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Il Principe – Machiavelli

Diario di Charlotte16:19

Transcription

Buongiorno, buon pomeriggio e buonasera. Questa è la terza lezione dedicata a Machiavelli e oggi parleremo del Principe. Prima, però, ricordatevi di lasciarmi mi piace qui sotto, di iscrivervi al canale e di seguirmi anche su Instagram. Mi trovate come diario di Charlotte.

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Nelle scorse lezioni abbiamo già dedicato una video lezione alla vita di Machiavelli, che vi lascio qui. Abbiamo poi analizzato brevemente le altre opere importanti di Machiavelli, come i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, ma anche la commedia La Mandragola, e vi ho dedicato un'altra videolezione. Oggi, però, parliamo dell'opera più importante, quindi del Principe di Machiavelli.

Mentre si trova all'Albergaccio, Machiavelli si dedica all'ozio letterario e scrive, per l'appunto, i Discorsi sopra la prima Deca e il Principe. Il titolo originale dell'opera doveva essere in latino e doveva chiamarsi De principatibus, quindi questo era il nome di un opuscolo. Ciò lo sappiamo dalla lettera a Francesco Vettori, nella quale dice Machiavelli di volerlo dedicare a Giuliano de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico.

Leggiamo ora la lettera al Vettore, 10 dicembre 1513: "E perché Dante dice che non fa scienza senza non ritenere lo avere inteso, io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto un opuscolo de principatibus, quindi qui il titolo del Principe, dove io mi profondo quanto io posso nelle congitazioni, quindi nelle riflessioni, di questo suggetto, disputando: che cos'è il principato, di quale specie sono, come si acquistano, come si mantengono, perché si perdono, e se vi piacque mai alcuno mio ghiribizzo, quindi così definisce la sua opera, questo non si dovrebbe dispiacere. Quindi, se vi piacciono i miei scarabocchi, questa, però, in particolare, non dovrebbe dispiacervi. E a uno principe, a un massimo, e un principe nuovo, dovrebbe essere accetto. Ma io lo indirizzo alla magnificenza di Giuliano, come abbiamo detto, Giuliano de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico. Tuttavia, nel 1516, Giuliano de' Medici muore e quindi Machiavelli dedica il libro a Lorenzo di Piero de' Medici, duca di Urbino. Ecco perché spesso, quando andate su internet, trovate che il Principe sia stato dedicato a Lorenzo de' Medici, e molti confondono con il Magnifico, che però era già morto. Inoltre, spesso viene associato proprio al Principe, online viene associata all'immagine di Lorenzo il Magnifico, ma non è Lorenzo il Magnifico, è Lorenzo Piero de' Medici, duca di Urbino. Quindi fate attenzione."

La prima edizione del Principe risale al 1532 e il trattato assume il titolo definitivo poi nell'edizione a stampa che usciranno postume, quindi dopo la morte di Machiavelli.

Che cos'è il Principe? È un trattato sul sovrano ideale in 26 libri. Questo genere fiorirà grazie proprio alla diffusione degli specula principis, che cos'erano? Erano degli elenchi delle virtù del principe perfetto.

Qual è la struttura di quest'opera? Abbiamo 26 capitoli titolati in latino, più la dedica, la lettera dedicataria "Ad magnificum Laurentium Medicem", Lorenzo Piero de' Medici, da qui la confusione, come dicevo, con Lorenzo de' Medici il Magnifico. Cosa fa, quindi, Machiavelli? Offre il piccolo volume al nipote del Magnifico, che riassume, quindi, un'impresa anche dei grandi uomini e riprende le letture antiche.

"Piglia dunque Vostra Magnificenza questo piccolo dono con quello animo che io lo mando, il quale se da quella fia dirigentemente considerato, eletto, vi conoscerà dentro un estremo mio desiderio che ella pervenga quella grandezza che la fortuna e le altre sue qualità le promettono." Quindi Machiavelli dice: "Legga, Vostra Magnificenza, questo mio piccolo dono, quindi questo mio libro, il quale, se sarà letto in modo diligente, quindi letto approfondito, capito, porterà che cosa? A riconoscere al principe la fortuna, le grandezze e anche le qualità che dovrebbe avere. E se Vostra Magnificenza dallo apice della sua altezza qualche volta volgerà gli occhi i luoghi bassi, in questi luoghi bassi, quindi abbasserà gli occhi leggendo il libro, conoscerà quando indegnamente io sopporti una grande e continuava ma dignità di fortuna." Anche qui emerge già il tema della fortuna, molto caro e importante a Machiavelli.

Machiavelli qui imita il discorso di Isocrate, che si era rivolto al Re di Salamina per mostrarvi come governare al meglio la città.

Vediamo ora i primi 11 capitoli, che sono dedicati al Principato. Abbiamo un'introduzione nel primo capitolo, il Principato ereditario nel secondo capitolo. Dal terzo al quinto troviamo il Principato misto. Dopodiché troviamo dal sesto all'ottavo capitolo il nuovo Principato. In particolare, al settimo capitolo è importante perché è dedicato a Cesare Borgia, il Valentino. Aveva poi, nel nono capitolo, il Principato civile. Al decimo capitolo trovate in che modo si misurino le forze dei Principati e poi il Principato ecclesiastico, l'undicesimo capitolo.

Come vedete qui, Machiavelli ci parla di tre tipi di principati: quelli ereditari, quelli misti e quelli nuovi. Da una parte abbiamo i principati familiari, che sono più facilmente conservabili dei nuovi, quindi il principe ereditario mantiene il potere a meno che non sia cacciato con la forza. Abbiamo poi i principati misti, che sono in parte ereditari e in parte, però, con nuove province annesse. E i principati nuovi, che sono i più difficili da mantenere, che sono quelli conquistabili con armi proprie, come accade per quanto riguarda Cesare Borgia, il Valentino, che approfondiremo nel settimo capitolo.

Nel sesto capitolo vi parla, per l'appunto, Machiavelli dei Principati nuovi, sui principati proprio del tutto nuovi, e si sofferma su degli esempi esemplari, quindi sui famosi "exempla", ovvero Mosè, Ciro, Romolo, Teseo, quindi coloro che costruiscono dei nuovi ordini. Che cosa dice Machiavelli? Che per avere un nuovo Principato bisogna essere degli arcieri prudenti. Anche qui, questa è una metafora, di fatto mutuata dalla tradizione medievale, che si trova anche in Dante. Quindi, sì, essere pronti a colpire con la propria freccia, ma al momento opportuno.

Machiavelli, naturalmente, ci fornisce modelli positivi, ma anche modelli negativi, come il caso di Savonarola. Da qui nacque che "tutti i profeti armati vincono e li disarmati ruinano". Perché? Perché Savonarola verrà poi disarmato e arso vivo. Quindi, alla fine, riuscirà, certo, a creare attorno a sé, di fatto, grande nuovo potere rinnovato, che però poi perderà e ci sarà la sua ruina, cioè la sua rovina.

Nel settimo capitolo, come vi dicevo, si parla di Cesare Borgia, sui principati nuovi, che in questo caso non si conquistano con armi proprie, come si dovrebbe, ma con armi altrui oppure con la fortuna. In questo caso è più difficile mantenere il potere, perché lo stato è un albero che è cresciuto troppo in fretta. Ci riuscirà Cesare Borgia per un po', ma poi anche il suo Principato finirà.

Nell'ottavo capitolo, Machiavelli ci dice che si può governare anche con la forza. Per esempio, un Principato si può ottenere anche con crudeltà, come nel caso del tiranno di Siracusa. Però, a un certo punto, viene denunciata, perché il principe, il tiranno in questo caso, perde il consenso gradualmente.

È vero, dunque, che il fine giustifica i mezzi? Come vi dicevo nella scorsa videolezione dedicata alle opere di Machiavelli, questa non è una frase di Machiavelli. È una frase attribuita a Machiavelli. Perché? Perché nel XVIII capitolo del Principe si legge: "Nelle azioni di tutti gli uomini, e massime dei principi, si guarda al fine; i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli ed a ciascuno lodati." Quindi, possiamo dire che è una libera interpretazione di un'idea di Machiavelli, una frase, una massima ispirata a Machiavelli, al Principe, ma non l'ha scritta Machiavelli. E quindi non è proprio vero che il fine giustifica tutti i mezzi. Voi che ne dite?

Nei capitoli dall'undicesimo al dodicesimo, ci parla Machiavelli dell'esercito mercenario, questione che ritorna in tante sue opere, anche dedicate proprio all'arte della guerra. Infatti, Machiavelli sottolinea l'inaffidabilità delle truppe mercenarie e la necessità che il principe si circondi di armi proprie.

Come deve essere, però, questo principe? Deve, intanto, avere a disposizione non un esercito mercenario, ma un proprio esercito, e deve avere anche determinate qualità. Le qualità del Principe, di fatto, sono un argomento molto in voga già durante tutto il Medioevo, ma non solo, anche nel mondo antico. Ne parla Aristotele, ne parlerà poi Tommaso d'Aquino, Dante, Pontano. Però, per tracciare il profilo del principe ideale, Machiavelli richiama la verità effettuale della politica, cioè la verità che deriva dai fatti. Quindi, il principe deve sapere essere buono o non buono, dipende dal contesto. Machiavelli respinge un po' quel catalogo di qualità o di vizi del principe, ma introduce l'aspetto del contesto.

Famosissima è la metafora della volpe e del leone. Dice Machiavelli nel XVIII capitolo che il principe deve sapere essere volpe e leone. "Dovete dunque sapere come ci sono due modi di combattere: l'uno con le leggi, l'altro con la forza. Il primo modo appartiene all'uomo, il secondo alle bestie. Ma poiché molte volte il primo modo non basta, si rende necessario ricorrere al secondo. Il principe è dunque costretto a saper essere bestia e deve imitare la volpe e il leone, dato che il leone non si difende dalle trappole e la volpe non si difende dai lupi. Bisogna essere volpe per riconoscere le trappole e leone per impaurire i lupi." Quindi, forte come il leone e astuto come la volpe. Come vedete, qui Machiavelli ribadisce una visione materialistica, naturalistica, ed esume proprio questa metafora dalle letture classiche, per esempio da Cicerone: l'astuzia della volpe e la forza del leone.

Negli ultimi capitoli, Machiavelli affronta le ragioni che determinano, come dicevamo, la perdita degli stati da parte dei principi, il rapporto tra fortuna e virtù, e poi un'esortazione finale.

Un altro tema importantissimo, infatti, Machiavelli, è la fortuna, che arbitra di metà delle azioni umane, mentre l'altra metà è nelle mani degli uomini. La fortuna è paragonata a un fiume rovinoso che allaga le pianure. Gli uomini, quindi, previdenti, possono, ad esempio, degli argini. Però la fortuna cambia, può investirci oppure no, e può, possiamo dire, sommergerci, può farci fare naufragio, oppure permetterci di condurre una buona vita. La fortuna cambia, cambia come il vento, si dice, mentre la natura umana è immutabile. Nonostante ciò, però, non bisogna rassegnarsi.

Machiavelli paragona la fortuna a una donna che si lascia vincere da chi è giovane, ardito, coraggioso. Dice: "La fortuna è donna ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla." Naturalmente, siamo nel Cinquecento, questa era un'idea accettabile all'epoca. Oggi non paragoneremmo la fortuna a una donna perché deve essere battuta e urtata. Ma questa è un'immagine metaforica, naturalmente. Quindi, bisogna dire che, di fatto, la fortuna non va subita, ma diciamo, deve attivarsi per cavalcare la fortuna o meno.

Oltre alla fortuna, emerge anche un'altra parola chiave di Machiavelli, ovvero la virtù, perché virtù e fortuna si implicano a vicenda. Le doti del politico restano potenziali se non c'è l'occasione adatta per affermarle. Non basta, quindi, avere la virtù, ma ci vuole anche l'occasione per mostrare di avere questa virtù. Viceversa, l'occasione resta potenzialità se un politico virtuoso non sa approfittarsene. Insomma, dovrebbe farvi pensare a questo discorso, se studiate filosofia, alla potenza e all'atto di Aristotele. Certe cose rimangono in potenza e non vanno in atto, non diventano atto, proprio perché non c'è l'occasione. L'occasione, quindi, è quella parte della fortuna che si può prevedere e calcolare grazie alla virtù.

Nella sua esortazione finale, Machiavelli conclude l'opera dicendo che i Medici devono prendere il potere, devono dotarsi le armi proprie, sconfiggere le fanterie spagnole, svizzere e liberare l'Italia. L'Italia, come saprete, in quel periodo storico era in una situazione di vera e propria crisi, e infatti Machiavelli denuncia la debolezza militare degli eserciti italiani, tornando più e più volte sul tema dei mercenari, per esempio. Inoltre, esorta i Medici perché liberino l'Italia dagli stranieri. Infatti, nella sua esortazione finale, cita anche all'Italia di Petrarca: "Si verifichi, dice Machiavelli, quel detto del Petrarca: virtù contro furore prenderà l'arme, e sia il combattere corto, che l'antico valore nell'italici core non è ancora morto."

Concludiamo questa videolezione dicendo che dal punto di vista della lingua e dello stile, Machiavelli rifiuta la retorica, ha uno stile sobrio e asciutto, ma vi sono anche in quest'opera delle espressioni popolari e colte, insieme a termini tecnici, naturalmente, del campo diplomatico e militare. Quest'opera è caratterizzata dal dilemma, dal procedimento dilemmatico, quindi da questi periodi costruiti sull'uso della disgiuntiva "o o", appunto, "aut aut", o questo o quello. Argomentazione, quindi, è chiusa in una successione di principali che sono collegate da congiunzioni avversative.

Ci vediamo al prossimo video dedicato a Guicciardini.

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