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Baruch Spinoza è uno dei filosofi più interessanti del Seicento, più trascurati alla sua epoca, più riscoperti nei secoli successivi. Ancora oggi è uno dei filosofi più studiati del suo tempo. Vale la pena ricordarlo, vale la pena studiarlo. L'abbiamo spiegato ampiamente in una serie di video. Oggi facciamo invece un video di ripasso, un video riassuntivo, tutto Spinoza in un'ora, per chi ha già studiato e vuole dare una ripassata veloce agli argomenti più interessanti di questo grande filosofo olandese. Andiamo a cominciare.
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Un sorso di caffè nella solita tazza con la scritta "Andiamo a cominciare" che mi fa sempre compagnia. Con me a farmi compagnia ci sono anche i soliti compagni di avventura: Topolino, R2-D2, Batman, Droid, il mostro peloso, Cuscino e quest'altro mostriciattolo qui. E poi ci sono io. Io mi chiamo Ermanno Ferretti. Sono un insegnante di storia e filosofia. Su internet utilizzo a volte, spesso anche il nickname di Scrip. Ma qui su questo canale realizzo video, spiegazioni appunto di storia, di filosofia, a volte anche di educazione civica, che seguono più o meno il programma che si fa alle superiori. Ogni tanto si lanciano anche in qualche approfondimento, in qualche allargamento o anche in qualche ripasso.
Dicevo, a Spinoza abbiamo dedicato tutta una serie di video, una playlist intera che trovate linkata in descrizione a questo video. Se volete le cose spiegate in maniera più calma, più ampia, con esempi e chiarimenti più precisi sull'opera di Spinoza. Ma come faccio sempre coi grandi filosofi, quando si fanno tutta una serie di video che durano 4-5 ore, può diventare anche difficile poi ricordare tutto e ripassare tutto. Allora, alla fine faccio anche di solito un video riassuntivo da un'ora, un'ora esatta, più o meno. Spero di starci nella cifra precisa, per ricapitolare i punti salienti, per rimembrare. Se avete già studiato Spinoza, semplicemente volete ripassarli i capisaldi, siete nel posto giusto. Comunque, vi rimando in ogni caso anche ai video più ampi, più completi, per avere una panoramica più precisa.
Oggi parleremo di Spinoza. Chi è questo filosofo? Due cose velocemente sulla vita. Un filosofo del '600. Nasce nel 1632, muore nel 1677, molto giovane, neppure quarantacinquenne. Ed è olandese di nascita. Nasce ad Amsterdam, poi vivrà gran parte della sua vita a L'Aia. Ma in realtà il cognome non vi suona olandese, ovviamente, perché Spinoza sembra un cognome spagnolo. In effetti, Spinoza è un filosofo ebreo che ha vissuto, o meglio, la cui famiglia ha vissuto a lungo in Spagna e poi anche in Portogallo. Dopo la cacciata degli ebrei dalla penisola iberica, questa famiglia si stabilì appunto in Olanda e lì nacque anche Baruch, a volte tradotto anche come Benedetto Spinoza.
Quindi, ebreo olandese che però verrà presto rinnegato dalla sua stessa comunità. Nel senso che le opere di Spinoza, e le vedremo, verranno accusate già con lui in vita sostanzialmente di ateismo e quindi verrà scomunicato dalla chiesa protestante che in Olanda era molto forte, dalla chiesa cattolica, dalla chiesa, tra virgolette, dalla comunità ebraica. Verrà scomunicato un po' da tutti. Tenteranno anche di ammazzarlo. Verrà escluso per le sue idee da molte comunità e circostanze. E però lui le sue idee continuerà a professarle e a scriverle. Non sempre a pubblicare. Le opere, opere ne pubblicherà poco in vita, perché già un'opera in cui aveva riposto una certa speranza, il Trattato teologico-politico, che era stato pubblicato anonimamente, aveva ricevuto fortissime critiche.
Quindi la sua opera principale, su cui ci soffermeremo anche a lungo, che è l'Etica ordine geometrico dimostrata, etica dimostrata secondo le modalità geometriche, verrà pubblicata solo postuma. Ma lui la scriverà, la diffonderà tra alcuni amici, ma non non le darà mai una stampa vera e propria, se non appunto dopo la sua morte, proprio perché era un'opera che rischiava di essere tacciata di eresia, di problemi di varia natura. Quindi lui si è un filosofo, ma è un filosofo che potremmo dire quasi sconosciuto, dilettante, perché non è quella la sua prima preoccupazione, perché non può neppure pubblicare i libri che avrebbe in mente di pubblicare. La sua prima occupazione è quella di ottico. Infatti si mantiene facendo il molatore di lenti, un mestiere artigianale che in Olanda era particolarmente importante, pregiato, c'era un grande artigianato di questo tipo. Lui, appunto, a L'Aia lavora su questo settore. Poi appunto ha qualche discepolo, qualche ammiratore, qualcuno con cui scambia idee. A volte questi discepoli tentano anche di dargli degli aiuti economici per mantenerlo, ma lui spesso rifiuta. Muore di tisi, appunto, abbastanza giovane. E però lascia una serie di scritti molto, molto interessanti che si collegano alla filosofia del '600, alla filosofia anche cartesiana, ad esempio, ma vanno anche molto oltre.
Per partire con la trattazione del pensiero di Spinoza, partirei però da un libro minore, da un'operetta piccola, meno importante delle altre, che è il Trattato sull'emendazione dell'intelletto. Che però ci permette di capire qual è il fine ultimo della riflessione di Spinoza. In questo libro Spinoza cerca di capire come si fa a essere felici, come si può dirigere bene l'intelletto verso la felicità. Perché? Perché molto spesso gli uomini si lasciano incantare da cose futili, si lasciano catturare da cose che non sono veramente importanti nella vita. Ad esempio, le ricchezze, ad esempio, gli onori, ad esempio, oggi diremmo la carriera, eccetera. Questi beni, queste cose di cui andiamo in cerca per cercare di essere felici, però non ci appagano mai. Sono transeunti, cioè finiscono in fretta, sono fugaci, cioè appunto, non durano e generano spesso più inquietudini che felicità. Anche la ricerca del denaro, certo, magari il denaro ci permette di fare le cose, ma siamo sempre in ansia di perderlo questo denaro.
Allora questi beni, che noi crediamo essere dei beni, in realtà non sono dei beni in sé. Possono essere, per Spinoza, dei mezzi per arrivare al vero bene. Cioè, il denaro non è che faccia proprio schifo, e gli onori non è che facciano proprio schifo, però non possono essere questi gli obiettivi veri, perché si esauriscono in fretta, perché non ci soddisfano mai, perché non ne siamo mai pieni di questi onori. Se vogliamo essere veramente felici, dobbiamo puntare altrove e trasformare questi da obiettivi in mezzi, quindi considerarli dei mezzi per arrivare verso qualcos'altro. E cosa sarà questo qualcos'altro? Questo qualcos'altro che dobbiamo cercare per essere felici deve essere qualcosa di durevole, di duraturo, di eterno, di capace di inondarti della sua pienezza senza esaurire mai la sua forza e la sua carica di felicità. Questo qualcosa deve essere appunto qualcosa di eterno, di infinito. E questo qualcosa, secondo Spinoza, è Dio.
Voi mi direste: "Come Dio? Abbiamo appena detto che Spinoza è un filosofo accusato di ateismo". Ebbene, adesso lo vediamo. Spinoza venne accusato di ateismo, ma in realtà non era ateo, o quanto meno, era ateo per le religioni tradizionali, ma una certa visione di Dio ce l'aveva molto precisa. E anzi, la sua filosofia è una ricerca di Dio, non del Dio delle religioni tradizionali, ma di un Dio diverso. Vediamo quale. Prima di vedere però che visione ha Spinoza di Dio, qual è il suo Dio, bisogna capire come critica gli dei delle religioni tradizionali. Perché effettivamente, come vi dicevo, Spinoza nasce in una comunità ebraica, ma viene rinnegato dall'ebraismo. Verrà scomunicato, addirittura maledetto dai rabbini dell'Olanda del tempo. Viene scomunicato, cacciato dalla comunità protestante, che pure in Olanda è molto forte. Verrà perseguitato pure dai re cristiani. Quindi è un filosofo davvero rinnegato da ogni religione rivelata.
E però, bisogna anche dire che lui non aveva risparmiato critiche verso queste religioni rivelate. Anzi, prima di tutto, dobbiamo notare che Spinoza compie un'analisi precisa, critica e forte nei confronti dei testi sacri di queste religioni, in particolare della Bibbia, che ovviamente è testo sacro per i cristiani, è testo sacro in versione diversa anche per gli ebrei. Perché? Perché Spinoza è forse l'autore della prima analisi storico-critica seria della Bibbia. E analizzandola, nota tutta una serie di incongruenze che secondo lui rendono la Bibbia meno meritevole di fiducia di quanto invece non si faccia di solito. Ad esempio, analizzando proprio l'Antico Testamento e in particolare la Torah, che sono i primi libri della Bibbia, sia ebraica che cristiana, i testi sacri, quelli che tradizionalmente vengono attribuiti a Mosè, Spinoza dimostrò abbastanza facilmente, per la verità, che non potevano questi libri essere attribuiti a Mosè. Perché di fatto narravano eventi, certo, anche della vita di Mosè, ma perfino eventi successivi alla morte di Mosè. E allora, come poteva Mosè aver scritto dei libri che raccontavano fatti avvenuti dopo la sua morte? Quindi, secondo Spinoza, questo è una prova inconfutabile del fatto che questi testi non potevano essere stati scritti da Mosè.
Ma allo stesso modo, analizzando tutto l'Antico Testamento, Spinoza trova tutta una serie di incongruenze. Ad esempio, Dio stesso che viene presentato in certi libri in un modo, in certi altri libri in un modo diverso, contraddicendosi. Cioè, ad esempio, in certi punti si dice che Dio è colui che non si pente mai, e in altri punti invece Dio si pente. E allora, o non si pente mai, o si pente. In certi punti Dio viene presentato come qualcosa che non si può mai mostrare fisicamente, in certi altri punti invece si mostra come un roveto ardente e così via. Quindi contraddizioni, segno che la Bibbia non era un testo vero in ogni sua parte, secondo Spinoza.
E poi, soprattutto, un tema su cui Spinoza si sofferma particolarmente è quello dei miracoli, che sono presenti nell'Antico Testamento, nel Nuovo Testamento, e sono spesso all'epoca, almeno, erano considerati prove della presenza di Dio e dell'esistenza di Dio. Ecco, Spinoza dice: "Ma guardate bene i miracoli. Logicamente non hanno ragione di esistere". Perché? Mettiamoci nell'ottica di Dio. Dio è considerato l'autore del mondo, colui che ha plasmato il mondo, che gli ha dato le leggi. Cosa sono i miracoli, stando all'interpretazione classica delle varie religioni? Sono momenti in cui le leggi di natura si interrompono, smettono di funzionare all'improvviso, e avviene qualcosa che le leggi di natura non possono spiegare. Ora, se questo è vero, si arriva a una contraddizione. Dio ha creato le leggi di natura, eppure, pur avendole creato lui e pur essendo onnipotente, a un certo punto ha bisogno di trasgredire a quelle leggi che lui stesso ha imposto. I miracoli sono trasgressioni alle leggi di natura. Ma se Dio è onnipotente, non poteva creare delle leggi di natura migliori, se davvero voleva che accadessero delle cose? Perché ha dovuto ricorrere ai miracoli? I miracoli sembrano quasi correzioni di leggi che sono state scritte male. Ma Dio onnipotente non può aver scritto male le leggi. Quindi i miracoli, nell'ottica di Spinoza, sono contraddizioni dell'onnipotenza divina e quindi non hanno ragione d'essere. Dunque, la credenza nei miracoli è pura superstizione.
Ma in generale, Spinoza attacca tutte queste, l'ebraismo, il cattolicesimo, il protestantesimo, perché le ritiene foriere di superstizioni. Da dove nasce la religione, secondo Spinoza? Nasce dalla paura dell'uomo che si trova davanti a un mondo che non comprende, di cui non conosce ancora le leggi. E proprio perché non conosce le leggi, si appella alla religione, si fida di questi sacerdoti che gli dicono: "Guarda, viene così perché Dio vuole questo". In realtà, c'è una legge dietro agli accadimenti di natura. Le cose accadono, i terremoti, le carestie accadono perché ci sono delle leggi di natura. Ma il fatto che l'uomo non le conosca, gli fa pensare che queste cose accadono perché sono volontà di Dio e quindi magari pregando Dio si possa risolvere il problema. Ecco, secondo Spinoza, questo è non solo una bugia, ma è un danno per l'uomo, perché credendo a queste religioni, l'uomo non usa la sua ragione e rinuncia a usare la sua ragione, preferendo appellarsi a spiegazioni fantasiose, superstiziose, non cercando di capire veramente la realtà delle cose, preferendo mettere in pausa la propria ragione e accettando delle spiegazioni che non hanno nulla di scientifico.
La riflessione che Spinoza fa sulla Bibbia lo porta presto a trattare anche il tema dello Stato, soprattutto nel Trattato teologico-politico. Un tema, quello dello Stato, che all'epoca era ampiamente affrontato, soprattutto dalla corrente giusnaturalistica. Vi ricordo che Spinoza vive nel '600, è il secolo anche di Hobbes, che pochi anni prima rispetto a Spinoza ha esposto sue teorie nel Leviatano, nel De Cive, eccetera. Vi metto magari in descrizione un link a Hobbes. Ora, Spinoza, in effetti, è abbastanza in linea con Hobbes. Dice: "Proviamo a immaginare lo stato di natura". Lo stato di natura, se non vi ricordate cos'è, è quella situazione ipotetica in cui i filosofi immaginavano l'uomo prima della nascita dello Stato, prima della nascita di ogni associazione. Come vivrebbe un uomo in natura? Ebbene, secondo Spinoza, nello stato di natura, gli uomini avrebbero tanti diritti quante ne possono ottenere con la loro forza, quanti la loro forza gliene concede. Nello stato di natura, secondo Spinoza, infatti, non esistono ancora i concetti morali: giusto, sbagliato, bene, male. Sono cose che nascono dopo, quando gli uomini si associano. Il giusto, lo sbagliato, il bene e il male. Nello stato di natura vige solo la legge del più forte. Quindi il più forte si può imporre sul più debole, il più forte può obbligare il più debole a rubargli, e questo è il suo diritto, perché il diritto dipende dalla forza. E quindi chi è più forte ha più diritti, chi è meno forte ha meno diritti. Ovviamente, se questo è vero, lo stato di natura diventa immediatamente uno stato pericoloso di vita, perché tutti tentano di esercitare la forza gli uni sugli altri. I più forti prevalgono, i più deboli soccombono. Ma è uno stato pericolosissimo, perché anche i più forti, per quanto prevalgano, rischiano sempre la vita. I deboli si possono alleare tra loro e uccidere o malmenare o schiavizzare il più forte. Dunque, è uno stato in cui tutti i cittadini rischiano costantemente la vita.
E dunque, dice Spinoza, ragionando, gli uomini capiscono che è più conveniente uscire da questo stato di natura, firmare una sorta di patto tra i cittadini e fondare lo Stato vero e proprio, lo Stato positivo. Quindi la nascita dello Stato è un atto razionale con cui gli uomini decidono anche di rinunciare alla loro forza, una parte della loro forza, perché affidano questa forza allo Stato per aver salva la vita, per non dover rischiare di morire in ogni istante. Ovviamente, questo vuol dire appunto rinunciare a una parte della propria libertà, ma solo a una parte. Perché Spinoza dice: "Intanto, lo Stato ha come avevano i cittadini prima, ha tanti diritti quante la sua forza gliene concede". Quindi lo Stato deve essere autorevole e anche forte, deve esercitare la forza in certi casi quando serve, e la sua forza sta nell'esercizio di questa forza, il suo diritto sta nell'esercizio di questa forza. Prima cosa. Ma seconda cosa, questo Stato deve comunque garantire le libertà. Se i cittadini lo fondano perché vogliono essere più liberi, perché vogliono aver salva la vita, perché vogliono avere più diritti, lo Stato deve garantire questi diritti, deve garantire la sicurezza, deve garantire soprattutto la libertà di parola, di opinione, eccetera.
Il problema, secondo Spinoza, più forte è proprio questo della libertà di parola e di opinione. E questo si lega anche al discorso della religione che facevamo prima. Vi dicevo che Spinoza critica la Bibbia e la ritiene un'opera di superstizione, come tutte le religioni tradizionali, quelle rivelate. Anche se bisogna anche dir questo, dice Spinoza: "Se noi poi spogliamo le religioni, l'ebraismo, il cattolicesimo, eccetera, da tutte le superstizioni, miracoli, eccetera, cosa rimane? Rimane un insegnamento morale". Ecco, l'insegnamento morale delle religioni non è tutto da buttare, secondo Spinoza. È valido quando, ad esempio, l'ebraismo, il cristianesimo impongono di amare il proprio vicino, il proprio nemico, il proprio compagno, il proprio prossimo. Ecco, questo è un insegnamento morale che ha un suo fondamento, secondo Spinoza. Quindi, quello che non va nelle religioni è tutto l'apparato di miracoli, superstizioni, ma l'insegnamento morale può avere una sua validità.
E allora, se noi dobbiamo rifiutare i miracoli, le superstizioni, non solo perché sono falsità, dicevo prima, non solo perché non ci fanno usare la ragione, ma perché di fatto, in chiave politica, dice Spinoza, queste superstizioni ci impongono l'obbedienza. La religione non ci spiega la verità, non ci vuole portare alla verità, non ci vuole portare a conoscere il mondo, ci vuole portare ad obbedire. Mosè, quando è sceso con le tavole della legge dal Sinai, non ha detto agli ebrei: "Cari ebrei, vi spiego perché è meglio non uccidere". Ha detto: "Non si uccide", fine. Non ha detto agli ebrei: "Vi spiego perché è meglio non rubare". Ha detto: "Non si ruba", fine. Così è la religione, secondo Spinoza. L'esempio di Mosè è suo, l'ho un po' romanzato. Perché la religione non ti spiega perché devi credere, perché è meglio comportarti in un certo modo, perché è meglio comportarti in un altro modo. Gli insegnamenti morali sono anche validi, ma non te li spiega mica la religione, te li impone. Perché? Perché la religione non ha come suo scopo quello di insegnarti qualcosa, quello di farti capire il mondo e le cose. La religione ha come suo scopo l'obbedienza. Dunque, la religione è da rifiutare ed è anche contraria allo spirito dello Stato. Lo spirito dello Stato, secondo Spinoza, è quello di garantire la libertà, di garantire il maggior numero di libertà possibili per i cittadini. La religione, da questo punto di vista, è l'esatto opposto.
Queste premesse, possiamo arrivare al punto cruciale più importante della filosofia di Spinoza, cioè all'Etica ordine geometrico dimostrata. Un'opera capitale, importantissima, che vi ho detto si intitola in questo modo in latino, significa "Etica spiegata secondo le modalità geometriche". È un libro di etica, cioè un libro che ci insegna come vivere. Proprio perché l'obiettivo è la felicità. Alla fine, però, per capire come vivere, dobbiamo capire anche in che mondo viviamo prima di tutto e cosa siamo in questo mondo. Quindi parte da premesse di stampo metafisico, logico, e soprattutto Spinoza, per fare tutti questi ragionamenti, sceglie uno stile molto particolare: spiegata secondo l'ordine geometrico. Cosa vuol dire? Vuol dire che il suo libro, l'Etica, è strutturata sul modello degli Elementi di Euclide. Vi ricordate sicuramente che Euclide è il grande fondatore della geometria, appunto, euclidea, e scrisse un testo che era gli Elementi, che è il testo cardine della geometria euclidea. Un libro scritto in un modo molto particolare, perché è un libro pieno di definizioni, di teoremi, di dimostrazioni, di assiomi, eccetera, come si fa in geometria. Ebbene, Spinoza applica queste stesse modalità: definizioni, dimostrazioni, teoremi, corollari, eccetera, all'ambito etico. Cioè, dice: "Voglio scrivere un libro che non si tratti che non tratta di geometria, tratta di vita, di mondo, di realtà, di Dio, ma lo scrivo come se fosse un libro di geometria". Perché questo? Perché, intanto, la geometria è un linguaggio molto chiaro e limpido e permette di ragionare in maniera coerente, ovviamente. Quindi lui vuole un ragionamento che sia convincente, che sia ordinato, che sia ben strutturato e coerente. Ma poi anche perché Spinoza è convinto che il mondo abbia di fatto una struttura geometrica, cioè sia retto da regole necessarie, come è la geometria. E quindi applicare il metodo geometrico allo studio del mondo ha un suo senso.
Ora, cosa dice usando questo metodo? Prima di tutto, dobbiamo capire che cos'è questo mondo. E Spinoza decide di partire da un concetto fondamentale che è il concetto di sostanza. Parola che noi abbiamo incontrato tante volte in filosofia, da Aristotele in poi. Termine sostanza torna e torna e torna. La versione più vicina a quella di Spinoza del concetto di sostanza, proprio cronologicamente, era quella di Cartesio. Anche Cartesio aveva parlato di sostanza, aveva chiamata sostanza pensante e sostanza estesa, in latino *res cogitans* e *estensa*. Sostanza, cioè, Cartesio aveva introdotto questo, reintrodotto, diciamo così, in filosofia questo concetto, definendo la sostanza come una realtà autosussistente, autonoma. Però Spinoza, proprio ragionando su Cartesio, dice: "Ma Cartesio, sì, ha detto che la sostanza deve essere qualcosa di autosussistente. È davvero autosussistente? C'è qualcosa di veramente autonomo che non ha bisogno d'altro per esistere?". È mica tanto, perché la *res cogitans*, in fondo, ha bisogno di Dio per esistere nel sistema cartesiano, come la *res estensa* ha bisogno di Dio per esistere, Dio che l'ha creata. Dunque, non è veramente una sostanza, dice Spinoza. Bisogna essere più precisi. E allora lui inizia proprio all'inizio dell'Etica con una definizione di sostanza che è abbastanza celebre. Ve la mostro anche a schermo. Dice questo Spinoza: "Per sostanza intendo ciò che è in sé e per sé si concepisce, cioè ciò il cui concetto non ha bisogno del concetto di un'altra cosa da cui debba essere formato". Cosa significa questa frase che è famosissima? Significa che la sostanza, per Spinoza, è ciò che è veramente autonomo, ciò che non ha bisogno di nient'altro né per esistere, né per essere pensato. Si dice in filosofia che la sostanza è autonoma dal punto di vista ontologico, cioè non ha bisogno d'altro per esistere. L'ontologia riguarda l'esistenza. Non ha bisogno d'altro per esistere, ma è autonoma anche dal punto di vista logico, gnoseologico, perché non ha bisogno né d'altro, neppure per essere pensata e capita.
E allora si chiede Spinoza: "Ma cos'è sta sta sostanza? Cioè, cos'è che esiste in questo mondo che non ha bisogno di nient'altro?". Io non sono, non ho questa caratteristica, perché io, molto banalmente, ho avuto bisogno dei miei genitori per esistere. I miei genitori hanno avuto bisogno dei nonni per esistere. Questo tavolo ha avuto bisogno di un falegname. Questa telecamera di un'industria. Noi non siamo mica autonomi, cioè abbiamo bisogno di qualcos'altro per abbiamo avuto bisogno di qualcos'altro per esistere. Qual è l'unica cosa che non ha bisogno di nient'altro per esistere? Beh, ovviamente Dio. L'unica cosa che la storia della filosofia ci ha detto essere necessaria, cioè essere veramente autosussistente, è Dio. L'unico ente che non ha bisogno di altro per esistere. M. Lo diceva Tommaso, lo diceva Anselmo, lo dicevano tutti. Ok, bene. E fin qui sembra che Spinoza stia confermando quello che hanno detto fior di filosofi. Ma in realtà, a questo punto, Spinoza dice: "Attenzione, però. Quando io parlo di Dio, non intendo il Dio dei cristiani, non intendo il Dio degli ebrei, ma intendo la natura". *Deus sive natura*, in latino, Dio, cioè la natura. La sostanza è tutto, è l'unica cosa che c'è al mondo. Tutto è la sostanza, o la sostanza è tutto. Il che vuol dire che io non sono un'altra sostanza, perché se c'è una sostanza che è veramente autonoma, questa sostanza, appunto, Dio, deve essere anche infinita, deve essere increata, deve essere l'unica cosa che esiste. Il che porta Spinoza a dire che tutte le cose del mondo, io, il tavolo, la telecamera, eccetera, non siamo altro che manifestazioni di quella sostanza. La sostanza è una sola, è Dio, e noi siamo parte di questa sostanza. E che vuol dire che Dio non è un'entità che sta da qualche parte lontana da noi? Dio siamo noi, Dio è il mondo. Siamo davanti a un panteismo. Dio è la natura, l'universo intero è Dio. L'ordine geometrico che regge il mondo è Dio. Dio non è un signore con la barba che sta da qualche parte. Dio è l'universo stesso, Dio è la realtà. Questa realtà che abbiamo davanti è Dio, l'unica vera sostanza, l'unica cosa che esiste e che necessariamente deve esistere.
Attenzione, adesso Spinoza complica un po' le cose. In effetti, Spinoza è difficile da leggere, da comprendere, perché anche usa questo stile, appunto, geometrico, un po' complicato. Ma cerchiamo di capire. Lui dice: "Attenzione, questa sostanza, che è Dio, ma chiamiamola pure sostanza con la S maiuscola, è il tutto, è la realtà, è la natura". M. Ma si presenta in modi diversi. Ad esempio, si presenta tramite degli attributi. Questa sostanza ha degli attributi. Gli attributi sono, dice Spinoza, infiniti, perché la sostanza è infinita, questo Dio è infinito, e quindi infiniti sono anche i suoi attributi. Solo che noi esseri umani riusciamo a concepire solo due di questi infiniti attributi, che sono l'estensione e il pensiero, che sono i due attributi fondamentali, cioè le qualità essenziali della sostanza. Ok. Non solo, però ci sono gli attributi, ci sono anche i modi. Fatevi proprio uno schema dall'alto al basso: la sostanza, che poi ha degli attributi (estensione, pensiero), e che poi ha dei modi. Questi modi sono le modificazioni accidentali della sostanza, mentre gli attributi sono le qualità essenziali. I modi sono più accidentali, ma i modi sono a loro volta divisi in due tipi diversi. Ci sono i modi infiniti e i modi finiti. I modi infiniti derivano direttamente dagli attributi. Ad esempio, vi ho detto che due attributi che noi conosciamo sono l'estensione e il pensiero. Ebbene, dall'attributo derivano i modi infiniti della quiete e del moto. Dall'attributo invece del pensiero esistono i modi infiniti dell'intelletto e della volontà. Quindi varie ramificazioni. Faccio notare una cosa: vi ho detto che i due attributi fondamentali sono estensione e pensiero. Vi dovrebbe suonare un campanello d'allarme, perché di fatto sono le due sostanze cartesiane, la *res cogitans* e la *res estensa*. Praticamente Spinoza ci sta dicendo: "Guardate, Cartesio ha un po' sbagliato, ma non ha sbagliato tanto quando ha detto che esistono due sostanze, chiamandola *res cogitans* cioè pensiero e *res estensa* cioè estensione. In realtà, non sono due sostanze, sono due attributi dell'unica sostanza che è Dio". Ok, però ci è andato vicino.
Mh. Allora ci sono gli attributi, ci sono i modi infiniti. Poi ci sono i modi finiti. Cosa sono i modi finiti? Siamo noi. Sono le singole cose. Io sono un modo finito. Cosa vuol dire? Che tutta la natura, tutta la realtà è Dio, è la sostanza. C'è un'unica sostanza infinita ed è la realtà tutta. Mh. Questa realtà tutta, però, noi non la vediamo mai per intero. Io, anche se guardo davanti a me, non vedo la realtà tutta, vedo uno squarcio di realtà, un piccolo pezzo di questa realtà. Mh. Vedo, tra l'altro, delle cose finite. Vedo me stesso e mi sento finito. Vedo questa poltrona e la sento finita. Vedo Topolino e lo sento finito. Eccetera, tante cose diverse e finite. Però, appunto, queste cose diverse e finite, se passo a un livello superiore, mi rendo conto che sì, sono diverse, ma poi hanno anche delle cose in comune. Ad esempio, hanno una certa estensione. Hanno a volte la capacità di pensare. Io so pensare, il mio gatto sa pensare in modo diverso, un altro essere umano sa pensare. Allora il pensiero ci accomuna, l'estensione ci accomuna, il moto e la quiete ci accomunano, l'intelletto e la volontà ci accomunano. Benissimo. Quindi vuol dire che ci sono degli elementi che ci unificano e che quello che a noi sembrano cose diverse, in realtà sono meno diverse di quanto sembri, perché in realtà ciò che ne costituisce l'essenza vera, cioè l'intelletto, cioè la volontà, cioè la quiete, cioè il moto, cioè gli attributi, appunto, non sono più in alto, quindi estensione e pensiero sono comuni. Il che vuol dire che, alla fine, l'essenza vera delle cose è sempre una sola, ed è la sostanza, che poi si manifesta in modi diversi. Capite? Quindi è l'immagine che mette Spinoza è questa: c'è un'unica sostanza, un'unica realtà, che poi compare in modalità diverse. C'è un uomo, un altro uomo, sembriamo diversi, ma in realtà facciamo parte tutti della stessa realtà che ci comprende. Questa realtà è Dio. Panteismo, dicevo anche prima. Dio è l'unica realtà. Attenzione, questo Dio, quindi, è il mondo. Non è qualcosa di diverso del mondo, di fuori del mondo. Quindi, vi ho detto, non dovete immaginarvi Dio come un signore con la barba lunga.
Spinoza si scaglia contro l'antropomorfismo, e adesso lo vediamo, ma si scaglia anche contro l'idea che Dio abbia creato il mondo perché ha voluto creare il mondo, che Dio abbia creato il mondo per un atto d'amore, come dicono i cristiani, come dicono gli ebrei, eccetera. No, tutt'altro. Dio non pensa, non è un signore che decide: "Oh, adesso faccio il mondo". Sono stupidaggini, secondo Spinoza. Dio è il mondo, e il mondo si è autocreato in un certo senso, o meglio, si è generato per la sua stessa natura. Spinoza usa un celebre esempio. Dice: "Come dalla definizione di triangolo deriva che la somma degli angoli interni di questa figura geometrica è 180 gradi, così dalla definizione di Dio deriva il mondo". Cosa intende dire con questo esempio che è un po' strano? Intende dire che il mondo viene creato per necessità matematica, necessità geometrica, non perché ci sia un atto di volontà. Dio non è che un giorno ha deciso: "Adesso faccio il mondo". Perché Dio non è una persona che decide. Dio è l'universo, Dio è la realtà stessa, e la realtà si autofa e si fa non perché ha deciso di farsi, si fa perché è strutturata così, perché è fatta così, perché le leggi interne del mondo fanno sì che il mondo funzioni così. Io esisto non perché Dio mi ha voluto far nascere. Io esisto perché il mondo è regolato da leggi biologiche che hanno fatto sì che sulla terra si è comparsa la vita, poi sono comparsi degli animali, le scimmie, l'evoluzione, l'uomo, e infine io. Capite? Questo è il meccanismo, secondo Spinoza, un meccanismo puramente meccanico e geometrico. M. Per questo l'opera è scritta in linguaggio geometrico, in forma geometrica, perché è così che funziona il mondo. Il mondo è un ordine geometrico. Le cose avvengono perché ci sono delle leggi, non perché, di colpo, un Dio decide di fare le cose.
Concludiamo ora questo discorso su Dio. Vi ho detto, Spinoza rifiuta quello che viene solitamente chiamato l'antropomorfismo religioso, cioè l'immaginarsi un Dio che abbia le fattezze umane, antropomorfo vuol dire simile all'uomo. Le religioni tradizionali ci presentano Dio come un ente simile all'uomo, a volte proprio lo raffigurano con la barba, come un signore anziano, come proprio fosse un uomo, ma lo chiamano padre, dicono che ci ama, che ha un intelletto, che ha una volontà, cioè gli attribuiscono sempre caratteristiche umane, lo rendono quasi un superuomo, un uomo dotato di particolari poteri. Ma questo è un pregiudizio dell'uomo. Dio non è fatto così. Dio non è un ente simile a noi. Dio è la natura, è tutt'altra cosa. Quindi è frutto di superstizione pensare che Dio ci ami, ci odi, eccetera. Quindi non ha neppure tanto senso pregarlo o sperare che ci aiuti, eccetera. Dio non è una persona da pregare, da amare, da ammirare. È tutt'altra cosa.
Ma questo discorso contro le religioni tradizionali tocca il suo culmine, forse, nel discorso che Spinoza fa riguardo al finalismo. Cos'è il finalismo? È la credenza che tutto nell'universo avvenga per uno scopo e che questo scopo sia stato deciso da Dio. No, ogni religione ritiene che le cose che accadono abbiano un fine. No? E quindi anche, ad esempio, a voi, quando accade qualcosa di brutto, vi si dice: "Sì, ma c'è uno scopo, c'è un motivo, Dio ha un progetto e questo progetto si deve realizzare". Ecco, secondo Spinoza, parlare di finalismo non ha alcun senso, perché Dio non ha progetti. Dio è la natura. La natura non ha progetti in sé. Non è che le leggi di natura abbiano progetti, scopi e fini. Ma cerca anche di capire come mai l'uomo ha iniziato a credere al finalismo. E dice: "Guardate, se andiamo a vedere la storia dell'umanità, probabilmente i primi uomini avevano la necessità di sopravvivere, di trovare dei mezzi per sopravvivere. E quali erano i mezzi che trovavano per sopravvivere? Erano mezzi naturali. Cioè, trovavano un campo che dava dei frutti, trovavano delle mandrie di animali che si potevano cacciare per alimentarsi, eccetera. Ora, visto che questi mezzi, gli animali, il branco che passava, o l'albero che dava il frutto, eccetera, o la pioggia che finalmente bagnava la terra e permetteva il raccolto, eccetera, visto che questi mezzi non erano frutto dell'uomo, non li aveva inventati l'uomo, arrivavano dalla natura, l'uomo si è convinto che lui stesso, che aveva lo scopo di sopravvivere, potesse usare i mezzi naturali per realizzare quello scopo. E dunque anche che ci fosse un'entità sovraumana, un Dio, che aiutava l'uomo nel perseguimento dei propri scopi". Cioè, l'uomo, abituato a raggiungere uno scopo e a usare tutto quello che vedeva come un mezzo per quello scopo, ha iniziato a pensare che tutto avesse uno scopo e B, che ci fosse un'entità superiore che poteva aiutare l'uomo a raggiungere questi scopi. E quindi ha iniziato a pregare gli dei, a chiedere la pioggia, a chiedere l'aiuto, a chiedere di evitare le carestie, di evitare le malattie, le pandemie, e così via. E da lì sono nate le religioni. Questo è frutto solo di superstizione.
Perché? Perché credere che esista un fine nell'universo significa, molto banalmente, anche limitare Dio. Cosa vuol dire che Dio ha un fine nell'universo, che Dio ha uno scopo? Se Dio ha uno scopo, significa... Prendiamo per vero quello che dicono i religiosi, che Dio ha uno scopo. Se fosse vero questo, allora significherebbe che Dio vuole raggiungere qualcosa che non ha. Avere uno scopo significa voler ottenere qualcosa che ancora non hai. Ma se Dio è perfetto ed è onnipotente, come fa ad avere qualcosa che gli manca? Come fa a mancare di qualcosa? Se Dio è perfetto, non manca di nulla e allora non può avere scopi. Un Dio perfetto, dunque, le religioni sono contraddittorie. Ci dicono che Dio è perfetto e poi ci dicono che ha degli scopi, che è l'una cosa non può stare d'accordo con l'altra. Dunque, c'è un errore di fondo, che è quello di pensare a un Dio come persona. In generale, conclude Spinoza, i finalisti commettono l'errore di confondere i mezzi con i fini. E fa un esempio celeberrimo, che è quello del Sole. Cosa pensa un finalista? Un finalista che Dio ci abbia messo il Sole lì dove sta per farci vivere. No, il Sole sta alla giusta distanza dalla Terra. Se fosse più vicino, bruceremmo e non ci sarebbe vita sulla Terra. Se fosse più lontano, saremmo ghiacciati e non ci sarebbe vita sulla Terra. Quindi il Sole è all'esatta distanza dalla Terra. E allora un finalista dice: "Vedete che grande opera fa Dio? Ci ha messo il Sole proprio lì, ce l'ha dato perché noi potessimo vivere e quindi il Sole è stato fatto per noi". Spinoza dice: "Non è vero. È esattamente il contrario. Noi esistiamo grazie al Sole, non è il Sole che esiste grazie a noi". Cioè, perché Spinoza dice: "Il Sole stava lì, la Terra per puro caso è finita per essere alla distanza giusta. Tanti altri pianeti sono a distanze sbagliate. Un pianeta era alla distanza giusta e lì, proprio perché era alla distanza giusta, si è sviluppata la vita e lì siamo arrivati noi. Ma non è che Dio ci ha dato il Sole perché ci amava, è che il Sole c'era già, la Terra c'era già, e noi siamo nati perché, per circostanze fortuite, eravamo alla giusta distanza". Ok? Quindi non è il Sole che è stato dato a noi, ma siamo noi che siamo nati grazie al Sole. È il rovesciamento della questione.
Attenzione, però. Avevo detto che il libro si intitola Etica ordine geometrico dimostrata e dovrebbe parlare di Etica, ma per ora abbiamo parlato solo di Dio, di natura, eccetera. E adesso parliamo di Etica, perché dopo a tutte queste premesse, Spinoza dice: "Adesso è il momento di parlare di come l'uomo deve vivere, se vuole cercare di essere felice e soprattutto cercare di capire come funziona l'uomo". In primo luogo, abbiamo capito che l'uomo fa parte della sostanza, è un modo finito della sostanza, come l'albero, come la telecamera, come ogni cosa di questo mondo. Ogni cosa di questo mondo è un modo finito della sostanza. Dunque, dice Spinoza, dal punto di vista etico, questo cosa vuol dire? Che l'uomo non è speciale. Tutti i filosofi hanno detto che l'uomo ha una posizione speciale nell'universo, diverso da tutte le altre cose, eccetera. Sbagliano. L'uomo è un elemento della natura esattamente come gli altri, come un albero, come il mare, come un libro, come una telecamera. Non c'è tutta questa grande differenza. No, certo, l'uomo ha magari l'attributo del pensiero, però è un elemento naturale come gli altri. Dunque, noi dovremmo studiare l'uomo dal punto di vista etico come studiamo tutte le altre cose, cioè con un rigido geometrismo morale, dice Spinoza. Cioè, l'uomo va studiato come si studiano le figure geometriche, con sguardo scientifico, verrebbe da dire, con un linguaggio più moderno. Va studiato perché è un elemento della natura, perché come tutti gli altri elementi della natura subisce le leggi della natura, è soggetto alle stesse leggi. Ci sono delle leggi, quindi bisogna prima di tutto individuare le leggi del comportamento umano, che non sono poi così diverse dalle leggi della caduta dei gravi, eccetera. E poi capire, e questo è il punto più interessante, se queste leggi ci rendono schiavi o ci lasciano la libertà. Perché quando parliamo della natura, noi pensiamo a cose che non sono libere. La mia telecamera non è libera, la mia telecamera, se schiaccio il bottone, registra, non è che può decidere cosa fa. Noi, però, sembriamo più liberi della natura. E allora bisogna anche capire se l'uomo, che è un elemento della natura, ha una sua naturalità, è però anche in parte libero. Vediamo allora quali sono le leggi del comportamento umano. Ce n'è una fondamentale, secondo Spinoza, che riguardano non solo il comportamento dell'uomo, ma di ogni cosa della natura. Ogni aspetto della natura, dagli animali alle piante, le cose inanimate. Ogni cosa della natura tende a perseverare nel proprio essere, cioè tende ad autoconservarsi. Fa di tutto per autoconservazione. Questa, secondo Spinoza, è la legge della natura, è la legge di tutto, e anche dell'uomo. L'uomo ha questo, questa energia, possiamo chiamarla energia vitale, se vogliamo, più profonda di tutte le altre. E Spinoza questo sforzo di autoconservazione lo chiama con una parola latina, perché l'Etica è scritta in latino, che è diventata un po' il simbolo di questo concetto, che è la parola *conatus*. *Conatus*, che in italiano suona come un conato di vomito, in realtà vuol dire sforzo. Anche il conato è uno sforzo a vomitare, no? Ecco, *conatus* nel senso di sforzo. Ogni ente, ogni uomo in particolare, ogni essere umano tende, si sforza di perseverare nel proprio essere, di continuare a esistere. E questa è l'unica legge fondamentale della natura. Non esistono bene e male, o meglio, bene e male sono, secondo Spinoza, dei derivati di questa legge di natura. Cosa voglio dire? Che ogni uomo cerca di sopravvivere, ogni uomo cerca non solo di sopravvivere, ma di migliorare la propria esistenza, di sopravvivere meglio, di soddisfare il proprio *conatus*, e cerca di evitare di danneggiare questo *conatus*. Infatti, dice Spinoza, il *conatus* poi si concretizza in volontà, in cupidità, in azioni. Mh. In particolare, lui dice: esistono delle emozioni che noi proviamo quando il *conatus* viene soddisfatto, e delle emozioni che noi proviamo quando il *conatus* viene invece danneggiato, leso. Lui li chiama affetti primari. Quali sono gli affetti primari? In particolare due fondamentali, che sono gioia o letizia e tristezza. Cosa sono gioia e tristezza? Gioia è l'affetto primario che sentiamo quando il nostro *conatus* viene appagato, cioè quando sentiamo di passare da una minor perfezione a una maggior perfezione. La tristezza, al contrario, è la passione opposta, l'affetto primario opposto. La tristezza è l'affetto primario che proviamo quando sentiamo, ripassiamo, da una perfezione maggiore a una perfezione minore, cioè quando il nostro *conatus* viene frustrato. Facciamo un esempio per capirci. Poniamo che io vada a scuola, venga interrogato e prendo un bel voto. Allora, in quel momento, provo gioia. Mh. Benissimo, dice Spinoza, è esattamente una prova di quello che sto dicendo. Perché il tuo *conatus*, cioè la tua spinta a esistere, a conservarti, eccetera, sa bene, in fondo, fondo, che è un buon voto, ti fa tirare una boccata d'aria, ti fa star meglio. Se prendi un brutto voto, devi studiare il doppio, devi recuperare, eccetera, spendi un bel voto, sei a posto. Quindi il tuo *conatus* ambisce al bel voto, perché sa che il bel voto vuol dire avere più possibilità di sopravvivenza, molto banalmente. Anche nella vita quotidiana, no? Bene, un bel voto ti fa passare da una perfezione minore a una perfezione maggiore, perché il tuo status di, diciamo, appagamento del *conatus*, cioè il tuo status di sicurezza, migliora con un bel voto, e quindi provi gioia. Vi ho detto, la gioia è l'affetto che si prova quando si passa da una perfezione minore a una perfezione maggiore. Poniamo invece...
Che trovare a scuola venga interrogata.
Però, quattro tristezza. E in effetti, sì, tristezza. È l'affetto primario che proviamo quando passiamo da una perfezione maggiore a una perfezione minore. Stavamo meglio prima. Dal punto di vista della conservazione, dell'autoconservazione, un brutto voto ci dice: "Ah, i miei mi mi rimprovererà, dovrò studiare di più, rischio di essere bocciato, eccetera, eccetera, eccetera." Quindi peggioriamo la nostra condizione.
Quindi, gioia e tristezza sono affetti primari che derivano dal da come il nostro conatus viene o appagato o frustrato. Ma attenzione, anche bene o male derivano da questo. Secondo Spinoza, noi chiamiamo bene ciò che appaga il nostro conatus e chiamiamo male ciò che danneggia il nostro conatus. Cioè, ad esempio, perché diciamo che è bene prendere dei bei voti? Non perché abbiamo dei valori morali forti che ci dicono: "Questo è bene", e allora tu studi per avere un bel voto. No, dice Spinoza, è esattamente il contrario. Noi vediamo che prendere un bel voto ci fa star meglio e quindi diciamo, chiamiamo bene questa cosa che ci fa star meglio e chiamiamo male quello che ci fa star peggio. Quindi, i valori morali, secondo Spinoza, non danno le regole di comportamento, ma derivano dal comportamento, derivano dal conatus.
Alla fine, l'unica legge fondamentale è il conatus. È chiaro che questo vuol dire anche che i concetti di bene e male sono relativi. Mh, dipendono dalle circostanze. In certe circostanze, eh, poniamo che poniamo un 6 e mezzo come voto all'interrogazione. Un 6 e mezzo è un bel voto o un brutto voto? Eh, dipende. Dipende da quello a cui sei abituato. Vi ho detto che la gioia si prova quando si passa da una minor perfezione a una maggior perfezione. Se io sono abituato a prendere sempre cinque, il 6 e mezzo è un grandissimo voto e quindi sono felicissimo, provo gioia e dico: "Quello lì è il bene, è il vero bene, 6 e mezzo." Se io sono abituato a prendere sempre nove, il 6 e mezzo, invece, è un abbassamento del mio standard e quindi provo tristezza e dico: "Quello lì è il male." Capite? Bene e male diventano concetti relativi.
Ma non solo gioia e tristezza. Detto sono i due affetti primari. Perché esistono anche degli affetti secondari, cioè degli affetti che derivano da bene e male, cioè meglio, scusate, che derivano da gioia e tristezza. Pensiamo, ad esempio, all'amore e all'odio. Cos'è l'amore? L'amore è una gioia che proviamo che la cui causa, però, l'attribuiamo a una persona esterna. Cioè, ad esempio, quand'è che dico: "Provo amore"? Quando vedo una certa persona di cui sono innamorato e mi sento bene, mi sento in gioia, mi sento felice, sento che la mia condizione migliora e so che è per merito suo. Allora l'amore cos'è? È una forma di gioia, quindi l'elemento base è sempre la gioia. Però è una gioia un po' particolare, è una gioia che provo quando dico: "È stato merito suo." E quindi amore. L'odio cos'è? È una tristezza che provo quando attribuisco la causa di questa tristezza a una persona. È una forma di tristezza, certo. Quindi l'elemento base, l'affetto primario, è la tristezza. Ma è una tristezza che arriva in certe circostanze, quando vedo una persona e dico: "È colpa sua."
Che cos'è la speranza? È una gioia che provo quando mi aspetto di migliorare la mia condizione. Quindi è una gioia, però in certe circostanze. La paura cos'è? È una tristezza che provo per paura di peggiorare. Capite? Quindi esistono due affetti primari: gioia e tristezza, da cui derivano tutti gli altri. Tutte le sensazioni, le le emozioni, le passioni che proviamo sono forme miste, un po' elaborate, di gioia e di tristezza, che sono quindi le basi.
Ora, come vedete da quello che abbiamo detto, secondo Spinoza, queste emozioni sono leggi di natura. Cioè, noi proviamo queste emozioni non perché vogliamo provarle. Stiamo affrontando il problema della libertà adesso, no? Ad esempio, prendo un brutto voto e provo tristezza. Io quella tristezza non l'ho voluta, non l'ho desiderata, non di essere triste. Non è un atto libero. La tristezza che provo, come la gioia che provo quando prendo un bel voto, non l'ho decisa. La provo e basta. Spinoza ci sta facendo notare che questi sono elementi naturali. Come un albero non può fare a meno di tendere verso il sole, così non possiamo fare a meno di provare gioia, tristezza, a seconda delle circostanze, quando sentiamo che il nostro conatus viene appagato oppure no. Come non possiamo fare a meno di cercare di appagare il nostro conatus, è una forza di natura. E in questo noi siamo elementi della natura e quindi non siamo liberi.
C'è un famoso esempio di Spinoza che dice: "Un bambino, un neonato, non è libero di decidere di aver voglia del latte. Ha voglia del latte e non è che lo decide. Non è un atto di libertà. Oggi ho voglia il latte." Vuole il latte, crede di essere libero, ma non è libero. Come noi, quando prendiamo un brutto voto o quando qualcuno ci offende, ci arrabbiamo. Crediamo di essere liberi, ma non siamo liberi. Dipende da come siamo fatti. Se siamo personaggi, persone focose, cioè che ci arrabbiamo facilmente, è un esempio sempre di Spinoza, e uno ci offende, noi ci arrabbiamo e non siamo liberi di non arrabbiarci. La rabbia ci monta. È una sensazione che non possiamo impedire, che ci viene da sola. Magari vorremmo non arrabbiarci, ma ci sentiamo una rabbia dentro. Quante volte accade che non vorremmo provare una certa sensazione e però la proviamo lo stesso? Ecco, da quel punto di vista lì, dice Spinoza, non siamo liberi. Cioè, non abbiamo il libero arbitrio. Non siamo in grado di decidere cosa provare, perché le sensazioni, le emozioni ci arrivano addosso. Non decidiamo noi di essere tristi, non decidiamo noi di essere arrabbiati, non decidiamo noi di essere gioiosi, non decidiamo noi di essere innamorati, eccetera.
Bene, quindi non abbiamo il libero arbitrio. Sembra una cosa provocatoria, ma Spinoza ne è convinto. Però, attenzione, non abbiamo il libero arbitrio perché il conatus è una forza di natura e ci condiziona. Ma l'uomo ha questa caratteristica: di Spinoza, non può decidere di essere innamorato, non può decidere di essere arrabbiato, eccetera, ma può decidere come agire. Cioè, io, uno mi offende, sono un personaggio focoso, mi monta la rabbia, ma a quel punto posso decidere come gestire questa rabbia. La rabbia ce l'ho, è inevitabile che io ce l'abbia, però posso decidere di non dare un pugno all'altro. Magari la rabbia mi dice: "Dagli un pugno, dagli un pugno." Io posso cercare di contenere questa rabbia e di sfogarla in altro modo. Posso innamorarmi di una persona, magari una persona con cui non posso stare. Di essere innamorato non posso evitarlo, ma posso decidere di reprimere questo amore o di direzionarlo in un altro modo, o di sfogarlo in un altro modo ancora. Posso decidere io come comportarmi. Ecco, la caratteristica dell'uomo è questa: che non è libero di volere, non è libero di decidere cosa vuole, ma è libero di decidere come gestire questa volontà, come direzionare il proprio conatus. Dice Spinoza, questa è la grandezza dell'uomo, in fondo, che non è che per forza quello che prova lo deve subito sfogare. Può anche moderarlo, cambiarlo, gestirlo, eccetera.
E allora l'uomo saggio è l'uomo che impara a gestire il conatus, impara a gestire queste emozioni. Le emozioni arrivano per forza. Non c'è nulla di male, perché è naturale. Se provo dell'odio, è normale provare dell'odio. Se provo dell'amore, è normale provare l'amore. È natura. Noi siamo elementi della natura e non ha senso dire: "È una cattiva azione, una buona azione." Cattivo e buono sono valori relativi. No, da questo punto di vista, Spinoza critica le religioni che colpevolizzano chi desidera la donna ad altri, chi desidera la roba ad altri. Ma è un i comandamenti sono assurdi, secondo Spinoza, perché il desiderio della cosa ad altri o della donna ad altri può nascere e non ci puoi fare niente. Quello che puoi fare è evitare poi di agire in certi modi. Quindi, l'uomo morale, l'etica di Spinoza, è un'etica del direzionamento di queste emozioni. Le emozioni arrivano, bisogna imparare a gestirle, a gestirle nei migliori dei modi, cercando il piacere, cercando la gioia. Ad esempio, bisogna anche capire che mi può venir voglia di rubare una cosa, ma se rubo quella cosa, cosa accadrà poi? Mi cercherà, mi arresteranno, o mi sentirò in colpa, o questo o quello. E allora forse non rubare quella cosa è la cosa migliore da fare. Soffro un po' adesso, ma ottengo un piacere più grande dopo. Lo scopo è sempre il piacere, sempre la gioia. L'obiettivo della vita è la felicità, e la felicità deriva dal piacere, dalla gioia e dal dal conatus che si realizza. Ma bisogna usare saggezza, perché, ad esempio, rubare una mela mi può far dire: "Ok, appago il mio conatus, ho fame, appago il mio conatus." Ma per appagare il conatus adesso, rischio di danneggiarlo molto di più dopo, finendo in carcere, avendo mille problemi. Allora meglio rinunciare adesso per avere un vantaggio maggiore dopo. E quindi l'uomo saggio è quello che sa fare questi ragionamenti, che sa fare questi calcoli, che sa gestire il conatus.
E quindi Spinoza inizia a dare tutta una serie di regole di vita, come vivere e come non vivere. Regole di vita che finiscono quasi quasi per assomigliare anche alle regole della Bibbia. Alla fine, vi ho detto all'inizio che Spinoza critica un sacco di cose della Bibbia, ma dice anche che dal punto di vista morale, gli insegnamenti della Bibbia non sono poi così sbagliati. E lo conferma, perché dice, ad esempio: "Guardate l'odio. Se una persona ci odia, come reagiamo all'odio? Come dobbiamo reagire all'odio?" Beh, l'istinto ci direbbe: "Beh, ci odia, ci fa sentire tristi perché ci odia, allora noi reagiamo con altro odio, picchiamo, litighiamo, eccetera." Ma lì, dice Spinoza, se ci ragioniamo a mente fredda, ci rendiamo conto che rispondere all'odio con l'odio non è una grande scelta, perché se Tizio ci odia e noi lo odiamo, gli facciamo dispetti, allora Tizio ci farà altri dispetti, noi ne faremo di più e lui ne farà di più ancora. Entriamo nel circolo vizioso, per cui alla fine si peggiora, si peggiora, si peggiora sempre. Se vuoi annullare l'odio, dice Spinoza, devi amare. L'odio si sconfigge solo con l'amore, perché l'odio si alimenta di altro odio. Se tu invece ami, l'odio si annulla. Se una persona ti offende e tu dimostri indifferenza o addirittura gli dici: "Grazie", questa persona poi non sa più cosa dire. E quindi l'unico modo per agire saggiamente davanti all'odio è l'amore, che sembra un precetto evangelico. Ma Spinoza non ce lo dice perché l'ha detto Dio. Che Dio non ci dice niente. Dice di fare così perché è più logico, perché è più razionale. Dobbiamo trovare i mezzi razionali per vivere bene.
Tutto questo porta Spinoza a trarre le conclusioni e riassumere tutto quello che abbiamo detto fino adesso in una teoria che è quella dei gradi della conoscenza. Dice Spinoza, esistono quando l'uomo cerca di capire il mondo tre livelli diversi, tre gradi di conoscenza del mondo, a cui corrispondono, tra l'altro, tre tipi di vita diversi. Il grado più basso, quello più superficiale, quello più elementare, è quello della percezione sensibile, cioè quando ci accontentiamo di conoscere quello che vediamo, ci accontentiamo dei sensi. È il grado più superficiale, perché in quel caso, quando ci accontentiamo solo del dato sensibile, non cogliamo l'unità delle cose. Io vedo tante cose, mi sembrano tutte separate tra loro, tutte diverse tra loro, tutte indipendenti l'una dall'altra. Non cogliamo l'unità. Allora, in questo livello, che è quello più elementare, in cui non troviamo i legami tra i fenomeni, viviamo una vita che è la vita più bassa, che è la vita meno meno importante, ed è quella della schiavitù delle passioni. Quando viviamo così superficialmente, noi sentiamo le passioni che ci emergono: l'odio, l'amore, eccetera, ma non capiamo un perché e non sappiamo governarle. E quindi, quando ci viene l'odio, rispondiamo all'odio con l'odio. Quando ci viene la rabbia, tiriamo i pugni. Quando ci innamoriamo, corriamo dentro la prima che passa. Ecco, in quel caso noi non non direzioniamo il conatus. Siamo schiavi del nostro conatus. Il conatus si dice A, B, C, si fa prendere da mille passioni. Noi corriamo dietro ad ogni cosa, perché abbiamo ancora uno sguardo molto superficiale, non riusciamo a elevarci al di sopra di questo primo livello, percezione sensibile.
Secondo livello, livello un po' più alto, è quello della ragione. Nel momento in cui ci accorgiamo che le cose che vediamo attorno a noi non sono così separate come sembravano, ma ci sono dei legami, i fenomeni stanno tra loro, hanno qualcosa in in comune, fanno parte di meccanismi, rapporti di causa-effetto. Quindi troviamo che il mondo, effettivamente, è fatto di collegamenti. E allora l'uomo che inizia a vedere le cose in questo modo, non vive più come uno schiavo delle passioni, ma vive secondo ragione. Cioè, inizia a direzionare il conatus. Sento un'emozione, mi dice: "Ma vale la pena di soddisfarla adesso? È meglio che faccia altre cose." La rabbia che ho verso questa persona, vale la pena di dargli un pugno? È meglio che vada a farmi una partita a calcio e mi sfoghi in maniera diversa, o vada in palestra e mi sfoghi in maniera diversa? Ecco, l'uomo che vive secondo ragione fa questi ragionamenti, usa la ragione per guidare il conatus e così facendo raggiunge una maggior felicità, riesce a essere un po' più felice dell'uomo che vive secondo le passioni, che ovviamente è infelice. Quindi, ripeto: vita secondo passioni, schiavo delle passioni, del più basso. Vita secondo ragione, il livello secondo, più alto.
Ma c'è anche un terzo livello, più alto ancora, ed è il livello, punto d'arrivo di tutta la la filosofia spinoziana, è quello della conoscenza intuitiva. Cioè, dopo aver visto che le cose sono collegate, io posso anche intuire, non più con la ragione, ma facendo un salto, posso intuire che non solo le cose sono legate tra loro, ma che il tutto è un'unica cosa. C'è un legame necessario tra tutto, che c'è questa sostanza di cui tutto fa parte. Anche io, non sono solo legato all'animale, alla pianta, alla telecamera, ma io e la telecamera siamo la stessa cosa. Siamo parte di questa sostanza, di un ente necessario, che tutto ciò che avviene è necessario. Vuol dire anche, eh, quello che avviene, se mi ammalo, è perché così è nella natura delle cose. Se io muoio, è perché così è nella natura delle cose. Muoio io, muoiono le piante, muoiono le montagne, tutto è soggetto al divenire, tutto cambia continuamente, e non c'è un bene o un male, non c'è un prima o un dopo. Tutte le cose sono interconnesse e quindi le cose che accadono a me, non è che accadono a me perché io sono speciale, accadono a me come accadono ad ogni cosa. Ecco, la consapevolezza di far parte di un tutto necessario, in cui le cose accadono perché accadono, è quello che ci porta alla vita più alta, la forma di vita più alta, che non è più la vita secondo ragione, ma è quello che Spinoza chiama l'amore intellettuale di Dio. Io amo Dio, ma Dio in che senso? Non il Dio cristiano, non il Dio ebreo. Amo Dio nel senso, amo il tutto, amo l'infinito, amo la sostanza, amo la natura, amo il fatto, amo il destino. Cioè, rendo conto che io non sono niente in questo universo, io sono un granello di sabbia in questo universo, ma ne faccio parte. E quindi i miei mali, le mie passioni, i miei dolori, le mie speranze, le mie aspirazioni sono poca cosa, sono un elemento della natura, uno tra miliardi di miliardi di miliardi di altri. E se riesco ad amare tutto questo, se riesco ad accettare questa realtà, dove tutte le cose accadono secondo leggi che non hanno un fine, uno scopo, ma accadono, allora so accettare anche la mia vita. E allora vivo veramente felice, perché ho trovato quell'equilibrio col mondo, col cosmo, col creato, che mi fa dire: "Sono parte di questo mondo, sono parte di questo Dio, e accetto tutto quello che mi capita."
Ecco, questo era quello che sostanzialmente volevo dirvi per riassumervi Spinoza e la sua filosofia. Come avete visto, una filosofia sicuramente molto avanti nei quei tempi, rispetto al Seicento. La filosofia razionalista, che riprende comunque l'impostazione cartesiana, che riprende l'idea della sostanza, che riprende un modello di filosofare che è geometrico, come aveva fatto anche il Cartesio, vi ricordate che il metodo cartesiano era un metodo geometrico. Anche Spinoza sposa questa linea, come la sposa anche Hobbes, come la sposarono in molti nel Seicento. L'idea è che la geometria sia la forma di conoscenza più alta e ci permetta non solo di conoscere gli elementi geometrici, ma forse col suo metodo possa essere applicato anche alla vita concreta. E però, quindi, un'impostazione, ripeto, razionalistica. Spinoza non va a fare esperimenti, non va a fare osservazioni empiriche, ragiona e basta. E però, con questi ragionamenti, ritiene di aver trovato una via per la felicità dell'uomo, una via completamente agli antipodi alle modalità dominanti nell'epoca, che rifiuta ogni religione rivelata, che rifiuta ogni religione in cui Dio è un elemento antropomorfo, che rinuncia a ogni trascendenza, perché non esiste un altro mondo, non esiste un'altra realtà, non esiste un altro Dio, non esiste nessun paradiso, nessun inferno, niente di tutto questo. Esiste solo la nostra realtà, che è infinita, che è la sostanza, che siamo noi, in fondo, è l'unione di tutto quello che abbiamo. Noi siamo qui, siamo questo, e l'unica forma di felicità che si può raggiungere è la consapevolezza di questo tutto di cui facciamo parte. All'inizio abbiamo detto che gli uomini non sono felici perché si fanno prendere da mille passioni, dalla ricchezza, dagli onori, da cose di questo genere, dall'importanza, eccetera. Tutto sbagliato, perché l'unica forma di felicità vera è la consapevolezza del proprio ruolo, il sapere dove si sta, il sapere di far parte di un mondo di questo tipo. Se noi troviamo quell'equilibrio, secondo Spinoza, e se riusciamo a, diciamo così, governare il conatus, la legge di natura che ci condiziona e da cui non possiamo scappare, riusciamo a essere felici, riusciamo a trovare un amor fati, come lo definirà poi Nietzsche, in questo abbastanza vicino a Spinoza, un amore per il destino, per quello che accade, per quello che è, per la realtà in sé, che ci porta alla felicità.
Spinoza venne perseguitato tutta la vita, venne scomunicato, lo accoltellarono anche una volta. Eh, certo, ebbe vita difficile a sostenere queste tesi nel Seicento. Le avrebbe avute anche probabilmente nell'Ottocento e forse anche in parte Novecento. Ma verrà molto ripreso, eh. Spinoza, pur essendo poco conosciuto nel Seicento, verrà riscoperto nell'Ottocento, soprattutto dagli idealisti, soprattutto da personaggi come Hegel, in particolare, che si ficca e altri, che saranno fortemente debitori rispetto a Spinoza. Poi cambieranno anche alcuni aspetti, alcune cose, ma l'idea di un tutto infinito e di cui noi siamo parte, di cui noi elementi finiti siamo solo un frammento, questa ritornerà all'interno del Romanticismo, all'interno dell'idealismo, e poi studiata ancora oggi. E con questo, direi che abbiamo detto davvero tutto. Vi ricordo, come sempre, che in descrizione trovate la playlist con tutto Spinoza spiegato in maniera più diffusa e altri link, playlist principali, eccetera, eccetera, eccetera. E anche i modi per rimanere in contatto col canale tramite social network e soprattutto tramite la newsletter settimanale e gratuita, che vi consiglio caldamente, in sempre in descrizione trovate anche i modi per sostenere questo progetto. Se vi piace quello che faccio e volete farlo sempre meglio, potete darmi una mano in molte modalità, tramite video corsi, tramite libri che comprate per voi, ma ci date una mano anche a noi, tramite merchandising, tramite donazioni, oppure tramite, soprattutto, l'abbonamento al canale YouTube. È un modo per sostenere il progetto mese dopo mese, con pochissimi euro anche potete farlo. E in cambio avete anche dei vantaggi esclusivi, ad esempio, potete avere anche la possibilità di suggerire, di votare nei prossimi video, tipo video tipo questi, se ne avete bisogno. Lì si passa, oppure anche le dispense di filosofia, a seconda del pacchetto che scegliete, ci sono e vengono date, insomma, dateci un'occhiata. Spero di essere stato entro l'ora esatta, e se no, avrò sbagliato di un minuto in più, un minuto in meno, ma più o meno ci siamo. Qui il cronometro che tiene conto di ogni segmento di lezione, ci siamo. Ci vediamo presto per altri video di filosofia, storia, educazione civica, ogni tanto anche questi video, questo format di grandi filosofi o grandi fasi storiche in un'ora. Ciao, alla prossima. [Musica]