Transcription
La battaglia di Legnano del 29 maggio 1176 è uno dei grandi momenti nella storia d'Italia, così come è stata raccontata a lungo a livello ufficiale, nei manuali scolastici, nella propaganda, negli affreschi dei municipi. Questa cosa noi storici la chiamiamo "la grande narrazione".
Cosa vuol dire? Vuol dire che la storia di ogni popolo, di ogni paese, è infinitamente complessa e comprende una marea di episodi, di personaggi. Ma col tempo, ogni popolo ha deciso un modo specifico, ufficiale, di raccontarsi e di raccontare agli altri la propria storia. Ha scelto un filo conduttore, ha scelto gli episodi e i personaggi cruciali, e su quelli ha cominciato a insistere.
Da noi, questo percorso si è compiuto nell'Ottocento, con il sorgimento, con l'unità d'Italia. A partire da quel momento, la grande narrazione della storia d'Italia è la storia, appunto, di un popolo che deve continuamente difendersi dagli stranieri che vogliono dominarlo. È la storia di un popolo e di un paese continuamente minacciato, continuamente invaso. Dinastie straniere, dominazioni straniere. Eroi isolati. Ecco, nei momenti peggiori ci sono solo gli eroi isolati che tengono viva la fiamma dell'indipendenza italiana. E poi si arriva invece al riscatto e al trionfo con il Risorgimento.
In questa grande narrazione, la guerra delle città italiane, o meglio delle città lombarde – all'epoca si chiamava Lombardia tutta la pianura padana da Susa a Treviso – la guerra delle città lombarde contro l'imperatore Federico Barbarossa, è ovviamente, e sembra fatto apposta, ecco, per occupare uno spazio importante. Tanto più che quella guerra era stata vinta, cosa che non succede così spesso nella storia d'Italia, di vincerle le guerre.
E dunque, noi come direttori, tutti, magari anche se non ci crediamo, però tutti abbiamo in mente una certa immagine: l'immagine di un tiranno straniero, di un oppressore straniero, contro cui gli italiani insorgono, combattono, vincono. È una storia assortita di miti, di tutti i generi. Miti nel senso proprio di cose inventate di sana pianta: il Giuramento di Pontida, Alberto da Giussano. Tutte figure create dalla poesia e dalla retorica risorgimentale, e che però sono vive ancora oggi. E ancora oggi, lo sappiamo benissimo, possono essere riproposte e strumentalizzate dalla politica di oggi.
Per un italiano vissuto fra Otto e Novecento, queste cose erano, come dire, verità indiscussa. E tutti le conoscevano fin da bambini. Anch'io le conoscevo fin da bambino, perché io ancora studiato negli anni Sessanta su sussidiari delle elementari che la storia d'Italia la raccontavano così. In uno dei libri che adoravo quand'ero bambino, "Il giornalino di Giamburrasca", scritto appunto alla fine dell'Ottocento, primissimi del Novecento, un certo punto Giamburrasca in collegio contesta il direttore, la direttrice del collegio, scrivendo sul muro: "Abbasso i tiranni!". Quando lo scoprono, gli chiedevano allora: "Chi sono questi tiranni?". E Giamburrasca comincia a enumerare: "L'imperatore Barbarossa e il generale Radeschi".
Ecco, era ovvio per un italiano di allora che l'imperatore Barbarossa, che noi abbiamo sconfitto a Legnano, era appunto un tiranno straniero. E c'era anche un altro sottinteso: i Comuni italiani rappresentavano la modernità. Comuni italiani volevano dire la borghesia mercantile, i nuovi ceti che si affacciavano alla ribalta della storia. E invece l'imperatore Barbarossa rappresentava il vecchio mondo feudale, il vecchio ordine feudale, che voleva soffocare le nuove energie borghesi.
In tutto questo, l'unica cosa vera è che l'imperatore era straniero, era tedesco. Anche se il suo soprannome, e anche i tedeschi lo usano in italiano naturalmente, "Kaiser Barbarossa", l'imperatore straniero. Questa è l'unica cosa vera. Ma è illegittimo re d'Italia? Non è affatto un tiranno. È un sovrano che ha tutto il diritto di governare l'Italia. E soprattutto, ha una parte considerevole della società italiana, almeno all'inizio, sta dalla sua parte.
Non è affatto vero che i Lombardi, e quindi gli italiani, insorgono in massa contro una dominazione straniera. Il re ha il consenso di una grossa parte della società italiana. Come mai? Ma perché dobbiamo capire cosa è successo con la nascita dei Comuni. Da circa un secolo in Italia, il potere del re è un potere lontano. Questo è il vero problema. Il fatto che il re sia uno straniero crea questa difficoltà. Il re è uno straniero perché in quel che resta dell'Impero di Carlo Magno ci sono due regni in cui si articola l'Impero: il Regno di Germania e il Regno d'Italia. E per varie ragioni storiche, il re di Germania, che è una carica elettiva, e badate, non ereditaria, è una carica elettiva. Per varie ragioni, i principi e i vescovi tedeschi sono sempre stati più forti di quelli italiani e sono sempre riusciti a imporre uno di loro come imperatore. In sostanza, quindi, il re di Germania è un tedesco e anche legittimamente re d'Italia e imperatore. Ma è un tedesco e sta quasi sempre in Germania.
Nel XI-XII secolo, il potere del re in Europa è arrivato al livello minimo. Le risorse sono poche, si pagano pochissime tasse, quindi non ci sono mezzi, non c'è un esercito permanente, le ribellioni sono continue. Quindi, per molto tempo, gli imperatori, re di Germania, hanno passato praticamente tutto il loro tempo in Germania a reprimere le rivolte di principi e vescovi ribelli. In Italia non venivano quasi mai.
Ma l'Italia si stava arricchendo. L'Italia era al centro del Mediterraneo, da lì passavano traffici e flussi di merci e di denaro, e questo denaro restava sul posto. L'Italia è un paese di città, lo è sempre stato, e queste città erano piene di mercanti che facevano i soldi. E in queste città, all'interno di un Regno d'Italia che cominciava a sembrare una cosa un po' fittizia, perché? Perché il re non si vedeva mai. E non è che ci fosse una grossa burocrazia di funzionari, di giudici. C'era poco.
E così ogni città d'Italia si abitua a governarsi da sola, e anche a regolare con la forza le liti, le controversie con le città vicine, quando il caso. L'imperatore esiste in teoria, viene rispettato. Le rare volte che si fa vedere, gli si rende omaggio. Ma di fatto, poi, la vita nel Regno d'Italia va avanti quasi come se l'imperatore non ci fosse.
Ora, tutto questo va molto bene a tutti in Italia. Nessuno si sogna di dire: "Noi rifiutiamo l'imperatore". No, noi obbediamo all'imperatore, purché non ci dia troppo fastidio. E ogni città, così, può arricchirsi e prosperare. Ma non tutte le città prosperano allo stesso modo. Alcune sono molto più ricche, molto più popolose, e queste città ricche e popolose non si accontentano e vogliono, come dire, sopravanzare le altre e sottometterle. Comincia il disordine, comincia la violenza. Le città si scontrano fra loro, si combattono fra loro. Le città sottomettono le campagne, che vuol dire sottomettere non soltanto comunità di contadini, ma anche i nobili nei loro castelli, e i principi, i marchesi, i conti che governano una parte della campagna, e a cui le città impongono di sottomettersi.
E tutta questa gente non è contenta. In Italia molti cominciano a pensare che non è una buona cosa che l'imperatore non si faccia mai vedere. Non è una buona cosa che le città possano fare tutto quello che vogliono. Principi, conti, nobili delle campagne cominciano a pensare che sarebbe ora di chiedere all'imperatore di farsi vedere. Invece.
E non sono solo loro a pensarlo. Anche nel mondo delle città ci sono molti che cominciano a pensare che questa libertà totale, questa autonomia dei Comuni, ebbene, la stiamo pagando un po' troppo cara. Perché, appunto, non tutte le città sono uguali e le grandi città fanno paura. Una grande città fa paura più di tutte le altre: Milano. Milano è la grande metropoli della pianura padana. E tutte le città vicine: Como, Cremona, Pavia, Novara, Vercelli, Lodi. Ebbene, tutte queste città si accorgono che Milano è un vicino ingombrante, pericoloso, che impone la sua politica, che pretende le esenzioni per i suoi mercanti, che domina il territorio circostante, non lascia spazio alle altre città.
In tante città della pianura padana si comincia a pensare la stessa cosa che pensano i nobili signori delle campagne, e cioè che sarebbe bene che l'imperatore tornasse a farsi vedere, che il re d'Italia riprendesse possesso del suo regno, ricominciasse a stabilire dei giudici, dei funzionari, a impedire quella che ormai è diventata l'anarchia. Un'anarchia che permette ai grossi di mangiarsi i piccoli.
E dunque, quando un giovane sovrano viene eletto dai principi tedeschi re di Germania, e quindi automaticamente ha diritto di essere anche re d'Italia e imperatore, se riuscirà andare a Roma a farsi incoronare dal Papa, quando questo giovane sovrano Federico, che presto viene soprannominato Barbarossa, fa capire che lui, che lui non è un assenteista come i suoi predecessori, in Germania ha rimesso un certo ordine e adesso è deciso ad ascoltare le lamentele che gli arrivano dai suoi vassalli e dai suoi fedeli sudditi italiani, è deciso a venire in Italia e rimettere ordine.
E quando dunque questo giovane sovrano fa sapere che lui verrà, quasi tutta l'Italia lo accoglie con entusiasmo. Quello che bisogna capire è che in realtà il Barbarossa non viene per ristabilire un chissà quale vecchio ordine feudale. Non esiste niente del genere. Quello che esisteva in passato era il potere del sovrano, il potere della monarchia. Al tempo di Carlo Magno, secoli prima, tutti sapevano cosa voleva dire. Adesso se lo sono un po' dimenticato. Certo, ma noi non vogliamo ristabilire un potere come quello, un potere debole, tutto sommato, senza infrastrutture, senza tasse.
Quello che vuole fare il Barbarossa è la stessa cosa che stanno facendo alla sua epoca gli altri re della sua generazione: il re di Francia, il re d'Inghilterra, il re di Castiglia. Questi re stanno costruendo un potere che una volta non c'era: un potere nuovo, è il potere centrale dello Stato, se vogliamo usare questo termine leggermente anacronistico. Vuol dire che i re vogliono governare, e non per mezzo soltanto di feudatari, di vassalli. Vogliono governare per mezzo di una burocrazia, vogliono avere degli uffici, vogliono avere un fisco, vogliono avere dei magistrati. La trama, cioè, di quello che noi riconosciamo come uno Stato moderno.
Certo, è solo l'inizio. Quello che questi sovrani nell'Europa del XII secolo riescono a mettere in piedi è appena un embrione di Stato. Ma è il primo passo in quella direzione. Voglio dire che questi re hanno in mente il futuro, stanno cominciando a costruire quello che sarà poi lo Stato moderno. E questo è quello che il Barbarossa vorrebbe fare in Italia. Quindi, non si tratta di un ritorno, chissà, a quale vecchio ordinamento che soffocherebbe le nuove energie italiane rivolte al futuro. È tutto il contrario. Si tratta di offrire a queste energie il quadro di una monarchia funzionante.
Ed è un progetto innovativo anche da un altro punto di vista, da un punto di vista culturale. Perché dal punto di vista culturale, proprio il fatto che il mondo sta cambiando ha spinto i giuristi a riscoprire l'utilità del diritto romano. Capite? Il diritto romano era caduto quasi in disuso. La popolazione in Italia era fatta di gente che si considerava longobarda – lombardo è una contrazione di longobardo, naturalmente – vigevano le leggi dei Longobardi. Ma queste leggi, create tanti secoli prima, non sono più sufficienti nel mondo del XII secolo, nel mondo dei Comuni, nel mondo delle monarchie che stanno riprendendo piede.
E allora, in queste città che sono anche città più colte, dove ci sono scuole, studiosi, intellettuali, in queste città si riscopre l'utilità di un corpus di leggi come quelle che gli imperatori romani avevano formulato tanto tempo prima: il diritto romano. E il diritto romano è il nuovo strumento moderno per rimettere ordine, per regolamentare la vita collettiva. E il diritto romano, che è quindi popolarissimo, e i suoi specialisti, i giuristi, i laureati in legge, sono persone che contano. Laureata in legge perché è nata in Lombardia, cioè a Bologna, la prima università della storia, Università di Bologna, che produce, fabbrica in serie, appunto, specialisti del diritto romano.
E tutti costoro, appunto, sono favorevoli all'idea che l'imperatore torni a governare il paese, perché il diritto romano è il diritto di un impero. E il primo principio del diritto romano è che ogni legge è valida in quanto è stata emanata dall'imperatore. Quindi, c'è anche un clima culturale, intellettuale, favorevole al ritorno dell'imperatore.
E quando il Barbarossa scende in Italia la prima volta, trova che gli vengono incontro non soltanto i suoi vassalli, marchesi, conti, nobili signori, ma gli vengono incontro anche le delegazioni di quasi tutte le città. E quando convoca i giuristi di Bologna a Roncaglia per tenere una grande riunione, la Dieta di Roncaglia, i giuristi sono disposti ad andarci e a proclamare a tutti che il potere in Italia spetta all'imperatore.
All'inizio, c'è soltanto una città che è veramente ostile a questo ritorno dell'imperatore, ma è la città più importante di tutte, naturalmente: Milano. Milano è così potente, così ricca, così popolosa e così arrogante che quasi da sola decide di resistere e di ribellarsi all'imperatore. Ma va a finire molto male, perché non è, appunto, una lotta nazionale degli italiani contro i tedeschi. È una ribellione di una grande città italiana contro il legittimo sovrano. E il legittimo sovrano trionfa. Nel 1162, Milano viene assediata, presa e rasa al suolo. L'imperatore dimostra la sua clemenza lasciando salva la vita alla popolazione milanese, ma tutti sono obbligati a lasciare la città, e la città viene demolita sistematicamente, lasciando in piedi soltanto le chiese e i monasteri.
A demolire la città, Federico Barbarossa demanda i contingenti delle fedeli città italiane. Tutti i contingenti delle città vicine a Milano partecipano con entusiasmo alla distruzione. Ognuno ha il suo settore: i Vercellesi distruggono il sobborgo di Porta Vercellina, i Pavesi quello di Porta Ticinese, e così via. L'imperatore ha trionfato.
Ed è a partire da questo momento che le cose cominciano ad andare male. Formalmente, ha ottenuto tutto: è stato incoronato re d'Italia con la Corona Ferrea, è stato incoronato imperatore dal Papa a Roma. Cerca di mettere in atto il suo progetto: governare davvero, governare davvero il regno in cui ha ristabilito il suo potere. Ed è lì che sbaglia.
Certo, certe cose sono inevitabili e possono anche essere accettate dalle città, anche se ormai i Lombardi si sono talmente abituati alla loro autonomia. Però l'idea che l'imperatore collochi dei giudici, che in ogni città chi ha delle cause, delle liti, si possa rivolgere a un giudice dell'imperatore anziché affidarsi a un giudizio del vescovo, oppure a un arbitrato di qualche amico comune, come si era costretti a fare prima, ecco, il fatto che ci sia di nuovo dei giudici dell'imperatore non è, in fondo, una cattiva cosa.
Il problema è che mantenere questo apparato di giudici e funzionari costa. E quindi gli italiani scoprono una cosa a cui non aveva pensato nessuno: che se funziona di nuovo la monarchia, bisognerà pagare delle imposte. La scoperta che tocca pagare delle tasse comincia a provocare i primi malumori.
Ma poi c'è, c'è l'errore forse decisivo del Barbarossa. Nonostante tutto, è davvero tedesco, e dei suoi sudditi italiani si fida solo fino a un certo punto. Perciò l'apparato di giudici, di funzionari e di esattori delle tasse che colloca nel paese è composto quasi tutto di suoi uomini di fiducia tedeschi. È in quel momento che per gli italiani la ricostituzione di un Regno d'Italia comincia a rivelarsi anche qualcosa che porta degli stranieri a comandare a casa nostra. E il malumore serpeggia.
E i Milanesi cominciano a pensare che forse è possibile ribellarsi un'altra volta. Milano esiste di nuovo. I Milanesi l'hanno ricostruita, sono tornati ad abitare dove abitavano prima. C'è uno straordinario bassorilievo dell'epoca a Milano, che una volta stava su Porta Romana e che adesso è esposto al Castello Sforzesco, in cui si vedono appunto i Milanesi che, dopo la ricostruzione di Milano, tornano in città al seguito del loro arcivescovo.
I Milanesi cominciano a prendere contatti con le altre città e scoprono che gli umori sono cambiati, che in molte città adesso il governo dell'imperatore e dei suoi tedeschi fa più paura che non l'egemonia di Milano. Pian piano si intesse una trama di rapporti e finalmente, cinque anni dopo la distruzione di Milano, nel 1167, Milano riesce a convincere molte città della Lombardia a stipulare un accordo, un'alleanza, una lega. Nasce la Lega Lombarda.
E in quel momento, la maggior parte delle città di Lombardia hanno deciso di fare questo passo, di buttarsi dall'altra parte, con Milano, contro l'imperatore. Di più, anche il Papa è d'accordo. Il Papa, che pure pochi anni prima ha incoronato imperatore Federico. E però, però i Papi che in teoria dovrebbero collaborare con gli imperatori, perché l'ideologia ufficiale del mondo cristiano è che ci sono due grandi poteri voluti da Dio: la Chiesa e l'Impero. E Dio vuole che questi due poteri collaborino per il benessere di tutti. Ma in realtà, un sistema con due poteri che devono collaborare non funziona mai bene. I Papi e gli imperatori in passato hanno avuto conflitti durissimi. La lotta per le investiture, che è finita non tanto tempo prima, se la ricordano ancora tutti.
E allora, insomma, quando si viene a sapere che le città lombarde si stanno di nuovo ribellando all'imperatore, il Papa Alessandro III decide sottobanco di appoggiarli e incoraggiarli. Ora, questo punto comincia a diventare possibile fare anche una guerra di propaganda, in cui si dice quello che poi la nostra storiografia del Risorgimento riprenderà, esagerandolo, e cioè: "Questa è una guerra di popolo contro lo straniero".
Comincia a essere più vero di prima, beninteso. Alcune città rimangono fedeli all'imperatore: Pavia, per esempio, Cremona. Queste città hanno troppa paura di Milano, sono troppo abituate a contare sulla protezione dell'imperatore, e rimangono con l'imperatore. I conti, i marchesi, in gran parte i nobili delle campagne. Quindi, una fetta d'Italia sta ancora con l'imperatore. Però è vero che la maggioranza delle città e il Papa ormai stanno dall'altra parte. E quindi, e quindi c'è la propaganda che parla ai Lombardi e dice: "Ma davvero volete che comandino i tedeschi?".
Circolano le canzoni in provenzale, in lingua d'Oc, la lingua dei trovatori. Questa è l'epoca dei trovatori, e tutta una nuova letteratura che sta nascendo e che piace moltissimo. E anche in Italia, dove i dialetti che la gente parla non si sono ancora ben strutturati e nessuno pensa di scrivere in quei dialetti, però si scrive in provenzale. Si scrivono canzoni per esortare alla rivolta contro i tedeschi. Il nobile popolo lombardo, che non deve sopportare di essere assoggettato a questi stranieri, a questi barbari che non si capisce quando parlano. Una canzone provenzale dice: "Sembrano ranocchie quando dicono 'bre-ve-re-ve-re'. Grassless, embla and his brother was latrano". Quando si riuniscono come cani arrabbiati, "la air one assembla con cannes saint regis". E il ritornello è: "Lombardi, difendetevi! Guardatevi bene! Lombaerts, bel squarda, che non tornino i tedeschi a comandarli!".
Perché una volta scoppiata la ribellione, ai tedeschi sono stati cacciati da tutte quelle città. E l'imperatore deve decidere cosa fare. L'imperatore non è più così giovane come quando era stato eletto, ma è ancora abbastanza giovane e pieno di energia. È un uomo formidabile. Decide di sottomettere con la forza il suo Regno d'Italia che si sta ribellando. Sottometterlo con la forza vuol dire, però, mettere in piedi un meccanismo complesso. Il re passa l'inverno sempre in Germania, che è la sua patria, il primo dei suoi regni. E d'inverno non si fa la guerra. La guerra si fa d'estate, quando c'è pieno erba nei prati per i cavalli, ci si muove liberamente. Nessuno è così stupido da fare la guerra anche d'inverno.
E questo vuol dire che ogni anno, in primavera, bisognerà scendere con l'esercito in Italia e reclutare un esercito. Non è semplice, perché la costruzione dello Stato moderno è ancora all'inizio. Non ci sono truppe permanenti. Fare la campagna in Italia vuol dire che durante l'inverno l'imperatore deve convincere uno per uno i principi e i vescovi tedeschi a fornirgli i loro contingenti di cavalieri, e con quei contingenti scendere in Italia e fare la guerra. Devono venire in Italia a piedi, è che ogni volta si appoggiano, per fortuna, quelle città che sono ancora fedeli: Como, Pavia. E una volta arrivati lì, si fa la guerra.
E fare la guerra vuol dire ogni anno decidere un obiettivo: una città ad assediare, un territorio da devastare. E poi si procede, si devasta, si bruciano i villaggi, si prendono i castelli. Se le guarnigioni resistono, si impiccano per alto tradimento contro il loro legittimo signore, il re. E se va bene, si assedia e si prende una città. E quando invece va male, la si assedia, si perdono dei mesi, e poi non si prende. E in ogni caso, ogni anno d'autunno bisogna tornare indietro, perché i cavalieri tedeschi sono disposti a stare qualche mese d'estate, quando la guerra è bella, ci si diverte, ma poi basta, poi si torna a casa, e l'anno prossimo si ricomincia.
Ecco perché la guerra del Barbarossa in Italia si trascina per anni e anni e anni, senza mai arrivare a un risultato decisivo. E finalmente si arriva al fatale 1176. In quell'anno, l'imperatore decide di fare uno sforzo superiore rispetto agli anni precedenti. Bisogna veramente farla finita. Nella primavera di quell'anno, si raduna nella Germania meridionale un esercito di 2.500 cavalieri. Rispetto agli eserciti che noi abbiamo conosciuto nel Novecento, sembra ridicolo. Un esercito di 2.500 uomini. Bisogna tener conto che sono cavalieri, ognuno di loro è un professionista, coperto di ferro, con cavalli da guerra, i cavalli di ricambio. Ci vuole almeno un villaggio di contadini con il loro lavoro per mantenere un singolo cavaliere. 2.500 cavalieri è lo sforzo di un regno. E con una forza del genere, nel Medioevo, si conquista un regno.
Perciò, il Barbarossa questa volta crede davvero di farcela. Gli alleati lombardi ricevono l'ordine anche loro di radunare le loro forze e prepararsi ad attendere l'imperatore. Quando ci saremo riuniti, l'esercito tedesco che scende attraverso le montagne, l'esercito italiano che si raduna nella pianura, quando ci saremmo riuniti, marceremo su Milano. E naturalmente, si viene a sapere che l'imperatore sta radunando l'esercito più grande che sia mai visto. E l'imperatore arriva, arriva, arriva a Como. Ha passato le montagne. Ricordate Carducci? "Il parlamento sta Federico imperatore in Como".
Ecco, quando Federico imperatore è arrivato a Como con i suoi 2.500 cavalieri tedeschi, a Milano bisogna decidere cosa fare. C'è un certo panico. Ogni città comincia a pensare ai propri interessi, alla propria difesa. E a Milano, a Milano si trovano più o meno soli. L'imperatore a Como, i suoi alleati italiani sono radunati a Pavia. Bisogna immaginare, come dire, la carta geografica di queste zone per capire la battaglia di Legnano. Bisogna capire cosa stava succedendo, perché ogni battaglia, e naturalmente, ha uno scopo, ha un motivo. Le battaglie raramente avvengono per caso. Le battaglie sono quei momenti in cui una guerra prende una certa direzione e vengono combattute con uno scopo.
Lo scopo del Barbarossa, arrivato a Como, era di continuare verso sud e arrivare a Pavia e unirsi con i suoi fedeli italiani. Lo scopo dei Milanesi è di impedirglielo. E per impedirglielo, bisogna uscire e sbarrargli la strada. Perciò l'esercito milanese si arma ed esce e va a sbarrare la grande strada che scende da Como verso Pavia.
Cos'è l'esercito milanese? L'abbiamo detto. Quello tedesco è formato di cavalieri, certo. Ci sono sempre anche dei fanti a piedi, e non l'ho neanche menzionati perché i cronisti dell'epoca gli danno pochissima importanza. In realtà, 2.500 cavalieri hanno i loro servitori, loro domestici. Ci sono contingenti di fanti reclutati nelle città tedesche. Questi combattenti a piedi contano poco, servono per mettere in piedi gli accampamenti, per gestire i rifornimenti, ma le battaglie le vincono i cavalieri.
E quindi, anche i Milanesi, naturalmente, hanno i loro cavalieri. Ogni città italiana ha un contingente di nobili signori che assomigliano abbastanza ai nobili signori tedeschi, e che quindi sono abituati a combattere a cavallo, in armatura. Non sono molti. I tedeschi ne hanno molti di più. Però, in ogni città italiana ci sono anche tanti nuovi ricchi. C'è tanta gente che ha fatto i soldi con i traffici, col commercio, con gli appalti, col prestito a usura. E quelli che hanno fatto i soldi vogliono essere signori anche loro. E quindi, così come si costruiscono in città palazzi e torri, allo stesso modo si comprano i cavalli e le armi e provano a imparare a usarli, o insegnano ai loro figli da ragazzi a usarli.
Quindi, in realtà, Milano può mettere in campo una grossa cavalleria, che è formata soprattutto da gente che ha fatto i soldi e che si sta, come dire, sta facendo le prove generali per diventare nobili. Ma non sono solo loro che formano l'esercito, perché se i Comuni italiani hanno una superiorità sugli altri paesi d'Europa, è che nei Comuni italiani ogni cittadino si considera obbligato a combattere in difesa della città. E quindi, al seguito della cavalleria milanese, esce da Milano praticamente tutta la cittadinanza, praticamente ogni maschio adulto capace di portare le armi.
Esce con l'esercito che va a sbarrare la strada all'imperatore. Questi a piedi, ovviamente, non sono coperti di ferro, hanno scudi di legno, picche, al massimo un elmo. Sono tanti, però non sono dei combattenti di professione. Solo artigiani, mercanti, poveretti, domestici, garzoni, lavoratori di tutti i tipi. Non sono professionisti. Però sono tanti. E in quel po' di allenamento che hanno fatto in vita loro, hanno imparato soprattutto a stare tutti insieme, tutti serrati, perché l'unico modo in cui i fanti possono resistere su un campo di battaglia quando la cavalleria nemica ti carica, è poi.
E i Milanesi hanno anche con sé qualcosa che ha un valore non militare, ma simbolico: il Carroccio. Da molto tempo, quando Milano va in guerra, si porta dietro questo che è diventato il simbolo della città di Milano sul campo di battaglia. È un banalissimo carro agricolo. A volte, negli affreschi dell'Ottocento, lo si vede immenso, pieno di gente sopra. Non è così. È un carro, grosso carro, tirato da buoi, dipinto a colori vivaci, bianco e rosso sono i colori di Milano. E sopra, sopra c'è un grande stendardo con lo scudo di Milano, la croce rossa in campo bianco.
A cosa serve il Carroccio? Serve, come tutti gli stendardi, le bandiere sul campo di battaglia. La cavalleria tedesca che sta scendendo con l'imperatore, organizzata in contingenti. Ogni principe, ogni conte, o il vescovo ha i suoi cavalieri e il suo stendardo. Ogni compagnia di fanti che esce da Milano ha uno stendardo, quello probabilmente del suo quartiere, della sua parrocchia. Gli stendardi in battaglia servono perché, nel caos, nel disordine, nella polvere, non si vede più niente. E tutti i momenti un uomo vuol sapere dov'è e dove sono i suoi amici. Basta alzare lo sguardo: dove c'è lo stendardo del tuo gruppo, lì ci sono i tuoi capi e i tuoi amici. È fondamentale perché i combattenti abbiano voglia di andare avanti.
Quando uno stendardo cade, sparisce, viene preso dal nemico, tutti quelli che si radunavano sotto quello stendardo non sanno più dove andare e in genere scappano, si arrendono. Ebbene, lo stendardo montato sul Carroccio è più grande di tutti, è il centro dell'esercito milanese. In qualunque momento un combattente milanese che non sa più dove e non sa più dove andare, deve cercare con lo sguardo il Carroccio. E quando lo vede, sa dove andare.
E dunque, questo è l'esercito che esce da Milano, e che il 29 maggio viene a sapere che il nemico sta arrivando. Quel 29 maggio, l'esercito milanese è a Legnano. Lì si può sbarrare la strada al nemico. E quel giorno, la cavalleria mandata in esplorazione avverte che il nemico sta davvero arrivando. E a questo punto bisogna decidere davvero: "La vogliamo questa battaglia?". Perché dovrebbero esitare? Abbiamo detto che sono usciti da Milano ragion veduta, con uno scopo preciso: impedire che i tedeschi si riuniscano ai loro alleati italiani a Pavia, altrimenti è la fine.
Però, quando tu sai che la battaglia a questo punto sarà oggi, perché se restiamo qua la battaglia è inevitabile, ebbene, un uomo del Medioevo aveva un ultimo ripensamento. Nel caso dei Milanesi, anzi, due ripensamenti. Il primo è questo: stiamo per dare battaglia al nostro re. E certo, sono tanti anni che siamo ribelli contro di lui, ci sono state già sedi, distruzioni, eccetera, ma una battaglia in campo aperto non c'è mai stata. Una battaglia in campo aperto vuol dire che noi qui, a viso aperto, stiamo sfidando il nostro re. E lo potremmo anche uccidere in questa battaglia. È la cosa più grave che un uomo possa fare. E allora qualcuno probabilmente sta pensando: "Forse sarebbe meglio tornare indietro".
E c'è anche un altro motivo di questo comune, non soltanto ai Milanesi che si stanno ribellando contro il loro re, ma comune a qualunque uomo del Medioevo. La guerra, la guerra è una cosa che si fa spesso, facilmente, dura poco, a volte ci si diverte anche. La guerra vuol dire saccheggiare. Ma la battaglia, battaglia, è un'altra cosa. La battaglia vuol dire che tutte le nostre energie, tutte quelle del nemico, si trovano di fronte qui, ora, oggi. Ed io ci guarda. Loro credono tutti in Dio. Dio ci guarda e Dio decide. E Dio farà vincere quelli che hanno ragione. La battaglia è un giudizio di Dio. È il momento in cui, in poche ore, si può risolvere una guerra che è durata anni. E allora, per affrontare il giudizio di Dio, devi essere molto sicuro che hai davvero ragione tu. Per questo che nel Medioevo, in realtà, di battaglie non se ne combattono molti. Si cerca di fare la guerra evitandola alla battaglia.
Chi ha il coraggio di dire: "Sì, sono sicuro". I Milanesi, però, decidono di restare. E l'arrivo del nemico scatena la battaglia. La battaglia comincia con la cavalleria, per forza. Anche i Milanesi pensano che la cavalleria sia la cosa decisiva. I fanti, i fanti sono ammassati intorno al Carroccio e aspettano. La cavalleria parte alla carica contro quella tedesca. E il combattimento di cavalleria, login con i tedeschi, lo vincono rapidamente loro. Sono tutti professionisti, nobili, che fanno quello di mestiere. Non sanno fare molto altro, ma combattere a cavallo, carichi di ferro, lo sanno fare molto bene.
La cavalleria milanese è fatta in gran parte di non professionisti, di gente che magari il cavallo ha comprato da poco. Viene sbaragliata e messa in fuga. E a questo punto, per come vanno le cose di solito nella guerra di quell'epoca, l'imperatore Barbarossa può dire: "Ho vinto la battaglia. Rimane soltanto da spazzar via questa marmaglia a piedi". E la cavalleria tedesca carica la fanteria milanese ammassata attorno al Carroccio.
E a questo punto dobbiamo immaginare cosa succede. I fanti milanesi, migliaia, ammassati gomito a gomito, sono lì. E davanti a loro, a qualche centinaio di metri, c'è la cavalleria nemica. E la cavalleria comincia a venire avanti al passo, poi al trotto, poi al galoppo. E i fanti sono tutti lì, con le loro picche puntate in avanti, col fondo della picca piantato nel terreno, con lo scudo piantato nel terreno davanti. Tutti ammassati lì ad aspettare l'urto. E la tentazione in tutti loro è la stessa: "Mollo tutto e scappo". Perché dovrei stare qui ad aspettare?
La tentazione di mollare tutto e scappare in quei pochi minuti, quando vedi la cavalleria nemica che comincia ad avvicinarsi al passo, e sai che fra poco accelera, e quando accelera il terreno comincia a tremare, perché sono anche solo al primo scontro, centinaia di cavalieri coperti di ferro, montati su cavalli enormi, che galoppano verso di te. La terra trema. E la tentazione di buttar via tutto e scappare. Guai se c'è della tentazione, perché se scappa uno, scappano tutti. E se scappano tutti, la cavalleria gli arriva addosso e li fa a pezzi. L'unica speranza di sopravvivere è restare lì.
E i fanti restano lì. I tedeschi caricano e investono questa massa di fanti. E i fanti tengono duro. E quando la carica si è esaurita, la battaglia, la battaglia si riapre, perché la cavalleria, la sua forza d'urto sta tutta nella prima carica. Se la prima carica non mette in rotta il nemico, a questo punto si comincia a combattere. I cavalieri avranno spezzato le lance nell'urto e tirano fuori la spada, e si comincia a combattere. Gli uomini a piedi sono tanti, e i cavalieri sono pochi.
In mezzo a loro c'è anche il loro imperatore Federico. In mezzo alla mischia, perché in quest'epoca, re non si può permettere di comandare da lontano. Un re, se vuole farsi rispettare dai suoi uomini, deve far vedere che è coraggioso quanto loro. E perciò deve essere lì in mezzo a loro, con la spada in pugno. E questa battaglia non si sa come andrà a finire. Anzi, a un certo punto si vede che sta andando a finire in un modo imprevisto, perché i fanti milanesi, adesso che hanno tenuto duro e hanno respinto la carica, hanno preso coraggio e si accorgono che loro sono tanti, tanti di più dei nemici, e cominciano a prevalere.
E quando un cavaliere tedesco ha il cavallo ammazzato sotto, non ha più molta speranza. Gli va bene se riesce a cavarsela, a scappare. E anche all'imperatore ammazzano il cavallo, finisce per terra anche lui. Poi i suoi lo tirano su e lo portano via. E a questo punto non c'è più niente da fare. Gli stendardi della cavalleria tedesca cadono uno dopo l'altro. Cominciano a rinculare. Non si sa più dove sia l'imperatore. A questo punto, nessuno più voglia di continuare. I tedeschi scappano e gli italiani inseguono e prendono i bagagli dell'imperatore, le sue casse, i suoi oggetti. Per un po' si spera addirittura che l'imperatore sia rimasto fra i morti. Poi tocca a rendersi. Era la verità, non è morto, si è salvato, ma il suo esercito è in rotta. Gli italiani hanno vinto.
E questa vittoria viene, come dire, sfruttata dai Milanesi. Perché io ho detto "gli italiani", finora, ma sono solo i Milanesi. Però il loro colpo di genio è di presentare questa vittoria come una vittoria degli italiani. All'indomani della vittoria, i Milanesi scrivono una lettera aperta al Papa, in cui lo informano che hanno vinto questa grande battaglia, hanno sconfitto l'imperatore, hanno preso la corona, lo scettro, la bandiera dell'imperatore, si sono impadroniti del suo tesoro. E tutto questo, dicono i Milanesi, "vogliamo dividerlo con il signor Papa e con tutti gli italiani".
O questo colpo di genio propagandistico, alla battaglia di Legnano, diventa definitivamente un momento decisivo della storia, non di Milano, ma d'Italia. Ed è davvero un momento decisivo. È uno di quei casi in cui una battaglia mette fine a una guerra che durava da decenni. Perché il Barbarossa, se fosse per lui, continuerebbe. Ma i principi e i vescovi tedeschi e i cavalieri tedeschi ne hanno abbastanza. Queste spedizioni in Italia costano un sacco di soldi e sono diventate pericolose. Non vale la pena di continuare. E senza l'appoggio dei suoi vassalli e del suo clero, un sovrano dell'epoca non può fare niente.
Perciò la guerra continua, in teoria, ancora per qualche anno, ma in realtà si sta negoziando. Si è fatta una tregua e dopo qualche anno di negoziati si stipula la pace. Sono passati sette anni dalla battaglia di Legnano. Nel 1183, l'imperatore e i Comuni italiani firmano la Pace di Costanza. E nella Pace di Costanza, l'imperatore dice una cosa fondamentale: "Io concedo alle città della Lega i pieni poteri. Ogni città sul suo territorio è autorizzata a esercitare i pieni poteri e a governare con gli stessi poteri che avrei io".
Si mantiene la finzione per cui l'imperatore continua a essere alla testa di tutto il Regno d'Italia. Continua a esistere. Gli imperatori continueranno ancora per secoli a cercare di intromettersi nelle cose italiane. Nessuno, nemmeno i Milanesi, può pensare una cosa così moderna come abolire il Regno d'Italia, abolire l'imperatore. Ma ogni città, d'ora in poi, è sovrana sul suo territorio ed è autorizzata per legge a comportarsi come uno Stato sovrano. Pieni poteri vuol dire poter fare la guerra. Pieni poteri vuol dire poter stabilire delle leggi. Le città cominciano a legiferare. Pieni poteri vuol dire poter battere moneta. In pratica, ogni Comune italiano è diventato uno Stato indipendente.
La battaglia di Legnano ha davvero cambiato la storia d'Italia.