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Qua adesso ti dico perché. Se qui sei qui perché intuisci qualcosa che non riesci a spiegarti. Senti solo che c'è. Tu sai di cosa sto parlando.
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Di Matrix. L'enorme quantità di simboli, analogie, riferimenti visivi e citazioni disseminate in Matrix rendono l'opera delle sorelle Walsh-Oschi uno degli oggetti culturali più complessi dell'intera cinematografia contemporanea. La trilogia di Matrix funziona come una specie di test di Rorschach che mette in moto un infinito processo di riconoscimento, capace di attivare una rete di saperi sociali e individuali che determinano l'interpretazione dell'opera. Ed è proprio questo l'approccio metodologico che ho scelto per il mio video. Come scrive Erik Lund, uno dei più importanti socio-semiologi contemporanei: "Comprendere non significa scoprire un senso giocato, ma al contrario costruirlo a partire dall'elemento manifesto". Ho quindi deciso di ripercorrere qui l'arco narrativo del primo film della saga, dedicando poi un altro contenuto ai capitoli successivi. Per ogni scena ho cercato di soffermarmi sui dettagli che considero più interessanti, in modo da creare un'analisi che spazia dalla semiotica del cinema alla filosofia, dalla psicologia della percezione all'estetica della fantascienza, individuando i riferimenti più nascosti alla simbologia religiosa e all'antropologia culturale. Mi ricordo comunque che la mia è un'interpretazione del tutto personale. Anche se le parole di Morpheus sono sicuramente più d'impatto: "Sto cercando solo la verità. Ricorda niente di più".
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Sì. Tutto procede bene. Non toccava da darmi di cambio, lo so, ma non sostare senza fare niente. Matrix si apre con una conversazione telefonica fra Cypher e Trinity, la quale sta controllando Neo attraverso il suo laptop. La tecnologia ci viene subito mostrata come un elemento strutturale per la narrazione.
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Se il telefono, come poi vedremo, è ora un ponte capace di collegare i due diversi mondi in cui agiscono i protagonisti, al computer viene accordato un valore essenziale per comprendere il contesto socio-culturale dell'opera. Il primo film della trilogia è uscito, infatti, nel 1999, un anno segnato dall'ansia collettiva per il Millennium Bug e dalla crescente consapevolezza che il XXI secolo sarebbe stato irrimediabilmente caratterizzato dalla rivoluzione informatica. Marco Connell, nel suo saggio intitolato "Essere una macchina", sottolinea il fatto che l'intera storia dell'umanità è segnata da una profonda identificazione con la tecnologia, che rappresenta le diverse epoche. Se la concezione greca e romana del "pneuma" e degli umori derivano dall'idraulica, nel Rinascimento la metafora dominante era invece il meccanismo a orologeria, mentre le macchine a vapore della Rivoluzione Industriale hanno di fatto ispirato Freud per immaginare visivamente la teoria dell'inconscio. Oggi, viceversa, predomina una visione della mente umana descritta come un dispositivo per lo stoccaggio, l'elaborazione dei dati, come un software che agisce sul sistema nervoso centrale. Matrix esaspera questa concezione deterministica, ricalcando la filosofia cyberpunk che fa della simulazione virtuale il suo cuore narrativo, in cui le sorelle Wachowski inseriscono però una lunga serie di simboli teologici. Il nome Trinity, per esempio, è un riferimento esplicito alla Trinità cattolica, e il numero 3 viene ripetuto quasi ossessivamente lungo tutta la sequenza iniziale. La donna viene infatti intercettata all'interno della stanza 303 e inseguita dai tre agenti che incarnano le macchine senzienti della Matrice. Quando fugge, saltando fra i palazzi della città, anche i resti dell'infisso della finestra in frantumi formano delle lancette di un orologio che segna le tre in punto. La scena si chiude poi con Trinity che riesce a scappare attraverso la hardline di una cabina telefonica, la quale lascia intendere che il telefono diventa qui un ponte fisico fra la realtà virtuale e il mondo oltre la simulazione.
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Neo è l'anagramma di "one", l'eletto, ma anche di "leon", il principio divino secondo gli gnostici. Il tema del risveglio e della liberazione dalla realtà illusoria è un elemento centrale per il cristianesimo, ma anche del buddismo e della filosofia di Schopenhauer. Cartesio e Modelard. Neo nasconde, infatti, il frutto del suo lavoro da hacker all'interno di "Simulacri e Simulazioni", un saggio molto famoso dell'autore francese. È interessante notare che l'ultima pagina leggibile del libro è proprio quella che apre il capitolo dedicato al nichilismo. I soldi prendono il posto del testo, che è stato opportunamente ritagliato, creando un simbolo visivo della decadenza contemporanea, amplificata dal contesto scenografico che circonda il protagonista, il quale si trova nella stanza 101. Questo è un riferimento indiretto a "1984" di Orwell, dove compare una camera analoga in cui venivano rinchiuse e torturate le persone finché non si convincevano di qualcosa che non era vero.
Senti, io non so cosa ti affligge, ma dovresti staccare la spina. Ti invitano a seguire lui e la sua ragazza, che si chiama Du Jour. L'unione dei loro nomi crea la frase "sua di giuro", che in francese significa "scelta del giorno". Neo decide di seguirli non appena si accorge del tatuaggio della ragazza e incontra finalmente Trinity, che gli parla di Morpheus e di Matrix.
"Tu stai cercando lui?"
Il giorno seguente gli viene consegnato un telefono cellulare, con cui Neo può interagire con Morpheus. L'elemento tecnologico qui si lega a quello che Propp definisce "aiutante magico" all'interno dei suoi studi sulla fiaba, oggetto potenziale, possibilità dell'eroe della narrazione, e gli permette di superare gli ostacoli posti lungo il percorso. Non a caso, è proprio quando Neo perde il telefono che viene arrestato dagli agenti. Durante l'interrogatorio, Smith ribadisce il dualismo del protagonista, dicendogli che solo una delle sue identità possiede un futuro. La scena culmina con Neo che si risveglia da un sogno, che noi sappiamo essere reale. Questa ricorsività strutturale mescola i piani della narrazione e sottolinea il fatto che la dimensione onirica è indistinguibile dalla realtà all'interno della simulazione virtuale.
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Quando Neo viene infine liberato dalla cimice e portato da Morpheus, avviene una delle conversazioni più importanti per comprendere il film. Morpheus descrive Matrix attraverso una serie di riferimenti ideologici che costellano l'opera. "Matrix è ovunque. E intorno a noi. La vedi quando vai al lavoro, quando vai in chiesa". Se la chiesa di cui parla può essere letta come l'ennesimo parallelo con lo gnosticismo, che si oppone alla dottrina cattolica, il riferimento al lavoro richiama invece l'alienazione di cui parla Marx. In generale, tutto il suo discorso chiama in causa l'ordine simbolico descritto da Lacan, ma soprattutto ci dal mito della caverna di Platone, evocato dai termini "catene" e "prigionieri".
"Quale verità? Che tu sei uno schiavo? Io, come tutti gli altri, sei incatenato. Come avviene nel racconto del filosofo greco, nessun individuo può qui spiegare agli altri cosa sia davvero Matrix. È necessario vederlo con i propri occhi. Nessuno di noi è in grado, purtroppo, di descrivere Matrix agli altri. Dovrai scoprire con i tuoi occhi che cos'è."
Neo deve dunque scegliere ora: illusione o realtà? Pillola blu o pillola rossa? Il concetto viene rinforzato visivamente dalla presenza degli specchi, i quali riflettono Neo in modo distorto e parziale. Quando l'uomo si risveglia nel mondo reale, si delinea un'inversione semantica che rende Matrix un'opera unica nel suo genere. Se è vero che ogni autore fantastico deve il successo della sua creazione alla coerenza e alla profondità che riesce a creare per il suo mondo narrativo, le sorelle Wachowski amplificano e rovesciano questo paradigma, facendo coincidere l'illusione con la nostra realtà quotidiana, spostando quindi il mondo vero nel piano immaginario. L'inquietudine dello spettatore nasce dalla familiarità con l'oggetto della narrazione, il quale sottolinea a livello visivo il doppio perturbante che struttura il film. Le scene collocate dentro Matrix sono infatti caratterizzate fotograficamente da un pesante filtro verde, il quale contrasta con i toni bluastri che accompagnano le sequenze ambientate nel mondo reale.
Torniamo ora alla simbologia. Quando Neo si risveglia e si libera dagli elettrodi, il robot sentinella lo riconosce come un elemento difettoso e, in quanto tale, lo elimina dal sistema. L'uomo vive una sorta di parto che lo conduce alla Nabucodonosor, mentre viene ripescato dall'hovercraft. L'ascesa dell'eletto ha inizio all'interno di un contesto visuale che richiama la Trinità cristiana, rappresentata dalle luci azzurre. Matrix è dunque una simulazione virtuale condivisa da tutta l'umanità. Gli uomini, dopo aver creato l'intelligenza artificiale, hanno perso la guerra con le macchine, che si sono ribellate ai loro stessi creatori. La deriva fantascientifica di una tematica cardinale dell'accelerazionismo viene qui ulteriormente rovesciata sul piano ideologico. Se la coscienza dei robot non può che portarli alla rivoluzione, almeno in un contesto dove gli umani sfruttano le macchine per realizzare l'utopia post-lavoro, l'intelligenza artificiale rinchiude, per contrappasso, l'intera umanità in una prigione virtuale, utile alla creazione di preziosa energia elettrica generata dall'attività cerebrale. L'opera delle sorelle Wachowski apre, in questo senso, un problema irrisolvibile all'interno dello scontro ideologico di due modelli teorici inconciliabili. Da un lato, la realtà virtuale segnala una radicale riduzione della ricchezza della nostra esperienza sensoriale. L'intera percezione si riduce alla serie digitale di 0 e 1, che esprimono il passare o meno del segnale elettrico. Viceversa, questa perfetta simulazione genera l'esperienza virtuale in un modo del tutto indistinguibile dalla realtà vera. La Matrice è così, allo stesso tempo, anche l'asserzione più estrema della potenza seduttiva delle immagini. Cypher, quando stringe un patto con gli agenti affinché loro lo reinseriscano nella simulazione, afferma infatti che l'ignoranza sia un bene. E al di là del rimando alla filosofia di Epicuro, le sue parole rivelano una concezione dichiaratamente pragmatica. L'uomo, dice a Smith, di essere consapevole che il mondo di Matrix è del tutto illusorio, ma ribadisce di preferirlo alla vera realtà. I ribelli, guidati da Morpheus, lottano infatti per riprendersi un mondo post-apocalittico, desertico e desolato, giustificando ogni sacrificio in nome di una libertà che sconfina nel dogmatismo ideologico. Ed è proprio l'apologia del libero arbitrio a condurci alla scena dell'Oracolo.
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Durante il loro primo incontro, Morpheus chiede a Neo se lui crede nel destino e si compiace del fatto che l'uomo rifiuti l'idea che qualcun altro possa decidere per lui. Tuttavia, è lo stesso Morpheus a condurlo dall'Oracolo, dimostrando una fede incrollabile nei confronti delle profezie della donna. Ora, se il concetto di destino ha perfettamente senso all'interno di una simulazione governata da linee di codice informatico, risulta più difficile comprendere il ruolo dell'Oracolo all'interno del contesto dei ribelli. Peraltro, tutte le sue profezie si dimostrano vere. Se Morpheus era infatti destinato a trovare l'Eletto, Trinity doveva invece innamorarsene, e Neo avrebbe dovuto scegliere fra la sua vita e quella dell'uomo che lo ha liberato. Neo viene dunque ucciso da Smith sulla soglia della stanza 303, la stessa dove si trovava Trinity all'inizio del film. Di nuovo qui, tutte le profezie dell'Oracolo si avverano. Quando la donna dichiara a Neo il suo amore, lui resuscita come l'Eletto, l'unico uomo capace di piegare Matrix alla sua volontà e di sconfiggere le macchine senzienti. La progressiva sovrapposizione dei due piani della narrazione, i quali rimescolano il destino e il libero arbitrio alla teoria della percezione, si compie nel finale del film. Neo si rivolge direttamente agli spettatori, rompendo la quarta parete dello schermo, mentre recita un monologo sulle note di un brano intitolato "Wake Up". L'intero senso dell'opera, in effetti, sta tutto in quelle parole.
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