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Lezione 7 - Galileo Galilei: il canone sperimentale della ragione moderna

Costantino Esposito • Conversazioni di filosofia1:27:29

Transcription

Dopo aver accennato a qualcosa, solo qualcosa. Purtroppo, nel pensiero di Francis Bacon, che ho cercato di presentare come una sorta di interfaccia tra scienza e filosofia, e oggi vorrei proporvi, o meglio riprendere, perché lo abbiamo già accennato, a come questa interfaccia venga determinata in maniera decisiva dal dal pensiero, dall'attività scientifica di Galileo Galilei.

E quando parlo di interfaccia tra scienze e filosofia, non intendo semplicemente un rapporto tra le due discipline, questo va da sé, no? Ma intendo qualcosa di più preciso e di più radicale, cioè il fatto che la scienza cosiddetta moderna, quella della rivoluzione scientifica, no, è una questione filosofica nel senso che può andare avanti, può svilupparsi proprio grazie alla messa a fuoco, messa a punto di nuovi concetti e di nuove prospettive per cogliere le capacità conoscitive dell'essere umano. Cioè, potremmo dirlo anche così: la scienza non è, è semplicemente un caso, sebbene particolare, sebbene molto importante, della conoscenza umana, no, la conoscenza scientifica, ma diventa il luogo in cui viene riformulata l'idea stessa di conoscenza. Si capisce la differenza?

E e questo è un luogo che potremmo chiamare sperimentale, giocando un po' con l'ambiguità di questo termine. La scienza moderna come il canone sperimentale della ragione, non soltanto nel senso lato, cioè che la scienza moderna mette in questione, verifica le capacità, la portata, l'applicabilità della ragione umana, ma anche perché la scienza moderna si basa sul concetto di esperienza o di esperimento. Quindi, esperimento in senso lato, perché è messa alla prova, no, è una indagine sperimentale in cui, cioè, si si saggia, no, si pondera le capacità della della ragione umana.

È interessante che nel 1623, per dare l'idea di questa ponderazione, perché questo è il senso di questo titolo, Galilei pubblica Il saggiatore. Mh, saggiatore, cioè è uno strumento di verifica, di ponderazione, no, dei diversi pesi e contrappesi della ragione umana. E ma dall'altra parte, l'esperimento è proprio al cuore della scienza moderna.

Varrebbe la pena, da questo punto di vista, fare ancora un piccolissimo passaggio da Bacone e andiamo a pagina 81 del manuale, nel box rotondo verdino dal titolo "Esperienza ed esperimento". Perché io partirei di qui. Che cosa vuol dire per la scienza moderna, e quindi anche per la ragione moderna, essere una ragione sperimentale? Che cosa ci viene in mente quando diciamo una ragione che parte dall'esperienza o dall'esperimento? Ci verrebbe in mente, credo, ditemi poi anche voi se vi viene in mente qualcos'altro, che parte un'indagine che parte dal rapporto diretto, immediato, operativo, empirico con le cose, con la realtà, che non parta, cioè, da idee a priori, ma da quello che si verifica, appunto, sperimentalmente, facendone esperienza.

E tra l'altro, il termine esperienza ci ci ci fa venire in mente, almeno come noi normalmente utilizziamo questo termine, qualche cosa con cui abbiamo un rapporto di tipo sensibile, che tocchiamo, vediamo, gustiamo, udiamo, gustiamo, cioè attraverso queste entrature fantastiche che noi abbiamo, che sono i nostri sensi. Questo è è un problema che rimarrà aperto in tutta la la filosofia moderna. Che cosa vuol dire avere sensibilità? Significa avere rapporto diretto con le cose?

Beh, faccio un po' di spoiler, no, e lo so che vi deludo, perché magari al liceo qualcuno un po' affrettatamente mi ha detto che l'esperienza vuol dire che tu, rispetto alla scolastica che partiva dalla deduzione di certi principi, invece l'esperienza moderna è l'esperienza in cui le cose vengono. Non è così, e non è così già da Bacone e Galilei, sicuramente non è così per per gli empiristi. Eppure, c'è stato sempre detto che gli empiristi, poi ci arriveremo, rispetto ai razionalisti, si differenziano perché i razionalisti partirebbero da concetti a priori universali da cui deducono la realtà, gli empiristi invece partono dalla realtà sensibilmente. Ma i sensi che cosa ci fanno conoscere le cose fuori di noi? No, risponderebbero gli empiristi come Locke, come Berkeley, Berkeley poi come Hume. Perché quando noi utilizziamo i nostri sensi, che cosa conosciamo? Le nostre modificazioni, non le cose, cioè come il nostro sensorio viene colpito e quindi in qualche maniera conosciamo da questa parte, non dall'altra parte. Non conosciamo le cose in sé, ma conosciamo soltanto l'effetto che le cose operano toccando i nostri sensi.

Ci arriveremo. Lo stesso si potrà dire di Kant. No, la sensibilità per Kant, e questo diciamo è la parte più difficile, vedremo da capire, di per Kant la sensibilità è una facoltà a priori, non a posteriori, cioè non dipende dalle dalle che noi sensibilmente sperimentiamo, ma dipende da strutture della nostra mente. Solamente per dire la gittata del problema, torniamo indietro.

Ma già in Bacone e Galilei, le cose stanno in maniera un po' diversa. Leggiamo quello che del Nuovo Organo, aforisma 82, scrive Bacone, appunto, citato a pagina 81 del mio manuale: "Resta l'esperienza pura e semplice, la quale se si presenta da sé si chiama caso, se viene cercata esperimento." Già questa è un'interessante distinzione. Cioè, l'esperienza in sé, quando accade in maniera occasionale, no, non è ancora un'esperienza, è un puro caso. M. Se invece viene cercata, quindi non accade, diciamo, all'improvviso, ok, ma se viene cercata, cioè se si va, si vuole comprendere qualcosa che accade, si chiama esperimento.

E ma questo genere di esperienza è come quando dice, "gli uomini di notte saggiando le cose, tutto ciò che incontrano per vedere di indovinare la strada giusta." Quindi, in questa prima forma, l'esperienza pura e semplice, no, caso o esperimento, è ancora vaga, oscura, ok. È come quando uno va in una stanza, non c'è la luce accesa, non c'è la luce del giorno, e per capire dove sta, ponete che non siate nella stanza che voi conoscete, nella vostra stanzetta o nel tinello di casa vostra, ma e allora andate a tentoni. È quasi un incubo, è angosciante, però a tentoni cercando di capire gli ostacoli che ci sono, la forma dei mobili, che non ci siano un gradino, no, per cui lui dice, questa non è vera propria esperienza. No, cioè l'esperienza ha bisogno della luce per continuare questo questo questa analogia.

Infatti, dice, "perché nel primo caso al buio io tento di indovinare ATT tentoni." Dice, continuando a leggere, "mentre sarebbe molto più conveniente e saggio attendere il giorno o accendere il lume e quindi intraprendere il cammino." Quindi, quella che abbiamo detto finora non è vera esperienza, è casualità, è andare a tentoni senza capire veramente.

Al contrario, attenti bene, qui sottolineato, al contrario, "il vero ordine dell'esperienza innanzitutto accende il lume, poi con quel lume rischiara la strada. Comincia da un'esperienza ordinata, organizzata e per niente confusa o ingannevole. Ne deriva poi gli assiomi, e dagli assiomi così stabiliti ancora nuovi esperimenti." Infatti, "neppure il verbo divino sulla gran massa delle cose ha operato senza ordine."

Partiamo da quest'ultima parola: ordine. Quindi, l'esperienza non è un provare delle cose a casaccio, o almeno non è il verus experientiae ordo. L'esperienza ha un ordo, cioè è ordinata, non è a cavolo, non è a caso, ma è illuminata. Quindi, non è il semplice imbattersi in qualcosa, ma è imbattersi capendo. Ok? E quindi, nel fare esperienza, la diciamo, le redini sono nel soggetto, nel nell'essere intelligente, potremmo dire così. Senza intelligenza, non c'è esperienza, c'è solo caso, caotica casualità. Invece, la vera esperienza è organizzata. Già questo ci dà.

E poi lui dice, perché Bacone, appunto, no, dice, "È da questa esperienza organizzata che la scienza, la conoscenza deriva poi gli assiomi, ok, cioè i principi primi che rendono pensabile, ordinabile i principi dell'ordine, mhm, fino ad arrivare come dirà pagina 82, [Musica] Bacone, fino ad arrivare alle forme delle cose." Questo termine "forme" lo trovate proprio nella nella prima citazione in verdino, nella prima colonna di pagina 82. Questa parola "forma" è ambigua sotto la penna di Bacone, no, perché potrebbe sembrare ancora un lascito, un residuo della della del vocabolario scolastico, forma come essenza, no, mentre in questa stessa citazione che vi ho segnalato, ma che non leggiamo perché mi interessa unicamente partire dal problema dell'esperienza e dell'esperimento, mentre per Bacone la forma delle cose coincide con la legge delle cose, non con la natura intrinseca, ok.

E questo è un principio che troveremo anche in Kant. No, noi delle cose non conosciamo l'in sé, non conosciamo le cose stesse, o in sé, no, conosciamo solamente i fenomeni. E quindi, ciò che la scienza, la conoscenza permette di cogliere sono semplicemente le forme delle cose, le leggi delle cose. M. Abbiamo già parlato del di come è importante questa parola, la forma, no, la forma e in Kant la forma come legge delle cose sarà anche la forma della nostra mente, le forme a priori, lo spazio, il tempo, le categorie che determinano la legge della della natura dei fenomeni. Mh.

E quindi, questa forma delle cose, non la possiamo più desumere dalle qualità intrinseche delle cose, come dicevano gli aristotelici, mhm, ma solo dall'esperienza ordinata e dall'esperimento. L'esperimento è quando l'esperienza ordinata poi viene ripetuta ad hoc, no, proprio per poter saggiare, verificare la legge delle cose stesse. E Galilei è colui che sicuramente ha più di ogni altro fornito un'idea della scienza come scienza sperimentale.

Prego. Sì. Come mai la chiesa? Ci arriviamo adesso. Adesso prima vediamo, poi arriviamo al problema della della condanna di Galilei. Era questo che volevi dire? Ci arriviamo. Aspetta. Un corso che ti invito a fare, eh. Scienza sperimentale. M. Che cosa significa che la scienza moderna è una scienza sperimentale? Innanzitutto, diciamolo filosoficamente, che è una scienza non tanto che si fa in laboratorio, questo è una delle dei diciamo delle e attraverso gli esperimenti, no, gli esperimenti come una procedura di verifica della corrispondenza del caso particolare a principi universali, no, ma la scienza sperimentale significa, è una scienza di puri rapporti misurabili.

Quindi, attenzione, perché il significato più importante di sperimentale non è che invece di farlo sui libri a casa tua, vai nel laboratorio, è solamente una strumentazione, questa tecnica, no, ma il significato epistemologico di scienza sperimentale ci porta lontano da quello che il senso comune ci direbbe. La scienza sperimentale è una scienza che parte dai dati, ok, ma cosa sono i dati? Sono la formalizzazione di ciò che accade in rapporti matematici. Cioè, paradossalmente, è la matematica la chiave del carattere sperimentale della scienza, non l'elaborazione dell'esperimento empirico. Ok.

L'esperimento o il caso empirico può essere, dice Galilei, l'inizio, a volte casuale, casuale nel senso in cui diceva la pura esperienza, no, Bacone, può essere casuale, ok, ma poi l'indagine scientifica deve elaborare e quindi per continuare nell'immagine di Bacone, deve accendere il lume, deve far luce, ok, deve penetrare il dato casuale elaborando i fattori costitutivi e il rapporto tra questi fattori come dei rapporti numerici. E poi questo andrà verificato nuovamente, ricostituendo, rifacendo quell'esperimento che all'inizio era casuale, in maniera artificiale. M. Cioè, per dire, per la legge della caduta dei gravi, come ricorderete, Galilei fa l'esperimento, la la prova del piano inclinato, un piano di legno, e fa scivolare, rotolare delle palline di metallo, ok.

E certo, Galilei è passato alla storia anche per colui che, almeno pare che non sia stato il primo in assoluto, sia stato diciamo, indipendentemente da altri scopritori, uno dei primi, però dal suo punto di vista, il primo a scoprire il cannocchiale per vedere i corpi celesti. E senza il cannocchiale per vedere i corpi celesti, ehm, Galilei non avrebbe, diciamo, scoperto che in realtà la natura del cielo è uguale alla natura della terra. Cioè, che quello che gli gli scienziati aristotelici chiamavano il mondo sublunare, cioè il mondo in cui noi viviamo, che era considerato come un mondo corruttibile, no, mentre il mondo delle sfere celesti è un mondo eterno, è incorruttibile. Ok, le sfere di cristallo che si muovono una dentro l'altra, mosse dall'ultima sfera che è la sfera delle stelle fisse, con al centro la terra, in questa meravigliosa armonia di cristalli, no, perspicua, che che non si vede perché è assolutamente trasparente, e ogni sfera porta incastonata dentro di sé il relativo pianeta.

E vedendo la scabrosità della superficie lunare, che prima era le macchie della Luna erano intese come una un difetto della nostra visione, quindi un difetto ottico, ma con il cannocchiale lui scopre i crateri della Luna, no. Quindi, se non avesse visto, no, poi la sua adesione, la sua verifica dell'ipotesi di Nicolò Copernico non sarebbe stata attestata, ok. Ma questa visione ha bisogno di un certo occhio, cioè di una di un occhio che è pronto a comprendere che la natura delle cose deve essere costantemente riportata alle modifiche delle affezioni delle cose.

Leggiamo, per esempio, pagina 91, quello che c'è scritto nel box circolare alla fine della prima colonna, è tratto da un'opera intitolata "Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari" del 1613. Scrive Galileo: "O noi vogliamo speculando, e diciamo, non è una traduzione, è l'italiano dell'epoca, no, è originale, o noi vogliamo speculando tentar di penetrar l'essenza vera ed intrinseca delle sostanze naturali, o noi vogliamo contentarci di venire in notizia d'alcune loro affezioni." Quindi, la nostra mente non riesce ad andare all'essenza delle cose, ma soltanto di dare notizia, cioè di conoscere le affezioni. Le affezioni, vuol dire le modificazioni delle cose, non l'essenza.

E continua: "Il tentar l'essenza è una locuzione bellissima questa, ricordatela perché aiuta. Il tentar l'essenza, tentar l'essenza vuol dire, e facendo la parafrasi, il avere la presunzione o la pretesa di arrivare all'essere delle cose. Il tentar l'essenza, l'ho, cioè, la considero per presa, non meno impossibile e per fatica non meno vana nelle prossime sustanze elementari che nelle remotissime e celesti." Il non voler tentar l'essenza è proprio una dichiarazione anti-aristotelica, perché la fisica aristotelica è appunto una fisica delle essenze, ok, e le essenze del mondo sublunare sono i quattro elementi, terra, aria, acqua e fuoco, no, e le cose composte di quegli elementi vanno verso il loro luogo naturale a seconda dell'essenza della loro della loro composizione.

E invece, sia per le cose del cielo remotissime, che per la sostanza della terra, "a me pare essere ugualmente ignaro della sostanza della terra che della Luna, delle nubi elementari che delle macchie del Sole. Né veggo che nell'intendere queste sostanze vicine abbiamo altro vantaggio che la copia dei particolari, ma tutti egualmente ignoti, per i quali andiamo vagando trapassando con pochissimo ognuno acquisto dall'uno all'altro." Quindi, noi riusciamo semplicemente a capire il come si comportano le cose, ma non la loro essenza ultima.

E questo nel 1613, ma già qualche anno più tardi, 10 anni, no, nel Saggiatore, e Galilei darà una più radicale interpretazione di questo. Delle 10 anni prima di questo non poter tentare l'essenza, perché se senti bene, fermandoci a quello che avevamo appena letto, si potrebbe credere che c'è una natura delle cose che noi non riusciremo mai a conoscere, e noi dobbiamo accontentarci di elaborare in leggi matematiche la in rapporto, cioè di forze numeriche, numerici, le affezioni delle cose, cioè le loro modificazioni.

E allora ci si potrebbe chiedere, ma allora filosoficamente parlando, in che cosa consistono queste essenze? Se noi ignoriamo l'essenza, quale potrebbe essere? Naturalmente, dice, se lo ignoriamo, non so dire quale potrebbe essere. Però, a livello di impostazione mentale, dicendo "io ignoro", ipotizzo che ci sia una essenza a cui non arrivo in fondo. È quello che troveremo in qualche modo in Kant come problema, no, e tant'è vero, come già vi dicevo, quando Kant dice che l'in sé delle cose, cioè la cosa in sé, mhm, e non vuol dire che è che io non posso conoscere, non vuol dire che non esista, ma vuol dire che le cose in sé sono inconoscibili, cioè che io li posso solo pensare. Quindi, in qualche modo ammetto l'ipotesi, no, della pensabilità delle cose in sé. Cioè, dire la cosa in sé non vuol dire che prendo l'idea dell'essenza di una cosa e la metto nel cestino sul mio desktop, via, la elimino, no, rimane permanente l'idea di un'essenza a cui io non posso arrivare, ok. Ed è, per così dire, l'altro lato della capacità della ragione.

Ma torniamo a Galilei. Nel Saggiatore, mi sembra, questa è la mia ipotesi di lettura, che questo essenza che non si può raggiungere, in realtà Galilei tenda sempre più decisamente ad intenderla come la struttura matematica del mondo. Mi spiego meglio: la struttura matematica del mondo non sarebbe semplicemente una mia strategia per cercare di afferrare i rapporti che determinano le affezioni delle cose, quindi non è la matematica, non è soltanto uno strumento della mia mente, una una tecnica di approssimazione al mondo, ma matematica è il mondo, è la sostanza del mondo.

Provate a sentire quello che in questa, che forse è uno dei passaggi più celebri di tutta l'opera di Galilei, il nostro eroe scrive, pagina 92, nella citazione, nella seconda colonna: "La filosofia è scritta in questo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, io dico, io dico, vuol dire, cioè, cioè l'universo. Ma non si può intendere se prima non si impara a intender la lingua e conoscere i caratteri nei quali l'universo è scritto. Egli, egli, l'universo è scritto in lingua matematica, e i caratteri sono triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola." Senza questi, non aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto. Vedete, torna l'immagine di Bacone, no?

Che cosa vuol dire che senza questa lettura matematica del del mondo, noi vaghiamo in un oscuro labirinto, o come diceva Bacone, andremmo a tentoni in una stanza chiusa, che non udiremmo ciò che il mondo stesso ci dice. Infatti, usa questa parola interessante: "senza questi mezzi è impossibile intenderne umanamente parola." Cioè, la natura sarebbe muta, sarebbe senza ordine. E quindi, è Dio stesso che crea l'universo in linguaggio matematico. Quindi, matematica è il linguaggio del mondo, prima ancora di essere il linguaggio della nostra mente, o meglio, è tutte e due le cose insieme. Perciò, la matematica non è un uno strumento arbitrario che noi, come una rete che lanciamo sul mondo per afferrarlo, ma al tempo stesso è il modo con cui il mondo si manifesta a noi. Quindi, non è una nostra approssimazione soggettiva, ma è l'essenza stessa del mondo.

E per questo, la mia ipotesi, appunto, che rimane sempre la questione della validità del non poter poter, scusa, lo puoi aiutare, per favore, nel non poter tentare l'essenza, perché il non poter tentare l'essenza è detto epistemologicamente parlando, in senso anti-aristotelico, anti-scolastico. Quindi, quello rimane. Ma al tempo stesso, ehm, c'è in Galilei un modo tutto suo, proprio di ripensare l'essenza delle cose, anche se non lo chiamerà essenza, no, e le chiamerà le qualità primarie delle cose. Abbiamo, lo scrivevamo alla lavagna anche qualche volta fa, no, vale a dire i rapporti numerici, le proporzioni tra le cose, perché è Dio stesso che ha scritto l'universo in triangoli, cerchi e altre figure geometriche, di cui noi possiamo sviluppare un discorso misurabile.

Arrivo. E allora sono insieme le due cose in Galilei, e questo ci aiuta a capire che cosa egli intenda per scienza sperimentale, cioè l'osservazione della Luna, l'elaborazione matematica del mondo, è riferimento di verifica in un caso ricostruito ad hoc del principio, se effettivamente è tale il principio matematico che noi abbiamo desunto da pochi casi, da a volte anche da un solo caso, ma che dobbiamo verificare se in altri n casi è ugualmente esplicativo. E quindi, la scienza galileiana è una scienza sperimentale, appunto, perché porta insieme con sé due questioni: quella che lui chiama una sensata esperienza, scriviamolo. [Musica] E una necessaria dimostrazione.

E se volete, il testo in cui, o uno dei testi in cui è detto chiaramente questo, lo trovate a pagina 94. Vedete che c'è un lungo pezzo che va dalla fine della prima colonna a metà della seconda, dalla lettera a Benedetto Castelli, e partendo dalla fine, a 5 righe sopra, voi trovate: "o la sensata esperienza o le necessarie dimostrazioni." Quindi, li trovate. Poi lo recupererete voi nell'insieme.

Questi due termini. Su che cosa vorrei insistere? Sul fatto che le esperienze, come le chiama qui, sono esperienze sensate. Queste esperienze sensate non vuol dire semplicemente esperienze sensibili, mh, ma esperienze ordinate. Ok? Quindi, già nel primo, che potrebbe sembrare quello più immediato, più empirico, al primo momento, c'è già all'opera la mente umana. Non è mai un mero essere colpiti da input esterni, no, ma c'è già un riceverli ordinandoli.

E quali sono le sensate? Sono quelle esperienze in cui noi cogliamo le proprietà quantitative del mondo, non quelle qualitative, o per usare suo linguaggio, in cui intendiamo solo le le qualità primarie, ossia le quantità rispetto alle qualità secondarie, che sono quelle legate ai nostri sensi, che possono sempre essere alterati, modificati. M. E queste proprietà quantitative sono proprietà di qualche cosa che si può misurare. E che cosa si può misurare? La materia. E quindi, queste quantità riguardano lo spazio, il tempo, il moto e la quiete. Ricordate, queste sono le i fondamenti, diciamo concettuali, di tutta la fisica chiamata meccanicistica, no, in cui il mondo è riconducibile a materia in movimento. Basterebbe dire materia in movimento, per dire o quiete, e per dire nello spazio, nel tempo, perché il movimento è misurabile, appunto, nello spazio e nel tempo.

Ma le sensate esperienze da sole non bastano. C'è bisogno che, partendo da quelle sensate esperienze, si possano sviluppare delle dimostrazioni, cioè quelle esperienze divengano legge universale. Vi prego di leggere attentamente a pagina 91, l'ultimo capoverso, quello che intitola, comincia con "Consideriamo innanzitutto le prime", no, e fino al primo pezzo di pagina 92, perché qui ho citato i diversi usi del termine esperienza anche nel contesto scientifico o filosofico ereditato da Galileo. Ma quello che mi interessa adesso soprattutto dire che ancora di più in Galileo che in Francis Bacon, l'esperienza implica sempre anche, cioè il lavoro dell'intelletto non è soltanto nel secondo momento, cioè nelle dimostrazioni, ma già nel primo momento, già nelle sensate esperienze, è all'opera l'elaborazione dell'intelletto.

E per questo la fisica necessariamente porta dentro di sé un'implicazione metafisica. La scienza sperimentale è una filosofia della natura. Ok? E d'altra parte, diciamo, anche nel lessico scolastico, che è Galileo eredita, filosofia senza altri aggettivi significa la fisica, la fisica di Aristotele. Quando mettiamo l'aggettivo prima, filosofia prima, no, allora si intende la metafisica, l'ontologia. Ok. Quindi, la cosa più interessante in Galilei è sempre questa coappartenenza, questa implicazione tra lavoro teorico di tipo matematico e osservazione empirica. Ma le due cose devono sempre essere tenute insieme.

Come richiama, vi può servire veramente come un ripasso sintetico, il box alla fine di pagina 92, intitolato "Il metodo scientifico galileiano". Vedete, abbiamo tre tre passi, tre livelli. Il primo è lo studio delle affezioni, cioè delle proprietà della materia. Il secondo sono le sensate esperienze, riproduzione artificiale di un fenomeno naturale e sua osservazione. E il terzo le matematiche dimostrazioni o necessarie dimostrazioni, ipotesi, controllo dell'esperienza e spiegazione in termini matematici del fenomeno. Ma in realtà, la dimostrazione in termini matematici è, a ben vedere, una esplicitazione di una dimensione della ricerca e della natura stessa, che è implicata già nelle sensate esperienze. Se voi togliete uno di questi poli, non avete più la scienza sperimentale. [Musica]

Ehm, come questo abbia, diciamo, sia stata da Galileo ripresa e ed è ricavata anche dalle sue dalle sue scoperte astronomiche, lo trovate nel box di pagina 88, intitolato appunto "Le scoperte astronomiche di Galileo". E qui è interessante anche vedere a pagina 90, l'iconografia della Luna, no, nelle immagini a destra, la prima a destra in alto, voi trovate, per esempio, la raffigurazione galileiana della Luna, e invece a sinistra, nella figura 1, la rappresentazione di Thomas Harriot, che è un aristotelico. Vedete come la precisione dell'osservazione sta a dire due cose: primo, che noi dobbiamo attribuire anche ai corpi celesti quello che finora è stato attribuito solamente alla terra, cioè la generazione e la corruzione, anche i corpi celesti si si corrompono. E poi ipotizzare, appunto, che le stesse leggi del moto valgano per il cielo e per la terra.

E ora, che tipo di, questo mi interessa soprattutto, prima di passare alla disputa teologica, che tipo di ricaduta ha questo sulla storia del pensiero filosofico? Beh, certo, Galilei è uno scienziato, però ha un posto d'onore in un manuale di storia della filosofia, ok, appunto perché le sue scoperte e anche la sua elaborazione epistemologica, in qualche maniera, operano una cesura netta con la scienza scolastica. Tra l'altro, bisogna, questo lo troverete scritto, è abbastanza curioso, sì, certo, Galilei poi fu condannato dalla Chiesa, ahimè, e poi soltanto nel nel '900, alla fine del '900, la Chiesa ha riabilitato Galilei, anche diciamo ufficialmente, e riaprendo tutti gli atti del processo dell'archivio Vaticano, e costringendolo alla biura. Ma la più, diciamo, la prima e più, diciamo, accanita opposizione a Galilei venne dai suoi colleghi laici, quindi non c'entravano, non erano ecclesiastici, della dell'università di Padova, dove dopo Pisa Galilei aveva insegnato per più di 10 anni, che erano aristotelici, perché appunto, l'immagine del mondo copernicana, ripresa e rilanciata anche sperimentalmente, in questo senso, attraverso l'osservazione astronomica da Galilei, smonta i principi della scienza aristotelica.

E appunto, Galilei opera una cesura molto netta con la scienza aristotelica, e non semplicemente con uno dei tanti modelli epistemologici per fare scienza, ma un'immagine, diciamo generale del mondo. Ok. Provate a pensare, ragazzi, che cosa può aver significato per un uomo del '500, la appunto, rivoluzione copernicana. M. E avreste la possibilità, se qualcuno di voi vuole informarsi un po' di più, di andare a dare un'occhiata al capitolo 4, quello che parte da pagina 60, in cui appunto, eh, si, almeno, almeno vi vi consiglierei di leggere da pagina 60 a pagina 62, cioè il primo paragrafo, perché ho concentrato qui i caratteri fondamentali di quella che è la rivoluzione scientifica moderna. E poi trovate a pagina 61, anche uno specchietto sulla diversità tra il sistema aristotelico-tolemaico, chiamato geocentrico, e il sistema copernicano, eliocentrico, no.

E provate, proviamo ad immaginarci, quello che per un uomo del '500, Copernico muore nel 1543, mh, e che cosa può significare che il cielo non è più il luogo della incorruttibile perfezione, che il cielo si corrompe come la terra, si muove come la terra. E ho provate a pensare al fatto che il centro dell'universo non è più la terra, ma la terra a sua volta gira attorno al sole. Mh, significa non semplicemente riconoscere che gli scienziati hanno elaborato un nuovo modello, ma significa ripensare simbolicamente anche il mondo e la nostra postura nel mondo. Mh, soprattutto, e questo appunto è il la ricaduta che mi premeva, diciamo, vedere con voi, significa riformulare le possibilità della conoscenza umana.

Galilei è geniale non soltanto come scienziato, ma anche come teorico, come epistemologo, no, proprio perché da una parte è ben consapevole che la nostra intelligenza, appunto, come leggevamo prima, non può tentare l'essenza, non può cogliere la sostanza ultima delle cose, non la può cogliere perché delle cose noi possiamo semplicemente conoscere le affezioni. M. Ma al tempo stesso, ehm, dà alla mente, quindi questo potrebbe dire che la nostra mente è una mente limitata, mhm, sicuramente è limitata, è una mente finita, creata, ma al tempo stesso la nostra mente imita alla grande la mente divina, perché è Dio stesso, una mente matematica. Dio è veramente il grande calcolatore, mhm, cioè è la fonte dell'essere in quanto calcola l'essere, non nel senso che si mette lì con con un grande computer, no, e come nella serie televisiva Westworld, no, ma crea le cose in un linguaggio matematico.

Lo ripeto, non è che la matematica è uno strumento che ci inventiamo noi per poter spiegare le cose, no, la matematica è la struttura immanente, ontologica. La matematica non è una è una questione mentale, attenti ragazzi, è una questione mentale, cioè è un prodotto della nostra intelligenza, matematica, no, dell'intelligenza di Euclide, di Eulero, dei grandi, di Galilei, ma la matematica ha una dimensione ontologica, cioè riguarda l'essere delle cose. E da una parte Galilei dice, io posso conoscere solo questo, non l'essenza, però alla fine, anche se non la chiamo essenza, l'essere delle cose è matematica. Certo, come dicevamo qualche giorno fa, poi c'è tutta la diversità qualitativa del mondo, ma quello è puramente soggettiva. Uno dice, ma anche l'intelligenza è soggettiva? Ma che differenza c'è tra l'intelligenza e la mia capacità di gustare? No, perché l'intelligenza è affidabile, mentre il mio, l'organo di gusto non è affidabile. Tanto è vero che l'esempio che sempre faccio, se un giorno mangio un pezzo di torta che conosco bene, una Sachertorte, e dico è meravigliosa, si sente il cacao, lo zucchero, la glassa di cioccolato, vi piace, eh, e e dentro naturalmente ci vuole uno strato di marmellata d'arance, mh, e una settimana dopo lo mangia e dice è amarissima, perché c'ha la febbre, perché diciamo, è alterato il suo il suo sensorio, no, ci si può fidare? Eh, no. Bisognerebbe ogni volta misurare la febbre, capire lo standard percettivo puramente soggettivo. Ma anche l'intelligenza è soggettiva? Sì, è operata da un essere intelligente, ma la sua portata è universale perché è matematica e quindi non dipende dalla temperatura corporea o dal gusto alterato. Ok?

Quindi, il mondo ci si dà scientificamente, grazie, ben prima di Heisenberg, ragazzi, eh, o meglio, è lo stesso principio che poi Heisenberg dirà in maniera diciamo sperimentalmente del tutto diversa, ma molto più smaliziata, no, cioè la scienza è sempre un dato studio di un dato elaborato dalla nostra intelligenza, cioè la nostra intelligenza non fa semplicemente la fotografia al mondo, la nostra intelligenza ci dà il mondo, cioè noi non siamo dei semplici spettatori che vediamo il mondo, diciamo, ah, guarda lì, 1, 2, 3, e contiamo una cosa che è fuori di noi. Noi, per la scienza, il mondo, eh, lo so che questa è una cosa un po' strana a pensarsi, è dentro di noi, cioè è nella nostra intelligenza. Uno dice, ma come? Ma la scienza, però, ci dà, ci dà delle leggi, applicando le quali noi costruiamo le macchine, prevediamo il meteo, costruiamo le lavatrici, inventiamo la penicillina, no, cioè ha degli effetti straordinari. Ed è questo, come dice sempre, diciamo, un mio amico epistemologo, la scienza è la più grande impresa di successo mai tentata dagli esseri umani, è un'impresa di successo strepitoso, capite? Grazie alla scienza che io posso parlare nel microfono e voi mi sentite.

E allora, cosa vuol dire ritornare a Galilei? Questo non vuol dire che allora che la scienza è solamente un'attività applicativa. L'applicazione è un'applicazione, è il microfono, non è mica in me, l'amplificazione è fuori di me. Quindi, cosa vuol dire che nella scienza, il mondo è nell'intelligenza? Perché tutto, dalla osservazione astronomica di Galileo fino all'ultima frontiera, che sono il tentativo di costruire dei computer quantistici con i qubit, no, deriva dal nostro intervento, dal fatto che c'è sempre un intelletto che elabora la realtà. Questo però, che è una netta, una netta, allora, scusate, prima di dire questo, per Galilei, Galilei è ancora un buon filosofo cristiano, diciamo così. Per Galilei, questo è fondato sul fatto che Dio crea il mondo e crea anche la nostra intelligenza. Ma questo tornerà anche in in Cartesio, no, per questi autori moderni, la narrazione è sempre ebraico-cristiana. Quindi, io posso dire che la mia mente è il luogo in cui si dà il mondo, perché sia il mondo che la mia mente sono creati da Dio, e quindi Dio è appunto il grande garante che quando io seguo le leggi esatte della mia intelligenza, le leggi matematiche, questo mi darà il mondo com'è, com'è veramente, com'è in sé. Lasciamolo indeciso in sé, ma come è veramente, me lo darà.

Ma al tempo stesso, questa, diciamo, esplicitazione, questa scoperta degli scienziati moderni, va vista nelle due prospettive: indietro e in avanti. Vediamola indietro. Indietro è sempre stata una convinzione della filosofia e anche della teologia che la nostra conoscenza del mondo è sempre al tempo stesso il modo con cui il mondo ci si dà. Vi ricordavo qualche qualche volta fa il fatto che noi usiamo nella nostra lingua, ma non solo nella nostra, il termine ragione per intendere non soltanto la nostra facoltà intelligente, la nostra facoltà, la nostra mente, ma intendiamo per ragione anche il motivo, il logos, no, il fondamento della realtà. Quindi, filosofia, c'è stato sempre una corrispondenza tra la nostra capacità, il nostro logos, la nostra capacità di comprendere il mondo, è il modo in cui è il mondo. Attenzione, ragazzi, perché è in questo rapporto la cosa più interessante della filosofia, poi di volta in volta, nelle diverse epoche, diversi autori lo hanno sbilanciato questo rapporto, no, e lo si vedrà anche all'interno della stessa della stessa filosofia moderna, però è sempre un rapporto. La conoscenza, ok, è sempre una corrispondenza tra il mio modo di usare la ragione e il modo di essere del mondo. Mh.

E quindi, questo, tra l'altro, come già dicevo, corrisponde anche ad un'immagine teologica, oltre che filosofica. All'inizio della narrazione ebraico-cristiana, quando Dio crea l'essere umano, Adamo ed Eva, e dopo aver creato tutto l'universo, e simbolicamente, cosa dice Dio a a al primo uomo? Pongo sotto il tuo potere il mondo, l'universo intero, no, perché tu gli dia senso. Ma vediamolo anche dall'altra parte, in avanti. Questa frattura, questa cesura della scienza moderna rispetto al canone aristotelico, per esempio, o della Scolastica, per meglio dire, vuol dire che se da un lato bisogna sempre aver presente la trascendenza divina, il creatore, come il garante della tenuta di questo rapporto tra la nostra ragione e la ragione del mondo, dall'altra parte, tendenzialmente, questa garanzia verrà riassorbita sempre più significativamente, e decisamente all'interno della ragione stessa. Cioè, è chiaro che la nostra ragione può far questo perché è una ragione creata, no, cioè è una ragione che porta dentro di sé il senso del mondo intero, ma il fatto che questo dipenda dalla creazione divina, diverrà non necessariamente negato, no, ma sempre più distante, sempre più remota come spiegazione, no, e sarà piuttosto la ragione che spiega se stessa, la motivazione per fondare la nostra conoscenza scientifica. Cioè, la nostra conoscenza scientifica non ha bisogno, non avrà bisogno di ammettere come la sua fondazione la creazione divina, mhm, ma o sospenderà agnostic, sospenderà il giudizio, oppure se anche lo ammetterà, sarà diciamo un giudizio remoto, una ammissione remota.

Starei per dire che è molto di più nella scienza del '900 che torna il problema della giustificazione ultima, no, ma nella scienza moderna, il problema di questa giustificazione ultima, appunto, teologicamente intesa come la creazione da parte di Dio, sia del mondo che della mia intelligenza, è una giustificazione che verrà soddisfatta sempre di più dalla ragione. Torniamo al punto di mezzo, cioè Galilei e la grande, il grande problema aperto nel suo dissidio con la Chiesa Cattolica, era appunto che seguendo il modello copernicano, eh, rischiava di essere del tutto compromessa la verità delle scritture, perché ci sono alcuni, come leggerete qui, alcune questioni, per esempio, alla fine di pagina della seconda colonna di pagina 94, no, quando nella Bibbia Giosuè dice al sole, fermati, cioè aspetta a tramontare, così noi abbiamo il tempo di vincere la battaglia, e questo non sarebbe possibile se appunto la terra non fosse ferma, no.

Ma a parte che, come detto anche qui, Galileo ribalta la cosa e dice che è solo nel sistema copernicano, non in quello tolemaico, che si può spiegare anche questo. Ma al di là di questa questione, e la sua soluzione è la seguente: che il linguaggio della scienza e il linguaggio della scrittura sono due linguaggi di un'unica rivelazione. La prima è la rivelazione come natura, la seconda è la rivelazione come un unico autore. Non potranno mai essere tra di loro conflittuali. Allora, da dove deriva la conflittualità? Dalla nostra interpretazione. Cioè, noi dobbiamo capire che il linguaggio biblico è un linguaggio simbolico, letterario, teologico, il cui obiettivo non è quello di darci le leggi del mondo naturale, ma di farci capire la misericordia di Dio nei confronti dell'umanità, come Dio ci salva. Ok?

Invece, il linguaggio scientifico ci dice come va, quali sono le leggi che presiedono alla alla dinamica del mondo naturale. Come, come dirà negli stessi anni, Galileo, scusate, Cartesio, la scienza non ci dice come si si va al cielo, ma come va il cielo. Cioè, la scienza non ci dice come poter guadagnare il paradiso, come si va al cielo, il cielo in senso simbolico, come la salvezza, no, ma come va il cielo, cioè qual è il suo movimento, matematizzazione.

Se dovesse esserci una l'apparenza di una conflittualità o contraddizione tra i due linguaggi, a parità di condizioni, bisogna, per quanto riguarda la conoscenza, preferire il linguaggio della scienza. Cioè, se due locuzioni, una biblica, scritturistica, e l'altra scientifica, sembrerebbero contraddirsi, no, se noi vogliamo semplicemente leggere la scrittura per capire cosa ha fatto Dio per noi, preferiamo la scrittura. Ma nell'ordine della conoscenza, bisogna preferire la la scienza.

E infatti, vedete quello che leggiamo insieme per concludere, quello che dice a pagina 94, alla fine della prima colonna: "Stante dunque che la Scrittura in molti luoghi è non solamente capace, ma necessariamente bisognosa di esposizioni diverse dall'apparente significato delle parole, perché? Perché le parole sono usate come simbolicamente, allegoricamente. Mi par che nelle dispute naturali ella dovrebbe essere riservata nell'ultimo luogo." Cioè, gli scienziati non possono prendere la scrittura come l'autorità per la conoscenza della natura, per la conoscenza scientifica della natura, perché procedendo di pari dal verbo divino, la scrittura sacra e la natura, quello che dicevo prima, entrambe, la scrittura e la natura, procedono dal verbo, dal logos divino, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio. Ed essendo di più convenuto nelle Scritture per accomodarsi all'intendimento dell'universale, dir molte cose diverse in aspetto e quanto al significato delle parole dal vero assoluto, ma all'incontro, cioè al contrario, "essendo la natura inesorabile e immutabile, e nulla curante che le sue recondite ragioni e modi d'operare siano o non siano esposti alla capacità degli uomini, per lo che ella non trasgredisce mai i termini delle leggi impostele, pare che quello degli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone innanzi agli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba questo è l'importante, in alcun conto essere revocato in dubbio per luoghi della Scrittura che avessero nelle parole diverso sembiante."

Noto semplicemente quella frase, allora, cioè questa locuzione che la scrittura usa le parole, no, in maniera ermeneutica diversa, perché con le parole vuole intendere la rivelazione divina storica, e usa delle parole con cui gli uomini possano intenderla, mentre la natura, in quanto conosciuta dalla dalla scienza, usa le parole nel assolutamente vero, è il vero assoluto. Allora uno direbbe, no, attenzione, il vero assoluto è Dio. Ma appunto, la natura è creata da Dio, e quando lo scienziato guarda la natura, coglie la verità assoluta della natura, cioè non quella storica, quella che la rivelazione storica della scrittura può dire in maniera diversa, ma il suo significato assolutamente definitivo, immutabile. Dio ha una una la rivelazione divina è una rivelazione storica, no, è il Dio di Jahvè, e scusate, il Dio dell'Antico Testamento si adira, perdona, manda il flagello, apre il Mar Rosso, no, fa delle cose che non sono assolutamente vere, ma scelte da Dio volta per volta, fino alla scelta definitiva di mandare suo figlio, no, avrebbe potuto anche non mandarlo. Quindi, abbiamo a che fare con una rivelazione storica, mentre la rivelazione naturale è assoluta, perché incontrovertibile. E quindi, tra le due, c'è una differenza tra la storia e la natura. Entrambe derivano da Dio.

E naturalmente, la Chiesa non si accontentò di questo, ma è interessante, lo costrinse alla biura. Ahimè, da allora Galilei è diventato, oltre che uno scienziato, diciamo, inevitabile per la nostra storia, è diventato però anche una figura da alcuni anche ideologicamente utilizzata come un vessillo di libertà contro l'oscurantismo religioso o ecclesiastico, no. Ehm, sta di fatto che alcuni all'interno della Chiesa stessa, avevano, come il cardinale Bellarmino, ma anche come, o per Keplero, invece, avevano ipotizzato, avevano suggerito a Galilei che queste sue, diciamo, spiegazioni potessero essere intese come ipotesi, non come una descrizione dell'essere stesso della realtà. Galilei non ci stette, no.

Ma paradossalmente, è un paradosso, nell'epistemologia novecentesca, pensiamo a un autore come Popper, per esempio, che nel suo libro "Scienza e filosofia" si diciamo, si lancia in una, udite udite, critica a Galilei, perché paradossalmente, no, era a livello epistemologico più più giusto parlare di una teoria scientifica come ipotesi, non come la verità incontrovertibile della realtà, perché la scienza stessa è sempre, è sempre falsificabile, no. Ma tant'è, la scienza moderna è anche questo, è al tempo stesso il non voler tentare l'essenza, ma fermarsi semplicemente alla descrizione delle affezioni dei corpi, ma al tempo stesso ha la pretesa di poter cogliere, grazie alla, diciamo, incontrovertibilmente, grazie. E ci vediamo domani.