Transcription
bnz, io sono l'interprete incaricato di effettuare la traduzione della professoressa. Ma, fa Nasdaq, che è con noi questa sera, vorrei dare il benvenuto a nome della Fondazione Circolo dei Lettori di Torino, e a nome, ovviamente, del Festival del Classico, ma anche a nome della casa editrice Il Mulino, presso la quale la professoressa Nuns Dow ha pubblicato questo meraviglioso libro che io ho letto con tantissimo interesse: "La monarchia della paura", che è uno dei moltissimi libri che la professoressa ha pubblicato nel corso della sua carriera. Non c'è bisogno di presentarvela.
Devo fare un ulteriore ringraziamento a tutti i ragazzi del Liceo Classico Viviani di Roma, del Liceo Scientifico Galileo Ferraris di Torino, del Liceo Classico Cavour di Torino, del Liceo Carlo Alberto di Novara, del Liceo Mamiani di Roma, del Liceo Italiano di Madrid (abbiamo anche loro in linea questa sera), del Liceo Gioberti di Torino, D'Azeglio di Torino, e Einstein di Torino, e degli altri licei che ci seguiranno naturalmente. Io non indugio ulteriormente.
"La paura è il veleno della democrazia. Le emozioni sono importantissime, non devono suscitare incertezza, ma speranza." La professoressa Nuns Town è una filosofa del diritto, si occupa di etica, diritti umani, di filosofia antica e di emozioni. E con gioia che dò la parola a lei.
Da Floris speak.
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Si no.
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Bene.
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Cos'è?
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No.
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House.
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Tempo.
City expo.
Sicuri con chi?
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Keeping.
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Peschiera.
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Bene.
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7.
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Costringere i consensi, insomma, roba tipo. Ecco, quindi che la boxe of Nike junior lecture de l'humanité include religiose safety day. Ben spies Galileo from dust and used public politico group, genere from the change and discrimination political context, arroway timing a john of eating women, non ho chiuso lifting women, del over rund chelsea relations and women at work. Schaber Atlantis Holsbeeck antenati ci porti nation debt crisis and I think you'll read next win for life as many others to understanding and racing action and all the way 20 lingue concept. Thank you very much.
Di Circolo dei Lettori, fronti rino, Il Mulino publish del classico da festival of humanity. Grazie a tutti voi.
E allora, io mi appresto, dopo aver salutato la professoressa Nuns Found, a effettuare la traduzione della sua interessantissima conferenza intitolata "Paura, ira e minaccia alla democrazia". La professoressa dice: "Inizio con una tragedia greca sulla fondazione della democrazia e, come vedremo, è molto attinente al momento attuale."
L'epilogo dell'Orestea di Eschilo vede due trasformazioni attuarsi nella città di Atene: una famosa, l'altra spesso trascurata. Nella trasformazione famosa, Atena introduce le istituzioni legali a sostituire e porre fine al ciclo di vendette sanguinose, creare un tribunale legale che stabilisca sulla base del diritto una procedura basata sui denti probatori e su argomentazioni basate sul diritto, e una giuria tirato a sorte fra i cittadini di Atene. E quindi, nel far ciò, annuncia che i fatti di sangue verranno quindi composti d'ora in poi, secondo la legge, e non dalle Furie, che erano le antiche divinità della vendetta.
Tuttavia, le Furie non vengono semplicemente licenziate. Atena, al contrario, le convince a fare parte della città e assegna loro un posto d'onore, riconoscendo loro l'importanza che hanno nell'ambito del benessere della città in senso classico. Quindi, la mossa di Atena si intende come un riconoscimento che nell'ordinamento giuridico si debbano incorporare e onorare anche le passioni cosiddette retributive, quelle che si basano sulla vendetta. Queste stesse passioni rimangono immutate, semplicemente si costruisce intorno ad esse una nuova residenza. Le Furie accettano così di agire secondo le limitazioni dettate dalla legge e, tuttavia, mantengono la loro natura oscura e vendicativa.
Tuttavia, questa interpretazione ignora la seconda trasformazione, la trasformazione insita nel carattere stesso delle Furie. All'inizio del dramma, le Furie vengono descritte come esseri repellenti e orribili. Si dice siano nere e disgustose e dai loro piccoli un liquido orrendo. Apollo arriva addirittura ad affermare che vomitino coaguli di sangue ingeriti dalle loro prede. Dice che appartengono ad una razza barbara e tira una novel regnano la crudeltà e non smentiscono questa cupa descrizione neppure quando si risvegliano, come le definisce il fantasma di Clitennestra, che fu assassinata. Non parlano, ma emettono semplicemente url animalesche, gemendo e piangendo. E quando parlano, dicono solo: "Prendilo, prendilo!", come fosse il grido del predatore che cacciava sua preda.
Allora, come dice Clitennestra nel sogno, "si caccia la preda e si abbaia come un cane da caccia che segue il sentiero del sangue". Se poi alle Furie viene concesso un discorso poetico più in là, proprio come richiesto dal genere del dramma, non bisogna comunque mai dimenticare questa loro caratterizzazione iniziale. Eschilo ha semplicemente descritto rabbia incontenibile, ossessiva e distruttiva, e che esiste solamente per infliggere il dolore e malessere. L'idea di Apollo, invece, è che questa razza selvaggio e rabbiosa appartenga ad un altrove. Certo, non ha una democrazia rispettosa delle leggi. Senza cambiare queste Furie, non avrebbero mai potuto avere a che fare con la fondazione di un ordinamento legale. In una società impegnata a fare rispettare lo stato di diritto, non si possono quindi mettere in gabbia cani randagi e poi dire che si stia facendo giustizia.
Ma le Furie non lasciano intatta la transizione verso la democrazia. Fino a molto in là nella rappresentazione, rimangono fedeli alla loro bestialità. Continuano a minacciare di sversare il loro veleno sulla terra ovunque. Allora Atena le convince a modificarsi per potere, anche se fare parte della sua impresa. "Concedetevi una pausa dall'aspra forza della vostra ondata di rabbia oscura", dice loro. Ma certo, ciò sta a significare un cambiamento virtuale d'identità, dal momento che sono così incrollabilmente legate alla forza ossessiva dell'ira. Le invita quindi ad abbracciare la democrazia, a occupare un posto d'onore, addirittura, e un posto estremamente di rispetto da parte dei cittadini, ma solo a condizione che adottino una serie di sentimenti diversi, sostituendo la vendetta con la benevolenza futura. Forse, e ancora più profondamente di ogni altra cosa, debbano ascoltare la voce della persuasione.
Loro accettano questa offerta e si esprimono con un intento acquiescente. Dichiarano che ciascuna darà generosamente all'altra quello che può, con in mente l'amore comune. Quindi, non è sorprendente che vengano trasformate anche fisicamente. In questa luce, apparentemente, assumono una postura eretta nel corso della processione che conclude il dramma e ricevono vesti e cremisi da un gruppo di cittadini che li scorta. Sono divenute ateniesi e non più veste. Anche il loro stesso nome viene cambiato: ora si chiamano "gentili e umani", non più.
Questa seconda trasformazione è significativa quanto la prima. È davvero cruciale per il successo della prima trasformazione. Eschilo mostra che un ordinamento giuridico democratico non può semplicemente ingabbiare la rabbia retributiva e vendicativa, ma deve fondamentalmente trasformare in un che di disumano, ossessione e di sete di sangue, in qualcosa di umano, insomma, che accetti la ragione, e in qualcosa che protegga e non minacci la vita. Le Furie ci sono ancora, il mondo è imperfetto e ci saranno sempre reati da dover redimere. E tuttavia, non sono più accettabili o non possono esistere più nella loro forma primigenia. Devono divenire strumenti di giustizia e di benessere per l'umanità. La città viene quindi liberata dal flagello dell'ira vendicativa che produce conflitti. Invece, la città ottiene giustizia lungimirante.
Come le democrazie moderne, l'antica democrazia greca aveva il problema dell'ira. Leggete gli storici e troverete descrizioni tutt'altro che remota: persone che litigano in modo ossessivo contro altri accusati di averli indotti in errore, gruppi che accusano altri gruppi di mancanza di potere, o cittadini che accusano politici famosi o altre élite di svendere i valori più fondanti della democrazia, o altri gruppi ancora che accusano ospiti stranieri e anche le donne a casa come causa delle proprie idee politiche o personali. L'ira che i greci e più tardi i romani dimostrano di conoscere così bene, era una rabbia piena di paura della propria vulnerabilità di esseri umani.
Il filosofo romano Lucrezio dice addirittura che l'ira per la politica sia una tracimazione della paura del terrore che caratterizza ciascun infante che nasce in un mondo e si trova senza capacità e che, diversamente da tutte le altre specie animale, non sa far nulla in modo indipendente per riuscire a rimanere in vita. Lucrezio nota anche che con il prosieguo della vita, la vulnerabilità continua o addirittura aumenta, poiché a un certo punto la consapevolezza della morte ci colpisce tutti pesantemente e fa sì che ci si renda conto della nostra totale vulnerabilità rispetto alla cosa più importante di tutte. Questa paura, sostiene, peggiora tutto, portandoci a situazioni negative in politica alle quali siamo destinati a tornare.
Tuttavia, per il momento, concentriamoci sull'ira. I greci e i romani erano usi all'ira, ma, come il raffinato studioso classico William Harris ci mostra nel suo prezioso libro "Restraining Rage", non accettavano o non valorizzavano la rabbia. E in effetti, attraverso le Furie, tendevano ad addossarle alle donne, che vedevano come mancanti di raziocinio. Tuttavia, nonostante pro gastro esprimessero la rabbia, lanciarono una battaglia culturale per sconfiggerla, poiché la consideravano come elemento distruttivo del benessere umano e delle istituzioni democratiche.
La prima parola dell'Iliade di Omero è proprio "ira", l'ira di Achille, che portò dolori a migliaia agli Achei. E questo epilogo è foriero di speranza nell'Iliade e presuppone che Achille rinunci all'ira e si riconcili con il suo nemico Priamo, poiché entrambi riconoscono la fragilità della vita umana. Bene, c'è la convinzione da parte mia che sia i greci che i romani abbiano ragione. La rabbia avvelena la politica democratica ed è ancor peggio quando è alimentata da una paura nascosta ed ha un senso di impotenza.
Concludo dicendo che dobbiamo opporre resistenza all'ira, sia quando ci tocca personalmente, sia nell'ambito della nostra cultura politica. Tuttavia, questa è un'idea radicale che crea forte opposizione, poiché la rabbia, in tutta la sua stranezza, è comunque un'emozione assai diffusa. Sono in molti, infatti, a pensare che sia impossibile occuparsi attivamente di giustizia senza arrabbiarsi per le ingiustizie, e che l'ira dovrebbe anzi essere caldeggiata, in quanto parte di un processo di trasformazione. Sono anche in molti a credere che sia impossibile che chiunque possa perorare il rispetto nei confronti di se stessi, cioè sappia farsi rispettare, in altre parole, senza l'ira, e che chiunque reagisca a malefatte, a insulti, senza mostrare ira, non abbia spina dorsale e possa quindi venire bellamente calpestato.
Bene, queste idee non si limitano solo alla sfera dei rapporti personali. La posizione odierna più diffusa nel diritto penale è proprio il retributivismo, vale a dire che la legge deve punire l'aggressore in modo da incorporare lo spirito di un'era giustificata. Ed esiste anche la diffusa convinzione che per poter vincere grave ingiustizia sia necessaria la rabbia come elemento vincente. Possiamo anche continuare a sostenere uno scetticismo come quello che sosteneva Eschilo, ricordando che negli anni recenti ci sono stati tre nobili movimenti libertari che hanno avuto molto plauso, e tutti guidati da uno spirito contrario all'ira: quello di Mahatma Gandhi, quello di Martin Luther King Jr., e quello di Nelson Mandela. Sicuramente sono stati tre figure che hanno saputo perorare il rispetto per sé e per gli altri, e che non si sono mai piegati all'ingiustizia.
Ora, allora, vorrei discutere sul fatto che un'analisi filosofica dell'ira ci può venire in aiuto per sostenere quelle filosofie basate sull'assenza di ira, e mostrando perché essa sia, da un punto di vista normativo, una mancanza fatale, talvolta incoerente, e talvolta basante su valori negativi, e specificatamente velenosa se usata per distrarre l'attenzione dai problemi reali che si sentono incapaci di risolvere coloro che dovrebbero.
Allora, parliamo di queste radici dell'ira, parliamo di collera ed idee di ingiustizia. Torniamo brevemente a quel neonato brillantemente descritto da Lucrezio. I neonati, come si sa, non provano ira come la intendiamo noi, perché l'ira richiede un pensiero causale: "Qualcuno mi ha fatto qualcosa di male", ad esempio. Tuttavia, è abbastanza rapidamente questa idea si insinua in noi crescendo. "Chi è deputato alla mia assistenza non mi sta dando ciò di cui ho disperatamente bisogno", sembra dire il nostro neonato. "Sono loro, quindi, i colpevoli. Colpa loro." Freddo se sono bagnato, se sono affamato, d'aver è approdato ad essere accudito, nutrito, tenuto in braccio. Portano velocemente ad aspettative, e le aspettative conducono a richieste. L'amore è istintivo che abbiamo nei nostri stessi confronti ci sta a segnare valore alla nostra sopravvivenza e anche al nostro benessere. Tuttavia, se veniamo minacciati e ci sentiamo minacciati dal prossimo, perché ci rendiamo conto che non sta facendo ciò che noi vogliamo, che non sta soddisfacendo le nostre aspettative, quindi coloro che ci circondano ci ignorano, beh, sorge naturalmente un problema.
La psicoanalista Melanie Klein definisce queste reazioni emotive persecutorie nei lattanti e nei bimbi come "ansia persecutoria", perché, se trattasi di paura, ma mista all'idea di una vaga minaccia che proviene dall'esterno. Io preferisco chiamarla "paura rabbiosa" o "paura del biasimo". Se non ci sentissimo impotenti, ci procureremo ciò di cui noi necessitiamo. Poiché, almeno all'inizio della nostra vita, siamo completamente impotenti, dobbiamo quindi affidarci agli altri, che non ci danno sempre ciò di cui noi abbiamo bisogno. E quindi, noi ci scateniamo liberamente nel poterli biasimare, in un certo senso, a protestare e farsi sentire. Sono due azioni positive, costruiscono un mondo in cui si abbia un ordinamento a seconda dello scopo da perseguire e di cui siamo agenti, e anche sostanziati di richieste. La mia vita, le cose dovrebbero essere fatte in modo che io sia felice e che i miei bisogni trovino soddisfazione. Se ciò non accade, ebbene, bisogna addossare la responsabilità a qualcuno.
Tuttavia, la rabbia di tipo retributivo troppo spesso infesta il pensiero con il colpevolizzare, e spesso addirittura con l'idea della punizione, cioè le persone che noi biasimiamo debbono, secondo noi, soffrire per ciò che hanno fatto. Lo psicologo Paul Bloom ha mostrato come il pensiero retributivo compagna assai presto nella dieta dell'infante, anche prima che si inizi a far uso della lingua. I bimbi sono contentissimi quando vedono il famoso cattivo, per esempio, una marionetta che ruba qualcosa a un'altra marionetta, e che quindi viene presa a bastonate. Bloom lo definisce un senso precoce di giustizia. Io preferisco definirlo come il fatto che le Furie ci abitano tutti, e che sicuramente non hanno nulla a che vedere con la giustizia. Questa idea infantile somiglia, infatti, moltissimo alla legge del taglione, al famoso "occhio per occhio". Non è difficile immaginare che la mera idea del pagare in proporzione a ciò che si è perpetrato abbia un'origine primigenia e forse anche evoluzionistiche. A chiamarla un'idea di giustizia è un bell'azzardo, e io non credo sia proprio il caso di farlo qui.
Però, proviamo a definire l'ira. Facciamo ora un balzo nell'età adulta di un essere umano. Ora, se sperimenta, si esprime non solo quell'ira primigenia, ma anche proprio l'ira nella sua interezza. Ma che cosa è l'ira, in fondo? Ai filosofi, ovviamente, piace dare delle definizioni che siano utili a chiarirci le idee, e in questo caso a separare le parti potenzialmente costruttive della rabbia rispetto a quelle che non conducono a nulla, anzi, solo a problemi. E ritornando ai greci, parliamo della definizione aristotelica, poiché praticamente, diciamo, che tutte le definizioni di rabbia nell'ira nel mondo filosofico occidentale sono ritagliate dalla sua.
Secondo Aristotele, quindi, l'ira è una reazione a un danno significativo a qualcosa o qualcuno a cui si tiene, e un danno che la persona vittima del danno stesso ritiene le sia stato indebitamente perpetrato contro. Aristotele aggiunge, quindi, anche che, benché la rabbia sia dolorosa, contiene anche una piacevole speranza di riscatto o di retribuzione. Quindi, danno notevole che colpisce i nostri valori o circoli affettivi, e illiceità. Questi due elementi sembrano assolutamente incontrovertibili. Queste componenti dell'ira possono essere errate in modi specifici e magari localmente riscontrati. Possiamo, per esempio, esserci sbagliati nel determinare chi abbia perpetrato l'azione negativa, o quanto fosse importante, se compiuta con illiceità invece che accidentalmente. E sembrano entrambi raggiungibili, entrambi veri e incontrovertibili.
Certo, è più controversa l'idea che la persona che mostri ira voglia un qualche tipo di ritorno, e che ciò sia una porta concettuale di ciò che l'ira stessa. Tutti i filosofi occidentali che parlano di ira includono questo desiderio come elemento concettuale. E comunque, dobbiamo stare qui una pausa, poiché non è che tutto sia poi così ovvio. Dobbiamo capire che il desiderio di ritorsione, di retribuzione, può essere molto sottile, vale a dire, chi produrrà ira o chi è arrabbiato non deve necessariamente vendicarsi. Potrebbe anche solo desiderare che sia la legge a punire il malfattore, o magari anche qualche tipo di giustizia divina, oppure, ancora più sottilmente, potrebbe desiderare che la vita futura del malfattore vada male, il futuro, sperando, ad esempio, che il secondo matrimonio del marito infedele vada catastrofe. Beh, certo, e credo che se ci sforziamo di capire il desiderio in questa sua ampia accezione, possiamo quindi dare ragione ad Aristotele.
Vi era contiene una sorta di tendenza positiva vendicativa, e ciò costituisce la differenza rispetto al dolore compassionevole. Gli psicologi contemporanei che studiano la rabbia sono empiricamente d'accordo con Aristotele nel vedere questo doppio movimento: da dolore si passa a speranza. Tuttavia, dovremmo capire che le due componenti della rabbia possono anche essere distinte. Possiamo approvare estrema ira di fronte a un atto o a uno stato di cose ingiusto, senza per questo voler essere in qualche modo risarciti da chi o per ciò che è stato fatto, o da chi ha perpetrato questo dono. Direi che la parte che riguarda l'ira sia valida a livello personale e sociale, quando ciò in cui crediamo sia corretto, dobbiamo riconoscere gli illeciti e protestare, esprimendo la nostra preoccupazione per la violazione di una norma importante. E credo ci sia una specie di ira che è avulsa dal desiderio di vendetta, e che si possa riassumere nella sua interezza in: "C'è una specie di scandalo, bisogna fare qualcosa". Ecco, io definisco tutto ciò la rabbia transitiva, perché transiente, perché esprime una protesta, ma sempre guardando avanti, cioè si guarda alla soluzione, invece che rimanere concentrate su infliggere un dolore retrospettivo.
Prendiamo genitori e figli. I genitori spesso hanno la sensazione che i figli abbiano compiuto un illecito, e quindi si dicono scandalizzati, vogliono protestare contro ciò che è stato fatto di errato, e in qualche modo ritenerne la propria prole responsabile. Di solito evitano, però, una ritorsione vendicativa, almeno oggi sono portati a non pensare in termini di "adesso devi soffrire a causa di ciò che hai fatto", come se di per sé fosse una reazione adatta. Invece, tendono a chiedersi quale sorta di reazione possa produrre un miglioramento futuro nel comportamento del proprio figlio, della propria figlia. In genere, non si chiede un ritorno doloroso, quindi, un certo, non si invoca la legge del taglione, non si dice "occhio per occhio". Se il piccolo picchia il proprio compagno o compagna di giochi, i genitori non picchiano a loro volta il piccolo per impartire una lezione sulla base di "ecco, questo è ciò che ti meriti". Invece, sceglieranno strategie che sono sufficientemente ferme, in modo tale da carpire l'attenzione del bimbo, dell'azienda, e in modo tale da poter esprimere chiaramente cosa sia stato fatto di errato, dando suggerimenti positivi anche per il futuro. Quindi, i genitori che provano affetto nei confronti dei figli, in genere provano la sensazione dello scandalo compiuto, senza tuttavia imporre una ritorsione, proprio perché amano i loro figli.
Ecco il punto di avvio della mia proposta, diciamo, per pervenire ad una società democratica, è una situazione in cui, io temo, che non si amino sempre i propri concittadini. Bene, tuttavia, insiti nella natura umana sono quei desideri retributivi, corroborati da alcune delle principali religioni, per certi aspetti, e da molte culture laiche, per altri, benché denunciati da radicali religiosi e sociali, quali Gesù, Wood e Gandhi. Allora, possono esserci stati utili in situazioni pre-sociali come deterrenti alle aggressioni. Ma l'idea che dal dolore dei gal bene, e si è alleviato questo bene dal dolore, anche se estremamente diffusa, è una dell'utente finzione. Uccidere l'assassino non riporta in vita il cadavere, anche se la richiesta di pena di morte è in questo momento sostenuta da molte famiglie delle vittime di omicidio, almeno nel mio paese, quasi che, in una certa misura, si ristabilisse un certo equilibrio uccidendo il perpetratore del delitto.
Allora, dolore chiama dolore, è un'idea semplice ma fittizia, e crea più dolore invece che risolvere il problema. E come disse Mahatma Gandhi: "Occhio per occhio finirà per accecare tutto il mondo". La voglia di ritorsione esiste in tutte le situazioni. Prendiamo il divorzio. I coniugi traditi spesso si sentono in diritto di volere composizioni punitive delle proprie vertenze e accordi di custodia dei figli, per esempio, quasi che fosse loro dovuto, e quasi che una ritorsione punitiva potesse riportare un equilibrio di forze e ridare dignità a chi l'ha persa. Nella vita reale, tuttavia, la funzione della ritorsione di solito è assai meno benigna. Due rimangono intrappolati nella lotta dolorosa, si riporta tutto indietro nel tempo, e spesso ci si infligge una serie di enormi danni collaterali, non solo a se stessi, ma ai propri figli, ai propri amici, ai propri parenti. Alla fine, diciamo che chi tradisce può anche ricevere la propria dose di punizione, ma poi, alla fine, a che serve il tutto? In genere, non migliora la vita di colui che litiga, e ponendo ossessivamente l'accento sul passato, si precludono nuove possibilità e spesso si diviene semplicemente più sgradevoli e inutilmente acrimoniosi.
La vendetta è brutta, come ci mostra Eschilo nel suo ritratto delle foglie. Chi vuole ritorsioni, cerca, se di città futura e rispetto per sé. La ritorsione, quindi, di per sé, non porta mai a ciò, anzi, in genere peggiora il mondo per tutti. Aspettiamo un minuto, però. Siamo tutti d'accordo nel considerare gli illeciti, qualora abbastanza gravi, come atti da punire, e la posizione è in genere dolorosa. Bene, dovremmo essere d'accordo nel dire che la posizione dovrebbe anche essere spesso utile. Ma perché? E come, allora, potremmo vedere la punizione in ambito retributivo, proprio come il ritorno rispetto a ciò che è accaduto? Ecco l'atteggiamento che ho criticato, che provoca molta negatività nella società e che porta a una misera e terribile strategia nel mettere una situazione di miseria accanto a un'altra altrettanto misera, quasi a compensazione del danno o del reato perpetrato.
C'è una soluzione migliore, secondo me, il più simile a quella adottata dal buon genitore. Ad esempio, potremmo guardare al futuro e produrre una società migliore, usando una punizione per esprimere il valore che noi assegniamo alla vita umana e alla sicurezza, perché sia un deterrente affinché non si commetta più lo stesso crimine. Speriamo, facendo in modo che quella persona non lo commetta più, o almeno rendendo il tarp e tratore del crimine incapace di perpetrarlo ancora. Bene, se decidiamo di sposare questo punto di vista, vale a dire migliorare il nostro futuro, probabilmente possiamo arrivare a pensare molte altre cose prima di pensare concentrandoci solo sulla punizione, proprio come fa il buon genitore. Pensiamo che non si faccia sempre solo del male, e che vi sia amore e rispetto, a condizione che, ovviamente, si abbia cibo a sufficienza, istruzione e benessere fisico, e che si possa intravedere una serie di possibilità in futuro. Quindi, pensare al reato ci deve portare anche nella direzione di creare una società in cui si abbiano meno incentivi nel commettere questo reato, e nell'eventualità in cui il reato venga perpetrato, nonostante gli sforzi per evitarlo, ebbene, questa cosa sia gestita in modo tale da poter conservare una prospettiva di miglioramento futuro.
C'è ancora una parte della nostra discussione che riguarda la definizione di Aristotele. Dice che la rabbia potrebbe essere sempre una reazione non a un danno del passato, ma a una situazione in cui ci sentiamo sminuiti. Non sembra che sia sempre così. Diciamo che io posso provare rabbia per i miei stati degli altri, senza pensare che loro sminuiscano me. In epoca più tarda, in effetti, altri filosofi si avvalgono della definizione aristotelica senza tener conto di questa restrizione. L'ira può essere una reazione a qualsivoglia misfatto, non solo a un'offesa dello status di qualcuno. Rifacciamoci, comunque, all'idea di Aristotele, poiché abbastanza sorprendentemente, riguarda molti casi di ira, come sottolinea la ricerca empirica. L'idea riguardante la situazione dell'individuo, il suo status, come si dice, è importante, perché costituisce, credono, l'eventualità in cui la ritorsione sortisce la soluzione che si vuole. Cioè, se il punto non è l'omicidio, o il furto, o la violenza sessuale, ma solo come il come abbia toccato il proprio status relativo rispetto al resto del mondo, allora, facendo precipitare il malfattore, automaticamente si eleva se stessi. E se lo stato relativo a sé è l'unica cosa di cui ci importa, non c'è motivo di preoccuparsi che i danni sottesi a causa di questo misfatto, che si tratti di omicidio, di violenza o di furto, non porti a nulla di buono. Se si pensa solo al proprio stato, allora la ritorsione ha senso. Molti la pensano così, e ciò potrebbe costituire una spiegazione del perché la ritorsione sia così diffusa, e del perché una via d'uscita così insensata rispetto allo scopo di rendere un futuro migliore sia pensata da così tante persone.
Ma che cosa non funziona nell'idea nel concetto di status relativo? Nella Grecia antica era piuttosto comune concentrarsi sul proprio, sulla propria situazione, sul proprio stato. Ciò spiega l'ira di Achille, per esempio, quando Agamennone lo insulta portandogli via quella che lui considerava la sua donna. L'attenzione sulla situazione del singolo era piuttosto comune anche al momento della fondazione degli Stati Uniti. Vediamo bene a quello che dice Hamilton, oppure l'opera brillante di Lin-Manuel Miranda ce lo ricorda molto bene. In effetti, i codici elaborati, e parlo dei codici d'onore di status, hanno condotto ad un costante stato d'ansia e a molti duelli per reagire a queste sedicenti insulti. La cosa errata relativa all'ossessione dello status è che la vita non è fatta solo di reputazione, ma si basa anche su cose assai più sostanziali: sull'amore, sulla giustizia, sul lavoro, sulla famiglia. Sappiamo tutti, quindi, che oggi molti di noi sono ossessionati da cosa gli altri pensino di noi, e siamo costantemente quindi su internet per controllare che ci stia insultando, ci abbia insultato, e i social stimolano questa ossessione. Ci si insulta, si contano i like, si controllano i plus e il plauso che si raccoglie, eccetera. Insomma, visto che viviamo sempre più secondo come gli altri ci vedono, sempre più le nostre vite sono soggette ai giudizi, a valutazione in positivo e negativo. Ma questa ossessione non è forse un'indicazione di una situazione di insicurezza? E non aumenta forse l'insicurezza, poiché chi passa la vita a cercare disperatamente segni sfavorevoli, alla fine per forza ne troverà alcuni? È ugualmente importante, questa ossessione sul proprio status, non è un modo per sviare l'attenzione da valori assai più importanti?
Ecco, chiediamoci queste cose. Noterete che l'ossessione relativa allo status è diversa e fa accento sulla dignità umana e sul rispetto di sé, poiché la dignità appartiene a chiunque e tutti abbiamo uguale dignità. Quindi, la dignità non è un modo per stabilire una gerarchia, e nessuno può supporre che infliggendo umiliazione a qualcuno si possa in qualche modo sminuire la mia dignità. Bene, la dignità, diversamente dalla reputazione e dalla fama, è uguale per tutti ed è inalienabile.
Insomma, per riassumere, abbiamo considerato tre modi sulla cui base l'ira si svia dalla cosiddetta retta via. Ci sono gli errori, o di, insomma, l'ira si può guidare su un sentiero paludoso. Si può guidare in modo erroneo se, per esempio, noi ci basiamo su delle informazioni fallaci rispetto a chi ha fatto che cosa, chi, o per esempio, se questo atto negativo perpetrato sia stato davvero scientemente fatto con in mente di perpetrare un illecito, oppure invece è stato semplicemente perpetrato accidentalmente, e anche per esempio, se ci si basa su una confusione rispetto a quello che è il senso di dare importanza alle cose, dal momento che quando di solito noi siamo in preda dell'ira, ovviamente siamo inclini a compiere questi errori, perché agiamo sotto l'impulso dell'ira stessa.
Poi c'è un'altra tipologia del ruolo, è quello imputabile, come dicevo prima, allo status e, insomma, se noi continuiamo a pensare in termini al di stato relativo al solo a noi stessi, continueremo semplicemente a focalizzare la nostra attenzione sull'esclusione delle altre cose, di tutto ciò che ci circonda. Ebbene, questo errore è davvero un errore di capitale importanza da tenere in considerazione, perché compiendo questo errore, non si dà particolare valore a ciò che davvero è importante.
Poi c'è la terza tipologia di errore: l'errore che di fatto si basa sulla ribalza. Allora, il fine, no? Noi molto spesso cosa facciamo? Ci comportiamo in modo illecito, cioè comportiamo male, quando noi pensiamo semplicemente in termini retributivi, cioè semplicemente in termini di vendetta. Per esempio, quando pensiamo che "chiodo schiaccia chiodo", che il dolore può essere solo eliminato con il dolore, che la morte richiede morte e chiama morte, eccetera. Allora, quando noi, in effetti, pensiamo che infliggere il dolore possa risolvere i problemi del passato, bene, sbagliata questa cosa, totalmente irrazionale. Non possiamo basarci semplicemente su pensare, il convincerci che per magia e per sulla base, sulla scorta e il brivido del nostro pensiero, possiamo risolvere questo tipo di problemi e che le situazioni ora per allora possano cambiare. Però, diciamo che tutta questa tipologia di anomalie è parecchio comune, e soprattutto, direi, nell'ambito della vita politica.
Poi c'è un'altra considerazione da fare: l'ira è proprio figlia della paura. L'ira è un'emozione distinta, quindi, presumo, non è tutta una serie di pensieri distintivi. Allora, di fatto, che cosa succede? Possiamo dire che l'ira sia proprio figlia della paura? Ma come mai, allora, in prima battuta, ovviamente, noi non siamo mai stati toccati da grandi vulnerabilità? E allora, se non lo siamo mai stati, probabilmente non avremmo mai trovato la vera ira. Lucrezio, per esempio, ha immaginato che gli dèi stiano degli esseri che sono assolutamente perfetti, completi, al di là del nostro mondo, e lui sosteneva: "Non sono schiavi della gratitudine e non sono neppure colpiti dall'ira". Allora, se l'ira è una reazione a un danno considerevole che viene inflitto da qualcun altro a noi, o a qualcuno, a qualcosa a cui noi teniamo in particolare, allora la persona che è completa, colui che non può essere soggetto a danno perché forte, non ha spazio per l'ira.
Di fatto, per esempio, le immagini di un giudeo-cristiane dell'ira divina presuppongono l'immaginazione che Dio, che ama gli esseri umani, come dire, scateni la sua ira quando li vede così vulnerabili a cattivi comportamenti. Alcuni riformatori della morale ci hanno invitati a diventare proprio come gli dèi di Lucrezio. E gli stoici greci pensavano che dovessimo imparare, per esempio, a non curarsi dei beni della fortuna, dei beni terreni, e quindi, in effetti, dovremmo essere scevri da tutto quello che noi non controlliamo e che potrebbe essere potenzialmente dannoso. In quel modo, ci saremmo liberati dalla paura, in quel modo non avremmo più avuto la possibilità di essere vittimizzati dall'ira. E bene, diciamo che ciò in cui credeva Mahatma Gandhi è molto vicino all'atteggiamento e o il comportamento degli stoici.
Il problema, comunque, è: che cosa succede se noi perdiamo la paura? Perdiamo anche l'amore. Allora, ovviamente, non c'è nulla che ci renda più vulnerabili che amare un'altra persona, o amare il proprio paese, nel senso che si possono essere tutta una pletora di situazioni che non vanno nella direzione che noi speriamo. Allora, pensate semplicemente in sei mesi, Cicerone, filosofo e politico romano, perse le due cose a cui teneva di più di tutte al mondo: sua figlia Tullia, che morì in giovanissima età, e la Repubblica Romana, che purtroppo venne ad essere vittima della tirannia. Allora, anche se tutti i suoi amici erano assolutamente convinti che questa sua dimostrazione di lutto e di dolore fosse eccessiva, insomma, lo limitassero ad essere un vero e proprio storico, beh, lui rispose al suo migliore amico Attico che non riusciva a non soffrire questo lutto, e soprattutto che era assolutamente convinto che non dovesse far nulla per non soffrire, ma quasi meritasse, si meritasse di vivere questa sofferenza a pieno.
Quindi, come dire, abbracciare l'amore significa anche dover abbracciare in pieno una sofferenza. Quindi, la soluzione che prevede la scomparsa sia della paura che dell'ira, così cancellandola come si farebbe con una parola scritta sulla lavagna, beh, non è una soluzione accettabile, perché se vogliamo mantenere l'amore, dobbiamo anche mantenere il sentimento e l'emozione della paura. E anche se questo non significa necessariamente mantenere l'ira, significa che è come dire, molto più complicato vincere la battaglia contro l'ira, nel senso che l'ira non è semplicemente una precondizione necessaria, un presupposto necessario, ma è anche proprio un avvelenamento che di fatto capita sulla brivio e sulla scorta di queste quattro tipologie di errori che noi siamo molto inclini a compiere. E quindi, per esempio, quando siamo spaventati, per veniamo immediatamente a delle conclusioni e non ci diamo il tempo di pensare attentamente, per esempio, a chi abbia fatto che cosa e perché questo atto sia stato perpetrato.
Allora, quando i problemi sono particolarmente complessi e le loro cause non sono altrettanto profondamente, insomma, sviscerate, per esempio, questo capita con i problemi di ordine economico, beh, la paura spesso ci porta a lamentare e accusare altri individui o gruppi, e quindi, ecco la caccia alle streghe, invece che fermarci un attimo e cercare di capire perché le cose accadono. La paura è anche un grande nutrimento dell'ossessione che noi possiamo avere, di cui soffrire, proprio relativamente al nostro status, alla nostra situazione. Quando, per esempio, ci sentiamo più grandi degli altri, beh, ecco, noi pensiamo di essere invincibili, indistruttibili. Però, quando in effetti si protegge la vulnerabilità del nostro ego con dei pensieri particolarmente incentrati sulla nostra situazione di singoli, ecco, si può essere molto facilmente portati a essere in rosi e quindi a essere vulnerabili. Dobbiamo quindi cercare in tutti i modi di ristabilire questo controllo e questa dignità che non è da uno perso.
Per esempio, Lucrezio cosa fa? Si traspone tutte le guerre sotto forma di paura, cioè ammette l'ovvia possibilità che una guerra sia possa essere causata da una reazione ragionevole ad una vera e propria minaccia alla nostra sicurezza nei nostri valori. Quindi, dovremmo comunque non accettare questa sua analisi così pienamente a occhi chiusi. Io non sono per il pacifismo, nel senso che non sono stati né i miei eroi primigeni, e parlo di Martin Luther King Jr., di Nelson Mandela. Gandhi, invece, credo abbia fatto un grande errore proprio abbracciando completamente l'idea del pacifismo. Ma ci sono anche le guerre giuste, come quella che io penso sia la Seconda Guerra Mondiale. E naturalmente, ci sono situazioni di aggressione, ci sono situazioni in cui, per esempio, episodi come il bombardamento di Dresda sono stati assolutamente immotivati, lì, se non come senso di vendetta.
Bene, i grandi leader capiscono che abbiamo bisogno di fortificare il nostro spirito. Dobbiamo protestare quando ci ritroviamo di fronte a un misfatto. E naturalmente, per esempio, cito il discorso brillante di Churchill, che disse: "Non ho nulla da offrirvi se non sangue, lacrime e sudore". Ecco, qui ci si riferisce piuttosto al pericolo, alla lotta, alla volontà di accettare un grande dolore per cercare di conservare i valori democratici. Ecco, qui Churchill non dice che eliminare i nazisti rimuoverà la minaccia che viene perpetrata contro la libertà. La libertà è meravigliosa, e dobbiamo essere preparati a soffrire per la libertà, ma dobbiamo anche focalizzare la nostra attenzione sulla difesa di ciò che noi amiamo, invece che a sversare, appunto, il nostro veleno sulla terra, come dice Eschilo parlando delle Furie. Insomma, diciamo che il discorso di Churchill è un modo per riuscire a far sì che poi gli alleati possano, in un secondo tempo, ricostruire la Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale, e in effetti, vedete che a posteriori, la Germania è diventata un alleato.
Ecco, io terminerei qui, in questo mio tentativo di traduzione, d'arte, della conferenza della professoressa Nuns Dow. Ha detto anche molte altre cose, sfortunatamente il tempo è tiranno. Spero di esservi stato utile nel darvi qualche informazione in più di sfondo, soprattutto per coloro di voi che non hanno la possibilità di comprendere al cento per cento l'inglese. La professoressa ha dato anche delle risposte molto interessanti sulla religione, sulle domande che le sono state poste. Magari faremo in modo, come Circolo dei Lettori o come, appunto, Festival del Classico, di poter bene dare in forma scritta. Per ora, vi ringrazio di essere stati con noi, e spero che sia stata una serata interessante. Grazie a voi, grazie al Circolo, grazie al Festival del Classico, e grazie al Mulino Editore. Buona serata.