Transcription
[Musica] Nel 1738, mentre iniziano i lavori per la Reggia di Portici, alle falde del Vesuvio, è quasi una villa di delizie. Carlo di Borbone decide anche di far costruire sulla collina di Capodimonte, di fronte al golfo di Napoli, un'altra residenza regale. La Reggia di Capodimonte inizialmente doveva essere soprattutto una residenza di corte, legata all'attività di caccia del sovrano. Ma poi ospitò, soprattutto a partire dal 1756, le grandi e celebri raccolte farnesiane, che Carlo aveva fatto venire da Parma, Piacenza e in parte anche dal Palazzo Farnese a Roma. E quindi, fin da quel momento, Capodimonte fu al tempo stesso residenza regale e museo di corte. Ed è quello che abbiamo tentato di fare nel nuovo allestimento, completato nel [Musica] 1995.
La galleria dei quadri farnesiani fu fatta collocare da Carlo di Borbone al piano nobile della Reggia in costruzione. E nel nuovo allestimento abbiamo dato rilievo ai ritratti della famiglia Farnese, in particolare al grande ritratto di Tiziano, dipinto nel 1546 su commissione del Cardinale Alessandro Farnese, raffigurante Paolo II, settantasettenne, con i due nipoti. Il vecchio pontefice ha voluto accanto a sé il principe Ottavio, che sarà Duca di Parma e di Piacenza, e l'altro nipote, il cardinale Alessandro, che avrà un ruolo importante nella corte papale di Paolo [Musica] II.
La straordinarietà di questo ritratto è soprattutto data dalla sinfonia dei rossi, dei rossi dai toni diversi, il gioco delle luci, la capacità del pittore di trasferire sulla tela l'atmosfera della corte pontificia, di una corte europea di grande rilievo, di grande prestigio, così come Shakespeare avrebbe fatto, cogliendone le ambiguità, i contrasti, le contraddizioni, con la corte di [Musica] Danimarca. Ne esce un quadro di un'intensità straordinaria, emozioni, situazioni, stati d'animo interni, segreti nascosti.
Accanto al ritratto di Paolo II con i nipoti, dipinto da Tiziano, Guglielmo della Porta nei Marmi riesce a fissare e fermare l'impronta più profonda, più segreta del vecchio Pontefice. Forse anche più che nel Paolo II con i nipoti, e in questo Ritratto del pontefice da solo, che Tiziano riesce a restituirci un'immagine integra e al tempo stesso di forte espressività, attraverso il gioco delle luci e dei colori, del variare delle tonalità del rosso scarlatto, dei bianchi assolati. Ma soprattutto, Tiziano va al di là delle apparenze, entra nel cuore, entra nell'animo del pontifice e ne coglie gli aspetti più significativi. Il papa è anziano, è avanzato negli anni, barba canuta, mani artigliate, sguardo capace di guardare al di là di ogni apparenza, al di là di ogni spazio fisico o [Musica] reale. Questo ritratto è uno delle opere più significative di come un pittore riesce a cogliere quello che è lo spirito di un'epoca, quello che è il carattere di un'epoca, attraverso uno dei suoi più grandi protagonisti.
Lungo l'itinerario della galleria Farnesiana, nella prima sala dedicata alla Scuola Toscana, alla crocifissione di Masaccio, qui attraverso il rosso del manto della Maddalena, il blu notte della veste che cinge Maria nel suo contenuto dolore, la figura di Cristo pendente dalla Croce, la stessa immagine del San Giovanni Evangelista fa da contraltare all'immagine di Maria. In particolare, la veduta dal basso del corpo di Cristo, in cui si è incassata la testa, consentono a Masaccio di raggiungere un'altissima concentrazione di forte spessore realistico del dramma umano e divino rappresentato. [Musica]
Ricorda Giorgio Vasari che Michelangelo aveva donato a Bartolomeo Bettini, amico e committente, un cartone con Venere e Amore. Di questo cartone si è perso ogni traccia, ma si sa che pittori come Pontormo, Allori, Bronzino, Salviati avevano ricavato dipinti su tavola. A Capodimonte si conserva un cartone e una tavola con l'immagine della Venere con Amore. La critica recente ha potuto stabilire che la tavola appartiene a Henrik van der Broeck, un pittore fiammingo presente in Italia, a Roma, alla metà del '500. Ma solo di recente, attraverso il restauro condotto sul cartone, si è potuto stabilire che la filigrana è la stessa dei disegni originali di Michelangelo, e che lascia supporre che anche questo cartone, se non proprio di mano dell'artista, possa provenire dalla sua bottega. [Musica]
Francesco I di Borbone volle collocare sia il cartone che la tavola di Henrik van der Broeck nel gabinetto dei quadri osceni, così come presso la corte Farnesiana a Parma c'era un gabinetto delle cose rare, delle cose strane, delle cose bizzarre, oggetti di manifattura e di provenienza diverse, come questo ventaglio in avorio che proviene da Ceylon, realizzato tra la fine del '500 e gli inizi del '600, o questa brocca in noce di cocco rivestita all'interno di avorio, ma con l'ansa bellissima raffigurando una muta di cani che insegue un gruppo di [Musica] cervi. Oggetti diversi, oggetti bizzarri, oggetti strani, che documentano un interesse delle corti dell'epoca, quindi anche della corte Farnesiana, di straordinaria, di incredibile manifattura. [Musica] [Applauso] [Musica]
In una delle sale della galleria Farnesiana, un luogo di rilievo è occupato dalla Madonna col Bambino e Angeli di Sandro Botticelli. Il dipinto era stato a lungo attribuito a Filippo Lippi o addirittura allo stesso Masaccio, e solo nel 1957, in occasione di un restauro, la critica ha stabilire inoppugnabile che si tratta di opera di Sandro Botticelli, in particolare di un'opera che segna una fase di passaggio dalla prima lezione avuta da Filippo Lippi alla lezione grafica e plastica che gli venne da Verrocchio. Ma qui è soprattutto nel gioco degli sguardi, nel rapporto tra gli angioletti, la bellissima immagine della Madonna, che crea un'atmosfera rasserenata, rasserenante, che Sandro Botticelli riesce ad evidenziare, anche attraverso non solo l'uso del della linea, del segno o del colore, ma attraverso anche l'uso dell'oro negli ornati. [Musica] [Risate] [Musica]
Immagini di un'intimità familiare che si condensa addirittura nell'inserto straordinario del paesaggio sullo sfondo, che non ha funzione decorativa, ma anzi è un elemento essenziale all'armonia e all'unità poetica e sentimentale del [Musica] raffigurato. Di Giovanni Bellini, qui a Capodimonte, nella galleria farnesiana, c'è uno dei capolavori più assoluti: la Trasfigurazione, dipinta intorno al 1480, e che replica una precedente composizione di 20 anni prima, che è al Museo [Musica] Correr. In questo dipinto, Giovanni Bellini mostra chiaramente di aver acquisito i dati relativi alla prospettiva luministica di Piero della Francesca. In più, ci sono elementi reali del paesaggio reale: qui vediamo il campaniere di Santa Pollinare in Classe, vediamo il Mausoleo di Teodoro, quindi un'attenzione alla campagna, alla realtà del mondo quotidiano, del mondo dei campi, del mondo dell'agricoltura. Stanno tutti ad indicare un sentimento panico del naturale, che troveremo in altre più celebri composizioni proprie della pittura di Giovanni Bellini negli anni della piena maturità. [Musica] [Musica] [Musica]
È sempre lungo l'itinerario della galleria Farnesiana, che porta dalle sale dedicate alla Scuola Veneziana alle sale dedicate alla Scuola Toscana e Romana, si colloca questo capolavoro della ritrattistica italiana del primo '500. È il ritratto del pontefice Clemente VII, dipinto nel 1526 da Sebastiano di [Musica] Piombo. Il ritratto del Papa Clemente VII è molto vicino a quello dipinto un anno prima dallo stesso Sebastiano di Andrea Doria. Qui è una sintesi straordinaria di elementi del colorismo veneziano, dello straordinario accordo dei rossi della mozzetta, dei verdi cupi del fondo. E in più, c'è questa soluzione grafica e compositiva della figura del pontefice, serrata entro una struttura piramidale, che si volta lentamente verso destra. [Musica]
Eccoci nella sala dedicata ai pittori toscani del primo '500. Qui il capolavoro assoluto è costituito da questo ritratto di un giovane, dipinto da Rosso Fiorentino intorno al [Musica] 1529. È straordinaria, anche in un dipinto non finito come questo ritratto di giovane, questa capacità del pittore di cogliere questi sentimenti di ambiguità, di instabilità emotiva, tipiche condizioni queste di quell'età così instabile, ma così moderna dal punto di vista emozionale, che costituisce in qualche modo un esempio di grande pittura moderna, pur conservando intatte le qualità proprie della grafica e del segno fiorentino. [Musica] [Musica] [Musica]
Eccoci ora nella sala dei dipinti veneziani del '500. Qui, ovviamente, il posto d'onore spetta alla celebre Danae, dipinta da Tiziano nel 1544 su commissione del Cardinale Alessandro Farnese, che la volle destinare alla sua camera privata nel palazzo omonimo a Roma. Pare che la donna raffigurasse una certa Angela, una delle amanti del Cardinale Farnese. L'opera fu vista da Michelangelo nello studio del pittore a Roma, quando vi si recò insieme al Vasari, e Michelangelo ne lodò molte le qualità cromatiche, pur trovando da ridire sulle capacità grafiche del pittore veneziano. [Musica] [Musica]
Proprio questa imponenza plastica, che chiaramente deriva da Michelangelo, è riscattata, annullata da Tiziano attraverso l'uso del colore, vivacizzato dalla luce solare che scorre sull'epidermide della fanciulla, esaltando nelle bellezze [ __ ] e al tempo stesso le qualità spirituali, le qualità psicologiche. [Musica]
Nel camerino che introduce la galleria delle cose rare, ricostruita qui a Capodimonte, al di sotto del soffitto con tele di soggetto mitologico di Jans, è collocato questo bronzo di Gian Bologna, uno dei grandi protagonisti della scultura europea alla metà del [Musica] Cinquecento. Il gruppo riproduce in bronzo il modello in marmo a tre figure scolpito dallo stesso Gian Bologna per la Loggia dei Lanzi a Firenze. [Musica]
Nella galleria con i dipinti dei grandi protagonisti della pittura a Parma nel '500, di Parmigianino, accanto al celebre ritratto di Galeazzo San Vitale, c'è questo ritratto di questa fanciulla di aspetto verginale. Pare che raffigurasse Antea, una cortigiana innamorata del pittore, ma più verosimilmente o la figlia dell'artista, o la sua compagna, o addirittura la figlia della sua domestica. [Musica] È un ritratto straordinario per l'apparente immobilità, per la frontalità dell'immagine della fanciulla, di una bellezza astratta, idealizzata. E tuttavia, pochi altri ritratti hanno saputo cogliere, come questo di Parmigianino, l'essenza della bellezza, della sensibilità al femminile. [Applauso] [Musica] [Risate] [Musica]
Un dipinto straordinario per resa di ogni minuto particolare, ma soprattutto per questa capacità di cogliere del femminile un aspetto di comunicante emotività. [Musica] [Musica]
Della raccolta Farnesiana, di più di 250 bronzetti, è anche il Mercurio di Giambologna, modello per la grande statua in bronzo realizzata per l'Archiginnasio di Bologna. Ma nella Wunderkammer di Capodimonte, l'oggetto di maggior rilievo è questo cofanetto, che fu realizzato in argento dorato per il Cardinale Alessandro Farnese, per la parte di orificeria da Manno di Bastiano Sbarri, allievo di Benvenuto Cellini, e per la parte di cristalli da Giovanni di Bernardi. È probabile che i cristalli di rocca con storie di Ercole, o gli stessi ceselli interni in argento, siano stati realizzati su disegno di Perin del Vaga. Oggi esposti all'Elba. Tre gli oggetti più bizzarri, strani e singolari della Wunderkammer, così come ricostruita a Capodimonte, è questa anima dannata in cera colorata, realizzata in pendant con un'anima che spera, speranza che invece è andata persa del tutto.
I ciechi della parabola, dipinta nel 1568 da Pieter Bruegel il Vecchio, è una tempera magra su tela di lino sottilissima. Il tema è ripreso dal Vangelo di Matteo e dall'epistolario, e diffuso nell'ambiente di Erasmo da Rotterdam, ambiente al quale fu molto vicino il Bruegel. Qui il pittore, con grandezza, semplicità, armonia di linea, soprattutto con essenzialità di colori, ha ricostituito un'atmosfera, quell'atmosfera della Germania alla metà del '500, travagliata da guerre intestine, da lotte di religione, da un senso di di profonda solitudine. Un dramma umano, il dramma dell'uomo di quegli anni. Ma è anche un soggetto che si riferisce alla serie dei 12 proverbi fiamminghi, e in particolare a quello che dice: "Camminate sempre con grande prudenza, state saldi, non fidatevi di nessuno completamente, se non di Dio, perché quando un cieco ne conduce un altro, li si vede cadere tutti e due nel fosso". [Musica]
A Napoli, i Carracci e con Tiziano, Parmigianino, con lo stesso Correggio, tra i pittori più rappresentati e più rappresentativi delle collezioni farnesiane trasferite da Parma e Piacenza a Napoli. Qui a Capodimonte, l'Ercole al bivio fu strappato in qualche modo dalla volta del camerino con le storie di Ercole, fatto affrescare dal Cardinale Odoardo Farnese all'interno del palazzo omonimo al centro di Roma. Il tema era abbastanza allettante per Annibale, per un pittore che si era formato all'interno del naturalismo padano e aveva conosciuto le opere calde, sensuali, il cromatismo caldo e sensuale di Tiziano, ma che a Roma aveva guardato soprattutto a Raffaello, Raffaello delle Stanze Vaticane, Raffaello con i suoi equilibri spirituali, formali e compositivi. Tutto questo in una sintesi straordinaria Annibale lo raggiunge nell'Ercole al bivio, dove l'ambigua sospensione tra i piaceri certi del vizio e le tranquillità possibili della virtù, si in una ripresa di questo gioco di emozioni, di questo rapporto di forme e di sentimenti. Tutto appare immobile, eppure a guardarlo attentamente, a entrarci dentro a questo quadro, tutto vibra, tutto si fa sensazioni, tutto si fa trascorrere delle luci, delle atmosfere sulle epidermidi, a rasentare panni avvolgenti, forme lussuriose, o a evidenziare che poi, al di là della scelta tra vizio e virtù, la scelta è tra la possibilità di vivere intensamente le proprie emozioni, i propri desideri, le proprie passioni, senza rinunciare a una concreta profonda convinzione dei propri mezzi e delle proprie possibilità. È proprio questo straordinario equilibrio tra realtà e ideali che fa di questo uno dei grandi capolavori della pittura europea tra '500 e '600, tra idealismo e [Musica] naturalismo.
Tra i dipinti emiliani del primo Seicento, certamente il quadro più strano, più curioso per il soggetto raffigurato, è questo di Agostino Carracci. È il ritratto di tre personaggi della corte romana del Cardinale Odoardo Farnese: il nano Rodomonte, il buffone Pietro, il selvaggio delle Canarie, quell'Ercole Gonzales col volto villoso, ai quali si contrappongono alcuni animali, animali di casa, animali di famiglia, in qualche modo cari agli uomini della corte del Cardinale Farnese. Situazioni descritte dal pittore come una scena di intimità familiare tra persone care, tra persone intime, tra persone di uno stesso ambiente [Musica] domestico. Situazioni strane, curiose, in qualche modo meravigliose, così come curioso, strano, meraviglioso è questo cofanetto in pietre dure, realizzato in un laboratorio fiorentino tra la fine del '500 e gli inizi del '600, e che appartiene a quella raccolta delle cose rare, che è una delle grandi meraviglie della collezione Farnesiana, come questa tazza da brodo in porcellana finissima, fatta realizzare da Maria Carolina per la figlia Maria Antonietta dalla Real Fabbrica di Porcellana di Napoli, o ancora oggetti non meno rari e raffinati, come questo cofanetto in avorio, realizzato nella bottega degli Uffizi del XIV secolo, o nell'ambito della collezione di Stefano Borgia, questo incredibile, straordinario, rarissimo Globo Celeste, addirittura degli inizi del 1200, di produzione siriana o egiziana, e infine questo straordinario avorio scolpito con il Buon Pastore, da una manifattura della Goa ai tempi dei portoghesi.
Qui, nelle ultime sale della galleria, accanto ai dipinti emiliani del primo Seicento, abbiamo collocato, con l'ultimo allestimento, anche la tela con il mito di Atalanta e Ippomene, dipinta da Guido Reni tra il 1620 e il 1625. In un paesaggio lunare, metafisico, le due figure, la bella Atalanta che vezzosa si ferma a raccogliere i pomodori, e il giovane Ippomene che ne approfitta per batterla nella corsa, si iscrivono nel paesaggio con un'astratta geometria di diagonali, diagonali che si intersecano e si allontanano, amplificando il ritmo bloccato del movimento, un ritmo rigoroso, tesissimo, un equilibrio sostenuto tra sublimazione intellettuale delle forme ed estenuata sensibilità della rievocazione mitica. [Musica]
Siamo negli ambienti sontuosi e raffinati degli antichi appartamenti reali di Capodimonte, al piano nobile. Ambienti che, sebbene abbiano subito nel tempo notevoli modifiche, hanno conservato quel tono di eleganza contenuta, di gusto neoclassico, che fu proprio di Antonio Niccolini. Ambienti sontuosi, raffinati, eleganti, dove si svolse una brillante vita di corte, soprattutto all'epoca di Carolina Bonaparte e del marito, il sovrano Gioacchino Murat. Come in questa camera da letto con l'anticamera, con decorazioni di gusto pompeiano, mobili di arredo che replicano antichi oggetti preziosi, ricavati dagli scavi di Ercolano e di Pompei, come ad esempio questo tavolino con il ripiano in legno pietrificato, o il pavimento a mosaico fatto venire direttamente da una villa romana di Capri. Sobria eleganza e contenuta sontuosità, che ritroviamo anche nel salone detto "della Culla". Sì, perché in questo salone veniva esposta, in una culla disegnata da Domenico Morelli, il principe ereditario di Casa Savoia del Regno [Musica] d'Italia. Ma l'eleganza di questo salone è data tutta dalla presenza di un pavimento in marmi a mosaico, fatto trasferire dalla Villa Favorita di Portici, alle falde del Vesuvio, ma proveniente da un'antica villa imperiale di Capri. Un pavimento restaurato, adattato al salone della culla, ma che conserva integro il fascino degli antichi pavimenti a mosaico di Pompei, di Ercolano, delle ville imperiali di Tiberio a Capri. [Musica]
Siamo nella sala da pranzo degli appartamenti reali di Capodimonte. A tavola con i Borbone, ma non solo con i Borbone. Qui a Capodimonte, all'inizio dell'800, la gran vita di corte era vissuta soprattutto grazie alla presenza di Carolina Bonaparte, la sorella di Napoleone, la moglie di Gioacchino Murat, in quegli anni re a Napoli. Qui vennero principi austriaci, monarchi francesi, sovrani provenienti dalla Russia o dal Nord Europa, tutti insieme intorno a questo tavolo, a bere, a mangiare, forse alla francese più che alla napoletana. E l'arredo della tavola era importante, forse anche più importante di ciò che veniva servito, in questi straordinari, raffinatissimi piatti, in quanto alludeva all'impegno che la corte, sia quella borbonica che quella napoleonica, investirono nel settore delle arti, chiamando artigiani non solo napoletani, che poi erano tra i più raffinati, soprattutto nella realizzazione di mobili in legno, ma chiamando artigiani dalla Francia, durante il periodo napoleonico, dalla Germania, dall'Austria. Ancora una volta, intorno alla corte di Napoli, qui a Capodimonte, si crea quel clima cosmopolita, internazionale, che fece di Napoli una grande città d'arte, una grande capitale dell'arte e della cultura. [Musica]
Il salone da ballo, realizzato ancora una volta su disegni di Antonio Niccolini tra il 1826 e il 1836, in un'atmosfera elegante, raffinata, mondana, estremamente sfarzosa, si svolgevano le feste di corte. [Musica]
Insieme alla produzione di preziose e fragili statuine in porcellana bianco-policroma, a raffinati servizi da tè, da caffè, la Real Fabbrica di Capodimonte è celebre soprattutto per la decorazione del boudoir di Maria Amalia di Sassonia nella Reggia di Portici. Il boudoir fu fatto trasferire nella seconda metà dell'Ottocento qui a Capodimonte, prima che Carlo di Borbone chiudesse la fabbrica e la trasferisse in Spagna, a Buen [Musica] Retiro. Il gusto è quello tipico del Rococò alla maniera cinese, un gusto che imperava presso tutte le grandi corti europee dell'epoca, ma con una raffinatezza e al tempo stesso un'eleganza propria della cultura partenopea. Gusto che muta quando viene creata, nella seconda metà dell'800, nella Reggia al centro della città, e per volontà di Ferdinando di Borbone, la Fabbrica di Napoli, il cui esempio più superbo è dato dal servizio dell'oca, cosiddetto per la presenza di un putto che strozza l'oca, copiato da un'antica statua romana, dove l'elemento caratterizzante, accanto alle decorazioni pur sempre di gusto Rococò, ma più contenuta, alla maniera neoclassica, è dato dalla presenza delle vedute napoletane, volute da Ferdinando de Borbone, perché il servizio serviva soprattutto quando ospiti stranieri giungevano qui a Napoli. Esuberanze decorative e fantasie ornamentali che ritroviamo anche nello splendido lampadario, che, sebbene danneggiato nel corso degli ultimi eventi bellici, è stato restituito alla sua originaria bellezza nel corso di un restauro condotto negli anni '50. Gli elementi decorativi ornamentali del salottino in porcellana derivano soprattutto da stampe francesi, con quella esuberanza fantastica e decorativa, che tuttavia qui a Napoli si trasforma in elemento ornamentale di gusto tipicamente partenopeo.
Il gusto neoclassico e lo stile Impero predominano nell'arredo e nella decorazione delle ultime sale dell'appartamento reale, come in particolare nel salone dei Camuccini, cosiddetto per la presenza di due grandi tele dipinte dal pittore alla fine del Settecento. Qui sono collocate alcune statue realizzate da scultori napoletani agli inizi dell'Ottocento, nella tradizione di Canova, e al centro un grande tavolo che è il risultato di una combinazione di elementi diversi: un antico pavimento a mosaico proveniente da Ercolano, inserito entro marmi moderni di fondo blu con decorazioni ornamentali, e la presenza di api dorate. In più, le iniziali di Francesco di Borbone, il Duca di Calabria e erede al trono di Napoli, nel cui appartamento, nella Reggia al centro della città, il tavolo originariamente era collocato, prima di essere trasferito qui a Capodimonte alla metà dell'800. Alle pareti, tra quadri neoclassici di autori diversi, le due grandi tele dei Camuccini con la Morte di Cesare e la Morte di Virginia, realizzati alla fine del '700 per Lord Bristol, ma acquistati qualche anno dopo da Gioacchino Murat per destinarli alla Reggia di [Musica] Caserta.
Secondo piano della Reggia, del Museo: la Galleria delle Cose Napoletane, dipinti, arazzi e sculture di artisti napoletani e stranieri che dal XIII al XVIII secolo lavorarono a Napoli per chiese o per collezioni della [Musica] città. E la grande Pala di Simone Martini con San Ludovico da Tolosa che incorona Roberto D'Angiò. La pala fu dipinta nel 1317 su incarico dello stesso re [Musica] Roberto. Qui una profusione d'oro, di luci, di pietre e abiti preziosi accompagna e sottolinea il tono aulico, mondano del gesto con il quale Ludovico incorona il fratello Roberto, Re di Napoli. Questa profusione d'oro e di luci sembrerebbe riportare Simone Martini nella dimensione della pittura bizantina, astratta e [Musica] astrattizzata. Reale, quotidiano, l'attenzione soprattutto ad uno spazio concreto, in qualche modo misurabile, colloca Simone Martini accanto a Giotto, a Giotto di Assisi. [Musica]
Qui è il grande retablo preparato già nel '400, dalla parte inferiore San Girolamo nello studio, dalla parte superiore San Francesco che dà la regola. Fu dipinto da Colantonio tra il 1444 e il 1446, forse su incarico di Re Alfonso [Musica] d'Aragona. Nel San Girolamo nello studio, è un senso denso del naturale, un'attenzione perspicua al dato ottico visivo, al prospettico, quale è evidenziato in particolare dalla presenza delle carte, dei libri, dei vetri. Ed è evidente che in questa parte il pittore ha risentito molto dell'influenza dei modi di Jan van Eyck, il grande pittore fiammingo della prima metà del '400, conosciuto a Napoli probabilmente attraverso le opere del Maestro dell'Annunciazione di Aix-en-Provence, oggi identificato con Barthélemy d'Eyck, e che fu attivo a Napoli ai tempi però di Re Renato d'Angiò, tra il 1438 e il 1442. [Musica] [Musica]
Siamo nel 1606. Caravaggio è scappato da Roma e a Napoli ha da poco terminato la grande pala della Madonna della Misericordia per la chiesa del Pio Monte e la famiglia De Franchis, alcuni notabili napoletani, gli hanno affidato la Flagellazione, la Flagellazione di Cristo, per la loro cappella nella chiesa di San Domenico [Musica] Maggiore. Qui è una sintesi straordinaria tra la figura di Cristo, classica, monumentale, quasi un'antica colonna, e le figure dei carnefici, brutalità più vera, più quotidiana. Un senso di verità drammatica e di intensa umanità accompagna tutta l'opera, sia nei singoli particolari che nell'insieme. Questo accomunare vittima e carnefici in uno stesso sentimento di tragedia incombente e al tempo stesso silente, è il punto più alto forse toccato da Caravaggio durante il suo primo soggiorno a Napoli. [Musica]
La resa minuziosa dei particolari anatomici e psicologici non annulla la sontuosità del dipinto, che ha una sua monumentalità insita in questa compostezza, che si ritrova pur all'interno di un momento di straordinaria intensissima tensione psicologica, umana, fisica. [Musica] Tutto ottenuto attraverso una resa del colore quasi bruciato o bruciante, contrasti di luce ed ombra, il bianco del perizoma che circonda il Cristo, squillante all'interno di uno spazio fosco, quel senso del fosco che è di una tragedia incombente, di un dramma che appartiene all'umanità [Musica] intera. Ogni gesto è vero, è reale, quasi quotidiano, quasi prelevato dalla strada, dalla vita di ogni [Musica] giorno. Chissà quante volte Caravaggio ha incontrato nei vicoli della vecchia Napoli, della Napoli spagnola e mediterranea, figure vere e reali che ha riportato nelle sue opere, nelle Sette Opere della Misericordia, così come in questa Flagellazione. [Musica]
È proprio questa straordinaria capacità di Caravaggio di porre sullo stesso piano umano e divino vittime e carnefici, e di cogliere l'attimo in cui i contrasti psicologici si fanno più forti, l'attimo che precede l'evento, che i pittori che verranno, da Battistello Caracciolo, a Luca Giordano, e che guarderanno e a volte copieranno questa Flagellazione, non sapranno cogliere. È proprio uno dei pittori napoletani più attenti ai modi del Caravaggio, Battistello Caracciolo, a replicare qualche anno dopo la Flagellazione di San Domenico Maggiore del maestro lombardo. Ma mentre nella Flagellazione di Caravaggio è una sintesi straordinaria del dramma umano e divino, in Battistello Caracciolo, come negli altri napoletani che ai modi di Caravaggio si riferirono, diventa fatto di cronaca, diventa vicenda da cronaca nera. È una narrazione, una rappresentazione dell'evento che si svolge nel tempo e nello spazio. La rappresentazione sacra come rappresentazione dell'evento quotidiano, della vita d'ogni giorno, che ritroviamo in tutte le chiese napoletane del primo Seicento, sugli altari, come negli affreschi.
Qui a Capodimonte abbiamo voluto idealmente ricostruire l'interno di una chiesa barocca della Napoli del primo Seicento. Sullo sfondo, infatti, la grande Pala di Giuseppe Ribera con la Sacra Famiglia e Santi, proveniente dalla Chiesa della Trinità delle Monache. Proviene, del resto, dello stesso Ribera, il San Girolamo con l'Angelo Annunciante il Giudizio. Qui c'è una dimensione nuova, un senso della profondità dello spazio, della verità della luce e del colore, soprattutto nella rappresentazione del vecchio Santo, forse un mendicante ripreso dai vicoli di Napoli, o del bellissimo angelo in volo, uno scugnizzo napoletano, integro nell'aspetto fisico, ma anche nelle sue qualità più sottilmente psicologiche. [Musica] [Musica] No, il volto tu vedrai. [Musica] [Musica]
Ma l'attenzione dei pittori napoletani della prima metà del Seicento per gli esempi di naturalismo caravaggesco non si ferma solo alla ripresa di aspetti della realtà quotidiana, della vita d'ogni giorno. L'attenzione viene rivolta anche agli aspetti della realtà naturale: fiori, frutta, selvaggina, pesci, interni di cucina. In pittori come Luca Forte, Giuseppe Recco, o come in questo caso, Paolo Porpora, attraverso un'esuberanza delle materie cromatiche, luci, colori, qui Porpora si ferma a fissare sulla tela aspetti della realtà naturale, in questo caso fiori, in particolare con un'enfasi barocca che accentua l'aspetto scenografico dell'intera composizione. [Musica] [Applauso] [Musica]
Il mondo della realtà quotidiana, quale è ripreso dai pittori napoletani della prima metà del Seicento di area naturalistica, in particolare, non è solo quello di Battistello Caracciolo, di Ribera, di Sellitto, di Filippo Vitale, cioè il mondo degli umili, dei diseredati, degli emarginati. È anche il mondo della colta e raffinata aristocrazia napoletana di quegli anni, o se vogliamo dire, della borghesia più elevata ascendente, come in questo dipinto di Bernardo Cavallino. Che, pur essendo di soggetto sacro, l'Estasi di Santa Cecilia, l'attenzione del pittore è rivolta soprattutto a trasferire sulla tela quel mondo borghese, quel mondo aulico, cortigiano, in qualche modo fatto di eleganze formali, di preziosità cromatiche, di raffinatezze pittoriche, che risentono dell'influenza neo-veneta. Un'eleganza estenuata, raffinata, che esprime un mondo ideale, un mondo di altissima cultura, che a Napoli ebbe vita lunga per tutto il [Applauso] [Applauso] Seicento.
La realtà del mondo quotidiano, esaltata attraverso l'uso delle luci e dei colori alla maniera neo-veneta, veneziana, Veronese, Tiziano, lo stesso Tintoretto, spinge fino alla metà del '600 per aprirsi alla temperie barocca con Mattia [Musica] [Risate] [Musica] Preti. Qui Mattia Preti, col Martire di San Sebastiano, proveniente dalla chiesa napoletana di Santa Maria di Ogni Bene, raggiunge uno dei culmini più alti di un barocco squillante, al tempo stesso tenebroso. [Musica]
Ma Preti è colui che coniuga naturalismo caravaggesco e pittoricismo neo-veneto, ricco di luci, di colori, ripresi direttamente dagli esempi di Paolo Veronese. E tuttavia, attento anche agli aspetti della realtà fisica e psichica dei personaggi raffigurati. [Musica]
E proprio gli esempi di barocco squillante, tonante e tuttavia solare, mediterraneo, di Mattia Preti, a Napoli diventano fondamentali per la maturazione del giovane Luca [Musica] Giordano. Luca Giordano, che era partito da esempi naturalistici di Ribera, in particolare, aveva guardato anche al Caravaggio, ma dopo un viaggio a Roma, a contatto con le opere luminose di Rubens, e un viaggio a Venezia, che lo mise in diretto rapporto con le grandi esperienze cromatiche di Tiziano, di Paolo Veronese, di Tintoretto, giunge in questa tela, dipinta un anno dopo la peste del 1656, con l'Elemosina di San Tommaso da Villanova, ad una sintesi straordinaria di naturalismo e cromatismo. Un'attenzione particolare ad ogni elemento della realtà fisica quotidiana, e tuttavia un'esaltazione della materia cromatica, della luce, della luce mediterranea, della luce napoletana, in particolare, a voler sottolineare come anche ogni aspetto del dolore, della sofferenza fisica, possa essere anche strumento dell'umano e del divino. [Musica]
Sette secoli di storia ed arte raccontati qui nelle centinaia e più sale di Capodimonte, dal '200 all'800. Ma l'arte, lo sappiamo, non finisce con l'800, col primo '900. E Napoli è stata una delle città che negli ultimi 50 anni, in particolare, ha partecipato intensamente alle varie vicende dell'arte contemporanea. E fin dalla seconda parte degli anni '70, qui a Capodimonte, abbiamo voluto documentare anche questi aspetti. E cominciamo nel '78 con una grande mostra su Alberto Burri, che volle donare qui a Capodimonte il suo grande "Cretto Nero", che Burri volle mettere, collocare personalmente, a poca distanza dalla Flagellazione di Caravaggio. Sì, perché poi quest'opera di di Burri è quella che in qualche modo è più vicina alla poetica, anzi al concetto dell'esistenza dell'umano, che è in Caravaggio. Questo grande "Cretto Nero", questa terra che si spacca, questa terra nera che si spacca al sole, al vento del Mediterraneo. E quanto un artista contemporaneo poteva esprimere in modo più consono le poetiche del Caravaggio. Ecco, in questo senso, Burri a Capodimonte non è una rottura con le grandi opere d'arte del passato. Anzi, Burri qui a Capodimonte apre un discorso sul contemporaneo come continuità dialettica tra passato e presente, in una grande prospettiva futura. [Musica] [Applauso] K h