Transcription
Ha chiesto una armistizio al generale. Il governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare la impari lotta contro la sua variante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi, sia pure alla nazione, estetico [Musica].
Ma siete sicuri di aver sentito bene la radio? Uno degli punti degli accordi relativi all'armistizio con gli anglo-atti dell'8 settembre prevedeva il rilascio dei prigionieri alleati dai campi di prigionia italiani. Infatti, questo avviene, e avviene anche nel campo numero 12 che si trovava nel castello di Vincigliata, vicino a Firenze, dove erano detenuti alcuni ufficiali inglesi e americani. Il 13 settembre viene aperto il campo e, addirittura, con l'aiuto dei Carabinieri e delle autorità del posto, questi soldati vengono portati fuori dalla prigionia e sono proprio aiutati ad arrivare al monastero di Camaldoli, che si trova sull'Appennino Tosco-Romagnolo.
Qui vengono ospitati per un certo periodo all'interno del monastero. Dopodiché, quando ci si rende conto che è troppo pericoloso per i monaci e per la popolazione del posto tenerli all'interno di questo monastero – anche perché i tedeschi sono sulle tracce di questi ufficiali inglesi – il priore del monastero decide di nasconderli e farli ospitare in alcuni casolari sperduti dell'Appennino, in una zona chiamata Seghettina. Vengono ospitati in case di poveri contadini della zona, insomma, che si prestano a mantenerli e ad accudirli. Ed è a questo punto che lo stesso priore del convento decide di coinvolgere in questa storia l'avvocato Torquato Nanni di Santa Sofia, Tonino Spazzoli di Forlì e Leandro Pinnati di Bologna, e si decide di cominciare ad organizzare il trasferimento oltre le linee del fronte di questi ufficiali, cioè di portarli in salvo oltre le linee nemiche.
Uno dei punti di riferimento della Resistenza forlivese e romagnola era Tonino Spazzoli, ex Ardito della Prima Guerra Mondiale, molto impegnato dal punto di vista politico repubblicano e mazziniano, molto convinto di questa sua scelta politica, molto attivo nel partito repubblicano romagnolo e nelle associazioni di ex combattenti, dei mutilati e degli ex Arditi. Fa tutto il percorso comune a molti ex combattenti della Prima Guerra Mondiale, e molti ex Arditi della Prima Guerra Mondiale, per cui diventa anche legionario fiumano e partecipa con D'Annunzio all'impresa di Fiume. È vero, per contro, che se la marcia su Roma è dell'ottobre del 1922, la prima segnalazione di Tonino Spazzoli alla questura è del febbraio del 1923. Quindi, quattro mesi dopo, dove viene censito come antifascista e da quel momento viene sottoposto costantemente al controllo della polizia politica e collabora con Radio Zeta, quella missione dell'O.R.I. che prevedeva l'invio di postazioni ricetrasmittenti in zona di guerra per poter costantemente riferire notizie oltre la linea gotica. Quindi, tutto quello che succedeva, come spostamenti di truppe, risultati di bombardamenti, o venivano indicati obiettivi militari, oppure venivano organizzati i rifornimenti per le formazioni combattenti partigiane. Tonino Spazzoli godeva di una protezione trasversale che gli permetteva, consentiva di muoversi liberamente nel territorio della Repubblica Sociale Italiana, nonostante fosse costantemente controllato dalla polizia politica. Una protezione che gli consentiva di avere l'autorizzazione per il suo lavoro di commerciante di liquori e di prodotti per l'agricoltura, appunto, di potersi muovere tranquillamente in auto, in treno, dappertutto. Ed era la stessa rete che lui aveva creata con tante persone di livello politico importante che faceva sì che lui avesse la possibilità e i permessi di potersi muovere.
Il secondo gruppo parte dopo l'inverno, nel marzo del 1944. La partenza era prevista per il 7 di marzo, viene posticipata di alcuni giorni a causa di una grossa nevicata. Si parte da Spinello di Santa Sofia, nell'Appennino tosco-romagnolo, e il gruppo, che in questo caso è comandato dal più giovane dei fratelli Spazzoli, Arturo, e da un altro giovanissimo ragazzo, Giorgio Bazzocchi, scende lungo il crinale romagnolo. Arturo è il più giovane dei fratelli Spazzoli, ex allievo dell'Accademia Aeronautica Militare, prende il brevetto di pilota; poi, quando l'Accademia Aeronautica sospende, nell'estate del '43, i suoi corsi a causa della guerra, rientra in famiglia e decide di affiancare il fratello maggiore Tonino nella lotta di liberazione. Giorgio è un altro ragazzo giovanissimo di Forlì, amico di Arturo, anche lui è molto sveglio, molto ragazzo di grande personalità; entrambi conoscono molto bene la lingua inglese e quindi sono capaci di rapportarsi molto bene con gli ufficiali alleati. Saranno loro, appunto, a comandare il secondo gruppo di ufficiali, circa una trentina, che si muoveranno lungo il canale romagnolo verso le Marche, perché non è più possibile imbarcarsi sul litorale romagnolo dopo che questo sistema è stato utilizzato per la prima fuga dei generali, perché ormai è stato scoperto ed è troppo pericoloso. Inoltre, nelle Marche ci sono contatti con persone che fanno parte anche loro del mondo del Partito d'Azione che possono aiutare questa fuga. È un viaggio difficilissimo che si svolge in parte a piedi, in parte in bicicletta, in parte con mezzi di fortuna. Sono molte le persone che collaborano a questo trasferimento di ufficiali; è una trafila come quella che salvò Garibaldi, con persone che, passo passo, prendono in consegna il gruppo e gli fanno fare la tappa successiva, oppure li nascondono, oppure gli danno da mangiare, gli danno la possibilità di dormire e riposarsi, forniscono i mezzi per i trasporti un po' più lunghi, finché non si raggiunge la città di Fermo, dove rimangono in attesa dell'imbarco per circa 50 giorni, nascosti in case messe a disposizione dalla gente del luogo. E in questo punto il gruppo diventa sempre più grande, perché confluiscono in zona tante altre persone da altre parti d'Italia, come ad esempio il professor Calogero, un letterato, anche lui facente parte del Partito d'Azione, che decide con la famiglia di oltrepassare il fronte e andare in salvo. E sarà qui che entreranno in contatto con il gruppo dei pescatori e dei patriotti della zona di Fermo che prenderanno in consegna il gruppo per la seconda parte del viaggio [Musica].
Da qui, dopo l'8 settembre del '43, sono riusciti a fuggire sui 3000 ex prigionieri inglesi e queste zone, questa valle, era molto semplice trovare, trovare accoglienza, grazie soprattutto ai contadini, ai mietitori. Nel maggio del '44 si radunarono più di 60 inglesi che furono poi portati a Vaccare, a Torre di Palme, e da Torre di Palme, nel 24 maggio, si imbarcarono quasi 130 tra ex prigionieri inglesi e si salvarono verso Termoli. Ma venne, alcune settimane prima, un atto di salvataggio molto più importante, e il 9 maggio del '44 si salvarono i generali da queste parti. Sono imbarcati grazie anche alle nostre case protette, perché grazie anche alla valle del Tenna, in cui c'erano non solo queste case di mio nonno e di tutti i miei vicini, questi ex prigionieri inglesi, ma sicuramente questi generali, perché vennero poi accolti a Lido San Tommaso, lì, fortunatamente, c'è la villa dei Salvatori, che era una famiglia di origine anglo-marchigiana fermana, tra cui fu questa figura importante, quella di Max Salvadori, fu volontario, quindi ufficiale di collegamento fra il governo alleato e il governo nazionale del CNL italiano. Venivano ospitati a San Tommaso, ma non sono riusciti a partire da lì, perché ormai erano abbastanza conosciuti, come posso dire, cioè, avevano delle rappresaglie, ma diciamo anche che tutta la costa veniva, la costa fermana, ma non solo, anche ascolana, perché San Benedetto e venivano bombardate sistematicamente. Sulla zona di San Benedetto ci sono stati quasi 180 bombardamenti, ma anche quella di, anche la zona di Porto San Giorgio. Quindi era molto pericoloso imbarcarli e farli partire da lì, da che hanno provato a partire da Porto Sant'Elpidio, ma lì non hanno trovato le barche e soprattutto i pescatori coraggiosi, perché anche lì si rischiava la vita per poterli imbarcare, finché finalmente si imbarcano a Marina Palmense e Torre di Palme, e grazie a tre ragazzi, perché parliamo di ventenni, come Nestore Camilletti, Armando e Giovanni Campofiloni [Musica], partono da Torre di Palme. Dura anche la traversata, ma riescono poi, poi a salvarsi. Quindi poi verranno anche raccontati, cioè, gli stessi generali racconteranno questo, questo salvataggio da noi. Cioè, non è stato fatto se non 70 anni dopo, quando chiamano a una convenzione Nestore Camilletti e gli chiedono di raccontare questo salvataggio, e io sono riuscita a parlare con Nestore quando era novantenne, per telefono, e lui era stracontento di questa cosa, perché non lo chiamava mai nessuno, nessuno gli chiedeva di raccontare questo salvataggio. Dice: "Questa è la prima volta che mi chiedete di raccontare questa storia". "Sì, mi manda il comando alleato, devi venire con me, dove devi, continui a capodanno, adesso c'è un comando alleato". Penso, allora, preso un po' dallo spirito santo, la corrente sembra che va giù a Trieste. Vedete domani sera che saprò. Infatti, sono andati via il giorno dopo, il pomeriggio, per domandargli le ricette. Andate via tranquilli, però ricordatevi che il vento, la corrente si termineranno a pescare, non ci arrivate. Sono partiti 29, con noi c'era la tanto in prima, di Montgomery, generale [Musica].
In alcune interviste, tra cui quella poi che sono riuscita a fare a mio zio prima di morire, che era sbarcato qui in casa di mio nonno, e ci hanno sbarcato in modo dappertutto, lui veniva da Porto Sant'Elpidio, e quindi lui mi racconta che la mattina, ma non solo un giorno, ma anche vari giorni, vedeva dei paracadutisti, e questi, degli ufficiali di collegamento, che venivano proprio lanciati con il paracadute in questa zona, e viene raccontato anche da altri cronisti che proprio nella maggior parte del mese di maggio c'erano stati questi lanci. Loro portavano dietro delle ricetrasmittenti, delle radio, dei soldi che potevano servire per aiutare questi ex prigionieri inglesi in queste case protette, e poi prepararli per questi imbarchi. Quindi non è una cosa immediata che tra oggi e domani si poteva decidere; quindi venivano spostati, non rimanevano per tanto tempo in una casa, quindi venivano spostati in queste case protette fino ad arrivare a Villa Salvadori, Lido San Tommaso, Porto San Giorgio, perché nel famoso salvataggio dei generali, mi dicono, riguardavano tutte le case dei fascisti, venivano chiamati a Porto San Giorgio, fino poi a spostarsi a Marina Palmense. Sicuramente un ufficiale di collegamento, prima della partenza, doveva conoscere la zona, quindi stanziarsi sicuramente in una casa a Marina Palmense, una casa protetta. Chiedevo queste cose, facevo queste domande nelle interviste. Un intervistato mi ha detto: "Ma tu che facevi? Non c'avevi che coraggio, ci avevi? E non aiutarli tu al nostro posto? Non avresti fatto la stessa cosa?". E questo è il concetto principale della Resistenza non armata civile, come dice Anna Bravo: "Tu puoi fare quello che io, cosa che un partigiano in armi non può estendere a tutta la popolazione, invece un resistente non armato civile può farlo".
Ho lasciato la mia stanza a un signore che telegrafava con l'Inghilterra con l'alfabeto Morse, perché non c'era telefono e non c'era televisione, e quei tempi non c'era niente. Se li ho fatti io, lasciando il mio letto e sono andata a dormire per terra, su un'altra stanza vicino a mamma e babbo. Nel frattempo, ha visto che qui c'erano i prigionieri inglesi che i fascisti avevano all'occhio, da vivi, e li uccideva se li incontrava. Lui ha preso le redini in mano, dice: "Voglio salvarli", e da lì ha cominciato a nasconderli per le campagne, e anche io, che ero una sorella ragazzina, andavo a cercare chi mi aiutava per il mangiare, delle volte aiutavo io, oppure stava per le case di spazio, per le campagne, li faceva mangiare bene, e sempre qui il rischio di essere condannati. In un certo momento, mio fratello Giovanni ha pensato che era troppo rischioso sia per i prigionieri che per i contadini, gli tenevano da radunarli su questo palazzo disoccupato che era di De Vecchis, però lo sapevamo noi, e fra queste imbarcazioni, oltrepassare la linea e salvarli. Vedi quanto bombardava di te, perché Giovanni ha fatto il partigiano. Adesso noi cosa, persino una di Marina Palmense, quanto passava davanti casa di mio fratello si faceva il segno della croce, perché era comunista.
Mio padre nacque nel 1921 proprio qui nell'agro palmense, ha iniziato da subito l'arte marinaresca, perché era una pratica proprio locale, non era un posto dove c'erano molte scelte, o la vita contadina o marinara, e si ritrovò a vent'anni ad essere imbarcato in guerra, proprio il giorno del suo compleanno. Torna a casa, da lì all'8 settembre passa poco tempo, ascolta di quello che succede nella zona del Fermano, questi campi di prigionia dove vengono allentati i servizi di sorveglianza a seguito dell'armistizio, e sente delle storie cruente e crudeli che vengono fatte ai prigionieri inglesi. Da lì si butta a capofitto nel come poteva, usando la sua arte marinaresca, mette quello che aveva, le barche, per portare le persone a bordo delle navi inglesi che aspettavano al largo, e poi ci fu, non so se in quale ordine, perché lui ne parlava pochissimo, ci fu quell'imbarco famoso del 9 maggio del '44, dove i generali e il console si riunirono qua nella zona del Fermano e riuscirono finalmente a imbarcarsi dopo aver aspettato, imboscati nelle campagne, ricevuti, accolti dai contadini della zona. Più che l'imbarco in sé per sé è grandioso il fatto che delle persone abbiano accolto degli ex nemici nelle proprie case, rischiando la, rischiando la sterminazione della propria famiglia.
La prima volta che mi raccontò delle storie di guerra è quando mi portava in barca con lui e mi metteva seduto sulla prua, lui intanto che tirava sulle reti, le nasse, queste cime qua, mi raccontava in forma molto romanzata, evitandomi le parti brutte della storia, e a me piaceva ascoltarle perché comunque erano molto curiose, però non dai peso. Io ero un bambinetto di 10-12 anni. L'ho ripescata questa storia molto tempo dopo, poi, perché c'è stata la casualità di una persona che ha riacceso la scintilla di mettere bene in chiaro questa storia: l'intervista a Camilletti, l'intervista a Campofiloni, Edoardo, suo fratello, la raccolta di alcune testimonianze le ho fatte in funzione delle onorificenze che ha ricevuto post mortem, e quindi ho detto: "E allora quello che ha fatto era davvero importante", ma lui non l'ha messa in un'ottica di qualcosa di eclatante, la metteva come qualcosa che andava fatto, e dovessi dire, lui di questi barconi non ha parlato mai a casa [Musica] [Musica] [Musica] [Musica] [Musica].
Quando iniziò ad imbarcare acqua queste due lance, c'era una quasi rissa a bordo per tornare, per tornare a riva, però continuarono, perché sapeva che sarebbe stata la cosa peggiore tornare a casa dopo un imbarco del genere, perché sarebbero stati certamente scoperti e non poteva ricorrere tutte le famiglie contadine che l'avevano sfidato. La notte del 9 maggio i generali partirono dal loro rifugio insieme all'equipaggio in direzione Molinetto, a sud di Torre di Palme. Le lance che buttarono in acqua erano più o meno costituite da un fasciame di larice, avete, e si è lasciato a secco dopo un po', le tavole si discostano e inizia ad imbarcare acqua, scattò il panico, e Giovanni insiste per proseguire, perché sa che la barca si sarebbe stagnata di lì a poco [Musica]. Poi, per fortuna, come racconta dalla viva voce di Nestore Camilletti, il viaggio proseguì senza intoppi. Verso l'alba già si erano stagnate le barche e questo ha aiutato molto anche lo spirito di tutte le persone che erano a bordo, hanno proseguito poi un bel pezzo ai remi, come aveva previsto un marinaio, dove presero consiglio, perché all'epoca va ricordato che mio padre aveva 23 anni, Armando ne aveva 17, erano ragazzini, affidarsi a delle persone così giovani e mettere la propria vita nelle loro mani è stata anche un atto di fiducia molto forte [Musica].