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E questo incontro, proprio per la sua tematica, si inserisce anche nel ciclo delle iniziative che la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha organizzato per celebrare il decennale della riapertura di questa splendida chiesa, la chiesa di San Francesco, dove siamo stasera, ma anche tutto il complesso I Chiostri attigui.
Signore e signori, io vi lascio ad Alessandro Barbero con la sua *lexio magistralis* dal titolo "Ma chi era? Chi è stato veramente Francesco?".
[Applauso]
Grazie. Cominciate a farmi un po' paura, eh, sapete. Anzi, è da un po', anzi, che però, se posso avere un po' di luce così sui miei fogli, sarebbe una cosa fantastica. Ma sennò mi arrangio. Comunque, eh, allora, buonasera a tutti. San Francesco, chi era veramente San Francesco? Comincerò raccontandovi una storia che... Ah, bellissimo, così li vedo anche loro. Dai, lascialo così. Una storia che mi ha raccontato una, una studiosa italiana che si chiama Amanda Minervini, che che insegna negli Stati Uniti, naturalmente, e che si sta occupando di questo tema: l'immagine di San Francesco sotto il fascismo.
Sapete che nel 1926 cadeva il settimo centenario della morte di San Francesco, protettore d'Italia. E quindi, in tutta Italia, ci furono grandi celebrazioni. Per come dire, i più giovani, ricordo che nel 1926 vuol dire che Mussolini era al potere da quattro anni e il suo regime si era già rivelato palesemente come una dittatura. All'inizio non era così chiaro, del '26 ormai era una dittatura chiarissima. E in quel '26, un editore mantovano che si chiamava Franco Paladino, e che amava definirsi "l'editore di Mussolini", e che aveva una collana intitolata "Mussolinia, biblioteca di cultura fascista", l'editore Paladino commissionò un opuscolo a un sacerdote che si chiamava Don Paolo Ardali, che aveva già scritto un opuscolo intitolato "Pio Mussolini". E a Don Ardali l'editore commissionò un opuscolo intitolato "San Francesco e Mussolini".
Naturalmente, in occasione delle celebrazioni francescane, Mussolini non aveva mancato di esprimere la sua ammirazione per Francesco, "grande italiano", quindi "gloria italiana", "gloria della nuova Italia". E Don Paolo Ardali, come dire, si adoperò a illustrare, cito, "lo spirito francescano del grande uomo". Dove il "grande uomo" con la U maiuscola, appunto, è Mussolini, naturalmente. L'accostamento a noi può sembrare sorprendente, ma Don Ardali era convintissimo, e il suo libretto trabocca di citazioni come questa: "Oh, quanto spirito francescano c'è nella vita di Mussolini!".
In cosa vedeva tutta questa analogia fra Francesco e Mussolini? Don Paolo? Beh, in *exergo* del libretto c'è una citazione dei *Fioretti* dei *Fioretti* di San Francesco, che la dice già lunga. Citazione: "Disse frate Massèo: 'Dico, perché a te tutto il mondo viene dietro e ogni persona pare che desideri di vederti e di udirti?'". E il seguito è all'altezza della premessa, dice l'Ardali: "Quando vennero costruite le mura di Assisi a difesa delle libertà comunali, Francesco, cito, allora diciassettenne, era forse tra i più volonterosi o i più ardenti lavoratori". Dove vi prego di notare quel "forse", che per chi fa il mio mestiere vuol dire chiaramente: "Me lo sto inventando adesso, non sta scritto da nessuna parte". Come, infatti, non sta scritto da nessuna parte. Ma... e perché Francesco che lavorava alle mura di Assisi? Ma perché Mussolini? Mussolini giovanissimo conobbe in Svizzera le fatiche del lavoro manuale, portò sulle spalle i mattoni. Poi un'altra analogia importantissima, che a noi forse non verrebbe subito in mente: Francesco ha combattuto in guerra, come Mussolini. Mussolini, il quale soldato fra i soldati, semplice ed umile, visse in mezzo a loro come San Francesco. Poi Mussolini ha peregrinato per il mondo, ha sofferto la fame. Francescanamente, ha conosciuto dopo una giornata di duro lavoro uno scarso cibo di penitente. E oggi Mussolini, anche, questo vi sorprenderà, oggi Mussolini incarna la perfetta letizia. Perfino le fotografie di Mussolini degli anni di guerra assomigliano ai ritratti di Francesco. Manca solo l'aureola. E infine, questo non poteva mancare: Mussolini, ancora fanciullo, aveva un singolare amore per gli uccelli, senza i quali, ovviamente, nessun ritratto di San Francesco può può essere può essere completo.
Allora, allora, oggi per noi è fin troppo facile, insomma, sorridere o scandalizzarci, se volete, eh, degli sforzi del padre Ardali. Però, però, attenzione, perché è evidente che lui era in buona fede, cioè, lui ci credeva davvero. Per lui Mussolini assomigliava a San Francesco, o meglio, San Francesco assomigliava a Mussolini. Aveva lavorato duro, aveva fatto la guerra, era certo di aver avuto in sorte un altissimo destino e aspettava con fede incrollabile che il mondo intero si inchinasse davanti a lui.
Ora, questo evidentemente è un caso estremo di uso politico dell'immagine di San Francesco, in un'Italia che, ricordiamocelo, dal fascismo si attendeva anche quella riconciliazione con la Chiesa, che, infatti, puntualmente sarebbe arrivata appena due anni dopo, con con i Patti Lateranensi. Però, se ci pensate, in realtà, bisogna essere molto cauti prima di contestare la ricostruzione del nostro sacerdote. Obiettare che San Francesco non era così, ecco, non era come Mussolini. San Francesco, e com'era invece? Chiedersi questo equivale a chiedersi: cosa sappiamo noi di San Francesco e come facciamo a saperlo?
Ora, voi mi scuserete se ricordo qui una cosa che è come dire il fondamento del mio mestiere, è una cosa del tutto ovvia, però, in realtà, facendo il mio mestiere, ci si accorge che non tutti sempre ci pensano. E cioè, che qualunque cosa noi sappiamo di una persona vissuta nel passato, è perché qualcuno che l'ha conosciuto ci ha parlato di lui, oppure perché lui stesso ci ha parlato di sé. La seconda cosa non è sempre preferibile, eh. Chi credesse di poter sapere qualcosa della battaglia di Waterloo leggendo le memorie di Napoleone, si sbaglierebbe di grosso.
Ecco, dunque, noi possiamo dire qualcosa di San Francesco e possiamo provare ad avvicinarci a quest'uomo, provare a chiederci cosa sappiamo di lui, nel momento in cui verifichiamo che abbiamo delle cose scritte o dettate da lui, e poi abbiamo dei suoi contemporanei che ce lo raccontano. Cose scritte da Francesco ne abbiamo tante. Francesco ha lasciato regole, due diverse regole per il suo ordine, lettere, preghiere, testamenti spirituali, il *Cantico di Frate Sole*, su cui torneremo subito. Ha lasciato molto, moltissimo, anzi, per un uomo che è stato definito da chi si intende di queste cose "un semi-alfabeta". Cioè, Francesco non era un analfabeta, sapeva leggere e scrivere, ma era uno di quelli che leggevano e scrivevano con fatica, senza averne l'abitudine. E noi questo possiamo dirlo perché abbiamo degli autografi di Francesco. Abbiamo due autografi di Francesco: uno è un biglietto a frate Leone, che nei suoi ultimi anni di vita è stato forse quello che gli è stato più vicino, e l'altro è una piccola pergamena che ha da un lato una lode di Dio e dall'altra una benedizione, di nuovo, per frate Leone. Questi due foglietti sono scritti di pugno di Francesco, e sono, sono in latino, ma in un latino scadente, con errori da matita rossa, e, e la scrittura è goffa, cioè la scrittura di uno che non scriveva tutti i momenti. Ah, poi è bellissimo perché frate Leone su questi foglietti ha scritto, piccolo piccolo, in inchiostro rosso: "Questo l'ha scritto lui in persona. Questo biglietto me l'ha mandato lui", e così via.
Dunque, Francesco ha scritto molto, e alcune delle, anzi, no, e tutte le cose che ha scritto, ci parlano di un aspetto di Francesco: la sua spiritualità. E a questo proposito, come dire, io sono qui che vi parlo di Francesco, evidentemente, perché, come dire, in un festival dedicato al nostro pianeta e ai temi dell'ambiente, della sostenibilità, e oggi Francesco è è diventato, credo, anche una grande icona di chi ha a cuore le sorti del nostro pianeta. E, e naturalmente, è verissimo, eh, ne parleremo poi, ma è verissimo che Francesco era un grande amante della natura, degli animali. Tanti ricordi di chi l'ha conosciuto girano intorno al fatto che davvero parlava con gli uccelli, quando lì si fermava e vedeva un prato pieno di uccelli, cominciava a predicare a loro, e, e quando poteva, li buttava giù dai pescatori. Tutto questo c'è nella sensibilità di Francesco. Eh, e io immagino che chi legge con la sensibilità di oggi un un testo come il *Cantico di Frate Sole*, il *Cantico delle Creature*, ci possa vedere effettivamente un uomo con cui ci sembra di, ecco, una sensibilità. Naturalmente, il mio mestiere è sempre di dire: "Attenzione". Sarebbe molto bello se San Francesco fosse stato un ecologista come siamo noi. Ma San Francesco, quando scrive il *Cantico delle Creature*, che cos'è che ha in mente davvero? Che cos'è che ha in mente? Cos'è che capiva un uomo di allora, quando sentiva dire: "Laudato si', mi' Signore, per tutto quello che hai creato"? Tutto quello che hai creato è degno di lode ed è meraviglioso, e tu sei un Dio buono. Un contemporaneo di San Francesco, la prima cosa che pensava era: "Ecco, vedi che gliele sta cantando chiare agli eretici, ai Catari". Perché in quel mondo, in quell'epoca, c'era un movimento clandestino ma forte, diffuso, che contestava l'insegnamento della Chiesa cattolica e che si basava sull'idea che non è possibile che il nostro Dio buono abbia creato i corpi, questi sacchi di letame che poi si decompongono. Non è possibile che un Dio buono abbia creato un mondo dove ci sono le malattie, la morte, la decadenza, il sesso. Queste cose le ha create un Dio cattivo. È evidente. I Catari pensavano che ci sono due dei, non uno solo: uno buono, che ha creato le anime, e uno malvagio, che ha creato tutto ciò che ci circonda. Il mondo materiale è cosa malvagia, e il dovere dell'umanità è di riscattarsi, di cancellare i corpi e pensare soltanto all'anima. La Chiesa medievale non ha mai insegnato cose del genere. La Chiesa medievale insegnava che il mondo è buono, perché l'ha creato la natura, e la natura è un grandioso strumento della volontà divina. I Catari dicevano di no. E in quel contesto, Francesco dice: "Invece sì, è tutto buono, perfino la morte è buona". A noi dei Catari oggi non importa più niente. Chi pensava che dietro il *Cantico delle Creature* ci fosse una polemica di quel tipo, è invece quello che c'era, naturalmente.
Dopodiché, però, appunto, come vedete, già già quello che San Francesco ci ha lasciato scritto, ci aiuta a sapere delle cose di lui, a capire delle cose di lui. Però, in quello che Francesco scrive, non c'è niente sulla sua vita, su quello che gli è accaduto, su come veniva visto dagli altri, su cosa ha fatto. Ecco, per sapere chi era, cosa aveva fatto, cosa si ricordava la gente di lui, dobbiamo affidarci a quelli che l'hanno conosciuto e che hanno scritto i loro ricordi. E sono stati tanti.
Sapete che Francesco è uno di quei casi di canonizzazione fulminea: santo subito. Francesco è morto il 3 ottobre del 1226, l'hanno fatto santo nel giro di pochi mesi, un processo rapidissimo. Era chiaro a tutti che era stato un uomo enorme, che probabilmente, dopo Cristo, un altro santo cristiano come Francesco non c'era stato. Quindi, lo fanno immediatamente santo. E quando si canonizza un santo, automaticamente è necessario avere il testo della sua biografia, perché quella poi si usa anche nella nelle cerimonie. Quindi, Papa Gregorio IX incarica un francescano della vecchia guardia che si chiamava Tommaso da Celano, e che aveva conosciuto personalmente Francesco, lo incarica di scrivere la vita di Francesco. Tommaso si mette al lavoro, raccoglie tutte le cose che sente dire su Francesco, quelle che si ricorda lui, le cose che gli aveva raccontato Francesco, e scrive la vita di San Francesco. Il Papa la approva, e questa vita scritta da Tommaso da Celano conosce una larga diffusione, viene copiata, riassunta, messa in versi in tutta Europa.
Poi, poco tempo dopo, il Ministro Generale dei francescani, frate Elia, chiede a Tommaso di produrre lui una versione più breve di questa vita, che in realtà è necessaria proprio a fini liturgici, per quando bisogna leggere dei passi in chiesa. Però, sta di fatto che a Tommaso dicono: "Senti, tu quella là è troppo lunga, fanne una più corta". Tommaso obbedisce, dando però già i primi segni di irritazione. Intanto, dice: "Sì, ho dovuto farlo perché c'è gente a cui i testi troppo lunghi danno fastidio". E poi dice anche un'altra cosa: "E qualcuno, forse, vorrebbe anche che certe cose io le dicessi diversamente da come le ho dette". È il primo sintomo del fatto che, morto Francesco, ognuno se lo ricorda a suo modo, e non tutti sono d'accordo su cosa bisogna ricordare di San Francesco. Tommaso non ha messo molti miracoli. Ovviamente, la prova della santità nel fatto che comincino a esserci dei miracoli, e Francesco, in nome di Francesco, la gente si convince che ci sono tanti miracoli. Ma Tommaso ne ha raccontato solo qualcuno. Perciò, pochi anni dopo, 1244, Francesco è morto da 18 anni, il nuovo Ministro Generale, Crescenzio d'Esi, manda una circolare a tutti i conventi francescani chiedendo, specialmente ai frati che hanno conosciuto Francesco da vivo, se sono al corrente di miracoli compiuti da Francesco, di scrivere ad Assisi. Comincia ad arrivare una marea di roba, comincia ad arrivare una marea di testimonianze scritte, scritte dai primi, dai più vecchi frati che erano stati compagni di Francesco: frate Rufino, frate Angelo, frate Leone. Alcuni di loro erano nell'ordine praticamente dall'inizio, hanno un sacco di cose da raccontare. Il Ministro Generale aveva detto: "Mandateci i miracoli". Questi rispondono: "Abbiamo una loro lettera che, come dire, precede tutto questa raccolta di episodi". I frati rispondono: "I tre compagni", si chiamano questi tre frati più anziani, dicendo: "No, no, non solo i miracoli, sappiamo un sacco di altre cose di Francesco, e adesso ti raccontiamo tutto". E c'è questa marea di testi in cui i testimoni, spesso ripetono: "Noi che eravamo con lui, adesso sono tutti buoni a chiacchierare, ma noi eravamo con lui, e quello che vi diciamo, lo abbiamo visto coi nostri occhi".
Da tutto questo materiale che arriva, col tempo verranno prodotte almeno due compilazioni. Una si chiama la *Leggenda dei Tre Compagni*. Chiaro, una volta per tutte, che quando loro dicevano "leggenda", la parola non aveva il senso che ha per noi, eh, di una favola. "Leggenda" viene da "leggere", e quindi la leggenda è ciò che bisogna leggere. Vengono raccolti, quindi, questi materiali, e dopo un po' il Ministro Generale chiama Tommaso da Celano e gli dice: "Tommaso, qui è arrivata un sacco di roba che non c'è nella tua vita, quindi tu, per piacere, rimettiti al lavoro e scrivi un'aggiunta, non proprio un'altra vita, eh, ma semplicemente aggiungi tutto quello che non sapevamo ancora quando hai scritto la vita". Tommaso si mette seriamente al lavoro, studia i materiali, contatta i vecchi frati, lavora insieme con loro, estende un nuovo amplissimo testo pieno di episodi. I due unici codici che lo tramandano lo chiamano il *Memoriale*. E peraltro, in questo *Memoriale*, Tommaso e gli altri frati che collaborano con lui, di nuovo, dicono: "Tenete conto che la memoria umana è quello che è. Lo sappiamo che non si può mai essere sicuri di niente su San Francesco. Circolano talmente tante notizie difficili da verificare. Se qualcuno non fosse d'accordo con noi su come abbiamo raccontato un certo episodio, beh, ce ne faremo una ragione, perché, appunto, ognuno si ricorda a modo suo".
Passano ancora tre anni, 1247. C'è un nuovo Ministro Generale, Giovanni da Parma, il quale trova che Tommaso da Celano, in questo suo nuova opera, ancora non ha raccontato abbastanza miracoli. Quindi, Tommaso viene di nuovo convocato e gli dicono: "Senti, adesso fai un'altra giunta, mettici questi miracoli". Tommaso si mette al lavoro e produce, c'è questo trattato dei miracoli conservato in un unico manoscritto, in cui, peraltro, qui si vede chiaramente che adesso Tommaso è veramente scocciato di questa faccenda. Fa capire che le cose che ha scritto finora sono state criticate, che gli avevano chiesto di introdurre dei cambiamenti, e nella conclusione dice testualmente: "Non possiamo inventare ogni giorno qualcosa di nuovo e trasformare il quadrato in tondo". Fatto sta che Tommaso ha lavorato duro, ed era ancora vivo.
Ancora un po' di anni dopo, nel 1260, quando l'ordine francescano, spiace dirlo, dimostra tutta la sua ingratitudine verso l'enorme lavoro che Tommaso da Celano ha fatto, perché nel 1260 il capitolo generale dell'ordine francescano, riunito a Narbona, in Francia, capite che l'ordine francescano, nel tempo, è diventata una multinazionale, è un'immensa organizzazione con migliaia e migliaia di membri, centinaia di sedi in tutta l'Europa cristiana. Il capitolo generale di Narbona nel 1260 decreta che, con tutte le vite di San Francesco che ci sono in giro, è ora di compilarne una buona. Il Ministro Generale in quel momento era Bonaventura da Bagnoregio. San Bonaventura, anche lui è un santo, anche se diversamente da Francesco, non l'hanno fatto santo subito. Bonaventura l'hanno poi canonizzato due secoli dopo. Bonaventura, Ministro Generale, decide che lui scriverà la vita buona di San Francesco, si mette al lavoro e produce una grande opera che viene subito conosciuta come la *Leggenda Maior*, quindi la grande vita di Francesco da leggere.
Ma quello che rende straordinaria questa vicenda è quello che succede subito dopo. Bonaventura ha concluso la sua fatica, ha prodotto la *Leggenda Maior*. Nel 1266, il capitolo generale riunito a Parigi, stavolta presieduto da Bonaventura, decreta: "Cito, che tutte le vite di San Francesco scritte in passato siano distrutte". E ordina ai frati, sotto obbligo di obbedienza, di andare nelle biblioteche dei loro conventi, cercare tutte le vite di San Francesco e distruggerle. Non solo, i frati, se possono, devono andare anche nelle altre biblioteche e far sparire le tutte le vite di San Francesco su cui riusciranno a mettere le mani. E al loro posto ci sarà d'ora in poi la *Leggenda Maior*, perché, dice il capitolo, "la leggenda che è stata scritta dal Ministro Generale contiene cose dette da testimoni degni di fede, è stato tutto verificato, e quindi questo testo è più che sufficiente. Tutte le altre cose che circolavano prima devono sparire". Ed evidentemente è arrivata una circolare in tutti i conventi francescani, e questa cosa è stata fatta. I manoscritti di tutte le vite scritte da Tommaso da Celano, dai Tre Compagni, sono stati fatti sparire ovunque possibile, e per secoli non se n'è più saputo niente.
Per secoli, l'immagine di San Francesco è stata esclusivamente quella proposta da Bonaventura nella *Leggenda Maior*, e su quella base che Giotto produce gli affreschi di Assisi, e su quella base che verranno poi scritti nel Trecento i *Fioretti* di San Francesco, che qualcuno magari pensa che sia un un'opera di San Francesco. Assolutamente no, sono stati scritti cento anni dopo. E poi, come dire, e poi nel Settecento, e poi di nuovo ancora nell'Ottocento, ogni tanto, qualche volta, qualche studioso, qualche erudito, lavorando in biblioteche fuori mano, si imbatteva in un codice che conteneva una vita di Francesco che non era quella scritta da Bonaventura, e pian piano, un po' per volta, sono tornati fuori questi testi. Per carità, se ce ne sono che sono spariti per sempre, non lo sapremo mai. Però, appunto, le varie versioni di Tommaso da Celano, quelle dei Tre Compagni, si sono ritrovati a volte un singolo manoscritto, due. Si continua ancora adesso a ritrovarne. Non molti anni fa, un grande studioso di Francesco, Jacques d'Aran, venendo a sapere che andava all'asta, non so più dove, un codice medievale dove si parlava di Francesco, è riuscito a farlo acquistare, e, e lì ha scoperto che c'era un'altra versione della vita di Tommaso da Celano che finora non conosceva nessuno. Continuano a saltar fuori.
Ma è dalla fine dell'Ottocento che gli storici hanno dovuto dire: "Ragazzi, guardate che tutto quello che credevamo di sapere di San Francesco, adesso bisogna ripensarci, perché quello che troviamo in queste vite è diverso, in molti casi, non sempre, si capisce, ma in molti casi è diverso da quello che ci ha raccontato San Bonaventura". San Bonaventura ha scelto molto accuratamente quali episodi, quali aneddoti, fra le tante vite che aveva sul tavolo, quali prendere per comporre il suo ritratto di San Francesco, e con che logica si è mosso.
San Bonaventura, al tempo di San Bonaventura, ve l'ho detto, l'ordine era diventata una gigantesca multinazionale, era diventato un pezzo grosso importante e influente della Chiesa. I frati erano una forza dentro la Chiesa, era diventato un ordine colto. A un certo punto hanno passato, come dire, una disposizione, un regolamento, per cui nessuno doveva poter entrare nell'ordine francescano se non aveva la licenza liceale, diciamo così, anacronisticamente. Ecco, il che vuol dire che neanche San Francesco sarebbe riuscito a entrare nell'ordine cinquant'anni dopo la sua morte. E, e vivevano tutti in semplici, dignitosi, ma belli e grandi conventi, avevano belle e grandi chiese, naturalmente, no. Ecco, e, e c'erano francescani che insegnavano a Oxford o alla Sorbona, e francescani che erano vescovi, e francescani che erano inquisitori. E in quel contesto, c'erano tante cose che i vecchi si ricordavano di San Francesco, poi, ne ve le dirò, che non quadravano tanto con quello che era diventato l'ordine. Quindi, Bonaventura queste cose le lasciava perdere. L'ordine era molto rilassato rispetto a un San Francesco che era stato di una, di un rigore ascetico spaventoso. Francesco diceva chiaramente: "Si va scalzi". I sandali, se uno proprio è malato, deve fare un lungo viaggio, ma sennò si va scalzi. Ma quasi nessuno andava più scalzo ai tempi di Bonaventura. E siccome qualcuno si ricordava che Francesco queste cose, comunque, le aveva in mente, allora bisognava anche dire che Francesco, ecco, questa è forse la vera, grande preoccupazione di Bonaventura, che non è in malafede, capite, eh. Lui lo vede veramente così. Lui è la testa di un ordine che è una grandiosa potenza del bene, è una branca fortissima della vera, unica Chiesa. E se l'immagine di Francesco, come qualche vecchio se lo ricorda, può crearci qualche imbarazzo, è giusto correggerla. Ma soprattutto bisogna dire che, certo, che noi non siamo più così rigorosi come era lui, ma lui era un santo, lui era un altro Cristo, lui era inimitabile. Non potete pretendere che oggi uomini semplici come noi siano come lui. Nessuno può essere come lui. E poi, appunto, non bisogna far vedere che Francesco, in realtà, tante cose che avrebbe voluto realizzare, non è riuscito a realizzarle, e che l'ordine, sotto tanti aspetti, era diverso da come Francesco l'avrebbe voluto.
Francesco voleva che si dormisse per strada, o al massimo sotto una capanna di frasche. Fango. Se avesse visto, no, li ha visti i conventi. Francesco voleva, lo dice ancora nel suo testamento, che ogni frate lavori con le sue mani, perché se non fai il lavoro manuale, non riusciresti mai a sentirti davvero come gli ultimi. Che questo va detto. Francesco aveva in mente in modo ossessivo: "Noi dobbiamo essere al livello del barbone, del mendicante, del disperato. Noi dobbiamo vivere come vivono loro e sentirci al loro livello, anzi, ancora sotto a loro". E quindi lavorare con le mani, tutti. Chiaro che il francescano che è diventato professore universitario non lavora più con le mani. Nessuno lavora più con le mani di loro. Francesco avrebbe voluto all'inizio restare tutti laici, e invece, a un certo punto, già lui viene convinto a a prendere la tonsura, quindi diventare un chierico. E poi ci sono tante altre cose. Pensate tutta la storia delle Clarisse, tutta la storia di Santa Chiara. Lì sono in due che han dovuto ingoiare e accettare che i loro sogni non potevano realizzarsi proprio come loro avevano sperato, sia Francesco sia Chiara. Perché, sapete, la storia di Chiara è la storia di una ragazzina di Assisi, più giovane di Francesco, e di famiglia nobile. Francesco era ricco, straricco, ma figlio di mercanti. Chiara era figlia di cavalieri, era più giovane di lui, ma si conoscevano. Assisi era un buco, naturalmente, si conoscevano tutti. E Chiara, ragazzina, vede Francesco e i suoi frati, e vede la loro vita, che stanno per strada e lavorano scaricando cassette al mercato, e stanno vicini ai più poveri. Chiara comincia a pensare che anche lei è nata per far questo, ci vuole andare anche lei. Prende contatto con Francesco, cosa non facile, perché la ragazzina non ancora sposata non esce mica facilmente di casa, in una città italiana dell'epoca. Ma Chiara racconta in casa che va a messa, e poi, invece di andare a messa, va a cercare Francesco lì dove ha accampato con i suoi fuori città, e Francesco e Chiara si parlano, e Francesco si convince che questa ragazzina davvero è come è successo a lui, anche lei è stata chiamata da Dio, e quindi è giusto, deve poter venire anche lei. E quindi si mettono d'accordo, e Francesco le spiega come fare a scappare di casa all'insaputa dei genitori e venire da lui e dai suoi amici. Voi capite dove sarebbe oggi Francesco, dopo aver fatto una cosa del genere, che fa scappare la minorenne di casa, eh. Ecco, naturalmente, anche lì arrivano poi il padre e i suoi amici, tutti armati, furibondi, e Chiara si attacca all'altare della chiesetta di San Damiano per non essere trascinata via. Poi Dio la aiuta a convincere la famiglia, fibona, e, e nasce il movimento femminile francescano. Dopodiché, a Roma, gli dicono: "Carissime ragazze, è una bellissima cosa questa che volete fare di essere le sorelline dei francescani, è bellissimo, e voi lo farete, naturalmente, non stando per strada insieme a loro, perché questo, le ragazze, è escluso. Quindi, voi avrete dei bellissimi monasteri dove sarete chiuse dentro, sarete suore di clausura, e lì pregherete sempre per i vostri fratelli francescani". E le Clarisse diventano monache di clausura. Insomma, ce n'erano di cose.
E Bonaventura doveva stare ben attento a non mettere niente che facesse pensare che Francesco non era stato perfetto e che l'ordine, come lo si vedeva adesso, non era esattamente corrispondente a quello che Francesco avrebbe voluto. Tema complesso. Di solito, se fossi all'università in questo momento, mi rivolgerei agli studenti, direi: "Mi seguite?". Ma insomma, spero di sì.
Adesso è arrivato il momento, credo, di darvi qualche esempio concreto di chi era Francesco, secondo i ricordi dei vecchi frati, che poi non è che ci possiamo mettere la mano sul fuoco, eh, neanche su quello, però è molto interessante vedere un campione degli episodi che i vecchi dicevano di ricordarsi e che Bonaventura decide che è meglio lasciar fuori.
Vabbè, tanto per cominciare, la giovinezza di Francesco. Da tutte le vite scritte prima di Bonaventura, risulta chiaramente che Francesco, figlio di ricchi mercanti, per tutta la giovinezza ha fatto anche lui il mercante, fino a 25 anni. Ha fatto il mercante, e lo faceva bene, guadagnava, guadagnava un sacco di soldi. E già Tommaso da Celano dice: "In quegli anni lì, pensava mica alla vita religiosa, figuriamoci. L'avevano educato molto male", dice Tommaso da Celano, "aveva dei genitori che pensavano soltanto ai soldi, al successo mondano, e quindi lui è venuto fuori maleducato e presuntuoso". E dopodiché, Tommaso da Celano si concede un'intera pagina per dire: "E oggi son tutti così i giovani, vedete come sono maleducati, le parolacce le imparano già da bambini, e crescono credendo che tutto gli sia dovuto, e le brutte cose che fanno gli adulti le imparano anche loro già da bambini e li imitano". E insomma, la lamentela sui giovani d'oggi, lo sapete, è antica come il mondo. E dopodiché, dopodiché, appunto, Francesco era così, fino a 25 anni ha buttato via la sua vita facendo soldi e spendendo, perché in questo era diverso dal papà e dalla mamma: lui doveva guadagnare per spendere e per fare la bella vita. E faceva la bella vita quando non era al lavoro, sempre in giro con gli amici, tutta la notte. E lui era quello che pagava la musica, che pagava i cantanti, che pagava i banchetti, spendeva, espandeva qualunque buffonata volessero organizzare gli amici, lui era lì pronto a pagare tutto. I genitori disperati, e tanto che gli dicevano: "Oh, ma chi credi di essere? Non sei mica figlio di un principe!". E, e Francesco niente, spendeva e spandeva.
C'è un episodio specifico, è una sciocchezza, eh, ma è il tipico episodio che ti fa pensare: "Questo qua gliel'ha raccontato davvero Francesco? Uno non può inventarlo". Francesco voleva sempre essere vestito meglio di tutti, anche troppo, perché in quella società non si apprezzava chi si veste al di sopra del proprio rango. E se tu sei un mercante, puoi essere ricco quanto vuoi, ma certi tessuti, certe pellicce, stanno bene addosso ai nobili e alle nobili signore, e non addosso ai mercanti. E Francesco, invece, si vestiva appunto troppo bene, e voleva però farsi notare, voleva farsi notare per il modo in cui si vestiva. Tanto che a un certo punto aveva inventato questa cosa: si è fatto fare un abito di un tessuto costosissimo, però dei pezzi dell'abito li ha fatti fare, invece di tela da quattro soldi. E questa bizzarria di mettere insieme il tessuto isissimo e il tessuto da quattro soldi, tutti lo guardavano, tutti i giovani di Assisi, ovviamente, hanno visto Francesco: "Cosa ha inventato?". Ecco, e lui godeva di queste cose, finché, appunto, finché, appunto, Dio non lo ha toccato.
E va bene, quando Francesco cambia idea, butta via i soldi, rifiuta tutto, si spoglia e così via, va benissimo per Bonaventura, che prima, invece, fosse un ragazzaccio di quel genere, nella vita scritta da Bonaventura non se ne parla, non ce n'è traccia.
Poi ci sono i problemi che Francesco aveva, appunto, con la povertà e con il modo di vita. Tutte le vite scritte nei primi tempi da quelli che c'erano, che si ricordavano, insistono su questa cosa: Francesco diceva: "Noi dobbiamo vivere la vita dei più miserabili". E quindi, fuori strada, non possedere niente, neanche un tetto sopra la testa. È arrivato un momento, dice qualcuno, che eravamo già un gruppetto, e Francesco ha detto: "Sì, forse, forse dovremmo chiedere che ci diano una chiesetta, ma che sia piccola e povera, eh, perché così possiamo andare in una chiesa a pregare. E quanto al dormire, a quel punto, ci facciamo una capanna di rami e di fango fuori dalla chiesetta, e questo si può ancora fare". Quindi, vanno a chiedere al vescovo di Assisi se ha una chiesetta da dargli, non ce l'ha. Vanno in giro a vedere, finalmente la badia di un monastero benedettino gli dà una chiesetta piccolissima, poverissima, e la chiesa di Santa Maria della Porziuncola, che poi diventerà uno dei grandi luoghi di San Francesco. E loro vanno a vivere lì, vicino a questa chiesetta, si fanno la loro capanna col tetto di paglia. E intanto arrivano altri compagni, l'ordine cresce, diventa numeroso. I compagni vanno a fondare sedi anche altrove, vanno e vengono. La Porziuncola diventa un luogo affollato, e loro sempre in questa capannuccia. A un certo momento, in assenza di Francesco, il quale è impegnato a predicare in giro, in assenza di Francesco, il buon popolo di Assisi dice: "Adesso gli facciamo un regalo, adesso gli costruiamo una casetta, perché mica possono continuare ad andare avanti con la capannuccia di fango". E quindi, in assenza di Francesco, arrivano tutta la brava gente di Assisi con grande entusiasmo, e gli fabbricano una bella casetta. Francesco torna, vede la casetta, si stupisce, dice: "Niente, va a dormire". Mattina dopo si sveglia, sale sul tetto e comincia a chiamare i frati: "Venite un po' qua, venite un po' su con me, tutti con me sul tetto". Quando son tutti sul tetto, Francesco comincia a prendere le tegole e a sbatterle giù, dicendo: "Adesso demoliamo questa roba, eh!". In quel caso, peraltro, l'episodio è ancora più complicato di così, perché era una grande solennità, si stava per tenere il capitolo generale dell'ordine, si prevedeva che arrivasse un sacco di gente alla Porziuncola, non soltanto i frati che arrivavano dall'estero, ma anche i curiosi, naturalmente. Cioè, c'era una folla enorme. In questi casi, il comune di Assisi aveva mandato il servizio d'ordine, un gruppo di cavalieri del comune, e i cavalieri del comune, vedendo questo gruppo di matti che sta lì sul tetto e sta buttando giù le tegole, i cavalieri del comune ritengono di intervenire e quindi dicono a Francesco: "Francesco, ma Francesco...". Dice: "No, no, noi noi non possediamo niente". E neanche questa vostra casa. E i cavalieri del comune gli dicono: "Ma appunto, non è mica vostra, è del comune di Assisi". E lì Francesco rimane un po' interdetto e non osa più continuare. Vabbè, sentite che è vostra, vabbè, però comunque...
Un'altra volta, e siamo già verso la fine della vita di Francesco, quando lui, non l'ho ancora detto, ne parleremo più avanti, è un altro momento importantissimo di cui Bonaventura non parla volentieri. Sapete che Francesco a un certo punto della sua vita si è dimesso dalla guida dell'ordine, avendo avuto la netta sensazione che questa gigantesca multinazionale che aveva costruito, in realtà, non era quello che lui voleva. Alla fine, c'è un momento in cui, prima, lui si impegna molto, eh, si impegna, manda i frati in missione in giro in Italia del Nord, in altri paesi strani, e poi in Germania, in Inghilterra, è molto entusiasta. Poi c'è un momento in cui si ferma a guardare, e chiaramente si sente morire. Si dice: "Ma io cosa ho fatto? Questa roba non la volevo". Si dimette dalla guida dell'ordine, ordinando ai frati di nominare un sostituto. Tutto questo povero frate, frate Pietro Cattani, a cui Francesco, che si è dimesso, dice: "Io mi impegno a ubbidirti in tutto". Dopodiché, Francesco è sempre lì che comanda, e Pietro Cattani, poveraccio, cerca di metterci una pezza. Ma comunque, durante la, un'altra assenza di Francesco, in questa fase, il Ministro stesso dell'ordine aveva detto: "Signori, non ce la facciamo più, e questa è la sede dell'ordine, arrivano da tutta Europa, dobbiamo avere un edificio decente in cui stare e in cui ospitarli quando arrivano". E quindi mette i frati a fabbricare una casa. Anche qui, Francesco torna, è notte, non si accorge di niente, va a dormire. Poi, al mattino, lo sveglia un gran frastuono, un gran chiasso. "Che succede? Che succede?". Sono i frati del al cantiere che stanno costruendo la casa. Francesco esce, capisce cosa stanno facendo, proibisce di costruire la casa, dicendo: "Ma vi rendete conto? Proprio perché questa è la la sede da tutta Europa, vengono qui i nostri frati, e se ci vedono che ci siamo messi a costruire, allora torneranno a casa anche loro, si sentiranno autorizzati a costruire. Non possiamo farlo". Un'altra volta, ancora, stava andando a Bologna. Prima di entrare in città, sente dei viandanti che parlano, che stanno parlando fra loro della casa dei frati. "La casa dei frati". E sì, i frati hanno la loro casa. Francesco non va più a Bologna, rifiuta di andarci, e manda ordine ai frati di Bologna di uscire tutti dalla casa. Quelli gli dicono: "Ma i malati?". "Anche i malati fuori, tutti fuori!". Di tutti questi episodi che giravano troppo per censurar totalmente, Bonaventura riduce tutto a una singola frase: "Amava la povertà, che talvolta dava ordine di demolire o abbandonare le case quando notava qualcosa di troppo lussuoso". Che, come vedete, non è proprio esattamente la stessa cosa. È uno di quei casi in cui, aggiungendo un dettaglio, il senso... aspetta. Francesco, la casa di Bologna, non si era interessato se fosse lussuoso o no, ecco. Ma per dire quanto questa cosa è rischiosa di essere fuorviante, se non ti rendi conto di chi era, almeno nel ricordo dei vecchi frati, di chi era. Stavo per dire "davvero Francesco", ma sì, io credo che lui fosse davvero così, che questa ossessione ce l'avesse davvero.
E poi, invece, uno vede il film di Rossellini, *Francesco, giullare di Dio*, e nel film di Rossellini, qualcuno se lo ricorderà, appena Francesco ha riunito il suo gruppo, la prima cosa che gli dice è: "Adesso dobbiamo costruire la nostra casetta". E poi cominciano a parlare dei buoni pranzetti che faranno nella loro casetta. Ecco, questo è, diciamo, è la colpa di San Bonaventura. Questa deve pagare San Bonaventura. Questa cosa.
Legato sempre al tema della povertà, ma anche a quello dell'umiltà. Cioè, noi dobbiamo essere davvero... Guai se ti senti superiore al poveraccio che vedi scalzo per la strada. Guai. Noi dobbiamo essere come loro. E legato a questo è il tema dei libri. Da un lato, i libri sono oggetti estremamente costosi, non hanno ancora inventato la stampa, quindi ogni libro è un prodotto unico che uno specialista ci ha messo alcuni mesi per produrlo, quindi un libro costa l'equivalente di migliaia di euro. E tuttavia, gli intellettuali, i chierici, i teologi lavorano con i libri e ne hanno. E, e Francesco non è contento che i frati abbiano dei libri. Da un lato, perché non devono possedere niente, e dall'altro, perché quelli che leggono troppo e studiano troppo, poi si montano la testa. È difficile che uno che ha studiato riesca davvero a sentirsi uguale al poveraccio, all'analfabetismo. Troveranno le mani vuote, che pensino alla virtù, piuttosto. Se non che, regolarmente succede che, però, nell'ordine entrano anche persone colte, entrano chierici. E Francesco, su questo, Francesco per molto tempo è contento che arrivi gente. Quindi, sì, li esamina, però accoglie un po' tutti. Si trova ad avere dei frati che sono gente che ha studiato e che vorrebbe continuare a studiare e a possedere dei libri. E molti dei ricordi dei vecchi sono appunto: "Sai, quella volta che è arrivato quel frate a chiedere a Francesco...". Ecco, arriva il frate e dice a Francesco: "Ma noi frati chierici che abbiamo tanti libri, possiamo tenerli?". Naturalmente. "Diciamo che non sono nostri, sono dell'ordine". Risposta di Francesco: "Ti dico, fratello, che questa è stata ed è la mia prima e ultima volontà: che nessun frate deve possedere nulla, se non il vestito, come è concesso dalla regola, cioè un'unica tunica del tessuto più miserabile che c'è, rappezzata tutte le volte che c'è da rappezzare, con la cintura e le mutande. E questo è tutto quello che un frate può possedere".
Un'altra volta, c'è stato un altro frate che stava studiando, e però era ancora a metà degli studi, avrebbe voluto continuare. Sapeva leggere il Salterio, che è un libro non solo di salmi, ma di preghiere in latino, che era il classico libro di testo su cui si imparava in latino. Questo frate sapeva leggere il Salterio, ma così così, e voleva continuare a impararlo bene, e poi voleva imparare le vite dei santi. E Francesco gli dà una risposta che, a prima vista, è molto spiazzante, poi, invece, si ricostruisce. Francesco gli dice: "Hai presente Carlo Magno e il paladino Orlando e Oliviero, gli altri eroi della corte di Carlo Magno? Tutti quei forti guerrieri che hanno combattuto gli infedeli e hanno avuto grandi vittorie, e poi sono morti martiri, oggi sono in Paradiso". Questo è già straordinario, perché uno poi fa due più due. Certo, da ragazzo, cosa vuoi che leggesse? Da ragazzo, cosa vuoi che leggesse? Sognava di diventare un cavaliere, questo lo dicono espressamente tutte le vite, eh. Sognava di far la guerra, diventare famoso. E quindi, cosa leggeva? Le canzoni di gesta, Carlo Magno e i Paladini. Oltretutto, era tutta letteratura francese, e Francesco sapeva il francese, e adorava parlare francese. Tutti i vecchi, ma anche Bonaventura, lo dicono tutti, e nei momenti quando era veramente contento, si metteva a cantare in francese. E quindi, questo aveva letto. Ma perché gli cita Carlo Magno e i Paladini? Perché gli dice: "Guarda, questi grandi eroi che hanno fatto grandi cose, meritano la gloria. E poi, oggi, è pieno di gente che ha letto le loro imprese sui libri, e che va in giro a raccontarle, e che crede di meritarsi la gloria solo perché conosce le grandi imprese di quelli che le hanno compiute, perché ha letto i libri. Ecco, stessa identica cosa. I santi sono quelli che fanno le cose, e noi dobbiamo voler essere santi come loro e fare le cose, non leggere nei libri le loro imprese".
Dopodiché, questo, questo frate in particolare, che voleva avere un Salterio, era particolarmente ostinato, torna un'altra volta a implorare San Francesco. San Francesco è davanti al fuoco che si scalda. Frate gli dice: "Posso avere il Salterio?". Francesco gli risponde: "Dopo che avrai il Salterio, vorrai avere il Breviario, e quando avrai il Breviario, siederai in cattedra come un gran prelato, dicendo al tuo frate: 'Bell, portami il Breviario'". Dopodiché, Francesco fa una di quelle cose che sconcertano, difficili, cioè, no, difficili da capire, no, però sconcertanti. Sconvolgenti anche oggi. È lì seduto davanti al caminetto, ho il fuoco, c'è la cenere, prende una manciata di cenere, se la mette in testa, dice Tommaso da Celano, "sfregandosi, laviamo la testa", e si mette a gridare: "Francesco, io sono il Breviario! Io sono il Breviario!". E il frate rimase stupefatto. E.
vergognoso. Stegatto, come siamo un po' anche noi, onestamente. Ecco perché ogni tanto Francesco dà l'impressione di, come dire, di dare un po' di matto. Però la logica è chiarissima. Questo desiderio di possedere i libri, libri sacri, eh, è una cosa ignobile. E infatti, questi sono tutti aneddoti. Che s'è buonaventura, siura. Come avete ben capito, si guarda bene dal ripeterli. Eh, infatti, c'è la storia di quando è arrivata la vecchietta. È arrivata la vecchietta, allora erano lì dentro la chiesetta di San Damiano. Arriva la vecchietta, che era la mamma di uno dei frati, a chiedere l'elemosina. E Francesco dice: "Abbiamo qualcosa da dare alla nostra mamma?" Perché, dice Tommaso, tutte le mamme di tutti i frati, lui le chiamava tutte "la nostra mamma". "Abbiamo qualcosa da dare alla nostra mamma?" I frati gli dicono: "Francesco, cioè, noi siamo poveri, appunto, non abbiamo niente." Dice: "Ma non c'è niente, niente?" Francesco guarda: "Qui dentro l'unica, l'unico oggetto che abbiamo qui dentro è il Nuovo Testamento." "Abbiamo sto," dice Tommaso. Allora i frati non avevano ancora le bibbie, i commenti, solo il Nuovo Testamento. E Francesco dice: "Ah, abbiamo un Nuovo Testamento? Ma andate a venderlo! Andate a venderlo e facciamo l'elemosina alla nostra mamma. E io credo che a Dio e alla Madonna piacerà di più che non a vedervi che state lì a leggerlo."
Quanto alla povertà, ecco. Tra l'altro, appunto, come vedete, oltre all'estremismo nell'austerità, nella povertà, eccetera, c'è anche comunque la durezza di Francesco, che è una cosa che Bonaventura attenuerà enormemente, che invece in tutti i ricordi dei vecchi viene fuori. Francesco poteva essere una persona di infinita dolcezza, ma poteva essere anche di, di una durezza tremenda, con gli altri e con se stesso. Come quella volta che un fedele era entrato nella loro chiesetta e aveva lasciato dei soldi sul crocifisso, un'offerta. E uno dei frati aveva preso questi soldi, li aveva messi al sicuro. Sul davanzale della finestra, erano lì per terra. Lo vanno a denunciare da Francesco. "Quello lì ha toccato i soldi." Francesco lo chiama, gli fa una scenata mostruosa, perché ha toccato quella cosa impura che sono i soldi. Dopodiché gli dice: "Adesso vai, vai dove sono sulla finestra, li prendi con la bocca, li hai presi con la bocca, vieni fuori. Ecco, lì c'è una merda d'asino, adesso con la bocca li posi sulla merda d'asino, i soldi." D'altra parte, Francesco, come dire, queste sue durezze, poi a volte si pentiva anche. Francesco era uno che non era, come, come viene fuori da Bonaventura, appunto, perfetto, che non sbagliava mai, che spargeva intorno a sé soltanto letizia e rassicurazione. Francesco era uno che creava problemi.
Come la volta del lebbroso. Non la volta che l'ha incontrato e l'ha baciato, quello lo dicono tutti, è successo davvero. Poi lui raccontava che gli era costato tantissimo, perché lui ha sempre avuto una paura tremenda dei lebbrosi, però l'ha fatto. Ecco, i lebbrosi, voi sapete che nel Medioevo la lebbra era abbastanza diffusa ed era una malattia molto temuta, anche perché non è una malattia che ti fulmina, è una malattia con cui convivi per anni, ma che ti corrode la faccia, ti corrode gli arti, quindi una malattia ripugnante anche. E loro temevano la temevano molto, temevano che fosse molto contagiosa, anche più di quello che è davvero. Quindi i lebbrosi vivevano per conto loro, ovunque si incontravano delle piccole comunità, dei piccoli ospedali dove un gruppo di lebbrosi viveva come una comunità religiosa, con un sacerdote che li dirigeva. I fedeli e la chiesa donavano delle entrate, per cui avevano delle rendite garantite e vivevano per conto loro. E una delle attività che Francesco e i suoi facevano era proprio di andare a fare assistenza, aiuto nelle case dove vivevano questi lebbrosi. E c'era uno dei frati, frate Giacomo, che era un po' un sempliciotto, dicono quelli che si ricordano questo aneddoto, che aveva fatto molta amicizia con un lebbroso, tanto che se lo portava dietro. Non è che fosse vietato per i lebbrosi uscire, eh, però tendenzialmente la gente non voleva avere contatti. E frate Giacomo si portava questo suo amico lebbroso a messa. E la gente si teneva un po' a distanza. Francesco se ne accorge e gli dice: "Fra Giacomo, senti, il lebbroso, lascialo a casa, eh. Non portarlo più a messa." Fra Giacomo se ne dimentica. La domenica dopo è di nuovo lì con il lebbroso. Francesco si arrabbia, gli fa una scenata e dice al lebbroso: "Via, a casa!" Poi si ferma Francesco e si dice: "Ma cosa ho fatto?" Si vergogna da morire di aver fatto questa cosa. Siamo già negli anni in cui non è più lui il capo, ha nominato un capo dell'ordine. Va dal capo dell'ordine e gli dice: "Senti, io ho fatto una cosa terribile. Adesso voglio fare penitenza e tu mi lasci fare la penitenza che voglio fare io." Capo dell'ordine: "Certo." Francesco: "Certo." Per cui, per cui invita a pranzo con loro il lebbroso e se lo fa sedere vicino e mangiano nello stesso piatto. Sapete che si mangia con le dita, naturalmente. Una consuetudine diffusa era quella di avere un solo piatto, un solo tagliere in due. Era una cosa anche, diciamo, da banchetti raffinati, perché lì la cosa bella era, come dire, il fidanzato e la fidanzata mangiano nello stesso piatto e lui può darli i buoni bocconcini e così via. Ma era normale anche per la povertà generale, c'è poco vasellame. Francesco e il lebbroso mangiano nello stesso piatto. E quella è la penitenza che si è dato Francesco, lui che aveva paura e schifo dei lebbrosi. Anche questa volta si costringe, e il lebbroso pesca nel piatto con le dita sanguinolente e deformi, e Francesco pesca nello stesso piatto. E chi ricorda questa storia dice: "E i frati erano lì addolorati e perplessi."
Ecco, quindi Francesco era anche uno che era in grado, appunto, di portare non la letizia e la sicurezza, ma invece l'ansia, il dubbio. Un ultimissimo episodio. Questo non è che non sia vero, eh. Mi piace ricordarlo qui, visto che abbiamo, appunto, come avete visto, non è che vi ho tanto parlato del San Francesco ecologista, e non ci sarebbe neanche molto da dire, ma è verissimo. Però tutti testimoni lo dicono, lui li amava gli animali. E non c'è solo la predica agli uccelli. C'è la volta che gli hanno portato un leprotto e il leprotto è subito corso in grembo a San Francesco. E lui si è tenuto lì per un bel po'. Poi l'ha posato, gli ha detto: "Tornatene nel bosco." E il leprotto non voleva andarsene. E insomma, hanno dovuto prenderlo di peso e trascinarlo nel bosco. C'è la volta che il pescatore sul lago, non so più se di Bolsena, no, sul Trasimeno, gli ha portato una bella tinca che aveva pescato. E Francesco le ha detto: "Sorella tinca, ti libero subito." L'ha presa e l'ha rimessa nell'acqua. E la tinca non voleva andar via. E lui pregava a Dio e lo celebrava, e la tinca stava lì a sentire. Poi quando l'ha benedetta, le ha detto: "Adesso vai pure." La tinca se n'è andata. La predica agli uccelli è verissima. Andava in campagna, ha visto un prato pieno di uccelli. L'unica cosa è che non, non sono tanto gli uccellini come ci immaginiamo noi, eh. Lì dice erano colombe, cornacchie, taccole. E però sì, loro si ricordano che veramente poi son tornati. Erano in campagna lui e gli altri. Al ritorno hanno raccontato questa cosa bellissima, che Francesco si è messo a parlare con gli uccelli, a predicare, e loro stavano a sentirlo. Eh, c'è però anche un'altra versione della predica agli uccelli, che si trova in un testo minore. Non dico che sia quella vera, eh, ma è solo per dare l'idea di come, quando tu dici: "Qual è quella vera? Qual è il vero Francesco?" Eh, l'altra versione dice: è una volta che Francesco era andato a Roma. Francesco, ovviamente, andava e veniva con Roma, dove c'era la direzione generale della chiesa, con cui lui aveva continui rapporti. Era andato a Roma e predicava. E quella volta non è venuto nessuno a sentirlo, perché si sa che i romani ne han viste tante, quindi l'hanno ignorato. Francesco, furibondo, è uscito da Roma, è andato alla discarica. Avete presente sui discarichi il tipo di uccelli che svolazzano sulle discariche, no? Anche lì c'era la discarica, il posto dove i macellai buttavano via gli avanzi di macellazione. È andato alla discarica, ha chiamato giù tutti gli uccellacci che svolazzavano sulla discarica e ha detto: "Piuttosto che predicare un'altra volta ai romani, io predico a voi." E si è messo a predicare agli uccellacci.
E finalmente, finalmente, appunto, c'è tutta questa storia che vi ho già anticipato delle dimissioni di Francesco, che nei ricordi dei vecchi si accompagnano a tutta una serie di, di lagnanze, di malumori, perché la regola che lui aveva scritto, gliel'hanno fatta cambiare in certe cose, l'han resa più morbida. Lui ha accettato, però adesso non è più contento. E e ci sono tutti questi frati dotti che hanno studiato, e lui non si trova a suo agio con loro e non è contento. E c'è la volta che a Roma gli dicono, appunto: "Guarda che noi che dobbiamo nominare tanti vescovi, ogni tanto prenderemo qualcuno dei tuoi frati, perché sarebbero perfetti per fare il vescovo." È lui che in tutti i modi ha cercato di dire: "No, no, no, no, non fatelo." E invece l'han fatto lo stesso. E c'è quella volta, si celebrava il capitolo, quindi gran folla di frati internazionale. E lui, andando al capitolo, aveva il compagno e gli dice: "Sai, sai quand'è che mi sentirei davvero un vero frate minore? Tu immagina che noi adesso andiamo al capitolo e i frati mi dicono: 'Francesco, predica, parlaci, sei la nostra guida.' E io, e io comincio a parlare, a predicare così come so fare io, che sono un uomo ignorante. E mi immagino che mentre parlo, i frati si mettono tutti a rumoreggiare e a dire: 'Ma buffone! Sei un incapace! Non vali niente! Va via! Non sei degno di essere il nostro capo!' E mi cacciano dal capitolo." E Francesco dice: "Ecco, in quel momento mi sentirei di essere veramente un frate minore."
Ecco, e però, naturalmente, ci sono anche le volte che Francesco racconta che ha sognato che Dio gli ha parlato e che Dio gli ha detto, adesso riassumo in termini nostri rapidi, eh, per finire, che Dio gli ha detto, in buona sostanza: "È vero che l'ordine fa schifo attualmente, però stai tranquillo, perché l'ordine io lo sostengo e vedrai che passerà questa fase e tornerà l'ordine a brillare come tu lo volevi veramente." E Francesco si è aggrappato a questa cosa, evidentemente, fino all'ultimo è rimasto dentro, anche se ha rifiutato di comandare, ma è rimasto dentro aggrappato all'idea che, siccome Dio gliel'aveva promesso, tutte le cose che vedeva nell'ordine che non gli piacevano, Dio avrebbe saputo correggerle. Ecco, capite come dopo la morte di Francesco, stabilire esattamente che cos'è che ci dobbiamo ricordare è diventata una partita molto grossa. E nell'ordine, fin dall'inizio, c'è una spaccatura, in realtà, che poi si accentua dopo. Bonaventura, ormai è chiaro che c'è la versione ufficiale, e la versione ufficiale è che non ci sono problemi, va tutto bene. E c'è una minoranza che si ricorda che non era vero, e che a Francesco non andava affatto bene quello che l'ordine era diventato. La storia dell'ordine, per generazioni, è la storia di un ordine spaccato fra una maggioranza di frati contenti di vivere nei conventi, di far parte di una grande organizzazione influente, ovviamente in perfetta buona fede, eh, una grande, un grande pezzo della chiesa, una gloria della chiesa, siamo noi francescani, e facciamo un bene enorme, salviamo un'infinità di anime, certo, vivendo nei nostri conventi di pietra e mattoni. E lui non avrebbe voluto, pensate, lui era inimitabile. Infatti, questa maggioranza soddisfatta vengono chiamati i Conventuali. E poi c'è la minoranza che dice: "Ma guardate che non va bene, guardate che non va mica bene, lui non sarebbe contento." E questi si chiamano gli Spirituali. E il conflitto fra i Conventuali e gli Spirituali, in certi momenti, arriva al calor bianco, rischia di diventare una cosa devastante e destabilizzante per la chiesa. Del resto, avete tutti letto "Il nome della rosa" di Umberto Eco, no? E "Il nome della rosa" è proprio basato, fra le altre cose, su su questa minoranza fastidiosa degli Spirituali, che i papi di Avignone cercano in tutti i modi di far star zitti, e che in qualche caso finiranno sul rogo. Anche perché disturba troppo dire: "San Francesco non era come ce l'avete raccontato voi, e non voleva quello che volete voi." E quindi, insomma, appunto, ripeto, credo che venga fuori chiaramente come la domanda "Chi era veramente San Francesco?" è una grande domanda che tutti si sono posti e come dire, a cui si possono dare tante risposte, e che rimane una questione largamente aperta. Certamente, qui mi sento di dirlo per chiudere, era un uomo che amava tantissimo la natura e che amava tantissimo gli animali, in un mondo dove non era così strano amare la natura e gli animali, perché tutti erano convinti, appunto, ripeto, che la natura è una grande forza positiva, una grande donna, come se l'immaginavano loro, che al servizio di Dio ha creato tutto quello che vediamo. L'idea che noi uomini, tutto quello che vediamo, potremmo forse rischiare di devastarlo per sempre, a loro non era ancora venuta in mente. E quindi, in questo senso, non erano e non potevano essere ecologisti nel senso nostro o ambientalisti. Però, però, come avete visto, perfino Mussolini non aveva problemi a dire: "San Francesco, usiamo e ci sta bene." E quindi credo che abbiano molto più diritto, invece, i movimenti ambientalisti di usare l'immagine di un personaggio di questa enorme statura per ricordare certe cose che vale la pena di ricordare oggi. Grazie a tutti.
[Applauso]
Va bene, come bis. Pensavo di fare. No, vabbè, niente bis, scherzo. Niente. B. Grazie mille. Buona serata. Grazie. Benissimo. Ringraziamo il professor Barbero per averci regalato questa splendida lectio magistralis sulla figura di San Francesco. Vi ricordo alle 21:30, all'Auditorium del Suffragio, il concerto Antonio Vivaldi, Le quattro stagioni, a cura dell'orchestra del Conservatorio Luigi Boccherini. Domattina, seconda giornata, si parte alle 9:30, in sala Tobino di Palazzo Ducale, con Paolo Masini. L'incontro ha dal titolo "Didattica ecologica nel quotidiano, in aula e fuori". Grazie per aver partecipato a questa prima giornata inaugurale. Buona serata.