Transcription
Né più mai toccherò le sacre sponde, ove il mio corpo fanciulletto giacque. Hai riconosciuto questi versi? Probabilmente sì. Sono quelli con cui si apre a Zacinto, una delle poesie più famose di Ugo Foscolo. Se vuoi recuperare qualche informazione su di lui, trovi il video che gli abbiamo dedicato proprio in questo canale. Comunque, analizziamo la poesia; ma prima, mi raccomando, metti un bel mi piace. Partiamo dalla descrizione e dal commento. Foscolo compone A Zacinto per il 1802-1803 e la pubblica all'interno del suo brevissimo canzoniere, che conta appena 12 sonetti e 2 odi. A Zacinto è inserita tra i cosiddetti sonetti sepolcrali, per cui ci sono anche In morte del fratello Giovanni, Alla sera e Alla Musa. Questo sonetto è molto inquieto, ma perché? Beh, se fossimo in un film di Hollywood, Foscolo sarebbe il protagonista: un eroe romantico, un uomo esuberante che vive una vita perennemente in tempesta, al punto che molte sue opere resteranno incompiute. Foscolo si ispira a due modelli illustri: Omero e Dante. Al primo dedicherà la conclusione del suo carnet, I Sepolcri, mentre qui, nella poesia che stiamo analizzando, ricorderà Ulisse, l'eroe omerico in esilio dalla sua patria, paragonandosi a lui. Il tema principale di questa poesia, infatti, è proprio l'esilio, la lontananza da una patria non solo fisica, ma anche spirituale. Zacinto, ovvero Zante, è l'isola greca su cui Foscolo è nato, isola su cui sa già che non tornerà, perché morirà in terra straniera. In quegli anni, Foscolo aveva affrontato disavventure politiche, amorose e familiari; sperimentava il nichilismo e il materialismo, entrambi tipici dell'Illuminismo. Zacinto è dunque la culla di tutte le sue illusioni, come se si trattasse del riparo felice della sua adolescenza e delle speranze perdute. Nella poesia, all'inizio della seconda quartina, compare la figura di Venere: è simbolo di amore e bellezza. Grazia Venere, sorgere dal mare col suo sorriso, rende fertile le terre. Ecco, questo è un riferimento a Lucrezio, che nel De rerum natura parla della genitrice degli Enea, simbolo dell'istinto vitale che anima ogni essere vivente. Ed ecco che arriva Ulisse, esiliato, perennemente in viaggio, mostra però una grande differenza rispetto al poeta: lui farà ritorno alla sua Itaca, mentre Foscolo morirà sulle terre straniere.
Tiriamo le fila del senso di questo testo. In questa poesia, Foscolo si sente figlio della sua terra, che diventa anche sua madre, e figlio in senso fisico e spirituale, con quell'ideale romantico che lo rende un po' eroe, esaltandone l'interiorità e le doti personali. Ma A Zacinto non è una poesia sulla morte e sulla disperazione; anzi, tutt'altro. La bellezza è la vera chiave di volta. Foscolo, pur creato materialista, crede moltissimo nella possibilità di costruire una patria e di lasciare la sua firma nel mondo. Questo è il vero inno alla vita. Prima di chiudere, ti segnaliamo alcune figure retoriche presenti nel testo, le più importanti. Prendi carta e penna:
1. Climax: in apertura troviamo né più né mai, una negazione che cresce in termini di intensità.
2. Linee John Booth: un verso non si conclude, ma si legge concettualmente a quello successivo. Nacque Venere onde del Greco mar, acque le tue limpide.
3. Allitterazione: la ripetizione di un suono all'interno dei versi. Sacre risponde a feconde; l'inclito verso di colui che l'acqua e cantò fatali.
4. Perifrasi: Omero è detto colui che l'acqua e cantò fatale.
5. Sineddoche: indica la parte per il tutto. Sponde per coste, fronde per boschi.
Bene, anche oggi siamo giunti alla fine di una nuova spiegazione. Come sempre, se avete dubbi o commenti, non esitate a lasciarli qui sotto. Noi ci rivediamo nel prossimo video e, se questo ti è piaciuto, mi raccomando, faccelo sapere con un bel mi piace. [Musica]