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Lezioni di storia (pt.2) - Alessandro Barbero. Caporetto per chi perde, Caporetto per chi vince

museostorico1:09:59

Transcription

Buongiorno e benvenuti a tutti voi e soprattutto il professore Alessandro Barbero. Il tema di oggi, come avete visto dal programma, è la battaglia di Caporetto, la dodicesima battaglia dell'Isonzo, di quel 24 ottobre 1917, che vede contrapposti da una parte l'esercito italiano e dall'altra parte gli eserciti austro-austriaco e germanico.

È un momento nel quale sia l'Italia che l'Austria sono decisamente provate da anni di guerra. Per l'Austria sono più di tre, per l'Italia sono più di due. Ma la situazione sul fronte orientale in Russia consente di cambiare un po' le prospettive. L'Austria, con l'aiuto dell'esercito germanico, prepara e sferra un feroce attacco all'esercito italiano che ha attestato sul fronte orientale italiano, in corrispondenza dell'attuale confine con la Slovenia, tanto per dare anche una indicazione di tipo geografico.

Per l'Italia sarà una disfatta da un punto di vista militare, politico, morale, che segna, che dà un marchio per quasi per buona parte del Novecento, dovuto anche al fatto che da subito i comandi militari attribuiscono la colpa di questa sconfitta umiliante non alle proprie incapacità, ma alla vigliaccheria dei dei soldati. Questo fa sì che, appunto, rimanga a un livello europeo, mondiale, quasi un momento di profonda sconfitta e di umiliazione per per l'Italia.

A parlarcene oggi il professor Alessandro Barbero, una persona, un personaggio, uno studioso e divulgatore che, come vedo dalla platea, è conosciuto a tantissimi. Docente di storia medievale presso l'Università del Piemonte Orientale nella sede di Vercelli, ma soprattutto, oltre ad essere un grande studioso di storia medievale, di storia militare, ha la capacità di essere un grandissimo divulgatore. Fin dagli anni '90 pubblica sia testi, volumi, opere di tipo scientifico che spaziano dalla storia medievale fino alla storia moderna e contemporanea, ma anche romanzi, come il volume "Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle gentiluomo", con il quale vince il Premio Strega nel 1996, appunto un volume che è stato tradotto in ben sette lingue.

Un ventennio nel quale le opere escono in continuazione e spaziano, appunto, dalla storia medievale con volumi su Carlo Magno, sulle Crociate, ma anche sulla battaglia di Batterlo. E questo fa sì che l'attività di divulgatore vada di pari passo con quella di ricercatore, di storico. Persona molto conosciuta anche per la sua presenza in TV. La televisione lo ha visto protagonista in "Dietro le quinte della storia", un programma dentro "Superquark" di Piero Angela, ma anche in "Lezioni", scusate, "La storia siamo noi", in "Comodamente", "Le storie", Rai Storia, quindi tutti programmi che lo vedono affrontare il tema storico, i vari temi che gli vengono assegnati, con l'obiettivo di non concentrarsi solamente sui grandi avvenimenti, sui grandi personaggi, ma di contestualizzare, di portare il telespettatore, come quando lo fa, lo fa anche nelle opere, nei libri, riportare il telespettatore dentro il momento storico, cercando di individuare le motivazioni sociali, economiche che portano allo sviluppo, all'avvenimento di cui si parla.

Sono un approccio che vede una grande attenzione anche per gli avvenimenti, per quelli degli aspetti particolari, magari non importanti, che però influenzano il comportamento dei singoli e delle masse. Ed è proprio per questo che credo che la la lezione di oggi su Caporetto sarà proprio sulla linea di questa modalità di raccontare la storia. Quindi affido al nostro relatore, Alessandro Barbero, il compito di farci questa lezione. Grazie.

Meno. Bene, buongiorno a tutti. Allora, grazie di questa presentazione, a cui aggiungerei soltanto ancora un minimo dettaglio che, peraltro, avrete notato nel programma di questo incontro. Si è deciso che il modo di affrontare la storia della battaglia di Caporetto sia un modo particolare: non soltanto Caporetto vista dal punto di vista italiano, di noi che abbiamo perso quella battaglia, dal punto di vista di un'Italia nella cui storia Caporetto, come è stato detto giustamente, rimane ancora oggi come una ferita aperta, come un dato rivelatore di certi difetti e di certi problemi del nostro paese, ma anche dal punto di vista dei vincitori, dal punto di vista degli austriaci e dei tedeschi, i quali, dopo tutto, hanno deciso di scatenare questa offensiva, hanno pianificato questa battaglia, l'hanno vinta e tuttavia oggi se ne ricordano molto meno di quanto ce ne ricordiamo noi, perché per loro è stata una battaglia come tante altre, mentre per noi è stata veramente una catastrofe e un'umiliazione nazionale.

Allora, raccontiamo innanzitutto come che gli alti comandi tedeschi e austriaci decidono la battaglia di Caporetto. Facciamo un pochino di contesto molto rapidamente. Quando l'Italia è entrata in guerra, il 20, il 24 maggio del 1915, la situazione dell'Austria sembrava disperata. L'Austria nei primi mesi di guerra, la guerra è scoppiata, lo sapete, nell'agosto del '14, e per l'Austria si è trattato di una guerra contro la Serbia, per via dell'attentato di Sarajevo, e contro la Russia, grande potenza slava ortodossa, amica della Serbia.

Ora, a partire dall'agosto 1914, l'esercito imperiale austriaco subisce una serie di catastrofiche disfatte sul fronte orientale, sia sul fronte balcanico contro i serbi, sia soprattutto sul fronte orientale galiziano contro i russi. È una cosa che, fra l'altro, qui nel Trentino è ben ricordata, perché i reparti trentini dell'esercito austriaco combattono su quel fronte ed è lì, già dai primi mesi, che cominciano a essere fatte prigioniere migliaia di persone trentine in divisa austriaca. Dunque, quando l'Italia entra in guerra, il 24 maggio 1915, entra in guerra contro un nemico esausto e con l'idea di sfondare rapidamente e vincere rapidamente la guerra.

Quindi, gli italiani sono all'attacco su tutto il fronte. Gli austriaci hanno soltanto un velo di truppe, sono però truppe eccellenti, anche gli uomini più anziani sono territoriali tirolesi o sloveni, ben decisi a difendere la loro terra. E poi, e poi questa è la prima guerra mondiale, ci sono le mitragliatrici, fili spinati, le trincee. L'attacco italiano si infrange, si fanno pochissimi progressi e tuttavia gli italiani continuano ad attaccare. Ecco, questa è la prima cosa che dobbiamo avere chiara: la cifra della prima guerra mondiale sul fronte italiano è che gli italiani attaccano e attaccano e attaccano ancora, e gli austriaci disperatamente si aggrappano alle loro trincee e cercano di resistere e di respingere questi attacchi.

L'altra cosa che dobbiamo aver chiara, mi è venuto in mente troppo tardi che era meglio se mi faceva mettere una cartina, poi mi scuserete, ma tanto il paese lo conoscete, è che il fronte italiano in realtà sono due fronti quasi separati: c'è il fronte del Trentino e c'è il fronte dell'Isonzo. La linea del fronte è ininterrotta, si combatte anche in mezzo fra queste due zone, però voi capite che nelle Dolomiti, nelle Alpi Carniche, si può combattere, ma non si possono pianificare offensive con centinaia di migliaia di uomini. Quindi, in realtà, le uniche zone dove un'offensiva può avere veramente successo sono qua in Trentino e dall'altra parte, davanti a Gorizia e a Trieste.

Queste di nuovo è importante per capire la concezione della battaglia di Caporetto. Allora, gli italiani attaccano, attaccano in Trentino e attaccano soprattutto sull'Isonzo, perché fra le due scelte, andiamo a prendere Trento, andiamo a prendere Trieste, il comando supremo italiano in realtà preferisce la seconda. Perché andare a prendere Trento e poi sei di nuovo lì, cioè il Brennero davanti. Andare a prendere Trieste, invece, se uno guarda la carta geografica, significa, nelle speranze del comando italiano, che dopo Trieste si va a Lubiana, è caduta Lubiana, si va a Vienna. Sembra, cioè, che strategicamente l'offensiva sull'Isonzo offra molte più possibilità. Ecco perché, come sapete tutti, si sono combattute 12 battaglie dell'Isonzo, di cui le prime undici sono offensive italiane. La dodicesima sarà Caporetto.

Dunque, gli italiani attaccano e si dissanguano. Gli austriaci resistono e il comando supremo austriaco vorrebbe poter fare qualcosa di più che resistere. A un certo punto si comincia a pensare che forse, raggranellando le riserve, quando sul fronte orientale le cose cominciano andar meglio, perché sul fronte orientale a un certo punto le cose cominciano andar meglio. Gli austriaci hanno avuto batoste spaventose, perdite terrificanti, gran parte del loro corpo ufficiali d'anteguerra è sparito nelle pianure della Galizia, della Polonia. Però poi i tedeschi intervengono e nel corso del '15 e del '16 le cose vanno meglio sul fronte orientale.

A questo punto, Conrad, comandante in capo austriaco, decide che i tempi sono maturi per provare un'offensiva contro l'Italia. Gli italiani stanno attaccando sull'Isonzo, spingono verso est. La cartina geografica, ve le immaginate tutti. Noi pensiamo: Conrad, attaccheremo da Trento, attaccheremo da Rovereto, scenderemo giù dritti fino alla pianura e una volta che siamo arrivati in pianura, una volta che siamo a Bassano, Vicenza, ecco, saremo alle spalle dell'esercito italiano che si affanna ad attaccare sull'Isonzo. Questa è la grande offensiva austriaca della primavera 1916, poi conosciuta come la "Strata Expedizione", la spedizione punitiva, per punire i traditori italiani che allo scoppio della guerra erano alleati dell'Austria nella Triplice Alleanza e poi invece sono entrati in guerra dall'altra parte.

La "Strata Expedizione" ha un grande successo iniziale, poi fallisce. Gli italiani resistono, Cadorna fa affluire le riserve, gli austriaci sono fermati, sono fermati in Vallagarina, sono fermati sull'altopiano d'Asiago. Il fronte si stabilizza e gli italiani ricominciano ad attaccare. Mentre gli italiani continuano ad attaccare, voi direte che la sto prendendo un po' alla lontana, ma io l'ho studiato molto in questi mesi questo argomento, mi sono appassionato. Come che nasce Caporetto? Mentre gli italiani continuano ad attaccare, nell'inverno tra il '16 e il '17, Conrad continua a pensare che peccato che è fallita la "Strafexpedition" in Trentino, siamo arrivati a un pelo dal successo, perché se arrivavamo a scender giù dall'altopiano in pianura, la guerra era vinta.

Quindi Conrad decide che prima o poi bisognerà riprovarci. So, l'ho imparato una cosa: che gli austriaci da soli non ce la fanno, bisognerà chiedere aiuto ai tedeschi. Conrad studia una nuova offensiva e ha una concezione grandiosa: se l'attacco dal Trentino non è bastato, noi la prossima volta faremo un attacco doppio: attacchiamo sul fronte dell'Isonzo e quando gli italiani saranno tutti concentrati per difendersi lì, una seconda mazzata verrà giù di nuovo dal Trentino. Ora, da studiare questo piano e il suo ufficio operazioni gli prepara esattamente il progetto di questa doppia battaglia e gli dice anche quante divisioni ci vorranno. Ci vuole un numero di divisioni incalcolabile. Conrad prova a proporre il piano ai tedeschi. I tedeschi, quando si sentono dire che gli austriaci vogliono 24 divisioni tedesche per vincere sul fronte italiano, gli dicono: "Noi non le abbiamo". L'offensiva viene rimessa nel cassetto. Siamo nella primavera del '17.

Qui mi fermo un attimo per agganciarmi a questo discorso dell'offensiva su due fronti progettata da Conrad, a cui poi Conrad è costretto a rinunciare perché i tedeschi non gliele danno tutte quelle truppe. Mi fermo un attimo per dirvi una cosa che è importantissima anche per Caporetto, ed è che è difficile immaginarsi questi piani venivano fatti nel più profondo segreto, ovviamente, venivano studiati in uffici riservati da ufficiali fedelissimi, se ne parlava soltanto al massimo livello e tuttavia nella prima guerra mondiale non esistono segreti. È sbalorditivo, ma è così. Le notizie trapelano sempre con i particolari.

Nell'inverno tra il '16 e il '17, mentre Conrad cerca di convincere i tedeschi ad aiutarlo per questo attacco su due fronti, gli italiani sanno tutto. Si sa talmente bene tutto questo che ne parlano perfino i giornali italiani. I corrispondenti di guerra italiani ricevono dei briefing regolari al comando supremo e sono autorizzati a parlare sui loro giornali della prossima offensiva austriaca. Quando poi i tedeschi dicono a Conrad: "Non se ne fa niente", la cosa viene immediatamente risaputa in Italia. È impressionante, ma è così. Le notizie passano. Ci sono i servizi di informazione, gli agenti segreti, i traditori, i disertori continuamente, tutti i giorni c'è gente che scappa e passa al nemico e porta tutte le informazioni che conosce. E questo è quello che dobbiamo tener presente: non sono possibili sorprese nella prima guerra mondiale, anche se ognuno, quando attacca, si sforza eroicamente di mantenere il segreto, ma in realtà il nemico sa sempre tutto.

Bene, Conrad non è riuscito a sviluppare il suo progetto e la sua carriera sta finendo. Nel novembre del '16 è morto il vecchio imperatore Francesco Giuseppe. Adesso c'è il nuovo imperatore Carlo, l'ultimo imperatore d'Austria. Carlo è un giovanotto che ha voglia di cambiare le cose. Cambia, sostituisce Conrad, lo spedisce a Trento a comandare il fronte del Trentino e nomina un nuovo capo di stato maggiore, il generale Arz von Straussenberg.

Nell'estate del '17, il generale Arz fa riprendere in mano i progetti di Conrad. Si rende conto che questa doppia offensiva era impossibile, ci volevano troppe forze e chiede al suo ufficio operazioni di studiare un'offensiva più piccola. Sostanzialmente, il comando supremo austriaco dice ai suoi specialisti: "Voi studiate, fateci un progetto per fare un'offensiva solo dal Trentino e fateci un progetto per fare un'offensiva solo dall'Isonzo, e poi decideremo". Alla fine di luglio del '17, i progetti sono sulla scrivania del generale Arz. L'offensiva dal Tirolo ci vorrebbero 20 divisioni e ci vogliono tre mesi per prepararla. Già, dimenticavo: tenete presente il fatto che ci sono questi due fronti, il Trentino-Tirolo e l'Isonzo. Per gli austriaci rende tutto molto complicato. Noi spostiamo le riserve facilmente attraverso la pianura veneta, per noi i due fronti comunicano abbastanza bene, ma per gli austriaci trasferire truppe, materiali e così via dal fronte dell'Isonzo al fronte del Trentino è molto più complicato, dato il territorio e le loro linee ferroviarie.

L'offensiva dal Tirolo richiederebbe tre mesi di preparazione. L'offensiva sull'Isonzo richiede solo 15 divisioni anziché 20 e in sei settimane si prepara. Arz dice: "A questo punto io dovevo decidere e ho deciso: se faremo un'offensiva, la faremo sull'Isonzo". Per adesso sono discorsi puramente teorici. Ma nell'agosto del 1917, le offensive italiane sul fronte dell'Isonzo cominciano per la prima volta ad avere un certo successo. Cadorna scatena il 17 agosto l'undicesima battaglia dell'Isonzo, anche conosciuta come la battaglia della Bainsizza. Gli italiani avanzano, le difese austriache sono talmente logore che non si riesce più a resistere. L'offensiva della Bainsizza va avanti fino alla fine di agosto, quando finalmente gli austriaci, ritirandosi, hanno ricostituito delle posizioni solide e l'offensiva italiana non va più avanti. Ed è considerata un grande successo dal comando supremo italiano. Si è occupato l'altopiano della Bainsizza, siamo andati avanti di 8 chilometri, cosa che sulla scala della prima guerra mondiale non è da buttar via. Per avanzare di 8 chilometri sul fronte dell'Isonzo, l'esercito italiano ha perso 160.000 uomini, di cui 30.000 morti. I conti tornano. Ne valeva la pena? Questo è il giudizio che dà il comando supremo italiano.

Quindi, fermo ancora un attimo, perché imparare a ragionare come ragionavano loro è difficile, eppure loro ragionavano così. Faccio un piccolo passo indietro, perché ho una bella citazione a questo proposito. Come valuta il comando italiano il successo di un'offensiva? Il comando italiano all'inizio della guerra sperava di arrivare a Vienna, poi hanno capito che non è così e allora l'idea si è modificata. Queste offensive italiane, si sa che non si arriverà a Vienna in pochi giorni. Avanzare 8 chilometri per volta e ogni volta fare dei prigionieri austriaci, prendere dei cannoni, costringerli a rinculare, certo, lo paghiamo carissimo, ma anche loro la pagano cara e di conseguenza va bene così.

Comando supremo italiano ragiona in questo modo. E come diceva bene, da un esempio, faccio un passo indietro alla decima battaglia dell'Isonzo, giugno 1917. La decima offensiva italiana sull'Isonzo è un piccolo successo, non è come la Bainsizza, 8 chilometri, ma è un piccolo successo. Io vi cito il diario di un ufficiale molto intelligente e colto, il colonnello Gatti, del comando supremo di Cadorna. Nel suo diario, alla fine della decima battaglia dell'Isonzo, nel giugno '17, il colonnello Gatti scrive: "Offensiva è finita. I risultati visibili sono il Monte Kuk, quota 363, della valle del Natisone, presi. Il Vodice preso. Mi chiamavano monti, ma sono collinette, lo sapete, come il Sabotino e San Gabriele, Carso. Abbiamo preso tre di queste collinette. Prigionieri austriaci circa 23.000". Sempre colonnello Gatti, del nostro comando supremo, che scrive: "Di fronte a questi buoni risultati, la spesa nostra è stata di circa 70.000 tra morti e feriti, ed è di circa 750.000 colpi di medio e di grosso calibro spesi".

Come vedete, si trattava di una spesa. Il comando supremo ha un bilancio, ha da spendere proiettili di artiglieria e ha da spendere uomini. Se li spende bene, cioè in cambio di un progresso territoriale, allora va bene così. Ecco perché la battaglia della Bainsizza ci costa 160.000 uomini, ma il comando supremo è convinto che va molto bene così. Otto chilometri verso Trieste. È la cosa più drammatica. Che hanno ragione? Perché il comando austriaco, dopo l'offensiva della Bainsizza, fine agosto '17, si convince che non si può continuare così. Un'altra spallata, altri 8 chilometri, basta che gli italiani prendano le armate e a quel punto non c'è più niente per difendere Trieste. E se cade Trieste, le conseguenze morali, economiche, strategiche per l'Impero Austriaco rischiano di essere spaventose.

E quindi, dopo l'offensiva della Bainsizza, il generale Arz decide che il momento è venuto. Bisogna contrattaccare. Dobbiamo assolutamente assestare agli italiani una botta tale che non possano continuare ad attaccare loro. Quindi, quindi, capite quale a questo punto il problema del comando supremo austriaco: bisogna tornare dai tedeschi. Bisogna tornare dai tedeschi e spiegargli che abbiamo bisogno del loro aiuto. E loro diranno: "Ce l'hanno chiesto Conrad, 20 divisioni, non se ne parla neanche, siete impazziti". E bisognerà dire: "No, no, ma adesso Conrad se n'è andato, ci siamo ridimensionati, faremo un'offensiva più piccola, abbiamo fatto tutti i conti". Arz ha calcolato: gli servono sei divisioni tedesche. Però quelle sei ci vogliono, bisogna andarle a chiedere ai tedeschi, che è umiliante, perché i tedeschi e gli austriaci non si amano.

Qui potrei parlarne a lungo, perché ci sono nelle fonti dell'epoca testimonianze straordinarie di come gli austriaci detestano i tedeschi arroganti, presuntuosi, padroni del mondo, che li guardano dall'alto in basso, rigidi, i prussiani. E testimonianze altrettanto strabilianti di come i generali tedeschi disprezzano gli austriaci incapaci, balcanici, orientali, fatalisti, disorganizzati. Non sanno far marciare i treni, non sanno organizzare le operazioni, sono proprio dei primitivi. Gli austriaci. Notate che noi ci rompiamo la testa contro gli austriaci continuamente. L'esercito austriaco è assolutamente all'altezza del nostro, forse anche un filino meglio come organizzazione, modernità, efficienza. È un po' imbarazzante vedere che per i loro alleati tedeschi, invece, gli austriaci sono dei primitivi che non sanno fare la guerra, che sperano sempre che vada bene. C'è una, uno, un generale, il ritornello austriaco: "Ma si dai che andrà".

Ecco, quindi andare a chiedere l'aiuto dei tedeschi è pesante. Il generale Arz, innanzitutto, deve parlarne col suo imperatore. E l'imperatore Carlo, questo boccone non vorrebbe davvero mandarlo giù, perché anche lui detesta i tedeschi arroganti. Statuto Carlo, lo sapete, una figura straordinaria. L'imperatore Carlo è l'unico santo di cui parleremo oggi, perché è stato fatto santo, è stato beatificato nel 2004 da Papa Wojtyla, il cui padre era stato sergente nel suo esercito. Dunque, Carlo, non ancora santo, per carità, ma imperatore di un impero in guerra, riceve il generale Arz e si sente spiegare che bisogna assolutamente chiedere l'aiuto dei tedeschi. Carlo veramente fa fatica a dire di sì, perché meglio di chiunque altro conosce gli umori del suo esercito.

Anche questo è interessante. Ci sono molte testimonianze anche dei tedeschi su questo. L'esercito austriaco prende sul serio solo la guerra con l'Italia. Gli ufficiali tedeschi dicono agli austriaci: "In realtà, della guerra contro la Russia non gli importa più niente, si sta combattendo per il possesso della Galizia". Gli ufficiali austriaci scherzano: "La Galizia è un paese miserabile, lo dicono tutti, poverissimo". Gli ufficiali austriaci dicono ai tedeschi fra loro scherzano: "Chi perde la guerra si prende la Galizia". Quindi vincere sul fronte orientale non importa più granché. Ma contro l'Italia è un'altra cosa. Io mi sono letto le memorie di un generale tedesco, il generale von Cramon, che era l'ufficiale di collegamento tedesco presso il comando supremo austriaco. Cramon dice: "I tedeschi d'Austria bruciavano dalla voglia di ricacciare a casa loro, con la testa rotta, gli odiati Welsche" - sapete perché tutto il significato peggiorativo che ha in tedesco per indicare i meridionali e in particolare in questo caso gli italiani - "gli odiati Welsche, che allungavano avidamente le loro mani di traditori sulle ancestrali città tedesche di Merano, Bolzano, Bressanone e Vipiteno". E poi dice il generale von Cramon: "Non sono solo i tedeschi d'Austria che odiano gli italiani. Gli slavi del sud non erano secondi ai tedeschi d'Austria nel loro odio per il Welscheland, il paese dei meridionali, l'Italia. I croati, gli sloveni, dalmati, tutti gli ufficiali austriaci consideravano la guerra contro l'Italia una questione d'onore".

Dunque, il generale Arz deve spiegare all'imperatore Carlo che bisogna chiedere l'aiuto dei tedeschi. E Carlo gli dice: "Ma il nostro esercito non sarà contento? La guerra contro gli italiani è la nostra guerra, dobbiamo farla da soli". Il generale Arz gli spiega che da soli non si può. I tedeschi sono troppo più avanti, sono molto più avanti nella tattica, nelle sperimentazioni offensive, negli armamenti, l'uso della mitragliatrice, l'uso della lanciafiamme, la qualità dei loro ufficiali, dei loro sottufficiali, l'addestramento dei reparti, l'aviazione e l'artiglieria. È tutto più moderno rispetto a quello che abbiamo noi austriaci. Senza i tedeschi non si può fare.

Il 25 agosto l'imperatore Carlo si rassegna: "Andate dai tedeschi e chiedete il loro aiuto". Il giorno dopo l'imperatore Carlo cambia idea e scrive al suo collega, il Kaiser Guglielmo di Germania, una lettera sbalorditiva, in cui gli dice sostanzialmente questo: "Imperatore Carlo al Kaiser Guglielmo, caro amico". Poi gli spiega che l'undicesima battaglia dell'Isonzo è andata molto male e che non si può rischiare una dodicesima e che quindi bisogna assolutamente attaccare. Gli spiega che gli austriaci non hanno abbastanza truppe. Poi, però, anziché chiedergli le divisioni tedesche, gli dice: "Noi saremmo tanto felici se voi potreste mandare delle divisioni tedesche sul fronte orientale e liberare un po' di divisioni austriache. Sono sicuro che mi capirai".

"Imperatore Carlo al Kaiser Guglielmo, sono sicuro che mi capirai se attribuisco un peso particolare al fatto che l'offensiva contro l'Italia sia condotta solo dalle mie truppe. Tutto il mio esercito chiama la guerra contro l'Italia la nostra guerra. Ogni ufficiale ha in cuore fin dalla giovinezza il sentimento ereditato dai padri, il desiderio di combattere contro il nemico ereditario, cioè noi italiani. Se truppe tedesche dovessero aiutarci, ciò avrebbe un effetto deprimente e paralizzante per il morale. Io spero perciò, caro amico, che tu sarai d'accordo, eccetera eccetera". Questa lettera sbalorditiva, appena viene conosciuta, suscita un enorme irritazione nel comando supremo. Si striglia, con il quale sa che c'è bisogno dei tedeschi, quindi cercano di metterci una pezza in fretta e furia. Un ufficiale austriaco si precipita al comando supremo tedesco per spiegare che la lettera dell'imperatore, "facessero finta di non averla ricevuta, tanto lui non ci capisce", e mettersi d'accordo sull'aiuto tedesco.

Adesso la faccio breve. Sono oggi vi parlerò soltanto di questo, ma insomma, l'aiuto tedesco. Chi sono i tedeschi? Chi comanda? Hindenburg e Ludendorff, famosa coppia di generali che in pratica ha stabilito una specie di dittatura militare in Germania durante la guerra. Il Kaiser Guglielmo non conta più niente, neanche lui. Fin da Hindenburg, vecchissimo, carico di medaglie, secondo i suoi sottoposti praticamente rimbecillito, ma esageravano, che però ci mette la faccia. Ludendorff, giovane, aggressivo, dopo la guerra sarà un golpista, amico di Hitler, ma lasciamo perdere. Ludendorff, il tecnico, lo specialista, quello che sa vincere le battaglie. Bisogna convincere Hindenburg e Ludendorff a fare questa offensiva in Italia. E lì, questa è un'altra cosa imbarazzante per l'italiano che sta studiando Caporetto. La cosa imbarazzante è che il comando su, il comando supremo tedesco dice agli austriaci: "Ma cosa importa? Il fronte italiano non ha nessunissima importanza. Quando anche ci fosse una grande vittoria, di che cosa cambia? La guerra si decide sul fronte francese e sul fronte orientale. Sprecare truppe per andare a caccia di medaglie in Italia è un'idiozia".

Dopo di che, noi sappiamo dalle memorie di Hindenburg e di Ludendorff che loro ci hanno riflettuto molto malvolentieri. Dopo la guerra, tutti i generali hanno scritto le loro memorie, ovviamente dicendo la verità, modificandola, abbellendola e così via, ma in questo caso non c'è motivo di non credergli. Hindenburg, nelle sue memorie, dice: "Io ero sempre stato contrario a mandare truppe tedesche in Italia, tanto non serviva a niente, non cambiava nulla, si andava solo per la gloria. Però, quando gli austriaci mi hanno spiegato che di questo passo perdevano Trieste, mi sono spaventato". Hindenburg è un uomo molto vecchio. Nelle sue memorie gli torna in mente una cosa a cui aveva assistito da bambino. Lui era bambino quando c'era stata la guerra di Crimea e tutta la guerra di Crimea si era giocata intorno all'assedio di un porto, Sebastopoli. Hindenburg si ricorda quando è caduta Sebastopoli, i russi hanno perso la guerra. Mi è venuta la paura che con Trieste fosse la stessa cosa e allora mi sono rassegnato: "Va bene, diamo una mano agli austriaci".

Ludendorff, nelle sue memorie, dice più o meno la stessa cosa. È grandioso. Dopo la guerra e in esilio in Svezia, e scrive le sue memorie in tre mesi, perché il mercato è avido di queste cose, si vendono come il pane. Quindi lui, Ludendorff, in questa sua memoria scritta in Svezia in tre mesi, tra il '18 e il '19, non dedica a Caporetto nemmeno un capitolo separato, talmente poco gli importa. Però dice: "Sì, abbiamo fatto anche quell'operazione lì. È stato un peccato, perché quelle sei divisioni, l'avessimo mandata in Romania, che i rumeni era già praticamente battuti, però esistevano ancora sul confine orientale, avessimo mandato quelle divisioni in Romania, sfondavano il fronte in Bessarabia, potevamo invadere la Russia da sud, sarebbe stato molto meglio. Però gli austriaci erano lì, sembrava che stessero per crollare, abbiam dovuto darle a loro queste divisioni".

Dunque, il comando supremo decide e la fine di agosto vediamo se questa cosa si può fare. Caporetto, lo sapete, l'offensiva scatterà il 24 ottobre. E anche appassionante vedere cosa vuol dire, cosa comporta e quanto tempo richiede nella prima guerra mondiale la pianificazione di una grande battaglia. A fine agosto c'è la decisione politica, in linea di massima, "lo facciamo". Poi, però, i tedeschi vogliono vedere per conto loro, non si fidano. Viene scelto un generale tedesco, il generale Krafft von Dellmensingen, bavarese, esperto di guerra in montagna, ex comandante dell'Alpenkorps, la divisione alpina tedesca. Krafft viene mandato a ispezionare il fronte dell'Isonzo. Si mette in testa un berretto austriaco per fare in modo che, quando lo vedono gli italiani, non capiscano che ci sono in realtà. Gli italiani sanno tutto e poi ne riparleremo, queste notizie trapelano sempre tutte.

Krafft esplora il fronte dell'Isonzo, guarda tutto, poi torna a fare il suo rapporto a Hindenburg e Ludendorff. E Krafft dice, e anche questo è un po' imbarazzante, il termine: "Il terreno è terribile, il fronte italiano è fortissimo, le posizioni italiane sono formidabili". Parentesi: secondo le nostre testimonianze, non era così formidabile, ma gli austriaci che se ne vedevano davanti evidentemente le vedevano così. Krafft riferisce: "Sono posizioni formidabili, però, tenendo conto che di fronte abbiamo gli italiani, ce la potremmo anche fare". Testuale: "Bisogna tener conto di una cosa: è appena scattata in quegli stessi primi giorni di settembre una grande offensiva tedesca sul fronte orientale, l'offensiva di Riga in Lettonia. Questa offensiva contro i russi è un'offensiva di tipo nuovo. I tedeschi sperimentano per la prima volta su larga scala le loro nuove tattiche. Non si fa più un bombardamento di artiglieria che dura una settimana, che tanto si è visto che non si riesce a spianare le fortificazioni nemiche. Si fa un bombardamento di poche ore e poi, quando il nemico non se l'aspetta, si va subito all'attacco. Non si va a ondate contro i fili spinati, si mandano piccolissimi gruppi molto sperimentati, truppe d'assalto leggere, armate di bombe a mano, con mitragliatrici leggere, con tanti ufficiali e sottufficiali esperti, con buone carte geografiche, dopo avergli spiegato bene cosa devono fare e cosa devono fare: andare avanti e infiltrarsi. Se il nemico resiste, non attaccarlo frontalmente, ma vedere se si riesce a passare di lato, andare avanti fregandosene di tutto le comunicazioni, i riferimenti, se ne importa, vai avanti, vediamo se funziona".

L'offensiva di Riga funziona, di fronte a questa tattica il fronte russo salta, è una vittoria colossale. Quando il generale Krafft torna a riferire dal fronte dell'Isonzo, queste notizie sono appena arrivate. E allora, a questo punto, Hindenburg e Ludendorff ci pensano un po', poi tendono la mano a Krafft e gli dicono: "Va bene, vedrà che ce la farete, perché a questo punto ci vai tu, chiaramente, a gestire questa offensiva". E così viene deciso di fare l'offensiva di Caporetto. Siamo ai primi di settembre. C'è un mese e mezzo di tempo, circa un mese e mezzo, durante il quale i tedeschi e gli austriaci mettono in piedi un immenso lavoro di preparazione. Io non ve la faccio lunga su questo, ma ci vogliono migliaia di treni in movimento per spostare centinaia di migliaia di uomini, solo per la prima ondata, milioni di uomini in realtà, migliaia di pezzi d'artiglieria, migliaia di tonnellate di proiettili di artiglieria, e tutto questo va trasferito in un fronte di montagna. E truppe scendono dai treni e devono fare ancora giorni e giorni di marcia per arrivare nelle trincee di partenza lungo l'Isonzo.

Interi uffici di pianificazione lavorano a tamburo battente, perché? Perché, capite, settembre, l'offensiva metà ottobre, si può ancora fare, a fine ottobre, magari ancora dopo, basta, dopo nevica, quindi bisogna fare in fretta. In un mese viene costituita un'armata, scelto un generale prussiano per comandarla, il generale von Below. Creato uno stato maggiore, specialisti, specialisti di artiglieria, specialisti dei trasporti, specialisti dei gas asfissianti. C'è un battaglione tedesco che usa il gas asfissiante in un modo nuovo, anziché con i proiettili di artiglieria, con delle specie di tubi che lo lasciano uscire. Questi ufficiali, è un solo battaglione prezioso, dove lo usiamo? Andiamo a vedere. Gli ufficiali del gas asfissiante tedeschi fanno il loro viaggetto sul fronte dell'Isonzo, arrivano in un settore dove è tenuto da truppe bosniache, si mettono il pezzo in testa per non farsi riconoscere dalle vedette italiane, trovano un posto giusto, la conca di Plezzo, conca di Plezzo sembra fatta apposta, così piatta, circondata dalle montagne, per intasarla di gas e ammazzare tutti gli italiani che ci sono dentro. Va bene, il battaglione lo metteremo lì.

E allo stesso modo, bisogna scegliere dove collocare centinaia di battaglioni, centinaia di batterie, far arrivare tutto. I diari del comandante tedesco sono straordinari. Un giorno sì e uno no dice: "Un altro pasticcio degli austriaci, non sono capaci di coordinare i treni, sono arrivati i cannoni, ma le bombe non sono arrivate, ci sono battaglioni che vagano sperduti, non sanno dove andare, gli austriaci non sono capaci di far niente". Però, comunque, lo stesso, alla fine tutto quanto viene messo in posizione. E niente, succede quello che succede. L'attacco di Caporetto ha un successo totale. Il risultato è una disfatta memorabile che, come si diceva all'inizio, continua a pesare sulla nostra memoria e anche sull'immagine dell'Italia all'estero, perché chi si occupa di storia militare troppo spesso non sa niente degli alpini, ma di Caporetto un lettore americano, inglese, lo sa che Caporetto è una disfatta memorabile.

Non tanto per i 40.000 morti e feriti, avete visto che nella nostra vittoria della Bainsizza ne avevamo persi 160.000 di morti e feriti, quindi Caporetto non è una battaglia sanguinosa proprio per niente, molto di più per i 260.000 prigionieri. Ricordate che dopo la decima dell'Isonzo, il colonnello Gatti del comando supremo di Cadorna, ve l'ho detto prima, il suo diario, no? Dice: "Andata bene, 23.000 prigionieri austriaci". Caporetto, noi perdiamo due, secondo i calcoli grosso modo approssimativi, 260.000 prigionieri, molti dei quali, poi, tra l'altro, moriranno di fame e di tifo e di polmonite nei lager a Mauthausen, che è già un lager spaventoso, pieno di prigionieri italiani che muoiono come mosche, non perché lo facciano apposta a farli morire, ma in Austria si muore di fame, i civili muoiono di fame e quindi a maggior ragione muoiono di fame i prigionieri. E poi, dunque, 300.000 morti e feriti e prigionieri, e altri 300-350.000 sbandati. Sbandati vuol dire soldati italiani che hanno buttato il fucile, non sanno più dove sono i loro ufficiali e scappano, e che ci vorranno mesi per andare a ritrovare, riordinare, riarmare. E ancora i profughi civili, mezzo milione di profughi civili dal Friuli e dal Veneto invasi. E naturalmente è una disfatta colossale per la profondità della penetrazione nemica.

Scusate se vi ricordo ancora che la nostra vittoria della Bainsizza è una grande vittoria che fa tremare l'Impero Austriaco, perché avanziamo 8 chilometri. A Caporetto il nemico avanza di 150 chilometri, dall'Isonzo al Piave. E allora, allora abbiamo visto la preparazione di questa battaglia e che cosa significava per gli austriaci, per i tedeschi. Adesso proviamo a dare qualche elemento di quello che impariamo sull'Italia di allora, forse anche sull'Italia di sempre, studiando questa battaglia di Caporetto. Eccoli lì, i nostri prigionieri. Cosa impariamo? Speriamo molte cose spiacevoli. Primo: il comando supremo italiano, appena deve spiegare al paese la disfatta, lo si diceva prima, dice al paese: "Non è colpa di noi comandanti, è colpa dei soldati che non si battono".

Il comando supremo perde veramente la testa. Il 27 ottobre, quarto giorno della battaglia, Cadorna pubblica il suo famoso comunicato in cui dice che "la mancata resistenza di reparti della Seconda Armata, vilmente ritiratisi senza combattere e ignominiosamente arresisi al nemico, ha provocato la sconfitta e costretto il comando a ordinare la ritirata". Cadorna ci crede, perché Cadorna da mesi si chiede: "Ma chissà come mai i nostri soldati non attaccano più con l'entusiasmo di una volta? Avete presente i 160.000 morti e feriti sulla Bainsizza, e tuttavia gli occhi del comando supremo ci sono troppi reparti che attaccano così con poco entusiasmo". E c'è la propaganda socialista nel paese, ci sono stati gli scioperi, gli scioperi di Torino, l'esercito ha sparato sugli operai in sciopero, e il comando supremo è ossessionato da questa idea che la propaganda dei rossi si sta diffondendo nell'esercito, ed è per questo che i soldati non vogliono più combattere.

E allora, quando c'è la catastrofe, il comando supremo reagisce così: "Certo, vedi, lo sapevo che i soldati non combattono, quei vigliacchi". Voi capite cosa vuol dire pubblicare un bollettino in cui si dice che i nostri soldati si stanno vergognosamente arrendendo senza combattere? Il governo, per fortuna, si rende conto della follia di questo bollettino e lo blocca, ma le copie per la stampa estera sono già partite, e quindi il bollettino di Cadorna viene immediatamente pubblicato in tutto il mondo. E così ancora oggi, per quelli che si interessano di storia militare, non sono andati troppo in profondità, Caporetto è quel posto dove gli italiani sono scappati.

In realtà, gli studi degli ultimi anni hanno fatto completamente giustizia di questa leggenda. Ci sono stati studi minuziosissimi, mi piace citare un bravissimo studioso, Paolo Gaspari di Udine, che ha fatto un enorme lavoro negli archivi, perché le fonti ci sono e c'è tutto, non va, il problema è che non basta una vita per studiarle. Voi pensate che a Caporetto vengono fatti prigionieri molte migliaia di ufficiali italiani, e durante tutta la guerra vengono fatti prigionieri decine di migliaia di ufficiali italiani. Quando tornano gli ufficiali, in genere non muoiono di fame nei loro lager, torna quasi tutti. Quando tornano, vengono tutti interrogati da una commissione d'inchiesta, e all'archivio storico dello Stato Maggiore Esercito a Roma ci sono faldoni interi con migliaia e migliaia di testimonianze degli ufficiali catturati a Caporetto, che raccontano cosa è successo al loro plotone, alla loro compagnia.

Studiando questi rapporti, viene fuori chiarissimamente che le truppe in prima linea si sono battute, hanno combattuto, hanno combattuto bene, e che era forse inevitabile che venissero spazzate via, perché l'offensiva, gli altri erano programmata bene, e nei piccoli punti in cui hanno programmato di sfondare, i tedeschi hanno ammassato così tante truppe e di una qualità, un addestramento, un armamento talmente superiori, che per forza hanno sfondato. La vera tragedia è dopo, quando nei giorni seguenti le riserve mandate sotto si sfasciano anche loro, e quando una marea di artiglieri, scritturali, cuochi comincia a scappare, intasando le strade, e le riserve mandate in prima linea marciano e vedono la folla degli sbandati che scappano nell'altra direzione, lì c'è il disastro. Ma le truppe in prima linea ha combattuto bene.

E allora, e allora come mai poi, poi questo sfondamento che si poteva ancora forse tappare, si è tramutato in una catastrofe? Non è che sia facile rispondere, però io adesso vi propongo alcuni elementi di riflessione. Una cosa che si è spesso detto è la sorpresa: presi di sorpresa i comandi italiani, non hanno potuto reagire. Vi ho già detto prima che questa cosa nella prima guerra mondiale non esiste da nessuna parte. I comandi italiani sapevano perfettamente tutto. Basta vedere gli ordini del giorno, le comunicazioni ufficiali di Cadorna, i suoi comandanti d'armata, i verbali delle conferenze che i comandanti d'armata tenevano con i loro subalterni, le lettere, la corrispondenza, perfino gli articoli di giornale che ogni tanto sfuggono alla censura.

Dai primi di ottobre, gli italiani sanno perfettamente cosa si sta preparando. I disertori austriaci arrivano continuamente, glielo dicevo prima, che i disertori tutti i giorni scappano, ma c'è una fase in cui ne arrivano più del solito, e quando si prepara un'offensiva, quando si preparano offensive, alle truppe lo vengono a sapere. Tanti di quelli che per un bel po' si sono bloccati con l'idea invece di farmi ammazzare, una bella notte esco di nascosto, li consegno al nemico. Quando c'è un'offensiva in preparazione, quelli che ci hanno pensato a lungo lo fanno. Nelle trincee italiane, negli ultimi giorni, arrivano continuamente ufficiali austriaci, specialmente appartenenti alle nazionalità, diciamo così, "redente", polacchi, rumeni, e arrivano con i loro ordini: "Il nostro reggimento andrà all'attacco la notte del 24 nel posto tale".

Si sa tutto, anche il luogo, il luogo specifico dell'offensiva: quel tratto dell'Isonzo fra Plezzo e Tolmino, con al centro Caporetto, oggi in Slovenia. Anche il tratto che sfonda in quel punto riesce ad arrivare a Caporetto, sul fondovalle dell'Isonzo, e poi a risalire le prime montagne che trova dopo il Matajur, il Col Bracco. Si trova all'imboccatura di due meravigliose valli: la valle dello Judrio e la valle del Natisone, che scendono nella pianura friulana, tranquille, utilizzabili. Gli italiani ci hanno costruito durante la guerra meravigliose strade e ferrovie. Quindi, chi sfonda in quel punto, di colpo si trova le strade. Sono fondamentali, capite, in guerra in montagna, le strade, le valli, è tutto lì. Chi sfonda in quel punto, di colpo si trova due autostrade e in poche ore è a Udine.

Al comando supremo italiano, che quel punto sia così fragile, adesso vi farò sorridere, spero, si sapeva fin dal tempo della Seconda Guerra d'Indipendenza nel 1859. Era uscito un articolo su un giornale militare tedesco di uno studioso e filosofo e pensatore che si occupava di tante cose in vita sua, si chiamava Engels, Friedrich Engels, aveva scritto il Manifesto del Partito Comunista insieme a Karl Marx. Qualche anno prima si divertiva a fare il critico. Nel '59 sta per scoppiare la Seconda Guerra d'Indipendenza. Engels scrive un articolo per spiegare che in un eventuale guerra fra Italia e Austria sull'Isonzo, l'esercito italiano sull'Isonzo può essere facilmente preso alle spalle passando da Caporetto. Cita proprio Caporetto, precisamente, specificamente. 1859. D'altra parte, il 24 ottobre, alla vigilia dell'offensiva, che sta aspettando perché lo sa, Cadorna, parlando con i suoi ufficiali, dice: "Vabbè, certo che attaccano lì. In ogni manovra di pace, le grandi manovre in cui fai i giochi alla guerra, si è sempre supposto che lo sfondamento di una linea italiana di frontiera dovrebbe avvenire nel tratto di Caporetto". Ci giocavano già alla guerra prima che scoppiasse l'offensiva di Caporetto. Dunque, il comando italiano sapeva tutto. E forse proprio per questo era così tranquillo.

L'altra cosa agghiacciante che si scopre leggendo queste fonti è come nei giorni prima che scatti l'offensiva, nei comandi italiani regna l'ottimismo più irresponsabile. L'armata che difende quel tratto dell'Isonzo è la Seconda Armata del generale Capello, personaggio complesso, ambizioso, politicante. Dopo la guerra diventerà antifascista, sarà coinvolto in un attentato contro Mussolini, preso, interessante, ma soprattutto un politicante, un generale che vuole avere successo. Il 16 ottobre, otto giorni prima dell'offensiva, lo scrittore Ardengo Soffici è in visita da Capello al comando della Seconda Armata, egli sente dire e annota nel

Suo diario non c'è da aver paura di questa offensiva che sta per arrivare. Ci sono i tedeschi, lo sappiamo. Vuol dire che prenderò anche dei tedeschi per la mia collezione di prigionieri.

Tra i corpi d'armata che costituiscono la seconda armata, quello nella posizione più cruciale che verrà sfondato è il ventisettesimo corpo. Com'è andato da un altro generale che nella storia italiana avrà poi un suo posto non da poco? Badoglio. Badoglio, comandante del ventisettesimo corpo, nei giorni prima dell'offensiva si rivolge ai suoi soldati così: "Ragazzi, niente paura, gliele daremo secche o tanti cannoni da fracassargli."

Un altro corpo della stessa armata che verrà spazzato via è il quarto corpo, comandato dal generale Cavaciocchi. Due giorni prima dell'attacco nemico, Cadorna, comandante in capo, va a trovare il generale Cavaciocchi, comandante del settore su cui si sa che si abbatterà una grossa parte dell'offensiva nemica. E al generale Cavaciocchi, Cadorna dichiara: "Vengano pure, li prenderemo prigionieri e io gli manderò a passeggiare a Milano per farli vedere."

Dopodiché, chi lo sa, può anche darsi che poi a quel punto l'ottimismo fosse necessario, perché devi anche infonderlo l'ottimismo. E magari, se Cadorna aveva dei dubbi, se li teneva per sé o li comunicava ai suoi intimi. E infatti, dopo essere stato dal generale Calaiò, che al comando del quarto corpo, e aver detto "Vengano pure", Cadorna torna a Udine e confida al solito colonnello Gatti, di cui abbiamo il bellissimo diario. Dice Gatti: "Il capo è stato fuori a vedere il quarto corpo d'armata. L'impressione che il generale Cavaciocchi l'ha fatta è stata pessima, ma se ne accorge adesso. Le linee e gli sembrano un po' antiquate, ma tali da poter resistere. Verranno spazzate via in due ore." Ma comunque, la cosa cruciale è questa: il generale Cavaciocchi, adesso che Cadorna va a vedere, si scopre che non è uno di cui fidarsi. Ma non ci ha mai pensato? Aveva altro da fare.

E allora ci sarebbe il tema, appunto, non più soltanto dell'ottimismo, ma della mediocrità dei generali, della loro preparazione, della loro cultura. Ovviamente è facilissimo stare qua su un palco e bacchettare sulle dita dei generali che sono stati sconfitti, però lo stesso ci sono testimonianze che ci vengono da quel mondo e che ci dicono che proprio, guarda caso, proprio in quel settore dove il nemico ha attaccato, la qualità dei comandi italiani non era la migliore.

Nel settore del quarto corpo d'armata c'era un sottotenente degli alpini che poi diventerà molto famoso per altri motivi, diventerà uno dei più grandi scrittori italiani: Carlo Emilio Gadda. Carlo Emilio Gadda, sottotenente degli alpini sul Monte Nero, prigioniero a Caporetto, e teneva un diario anche lui. Già prima di Caporetto, dopo due anni di guerra, Gadda nel suo diario, Gadda 1, aveva spesso dei malumori e non era un buon carattere, non era un tipo accomodante. Gadda nel suo diario dei giudizi spaventosi dei generali che lo comandano: "Asini, asini, buoi grassi, pezzi da grand hotel, sigari avana, bagni, ma non guerrieri, non pensatori, no ideatori, non costruttori, incapaci d'osservazione ed analisi, ignoranti di cose psicologiche, inabili alla sintesi. Scrivono nei loro manuali che il morale delle truppe è la prima cosa e poi dimenticano le proprie conclusioni."

Caso vuole che Gadda servisse proprio sotto il generale Cavaciocchi. Ed ecco cosa pensa di lui: "Il generale Cavaciocchi che deve essere un perfetto asino. Non ha mai fatto una visita al quartiere, non si è mai curato di girare per gli alloggiamenti dei soldati. Eppure Giulio Cesare faceva ciò."

Siamo sempre prima di Caporetto. E quando gli arriva la notizia di una grande vittoria tedesca sul fronte russo, Gadda annota: "I tedeschi hanno evidentemente dei generali meno Cavaciocchi dei nostri."

Altro aspetto che viene fuori, collegato a quello che dicevamo: l'Italia di allora è afflitta dalla retorica, la retorica parolaia a tutti i livelli. Secondo i militari sono i politici. Cadorna il 30 settembre è stato a Roma e al ritorno scrive alla moglie: "A Roma il verbicidio regna sovrano, ma anche l'esercito è infestato dalla retorica." In parte perché l'esercito è pieno di letterati, i quali in divisa da ufficiale vanno in giro con una certa libertà a trovare gli altri ufficiali, a far propaganda, eccetera. E questi letterati, certe volte, pochi giorni prima di Caporetto, Marinetti, Filippo Tommaso Marinetti, il futurista, è ospite di un reparto di bombarde. Bombardieri, sapete, su questi pezzi d'artiglieria nuovi, gli antenati dei mortai. E Marinetti agli ufficiali delle bombarde: "Voi mi scuserete, non è colpa mia." E Marinetti fa l'elogio delle bombarde italiane: "Sono dei membri virili in erezione, simboleggiano e sono l'improvvisazione geniale italiana di guerra, il genio improvvisatore italiano. Capite? Tedeschi poveretti, salire gli uffici a far i conti, a misurare tutto. Noi no, noi abbiamo il genio improvvisatore."

E poi la retorica dei generali, i quali magari non vanno a vedere se le truppe stanno bene o male, ma negli ordini del giorno scrivono cose meravigliose.

Capello, comandante della seconda armata, quando contratta che remo: "Bisogna che l'impeto delle fanterie sia travolgente." E una volta che l'hai detto che bisogna che sia travolgente, cosa devi fare di più tu che sei il comandante?

Cavaciocchi: "Circolare sull'impiego dell'artiglieria. Voglio che il nemico, preparandosi ad attaccare, sia inchiodato sul posto dal nostro fuoco. Se tenta di pensare, il fuoco sia sterminatore, più per la sua precisione che per il numero dei colpi sparati." Che vuol dire, ragazzi? "Risparmiate il tiro di sbarramento, deve riuscire magistrale." E voi capite, il comandante della batteria, l'unica cosa che ha capito è che deve sparare poco perché deve risparmiare i colpi, però il tiro deve essere magistrale. Il generale l'ha detto. E cos'altro deve fare il generale? Ha fatto il suo lavoro, evidentemente.

Adesso io devo finire perché il tempo passa. Ce ne sarebbero ancora di altre cose da dire. Ci sarebbe da parlare di un paese esausto dal punto di vista demografico, che non ha più persone preparate per fare l'ufficiale. Però continua ostinarsi: un contadino, un operaio, non puoi diventare ufficiale. Un sottufficiale non può mai essere promosso ufficiale. Gli ufficiali devono essere borghesi che hanno studiato. Poi, in realtà, ci dicono testimonianze del tempo, non ci sono più gli studenti, sono morti tutti o sono tutti in divisa. E allora diventano ufficiali i garzoni di bar, i lavoranti di barbiere, che però comunque sono dei piccolo-borghesi. Non sono operai, contadini. E questi ufficiali vengono sbattuti al fronte giovanissimi, senza aver avuto nessun addestramento.

Dopo Caporetto ci sarà una commissione d'inchiesta che ha prodotto grossi volumi molto interessanti. Uno dei generali della commissione d'inchiesta parla proprio di questo fatto, di come arrivavano questi ufficiali ai reparti: ragazzini che non avevano imparato niente. E i soldati lo vedevano. Il generale dice: "Un caporale mio conterraneo, tra compaesani ci si parla, ovviamente, interrogato da me rispose: 'Signor generale, siamo in mano alle creature.'"

Mancano i sottufficiali. I tedeschi hanno un corpo sottufficiale formidabile, fatto di esperti, di capi operai, di piccoli professionisti che hanno ricevuto un buon addestramento, che sono in grado di sostituire un ufficiale. Noi no. Non lo facciamo questo addestramento. Dice: "Un vero difetto dell'esercito nostro, il cattivo funzionamento dei sottufficiali. Io non ho due sergenti e venti uomini di truppa, o ventidue uomini di truppa, di cui due hanno la manica sporca ad un gallone di sergente e perciò non fanno nulla." Non è una responsabilità, è un privilegio avere i gradi.

Finalmente chiudo su questo: il morale delle truppe. Il morale delle truppe a terra ed è chiaro. Subito prima di Caporetto, Ardengo Soffici, che ho già citato prima, viene mandato a fare una cosa nuova. Il Comando Supremo ha capito che bisogna fare qualcosa per il morale delle truppe. Si inventa gli ufficiali P, gli ufficiali propaganda, gente che sa parlare bene, che deve andare a fare conferenze ai soldati. Lo scrittore Ardengo Soffici viene mandato alla Brigata Vicenza, che si trova a riposo. Quindi non è in trincea, dove muore un uomo un giorno sì e un giorno no. Anche nei momenti più tranquilli è obbligata a Vicenza, a riposo. Siamo una settimana o due prima di Caporetto. Ardengo Soffici da questo quadro terrificante di questa brigata attendata nel fango. Piove continuamente, gli uomini sono nelle tende immerse nel fango, vestiti di divise umide. Solo gli ufficiali sono hanno trovato una casetta dove ripararsi. Gli altri sono fuori, non fanno niente tutto il giorno, non gli viene fatto fare niente, né ginnastica, né addestramento. Non c'è un paese vicino, non c'è un'osteria, niente. La brigata è lì, immersa nel fango, che si riposa, obbligato a Vicenza. Quando i tedeschi sfondano, verrà mandata in fretta e furia a tappare la falla e verrà spazzata via.

Come verrà spazzata via la Brigata Salerno. Questa è l'ultima cosa, davvero. La quale Brigata Salerno, una brigata, tenete conto, sono 6.000 uomini quando è effettivi pieni, in genere sempre meno 5.000 uomini. La Brigata Salerno nella decima battaglia dell'Isonzo, a fine maggio, era stata distrutta. Aveva perso 115 ufficiali e 2.319 uomini, uno su due. L'hanno fatta riposare un po'. Ad agosto l'hanno impiegata di nuovo nell'undicesima battaglia dell'Isonzo, sull'Arma, davanti a Trieste. È stata distrutta di nuovo: 111 ufficiali e 2.954 uomini, più di metà dei soldati della brigata morti, feriti e prigionieri. E questo per due volte in tre mesi. Durante la seconda occasione, l'undicesima dell'Isonzo, il comandante delle brigate, il generale Zoppi, ha sorpreso nelle retrovie tre soldati che avevano lasciato le trincee senza ordini e li ha fatti fucilare sul momento. Cadorna nelle sue lettere lo elogia: "Ieri si è molto distinto Ottavio Zoppi, che comanda splendidamente la Brigata Salerno, è un ufficiale di molto valore, pieno di intelligenza e di sacro fuoco."

La Brigata Salerno, distrutta due volte in tre mesi, è a riposo a Feltre dal 18 settembre. Sta lì un mese nelle condizioni più o meno che abbiamo visto. Il 23 ottobre, il giorno prima dell'attacco nemico, di colpo viene fatta salire su autocarri e portata sul Monte Matajur. Due giorni dopo arrivano i tedeschi e la Brigata Salerno si arrende in massa. I tedeschi, è vero, che i tedeschi che arrivano al Monte Matajur sono comandati da un giovane tenente che si chiamava Rommel, il quale sapeva il suo mestiere. E tuttavia, non ci si può stupire se è una volta saltato il fronte, a tappare i buchi, vengono mandate in fretta e furia, con un'aria di catastrofe che aleggia, truppe che hanno vissuto nei mesi precedenti quello che abbiamo detto, oppure truppe appena arrivate, come quelle che ne scrive il colonnello Pisani, comandante della Brigata Foggia. Lui sarà catturato il 24 ottobre dal nemico, la sua brigata distrutta. "Mi sono appena arrivati," scrive pochi giorni prima, "3.000 uomini di truppa anziani. Non sanno niente perfettamente dei giorni dell'uso delle armi. Gli dai una bomba a mano, non possano toccarle perché gli fa paura." Questi sono gli ultimi che, stracciando il fondo della pentola, raggiungono i reparti sul fronte, pochi giorni prima di essere stati da Rommel.

Quante volte ho già detto? Questa è l'ultima cosa che vi dico adesso. Però questa è l'ultima, davvero. Una riflessione ancora: questa condizione dell'esercito italiano è percepita da molti, da molti intellettuali. È benvisto Gadda e più d'uno, sia prima del disastro, sia dopo, fa delle riflessioni spiacevoli. Per esempio, il pittore Ottone Rosai, grande pittore futurista, anche lui è fascista, poi squadrista. Nel dopoguerra Rosai alla visione di Caporetto e alla Brigata Tortona, e dice la brigata, annota nel suo diario: "No, la brigata imbastardita. Le perdite subite alla Bainsizza sono state colmate con l'invio di nuovi elementi: aperte nell'occasione le galere, gli ospizi, i manicomi. Ci capita su un nuvolo di gente malfatta, doppi kant e contorta, e soprattutto maldisposta." Rosai dice che tutti i giorni un sacco di soldati marcano visita, vanno dal medico, ma il medico ha ordine di non riconoscere tutti questi malati. L'ordine è di non riconoscere in loro alcun male. E l'olio di ricino e il bastone han trovato lavoro.

Siamo alle 17. Siamo prima di Caporetto. Rosai nel '20, nel '21, nel '22 userà l'olio di ricino e il bastone, ma già nel '17, vedendo il popolo italiano in divisa, gli vien da dire: "Lo fanno, lo fanno davvero." Olio di ricino e bastone. E quando, e quando dopo Caporetto arriveranno a Mauthausen le decine, poi centinaia di migliaia di prigionieri catturati, lì gli altri prigionieri italiani che sono già detenuti in precedenza, li vedono arrivare e gli dicono: "Ma voi vi siete illusi? Vi siete arresi in massa? Ma credevate davvero che finisse la guerra? Vedrete adesso cosa vi succede qui, cosa vuol dire essere prigionieri a Mauthausen. Vedrete e dovreste vergognarvi perché vi siete arresi in massa." L'ha detto Cadorna, e quindi lo sanno anche i nostri prigionieri.

E c'è una testimonianza, una lettera di un prigioniero da Mauthausen, Natale del '17, appunto, piena di insulti contro questi altri soldati italiani che si sono fatti catturare. E conclude: "È doloroso, ma purtroppo noi siamo un popolo che abbiamo bisogno di 50 anni di bastoni." Ecco, Caporetto contribuirà a convincere una parte degli intellettuali, della classe dirigente italiana di questa cosa. E poi non importa che poi c'è stato il Piave e c'è stato Vittorio Veneto e la guerra l'abbiamo vinta. In realtà, voi sapete tutti che l'Italia è uscita dalla guerra come un paese sconfitto. Ha avuto gli stessi drammi, la stessa miseria, e soprattutto lo stesso sconquasso politico dei paesi che hanno perso la guerra, non di quelli che l'hanno vinta. E in effetti, in un certo senso, noi l'abbiamo persa. Abbiamo perso a Caporetto. Grazie.