📱

Get Our Mobile App

Take your business learning on the go!

Download on the App StoreGet it on Google Play

FREUD E JUNG spiegati da Umberto Galimberti

ARGOMENTI DI PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA55:14

Transcription

C'è un senso in cui forse Freud va sottratto al mondo degli psicologi, è consegnato al mondo dei filosofi, perché dice cose molto più potenti di quanto la psicanalisi da lui, peraltro ideata, riesce a recepire. Di questo che possiamo considerare un grande pensatore, abbinato al concetto di inconscio, di cui è stato il grande lavoratore, inconscio non è una parola necessariamente psicanalitica. Compare già nella filosofia romantica con Shelling, con Hartman, con Schopenhauer, e soprattutto quello a cui l'inconscio si riferisce era già presente in tutta la storia della filosofia con esplicita indicazione della parte irrazionale dell'uomo. Platone ne parla come della divina follia, e questo scenario sottosuolo persegue e consegue a tutto il pensiero razionale, che potremmo addirittura pensare come una sorta di difesa da questa follia, di cui l'inconscio è semplicemente una figura.

Freud è un grande lettore del mondo greco e soprattutto di Platone, e recupera questo concetto da quello che lui chiama il suo precursore, che è Arthur Schopenhauer. Schopenhauer pensa che ci sia in ogni uomo una doppia soggettività: una che dice "io" e l'altra che dice "natura". E naturalmente quella soggettività che è la natura, e che prevede l'uomo come suo funzionario per la propria economia, che è una economia di conservazione, è la dimensione dimenticata dall'uomo. Quali sono gli interessi della specie? Gli interessi della specie sono la procreazione, per cui la specie fornisce a ciascun individuo due sostanziali pulsioni, che sono la pulsione sessuale per la procreazione e la pulsione aggressiva per la difesa della prole. Queste due pulsioni Freud le colloca nell'inconscio, ovvero in ciò che non è mediamente pensato da nessuno di noi. Infatti, la nostra vita viene in qualche modo decisa dalla nostra progettualità, dall'investimento che noi facciamo su di noi, dal senso che cerchiamo di reperire nella nostra esistenza, e mai ci pensiamo come semplici funzionari della specie. Tra i due c'è un conflitto tremendo, e naturalmente la barra della nostra esistenza la tiene rigorosamente la specie, per cui in qualche modo l'io, per vivere, per reperire un senso, è costretto in qualche modo a illudersi, a giocare con i suoi pensieri, con le sue speranze, con i suoi progetti, coi suoi scenari di autorealizzazione, ma la vera barra della sua esistenza viene tenuta dal fatto che deve nascere, crescere e poi morire secondo i dettami di natura.

Pro ipotizza che in ciascuno di noi ci sia uno sfondo, un fondo che lui chiama inconscio, e che noi, per semplificazione, potremmo chiamare inconscio pulsionale, dove sono in qualche modo espresse le due potenze che servono all'economia della natura e alla conservazione della specie. Queste due pulsioni, le abbiamo già nominate, si chiamano sessualità e aggressività. Non sono istinti, perché l'uomo è privo di istinti, nel senso che gli istinti sono risposte rigide agli stimoli, e l'uomo non ha risposte rigide agli stimoli. Se ad una mucca io mostro una bistecca, la mucca non reagisce. Se mostrano un covone di fieno, la mucca si mette a mangiare. Queste sono risposte rigide agli stimoli. Gli uomini non hanno istinti perché non hanno risposte rigide agli stimoli. Lo stesso Freud, che nelle prime sue opere introduce la parola "instinct", poi la abbandona, sostituendolo con una parola molto più morbida, in tedesco "Trieb", che noi traduciamo compulsione o spinta generica a meta indeterminata.

In sintesi, noi siamo composti da tre parti, secondo Freud, da tre componenti: un inconscio pulsionale, dove ci sono le esigenze della specie; un inconscio sociale, dove ci sono le esigenze della società; e un io, che deve tenere a bada queste due istanze contraddittorie. Di una persona si dice che è equilibrata, cioè cosa vuol dire? Che l'io tiene in equilibrio queste due inconscio contraddittori. Contraddittori perché? Perché la pulsione vuole esprimersi, ma se noi dovessimo esprimere tutta la nostra pulsionalità, creeremo una situazione invivibile in ambito sociale. E allora bisogna che noi conteniamo le nostre pulsioni, e per contenerle è necessario quella seconda formazione psichica che Freud chiama super-io, in cui si esprimono, si raccolgono le esigenze della società, che opportunamente osservate consentono una convivenza non belligerante, non conflittuale, non usurpante, quindi in qualche modo tranquilla, che è appunto la condizione della convivenza.

Sotto questo profilo Freud dice: "L'umanità, che sarebbe felice se potesse esprimere pienamente le proprie pulsioni, ha dovuto barattare un po' di felicità per raggiungere un po' di sicurezza". Cosa sono queste istanze sociali? Sono i divieti, sono i limiti che ciascuno deve dare a se stesso, perché la piena esplicazione delle proprie pulsioni porterebbe ad un rapporto conflittuale e di sopraffazione continuo. Queste limitazioni vengono acquisite, secondo Freud, nell'infanzia attraverso l'interiorizzazione dei divieti. Il bambino desidera mangiare la marmellata e la mamma dice: "No, la marmellata non la mangi, sennò diventi grasso". Facciamo un esempio molto elementare. E allora il bambino incomincia a interiorizzare che la marmellata non va mangiata. Ma perché la interiorizza? La interiorizza perché ama la mamma. Ma che cos'è questo amore per la mamma? Non è altro che un'operazione egoistica, nel senso che siccome la mamma è la condizione della sua sussistenza, lui è spinto a ubbidirla nel terrore che questa condizione della sua sussistenza venga meno. Per cui l'introiezione del divieto è un baratto: mi autolimito perché se la mamma non è più mia alleata, se non mi soccorre più, se non è più mediatrice del cibo, delle cure, delle attenzioni di cui ho bisogno, allora la mia vita non sopravvive. L'interiorizzazione dei divieti, dei limiti avviene proprio su questa base, una base sostanzialmente egoistica. Eh, non dimentichiamo mai che l'amore, prima di essere un rapporto con l'altro, è sostanzialmente una relazione con l'altro che è vantaggiosa per la mia vita. L'egoismo è il costitutivo dell'istinto di conservazione, il quale utilizza delle strategie anche amorose, o nella forma della seduzione, o nella forma dell'ubbidienza, per garantirsi la propria sopravvivenza.

Cosa accade a questo livello? Che il bambino non mangia la marmellata quando c'è la mamma, ma magari la mangia quando la mamma non c'è. E qui instaura un tipo di comportamento che è elevato, al di là del semplice esempio, a livello più generale, istituisce quella che noi siamo soliti chiamare morale eteronoma, dove io sto alle leggi, sto ai divieti, solamente in presenza di un sorvegliante. E c'è chi si ferma a questo livello di morale eteronoma, nel senso che non procede ad un'ulteriore interiorizzazione dei divieti o interiorizzazione dell'osservanza delle leggi. Capita a tutti di non passare il semaforo quando c'è il vigile, di passarlo con il rosso quando il vigile non c'è. Ecco, a questo livello ci siamo bloccati ad un livello di morale eteronoma. Quando il bambino invece interiorizza il divieto e quindi non mangia la marmellata, sia che la mamma sia presente, sia che la mamma sia assente, allora questo punto è arrivato ad una morale autonoma, nel senso che ha interiorizzato il divieto, ha interiorizzato il vigile che lo osserva, ha creato dentro di sé quella sorta di poliziotto interno che costituisce per lui l'elemento che lo sorveglia in qualche modo e che entra naturalmente in conflitto col desiderio, col bisogno di esprimere le proprie pulsioni. Ovvio che i divieti confliggono con le pulsioni, che le esigenze della società confliggono con i nostri desideri, e l'io fa da equilibratore, colui che tiene a bada l'eccesso dei divieti e tiene a bada anche gli eccessi pulsionali. Questo io, naturalmente, è sempre nevrotico, nel senso che subisce da un lato l'espansione del mondo pulsionale, talvolta l'espansione del mondo dei divieti, e quindi dobbiamo immaginarcelo come una sorta di onda dai margini ora estesi e ora invece ridotti a seconda della potenza pulsionale di questi scenari.

Perché chiamiamo l'inconscio sociale inconscio? Perché una volta interiorizzati i divieti, non abbiamo bisogno di riflettere su quello che dobbiamo o non dobbiamo fare. Nessuno di noi riflette se la mattina, dopo che si è alzato dal letto, esce vestito. Non ha bisogno di fare un ragionamento per stabilire che deve uscire vestito. È automatico che non esca nudo, anche se è stato e anche se fa caldo. Allora questa, questa interiorizzazione dei divieti diventa l'inconscio sociale, conscio perché è interiorizzato, perché non abbiamo bisogno di fare riflessioni per decidere di comportarci in un modo piuttosto che in un altro. L'io è sempre nevrotico, nel senso che subendo le pressioni ora dell'inconscio pulsionale, ora dell'inconscio sociale, è sempre in uno stato di aggiustamento, è sempre un po' di qua e un po' di là, e finché riesce a mantenere distanti questi due scenari tra loro conflittuali, parliamo di nevrosi. Cos'è la nevrosi? È un conflitto tra il mondo pulsionale e il mondo dei divieti. Quando l'io è soppresso da uno di questi due mondi, quando i due mondi vengono a contatto eliminando l'io, allora parliamo di psicosi, ovvero di follia, dove ci si muove in uno scenario dove il sopravvento viene preso completamente dall'ordine pulsionale o viene preso completamente dall'ordine dei divieti sociali. E allora, quando l'io è soppresso, parliamo di follia. Freud cura solo le nevrosi, ovvero si prende cura, diciamo, o tematizza solo il mondo nevrotico, ovvero il mondo dove l'io c'è.

L'uomo è un animale desiderante, desidera appunto ciò che non possiede, per cui la struttura psichica è regolata da quella dimensione che si chiama mancanza. La parola desiderio prevede quindi un intervallo tra ciò che io desidero e l'oggetto che soddisfa il mio desiderio. Questo intervallo è la costruzione della psiche, tradotta in parole molto più elementari, più semplici. Il bambino quando nasce non conosce questa distanza tra il desiderio e la sua soddisfazione. Quando ha fame, viene immediatamente nutrito; quando ha sonno, viene immediatamente coccolato e messo a dormire. Questa immediata soddisfazione del desiderio, Freud la chiama principio di piacere, ciò da cui noi proveniamo. Principio di piacere, però, mal si adatta con la realtà. Crescendo, noi siamo in qualche modo costretti a raggiungere la soddisfazione dei nostri desideri attraverso quello che Freud chiama lavoro, lavoro psichico. Va da sé che i bambini sempre accontentati non sviluppano questo lavoro psichico, perché la psiche, dobbiamo dirlo con estrema chiarezza, non è qualcosa che uno ha in dote per il solo fatto che nasce. La psiche è qualcosa che si costituisce attraverso, appunto, il lavoro psichico, caratterizzato dalla distanza che la realtà impone tra il mio desiderio e la sua realizzazione. Accedere al lavoro psichico significa accedere a quello che Freud chiama principio di realtà. La realtà ci pone sempre un certo lavoro per raggiungere la soddisfazione dei desideri. L'infantilismo non è altro che la rinuncia al lavoro psichico per prevenire la soddisfazione e quindi una regressione nel mondo infantile.

Bene, questo mondo infantile viene organizzato da Freud secondo tre fasi, dove si concentra quello che lui chiama libido, che non va intesa solo in termini sessuali. La libido è sostanzialmente l'energia psichica che si concentra in alcuni luoghi del nostro corpo, che sono poi le uniche aperture che il nostro corpo possiede, che sono esattamente la bocca, l'ano e i genitali. La libido si concentra innanzitutto nella bocca, perché se non ci fosse un piacere dell'alimentazione, va da sé che i bambini non crescerebbero. Per mangiare bisogna muovere dei muscoli, bisogna fare una certa fatica, e questa fatica deve essere immediatamente compensata da un piacere. Ergo, tutta la libido si concentra nella bocca, alla fase orale. Questa prima fase investe i primi due anni di vita, in maniera tale da allenare il bambino all'alimentazione, quindi alla crescita. E qui vediamo in azione la specie, a cui interessa che i bambini crescano per poter procreare e in qualche modo per mantenere la continuità della specie.

La seconda fase è la fase cosiddetta anale, in cui il bambino incomincia ad acquisire una sorta di padronanza del proprio corpo, nel senso che dipende da lui rilasciare o trattenere le feci. E questa è la prima forma di controllo sul mondo, dice Freud, nel senso che dipende da lui decidere un rilascio, un contenimento. E allora la figura metaforica che si sviluppa a partire da qui è appunto il controllo del mondo, che si estenda al controllo dei propri giocattoli, al controllo della propria stanza, al controllo degli altri. E questa dimensione di controllo innesca una figura antropologica fondamentale che è la figura del potere. Mentre nella prima fase, attraverso l'alimentazione, si sviluppa la componente dell'avere, non c'è ancora un essere nel bambino, ma c'è un avere il cibo che costruirà poi l'essere infantile. Così, in questa seconda fase, c'è l'esercizio del potere, potere di controllo. Anche qui si può essere molto gratificati e soddisfatti di questo controllo, così come si può essere pochissimo soddisfatti, e avremo allora i due processi o di fissazione in questa fase, o di regressione a questa fase qualora, passati alla fase successiva, non si è stati sufficientemente soddisfatti. Naturalmente, tutti quanti intuiscono che a seconda delle regressioni ad una fase o alla fissazione ad un'altra fase, dipendono molte patologie. A tutti notte. Si prende ad esempio la fase orale. Qui gente che si è fissata nella fase orale o è regredita alla fase orale, avrà perlomeno tutti quei disturbi noti come disturbi dell'alimentazione. Il cibo è sempre un grande dramma per l'uomo, nella forma dell'accettazione della vita o della rinuncia alla propria vita. Sottesa al rapporto col cibo, c'è sempre un rapporto con l'incertezza se devo esistere o se non devo esistere. Così come connessa alla seconda fase, quella anale, c'è una relazione con il potere. Qui si formano le personalità cosiddette leader o gregari, a seconda della soddisfazione che si è avuta in questa fase o della insoddisfazione che si è avuto in questa fase. I leader sono figure che non possono prescindere dal bisogno del controllo generalizzato del mondo che li circonda. E naturalmente questo ha anche la sua versione patologica nella cosiddetta paranoia, ovvero nel bisogno di controllare tutto il mondo circostante. E siccome non si è in grado di controllare tutto il mondo circostante, ogni fallimento di questo controllo viene interpretato come un effetto di una persecuzione che altri ci ordiscono contro di noi, per cui i paranoici sono anche animati da vissuti persecutori.

E infine, la terza fase, la fase edipica, per cui Freud è molto noto, che consiste nella relazione con il padre e con la madre in una forma significativamente drammatica. Freud prende spunto da una tragedia di Sofocle. Sofocle racconta nell'Edipo Re che Edipo, sovrano di Tebe, aveva ricevuto da Tiresia, l'indovino, l'informazione che uno dei suoi figli l'avrebbe ucciso. E allora il padre provvede a uccidere tutti i figli che nascono. Se non che, nel caso di Edipo, il pastore invitato a uccidere il figlio, dopo una incertezza se buttarlo o non buttarlo dalla rupe, lo trattiene con sé. Divenuto adulto, Edipo vaga e si cammina verso la sua originaria città, che è la città di Tebe, e per una questione di passaggio, "passo prima io, passi prima tu", entra in collisione con un carro che stava arrivando, e l'effetto finale della lite è quella di uccidere l'uomo che stava su quel carro, e che era suo padre. Dopodiché Edipo entra nella città di Tebe, risolve l'enigma precondizione per cui quella città poteva essere liberata dalla peste. Liberata dalla peste la città, viene acclamato da tutti i tebani e prende in sposa Giocasta, sua madre, senza naturalmente sapere chi fosse sua madre. Con Giocasta genera due figli. Alla fine, incuriosita delle sue origini, chiede a Tiresia: "Dimmi le mie provenienze". Tiresia gli risponde: "Meglio per te non sapere". Edipo insiste e alla fine Tiresia gli dice: "Sì, tu hai ucciso tuo padre e hai generato con tua madre". E allora Edipo, della disperazione, si acceca, si allontana da Tebe smarrendosi nelle foreste.

Bene, Freud riprende questo mito e lo individua come una tappa di qualsiasi sviluppo psichico. Su questo mito si è fatta tantissima ironia, compreso Jung, che in un momento di volgarità ha detto: "Non ho mai sentito che i figli vogliono andare a letto con la madre e uccidere il padre. Ho sempre saputo che preferiscono le belle ragazze alle madri e alle nonne". Il complesso edipico letto metaforicamente è una cosa formidabile, in cui si imparano due dimensioni fondamentali dell'esistenza umana, che sono rispettivamente l'identità e la relazione. Se io non ho identità, non so chi sono. Se non ho acquisito la struttura della relazione, non so rapportarmi agli altri. Queste due dimensioni si acquisiscono lungo il percorso edipico, che a parere di Freud si costituisce tra i 4 e i 6 anni. Illustrato dal punto di vista del figlio maschio, le cose vanno in questa maniera: il bambino vuole andare a letto con la madre, e qui non ci si confonda in ordine al linguaggio un po' truculento, perché il nostro inconscio parla in modo truculento, non ha il linguaggio forbito ed educato dalla ragione. L'inconscio parla per scenari primitivi, con parole quasi animali. Il bambino vuole andare a letto con la madre, e allora come fa per sedurre la madre? Imita il padre. Imita il padre, cosa significa? Che fa tutto quello che dice il papà, che va a giocare con lui, che fa le gare con il padre, che sono tutti processi di imitazione. Naturalmente, i padri si confondono, pensano che i figli siano innamorati di loro, che si crei una bella alleanza. In realtà, il figlio sta imparando come si fa a diventare come il papà, il quale fruisce della madre, e volendo il figlio fruire della madre, imita il padre. In questo processo di imitazione, il figlio crea la propria identità maschile, impara a diventare maschio. Dopodiché, quando ha imparato a diventare maschio, ha letto con la madre, continua a andarci il padre, e allora subentra quello che Freud chiama la frustrazione, cioè: ho fatto tanta fatica per diventare come mio padre, per raggiungere l'oggetto del mio desiderio, e l'oggetto del mio desiderio non l'ho raggiunto. Questi processi di frustrazione hanno due possibili esiti: ho un esito depressivo, per quanti sforzi faccia, non raggiungerò mai la meta, oppure un effetto incentivo: bisogna che nella vita, in generale, a prescindere da questo scenario sessuale omicida, mi dia da fare per raggiungere gli scopi. In questa maniera, il bambino impara la sua identità imitando il padre, e impara la sua relazione con l'altro sesso amando il primo rappresentante dell'altro sesso, che è la madre, e quindi impara identità e relazione. Uccidere il padre per prendere il suo posto, amare la madre per imparare ad amare il genere altro da sé.

Nel caso del mondo femminile, la cosa è molto più complicata, perché non c'è equivalenza tra mondo maschile e mondo femminile, perché il mondo femminile, potremmo dire, è contrassegnato dal due, mentre il mondo maschile è contrassegnato dall'uno. Il due che significa? Non significa 1 + 1, significa l'uno e l'altro. Il corpo femminile è già costruito per due: l'uno e l'altro. L'altro, dal punto di vista dell'economia della specie, si chiama figlio. Il corpo femminile è già due, quindi in qualche modo la donna è innanzitutto relazione: io e l'altro, e a partire dalla relazione costruisce un'identità. I maschi, invece, tendenzialmente sono identità che instaurano relazioni, ma la relazione non è il costitutivo del maschile, mentre lo è del femminile, per cui la psiche femminile è decisamente più complessa di quella maschile. Questa complessità scaturisce anche dal fatto che la ragazza, arrivata all'età della pubertà, nel momento in cui comincia a considerare la sua identità, nel momento in cui comincia a compiacersi del suo corpo, a vedere di costruirselo secondo i dettami dei suoi desideri, secondo le istanze sociali, vede che il suo corpo va per un'altra economia, che è l'economia della specie. Il processo mestruale interviene come una memoria che dice alla ragazza: "Tu sei un io, ma sei anche una funzionaria della specie". Anche gli uomini sono funzionari della specie, ma non ne hanno una percezione fisica e tantomeno psichica. Ecco, nel caso del complesso edipico, possiamo pensare nel caso femminile rovesciato. Rovesciato significa che la donna ama il padre e vuol prendere il posto della madre. Solo che questo voler prendere il posto della madre non è mai certo. La doppia soggettività che c'è nella ragazza, funzionaria della specie e io, rende la donna incerta circa la sua volontà di diventare madre (tra parentesi, funzionale della specie) o il suo rifiuto di diventare madre, cioè funzionale della specie. Per cui il complesso edipico non è mai totalmente equiparabile a quello maschile, non è così preciso e definito. E questa indefinitezza è ciò che istituisce nella donna una sorta di polivalenza di capacità percettive, cognitive, emotive nel mondo, molto meno definite, molto meno precise di quelle maschili e in qualche modo più ricche.

C'è un ultimo capitolo di Freud molto importante. Lo abbiamo spiegato dal punto di vista tecnico come descrittore dell'evoluzione di ogni singolo uomo, che ripercorre sostanzialmente la storia dell'umanità. Ma Freud ha anche una componente profetica, in un libro scritto 10 anni prima della sua morte, nel 1929, che porta il titolo "Il disagio della civiltà", dove ipotizza che la nostra civiltà sia troppo severa in termini di regole, convenzioni, divieti rispetto all'espressione del mondo pulsionale. E esprime questo concetto con quella bella espressione: "L'uomo ha barattato gran parte della sua felicità per un po' di sicurezza". Il mito della sicurezza è un mito particolarmente sentito oggi, ma non dobbiamo dimenticare che la sicurezza richiede un impianto di regole che, quando diventa eccessivo, comprime la vita e anche la felicità. Qual è il luogo eminente della sicurezza? Oggi possiamo dire senz'altro che il luogo più potente delle regole, delle convenzioni e delle pratiche si è costituito dal mondo della tecnica, che Freud naturalmente non aveva preso in considerazione, ma che noi oggi non possiamo evitare di constatare e inserire in quel filone della sicurezza da lui segnalato. La tecnica è un impianto di regole molto rigoroso, ci propone come modello la macchina, rispetto a cui gli uomini sono un pochino inferiori in termini di efficienza, precisione, regolarità, perché gli uomini hanno umori, si ammalano, le donne restano gravide, non funzioniamo bene come le macchine. Però il modello che ci viene proposto è sostanzialmente questo, per cui potremmo pensare di aggiungere all'inconscio pulsionale di Freud e all'inconscio sociale da lui segnalato, anche una sorta di inconscio tecnologico, per cui io sono non tanto me stesso, quanto piuttosto la funzione che svolgo, ben rappresentata dai nostri biglietti da visita, dove appunto il nostro nome dice e non dice, ma la nostra funzione dice con chiarezza, per cui noi siamo visualizzati sostanzialmente a partire dai nostri ruoli, dalle nostre funzioni. E se da un lato, come bene ci ha indicato Freud, noi siamo funzionali della specie, oggi siamo anche funzionali di apparati. Questo inconscio tecnologico è interessante perché è il luogo della messa tra parentesi dell'individuo, la messa tra parentesi del soggetto, e qui potremmo inserire il discorso su l'altro grande esponente della psicanalisi del '900, che è Jung, il quale indica come scenario psicanalitico quello di diventare se stessi al di là delle maschere, al di là dei ruoli, al di là delle funzioni che la società esige da noi per la sua economia e non per la nostra economia.

Jung era uno psichiatra, mentre Freud era un neurologo, uno psichiatra allievo di un altro grande personaggio importante nello scenario della storia della psichiatria, che è Eugen Bleuler, che io considero grande quanto Freud. Noi nasciamo, diceva Bleuler, inventore della parola schizofrenia, sostanzialmente schizofrenici. Tutti noi nasciamo in un contesto sostanzialmente schizofrenico, abitati da molte personalità, da molte figure, da un teatro di demoni. E su queste molte figure, una acquista il sopravvento, quella che si chiama io. E finché questo io riesce a tenere a bada tutte le altre, allora abbiamo una persona che sta in sé. Se invece non riesce in questo suo lavoro di contenimento, e questo non riuscire può accadere in qualsiasi momento della vita, allora tutte le altre personalità possono esplodere, e io divento di volta in volta bambino, vecchio, nelle mie manifestazioni, saggio, depresso, ilare, contento, che sono tutti i motivi umani raccolti dentro di noi nel nostro cosiddetto inconscio, e che prima o poi possono anche fuoriuscire, qualora l'io non abbia la forza di contenerli.

Abbiamo prima indicato come nevrosi il conflitto tra inconscio pulsionale e inconscio sociale, e come psicosi, quando questo conflitto elimina lo spazio dell'io, che è poi lo spazio della ragione. Ecco, Bleuler e Jung si accompagnano allo scenario della follia. Quindi, in qualche modo, Jung estende il mondo psicoanalitico non solo alla nevrosi, dove l'io è sempre presente, ma anche alla psicosi, dove l'io può anche essere soppresso dalle forze dell'inconscio. E in questo scenario emerge una considerazione di fondo, tutto sommato impensata da noi, che ci riteniamo sani, normali, ragionevoli, mentre questa sanità, questa normalità, questa ragionevolezza è qualcosa che ogni giorno dobbiamo costruire, perché lo scenario che ci contraddistingue, che ci individua, è propriamente lo scenario della follia. Ciascuno di noi è folle e si produce giornalmente in termini razionali. Questo è il grande messaggio che proviene da Bleuler e da Jung. Ciascuno di noi, del resto, quando si alza la mattina, esce da un contesto di follia. Il mondo notturno, il mondo dei sogni, è un mondo dove non funzionano le regole della ragione. I nostri sogni sono caratterizzati dall'assenza del principio di non contraddizione. Nel sogno io sono maschio, ma anche femmina; sono adulto, ma anche bambino. Non funziona il principio di causalità, per cui gli effetti producono le cause. Non funziona lo spazio e il tempo, per cui un sogno incomincia nell'Impero Romano e finisce a New York. Non funziona la categoria della temporalità, non funziona nulla di tutto ciò che è razionale. E allora, da svegli, dobbiamo recuperare tutto l'ordine della ragione, l'ordine egoico, e lo facciamo anche con una certa fatica. Per cui la prima ora di veglia è il momento più rituale di tutta la nostra giornata. Facciamo sempre le stesse identiche cose. Viviamo in qualche modo in terza persona per questo lavoro che la nostra psiche sta facendo per recuperare il mondo della ragione. Ecco, questo scenario della follia, così evidente nelle notti, è il sottosuolo della nostra personalità. Siamo anche folli, e la struttura della follia è ciò che ci distingue uno dall'altro. La nostra specifica follia è ciò che ci individua. Perché per quanto riguarda la ragione, siamo tutti uguali, perché osserviamo sempre tutti quanti le stesse regole.

L'umanità nasce con la fuoriuscita della follia in cui prima si trovava, e che viene attribuita questa follia al mondo degli dei, che gli uomini pensano come antecedenti alla loro vicenda antropologica. Qui Eraclito è stato molto chiaro. "Il Dio è giorno e notte, estate, inverno, sazietà e fame, pace e guerra", quindi è una contrazione di opposti, quindi è la follia, è l'indifferenziato. Sempre Eraclito, in un altro frammento, ci dice: "L'uomo invece ritiene giusta una cosa e ingiusta l'altra. Per il Dio tutto è bello, tutto è buono, tutto è giusto". Ecco, allora vediamo di capire bene questo processo. Gli uomini espellono la follia da sé e l'attribuiscono al mondo degli dei, che collocano nel mondo della follia. Ma gli dei non sono altro che la rappresentazione mitologica della nostra struttura profonda, inconscia. Il nostro inconscio non è solo, come diceva Freud, sessualità e aggressività, ma è l'indifferenziato, ciò da cui la coscienza emerge, e che guarda l'indifferenziato come la sua genesi, e con il quale ha un rapporto sostanzialmente ambivalente, nel senso che è attratta dalla propria origine e al tempo stesso la teme, perché l'indifferenziato ha la potenza degli dei, cioè una potenza decisamente superiore alle forze della ragione.

Jung è noto perché si è occupato di tutta la storia dell'umanità in tutte le sue sfaccettature, soprattutto della storia delle religioni. E a partire dal concetto che nelle storie delle religioni si individua esplicitamente questa dimensione per cui l'uomo è ragione e la divinità, o quello che gli uomini pensano sia la divinità, è la simbolica della follia. Abbiamo citato poc'anzi Eraclito, ma di scene di questo genere ne abbiamo in ogni dove. C'è una scena nell'Iliade dove Agamennone e Achille entrano in conflitto perché Agamennone è sottratto ad Achille la sua schiava, e quando Agamennone la restituisce dice ad Achille: "Ho usato violenze". In greco si dice "ate", ma tu conosci quante sono le violenze che gli dei infliggano nelle mente degli uomini. E Achille risponde: "Sì, conosco, e so che il Dio infligge nella mente degli uomini le violenze con cui gli uomini si scatenano". Quindi la violenza viene sempre attribuita alla divinità perché è struttura dissolvente la comunità. Anche Euripide nelle Baccanti ci racconta che quando Dioniso entra nella città di Tebe, il sovrano cessa di essere il re, il palazzo reale collassa, le donne si comportano come Menadi, agitando il tirso sul monte Citerone, i vecchi si comportano come bambini. Il coro dice: "Non possiamo allontanare Dioniso?". E poi si risponde: "Nessun uomo può allontanare il Dio, bisogna aspettare che il Dio si congedi da solo dalla città". E così, quando Dioniso abbandona Atene, la città di Atene torna all'ordine. Pensa, nelle diagnosi psichiatriche, dopo la firma del medico che faceva la prognosi congedando il malato, accanto al suo nome scriveva D.C., "Deo concedente". Ecco, la follia è questa dimensione preumana che ciascuno di noi conserva nel suo fondo, in cui sono in qualche modo contenute tutte le possibili nostre esistenze non sviluppate allo stato primordiale, potenzialmente espressive, che caratterizzano persino i nostri stessi umori. Noi non siamo identici noi stessi dalla mattina alla sera, secondo che qualcuna delle nostre personalità latenti prenda o non prenda il sopravvento. Talvolta siamo come i bambini, talvolta siamo saggi come i vecchi, talvolta siamo femminili, talvolta siamo ipermaschili, cioè ci sono queste personalità latenti dentro di noi che colorano i nostri umori finché siamo normali, e che si impossessano della nostra personalità quando l'io collassa. Ecco, questo è lo scenario in cui si muove Jung, uno scenario quindi che ha frequentazione con la follia e che amplifica il concetto di inconscio, non solo sessualità e aggressività per l'economia della specie, ma luogo dove abita una popolazione di nostre possibili esistenze non espresse, che trovano espressione nelle condizioni del nostro umore e nei casi gravi nella follia quando si esprime.

Fondamentali in Jung sono sostanzialmente due concetti. Il primo è il concetto di simbolo, radicalmente diverso da quello di Freud. Per Freud, simbolo equivale a segno. Freud dice: "Sogni un campanile, hai segnato un fallo. Sogni una caverna, hai sognato un contenitore materno". E qui dobbiamo parlare di segni, perché c'è perfetta corrispondenza tra ciò che io sogno e il significato di riferimento. Nel caso di Jung, invece, non c'è questa corrispondenza. I simboli, i simboli vengono assunti nell'azione greca di "symballein", che vuol dire mettere assieme. Il simbolo mette assieme degli opposti, ed è un simbolo finché non viene codificato. Allora, per esempio, la croce cristiana è un simbolo finché sta a significare un Dio che muore. Poi, quando diventa l'emblema di una religione, il crocifisso, allora è diventato un segno, ha perso la sua potenza, non fa più storia, è diventato solo un elemento identificatorio. I simboli, quindi, sono generativi, sono forze. Sotto questo profilo, non vanno interpretati, agiscono, e bisogna riconoscerli dalle orme che lasciano nella costituzione psichica. I simboli sono eccedenze di significato. Nei simboli si muovono i poeti. Quando Leopardi dice: "Dimmi che fai tu, luna, in cielo", è chiaro che la luna non è solo la luna, quindi siamo già fuori dal principio di non contraddizione. È possibile porgere questa domanda alla luna? Se la luna è la luna, ma anche, ecco qui dove si sporge il principio di non contraddizione, ma anche un'interlocutrice femminile. Allora la domanda ha senso. Se invece la luna fosse solo la luna, secondo il principio di non contraddizione, una cosa è se stessa e non altro, allora la domanda non avrebbe senso. Quindi, i poeti appartengono alla follia, alla follia appartengono i bambini. I bambini vengono curati perché non tengono, non tengono i significati delle cose nelle loro identità e differenza. Un bambino prende un pennarello, lo usa per scrivere, lo usa per mettere nell'occhio al fratello, lo usa come biberon, lo usa in maniera indifferenziata, lo usa come lo userebbero gli dei, che sono l'indifferenziato, e allora vanno curati perché sono divini, cioè folli, e gradatamente acquistano la ragione. Questo è lo scenario che Jung descrive. Uno scenario attraverso cui noi passiamo e che non ci abbandona mai. Tant'è che Jung propone di cambiare il concetto di coscienza, il nome di coscienza. In tedesco "coscienza" si dice "Bewusstsein", essere cosciente. Lui dice: "Bisogna invece chiamarla "Bewussten", diventare cosciente, perché la coscienza è un lavoro, non è uno stato, è un continuo superamento della nostra dimensione forte".

Seconda caratteristica che differenzia Jung da Freud è la concezione finalistica della nevrosi. Freud riteneva che la nevrosi fosse solo l'esito di uno scompenso subito nel passato. Sappiamo tutti che il passato non passa mai, nel senso che il passato passa come fatto, ma non passa come schema, modo di fare esperienza. Bene. Eh, per Freud, la nevrosi è il luogo in cui si manifesta la negatività dell'esperienza. Per Jung, invece, la nevrosi ha anche un significato finale, cioè segnala un'indicazione, una prospettiva di vita, una vocazione, ciò che forse potresti fare e non hai fatto, per cui ci si ammala nervosamente non solo a causa di esperienze negative, ma soprattutto a causa di possibilità inespresse. La nevrosi, quindi, non è solo l'effetto di una causa, ma anche l'indicazione di una finalità. C'è una lettura finalistica della nevrosi. Che cosa puoi fare tu con la tua nevrosi? Perché non usarle anche le nevrosi? E sotto questo profilo, c'è questa visione non necessariamente tragica e neppure eccessivamente terapeutica. Anche la malattia può avere un suo significato, una sua finalità, un suo senso, un suo futuro.

E infine, forse la cosa più bella della psicologia analitica di Jung è il concetto di individuazione. Scopo della psicanalisi è il processo di individuazione, che può essere tradotto con una frase emblematica di Nietzsche: "Diventa ciò che sei". Nel senso che nella nostra vita noi continuiamo a seguire modelli che sono necessari perché si cresce per processi imitativi. I bambini crescono perché vedono, imitano, ma poi bisogna staccarsi da questa imitazione e diventare quello che propriamente si è. Una ricognizione di sé. E qui c'è tutta la cultura greca alle spalle di questo concetto. L'oracolo di Delfi diceva: "Gnoti se auton", conosci te stesso, e la prima condizione per diventare se stessi è quella di conoscersi, conoscere le proprie potenzialità, la propria "areté", dicevano i greci, la propria virtù, la propria capacità, ciò per cui sei nato. E se riesci a far fiorire ciò per cui sei nato, se davvero diventi te stesso, al di là dei modelli che vuoi imitare, al di là delle belle cose che ti vengono fatte vedere, se riesci a diventare te stesso, raggiungi la felicità. Scopo dell'analisi è diventare se stessi, e per questo, però, bisogna uscire dai comportamenti collettivi, dice Jung. Non bisogna essere come gli altri, non bisogna essere neppure eccessivamente eccentrici, perché non bisogna confondere l'individuazione con l'eccentricità, ma quella di diventare se stessi è la condizione non solo della salute, ma addirittura della felicità.

Un po' la situazione della psicanalisi del '900. Jung e Freud tra loro hanno litigato a sufficienza. Le ragioni affidate al gossip dipendono da una donna tale Sabina Spielrein. Affidati invece al pensiero sono due concezioni dell'umano molto diverse. Jung, però, riteneva che nella prima parte della vita bisognava curare in modo freudiano, perché bisogna costruire l'io a partire da quella popolazione inconscia, folle, che c'è dentro di noi, e quindi l'io va rafforzato e costruito. La seconda parte della vita bisogna essere junghiani, bisogna recuperare la follia che ci abita, perché l'io, una volta costituito, per alimentarsi deve andare alla sua fonte, che è l'irrazionale. La ragione non fa crescere, non crea. La ragione è un sistema di regole, per dirlo col linguaggio della filosofia, perché quello che in psicologia si chiama io, in filosofia si chiama ragione. La ragione è un sistema di regole da cui non nasce niente. Perché qualcosa nasca, bisogna eccedere le regole, andare oltre. E l'ordine delle regole è attingere all'indifferenziato, al folle. I creativi sono folli. L'artista è artista, la sola condizione che accede alla propria follia fino al sacrificio di sé. Lo psicopatologo Jaspers, noto anche come filosofo, naturalmente, dice che ogni volta che noi ammiriamo una perla, dimentichiamo che la perla in sé è comunque la cicatrice della malattia della conchiglia. Non si crea opera d'arte se non attraverso un sacrificio dell'io e un attingimento della follia. Lo stesso Heidegger dice: "I poeti sono i più arrischianti". Di che cosa rischiano se non un irraggiamento della ragione? Ecco, queste cose Jung le ha dette con molta chiarezza.

Abbiamo quindi con Freud e Jung due scenari diversi della psiche. Questo ci fa pensare che la psiche non è qualcosa di immutabile, ma è una visione del mondo. Il fatto che ci siano visioni psicanalitiche differenti va benissimo, perché la psicanalisi non è una scienza, ma è un luogo di interpretazione dell'umano, e a seconda del tipo umano che io sono, vedo qual è la visione del mondo più confacente che meglio intercetta la mia costituzione psichica. E proprio perché gli uomini sono diversi, sarebbe necessario che nascessero molte visioni psicanalitiche del mondo. Forse la metafora sessuale su cui Freud ha costruito la sua psicologia non è più una metafora potente, perché siamo passati da una società della disciplina, dove il conflitto era tra desiderio e repressione, a una società dell'efficienza, dove l'angoscia non è più nel conflitto tra desiderio e repressione, quanto nell'ansia di essere all'altezza della richiesta degli apparati tecnici, lavorativi, burocratici, sociali che ci vengono richiesti. Usciti dalla società della disciplina, dove il conflitto era tra desiderio e sua repressione, siamo entrati nella società dell'efficienza, dove il problema non è più iscritto in questo tipo di conflitto, ma è iscritto in un senso di inadeguatezza circa la capacità di raggiungere gli obiettivi che ci vengono assegnati, da cui otteniamo il riconoscimento, da cui otteniamo il rafforzamento della nostra identità. Questi problemi non erano presenti alla psicanalisi né di Freud né di Jung, perché non avevano sperimentato questo tipo di società, e forse questo sarà la ragione del declino della psicoanalisi, i cui modelli non sono più corrispondenti alla nostra configurazione sociale.

Ma c'è anche un altro motivo che determinerà il declino della psicanalisi, peraltro già previsto da Freud, il quale alla fine della sua esistenza uscì con quella espressione: "La psicanalisi è una scienza provvisoria, con cui noi abbiamo descritto in termini psicologici quello che un giorno la biologia descriverà in termini scientifici". E forse le neuroscienze oggi ci vengono a spiegare quello che Freud ha descritto, forse in modo letterario, anche se a suo parere era clinico. Il fatto che la psicanalisi possa declinare come teoria e come clinica non è interessante. Ha messo in circolazione in maniera potente il concetto di inconscio, ha qualificato questo inconscio come indicatore di un'altra soggettività che ci abita, che è la soggettività della specie con Freud, o di quell'altra soggettività che ci abita, che è la follia di cui noi siamo costituiti secondo Jung. E questi due scenari vanno sempre ricordati, perché noi ci consideriamo soggetti della nostra vita, padroni della nostra esistenza, ma come ricordava Freud, "l'io non è mai padrone in casa sua". Questo messaggio resterà eterno, e capisco che noi non vogliamo mai incontrare il nostro limite. Ma ci avvertiva già Aristotele: "Chi non conosce il suo limite, tema il destino". No.