Transcription
Nel Buddismo di tutte le tradizioni ci sono tre gioielli: il Buddha, l'insegnante. No, il Dharma, che ha tanti significati, ma uno di questi è l'insegnamento. In realtà Dharma significa legge, ed è la legge universale, l'armonia che fa, che è nel Cosmo, a cui noi siamo disallineati. Partiamo da questo principio.
Il terzo gioiello, quindi, Dharma come insegnamento. Il terzo gioiello è il Sangha, la comunità, che è fondamentale. È come avere il medico, Buddha, il Dharma, la medicina. Ma se non ci sono gli infermieri, no, si fa poca strada. Quindi il Sangha, il Sangha, come dire, siamo noi, eh, e la comunità che si crea con l'intento di praticare un sentiero. Questo è il Sangha. E questa vicinanza, questo sostegno, direi che sono molto importanti.
Allora, io vorrei oggi introdurre quantomeno la pratica dei Brahma Vihara. Forse qualcuno di voi ha già qualche informazione. Questo è veramente un po' come la consapevolezza. È un inizio di un lavoro che, ovviamente, vi esorto poi a proseguire, a ritornarci. Anche come diceva Mauro oggi, no, non sono cose che noi impariamo e poi possiamo passare a un'altra cosa. Qui c'è bisogno di lavoro, no, di entrare, di sperimentare. Anche la meditazione funziona così, l'abbiamo visto.
Allora, il lavoro sulla consapevolezza è preziosissimo. Ma se è solo consapevolezza, è un lavoro, come dire, a metà. Perché nel momento in cui io vedo i miei contenuti, no, sono a contatto col mio mondo interiore, c'è sempre poi un tema successivo o contemporaneo, come preferite, di: bene, come oriento le mie azioni in base a quale criterio?
Allora, la parte etica è un fondamento, no, nel Buddismo. Noi abbiamo due colonne, o si può usare anche una metafora di un gabbiano, di un uccello che ha due ali, mmm, vola perché ha due ali. Una è la saggezza, mmm, che significa una conoscenza sperimentata. Dall'altra è, si chiama metodo, è la parte etica, no, l'orientamento etico, il lavoro di trasformazione mentale che deriva da una pratica etica. E questo non c'è solo nel Buddismo, esiste in tutte le tradizioni, compreso l'Islam, che vi esorto un po' a conoscere, soprattutto il Sufismo.
L'antidoto della rabbia, secondo voi, qual è? No, no, no, della rabbia. L'antidoto forte è una cosa che si usa poco. La pazienza. La pazienza. Poi possiamo aiutarci in tanti modi, ma l'antidoto diretto, no, l'antidoto dell'ignoranza. Quindi possiamo lavorare con delle risorse che vengono definite come antidoti. Se c'è pazienza, ma pazienza profonda, no, è una perfezione. La pazienza non è "vabbè, non arriva il treno, vabbè, insomma, cerco di star calmo". Quello è l'inizio del lavoro. La pazienza radicata. Se c'è quella, secondo voi, c'è rabbia? No, impossibile. Una esclude l'altra. No, se c'è amore, non ci può essere odio. Non so se capite. Ci sono situazioni in cui sembra non mischiate, no, tante volte ci sono delle sfumature. Ma se c'è davvero un radicamento in quella qualità, l'altra non c'è.
Quindi si chiamano antidoti. I quattro Brahma Vihara sono antidoti, quindi qualità del cuore che possiamo, questa è la bella notizia, possiamo sviluppare. Mmm. E Brahma Vihara, che si scrive in questo modo, veramente in sanscrito bisognerebbe dire Brahmavihara, perché c'è un'H leggera. Allora, Brahma Vihara significa dimora divina. No, come vi dicevo forse ieri, se non sbaglio. Sono quattro, quindi diventano le quattro dimore divine. Ciò significa che la nostra parte divina, io più che essenza, a me piace chiamarla la divinità che in noi, la nostra parte divina. Per me ha un senso e non so se risuona. Ma noi siamo dei. Noi abbiamo il seme del Buddha potenziale. Siamo tutti in questo momento. Noi siamo tutti potenzialmente illuminati. Qual è il problema? Che siamo coperti dalle afflizioni mentali, dalle troppe cognizioni, da, no, dall'ignoranza. L'essenza è semplice, non è un qualcosa. Ma per arrivare alla semplicità dobbiamo passare dalla molteplicità, dalla complicatezza. Questa è il lavoro, no? Per questo il lavoro spirituale è, semplicemente, si fa per dire, pulire, non buttare fuori, eh, purificare, pulire, pulire quello che serve. Per fare questo dobbiamo coltivare alcune cose, abbandonarne altre. Ok? Questo nella teoria.
Allora, i quattro Brahma Vihara sono, eh, gioia partecipe, compassione, amorevole gentilezza e equanimità. E equanimità. Ok. Allora, breve definizione. Anzi, se li conoscete già, la facciamo anche insieme. Gioia partecipe, cos'è? Come la definireste? La gioia, quindi, correttissimo, essere gioiosi per la gioia, per, no, un successo di un'altra persona. La gioia di un'altra persona. È detto così, non so a voi come suona, ma non io ho 30 anni di azienda, vabbè, diciamo che ne ho vista poca di questa merce. Di solito è invidia, gelosia. Noi e loro. Sai, noi e loro. Il mio capo ha avuto la promozione, ha avuto un successo, eccetera. Il nemico, no? Quante volte noi nella vita, molto praticamente, senza colpevolizzazione, proprio analisi, quante volte siamo stati felici, gioiosi perché l'altro ha avuto una buona cosa? Non è che mi dovete rispondere, è una risposta che vi date. Quante volte, in che occasione, con chi? Partiamo proprio da questo. Questa pratica si parte da questo. Quella volta in cui sono stato nella gioia partecipe, come sono stato? Bene, male, neutra? No, com'è andata? No, qual è stata l'esperienza? Perché noi, come i semi di Tic Tan, questi li abbiamo tutti. Fortunatamente, non c'è solo la rabbia, no, l'invidia. Abbiamo questa potenzialità, però dobbiamo fare in modo che possa emergere e quindi la possiamo sviluppare.
La compassione è il desiderio che la sofferenza dell'altro termini. Questo è il desiderio che la sofferenza dell'altro termini. Poi significa sentire il dolore dell'altro, tante cose, ma questa, se voi ci pensate, è una cosa di una importanza straordinaria. Desiderio che l'altro non soffra, no? Quando nel Cristianesimo, il fratello, la sorella, vuol dire che siamo tutti sulla stessa barca. Allora io desidero che tu sia libero, in particolare la definizione è proprio libero dalla sofferenza. Questa è il fondamento di Karuna, la compassione. Karuna, compassione. Poi significa anche compatire, no? Quindi soffrire non insieme, sentire la sofferenza dell'altro. Ma tante volte io sento la sofferenza e non posso intervenire, no? Per esempio. Ma c'è anche questa dimensione che poi crea l'empatia. Allora voi pensate com'è potente, ad esempio, torniamo alla pratica del counseling, quello che io faccio regolarmente, che prima di incontrare la persona mando pensieri di questo tipo a chi verrà. E chi si siederà di fronte a me. Questo mi aiuta a orientare la mia motivazione. Una cosa semplice ma efficacissima. Che tu possa essere libero dalla sofferenza, eh, libero nella sofferenza. E guardate, il lavoro del counseling, mi sento di dire, anche è di una bellezza straordinaria, perché abbiamo l'occasione davvero di poter essere utili. La coltivazione di queste qualità non aiuta solo noi, ma per specchiamento, no, per energia che passa, aiuta tantissimo, forse più l'altro che noi, perché manca questo, no? Quando parliamo di ascolto empatico, è questa cosa. Se no, come fai se non hai maturato, no, una radice nella compassione? Molto difficile. Certo, qual è la difficoltà? Che, come vedremo, c'è una sequenza, no? Vincere facile con l'amico, dice "siamo gioiosi quando", "ti voglio bene, no, ti voglio molto bene, hai un successo". Beh, insomma, non è proprio così complicato gioire. Bene, perché si chiamano Brahma Vihara? La prima definizione è questa. La seconda sfumatura, ma poi mica tanto, e si chiamano i quattro incommensurabili. Ciò vuol dire che non c'è confine di estensione, né nello spazio, né nel tempo. La compassione può essere col mio vicino, con la persona che amo, questo è già tanto. Ma può essere col mio amico, può essere con la persona che mi sta sulle palle, può essere con l'indifferente. Poi vedremo, c'è una sequenza precisa di pratica in questo. Ed è talmente incommensurabile che io posso sentire questa qualità nei confronti di tutti gli esseri senzienti. Quindi non abbiate problemi di confine. Non ha confini. Cioè, l'amore non ha confini. Però arrivare a, come dire, davvero maturare un onesto senso profondo di compassione per tutti, non è una passeggiata, giusto? Ok.
Quindi, per la pratica, ti dice, iniziamo dalle cose, dal prossimo, poi piano piano estendiamo. No, questo nel viaggio in Tibet del 2000, io ho visto questa scena che vi porto, perché coi maestri si impara stando lì vicino, sentendo molto gli insegnamenti, ma anche vedendo cosa fanno. La nostra tradizione si insegna proprio a essere molto prudenti prima di affidarsi a un maestro. Problema della fiducia. E vi dice anche quale qualità devono essere presenti nel maestro e quale qualità nell'allievo, mmm, per poter funzionare. Perché il rapporto col maestro è un qualcosa, mi porto alla mia esperienza, di totalmente diverso da qualsiasi altro rapporto che io ho avuto nella mia vita. Non bene e male, cioè una cosa completamente diversa. Perché affidarsi realmente fino in fondo a una persona non è una banalità. Non so se riesco a passare una sensazione. Noi abbiamo tanti tipi di relazioni, ma le, ne ho avuto 30 anni di lavoro, immaginate, no, migliaia di persone, migliaia di relazioni. Ma le, la relazione che sentono con questo maestro in particolare è un qualcosa di diverso. Diverso, dico, mi fermo qui, ma è una cosa al di fuori di.
Allora, nel 2000 ho assistito a questa scenetta. Noi siamo andati con una compagnia di persone che erano allievi anche di questo maestro, che hanno organizzato il viaggio. Insomma, verso la fine si scopre che un paio di queste persone avevano rubato i soldi nostri del viaggio e se l'erano, insomma, intascati, diciamo, no? Così. Ora, dato che erano discepoli di questo maestro, è come rubare in chiesa, non so se, no? Quindi, cioè. Allora, la scena è stata questa e mi ha insegnato una cosa molto importante che riguarda questa, quindi vi passo. Sono andati da, da Rinpoche, si chiama Tanton Rinpoche. Questo Rinpoche è un titolo onorifico, vuol dire prezioso. Si chiama Tanton, no, suo nome di lignaggio, Tanton Satri, che è uno tosto, eh, e dico che compassionevole. Ma se ti deve dire una cosa, non è che ci passa, ha proprio la forma irata, la conosce. Quindi questo mi è servito moltissimo. A volte bisogna che uno ti dia quel colpetto, perché nell'amorevolezza, beh, però te lo dia. Se non ti schi di lì, no? Lavoro sull'ego, ragazzi, è una cosa. Se non c'è uno che ti, no, che ti rimanda, ti rimanda, ti rimanda, andiamo da nessuna parte, no? Insomma, sono arrivati questi due e si sono, un dis, io non riesco neanche a immaginarmi, cioè, un discepolo che ha rubato i soldi del maestro, mmm. Si sono prostrati, pentiti, in lacrime, strappo i capelli, eccetera. Lui è stato di una durezza e di una fermezza. Si è addirittura girato dall'altra parte. Io lo guardavo, ho detto "Madonna, adesso cosa succederà qua?". Ma se tu guardavi attentamente, sentivi, no, questa sua durezza era compassionevole. Questo è stato l'insegnamento. Cioè, la forza quando nasce dalla compassione, possiede un potere mille volte più grande che se nasce invece dall'odio o dalla, no, dalla rabbia, dalla rabbia. La rabbia è così, no? Quello che poi diventa determinazione, è così. Quindi io, il maestro è specchio, funziona così. Io ti rimando che cosa hai fatto? Una cosa grave. Non sto dicendo "vabbè, dai, son cazzate". No, no, no, è stato così. Quattro giorni con questi disperati, senza dire niente. Specchio. Così. Scuola dura, eh, ragazzi, lo so. Però questo alla fine li ha, e l'ho visto fare diverse volte, li ha riaccolti. Ma l'insegnamento era: "Guarda che cosa hai fatto". Cioè, "Prenditi la responsabilità di cosa hai fatto". Ma fatto in quel modo, e io, come dire, anche a me è successo questo, diventa un insegnamento che non dimentichi per tutta la vita. Perché vuol dire che io posso essere di fronte, come dire, essere non rimproverato, non mi viene il termine, ma essere rispecchiato, anche duramente. Questo è la divinità irata. Ritorna, ma Rinpoche non aveva, non aveva niente contro la persona, ma contro l'afflizione mentale, no? Contro ciò che era stato fatto. Questi, questi signori poi l'hanno, l'hanno ringraziato. In perché alla fine lui, poi quando ha capito, perché qui parliamo di persone che hanno un livello di veggenza, cioè ti vedono, eh, non è che c'è bisogno di parlare, vedono quello che c'è. Quindi ti anticipano. Me tante volte mi ha anticipato delle cose, no? Quindi siamo su questo piano. Quindi io mi rendo consapevole dell'errore che ho fatto, ma sono in una situazione in cui il mio maestro non mi condanna, mi fa vedere, ma non mi condanna. Mi fa vedere e mi accoglie al contempo. Questo è.
Allora, nel piccolo, noi possiamo utilizzare questa, questa forza, no? Mi torna. Quindi compassione non vuol dire, ma come, non vedere le cose negative, le ombre, no? Dire "Beh, Jung", eccetera, no? Vuol dire prenderne atto. Per questo la consapevolezza è fondamentale. Non vuol dire scappare da, soprattutto quando parliamo di compassione per noi stessi. Significa prendere atto, ma avere quella forza anche del perdono. La compassione ha a che fare col perdono, che ci consente di guarire, cioè di usare quell'esperienza come esperienza di up, non di decrescita, no, di ma di crescita. Essere responsabili delle nostre azioni. Quando facciamo un errore, ci dobbiamo pentire di quell'errore, non fare finta che non esiste. No, in Italia, cioè, ma scusate, se ogni tanto torno, eh, ma non è mai nessuno è responsabile, ma è sempre l'altro, no? Avete mai visto un dibattito in televisione in cui uno dice "Sì, abbiamo sbagliato"? Ci vuole un coraggio e un'onestà intellettuale straordinaria dire "Sì, io ho sbagliato". Devo dirti di più, sono pentito di averlo fatto. Quindi questo. Però, se non c'è questo, diventa fustigazione, no, masochismo. Quindi voglio impegnarmi a sviluppare una qualità che mi consenta di non ripetere più quell'errore. Questo voi dovete farlo ogni giorno. Dovete guardare le tre porte: corpo, parola, mente. Cosa fanno queste tre porte? Valutare cosa fanno. Queste, una cosa virtuosa, bene, la coltivo. Una cosa non virtuosa, ho sbagliato, ho sbagliato. Bene, prima bisogna sapere cos'è virtuosa e cos'è no. Ma lo sappiamo tante volte, non è così. Però questo è importante che, eh, sì. Ora, la differenza è che noi non abbiamo la figura del confessore, cioè non andiamo a, è un'auto confessione. Ma il principio non è che io aspetto il perdono, no, riconosco il mio errore, riconosco l'atto, riconosco l'errore, mi pento di quello che ho fatto, cerco di impegnarmi per non ripeterlo. Poi magari ci cadrò altre tre volte, però questa è la strada. Questo nel tempo trasforma, inizia a trasformare. Quando ci si arrabbia meno, per esempio, no? Sei più aperti con noi stessi e con gli altri. Questo è risultato della pratica. Se dopo un po' che voi siete sul cuscino, studiate, non succede niente, c'è un da qualche parte una cosa che va corretta. Di solito non è l'insegnamento che va bene così com'è. Di solito è che forse non ho capito una cosa o non mi sto impegnando abbastanza. Per me questo è un lavoro quotidiano, questa introspezione anche valutativa, non in termini punitivi, ripeto, in termini di sviluppo. Però prendo atto. Ecco, oggi ho fatto questo.
Amorevole gentilezza, com'è per voi? E che differenza c'è con la compassione? No, sembrano quasi uguali. Quindi può essere il desiderio, l'una, che la sofferenza finisca. La seconda è che tu, o io, insomma, stia bene, no? Un pensiero di, di amorevolezza verso l'altro, verso noi, verso l'altro, di cura. Questa è la, di cura, di che tu possa essere protetto, no? Ecco. Poi vedremo delle frasi come utilizzarle, no? Però la differenza sostanziale in questo insegnamento è che la compassione è il desiderio che la tua sofferenza finisca, e io mi adopererò in tal senso. Vedete come sono vicine, ma anche diverse. L'altra è che tu possa essere felice. Sono due cose molto vicine, ma.
L'equanimità è la cosa più, forse, difficile da comprendere e da praticare, perché è la via di mezzo, ed è proprio quella posizione che evita l'attaccamento e l'avversione, no? L'essere equanimi vuol dire, in qualche modo, guardare le cose dall'altro, pur essendo lì. Avete presente il ruolo del testimone nella pratica di meditazione? Qualcosa di simile, no? Quindi io, come dire, tratto con equanimità, significa che sono in grado, ad esempio, di essere compassionevole non solo con l'amico, ma anche con la persona che, che non mi piace. Questa, se non ci fosse l'equanimità, noi saremmo sempre tirati da una parte dall'altra, sugli estremi, saremmo parziali. Così, questa, sì, questo senso, come dire, di giustizia, come si diceva, distributiva, in qualche modo, no? Una posizione centrale. Infatti si fa una bellissima meditazione che si chiama della montagna, perché l'equanimità significa essere stabili nel centro, non li ha delle delle onde, essere roccia stabile, non rigida, eh, ferma. Ok. Questa equanimità aiuta lo sviluppo delle altre tre qualità, perché mi aiuta a estendere piano piano la compassione, la gioia, eccetera, da me al vicino, alla persona amica, fino a, se non coltivo insieme questo senso di equanimità, molto difficile.