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BIENNIO ROSSO: Quando l’Italia rischiò la Rivoluzione Socialista

La Storia sul Tubo5:40

Transcription

L'Italia del primo dopoguerra è un gran casino. L'industria è totalmente sbilanciata sul bellico; il deficit di bilancio è profondo, l'inflazione alle stelle e le esportazioni sono assenti. La rivoluzione russa infiamma gli animi degli operai; i contadini prendono consapevolezza dei loro diritti, oltre che la borghesia lotta per proteggere i propri interessi. 52 anni: cambio tutto. Partiamo da un punto: la situazione politica in Italia.

La classe dirigente liberale, che fino a quel momento aveva guidato il paese, è in crisi. Al suo posto, in rapida ascesa, due partiti. Nel 1919 nasce il Partito Popolare Italiano, con segretario Don Luigi Sturzo. Questo partito, democratico ed di ispirazione cattolica, nasce in diretta opposizione al socialismo ed è il primo partito cattolico nel paese dopo decenni di dissapori con la Santa Sede. In quegli anni, il Partito Socialista Italiano è in rapida ascesa. Al suo interno, i membri si dividono in correnti: la maggioranza massimalista, che crede nella rivoluzione dura e pura di marzo, e una minoranza riformista, che crede in una rivoluzione graduale tramite le istituzioni. A differenza dei bolscevichi, però, i massimalisti, più che farla, la rivoluzione, aspettano che arrivi; atteggiamento fortemente criticato dalla Francia. Più a sinistra del partito, con esponenti come Amedeo Bordiga e Antonio Gramsci, che vorrebbero un atteggiamento più bolscevico.

Nello stesso periodo, iniziano ad organizzarsi sempre più associazioni e gruppi di stampo diverso. Il 23 marzo 1919, a Milano, Benito Mussolini fonda i Fasci di Combattimento, movimento politicamente schierato a sinistra, ma ferventemente nazionalista e anti-socialista, nonché favorevole alla Repubblica e alle riforme sociali. I Fasci avevano uno stile politico estremamente diretto, violento e attivo, tanto che il 15 aprile 1919 danno fuoco alla sede del giornale socialista "Avanti!" a Milano. Ma di loro parleremo in seguito.

Al di là delle novità politiche, nel 1919 la classe dirigente è ancora a maggioranza liberale e il governo Orlando si sta occupando delle complesse trattative di pace a Versailles. Dei risultati della pace di Versailles ne abbiamo parlato in video che trovate qua sopra. Quello su cui ci concentriamo adesso è la questione di Fiume: la città sulla costa croata è a maggioranza italiana e il governo Orlando voleva appellarsi ai 14 punti di Wilson per chiederne l'annessione. Gli ex alleati, però, non ci stanno. Nonostante le ripetute proteste del governo italiano, il primo ministro Orlando torna a casa con un pugno di mosche. Appena arrivato, decide di dimettersi. "Vittoria mutilata", così Gabriele D'Annunzio commenta questo episodio. L'opinione pubblica, indignata sia nei confronti della classe dirigente liberale sia nei confronti degli ex alleati, non passerà molto prima che questo sentimento si tramuti in azione. A settembre del 1919, D'Annunzio, insieme ad ex combattenti e nazionalisti, occupa Fiume, dichiarandola territorio italiano. L'Italia, ovviamente, non può accettare per ragioni diplomatiche e la questione verrà risolta solo in seguito.

Ma torniamo alla situazione interna. Fra il 1919 e il 1920, l'Italia vive una serie di agitazioni sociali, dovute soprattutto all'aumento dei prezzi dei beni di consumo. Nel giugno e luglio del 1919 si verificano violenti scioperi nelle industrie, mentre nelle campagne del nord le leghe sindacali rosse, di stampo socialista, e quelle bianche, di stampo cattolico, lottano tra loro. A sud, i contadini occupano le terre.

Alle elezioni politiche del novembre 1919 cambiano le dinamiche del potere. L'unione dei partiti liberali raggiunge un risicato 30%; il Partito Popolare Italiano supera di poco il 20%, mentre il Partito Socialista Italiano raggiunge il 32%. È importante citare che nello stesso periodo si tiene il secondo congresso del Comintern, dove vengono fissate delle rigide regole per farne parte. Trovate un video apposito qui in alto. In ogni caso, il Partito Socialista Italiano non è disposto ad espellere la corrente riformista, che tra l'altro gestisce i sindacati, e di conseguenza rimane fuori dal Comintern. Questo porterà, nel 1921, alla scissione e alla successiva nascita del Partito Comunista Italiano.

Tornando alle elezioni, il PSI si rifiuta di formare alleanze col sistema borghese e i liberali sono costretti ad allearsi con i popolari per una maggioranza risicata. Nasce il governo Nitti, ma non dura così. Torna in campo un uomo della vecchia guardia: Giovanni Giolitti. Il quinto governo Giolitti prende di petto la questione adriatica e decide di trattare direttamente con la Jugoslavia. Il 12 novembre 1920 viene firmato il trattato di Rapallo: l'Italia si prende Trieste, Gorizia, l'Istria e la città di Zara. Fiume viene dichiarata città libera fino al 1924, quando sarebbe entrata a far parte del Regno. Nonostante l'annuncio di D'Annunzio per una resistenza ad oltranza, il giorno di Natale del 1920 Fiume viene liberata dall'esercito italiano senza spargimenti di sangue.

Tornando in Italia, il governo impone la liberalizzazione del prezzo del pane, fino a quel momento calmierato, per favorire l'economia. Nell'estate-autunno del 1920, lo sciopero dei metalmeccanici prende una piega estrema: circa 400.000 lavoratori, agli inizi di settembre, cominciano ad occupare quasi tutte le industrie del settore. Le fabbriche diventano comuni di ispirazione bolscevica. La rivoluzione socialista sembra alle porte. Il governo interviene per mediare, ma il potere dei liberali non è più quello di una volta. Giolitti invita gli industriali ad accettare le pressioni dei sindacati, i quali assumono di fatto il controllo del settore industriale. Hanno adesso un nuovo padrone. Il socialismo dilaga in Italia e la borghesia è disposta a tutto pur di fermarlo.