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Don Peppino Diana, il parroco di Casal di Principe, promotore nel dicembre scorso di un duro e coraggioso documento dei parroci dell'aversano contro la Camorra, non basta l'onestà se rimane nascosta.
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Don Giuseppe Diana nasce a Casal di Principe nel 1958. In famiglia lo chiamano Peppe o Peppino. In seminario ci entra prestissimo per frequentare la scuola media e il liceo classico ad Aversa. La svolta della sua vita avviene quando si trasferisce a Napoli presso il seminario di Posillipo, sede della Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale. È qui che studia teologia, prima di laurearsi in filosofia presso l'Università Federico II di Napoli molti anni dopo. Nel 1978 comincia a frequentare gli scout, dove fa il capo reparto. Peppe ha 20 anni e l'impronta scout gli rimarrà impressa per tutta la vita.
In quegli anni anche dei ripensamenti. Vive un periodo di crisi spirituale e lascia il seminario e si iscrive all'università. Superato il momento di suggerimento, nel 1982 il giovane Peppino è ordinato sacerdote e diventa Don Peppe Diana. Il 19 settembre 1989 diventa parroco della chiesa di San Nicola a Casal di Principe. Don Peppe conosce il paese, sa che quello non è un posto come gli altri. È proprio questa motivazione che lo spinge a darsi subito da fare. Quando Don Beppe è diventato parroco, lui si è fortemente impegnato all'interno della sua parrocchia per costruire gruppi giovanile, ragazzi che tantissimi in qualche modo a portare avanti un'operazione culturale sostanzialmente togliere dalla strada falli, ritrovare intorno a temi sociali e culturali di un certo valore, di un certo Cristiano. Tra l'altro della sua scelta religiosa. Nel frattempo insegna all'istituto tecnico di Aversa. Il rapporto con gli studenti gli da soddisfazione e rende Don Peppe una figura importante per la comunità casertana, al di là dell'abito che indossa.
All'inizio degli anni '90, Casal di Principe ha il record di omicidi di tutta Europa. Il clima di omertà e paura condiziona il territorio, impregnato della mentalità camorristica. In quegli anni è sindaco Renato Natale, da sempre amico di Don Peppe. E c'è un'intervista su Repubblica fatta a Don Peppe, a me e a Don Peppe ne sarà la sua chiesa, il mese prima che venisse eletto. Don Beppe, no, che continua a ripetere che è necessario svoltare, cambiare, eccetera. Con commessi anche ed è chiaro che appoggiarsi in qualche modo questa caduta, anche se non un moto pubblico, un modo ufficiale.
A colpire Don Diana è l'omicidio di un ragazzo, vittima casuale delle continue sparatorie tra le bande rivali. Doveva essere ucciso, probabilmente, un elemento di primissimo piano della malavita locale che viaggiava a bordo di un'auto blindata. Invece è rimasto ferito mortalmente Angelo Riccardo di 21 anni, che con alcuni amici a bordo di un'altra vettura stava tornando ad una riunione di Testimoni di Geova. È un evento che trasforma il suo ministero pastorale. È qui che comincia a salire sui tetti, a parlare con i ragazzi e cerca di rompere il muro di silenzio che avvolge il paese. Utilizza l'omelia della domenica per parlare della situazione grave che vive il paese. Ricordo che Don Peppe Diana convinse me, alcuni altri amici, a fare un volantino, a firmarlo tutti quanti assieme e diceva: "Basta con la dittatura armata della camorra".
Diventa il momento strategico dell'iniziativa pastorale di Don Peppe e degli altri sacerdoti della coronarie di Casal di Principe. Era diventato un punto di riferimento, un simbolo. Girava per le scuole, andava a trovare i ragazzi. Diventò un punto di riferimento anche per la gente di fuori Casal di Principe. Si capì che era davvero un periodo di cambiamento e cambiamento vuol dire fare qualcosa contro la presenza criminale.
Nei giorni di Natale del 1991, un gruppo di preti della forania di Casal di Principe si schiera apertamente contro la Camorra con un documento che si intitola "Per amore del mio popolo non tacerò". La lettera aperta è atto pubblico contro il crimine organizzato e diventa testamento spirituale di Don Peppe Diana. Il gesto dei preti della forania è rivoluzionario, non può passare inosservato tra i clan e nemmeno tra le forze che li combattono. A Napoli tutti i sacerdoti, quindi, che avevano sottoscritti i documenti, per la moglie il martedì fu un interrogato, indagato Don Peppe separatamente l'uno dall'altro. Però neanche questo ci aveva creato molto preoccupazione nei miei genitori. C'era un po' d'ansia. Infatti mamma glielo diceva: "Stai attento a quello che fai perché siamo in un contesto particolare del nostro territorio". Lui diceva: "Mamma, ma io non sto facendo niente di trascendentale. Io faccio solo ed esclusivamente il mio dovere, quello di portare i giovani sulla buona via, sulla retta via, e la mia missione. Io sono un sacerdote, questo devo fare".
È il 19 marzo 1994, è l'onomastico di Don Peppe. Sono le 7:25 del mattino. Don Peppe si sta preparando per celebrare la messa. Un uomo entra in chiesa e chiede chi sia il sacerdote. Lo raggiunge in sagrestia e gli spara cinque colpi in faccia. Don Peppe Diana muore all'istante. Dall'assassinio di Don Giuseppe Diana, il parroco di Casal di Principe, ucciso ieri mattina pochi minuti prima di celebrare la messa mattutina, l'esame dei proiettili utilizzati dal commando conferma la matrice camorristica del delitto. Vediamo i nostri servizi. Un esempio che nessuno doveva seguire. Questo sembra essere il messaggio lanciato da chi ha voluto la morte di Don Giuseppe Diana, il parroco di Casal di Principe, assassinato ieri mattina in chiesa. Riusciva a scuotere le coscienze di tanti giovani. È fatto inammissibile in un paese dove clanano il controllo totale del territorio. Aveva appena testimoniato davanti ai magistrati della Direzione Antimafia che con lui volevano approfondire il senso di un documento denuncia diffuso tre anni fa. Lo firmò Don Giuseppe con altri sacerdoti che pure i giudici hanno ascoltato nei giorni scorsi e che oggi devono essere considerati a rischio. Don Lorenzo Chiarinelli, vescovo di Aversa, in questo territorio è serr prede significa far crescere tutto quello che ci viene dal grande messaggio del Vangelo, e cioè amore all'uomo, promozioni del territorio, creazioni di rapporti nuovi per fare nuova questa società in cui i meccanismi perversi. Ecco che cosa producono. Un omaggio corale commosso al prete che solo pochi giorni fa aveva in qualche modo preannunciato il suo sacrificio. "Tutt'al più possono ammazzarmi", aveva detto, "ma la pelle non è mia, è del Signore e io gliela restituisco". Sento il bisogno di esprimere il vivo dolore mi ha suscitato dalla notizia dell'uccisione di Don Giuseppe Diana, parroco della diocesi di Aversa, colpito da spietati assassini mentre si apprestava celebrare la santa messa. Nel Depurare questo nuovo crimine a vi invito ad unirvi a me nella preghiera di suffragio per l'anima del generoso sacerdote. Vuole il Signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro produca frutti di sincera conversione, io operosa Concordia, solidarietà di pace.
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Ai funerali c'è tutta la città e dai palazzi pendono lenzuoli bianchi in segno di lutto e protesta.
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