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CESARE PAVESE - vita e opere

Prof. Daniele Coluzzi11:47

Transcription

Cesare Pavese, uno scrittore, un intellettuale, un antifascista tra i più influenti del primo Novecento, è un autore che ha lasciato sicuramente una traccia nella letteratura italiana, che ancora oggi è tra i più letti. E che, in qualche modo, ha saputo raccontare le proprie vicende personali più intime, più profonde, mescolandole ai grandi eventi del primo Novecento, come appunto la Resistenza al fascismo o l'immediato dopoguerra.

Pavese è un autore che ha scritto tanto, anche se in pochi anni. Considerate, infatti, che muore a soli 42 anni. Nasce nel 1908 e muore nel 1950. È una vita, tutto sommato, breve, ma una vita molto intensa, vissuta tra scrittura, grandi innamoramenti e, c'è da dirlo, una grande fragilità psicologica.

Cesare Pavese è un autore piemontese. Nasce a Santo Stefano Belbo, è un paesino delle Langhe, e morirà poi anni dopo a Torino. Quindi, possiamo dire che gran parte della sua vita si concentra in queste zone. E se consideriamo i suoi anni, 1908-1950, ci accorgiamo fin da subito che vive forse gli anni peggiori del '900. Sicuramente vive appieno la dittatura fascista, che effettivamente si sviluppa proprio mentre Cesare Pavese diventa adulto, mentre acquisisce, cioè, degli strumenti anche critici attraverso gli studi che fa. Per esempio, fece il liceo D'Azeglio e lo cito perché lì ebbe un importante professore, Augusto Monti, professore di italiano e latino, saggista, ma soprattutto antifascista.

Se dovessimo collocare, quindi, Cesare Pavese in un gruppo specifico di intellettuali, lo andremo a collocare tra quelli chiaramente antifascisti. E questo non è così scontato. Vi ricordo che, insomma, nel primo Novecento tanti autori, penso ad Ungaretti, penso a Pirandello, penso ad Annunzio, si schierano diversamente o comunque ottengono la tessera del partito fascista. Qui siamo di fronte, invece, ad un personaggio che è ostinatamente antifascista, probabilmente anche a causa di quello che è il suo contesto storico e geografico.

Pavese guarda all'estero, è innamorato degli Stati Uniti. Si laurea in lettere con una tesi su Walt Whitman, e questo interesse per la letteratura statunitense rimarrà una costante nella sua vita. Lo porterà anche ad essere un grande traduttore.

Ecco, fino adesso vi ho detto che Pavese gravita attorno all'ambiente dell'antifascismo. Eppure fu un antifascista un po' particolare. Non si occupa attivamente di politica, eppure le sue conoscenze, le sue frequentazioni sono chiare. Nel '35, infatti, viene perquisito e viene trovato in possesso di alcune lettere molto compromettenti. Subisce un vero e proprio processo che lo porta alla condanna al confino, una condanna di ben 3 anni, molto lontano dai suoi luoghi d'origine, a Brancaleone Calabro, vicino Reggio Calabria. Il confino, vi ricordo brevemente, che era quella soluzione che il regime fascista trovava per gli intellettuali, come appunto Pavese, per evitare che potessero contribuire ad una lotta avversa al regime. Allora, questi intellettuali si mandavano fuori, si mandavano in luoghi in cui potevano condurre la loro vita in modo innocuo. Fu questa la condanna di tantissimi intellettuali dell'epoca. Era il modo in cui il regime silenzi ava l'opposizione anche che veniva dal basso, quella culturale.

Le lettere da Brancaleone Calabro sono molto interessanti perché ci raccontano di un Pavese che non riesce assolutamente ad adeguarsi a questa nuova realtà. Quello in cui vive è un ambiente, è un contesto, è un paesaggio verso il quale non trova assolutamente nessun tipo di fascino. Insomma, deve essere pesante per chi è abituato a vivere in un mondo stimolante come quello culturale, come quello delle università, come quello della politica, trovarsi improvvisamente isolati nel nulla.

Per fortuna, però, questo confino dura poco. Dopo un anno, Pavese riesce a tornare a casa. E quando rientra a Torino nel '36, riceve una delle più grandi delusioni d'amore. Pavese ne ebbe molte, c'è da dirlo. La donna di cui lui era innamorato, nel frattempo, mentre lui era al confino, si è sposata. Pavese lamentava spesso nelle sue lettere questa assenza profonda di amore nella sua vita, e questo è soltanto uno dei tanti casi di innamoramento che poi sono falliti.

Pavese, nel frattempo, comincia a scrivere. Ci occuperemo tra poco delle sue opere principali. Nel frattempo, la storia d'Italia va avanti. Siamo negli anni '40, si entra in guerra. L'8 settembre del '43 arriva il famoso armistizio che dà il via a una lotta feroce contro le forze nazifasciste presenti sul territorio italiano. Pavese in quei giorni non si trova a Torino. Era a Roma, invece, per organizzare l'apertura di una sede delle Einaudi, casa editrice di cui ho già parlato in tanti video, perché è proprio un centro culturale fondamentale dell'Italia dell'immediato dopoguerra, e Pavese lavorò a lungo per le Einaudi, fu uno dei suoi principali autori.

Ecco, vi dicevo prima che è un antifascista un po' particolare. Sì, viene mandato al confino, sì, si schierò apertamente contro il regime, però, in qualche modo, non partecipò mai davvero attivamente alla lotta, né tantomeno alla lotta partigiana. Quando tornò a Torino, e siamo in piena lotta partigiana, Pavese si andò a rifugiare nel Monferrato per evitare i bombardamenti, per evitare di rimanere coinvolto. E Pavese ce lo descrive nel suo diario questo isolamento. Lo trova un isolamento umiliante, si accentuano sempre di più tutta quella serie di paure, di sensi di colpa che facevano da sempre parte di una personalità che era già fragile.

La guerra, nel frattempo, finisce. Lui si iscrive al Partito Comunista, lavora con "l'Unità", si innamora di un'attrice americana famosissima all'epoca, Constance Dowling. E nel 1950, con ciò che scrive, arriva addirittura a vincere il Premio Strega. Eppure, nonostante questo, lo stesso anno, siamo il 27 agosto del 1950, Pavese decide di togliersi la vita. Viene ritrovato in un albergo torinese, l'Albergo Roma, e ha deciso di farla finita ingerendo più di 10 bustine di barbiturici, che appunto, di solito usava come sonnifero.

Pensate che Pavese ci ha lasciato un'ultima raccomandazione sul frontespizio di una sua opera, "Dialoghi con Leucò". Ci ha lasciato una nota, ci ha scritto: "Perdono tutti e a tutti chiedo perdono". Va bene, non fate troppi pettegolezzi.

Cesare Pavese, e beh, Pavese è un autore che si è raccontato molto e ha dialogato molto con noi lettori. Ci ha lasciato tantissime lettere, tantissime riflessioni anche molto personali. Ecco, questa forse è la più personale in assoluto. Ma non ci concentriamo soltanto sulla sua vita e soprattutto sul suo suicidio. Concentriamoci invece su ciò che ha scritto.

Pavese fu sia scrittore di prosa che scrittore di versi. Per quanto riguarda la poesia, abbiamo due raccolte principali su tutte: "Lavorare stanca", che è una raccolta, possiamo dire, giovanile del 1936. Di questa raccolta parlo perché è veramente molto interessante. Gli anni '30 sono gli anni dell'ermetismo, sono gli anni in cui i più grandi poeti italiani, cioè, si rifanno ad una poesia chiusa, ad una poesia breve, molto breve, ad una poesia il cui significato va interpretato, a volte anche con grande difficoltà. Ecco, Pavese fa una scelta completamente anticonformista. "Lavorare stanca" è un linguaggio assolutamente chiaro, trasparente. La poesia è aperta verso l'esterno, verso ciò che succede intorno, a differenza della poesia dell'ermetismo, che invece è tutta chiusa su tematiche esistenziali e si rifiuta di dialogare con l'esterno.

Se dovessimo citare almeno un'altra raccolta di Pavese, citeremo sicuramente "Verrà la morte avrà i tuoi occhi", una raccolta uscita postuma nel '51. Sono 10 brevi poesie, otto in italiano e due in inglese, scritte tutte nel 1950, quindi sono veramente le ultime cose alle quali Pavese ha messo mano. E sono poesie dedicate all'ultimo amore non corrisposto di Pavese, l'attrice di cui vi ho già parlato prima, la Dowling. La storia tra i due non era andata a buon fine perché dopo una vacanza passata insieme, insieme, la Dowling era tornata in America e non avrebbe più fatto ritorno in Italia, lasciando Pavese da solo. Sono quindi tutte poesie d'amore ispirate a lei.

Andiamo poi, invece, sul Cesare Pavese scrittore di romanzi. Questo Cesare Pavese è ancora uno degli autori più venduti degli ultimi anni e di romanzi ne ha scritti tanti, ma ve ne cito soltanto qualcuno, i più famosi, più importanti. Sicuramente dobbiamo citare "Paesi tuoi" del 1941. Un romanzo che venne accolto in un modo molto particolare. Venne considerato come un'opera diseducativa, immorale. Si racconta il mondo contadino, ma si racconta questo mondo nei suoi aspetti più sordidi, c'è la tematica dell'incesto. Insomma, qualcuno ha detto di questo romanzo che è di un realismo esasperato, probabilmente influenzato in questo dagli autori americani che tanto amava.

Altri romanzi che possiamo ricordare sono "La casa in collina", scritto tra il '47 e il '48. E questo romanzo è veramente interessante perché nel personaggio principale, Corrado, possiamo rivedere chiaramente l'autore. Corrado è un professore di Torino, un uomo caratterizzato da un atteggiamento assolutamente apatico nei confronti della vita. Durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, si rifugia sulle colline torinesi, dove viene accolto da queste due donne che diventeranno centrali nella sua vita: Elva e la madre. E questa vita in campagna, quasi mitica, sospesa, viene interrotta poi dall'8 settembre del '43. I tedeschi catturano tutto il gruppo di cui faceva parte Corrado. Corrado, invece, stava rientrando da Torino e quindi si salva, osserva questa cattura senza intervenire. E quindi, vi dicevo che in questo personaggio Pavese ha riversato sicuramente tutti i suoi sensi di colpa per non aver partecipato attivamente alla lotta partigiana. Insomma, non è tanto un romanzo sulla Resistenza, è un romanzo invece che approfondisce tematiche esistenziali come la solitudine e come l'impossibilità, l'incapacità di partecipare davvero alla storia.

Oltre al tema della campagna, al tema del vagheggiamento della vita in campagna, un altro romanzo centrale nella produzione di Pavese è "La luna e i falò", pubblicato nel 1950, stesso anno, poi, della morte di Pavese, e quindi l'ultimo romanzo, il più lungo, dedicato di nuovo alla Dowling. Al centro, come protagonista, c'è questo personaggio soprannominato Anguilla, che ritorna dopo anni nei suoi luoghi d'origine. Questo romanzo racconta proprio il tentativo del protagonista di reintegrarsi nei suoi luoghi d'origine, un tentativo che, però, sarà fallito.

Ricordiamo anche "La bella estate", con cui vince il Premio Strega nel '50, che in realtà è una raccolta di racconti: "La bella estate", "Il diavolo sulle colline" e "Tra donne sole". In particolare, de "La bella estate" è stato realizzato ultimamente un bel film che vi consiglio.

Un ultimo aspetto decisivo per capire questo autore è il suo attaccamento al mito. Pavese era un grande appassionato di mitologia, studia a fondo il mito nei suoi aspetti antropologici, studia molta letteratura classica e scrive anche molti saggi sul mito, come per esempio "Del mito, del simbolo ed altro". E vi leggo soltanto una piccolissima citazione estratta da questo saggio, perché è bellissima, vi fa capire che tipo di riflessione Pavese sviluppa sul mito. Dice: "Carattere della fiaba mitica è la consacrazione dei luoghi unici, legati a un fatto, a una gesta, a un evento, a un luogo. Tra tutti si dà un significato assoluto, isolandolo nel mondo. Così sono nati i santuari, così a ciascuno i luoghi dell'infanzia ritornano alla memoria. In essi accaddero cose che li han fatti unici e li trasc elgon sul resto del mondo con questo suggello mitico."

Vedete, quindi, che la riflessione sul mito si incastra con una riflessione sull'infanzia. Il mito come luogo in cui tornare a livello collettivo, così come noi torniamo ai nostri ricordi di infanzia. Anche perché l'infanzia è un momento privilegiato, un momento in cui tutto viene vissuto in modo spontaneo e soltanto quando abbiamo perso l'infanzia ci rendiamo conto di ciò. Su questo tema Pavese non ha scritto soltanto saggi, ma ha scritto anche un testo meraviglioso che è "Dialoghi con Leucò", pubblicato nel 1947. È un testo che raccoglie 27 brevi dialoghi. In questi dialoghi, gli interlocutori sono personaggi famosi del mito che parlano tra di loro, che raccontano la loro storia, che ci mostrano proprio come le loro vicende siano in realtà archetipiche per tutti noi.

Ci sarebbero sicuramente molte altre opere di Pavese da raccontare, ma intanto questa voleva essere semplicemente un'introduzione all'autore, con il consiglio, come al solito, di leggere direttamente qualche testo. Ci possiamo quindi fermare qua. Pavese è un autore che potrebbe uscire alla maturità, quindi, se così dovesse essere, io vi faccio un in bocca al lupo e vi ringrazio per aver ascoltato fin qui questa video lezione. Ciao a tutti e a presto.