sempre nel più profondo dei boschi che circondavano il castello. Un giorno, nel fitto della foresta, si imbatté Cavalieri del Sral là accampati per fortificare il loro spirito nell'isolamento dal mondo. La bambina si mise a giocare con quei guerrieri, e da quel giorno, ogni volta che poteva eludere la sorveglianza familiare, raggiungeva l'accampamento. Ma in breve tempo, da quei giochi fanciulleschi, tornò incinta."
Carlo Magno restò un momento pensieroso, poi disse: "Mmm. I cavalieri del Sangreal hanno fatto tutti voto di castità, e nessuno di loro potrà mai riconoscerti come figlio."
"Né io d'altronde lo vorrei," disse Torris mondo. "Mia madre non m'ha mai parlato di un cavaliere in particolare, ma m'ha educato a rispettare come padre il Sacro Ordine nel suo complesso."
"Allora," soggiunse Carlo Magno, "l'ordine nel suo complesso non risulta legato a nessun voto del genere. Nulla vieta, dunque, che si riconosca padre ed una creatura. Se tu riesci a raggiungere i cavalieri del Sangreal e a farti riconoscere come figlio di tutto e il loro ordine considerato collettivamente, i tuoi diritti militari, date le prerogative dell'ordine, non sarebbero diversi da quelli che avevi come figlio di una nobile famiglia."
"Partirò," disse Torris mondo.
Serata di partenze quella sera. Là, nel campo dei Franchi, Agilulfo preparò meticolosamente il suo equipaggio e il suo cavallo, e lo scudiero Gurdulù arraffò a casaccio coperte, striglie, pentole. Ne fece un mucchio che gli impediva di vedere dove andava. Prese dalla parte opposta del suo padrone e galoppò via, perdendo per strada ogni cosa. Nessuno era venuto a salutare Agilulfo che partiva, tranne che poveri staffieri, mozzi di stalla e fabbri di fucina, i quali non facevano troppe distinzioni tra l'uno e l'altro e avevano capito che questo era un ufficiale più fastidioso, ma anche più infelice degli altri. I Paladini, con la scusa che non erano avvertiti dell'ora della partenza, non vennero. E d'altronde, non era una scusa. Agilulfo, da quando era uscito al banchetto, non aveva più rivolto la parola a nessuno. La sua partenza non fu commentata. Distribuite le mansioni in modo che nessuno dei suoi incarichi restasse scoperto, l'assenza del Cavaliere inesistente fu considerata degna di silenzio, come per intesa generale.
L'unica a restarne commossa, anzi sconvolta, fu Bradamante. Corse alla sua tenda, presto chiamò governanti, sguattera, fantesche. Presto, e gettava all'aria panni e corazze e lance e finimenti. Presto, e lo faceva non come suo solito nello spogliarsi o in uno scatto d'ira, ma per mettere in ordine, per fare un inventario delle cose che c'erano e partire. "Preparatevi tutto, parto, parto, non resto qui un minuto di più. Lui se n'è andato, l'unico per cui questa armatura aveva un senso, l'unico che poteva dare un senso alla mia vita e alla mia guerra. E adesso non resta altro che una cozzaglia di beoni e violenti, ben compresa. E la vita è un rotolarsi tra letti e bare. E lui solo ne sapeva la geometria segreta, l'ordine, la regola, per capirne il principio e la fine." E così dicendo, indossava pezzo a pezzo l'armatura da campagna, la guarnacca color pervinca, e presto fu pronta in sella. Mascolina in tutto, tranne che nel fiero modo che hanno d'esser virili certe donne veramente donne. E spronò il cavallo al galoppo, travolgendo palizzate e funi di tende e bancarelle di salumai, e presto sparì in un alto polverone.
Quel polverone vide Rambaldo che correva a piedi a cercarla. E lei gridò: "Dove vai? Dove vai, Bradamante?" "Ecco, io son qui per te, e tu vai via con quella testarda indignazione di chi è innamorato e vuol dire: 'Son qui, giovane, carico d'amore! Come può il mio amore non piacerle? Cosa mai vuole costei che non mi prende, che non mi ama? Cosa può volere di più di quel che io sento di poterle e di doverle dare?' È così imperversa e non si dà ragione. E a un certo punto l'innamoramento di lei è pure innamoramento di sé, di sé innamorato di lei, e innamoramento di quel che potrebbero essere loro due insieme, e non sono. E in questa furia, Rambaldo correva alla sua tenda, preparava cavallo, armi, bisacce, partiva anch'egli, perché la guerra la combatti bene soltanto dove, tra le punte delle lance, intravedi una bocca di donna, e tutto le ferite, il polverone, l'odore dei cavalli, non ha sapore che di quel sorriso.
Anche Torris mondo partiva quella sera, triste anche lui, anche lui pieno di speranza. Era il bosco che voleva ritrovare, l'umido oscuro bosco dell'infanzia, la madre e le giornate della grotta, e più in fondo, la pura confraternita dei Padri armati e veglianti attorno ai fuochi di un nascosto bivacco, vestiti di bianco, silenziosi nel più fitto della foresta, i rami bassi che quasi spiano le felci, e dalla terra grassa nascono funghi che mai vedono il sole.
Carlo Magno, levatosi dal banchetto, un po' traballante sulle gambe, sentite tutte quelle notizie di improvvise partenze, si avviava al padiglione reale e pensava ai tempi in cui a partire erano Astolfo, Rinaldo, Guidon Selvaggio, Orlando, per imprese che finivano poi nei cantari dei poeti, mentre adesso non c'era verso di muoverli di qui a lì, quei veterani, tranne che per gli stretti obblighi del servizio. "Che vadano, son giovani, che facciano," diceva Carlo Magno, con l'abitudine propria degli uomini d'azione, a pensare che il movimento sia sempre un bene. Ma già con l'amarezza dei vecchi che soffrono il perdersi delle cose di una volta più di quanto non godano il sopravvenire delle nuove.
[Musica]
Capitolo Ottavo. Libro è venuta sera. Mi sono messa a scrivere più svelta. Dal fiume non viene altro che il rombo, lassù, della cascata. Alla finestra volano muti i pipistrelli, abbaia qualche cane, qualche voce risuona dai finili. Forse non è stata scelta male questa mia penitenza dalla Madre Badessa. Ogni tanto mi accorgo che la penna ha preso a correre sul foglio come da sola, e io a correrle dietro. È verso la verità che corriamo, la penna e io. La verità che aspetto sempre che mi venga incontro dal fondo di una pagina bianca, e che potrò raggiungere soltanto quando, a colpi di penna, sarò riuscita a seppellire tutte le accidie, le insoddisfazioni, l'astio, che sono qui chiusa a scontare. Poi basta il tonfo d'un topo (il solaio del convento ne è pieno), un buffo di vento improvviso che fa sbattere l'impanata, proclive sempre a distrarmi, ma fretta ad andarla a riaprire. Basta la fine di un episodio di questa storia e l'inizio di un altro, o soltanto l'andare a capo di una riga, ed ecco che la penna è ritornata pesante come una trave, e la corsa verso la verità si è fatta incerta.
Ora devo rappresentare le terre attraversate da Agilulfo e dal suo scudiero nel loro viaggio. Tutto qui, su questa pagina, bisogna farci stare la strada maestra polverosa, il fiume, il ponte. Ecco Agilulfo che passa sul suo cavallo dallo zoccolo leggero. Toc toc toc toc. Pesa poco quel cavaliere senza corpo. Il cavallo può fare miglia e miglia senza stancarsi, e il padrone. Poi è instancabile. Ora sul ponte passa un galoppo pesante. Tutum. È Gurdulù che si fa avanti, aggrappato al collo del suo cavallo. Le due teste così vicine che non si sa se il cavallo pensi con la testa dello scudiero e lo scudiero con quella del cavallo. Traccio sulla carta una linea dritta, ogni tanto spezzata da angoli, ed è il percorso di Agilulfo. Quest'altra linea, tutta ghirigori e andirivieni, è il cammino di Gurdulù. Quando vede svolazzare una farfalla, subito Gurdulù le spinge dietro il cavallo. Già crede di essere in sella, non del cavallo, ma della farfalla, e così esce di strada e vaga per i prati. Intanto Agilulfo cammina avanti, dritto, seguendo il suo cammino. Ogni tanto gli itinerari fuori strada di Gurdulù coincidono con invisibili scorciatoie, o è il cavallo che si mette a seguire un sentiero di sua scelta, poiché il suo palafreniere non lo guida, e dopo giri e giri il vagabondo si ritrova a fianco del padrone sulla strada maestra.
Qui, in riva al fiume, segnerò un mulino. Agilulfo si ferma a chiedere la strada. Gli risponde cortese la mugnaia e gli offre vino e pane, ma egli rifiuta. Accetta solo biada per il cavallo. La strada è polverosa e assolata. I buoni mugnai si meravigliano che il cavaliere non abbia sete. Quando egli è ripartito, arriva col rumore d'un reggimento al galoppo. "Gurdulù, che l'avete visto il padrone?" "E chi è il tuo padrone?" "Un cavaliere." "No, un cavallo." "Sei al servizio di un cavallo?" "No, è il mio cavallo che è al servizio di un cavallo." "E chi cavalca su quel cavallo?" "Eh, non si sa." "E sul tuo cavallo chi cavalca?" "Ma domandatelo a lui." "E nemmeno tu vuoi da mangiare né da bere?" "Sì, sì, mangiare, bere." E si ingozza.
Questa che disegno adesso è una città da mura. Agilulfo deve attraversarla. Le guardie alla porta vogliono che...
Scopra il viso. Hanno l'ordine di: "Non lasciar passare nessuno col volto nascosto, perché potrebbe essere il feroce Brigante che imperversa nei dintorni." Agilulfo si rifiuta, viene alle armi con le guardie, forza il passaggio, scappa oltre la città.
Questo che vado tratteggiando è un bosco. Agilulfo lo batte in lungo e in largo finché non scova il tremendo bandito, lo disarma e incatena, e lo trascina davanti a quegli sbirri che non volevano lasciarlo passare. "Eccovi, inceppi chi tanto temeva! Oh, che tu sia benedetto, bianco cavaliere! Ma dicci: chi sei e perché tieni chiusa la celata dell'elmo?" "Il mio nome è..." Al termine del mio viaggio, dice Agilulfo, e fugge nella città.
C'è chi dice che è un arcangelo. E chi un'anima del Purgatorio. "Il cavallo correva leggero," dice uno, "come se non avesse nessuno in sella."
Qui dove finisce il bosco, passa un'altra strada che raggiunge anch'essa la città. È la strada che percorre Bradamante. Dice a quelli della città: "Cerca un cavaliere dall'armatura bianca." "So che qui..." "No, non c'è," le rispondono. "Se non c'è, è proprio lui, allora!" Va a cercarlo. "Dov'è? Di qui è corso via. L'avete visto davvero un'armatura bianca che pare ci sia dentro un uomo?" "E chi è, se non un uomo?" "Uno che è più d'ogni altro uomo." "Mi paiono tante diavolerie le vostre," dice un vecchio. "Anche le tue, o cavaliere dalla voce dolce." Dolce Bradamante sprona via.
Dopo un poco, nella piazza della città, è Rambaldo che frena il suo cavallo. "Avete visto passare un cavaliere?" "Quale? Due ne sono passati, e tu sei il terzo. Quello che correva dietro all'altro." "È vero che uno non è un uomo?" "Il secondo è una donna, e il primo... e niente." "E tu?" "Io? Io... io sono un uomo!" "Oh, viva Dio!"
Agilulfo cavalcava, seguito da Gurdulù. Una donzella corse sulla strada, le chiome sparse, le vesti lacere, e si buttò in ginocchio. Agilulfo fermò il cavallo. "Aiuto, Nobile Cavaliere!" essa invocava. "A mezzo miglio di qui, un feroce branco d'orsi stringe da assedio il castello della mia signora, la Nobile Vedova Priscilla. Ad abitare il castello siamo solo poche donne inermi. Nessuno può più entrare né uscire. Io mi sono fatta calare con una corda giù dai merli e sono sfuggita alle unghie di quelle fiere per miracolo. Te, Cavaliere, vieni a liberarci!" "La mia spada è sempre al servizio delle vedove e delle creature inermi," disse Agilulfo. "Gurdulù, prendi in sella questa giovinetta che ci guiderà al castello della sua padrona."
Andavano per un sentiero agreste. Lo scudiero procedeva avanti, ma non guardava nemmeno la strada. Il petto della donna, seduta tra le sue braccia, appariva roseo e pieno dagli strappi del vestito, e Gurdulù ci si sentiva perdere. La donzella stava voltata a guardare Agilulfo. "Che nobile comportamento ha il tuo padrone?" disse, e rispose Gurdulù, e allungava una mano verso quel tiepido seno. "È così sicuro e altero in ogni parola e in ogni gesto," diceva quella, sempre con gli occhi su Agilulfo. "Uh!" faceva Gurdulù, e con tutte e due le mani, tenendo le briglie ai polsi, cercò di rendersi conto di come una persona potesse essere così soda e così morbida insieme. E la voce, diceva lei, tagliente, metallica, dalla bocca di Gurdulù usciva solo un cupo mugolio. Anche perché l'aveva affondata tra il collo e la spalla della giovane, e si perdeva in quel profumo. "Chissà come sarà felice la mia padrona a venir liberata dagli orsi proprio da lui! Oh, come invidio!"
"Ma di..." "Stiamo uscendo di strada. Cosa c'è, scudiero? Sei distratto?" A una svolta del sentiero, un eremita tendeva la ciotola dell'elemosina. Agilulfo, che a ogni mendicante che incontrava faceva di regola la carità nella misura fissa di tre soldi, fermò il cavallo e frugò nella borsa. "Siate benedetto, Cavaliere," disse l'Eremita, intascando le monete, e gli fece cenno di chinarsi per parlargli nell'orecchio. "Vi ricompenserò subito dicendovi: guardatevi dalla Vedova Priscilla. Questa degli orsi è tutta una trappola. È lei stessa che li alleva per farsi liberare dai più valenti Cavalieri che passano sulla strada maestra e attirarli al castello ad alimentare la sua insaziabile lascivia." "Sarà come dite voi, fratello?" "Rose," Agilulfo. "Ma io sono cavaliere, e sarebbe scortesia sottrarmi alla richiesta formale di soccorso di una donna in lacrime. Non temete le fiamme della lussuria." Agilulfo era un po' imbarazzato. "Ma ora vedremo. Sapete cosa resta ad un cavaliere dopo un soggiorno in quel castello?" "Cosa?" "L'avete davanti agli occhi. Anch'io fui cavaliere, anch'io salvai Priscilla dagli orsi, ed ora eccomi qui." "In verità, era piuttosto malridotto." "Farò tesoro della vostra esperienza, fratello, ma affronterò la prova." E Agilulfo sprona via.
Raggiunse Gurdulù e la fante. "Non so cos'hanno sempre da pettegolare questi eremiti," disse la ragazza al Cavaliere. "In nessuna categoria di religiosi, né di laici, si fanno tante chiacchiere e tanta maldicenza." "Ce n'è molti di eremiti qui in giro, ce n'è pieno, e sempre se ne aggiunge qualcuno di nuovo." "Non sarò io di quelli," fece Agilulfo. "Affrettiamoci, odo il ringhio degli orsi!" esclamò la donzella. "Ho paura! Fatemi scendere e nascondere dietro questa siepe."
Agilulfo irrompe sullo spiazzo dove sorge il castello. Tutto intorno è nero d'orsi. Alla vista del cavallo e del Cavaliere digrignano i denti e s'assiepano fianco a fianco a sbarrargli la strada. Agilulfo carica, mulinando la lancia. Qualcuno ne infilza, altri ne stordisce, altri ammacca. Sopraggiunge sul suo cavallo Gurdulù e li insegue con lo spiedo. In dieci minuti, quelli che non sono rimasti stesi come tanti tappeti, sono andati a rimpiattarsi nelle più profonde foreste.
"Saperse la porta del castello. Nobile Cavaliere, potrà la mia ospitalità ripagarvi di quanto io vi devo?" Sulla soglia era apparsa Priscilla, attorniata dalle sue dame e fantesche. Tra loro era la giovane che aveva accompagnato ai due fin là. Non si capisce come, era già a casa e indossava non più le vesti lacere di prima, ma un bel grembiule pulito. Agilulfo, seguito da Gurdulù, fece il suo ingresso nel castello.
La Vedova Priscilla era una non tanto alta, non tanto in carne, ma ben lisciata dal petto non vasto ma messo ben in fuori, certi occhi neri che guizzano. Insomma, una donna che ha qualcosa da dire. Era lì davanti alla bianca armatura di Agilulfo, compiaciuta. Il cavaliere stava sostenuto, ma era timido. "Cavaliere Agilulfo Emo Bertrandino dei Guild Verni," disse Priscilla. "Già conosco il vostro nome e so bene chi siete e chi non siete." A quell'annuncio, Agilulfo, come liberato da un disagio, disose la timidezza e assunse un'aria sufficiente. Ciò non di meno, si inchinò, piegò un ginocchio a terra e disse: "Servo vostro." E s'alzò di scatto.
"Ho tanto inteso parlare di voi," disse Priscilla, "e da tempo era mio ardente desiderio incontrarvi. Quale mirac vi ha portato su questa strada così remota?" "Sono in viaggio per rintracciare, prima che sia troppo tardi," disse Agilulfo, "una verginità di orso... 15 anni." "Non ho mai udito impresa cavalleresca che avesse una meta così sfuggente," disse Priscilla. "Ma se sono passati 15 anni, non ho scrupolo a farvi ritardare ancora una notte, chiedendovi di restare ospite del mio castello." E s'avviò al suo fianco. Le altre donne rimasero tutte con gli occhi addosso a lui, finché non sparì con la Castellana in un seguito di sale. Allora si voltarono a Gurdulù. "Oh, che bel tocco di palafreniere fanno!" battendo le mani. "Lui se ne sta lì come un babbeo e si gratta. Peccato abbia le pulci e puzzi tanto!" "Dicono su, svelte! Laviamolo!"
Priscilla aveva condotto Agilulfo a una tavola apparecchiata per due persone. "Conosco la vostra abituale temperanza, Cavaliere," gli disse, "ma non so come cominciare a farvi onore, se non invitandovi a sedere a questo des." "Certamente," aggiunse maliziosa, "i segni di gratitudine che ho in animo ad offrirvi non si fermano qui." Agilulfo ringraziò, sedette di fronte alla Castellana, sminuzzò qualche briciola di pane tra le dita, stette qualche momento in silenzio, si schiarì la voce e attaccò a parlare del più e del meno. "Davvero strane e fortunose, signora, le venture che toccano in sorte a un cavaliere errante. Esse, peraltro, possono raggrupparsi in vari tipi: primo, e così conversa affabile, preciso, informato, talora facendo affiorare un sospetto d'eccessiva meticolosità, subito corretto, però, dalla volubilità con cui passa a parlar d'altro, intercalando le frasi serie con motti di spirito e scherzi sempre di buona lega, dando sui fatti e sulle persone giudizi né troppo favorevoli né troppo contrari, tali sempre da poter essere fatti propri dall'interlocutore il destro di dir la sua, incoraggiandola con garbate domande."
"Oh, che conversatore delizioso!" fa Priscilla. E sibea tutto a un tratto, così come aveva cominciato a discorrere. Agilulfo sprofonda nel silenzio. "E ora che comincino i canti," fece Priscilla, e batté le mani. Entrarono nella sala le suonatrici di liuto. Una intonò la canzone che dice: "Il licorno coglierà la rosa." Poi quell'altra: "Jasmine vile." Agilulfo a parole d'apprezzamento per la musica e le voci. Uno stuolo di giovinette entrò danzando. Avevano tuniche leggere e ghirlande tra i capelli. Agilulfo accompagnava la danza, battendo a ritmo coi suoi guanti di ferro sulla tavola.
Non meno festose erano le danze che si svolgevano in un'altra ala del castello. Nei quartieri delle dame del seguito, semisvestite, le giovani donne giocavano alla palla e pretendevano di far partecipare al loro gioco Gurdulù. Lo scudiero, vestito anche lui di una tunichetta che quelle dame gli avevano prestato, anziché stare al suo posto ad aspettare che la palla gli venisse lanciata, le correva dietro e cercava di impadronirsene in ogni modo, buttandosi a corpo morto addosso all'una o all'altra donzella. E in queste mischie, spesso era colto da un'altra ispirazione e rotolava con la donna su uno dei morbidi giacigli che erano stesi là intorno. "Oh, ma che fai?" "No, no, sommaraccio!" "Ah, cosa mi fai?" "No, voglio giocare alla palla!" "Ah ah ah!" Gurdulù ormai non capiva più niente. Tra il bagno tiepido che gli avevano fatto fare, i profumi e quelle carni bianche e rosa, ormai il suo solo desiderio era di fondersi alla generale fragranza. "Ah ah!" "È di nuovo qui!" "Oh, mamma mia! Ma senti un po'!" "Ah!" Le altre giocavano alla palla come niente fosse, scherzavano, ridevano, cantavano. "Ola, ola, la luna in alto vola!" La donzella che Gurdulù aveva strappato via, dopo un estremo, lungo grido, tornava tra le compagne, un po' affocato in viso, un po' stordita, e ridendo, battendo le mani. "Su, su, qua a me!" riprendeva a giocare. Non passava molto e Gurdulù rotolava addosso a un'altra. "Via, sò, sò!" "Oh, ma che noioso! Ma che irruento! No, mi fai male! Ma di..." E soccombere.
Donne e giovanette che non partecipavano ai giochi sedevano su panche e discorrevano tra loro. "E perché Filomena, sapete, era gelosa di Clara? Ma invece..." e si sentiva abbrancare da Gurdulù alla vita. "Ok, spavento! Invece," dicevo, "Viligelmo pare che andasse con Eufemia." "Ma dove mi porti, Gurdulù?" se l'era caricata in spalla. "Avete capito quell'altra scema?" Intanto, con la sua gelosia al solito, continuava a chiacchierare e a gesticolare. La donna penzolava dalla spalla di Gurdulù e spariva. Non era passato molto tempo e ritornava scarmigliata, una spallina strappata, e si rimetteva lì, fitto fitto. "È proprio così, vi dico. Filomena fece una scena a Clara." E l'altro, dalla sala dei banchetti, intanto danzatrici e suonatrici s'erano ritirate.
Agilulfo si dilungò ad elencare alla Castellana le composizioni che i musici dell'imperatore Carlo Magno eseguivano più di sovente. "Il cielo si imbruna," osservò Priscilla. "È notte." "È notte fonda," ammise Agilulfo. "La stanza che vi ho riservato..." "Grazie. Udite l'usignolo là nel parco." "La stanza che vi ho riservato è la mia." "La vostra ospitalità è squisita. E è da quella quercia che canta l'usignolo." "Avviciniamoci alla finestra." S'alzò, le porse il ferreo braccio, s'accostò al davanzale. Il gorgheggio degli usignoli gli diede lo spunto per una serie di riferimenti poetici e mitologici. Ma Priscilla troncò netto: "Insomma, l'usignolo canta per amore, e noi..." "Oh, l'amore!" gridò Agilulfo con un soprassalto di voce così forte che Priscilla ne restò spaventata. E lui, di punto in bianco, si lanciò in una dissertazione sulla passione amorosa. Priscilla era teneramente accesa. Appoggiandosi al suo braccio, lo spinse in una stanza dominata da un gran letto col baldacchino. "Presso gli antichi, essendo l'amore considerato un Dio," continuava Agilulfo, "fitto fitto..." Priscilla richiuse la porta a doppia mandata. Si avvicinò a lui, chinò il capo sulla corazza e disse: "Ho un po' freddo." "Il cammino è spento." "Il parere degli antichi," disse Agilulfo, "se fosse meglio amarsi in stanze fredde oppure calde, è controverso. Ma il consiglio dei più..." "Oh, come voi conoscete tutto dell'amore!" bisbigliava Priscilla. "Il consiglio dei più, pur escludendo gli ambienti soffocanti, propende per un certo natural tepore." "Devo chiamare le donne ad accendere il fuoco?" "Lo accenderò io stesso." Esaminò la legna catastata nel camino, vantò la fiamma di questo o di quel legno, e numerò i vari modi di accendere fuochi all'aperto o in luoghi chiusi. Un sospiro di Priscilla l'in, come rendendosi conto che questi nuovi discorsi stavano disperdendo la trepidazione amorosa che si era andata creando. Agilulfo prese rapidamente ad infiorare il suo discorso, suoi fuochi di riferimenti e paragoni e allusioni al calore dei sentimenti e dei sensi. Priscilla ora sorrideva a occhi socchiusi, allungava le mani verso la fiamma che cominciava a scoppiettare e diceva: "Depore! Quanto deve essere dolce gustarlo tra le coltri coricati!"
L'argomento del letto suggerì ad Agilulfo una serie di nuove osservazioni. Secondo lui, la difficile arte di fare il letto è ignota alle fantesche di Francia, e nei più nobili palazzi non si trovano che lenzuola rincalzate male. "Oh, no! Ditemi anche il mio letto," domandò la vedova. "Di certo, il vostro è un letto da regina, superiore a ogni altro in tutti i territori imperiali. Ma permettete che il mio desiderio di vedervi circondata solo di cose, in ogni loro punto degne di voi, mi porti a considerare con apprensione questa piega." "Oh, questa piega!" gridò Priscilla, presa anch'essa ormai dallo struggimento di perfezione che Agilulfo le comunicava. Di spero il letto, strato a strato, scoprendo e recriminando piccole gibbosità, sbuffi, tratti troppo tesi o troppo rilassati. E questa ricerca ora diventava uno strazio lancinante, ora un'ascesa in cieli sempre più alti. Buttato il letto sossopra fino al paglione, Agilulfo prese a rifarlo secondo le regole. Era un'operazione elaborata. "Nulla deve essere fatto a caso, e vanno messi in opera accorgimenti segreti." Egli li andava spiegando diffusamente alla Vedova. Ma ogni tanto c'era un qualcosa che lo lasciava insoddisfatto, e allora ricominciava da capo.
Dalle altre ali del castello risuonò un grido, anzi un muggito o raglio incontenibile. "Cos'è stato?" trasalì Priscilla. "Niente, è la voce del mio scudiero," disse lui. A quel grido se ne mischiavano altri più acuti, come sospiri, strilla, che salivano alle stelle. "Ma adesso, che cos'è?" si domandò Agilulfo. "Oh, sono le ragazze," disse Priscilla, "giocano." "Si!" "La gioventù!" E continuavano a rassettare il letto, dando orecchio ogni tanto ai rumori della notte. "Gurdulù grida!" "Che chiasso!" "Queste donne!" "L'usignolo, i grilli!" Il letto era ora pronto, senza pecche. Agilulfo si voltò verso la vedova. Era nuda. Le vesti erano scese al suolo. "Alle dame ignude si consiglia," dichiarò Agilulfo, "come la più sublime emozione dei sensi, l'abbracciarsi a un guerriero in armatura." "Bravo! Lo vieni a insegnare a me?" fece Priscilla. "Non sono mica nata ieri." E in così dire, spiccò un salto e s'arrampicò ad Agilulfo, stringendo gambe e braccia attorno alla corazza. Provò uno dopo l'altro tutti i modi in cui un'armatura può essere abbracciata, poi languidamente entrò nel letto.
Agilulfo si inginocchiò al capezzale. "I capelli," disse Priscilla, spogliandosi, "non aveva disfatto l'alta acconciatura della sua bruna chioma." Agilulfo prese ad illustrare quanta te abbia nel trasporto dei sensi la capigliatura sparsa. Provò con mosse decise e delicate delle sue mani di ferro, le sciolse il castello di trecce, facendo ricadere la chioma sul petto e sulle spalle. Però soggiunse: "Ha certamente più malizia colui che predilige la dama dal corpo nudo, ma dal capo non solo acconciato di tutto punto, ma pure addobbato di veli e diademi." "Riproviamo. Sarò io a pettinarli." E dimostrò la sua valenza nell'intessere trecce, nel rigirarle e fissarle sul capo con gli spilloni. Poi preparò una fastosa acconciatura di veli e vezzi. Così passò un'ora. Ma Priscilla, quando egli le porse lo specchio, non si era mai vista così bella. Lo invitò a coricarsi al suo fianco.
"Dicono che Cleopatra ogni notte," egli le disse, "sognasse d'avere a letto un guerriero in armatura." "Non ho mai provato," confessò lei, "tutti se la tolgono assai prima." "Ebbene, adesso proverete." E lentamente, senza gualcire le lenzuola, entrò armato di tutto punto nel letto e si stese composto, come in un sepolcro. "E neppure vi slacciate la spada dal budriere." "La passione amorosa non conosce via di mezzo," Priscilla. Chiuse gli occhi, estasiata. Agilulfo si sollevò su un gomito. "Il fuoco butta fumo. M'alzo a vedere come mai il camino non tira." Alla finestra spuntava la luna. Tornando dal camino verso il letto, Agilulfo si arrestò. "Signora, andiamo sugli spalti a godere di questa tarda luce lunare." L'avvolse nel suo mantello, allacciati, salirono sulla torre. La luna inargentava, cantava il cu. Qualche finestra del castello era ancora illuminata, e ne partivano ogni tanto grida o risate o gemiti. "È il raglio dello scudiero." "Tutta la natura è amore." Tornarono nella stanza. Il cammino era quasi spento. S'accoccolarono a soffiare sulle braci, a stare lì vicini. Le rose e ginocchia di Priscilla sfiorando le metalliche ginocchiere di lui, nasceva una nuova intimità, più innocente.
Quando Priscilla tornò a coricarsi, la finestra era già aperta dal primo chiarore. "Nulla trasfigura il viso d'una donna quanto i primi raggi dell'alba," disse Agilulfo. Ma perché il viso apparisse nella luce migliore, fu costretto a spostare letto e baldacchino. "Come sono?" chiese la vedova. "Bellissimo." Priscilla era felice. Però il sole saliva rapido, e per inseguirle i raggi, Agilulfo doveva spostare continuamente il letto. "E l'Aurora," disse, "la sua voce era già mutata." "Il mio dovere di Cavaliere vuole che a quest'ora io mi metta in cammino." "Di già?" gemette Priscilla. "Proprio adesso?" "Mi duole, gentile dama, ma sono spinto da un compito più grave." "Era così bello." Agilulfo chinò il ginocchio. "Benedicetemi, Priscilla." "Salsa!" "Già chiama lo scudiero." Gira per tutto il castello e finalmente lo scova, sfinito, addormentato, morto in una specie di canile. "Svelto in sella, ma deve caricarlo di peso."
Il sole, continuando la sua ascesa, cisce le due figure a cavallo sull'oro delle foglie del bosco. Lo scudiero come un sacco, là in bilico. Il cavaliere dritto e svettante come la sottile ombra di un pioppo. Attorno a Priscilla erano accorse dame e fantesche. "Com'è stato, padrona? Com'è stato?" "Oh, una cosa!" "Ah, sapeste! Un uomo! Un uomo!" "Ma diteci, raccontateci! Com'è un uomo?" "Un... un uomo! Una notte! Un continuo! Un paradiso!" "Ma che ha fatto? Che ha fatto? Come si fa a dire?" "Oh, bello! Bello! Ma con tutto che è così, eh? Eppure dite..." "Adesso non saprei come tante cose. Ma voi, piuttosto, con quello scudiero, eh?" "Oh, niente! Non so." "Tu, forse?" "No, tu?" "Ma che io!" "Padrona, diteci di lui, del Cavaliere!" "Eh, com'era Agilulfo?" "Ah ah!"
Agilulfo. Capitolo nono. Io che scrivo questo libro, seguendo su carte quasi illeggibili un'antica cronaca, mi rendo conto solo adesso che ho riempito pagine e pagine e sono ancora al principio della mia storia. Ora comincia il vero svolgimento della vicenda, cioè gli avventurosi viaggi di Agilulfo e del suo scudiero per rintracciare la prova della verginità di Sofronia, i quali si intrecciano con quelli di Bradamante, inseguitrice e inseguita, di Rambaldo, innamorato, e di Torrismondo, in cerca dei Cavalieri del Gral. Ma questo filo, invece di scorrermi veloce tra le dita, ecco che si rilassa, che si intoppa. E se penso a quanto ancora ho da mettere sulla carta di itinerari e ostacoli e inseguimenti e inganni e duelli e tornei, mi sento smarrire.
Ecco come questa disciplina di scrivana da convento, e l'assidua penitenza del cercare parole e il meditare la sostanza ultima delle cose, m'hanno mutata. Quello che il volgo ed io stessa fin qui tenne per massimo diletto, cioè l'intreccio d'avventura in cui consiste ogni romanzo cavalleresco, ora mi pare una guarnizione superflua, un freddo fregio, la parte più ingrata del mio penso. Vorrei correre a narrare, narrare in fretta, istoriare ogni pagina con duelli e battaglie quanti ne basterebbero a un poema. Ma se mi fermo e faccio per rileggere, m'accorgo che la penna non ha lasciato segno sul foglio e le pagine son bianche. Per raccontare come vorrei, bisognerebbe che questa pagina bianca diventasse irta di rupi rossicce, si sdass in una sabbietta spessa, ciottolosa, e vi crescesse un'unisida vegetazione di ginepri. In mezzo, dove serpeggia un malnato sentiero, farei passare Agilulfo, eretto in sella, a lancia in resta. Ma oltre che contrada rupestre, questa pagina dovrebbe essere nello stesso tempo cupola del cielo, appiattita qua sopra, tanto bassa che in mezzo ci sia posto soltanto per un volo gracchiante di corvi. Con la penna dovrei riuscire a incidere il foglio, ma con leggerezza, perché il prato dovrebbe figurare percorso dallo strisciare di una biscia invisibile nell'erba, e la brughiera attraversata da una lepre che ora esce al chiaro, si ferma, annusa intorno nei corti mustacchi, è già scomparsa. Ogni cosa si muove nella liscia pagina senza che nulla se ne veda, senza che nulla cambi sulla sua superficie, come in fondo tutto si muove e nulla cambia nella rugosa crosta del mondo, perché c'è solo una essenza della medesima materia, proprio come il foglio su cui scrivo, una distesa che si contrae e si agruma in forme e consistenze diverse e in varie sfumature di colori, ma che può pur tuttavia figurarsi spalmata su di una superficie piana, anche nei suoi agglomerati pelosi o pennuti o nocchieruti, come un guscio di tartaruga. È una tale pelosità o pennezza o occhiera, alle volte pare che si muova, ossia ci sono dei cambiamenti di rapporti tra le varie qualità distribuite nella distesa di materia uniforme intorno, senza che nulla sostanzialmente si sposti. Possiamo dire che l'unico che certamente compie uno spostamento qua in mezzo è Agilulfo, non dico il suo cavallo, non dico la sua armatura, ma quel qualcosa di solo, di preoccupato, di sé, di impaziente, che sta viaggiando a cavallo dentro l'armatura. Intorno a lui le pigne cadono dal ramo, i rii scorrono tra i ciottoli, i pesci nuotano nei rii, i bruchi rodono le foglie, le tartarughe arrancano col duro ventre al suolo. Ma è soltanto un'illusione di movimento, un perpetuo volgersi e rivolgersi, come l'acqua delle onde. E in quest'onda si si rivolge Gurdulù, prigioniero del tappeto delle cose, spalmato anche lui nella stessa pasta con le pigne e i pesci e i bruchi, i sassi, le foglie, mera escrescenza della crosta del mondo.
Quanto mi riesce più difficile segnare su questa carta la corsa di Bradamante o quella di Rambaldo o del cupo Torrismondo. Bisognerebbe che ci fosse sulla superficie uniforme un affiorare, come si può ottenere rigando dal di sotto il foglio con uno spillo. E quest'affiorare, questo tendere, fosse però sempre carico e intriso della generale pasta del mondo, e proprio lì fosse il senso e la bellezza e il dolore e lì il vero attrito e movimento. Ma come posso andare avanti nella storia se mi metto a maciullare così le pagine bianche, a scavarci dentro valli e anfratti, a farvi scorrere grinze e scalfitture, leggendo in esse le cavalcate dei Paladini? Meglio sarebbe, per aiutarmi a narrare, se mi disegnassi una carta dei luoghi con il dolce paese di Francia e la fiera Bretagna, ed il canale d'Inghilterra colmo di neri flutti, e lassù l'alta Scozia, e quaggiù gli aspri Pirenei, e la Spagna ancora in mano infedele, e l'Africa madre di serpenti. Poi, con frecce e con crocette e con numeri, potrei segnare il cammino di questo o quell'eroe.
Ecco che già posso, con una linea rapida, nonostante alcune giravolte, far approdare in Inghilterra Agilulfo e farlo dirigere verso il monastero dove da 15 anni è ritirata Sofronia. Arriva e il monastero è un ammasso di rovine. "Troppo tardi giungete, Nobile Cavaliere," dice un vecchio. "Ancora qui, balli risuonano delle grida di quelle sventurate. Una flotta di pirati moreschi, sbarcata su queste coste, saccheggiò or non è molto il convento, portò via schiave tutte le religiose e appiccò fuoco alle mura. Porto via dove schiave da essere vendute al Marocco." "Signor mio, c'era tra quelle suore una che al secolo era figlia del re di Scozia, Sofronia." "Ah, volete dire Sor Palmira. Se c'era, subito se la caricarono in spalla quei ribaldi. Non più una giovinetta, era ancora sempre ben piacente. La ricordo come fosse ora che gridava, ghermita da quei brutti ceppi." "Eravate presente al saccheggio?" "Che volete? Noi del paese, si sa, si è sempre in piazza." "E non portaste soccorso a chi?" "Eh, signor mio, cosa volete? Così, tutto un tratto, noi non sapevamo né esperienza. Tra il fare e far male, si è pensato di non fare." "E ditemi, questa Sofronia, al convento, menava vita pia, monaca?" "Di questi tempi, ce n'è di tutte le sorta. Ma Suor Palmira era la più pia e casta di tutto il vescovato." "Presto, Gurdulù, andiamo al porto ed imbarchiamoci per il Marocco."
Tutto questo che ora contrassegno con righine ondulate è il mare, anzi l'oceano. Ora disegno la nave su cui Agilulfo compie il suo viaggio, e più in qua disegno un'enorme balena con il cartiglio e la scritta: "Mare Oceano". Questa freccia indica il percorso della nave. Posso fare pure un'altra freccia che indichi il percorso della balena. Tutte e due si incontrano in questo punto dell'oceano. Dunque, avverrà lo scontro della balena con la nave, e siccome la balena l'ho disegnata più grossa, la nave avrà la peggio. Disegno ora tante frecce incrociate in tutte le direzioni per significare che in questo punto, tra la balena e la nave, si svolge un'accanita battaglia. Agilulfo si dà da suo pari e infigge la sua lancia in un fianco del cetaceo. Un getto nauseante d'olio di balena lo investe, che io rappresento con queste linee divergenti. Gurdulù salta sulla balena e si dimentica della nave. A un colpo di coda, la nave si rovescia. Agilulfo, con l'armatura di ferro, non può che colare dritto a picco. Prima di essere del tutto sommerso dalle onde, grida allo scudiero: "Rov al Marocco! Io vado a piedi!"
Difatti, calando giù per la profondità di miglia e miglia, Agilulfo scende in piedi sulla sabbia del fondo del mare e prende a camminare di buon passo. Incontra spesso mostri marini e se ne difende a colpi di spada. L'unico inconveniente per un'armatura in fondo al mare, sapete anche voi, qual è? La ruggine. Ma essendo stata rorata da capo a piedi d'olio di balena, la bianca armatura addosso uno strato d'unto che la mantiene intatta nell'oceano.
Ora disegno una testuggine. Gurdulù ha ingurgitato una pinta d'acqua salata prima di capire che non è il mare che deve stare dentro a lui, ma è lui che deve stare nel mare. E finalmente si è aggrappato al guscio di una grossa testuggine marina. Un po' lasciandosi trasportare, un po' cercando di erla a ganascini e a pizzicotti, si avvicina alle coste dell'Africa. Qui si impiglia in una rete di pescatori saracini. Tratte le reti a bordo, i pescatori vedono apparire in mezzo ad un guizzante branco di triglie un uomo dalle vesti muffe, ricoperto d'erbe marine. "L'uomo pesce! L'uomo pesce!" gridano. "Ma che uomo pesce è Gus?" "Dice Gus. Suf era, infatti, uno dei nomi con cui, attorno alle cucine maomettane, Gurdulù, quando senza accorgersene passava le linee e si trovava negli accampamenti del sultano." Il capo pescatore era stato soldato dell'esercito moresco in terra di Spagna. Conoscendo Gurdulù come fisico robusto e animo docile, lo prese con sé per farne un pescatore d'ostriche.
Stavano una sera i pescatori e Gurdulù in mezzo a loro, seduti sui sassi della riva marocchina, aprendo a una a una le ostriche pescate, quando dall'acqua spunta un cimiero, un elmo, una corazza, insomma, un'armatura tutta intera che camminando se ne viene passo passo. Arriva l'uomo-aragosta! L'uomo-aragosta! gridano i pescatori, correndo pieni di paura a nascondersi tra gli scogli. "Ma che uomo-aragosta," dice Gurdulù, "è il mio padrone." "Sarete stracco, Cavaliere, ve la siete fatta tutta a piedi." "Non sono stanco affatto," replica Agilulfo. "E tu cosa fai qui?" "Cerchiamo perle per il sultano," interviene l'ex soldato, "che ogni sera deve regalare a una moglie diversa una perla nuova. Avendo 365 mogli, il sultano ne visitava una per notte, quindi ogni moglie veniva visitata una sola volta all'anno. A quella che visitava, egli usava portare in dono una perla. Perciò ogni giorno i mercanti dovevano fornirgli una perla fresca fresca. Poiché quel giorno i mercanti avevano esaurito la loro scorta, si erano rivolti ai pescatori che gli procurasse una perla ad ogni costo." "Voi che così bene riuscite a camminare sul fondo del mare," disse ad Agilulfo l'ex soldato, "perché non vi associate alla nostra impresa?" "Un cavaliere non s'associa a imprese che abbiano come scopo il guadagno, specie se condotte da nemici della sua religione. Vi ringrazio, o pagano, per aver salvato e nutrito questo mio scudiero. Ma che il vostro sultano stanotte non possa regalare nessuna perla alla sua 365ª sposa, non mi importa proprio un fico." "Importa molto a noi, che saremo fatti frustare," fece il pescatore. "Stanotte non sarà una nuova nuziale come le altre. Toca una sposa nuova che il sultano va a visitare per la prima volta. È stata comprata ora quasi un anno da certi pirati e ha atteso fino ad ora il suo turno. È sconveniente che il sultano si presenti da lei a mani vuote, tanto più che si tratta di una vostra correligionaria, Sofronia di Scozia, di stirpe reale, portata al Marocco come schiava e subito destinata al gineceo del nostro sovrano." Agilulfo non diede a vedere la sua emozione. "Darò modo di cavarvi l'impaccio," disse. "I mercanti propongono al sultano di far portare alla nuova sposa non la solita perla, ma un regalo che possa alleviare la sua nostalgia del paese lontano, cioè una completa armatura di guerriero cristiano." "E dove troveremo questa armatura?" "La mia," disse Agilulfo.
Sofronia attendeva che venisse sera nel suo quartiere del palazzo delle mogli. Dalla grata della finestra spiava guardava le palme del giardino, le vasche, le aiole. Il sole s'abbassava e il muzin lanciava il suo grido. Nel giardino s'aprivano i profumati fiori del tramonto. Bussano e allora. "No, sono i soliti." "Auki portano un regalo da parte del sultano." "Un'armatura? Un'armatura tutta bianca? Chissà cosa vuol dire." Sofronia di nuovo sola si rimise alla finestra. Da quasi un anno era lì, appena comprata come sposa. Le avevano assegnato il turno d'una moglie da poco ripudiata, un turno che sarebbe toccato dopo più di 11 mesi. Star lì nel gineceo senza far niente, un giorno dopo l'altro, era una noia peggio del convento. "Non temete, Nobile Sofronia," disse una voce alle sue spalle. Si voltò. Era l'armatura che parlava. "Sono Agilulfo dei Guerni, che già altra volta salvò la vostra immacolata virtù." "Oh, aiuto!" aveva trasalito la sposa del sultano. E poi, ricomponendo: "Ah, sì! Mi era parso che questa armatura bianca non mi fosse nuova. Siete voi che arrivaste nel momento giusto anni fa per impedire che un brigante abusasse di me. Ed ora arrivo nel momento giusto per salvarvi dall'obbrobrio delle nozze pagane. Già, sempre voi siete. Adesso protetta da questa spada, vi accompagnerò fuori dai domini del sultano."
Già si capisce. Quando gli eunuchi vennero ad annunciare l'arrivo del sultano, furono passati a fil di spada. Avvolta in un mantello, Sofronia correva per i giardini al fianco del Cavaliere. I dragomanni diedero l'allarme. Poco poterono le pesanti scimitarre contro l'esatta agile spada del guerriero. Dalla bianca corazza e il suo scudo sostenne bene l'assalto delle lance di tutto un drappello. Gurdulù, coi cavalli, attendeva dietro a un fico d'India. In porto una feluca era già pronta a partire per le terre cristiane. Sofronia, dalla tolda, vedeva allontanarsi le palme della spiaggia.
Ora disegno qui nel mare la feluca. La faccio un po' più grossa della nave di prima, perché anche se incontrasse la balena, non succedano disastri. Con questa linea ricurva segno il percorso della feluca, che vorrei far arrivare fino al porto di San Malò. Il guaio è che qui, all'altezza del Golfo di Biscaglia, c'è già un tale pasticcio di linee che si intersecano, che è meglio far passare la feluca un po' più in qua. Super di qui, super di qui, ed ecco! Accidenti, che va a sbattere contro le scogliere di Bretagna! Fa naufragio, cola a picco, e a stento Agilulfo e Gurdulù riescono a portare Sofronia in salvo a riva.
Sofronia è stanca. Agilulfo decide di farla rifugiare in una grotta e di raggiungere insieme allo scudiero il campo di Carlo Magno per annunciare che la verginità è ancora intatta e così la legittimità del suo nome. Ora io segno la grotta con una crocetta in questo punto della costa bretone. Per poterla ritrovare poi, non so cosa sia questa linea che pure passa in questo punto. Ormai la mia carta è un intrico di righe tracciate in tutti i sensi. Ah, ecco! È una linea che corrisponde al percorso di Torrismondo. Dunque, il pensieroso giovane passa proprio di qui, mentre Sofronia giace nella caverna. Anche egli s'approssima alla grotta, entra.
[Musica]
Capitolo de. Com'è raggiunto Torrismondo nel tempo che Agilulfo era passato di Francia in Inghilterra, d'Inghilterra in Africa e d'Africa in Bretagna, il cadetto putativo dei Duchi di Cornovaglia aveva percorso in lungo e in largo le foreste delle Nazioni cristiane in cerca dell'accampamento segreto dei Cavalieri del Gral, poiché d'anno in anno il Sacro Ordine usa cambiare le sue sedi e non palesa mai la sua presenza ai profani. Torrismondo non trovava alcun indizio da seguire nel suo itinerario. Andava a caso, rincorrendo una sensazione remota che per lui era tutt'uno con il nome del Gral. Ma era l'ordine dei pii Cavalieri che cercava, o piuttosto inseguiva il ricordo della sua infanzia nelle brughiere della Scozia? Talvolta l'aprirsi improvviso di una valle nera di di larici, o un precipizio di rocce grigie in fondo al quale rombava un torrente bianco di spuma, lo riempivano ad una commozione inspiegabile, che egli prendeva per un avvertimento. "Ecco, sì, forse sono qui, sono vicini!" E se da quella plaga si levava un lontano e cupo suono di corno, allora Torrismondo non aveva più dubbi, si metteva a battere ogni anfratto a palmo a palmo, cercando una traccia. Si imbatteva tutt'al più in qualche cacciatore smarrito o in un pastore col suo gregge.
Giunto nella remota terra di Curbaldia, si fermò a un villaggio e chiese a quei rustici la carità di un po' di ricotta e di pigeo. "Darvene, vi se ne dà volentieri, signorino," disse un capraio. "Ma vedete qui me, mia moglie e i figli, come siamo ridotti scheletriti. Le oblazioni che dobbiamo fare ai Cavalieri sono già tante. Questo bosco formicola di colleghi vostri, ancorché vestiti differente, ce n'è tutta una truppa. E quanto a rifornirsi, voi capite, sono tutti addosso a noi. Cavalieri che abitano nel bosco, e come vestono? Il mantello è bianco, l'elmo è d'oro con due ali bianche di cigno sui lati, e e sono molto pii." "Oh, per essere pii, sono pii, e col denaro non si sporcano certo le mani, perché non hanno un soldo. Ma di pretese ne hanno, e a noi tocca obbedire. Ora siamo rimasti a stecchetto e carestia. Quando verranno la prossima volta, cosa gli si dà?"
Il giovane già correva verso il bosco, tra i prati, per le acque calme d'un ruscello. Passava un lento branco di cigni. Torrismondo camminava per la riva, seguendoli. Di tra le fronde risuonò un arpeggio: "Fling, flin, flin." Il giovane andava avanti, e il suono pareva ora seguirlo, ora precederlo. "Fling, fling, fling." Dove le fronde diradava, apparve una figura umana. Era un guerriero con l'elmo guarnito di bianche, che reggeva una lancia e insieme una piccola arpa, sulla quale a tratti provava quell'accordo. "Fling, fling, fling." Non disse nulla. I suoi sguardi non evitavano Torrismondo, ma gli passavano sopra, quasi non lo percepissero. Eppure, pareva che lo stesse accompagnando. Quando tronchi e arbusti le separavano, gli faceva trovare la strada, richiamandolo con uno dei suoi arpeggi. "Fling, fling, fling." Torrismondo avrebbe voluto parlargli, domandargli, ma lo seguiva zitto e intimidito.
Sbucarono in una radura. Da ogni parte erano guerrieri armati di lance, con corazze d'oro, avvolti in lunghi mantelli bianchi, immobili, voltati, ognuno in una direzione diversa, con lo sguardo nel vuoto. Uno imbecca un cigno con chicchi di anone, volgendo gli occhi altrove. A un nuovo arpeggio del suonatore, un guerriero a cavallo rispose, alzando il corno e mandando un lungo richiamo. Quando tacque, tutti quei guerrieri si mossero, fecero alcuni passi ognuno nella sua direzione, e si fermarono di nuovo.
"Cavalieri," si fece forza a dire Torrismondo, "scusatemi, forse sbaglio, ma siete voi forse i Cavalieri del..." Non pronunciarne mai il nome. L'interruzione raccoglimento. "Oh, perdonate," gli si rivolse il giovane. "Sono così felice d'essere tra voi! Sapeste quanto vi ho cercato!" "Perché? Perché?" E la smania di proclamare il suo segreto fu più forte del timore di commettere un sacrilegio. "Perché sono vostro figlio!" Il cavaliere anziano restò impassibile. "Qui non si conoscono padri né figli," disse dopo un momento di silenzio. "Chi entra nel Sacro Ordine abbandona tutte le parentele terrene." Torrismondo, più che ripudiato, si sentì deluso. Magari si sarebbe aspettata una ripulsa sdegnata da parte di quei suoi casti padri, che egli avrebbe controbattuto adducendo prove, invocando la voce del sangue. Ma questa risposta così calma, che non negava la possibilità dei fatti ma escludeva ogni discussione per una questione di principio, era scoraggiante. "Non ho altra che essere riconosciuto Figlio di questo Sacro Ordine," provò a insistere, "per il quale nutro un'ammirazione sconfinata." "Se ammiri tanto il nostro ordine," disse l'anziano, "non dovresti avere altra aspirazione che ed essere ammesso a farne parte." "E sarebbe possibile?" "Voi dite!" esclamò Torrismondo, subito attratto dalla nuova prospettiva. "Quando te ne fossi reso degno." "Cosa bisogna fare?" "Purificarsi gradatamente d'ogni passione e lasciarsi possedere dall'amore del Gral." "Oh, voi lo pronunciate il nome! Noi Cavalieri possiamo. Voi profani no. Ma ditemi, perché tutti qui tacciono e voi siete il solo a parlare?" "E a me che spetta il compito dei rapporti con i profani, essendo le parole spesso impure, i Cavalieri preferiscono astenersene, se non per lasciar parlare attraverso le loro labbra il Gral." "Ditemi cosa devo fare per cominciare." "Vedi quella foglia d'acero? Una goccia di rugiada vi si è posata. Tu sta fermo, immobile, e fissa quella goccia sulla foglia. Immedesimati, dimentica ogni cosa del mondo in quella goccia, finché non sentirai d'aver perso te stesso ed essere pervaso dall'infinita forza del Gral." E lo piantò lì.
Torrismondo guardò fissa la goccia, guardò, guardò. Gli venne da pensare ai casi suoi. Vide un ragno che calava sulla foglia. Guardò il ragno, guardò il ragno. Si rimise a guardare la goccia. Mosse un piede che gli formicolava. Uffa, era annoiato. Intorno apparivano e sparivano nel bosco Cavalieri che muovevano lentamente i passi, a bocca aperta e occhi sgranati, accompagnati da cigni, di cui ogni tanto accarezzavano il morbido piumaggio. Qualcuno d'essi, tutto a un tratto, allargava le braccia e spiccava una piccola corsa, emettendo un grido sospirato. "Ma quelli là," Torrismondo non potè trattenersi dal chiedere all'anziano che era ricomparso nei pressi, "cosa gli succede?" "L'estasi," disse l'anziano, "cioè qualcosa che tu non conoscerai mai, se sei così distratto e curioso. Quei fratelli hanno finalmente raggiunto la completa comunione col tutto." "E quegli altri?" chiese il giovane. "Certi Cavalieri andavano ancheggiando come colti da dolci brividi e facevano boccucce." "Sono ancora a uno stato intermedio, prima di sentirsi una cosa sola con il sole e le stelle. Il novizio sente come avesse dentro di sé solo le cose più vicine, ma molto intensamente. Questo specie ai più giovani fa un certo effetto. A quegli nostri fratelli che tu vedi, lo scorrere del ruscello, lo stormire delle fronde, il crescere sotterraneo dei funghi, comunicano una specie di gradevole, lentissimo solletico, e non si stancano alla lunga. Raggiungono man mano gli stadi superiori, in cui non sono più soltanto le vibrazioni più."
Vicine ad occuparle, ma il grande respiro dei cieli. E piano piano si distaccano dai sensi. Succede a tutti, a pochi e in modo completo, a uno soltanto di noi: l'eletto, il re del Gral.
Erano giunti a uno spiazzo dove un gran numero di cavalieri facevano esercizi d'armi davanti a una tribuna con baldacchino. Sotto quel baldacchino era seduto, o meglio, raggrinzito, immobile, qualcuno che pareva più che un uomo, una mummia vestita anch'essa con l'uniforme del Gral, ma una foggia più fastosa. Gli occhi li aveva aperti, anzi sbarrati, nella faccia rinsecchita come una castagna.
"Ma è vivo?" chiese il giovane.
"È vivo, ma ormai è tanto preso dall'amore del Gral che non ha più bisogno di mangiare, né di muoversi, né di fare i suoi bisogni, né quasi di respirare. Non vede né sente nessuno, conosce i suoi pensieri; essi, certo, riflettono il percorso di lontani pianeti. Ma perché lo fanno assistere a una parata militare se non vede ciò?"
"È nei riti del Gral. I cavalieri si esercitavano tra loro in assalti di scherma, muovevano le spade a scatti, guardando nel vuoto, e i loro passi erano duri e improvvisi, come se non potessero prevedere mai cosa avrebbero fatto un attimo dopo. Eppure non sbagliavano una botta."
"Ma come possono combattere con quell'aria da mezz'addormentati?"
"È il Gral che è in noi a muovere le nostre spade. L'amore dell'universo può prendere forma di tremendo furore e spingerci a infilzare amorosamente i nemici. Il nostro ordine è invincibile in guerra proprio perché combattiamo senza fare alcun sforzo né alcuna scelta, ma lasciando che il Sacro furore si scateni attraverso i nostri corpi."
"E va sempre bene?"
"Sì, per chi ha perso ogni residuo di volontà umana e lascia che sia soltanto la forza del Gral a muovere ogni suo minimo gesto. Ogni minimo gesto. Anche adesso che state camminando."
L'anziano avanzava come un sonnambulo. "Certamente non sono io che muovo il mio piede, lascio che sia mosso."
"Prova," si comincia. "Tutti di lì."
Torrismondo provò, ma primo, non c'era verso di riuscirci, e secondo, non ci provava nessun gusto. C'era il bosco verde e frondoso, tutto frulli e squitti, dove gli sarebbe piaciuto correre, districarsi, scovare selvaggina, opporre a quell'ombra, a quel mistero, a quella natura estranea a se stesso, la sua forza, la sua fatica, il suo coraggio. Invece doveva star lì a ciondolare come un paralitico.
"Lasciati possedere," lo ammoniva l'anziano. "Lasciati possedere dal tutto."
"Ma a me," veramente, sbottò Torrismondo, "quel che piacerebbe è essere io a possedere, non d'essere posseduto."
L'anziano incrociò i gomiti sul viso, in modo da tapparsi insieme occhi ed orecchi. "Ne hai ancora di cammino da compiere, ragazzo."
Torrismondo rimase all'accampamento del Gral. Si sforzava di imparare, di imitare i suoi padri o fratelli, non sapeva più come chiamarli. Cercava di soffocare ogni moto dell'animo che gli paresse troppo individuale, di fondersi nella comunione con l'infinito amore del Gral. Stava attento a percepire ogni minimo indizio di quelle ineffabili sensazioni che mandavano in estasi i cavalieri.
Ma i giorni passavano e la sua purificazione non faceva un passo avanti. Tutto quello che più piaceva a loro, a lui dava fastidio: quelle voci, quelle musiche, quello star sempre lì pronti a vibrare, e soprattutto la vicinanza continua dei confratelli, vestiti in quella maniera, mezzi nudi, con la corazza e l'elmo d'oro, con le carni bianche, bianche, alcuni un po' vecchiotti, altri giovinetti, delicati, permalosi, gelosi, suscettibili. Gli dava sempre più antipatica.
Con la storia, poi, che era il Gral a muoverli, si lasciavano andare a ogni rilassatezza di costumi e pretendevano d'essere sempre puri. Il pensiero che egli poteva essere stato generato così, con gli occhi fissi nel vuoto, senza nemmeno badare a quello che facevano, dimenticandosi subito, gli riusciva insopportabile.
Venne il giorno dei tributi. Tutti i villaggi intorno al bosco dovevano, in ricorrenze stabilite, versare ai Cavalieri del Gral un dato numero di forme di ricotta, di cesti di carote, di sacchi d'orzo e agnellini di latte.
S'avanzò un'ambasceria di paesani. "Noi si voleva dire che l'annata per tutta la terra di Curval è stata magra, neanche sappiamo come sfamare i nostri figli. Tocca il ricco come il povero. Cavalieri, siamo qui umilmente a chiedervi che ci perdonate i tributi."
Sotto il baldacchino, il re del Gral stava zitto e fermo come sempre. A un certo punto, lentamente, disgiunse le mani che aveva intrecciate sulla pancia, le levò al cielo. Aveva delle unghie lunghissime e la sua bocca disse: "[Musica]".
A quel suono, tutti i cavalieri avanzarono a lance puntate contro i poveri.
"Curval! Aiuto! Difendiamoci!" gridarono quelli. "Corriamo ad armarci d'asce, di falci!" e si dispersero.
I cavalieri, gli sguardi rivolti al cielo, al suono dei corni e dei timbri, marciarono sui villaggi curval nella notte. Dai filari di luppolo e dalle siepi saltavano fuori villici armati di forche fienaie e di roncole, cercando di contestar loro il passo. Ma poco poterono contro le inesorabili lance dei Cavalieri. Rotte le sparute linee dei difensori, essi si buttavano coi pesanti cavalli da guerra contro le capanne di pietre e paglia e fango. Diroccato le sotto gli zoccoli sordidi le grida delle donne, dei vitelli e degli infanti. Altri Cavalieri reggevano torce accese e ricavano fuoco ai tetti, ai fienili, alle stalle, ai miseri granai, finché i villaggi non erano ridotti a roghi belanti e urlanti.
Torrismondo, spinto nella corsa dei Cavalieri, era stravolto. "Ma ditemi," gridava all'anziano, tenendogli dietro come all'unico che potesse ascoltarlo, "non è dunque vero che siete pervasi dall'amore del tutto?"
"Ehi, attento! Investite quella vecchia! Come avete cuore di infierire su questi derelitti! Al soccorso! Le fiamme si appiccano a quella culla! Ma che fate?"
"Non voler scrutare i disegni del Gral, novizio," lo ammonì l'anziano. "Non siamo noi. Questo è il Gral che è in noi che ci muove, abbandonati al suo Furioso Amore."
Ma Torrismondo era sceso di sella. Si lanciava a soccorrere una madre, a ridarle in braccio un bambino caduto. "No! Non portatemi via tutto! Raccolto! Ho faticato tanto!" urlava un vecchio.
"Torris! Bianco! Molla il sacco, brigante!" e s'avventò su un cavaliere, strappandogli il maltolto.
"Che tu sia benedetto! Sta con noi!" dissero alcuni di quei tapini che ancora tentavano, con forconi, ai coltellacci e scuri, di attestarsi a difesa.
"Dietro un muro! Disponetevi a semicerchio! Diamo loro addosso tutti insieme!" gridò loro Torrismondo e si mise a alla testa della milizia paesana.
Cavalda ora ricacciava i cavalieri fuori dalle case. Si trovò faccia a faccia con l'anziano e altri due armati di torce. "È un traditore! Prendete!"
S'accese una gran zuffa. I curval ci davano coi girarrosti e le donne e i ragazzi con le pietre. A un tratto suonò il corno: "Ritirata!"
Di fronte alla riscossa curvalda, Cavalieri avevano ripiegato in più punti e adesso sgombravano il villaggio. Anche quel drappello che stringeva da presso Torrismondo.
"A retro, via, fratelli!" gridò l'anziano. "Lasciamoci condurre dove ci porta il Gral!"
"Trionfi il Gral!" fecero in coro gli altri, voltando le briglie.
"Evviva! Ci hai salvati!" e i paesani avevano attorno a Torrismondo. "Sei cavaliere, ma generoso! Finalmente ce n'è uno! Resta con noi! Dici quello che vuoi, te lo daremo!"
"Ormai quello che voglio io non so più," balbettava Torrismondo.
"Neanche noi sapevamo nulla, neppure d'essere persone umane, prima di questa battaglia. E adesso ci par di potere, di volere, di dover far tutto, anche se è dura." E si voltavano a piangere i loro morti.
"Non posso restar con voi, non so chi sono. Addio." E già galoppava via.
"Torna!" gridavano quelle popolazioni. Ma Torrismondo già s'allontanava dal villaggio, dal bosco del Gral, dalla Curvaldia. Riprese il suo vagabondare per le nazioni. Ogni onore e ogni piacere egli aveva sdegnato fino allora, vagheggiando come solo ideale il Sacro Ordine dei Cavalieri del Gral. E ora che quell'ideale era svanito, quale meta poteva dare alla sua inquietudine?
Si cibava di frutti selvatici nei boschi, di minestrone di fagioli nei conventi che incontrava per via, di ricci di mare sulle coste rocciose e sulla spiaggia di Bretagna, cercando ricci appunto. In una grotta, ecco che scorge una donna addormentata. Quel desiderio che l'aveva mosso per il mondo, di luoghi vellutati da una morbida vegetazione, percorsi da un basso vento radente, e di terze giornate senza sole, ecco che finalmente, al vedere quelle lunghe nere ciglia abbassate sulla guancia piena e pallida, e la tenerezza di quel corpo abbandonato, e la mano posata sul colmo seno, e i molli capelli sciolti, e il labbro, l'anca, l'alluce, il respiro, ora pare che quel desiderio si accanisca su di lei.
Stava guardandola quando Sofronia aperse gli occhi. "Non mi farete del male," disse, mite. "Cosa andate cercando tra questi scogli deserti?"
"Sto solo cercando qualcosa che sempre mi è mancata. È solo ora che vi vedo, so cos'è."
"Come siete giunta su questa riva?"
"Fui costretta a nozze ancorché monaca con un seguace di Maometto, le quali non furono però mai consumate, in quanto, essendo io la 365ª, un intervento d'armi cristiane mi portò fin qui, vittima, peraltro, d'un naufragio nel viaggio di ritorno, così come all'andata, ad un saccheggio di ferocissimi pirati."
"Capisco. E siete sola?"
"Il Salvatore è andato giù ai quartieri imperiali per sbrigare, a quanto inteso, certe pratiche. Vorrei offrirvi la protezione della mia spada, ma temo che il sentimento che mi ha infiammato alla vostra vista non si trasmetta in propositi che voi potreste considerare non onesti."
"Oh, non fatevi scrupolo. Sapete, ne ho viste tante. Benché ogni volta, quando si arriva al punto, salta su il Salvatore. Sempre lui arriverà anche stavolta."
"Ma non è mai detto. Qual è il vostro nome?"
"Azira, o Suor Palmira, secondo se nel gineceo del sultano o in convento. Azira mi pare d'avervi sempre amata, d'essermi già smarrito in voi."
Capitolo 11.
Carlo Magno cavalcava verso la Costa di Agna. "Ora vediamo, ora vediamo. Agilulfo dei Guild Verni, state calmo. Se quel che mi dite vero, se questa donna ha ancora addosso la stessa verginità che aveva orsono quindici anni, niente da dire. Siete stato armato Cavaliere a buon diritto."
E quel giovinotto voleva darcela a intendere. Per accertarmi, ho fatto venire al nostro seguito una comare esperta nelle faccende di don. Noi soldati, per queste cose... Eh, già! Non si ha la mano. La vecchietta issata sul cavallo di Gurdulù ciangottini. Anche se nasceranno due gemelli, era sorda e non aveva ancora capito di cosa si trattava.
Nella grotta entrano per primi due ufficiali del seguito con torce. Tornano sbigottiti. "Sire, la Vergine giace in un amplesso con un giovane soldato."
Gli amanti vengono tratti al cospetto dell'imperatore. "Tu, Sofronia!" grida Agilulfo. Carlo Magno fa sollevare il viso del giovane. "Torrismondo!"
"Torrismondo!" balza verso Sofronia. "Tu sei Sofronia?"
"Ah, Madre mia!"
"Conoscete questo giovane?" Sofronia chiede l'imperatore. La donna china il capo, pallida. "Se Torrismondo lo crebbi io stessa," dice con un fil di voce.
Torrismondo balza in sella. "Ho commesso un incesto! Ne fando! Non mi vedrete mai più!" sprona. E corre verso il bosco.
"Sulla dritta!" sprona a sua volta. "Non vedrete neppur più me," dice. "Non ho più nome. Addio." E s'addentra nel bosco.
A mano manca, tutti sono rimasti costernati. Sofronia tiene il volto nascosto tra le mani. Soda è un galoppo a dritta e Torrismondo che torna fuori del bosco a gran carriera. Grida: "Ma come! Ma se fino a poco fa era vergine! Come ho fatto a non pensarci subito? Era vergine! Non può essere mia madre!"
"Ci vorrete spiegare," dice Carlo Magno.
"In verità, Torrismondo non è mio figlio, bensì mio fratello, o meglio, fratellastro," dice Sofronia. "La regina di Scozia, nostra madre, essendo il mio padre in guerra da un anno, lo diede alla luce dopo un fortuito incontro, pare, col Sacro Ordine dei Cavalieri del Gral. Avendo il re annunciato il suo ritorno, quella perfida creatura, tale infatti sono costretta a giudicare nostra madre, con la scusa di farmi portare a passeggio il fratellino, mi fece sperdere nei boschi. Ordì un tremendo inganno al marito che sopraggiungeva: gli disse che io, tredicenne, ero fuggita per dare alla luce un bastardello. Trattenuta da un malinteso rispetto filiale, non tradì mai questo segreto di nostra madre. Vissi nelle brughiere col fratellastro infante, e furono anche per me anni liberi e felici al confronto di quelli che m'attendevano nel convento dove fui costretta dai Duchi di Cornovaglia. Non conobbi uomo fino a stamane, all'età di 33 anni. È il primo incontro con un uomo, di me risulta essere un incesto."
"Vediamo un po' con calma come stanno le cose," fa Carlo Magno, conciliante. "L'incesto c'è sempre, però, tra fratellastro e sorellastra. Non è poi dei più gravi."
"Non c'è incesto, sacra maestà! Rallegrati, Sofronia!" esclama Torrismondo, raggiante in viso. "Nelle ricerche sulla mia origine ho appreso un segreto che avrei voluto custodire per sempre con lei che credevo a mia madre. Cioè, tu, Sofronia, sei nata non dalla regina di Scozia, ma figlia naturale del re dalla moglie di un castaldo. Il re ti fece adottare da sua moglie, cioè da quella che apprendo ora essere stata mia madre e che a te fu soltanto matrigna. Oh, ora comprendo come ella, obbligata dal re a fingersi tua madre contro la sua volontà, non vedesse l'ora di sbarazzarsi di te. E lo fece attribuendo il frutto di una sua colpa passeggera, cioè io, figlia tu del re di Scozia ed una contadina, io della regina e del Sacro Ordine. Non abbiamo nessun legame di sangue, ma soltanto il legame amoroso stretto liberamente qui, ora, e che spero ardentemente tu voglia riannodare."
"Mi pare che tutto si risolva per il meglio," dice Carlo Magno, fregandosi le mani. "Ma non tardiamo a rintracciare quel nostro bravo cavaliere Agilulfo e a rassicurarlo che il suo nome e il suo titolo non corrono più alcun pericolo."
"Andrò io, Maestà," dice un cavaliere, correndo avanti. È Rambaldo.
Entra nel bosco. "Cavaliere! Cavaliere Agilulfo! Cavaliere dei Gui Berni! Agilulfo! Emo Bertrand dei Guild Verni e degli altri di Corb! Sua cavaliere di Selia Citeriore! Fezz! È tutto a posto! Tornate!" gli risponde solo Leco.
Rambaldo prese a battere il bosco, sentiero per sentiero e fuor dei sentieri, per dugi e torrenti, chiamando, tenendo l'orecchio, cercando un segno, una traccia. Ecco un'impronta di ferri di cavallo. In un punto appaiono marcate più fonde, come se l'animale vi si fosse fermato. Di lì la traccia degli zoccoli riprende più leggera, come se il cavallo fosse stato lasciato correre via. Ma dallo stesso punto si parte un'altra freccia: un'orma di passi in scarpe di ferro.
Rambaldo la seguì, tratteneva il fiato. Giunse a una radura ai piedi di una quercia. Sparsi in terra erano un elmo rovesciato dal cimiero color dell'iride, una corazza bianca, i cosciali, i bracciali, le manopole, tutti insomma i pezzi dell'armatura di Agilulfo. Alcuni disposti come nell'intenzione di formare una piramide ordinata, altri rotolati al suolo alla rinfusa. Appuntato all'elsa della spada era un cartiglio: "Lascio questa armatura al Cavaliere Rambaldo di Rossiglione." Sotto c'era un mezzo svolazzo, come di una firma cominciata e subito interrotta.
"Cavaliere!" chiama Rambaldo, rivolto verso l'elmo, verso la corazza, verso la quercia, verso il cielo. "Cavaliere, riprendete l'armatura! Il vostro grado nell'esercito e nella nobiltà di Francia è incontestabile!" E cerca di rimettere insieme l'armatura, di farla stare in piedi. E continua a gridare: "Ci siete, Cavaliere?"
Nessuno gli risponde alcuna voce. L'armatura non sta su, l'elmo rotola in terra. "Cavaliere, avete resistito per tanto tempo con la vostra sola forza di volontà! Siete riuscito a far sempre tutto come se esistesse! Perché arrendervi tutto a un tratto?" Ma non sa più da che parte rivolgersi. L'armatura è vuota. Non vuota come prima, vuota anche di quel qualcosa che era chiamato il cavaliere Agilulfo e che adesso è dissolto come una goccia nel mare.
Rambaldo ora si slaccia la sua corazza, si spoglia, infila l'armatura bianca, calza l'elmo di Agilulfo, stringe in mano lo scudo e la spada, salta a cavallo. Così armato compare al cospetto dell'imperatore e del suo seguito.
"Ah, Agilulfo! Siete tornato! Tutto bene, eh?"
Ma dall'elmo risponde un'altra voce: "Non sono Agilulfo, Maestà." La celata si solleva e appare il viso di Rambaldo. "Del Cavaliere dei Guerni. È rimasta solo la bianca armatura. E questa carta che me ne assegna il possesso. Ora non vedo l'ora di gettarmi in battaglia."
Le trombe suonano l'allarme. Una flotta di feluche ha sbarcato un esercito Saracino in Bretagna. L'Armata Franca corre a Indra. "Appellarsi! Il tuo desiderio è esaudito, Carlo!" "Ecco l'ora di batterti! Fa onore alle armi che porti, ancorché di carattere difficile, Agilulfo." Il soldato lo sapeva fare.
L'esercito franco tien testa agli invasori. Apre una breccia nel fronte Saracino e il giovane Rambaldo è il primo a farvi impeto. S'azufficio intorno alle feluche ormeggiate. Incalzati dalle armi Franche, gli sconfitti prendono il largo, tranne quelli rimasti ad inzuppare di sangue Moro la grigia terra di Bretagna.
Rambaldo esce dalla battaglia vittorioso e incolume. Ma l'armatura, la candida, intatta, impeccabile armatura di Agilulfo, adesso è tutta incrostata di terra, spruzzata di sangue nemico, costellata d'ammaccature, bugni, sgraffi. Il cimiero mezzo spennato, l'elmo storto, lo scudo scrostato proprio in mezzo al misterioso stemma. Ora il giovane la sente come l'armatura sua, di lui, Rambaldo di Rossiglione. Il primo disagio provato a indossarla è ormai lontano, ormai gli calza come un guanto.
Galoppa solo sul dosso d'una collina. Una voce risuona acuta dal fondo della valle: "Ehi, lassù! Agilulfo!" Un cavaliere sta correndo verso di lui. Sull'armatura indossa una sopraveste color pervinca. È Bradamante, che lo sta inseguendo.
"Ti ho finalmente ritrovato, bianco cavaliere!"
"Bradamante! Non sono Agilulfo, son Rambaldo." Lui le vorrebbe subito gridare. Ma pensa che è meglio dirglielo da vicino e volta il cavallo per raggiungerla.
"Finalmente sei tu a corrermi incontro, inafferrabile guerriero!" esclama d'amante. "Oh, mi fosse dato di vederti correre appresso a me anche tu, l'unico uomo in cui atti non sono buttati lì come vien viene, improvvisati, faciloni come quelli della solita canea che mi vien dietro!" È in così dire, volta il cavallo e prova a sfuggirgli, sempre però girando il capo a vedere se lui sta al gioco e la rincorre.
Rambaldo è impaziente di dirle: "Non ti accorgi che anch'io sono uno che si muove maldestro, che ogni mio gesto tradisce il desiderio, l'insoddisfazione, l'inquietudine? Ma anch'io, quello che voglio è soltanto l'essere uno che sa quello che vuole." E per dirglielo, galoppa seguendo lei che ride e dice: "Questo è il giorno che avevo sempre sognato."
L'ha persa di vista. C'è una valle erbosa e solitaria. Il cavallo di lei è legato a un gelso. Tutto somiglia a quella prima volta che l'aveva inseguita e ancora non sospettava che fosse una donna.
Rambaldo scende da cavallo. Ecco la vede sdraiata su un declivio di muschio. S'è tolta l'armatura, veste una corta tunica color topazio. Da sdraiata apre le braccia a lui. Rambaldo viene avanti nell'armatura bianca. E questo è il momento di dirle: "Non sono Agilulfo. L'armatura di cui ti innamora, guarda ora come risente della gravezza d'un corpo ancorché giovane e agile come il mio. Non vedi come questa corazza ha perso il suo inumano candore ed è diventata un abito dentro il quale si fa la guerra, esposto a tutti i colpi, un paziente e utile arnese." Questo vorrebbe dirle. E invece sta lì, con le mani che gli tremano, muove passi esitanti verso di lei.
Forse la cosa migliore sarebbe scoprirsi, togliersi l'armatura, palesarsi come Rambaldo. Ora, per esempio, che lei tiene chiusi gli occhi con un sorriso come d'attesa. Il giovane si strappa di dosso l'armatura. Ansioso. Adesso Bradamante, aprendo gli occhi, lo riconoscerà. No. Ha posato una mano sul viso, come non volesse turbare con lo sguardo l'invisibile approssimarsi del Cavaliere inesistente.
E Rambaldo si butta su di lei. "Oh, sì! Ne ero certa!" esclama Bradamante. "A occhi chiusi ero sempre stata certa che sarebbe stato possibile." E si stringe a lui, ed in una febbre che è pari da parte d'entrambi si congiungono.
"Oh, sì! Oh, sì! Ne ero certa!"
Ora che anche questo si è compiuto, è il momento di guardarsi negli occhi. "Mi vedrà," pensa rapido, in un lampo d'orgoglio e di speranza. "Rambaldo capirà tutto, capirà che è stato giusto e bello così, e mi amerà per la vita."
Bradamante apre gli occhi. "Tu!" Si stacca dal giaciglio, spinge indietro Rambaldo. "Tu!" grida, con la bocca piena di rabbia, gli occhi che schizzano lacrime. "Tu impostore!" E in piedi, brandisce la spada, l'alza su Rambaldo. Gli dà addosso, ma di piatto sul capo, lo stordisce. E tutto quel che lui è riuscito a dirle, alzando le mani disarmate, forse per difendersi, forse per abbracciarla, è stato: "Ma di... ma di... non era forse bello?" Poi perde i sensi. E solo gli arriva confuso lo scalpito del cavallo di lei che parte.
Se infelice è l'innamorato che invoca baci di cui non sa il sapore, mille volte più infelice è chi questo sapore gustò appena e poi gli fu negato.
Rambaldo continua la sua vita di impavido soldato. Dove più folta è la mischia, là si fa strada la sua lancia. Se nel turbinare delle spade vede un lampo color pervinca, accorre. "Bradamante!" grida, ma sempre invano. L'unico a cui vorrebbe confessare le sue pene è scomparso. Talora, girando per i bivacchi, il modo d'una corazza di stare retta sui fiancali, o il sollevarsi a catto di una gomitiera, lo fanno trasalire perché gli ricordano Agilulfo. E se il cavaliere non si fosse dissolto? Se avesse trovato un'altra armatura?
Rambaldo si avvicina e dice: "Non per recarvi offesa, collega, ma vorrei che alzaste la celata del vostro elmo." Spera ogni volta di trovarsi di fronte un cavo vuoto, invece c'è sempre un naso che sormonta due baffi arricciati. "Perdonatemi," mormora e va via.
Anche qualcun altro va cercando Agilulfo. È Gurdulù, che ogni volta che vede una pentola vuota, o un comignolo, o una tinozza, si ferma ed esclama: "Sor Padrone, comandi!"
"Sor Padrone!" Seduto su di un prato ai margini di una strada, stava facendo un lungo discorso nella bocca di un fiasco, quando una voce lo interpella: "Chi cerchi lì dentro?"
Gurdulù era Torrismondo, che celebrate solennemente le nozze con Sofronia alla presenza di Carlo Magno, cavalcava con la sposa e un ricco seguito per la Curvaldia, di cui è stato nominato conte dall'imperatore.
"Il mio padrone," cerco, dice Gurdulù, "dentro quel fiasco. Il mio padrone è uno che non c'è, quindi non può esserci tanto in un fiasco quanto in un'armatura."
"Ma il tuo padrone si è dissolto nell'aria?"
"Allora io sono lo scudiero dell'aria."
"Sarà il mio scudiero, se mi segui."
Giunsero in Curvaldia. Il paese non si riconosceva più. Al posto dei villaggi erano sorte città con palazzi di pietra e mulini e canali. "Sono tornato, buona gente, per restare con voi!"
"Evviva! Bene! Viva lui! Viva la sposa!"
"Aspettate a sfogare la vostra felicità alla notizia che sto per darvi. L'imperatore Carlo Magno, al cui sacro nome d'ora innanzi vi inchinerete."
"Ah, ma Carlo Magno veramente! Non capite? Ora avete un conte, vi difenderà ancora contro le angherie dei Cavalieri del Gral."
"Oh, quelli! È da un pezzo che li abbiamo cacciati via da tutta la Curvaldia. Vedete, noi per tanto tempo si è sempre obbedito, ma adesso abbiamo visto che si può vivere bene senza dover nulla né a Cavalieri né a conti. Coltiviamo le terre, abbiamo messo su delle botteghe d'artigiano, dei mulini. Cerchiamo da noi di far rispettare le nostre leggi, di difendere i nostri confini. Insomma, si tira avanti. Non ci possiamo lamentare."
"Voi siete un giovane generoso e non dimentichiamo quel che avete fatto per noi. A star qui vi si vorrebbe, ma alla pari, alla pari. Non mi volete come conte?"
"Ma è un dell'imperatore! Non capite? È impossibile che vi rifiuti."
"Eh, sì, si dice sempre così. Impossibile anche togliersi di dosso quelli del Gral, pareva che fosse impossibile. E allora avevamo solo roncole e forconi. Noi non si vuole male a nessuno, signorino, e a voi meno che a tutti. Siete un giovane che vale, avete pratica di tante cose che noi non si sa. Se vi fermate qui, alla pari con noi, e non fate prepotenze, forse diventerete lo stesso il primo fra noi."
"Torrismondo, io sono stanca di tante traversie," disse Sofronia, sollevando il velo. "Questa gente ha l'aria ragionevole e cortese, e la città mi pare più bella e meglio fornita di tante. Perché non cerchiamo di venire a un accomodamento?"
"È il nostro seguito diventeranno tutti cittadini di Curvaldia," risposero gli abitanti. "E avranno, secondo quello che varranno."
"Dovrò considerare pari a me questo scudiero, Gurdulù, che non sa neppure se c'è o se non c'è?"
"Imparerà anche lui. Neppure noi sapevamo ad essere al mondo. Anche ad essere si impara."
Capitolo 12.
Libro. Ora sei giunto alla fine. Ultimamente mi sono messa a scrivere a rotta di collo. Da una riga all'altra saltavo tra le nazioni e i mari e i continenti. Cos'è questa furia che m'ha preso? Questa impazienza? Si direbbe che sono in attesa di qualcosa. Ma cosa mai possono attendere le suore qui ritirate, appunto per star fuori dalle sempre cangianti occasioni del mondo? Cos'altro io aspetto, tranne nuove pagine da vergare e i consueti rintocchi della campana del convento?
Ecco, si sente un cavallo venir su per la ripida strada. Ecco che si ferma proprio qui, alla porta del monastero. Il cavaliere bussa. Dalla mia finestrella non si riesce a vederlo, ma ne intendo la voce.
"Ehi, buone suore! Ehi, udite!"
Ma non è questa la voce? Ho sbaglio? Sì, è è proprio quella. È la voce di Rambaldo, che ho fatto tanto a lungo risuonare per queste pagine. Cosa vuole qui Rambaldo?
"Ehi, buone suore! Sapreste dirmi di grazia se ha trovato rifugio in questo convento una guerriera, la famosa amante?" Ecco, cercando Bradamante per il mondo, Rambaldo doveva pure arrivare fin qui.
Sento la voce della sorella guardiana che risponde: "No, soldato, qui non ci sono guerriere, ma solo povere pie donne che pregano per scontare i tuoi peccati."
Ora sono io che corro alla finestra e grido: "Sì, Rambaldo, sono qui! Aspettami! Sapevo che saresti venuto! Ora scendo, partirò con te!" È in fretta mi strappo la cuffia, le bende claustrali, la sottana di saio. Traggo fuori dal cassone la mia tunichetta col l'ortopazio, la corazza, gli schinieri, l'elmo, gli speroni, la sopraveste pervinca. "Aspettami, Rambaldo! Sono qui, io, Bradamante!"
Sì, libro. Suor Teodora, che narrava questa storia, e la guerriera Bradamante, siamo la stessa donna. Un po' galoppo per i campi di guerra, tra duelli e amori, un po' mi chiudo nei conventi meditando e vergando le storie occorse per cercare di capirle. Quando venni a chiudermi qui, ero disperata d'amore per Agilulfo. Ora ardo per il e appassionato Rambaldo. Per questo la mia penna, a un certo punto, si è messa a correre incontro a lui. Correva, sapeva che non avrebbe tardato ad arrivare.
La pagina ha il suo bene solo quando la volti e c'è la vita dietro che spinge e scompiglia tutti i fogli del libro. La penna corre, spinta dallo stesso piacere che ti fa correre le strade. Il capitolo che attacchi e non sai ancora quale storia racconterà è come l'angolo che svolterà, uscendo dal convento, e non sai se ti metterà faccia a faccia con un drago, uno stuolo barbarico, un'isola incantata, un nuovo amore. Corro, Rambaldo, non saluto nemmeno la Badessa, già mi conoscono e sanno che dopo zuffe e abbracci e inganni ritorno sempre a questo chiostro. Ma adesso sarà diverso. Sarà dal raccontare al passato e dal presente che mi prendeva la mano nei tratti concitati. Ecco, ho futuro. Sono salita in sella al tuo cavallo. Quali nuovi stendardi mi levi incontro dai pennoni delle torri di città non ancora fondate? Quali fiumi di devastazioni dai castelli e dai giardini che amavo? Quali imprevisti età del loro prepari tu, mal padroneggiato, tu, fuoro di tesori pagati a caro prezzo, tu, mio regno da conquistare? Futuro.