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IL GIORNO DELLA CIVETTA -Leonardo Sciascia - Audiolibro letto da Andrea Arcoraci

Andrea Arcoraci Audiolibri3:33:37

Transcription

L'autobus stava per partire. Rombava sordo, con improvvisi raschi e singulti. La piazza era silenziosa nel grigio dell'alba. Sfilacce di nebbia ai campanili della matrice. Solo il rombo dell'autobus e la voce del venditore di panelle. Panelle calde e panelle! Implorante, ironica.

Il bigliettaio chiuse lo sportello. L'autobus si mosse con un rumore di sfascione. L'ultimo occhiata che il bigliettaio girò sulla piazza colse l'uomo vestito di scuro che veniva correndo. E il bigliettaio disse all'autista: "Un momento!" e aprì lo sportello, mentre l'autobus ancora si muoveva.

Si sentirono due colpi squarciati. L'uomo vestito di scuro, che stava per saltare sul predellino, restò un attimo sospeso, come tirato su per i capelli da una mano invisibile. Gli cadde la cartella di mano e sulla cartella lentamente si affloscio. Il bigliettaio bestemmiò. La faccia gli era diventata colore di solfo. Tremava.

Il venditore di panelle, che era tre metri dell'uomo caduto, muovendosi come un granchio, cominciò ad allontanarsi verso la porta della chiesa. Nell'autobus nessuno si mosse. L'autista era come impietrito, la destra sulla leva del freno e la sinistra sul volante. Il bigliettaio guardò tutte quelle facce che sembravano facce di ciechi, senza sguardo.

"Dicono l'hanno ammazzato," disse. Si levò il berretto e freneticamente cominciò a passarsi la mano tra i capelli. Bestemmiò ancora. "E i carabinieri?" disse l'autista. "Bisogna chiamare i Carabinieri." Si alzò ad aprire lo sportello. "Ci vado," disse al bigliettaio.

[Musica]

Il bigliettaio guardava il morto e poi i viaggiatori. C'erano anche donne sull'autobus, vecchie che ogni mattina portavano i sacchi di tela bianca pesantissimi e ceste piene di uova. Le loro vesti stringevano odore di trigonella, di stallatico, di legna bruciata. Di solito le stimavano, imprecavano. Ora stavano in silenzio, le facce come dissepolte da un silenzio di secoli.

"Chi è?" domandò il bigliettaio, indicando il morto. Nessuno rispose. Il bigliettaio bestemmiò. Era un bestemmiatore di fama tra i viaggiatori di quella autolinea. Bestemmiava con estro. Già gli avevano minacciato il licenziamento, che tale era il suo vizio. La bestemmia, da non far caso alla presenza di preti e monache sull'autobus, era della provincia di Siracusa e in fatto di morti ammazzati aveva poca pratica. Una stupida provincia, quella di Siracusa. Perciò, con più furore del solito, bestemmiava.

Venne il maresciallo nero di barba e di sonno. L'apparire dei carabinieri squillò come allarme nell'etargo dei viaggiatori e, dietro al bigliettaio, dall'altro sportello che l'autista aveva lasciato aperto, cominciarono a scendere in apparente indolenza, voltandosi indietro come a cercare la distanza giusta per ammirare i campanili. Si allontanavano verso i margini della piazza e, dopo un ultimo sguardo, svicolavano di quella lenta raggiera di fuga.

Il maresciallo ai carabinieri non si accorgevano. Intorno al morto stavano ora una cinquantina di persone, gli operai di un cantiere scuola, i quali non pareva vero di aver trovato un argomento così grosso da trascinare nell'ozio delle otto ore. Il maresciallo ordinò ai carabinieri di fare sgomberare la piazza e di far risalire i viaggiatori sull'autobus. I carabinieri cominciarono a spingere i curiosi verso le strade che intorno alla piazza si aprivano. Spingevano e chiedevano ai viaggiatori di andare a riprendere il loro posto sull'autobus.

Quando la piazza fu vuota, vuoto era anche l'autobus. Solo l'autista, il bigliettaio restavano. "E che?" domandò il maresciallo all'autista. "Non viaggiava nessuno oggi?"

"Qualcuno c'era," rispose l'autista con faccia smemorata.

"Qualcuno," disse il maresciallo. "Vuol dire quattro, cinque, sei persone. Io non ho mai visto questo autobus partire che ci fosse un solo posto vuoto."

"Non lo so," disse l'autista, tutto spremuto nello sforzo di ricordare. "Non so. Qualcuno, dico così per dire. Certo, non erano cinque o sei. Erano di più. Forse l'autobus era pieno e non guardo mai la gente che c'è. Mi infilo al mio posto e via. Sono lasciata guardo, mi pagano per guardare la strada."

Il maresciallo si passò sulla faccia una mano stirata dai nervi. "Ho capito," disse. "Tu guardi solo la strada. Ma tu..." e si voltò inferocito verso il bigliettaio. "Tu stacchi biglietti, prendi i soldi, dai il resto, conti le persone, le guardi in faccia. E se non vuoi che te ne faccia ricordare in camera di sicurezza, devi dirmi subito che c'era sull'autobus almeno dieci nomi. Devi farmeli. Da tre anni che fai questa linea, da tre anni ti vedo ogni sera al Caffè Italia e il paese lo conosci meglio di me. Meglio di lei."

"Il paese non può conoscerlo nessuno," disse il bigliettaio, sorridendo come a schermirsi da un complimento.

"E va bene," disse il maresciallo, sognando. "Prima io e poi tu. Va bene. Ma io sull'autobus non c'ero. Che ricorderei uno per uno i viaggiatori che c'erano. Dunque tocca a te. Almeno dieci devi nominarmeli."

"Non mi ricordo," disse il bigliettaio. "Sull'anima di mia madre, non mi ricordo. In questo momento di niente. Mi ricordo, mi pare che sto sognando."

"Ti sveglio io, ti sveglio!" si infuria il maresciallo. "Con un paio d'anni di galera ti sveglio!" Ma si interruppe per andare incontro al pretore che veniva. E mentre al pretore riferiva sulle indagini del morto e la fuga dei viaggiatori, guardando l'autobus, ebbe il senso che qualcosa stesse fuori posto, mancasse, come quando una cosa viene improvvisamente a mancare alle nostre abitudini, una cosa che per uso consuetudine si ferma ai nostri sensi e non più arriva alla mente, ma la sua assenza genera un piccolo vuoto, smarrimento, come una intermittenza di luce che ci esaspera, finché la cosa che cerchiamo di colpo nella mente si rapprende.

"Manca qualcosa," disse il maresciallo al carabiniere Esposito, che col diploma di ragioniere che aveva era la colonna della stazione Carabinieri di S. "Manca qualcosa o qualcuno."

"Il panellaro," disse il carabiniere Esposito.

"Per Dio!" esultò il maresciallo. E pensò: "Delle scuole patrie! Non lo davano al primo venuto il diploma di ragioniere." Un carabiniere fu mandato di corsa a chiappare il panellaro. Sapeva dove trovarlo, che di solito, dopo la partenza del primo autobus, andava a vendere le panelle calde nell'atrio delle scuole elementari.

Dieci minuti dopo il maresciallo aveva davanti il venditore di panelle, la faccia di un uomo sorpreso nel sonno più innocente. "C'era?" domandò il maresciallo al bigliettaio, indicando il panellaro.

"C'era," disse il bigliettaio, guardandosi una scarpa.

"Dunque," disse con paterna dolcezza il maresciallo. "Tu stamattina, come al solito, sei venuto a vendere qui le panelle. Il primo autobus per Palermo."

"Come al solito. Ho la licenza," disse il panellaro.

"Lo so," disse il maresciallo, alzando al cielo gli occhi che invocavano pazienza. "Lo so e non me ne importa della licenza. Voglio sapere una cosa sola. Me la dici e ti lascio subito andare a vendere le panelle ai ragazzi. Chi ha sparato?"

"Perché?" domandò il panellaro, meravigliato e curioso.

"Hanno sparato. Sì, alle 6:30, dall'angolo di via Cavour. Due colpi al lupara. Forse da un calibro 12, forse una schioppetta a canne legate, di quelle che stavano sull'autobus. Nessuno ha visto niente. Un lavoro da cani per sapere che c'era sull'autobus. Quando io sono arrivato, si erano già squagliate. Uno che vende panelle si è ricordato, ma dopo due ore, di aver visto all'angolo di via Cavour, Piazza Garibaldi, qualcosa come un sacco di carbone appoggiato al cantone della chiesa. E da quel sacco di carbone sono venuti due lampi."

Così dice e ha fatto promissione a Santa Fara di un tomolo di ceci che per miracolo non è stato in piombato. Dice vicino come l'avversario. Il bigliettaio non ha visto nemmeno il sacco di carbone. I viaggiatori, quelli seduti sul lato destro, dicono che i vetri dei finestrini parevano passati a smeriglio, tanto erano appannati. E forse è vero.

"Sì, presidente di una cooperativa edilizia. Una piccola cooperativa. Pare non abbia mai preso appalti per un importo superiore ai 20 milioni. Piccoli lotti di case popolari, fognature, strade interne. Salvatore con la Sberna, colasberna, faceva il muratore. Dieci anni addietro ha messo sulla cooperativa insieme a due fratelli suoi e a quattro o cinque altri muratori del paese. Dirigeva i lavori anche se figurava un geometra come direttore e teneva l'amministrazione. Tirava avanti alla meglio. Si accontentavano lui e i soci anche di un guadagno piccolo, come se lavorassero a salario. No, non pare facessero di quei lavori che alle prime piogge squagliano. Ho visto una casa colonica nuova nuova sfondata come una scatola di cartone perché una vacca vi si era alla spada contro. No, non l'aveva costruita l'impresa Smiroldo, una grande impresa di costruzioni. Una casa colonica sfondata da una vacca. Con la Sberna mi dicono faceva cose solide. E veramente c'è qui la via Madonna di Fatima, fatta dalla cooperativa sua, che con tutti gli autocarri che vi passano non si è abbassata di un centimetro. E ci sono altre strade fatte da imprese più grosse che dopo un anno sembrano grotte di cammello."

"Aveva precedenti penali?"

"Sì, nel 1940. Ecco, 1940, 3 novembre del '40. Viaggiava in autobus. A quanto pare, gli autobus erano l'agliettatura sua. E si parlava della guerra che avevamo attaccato in Grecia. Uno dice: 'Entro 15 giorni ce la succhiano', voleva dire la Grecia. E con la Sberna fece e che è un uovo sull'autobus. C'era un milite e lo denunciò."

"Ma scusate, voi mi avete chiesto se aveva precedenti penali. Io, con le carte in mano, vi dico: li aveva. Va bene. Non aveva precedenti penali fascista? Io, ma io quando vedo il fascio faccio gli scongiuri. Sì, signore."

"E agli ordini," attaccò il telefono alla forcella. Con esasperata delicatezza si passò il fazzoletto sulla fronte. "Questo qui ha fatto il partigiano," disse. "Mi mancava a provare proprio uno che ha fatto il partigiano."

I due fratelli con la Sberna e gli altri soci della cooperativa edilizia Santa Fara aspettavano l'arrivo del Capitano. Stavano seduti in file, vestiti di nero, e i due fratelli con neri scialli spugnosi, la barba lunga e gli occhi arrossati, aspettavano in una sala della stazione dei Carabinieri di S. Immobili, gli occhi fissi ad un bersaglio colorato dipinto sul muro e alla scritta che diceva: "Luogo per scaricare le armi". Bruciavano di vergogna per il luogo in cui si trovavano e per l'attesa. Niente è la morte in confronto alla vergogna.

Lontana da loro, seduta in punta alla sedia, stava una donna giovane. Era arrivata dopo di loro. Voleva parlare col maresciallo. "Così disse al piantone." Il piantone disse che il maresciallo aveva da fare, stava per arrivare il capitano e aveva da fare. "Lei disse: 'Aspetterò'," e sedette sull'orlo della sedia, le mani che facevano venire il nervoso a guardargli le, tanto le muoveva.

La conoscevano di vista. Era la moglie di un putatore che non era del paese. Dal vicino paese di B era venuto dopo la guerra a stabilirsi a S, dove si era sposato e tra la dote della moglie e il lavoro era considerato nel paese povero un benestante. I soci della Cooperativa Santa Fara pensavano: "Avrà litigato col marito e viene a ricorrere". Ed era l'unico pensiero in cui della vergogna che sentivano si distraessero.

Si sentì un'automobile arrivare nel cortile e spegnersi. Poi scatti di tacchi lungo il corridoio e il capitano entrò nella sala dove gli uomini aspettavano, mentre il maresciallo apriva la porta del suo ufficio e si irrigidiva nel saluto, con la testa così alta che pareva volesse scrutare il soffitto. Il capitano era giovane, alto e di colorito chiaro. Dalle prime parole che disse, i soci della Santa Fara pensarono: "Continentale!" con sollievo e disprezzo insieme. "E continentali sono gentili, ma non capiscono niente."

"Nuovo in fila," si dettero davanti alla scrivania nell'ufficio del Maresciallo. Il capitano seduto sulla sedia braccioli che era del Maresciallo e il maresciallo in piedi e di lato. Seduto davanti alla macchina da scrivere c'era il carabiniere Esposito. Aveva una faccia infantile il carabiniere Esposito. Ma i fratelli colasberna e i loro soci alla sua presenza ebbero mortale inquietudine. Il terrore della spietata inquisizione della nera semenza della scrittura bianca. "Campagna nera semenza. L'uomo che la fa sempre, lo pensa," dice l'indovinello della scrittura.

Il capitano disse parole di condoglianze e si scusò per averli convocati in caserma e per il ritardo. Pensarono: "Ancora continentale! Quanto sono educati continentali!" Ma non perdevano di vista il carabiniere Esposito, che stava con le dita lievemente posate sui tasti della macchina, quieto ed intento come il cacciatore che il dito sul grilletto attende la lepre al chiaro di luna.

"E curioso," disse il capitano, come continuasse un discorso interrotto. "Come da queste parti ci si sfoghi in lettere anonime. Nessuno parla, ma per nostra fortuna, dico di noi Carabinieri, tutti scrivono. Dimenticano di firmare, ma scrivono. Ad ogni omicidio, ad ogni furto, ecco una decina di lettere anonime sul mio tavolo. Ed anche delle liti di famiglia e dei fallimenti dolosi. Mi scrivono e degli amori dei Carabinieri." Sorrise al Maresciallo, forse alludendo, pensarono i soci della Santa Fara, al fatto che il carabiniere Savarino faceva l'amore con la figlia del tabaccaio Palizzolo. Tutto il paese lo sapeva e si prevedeva prossimo il trasferimento di Savarino.

"Per il caso con la Sberna," continuò il capitano, "ho ricevuto già cinque lettere anonime per un fatto accaduto l'altro ieri. È un buon numero e ne arriveranno altre. Con la Sberna è stato ucciso per gelosia, dice un anonimo, e mette il nome del marito geloso."

"Cose da pazzi," disse Giuseppe colasberna.

"Lo dico anch'io," disse il capitano e continuò. "È stato ucciso per errore, secondo un altro, perché somigliava a un certo Perricone, individuo che a giudizio dell'informatore anonimo avrà presto il piombo che gli spetta."

I soci, con rapida occhiata, si consultarono. "Può essere," disse Giuseppe colasberna.

"Non può essere," disse il capitano. "Perché il Perricone, di cui parla la lettera, ha avuto il passaporto 15 giorni a dietro e in questo momento si trova Liegi, nel Belgio. Voi, forse, non lo sapevate. E certo non lo sapeva l'autore della lettera anonima. Ma ad uno che avesse avuto l'intenzione di farlo fuori, questo fatto non poteva sfuggire. Non vi dico di altre informazioni ancora più insensate di questa. Ma ce n'è una che vi prego di considerare bene, perché a mio parere ci offre la traccia buona: il vostro lavoro, la concorrenza, gli appalti. Ecco dove bisogna cercare."

Altra rapida occhiata di consultazione. "Non può essere," disse Giuseppe colasberna.

"Sì che può essere," disse il capitano, "e vi dirò come e perché. A parte il vostro caso, ho molte informazioni sicure sulla faccenda degli appalti. Soltanto informazioni, purtroppo, che se avessi delle prove. Ammettiamo che in questa zona, in questa provincia, operino 10 ditte appaltatrici. Ogni ditta ha le sue macchine, i suoi materiali, cose che di notte restano lungo le strade o vicino ai cantieri di costruzione. E le macchine sono cose delicate, basta tirar fuori un pezzo, magari una sola vite, e ci vogliono ore e giorni per rimetterla in funzione. E i materiali, nafta, catrame, armature. Ci vuole poco a farli sparire o a bruciarli sul posto. Vero è che vicino al materiale, alle macchine, spesso c'è la baracchetta con uno o due operai che vi dormono. Ma gli operai, per l'appunto, dormono. E c'è gente, invece, voi mi capite, che non dorme mai. Non è naturale rivolgersi a questa gente che non dorme per avere protezione? Tanto più che la protezione vi è stata subito offerta. E se avete commesso l'imprudenza di rifiutarla, qualche fatto è accaduto che abbia persuasa ad accettarla. Si capisce che ci sono i testardi, quelli che dicono di no, che non la vogliono, e nemmeno con il coltello alla gola si rassegnerebbero ad accettarla. Voi, a quanto pare, siete dei testardi. O soltanto Salvatore lo era."

"Di queste cose noi non sappiamo niente," disse Giuseppe colasberna. Gli altri, con facce stralunate, annuirono.

"Può darsi," disse il capitano. "Può darsi, ma non ho ancora finito. Ci sono dunque 10 ditte e 9 accettano o chiedono protezione. Ma sarebbe un'associazione ben misera. Voi capite di quale associazione parlo. Se dovesse limitarsi solo al compito e al guadagno di quella che voi chiamate guardiani, la protezione che l'associazione offre è molto più vasta. Ottiene per voi, per le ditte che accettano protezione, regolamentazione degli appalti all'esecuzione privata, vi dà informazioni preziose per concorrere a quelli con asta pubblica, vi aiuta al momento del collaudo, vi tiene buoni gli operai. Si capisce che se 9 ditte hanno accettato protezione formando una specie di consorzio, la decima che rifiuta è una pecora nera. Non riesce a dare molto fastidio. È vero, ma il fatto stesso che esista è già una sfida, è un cattivo esempio. E allora, con le buone o con le brusche, bisogna costringerla ad entrare nel gioco o ad uscirne per sempre, annientandola."

Giuseppe colasberna disse: "Non le ho mai sentite queste cose." E il fratello e i soci fecero mimica di approvazione.

"Ammettiamo," continuò il capitano, "come se non avesse sentito, che la vostra cooperativa, la Santa Fara, sia la pecora nera della zona, quella che non vuole entrare nel gioco, che fa onestamente i suoi conti sui bandi d'appalto e si presenta a concorrere senza protezione e qualche volta, specie nel sistema del massimo e minimo, riesce a fare l'offerta giusta, appunto perché ha fatto onestamente i conti. Una persona di rispetto, come dite voi, viene un giorno a fare un certo discorso a Salvatore colasberna, un discorso che dice e non dice, allusivo, indecifrabile come il rovescio di un ricamo, un groviglio di fili e di nodi e dall'altra parte si vedono le figure. Con la Sberna non vuole o non sa guardare il rovescio di quel discorso, è l'uomo di rispetto si offende. L'associazione passa all'azione. Un primo avvertimento, un piccolo deposito che va a fuoco, qualcosa di simile. Un secondo avvertimento, una pallottola che vi sfiora di sera, tardi, verso le 11, mentre state per rincasare."

I soci della Santa Fara eludevano lo sguardo del Capitano, si guardavano le mani e poi alzavano gli occhi al ritratto del Comandante dell'Arma, a quello del Presidente della Repubblica, al Crocifisso. Dopo una lunga pausa, il capitano colpì il centro della loro apprensione. "Mi pare che qualcosa di simile sia accaduto a vostro fratello," disse. "Sei mesi addietro, mentre rincasava verso le 11. Non è vero?"

"Non l'ho mai saputo," farfugliò Giuseppe.

"Non vogliono parlare," intervenne il maresciallo. "Anche se li levano di mezzo uno dopo l'altro, non parlano. Si contentano a farsi ammazzare."

Il capitano lo interruppe con un gesto. "E senti," disse. "C'è di là una donna che aspetta."

"Vado subito," disse il maresciallo, un po' mortificato.

"Non ho altro da dirvi," disse il capitano. "Io vi ho già detto molto e voi non avete niente da dirmi. Prima di andarvene, vorrei che ciascuno di voi scrivesse su questo foglio un nome e cognome, luogo e data di nascita e indirizzo."

"Io scrivo lento," disse Giuseppe colasberna. Gli altri dissero che anche loro scrivevano lentamente, con stento.

"Ma non importa," disse il capitano. "Abbiamo tempo." Accese una sigaretta e attentamente seguì la fatica dei soci della Santa Fara sul foglio. Scrivevano come se la penna pesasse quanto una perforatrice elettrica, come una perforatrice vibrante per l'incertezza e il tremito delle loro mani. Quando finirono, suonò per il piantone e il piantone entrò insieme al maresciallo. "Accompagna il signore," ordinò il capitano.

"Cristo, se sa trattare!" pensarono i soci. E per la gioia di essersela cavata quasi con niente, il quasi restava agganciata a quei loro pezzi di scrittura che il capitano aveva voluto. E per essere stati chiamati signori da un ufficiale dei Carabinieri, uscirono che avevano dimenticato il lutto che portavano e avevano voglia di correre come i ragazzi all'uscita della scuola.

Il capitano intanto andava confrontando la loro scrittura a quella della lettera anonima. Era convinto che uno di loro aveva scritto la lettera. E nonostante la innaturale inclinazione deformità, non c'era bisogno di un perito per constatare, nel confronto con le generalità che aveva scritto sul foglio, che era stato Giuseppe colasberna. L'indicazione che la lettera anonima forniva era dunque attendibile, sicura.

Il maresciallo non capiva perché il capitano stesse applicato a studiare quelle scritture. "È come spremere una cote, non ne esce niente," disse, alludendo ai fratelli colasberna e soci e a tutto il paese e alla Sicilia intera.

"Qualcosa si cava sempre," disse il capitano.

"Contento tu, contenti tutti," pensò il maresciallo, che nei suoi pensieri si prendeva lo sfizio di dare del tu anche al generale Lombardi.

"Quella donna," domandò il capitano, avviandosi per ripartire. "Il marito?"

"Se n'è andato l'altro ieri in campagna a potare e ancora non è tornato," disse il maresciallo. "Sarà rimasto a far tavolata in una masseria, un agnello grasso e vino, e si sarà gettato a dormire in una bandiera, ubriaco fradicio. Stasera torna, ci metto la testa per scommessa."

"L'altro ieri," disse il capitano. "Se fossi in te, mi metterei a cercarlo."

"Segno," si disse il maresciallo.

[Musica]

"Non mi piace," disse l'uomo vestito di nero, aveva la faccia di uno che ha i denti allegati per aver mangiato prugne acerbe, cotta dal sole ed espressiva di una misteriosa intelligenza. "È sempre con quella smorfia di disgusto."

"Non mi piace davvero. Ma anche l'altro, quello che c'era prima, non ti piaceva. E che dobbiamo cambiarne uno ogni 15 giorni?" disse sorridendo l'uomo biondo ed elegante che gli sedeva al lato. Anche lui siciliano, e soltanto nella struttura fisica e nei modi diverso dall'altro. Erano in un caffè di Roma, una sala tutta rosa e silenziosa, specchi, lampadari con grandi mazzi di fiori. Una guardarobiera bruna e formosa da sbucciare come un frutto. Di quel suo grembiule nero non da farglielo levare, pensavano l'uomo bruno e l'uomo biondo, da scucirglielo addosso.

"Quello non mi piaceva per la storia del porto d'armi," disse l'uomo bruno. "Prima di quello del porto d'armi, non ce n'era uno che non ti piaceva per la storia del confino."

"E che cosa da niente il confino! Non è cosa da niente. Lo so, ma per un verso, per l'altro, mai uno che ti vada a genio. Ma ora la cosa è diversa. Che un uomo simile stia dalle nostre parti dovrebbe pungere più alleghe. A me ha fatto il partigiano, con la fungaia di comunisti che abbiamo. Mandano uno che ha fatto il partigiano! Per forza le cose nostre devono andare a sfascio."

"Ma ti risulta che protegge i comunisti?"

"Gliene racconto solo una. Lei sa come vanno le zolfare in questo momento. Io maledico allora in cui mi sono messo in società con Scarantino nella zolfara che lei sa. Ci stiamo rovinando. Tutto il sangue mio, quel poco di capitale che avevo, la zolfara se lo sta mangiando."

"Dunque sei rovinato?" disse l'uomo biondo, incredulo e ironico.

"Se non sono completamente rovinato, lo debbo a lei e al governo che, per la verità, della crisi dello zolfo si prende preoccupazione. Se ne prende tanta che col denaro che tira fuori potrebbe pagare il salario agli operai al giusto e regolarmente, senza farli scendere nella zolfara. E forse sarebbe meglio."

"Dunque le cose vanno male e si capisce. Vanno male per tutti. Non è che lo scotto devo pagarlo solo io. Anche gli operai devono pagare la loro parte."

"E non hanno avuto salario per due settimane!"

"Per tre mesi," corresse l'altro, sorridendo. "Non ricordo con precisione. Ed ecco che mi fanno la protesta. Fischi davanti casa mia, parolacce che non ti dico, robe da ammazzarli."

"Ebbene, vada a ricorrere da lui."

"E sa che mi dice? 'Avete mangiato oggi?' 'Ho mangiato,' dico. 'E anche ieri?' 'Fa lui.' 'Anche ieri,' dico. 'E la vostra famiglia non soffre fame?' 'Vero?' 'Ringrazia Dio,' dico. 'Non la soffre.' E questa gente che è venuta a far cagnata davanti a casa vostra, ha mangiato?"

"E io stavo per dirgli: 'E che me ne fotto io se ha mangiato?' Non ha mangiato. Ma per educazione rispondo: 'Non lo so'."

"Lui mi fa: 'Dovreste informarvi'."

"Io dico: 'Sono venuto da lei perché stanno davanti casa mia e mi minacciano. Mia moglie e le mie figlie non possono uscire manco per andare a messa'."

"O dice: 'Le faremo andare a messa. Siamo qui per questo. Voi non pagate gli operai e noi facciamo andare a messa vostra moglie e le vostre figlie'."

"Con una faccia che, lo giuro, lei sa quanto sono caldo. Mi faceva venire il prurito alle mani."

"Ah," disse in crescendo l'uomo biondo, con tono che riprovava la tentazione alla violenza e al tempo stesso raccomandava prudenza. "I miei nervi ora sono forti come le corde di un argano. Non sono più quello di 30 anni addietro. Ma dico, si è mai sentito uno sbirro parlare così? O un galantuomo? È un comunista!"

"Solo i comunisti parlano così."

"Non sono solo i comunisti. Purtroppo, anche del nostro partito ce ne sono che parlano così. Se tu sapessi la battaglia che dobbiamo sostenere giorno per giorno, ora per ora."

"Lo so, ma io faccio giudizio netto. Sono comunisti anche loro."

"Non sono comunisti," disse malinconicamente assorto l'uomo biondo. "Se non sono comunisti, basterà che il Papa dice quello che deve dire. Ma che lo dice chiaro e forte e resteranno imbalsamati."

"Non è così semplice. Ma lasciamo perdere, torniamo alle cose nostre. Come si chiama questo comunista?"

"Bellodi, mi pare. Comanda la compagnia di C. Si sta da tre mesi e già ha fatto guasto. Ora sta cacciando il naso negli appalti."

"Anche il commendator Zarcone si raccomanda a lei. Mi ha detto: 'Siamo in speranza che l'onorevole lo faccia ritornare a mangiar polenta'."

"Il caro Zarcone," disse l'onorevole. "Come sta?"

"Potrebbe stare meglio," disse l'uomo bruno, allusivo.

"Lo faremo stare meglio," promise l'onorevole.

[Musica]

E il capitano Bellodi, il comandante della compagnia Carabinieri di C, aveva davanti il confidente di S. Lo aveva fatto chiamare con le solite precauzioni per sapere cosa pensasse dell'omicidio di colasberna. Di solito, quando in paese succedeva qualcosa di grosso, il confidente si faceva vivo spontaneamente. Stavolta c'era voluta la chiamata. L'uomo era pregiudicato, ladro di pecore nell'immediato dopoguerra e ora, a quanto si sapeva, soltanto mediatore di prestiti a usura. Faceva il confidente un po' per vocazione, un po' illudendosi di avere così privilegio di impunità nel mestiere che faceva, un mestiere che in confronto a quello di rubare a mano armata considerava onesto e giudizioso da padre di famiglia.

L'aver rubato al passo, diceva, errore di gioventù che senza una lira di capitale scorrendogli tra le mani il denaro degli altri, riusciva ora a campare tre figli della moglie. E denaro metteva da parte per impiegarlo domani in un piccolo commercio. Mettersi dietro un banco di bottega a misurare tessuti era il sogno di tutta la sua vita. Ma a quell'errore di gioventù, al fatto di essere stato in galera, era legato il facile lucroso mestiere che faceva, perché coloro che gli affidavano il denaro, e insospettabili galantuomini, chiamavano "l'ordine sociale", le messe cantate, contavano sul suo prestigio affinché i debitori non sgarrassero nella puntualità dei pagamenti e nel segreto da mantenere.

E infatti, per il timore che il mediatore sapeva incutere, "ho lasciato la giacca a lucerdone", solleva dire per Celia o per minaccia. E dunque, ammazzando qualcuno, sarebbe tornato a prenderla. Ma in verità, il pensiero del carcere gli dava sudore di morte. I debitori pagavano il 100% di usura e alle scadenze, e le rare dilazioni venivano concesse con un criterio di progressione che per fare un esempio di uno che col prestito ricevuto avesse comprato un mulo necessario per la salma di terra che possedeva, in capo a due anni il creditore si prendeva il mulo e la salma di terra. Non fosse stato per la paura, il confidente si sarebbe ritenuto felice e nell'anima e negli averi. Galantuomo, la paura gli stava dentro come un cane arrabbiato, guaiva, alzava, sbavava e improvvisamente urlava nel suo sonno e mordeva dentro, mordeva nel fegato e nel cuore. Di quei morsi al fegato che continuamente bruciavano, e da quell'improvviso doloroso guizzo del cuore, come di un coniglio vivo in bocca al cane, i medici avevano fatto diagnosi e medicine gli avevano dato da riempire tutto il piano del comò, ma non sapevano niente i medici della sua paura.

Stava davanti al capitano, girando nervosamente tra le mani il berretto, seduto un po' di lato per non guardarlo in faccia. E intanto il cane mordeva, ringhiava e mordeva. La serata era gelida nell'ufficio del Capitano. Una stufetta elettrica dava una così tenua e ala di calore da far sentire più gelido lo spazio della grande stanza quasi vuota di mobili e pavimentata di quelle antiche mattonelle valenciane che per il colore dello smalto e per il freddo che c'era parevano di ghiaccio. Ma l'uomo sudava. Un freddo lenzuolo di morte già lo avvolgeva, freddo sulla bruciante rosa della lupara che nel suo corpo si apriva. Fin dal momento che aveva saputo della morte di colasberna, il confidente aveva disegnato le sue menzogne ad ogni dettaglio che aggiungeva, ad ogni ritocco, come un pittore che si allontana dal quadro per giudicare l'effetto di una pennellata. Diceva: "Perfetto, non manca più niente." Ma di nuovo si avvicinava a ritoccare, ad aggiungere.

E mentre al capitano raccontava ancora febbrilmente, ritoccava e aggiungeva, ma il capitano sapeva da tutto un fascicolo relativo a Calogero di Bella, detto Parrinello, confidente, che l'uomo tra le due cosche di mafia del paese. Kosca gli avevano spiegato, e la fitta corona di foglie del carciofo era vicino se non dentro a quella che aveva dentellati certi, anche se non probabili, con i lavori pubblici, mentre l'altra kosca, più giovane e spericolata, aveva a che fare, essendo esse un paese di mare, col contrabbando delle sigarette americane. Prevedeva perciò la menzogna del confidente, ma era comunque utile osservarne nella menzogna le reazioni. Ascoltava senza interromperlo e più lo metteva in disagio, di tanto in tanto distrattamente annuendo. E intanto pensava: "Quel confidenti che erano rimasti sotto uno strato leggero di terra e di foglie secche nelle rughe dell'Appennino, miserabili uomini, fango di paura e di vizio. Eppure giocavano la loro partita di morte sul filo della menzogna tra Partigiani e fascisti. Giocavano la loro vita. La sola cosa umana che avessero era questa agonia in cui per la loro stessa abilità si dibattevano per la paura di morire. Ogni giorno affrontavano la morte e infine la morte scoccava, finalmente la morte ultima, definitiva, unica morte, non più il doppio gioco, la doppia morte di ogni ora."

Il confidente di S. rischiava la vita. Una cosca o l'altra, con un colpo doppio al lupara o con una falciata di mitra. Anche nell'uso delle armi le due coste facevano differenza. Un giorno lo avrebbe liquidato. Ma tra mafia e carabinieri, le due parti tra cui muoveva il suo azzardo, la morte poteva venirgli da una sola parte. Da questa parte non c'era la morte. C'era quest'uomo biondo e ben rasato, elegante nella divisa, quest'uomo che parlava mangiandosi le lesse, che non alzava la voce, non gli faceva pesare disprezzo. Eppure era la legge, quanto la morte paurosa. Non per il confidente, la legge che nasce dalla ragione ed è ragione, ma la legge di un uomo che nasce dai pensieri e dagli umori di quest'uomo, dal graffio che si può fare sbarbandosi o dal buon caffè che ha bevuto. L'assoluta irrazionalità della legge ad ogni momento creata da colui che comanda, dalla guardia municipale o dal maresciallo, dal questore o dal giudice, da chi ha la forza, insomma. Che la legge fosse immutabilmente scritta ed è uguale per tutti. Il confidente non aveva mai creduto, né poteva. Tra i ricchi e i poveri, tra i sapienti e gli ignoranti, c'erano gli uomini della legge. E potevano questi uomini allungare da una parte sola il braccio dell'arbitrio? L'altra parte dovevano proteggere e difendere. Un filo spinato, un muro. E l'uomo che aveva rubato e scontata una condanna, che stava coi mafiosi e meditava prestiti ad usura e faceva la spia, cercava soltanto una breccia nel muro, uno slargo nel filo spinato. Presto avrebbe avuto in mano un piccolo capitale, aperto negozio. E il figlio più grande teneva in seminario, che si facesse prete o ne uscisse prima di prendere gli ordini per diventare meglio che prete, avvocato. Varcato il muro, non poteva più far paura la legge. E bello sarebbe stato guardare quelli rimasti di là dal muro, del filo spinato, così lacerato dalla paura, a bagheggiare la sua pace futura fondata sulla miseria e l'ingiustizia. Un po' si consolava. E il piombo della sua morte intanto colava.

Ma il capitano Bellodi, emiliano di Parma per tradizione e familiare repubblicano e per convinzione, faceva quello che in antico si diceva il mestiere delle armi. E in un corpo di Polizia, con la fede di un uomo che ha partecipato a una rivoluzione, dalla rivoluzione ha visto sorgere la legge. E questa legge che assicurava libertà e giustizia, la legge della Repubblica, serviva e faceva rispettare. E se ancora portava la divisa per fortitude circostanze indossata, se non aveva lasciato il servizio per affrontare la professione di avvocato cui era destinato, era perché il mestiere di servire la legge della Repubblica e di farla rispettare diventava ogni giorno più difficile. Sarebbe rimasto smarrito il confidente a sapere di avere di fronte un uomo, carabiniere per giunta ufficiale, che l'autorità di cui era investito considerava come il chirurgo considera il bisturi: uno strumento da usare con precauzione, con precisione, con sicurezza. Che riteneva la legge scaturita dall'idea di una giustizia e alla giustizia congiunto ogni atto che dalla legge movesse. Un difficile, amaro mestiere, insomma. Ma il confidente lo vedeva felice, la felicità della forza e del sopruso, tanto più intensa quanto più grande la misura di sofferenza che ad altri uomini si può imporre.

Parrineddu svolgeva il suo disegno di menzogna come il venditore sul banco del negozio i tocchi di cotonina le donne di campagna. Il soprannome che voleva dire "piccolo prete" gli veniva dalle loquio facile, dall'ipocrisia che trasudava. Ma la sua abilità si incrinava di fronte al silenzio degli Ufficiali. Le parole gli venivano fuori beate di pianto o stridule e il disegno che svolgeva si faceva incoerente, incredibile.

"E lei non crede?" domandò un certo punto il capitano, tranquillamente, con tono di amichevole confidenza. "Lei non crede che sia più utile cercare altre connessioni?"

Dalla glottide Emiliana, per le 2S, la parola restò sospesa e baluginante e per un momento distrasse gli spasmi del confidente. Parrinello non rispose. "Non crede nella possibilità che colasberna sia stato fatto fuori per ragioni di interesse? Diciamo, per non avere accettato certe proposte, per aver continuato, nonostante le minacce, a prendere tutto quello che riusciva a prendere in fatto di appalti?"

"Coloro che avevano preceduto in quell'ufficio il capitano Bellodi usavano rivolgere al confidente domande che, inesplicita premessa o nella minaccia del tono, facevano apparire ai suoi occhi il confino di polizia o la denuncia per esercizio di usura. E ciò dava Parrinello, invece che paura, una certa sicurezza. Il rapporto era chiaro: gli sbirri lo costringevano a fare infamità e lui doveva farne quel tanto che bastava ad acquietarli, a tenerseli buoni. Ma con uno che ti parla con gentilezza, con confidenza, le cose si mettono in un altro verso."

Perciò alla domanda del Capitano, con un movimento disarticolato delle mani e della testa, fece che sì, era possibile.

"E lei continuò il capitano, senza mutar tono. Non sa di qualcuno che è interessato a queste cose? Non dico di quelli che ci lavorano, di quelli che non ci lavorano, voglio dire, e sono interessati ad aiutare, a proteggere? A me basterebbe sapere il nome di chi qualche mese addietro ha fatto certe proposte a colasberna. Proposte, intendiamoci, solo proposte."

"Io non so niente," disse il confidente. E dalla gentilezza del Capitano sollecitata, la sua vocazione di spia si alzò come allodola, trillò alta la gioia di regalare sofferenza. "Non sono niente, ma tirando a indovinare all'oscuro posso dire che le proposte le avrà fatte Cicciola Rosa o Sarò Pizzuto." E giù, quel verticale volo di gioia diventava caduta pietra che è precipitava al centro del suo essere, delle sue paure.

[Musica]

"Ancora un'interrogazione in Parlamento," disse sua eccellenza. "Se è a conoscenza dei recenti gravi fatti di sangue accaduti in Sicilia e quali misure intende ordinare, eccetera eccetera. I comunisti, al solito, a quanto pare, si riferiscono all'omicidio di quel tale appaltatore. Come si chiamava?"

"Con la Sberna."

"Eccellenza, con la Sberna era un comunista?"

"A quanto pare socialista."

"Eccellenza, questa distinzione voi la fate sempre. Siete testardo, amico mio."

"Lasciatemelo dire. Comunista, socialista, e che differenza c'è?"

"Beh, allo stato attuale, per carità, non mi date spiegazioni. Qualche volta i giornali le leggo anch'io, sapete, ma non mi permetterei mai."

"Bravo. Dunque, ad evitare che questo con la Sberna, questo con la Sberna diventi un martire dell'idea comunista, scusate, socialista, bisogna subito trovare chi lo ha ammazzato. Subito, subito, in modo che il ministro possa rispondere che con la Sberna è stato vittima di una questione di interesse o di corna, e che la politica non c'entra per niente."

"Le indagini procedono bene. È senza dubbio un delitto di mafia."

"Ma la politica non c'entra."

"Il capitano Bellodi. Chi è Bellodi?"

"Comanda la compagnia di C. Si trova in Sicilia da qualche mese. Ecco, ci siamo. È da un pezzo che devo parlarvi di questo Bellodi. Questo qui, caro amico, è uno che vede mafia da ogni parte. Uno di quei settentrionali con la testa piena di pregiudizi che appena scendono dalla nave traghetto cominciano a vedere mafia ovunque. E se lui dice che colasberna è stato ammazzato dalla mafia, stiamo freschi."

"Io non so se voi avete letto quello che ha dichiarato è un giornalista qualche settimana fa a proposito del sequestro di quella agricoltore. Come si chiamava? Mendolia."

"Endolia. Ha detto cose da far rizzare i capelli, che la mafia esiste, che è una potente organizzazione che controlla tutto: pecore e ortaggi, lavori pubblici e basi greci. Questa dei vasi greci è inspiegabile. Robe da cartolina del pubblico. Ma dico, per Dio, un po' di serietà. Voi ci credete alla mafia?"

"Beh, ecco."

"E voi non ci credete?"

"Bravissimo. Noi due siciliani alla mafia non ci crediamo. Questo a voi, che a quanto pare ci credete, dovrebbe dire qualcosa. Ma vi capisco, non siete siciliano e i pregiudizi sono duri a morire. Col tempo vi convincerete che è tutta una montatura. Ma intanto, per carità, seguite attentamente le indagini di questo Bellodi. E voi, che alla mafia non ci credete, e cercate di fare qualcosa. Mandate qualcuno che sappia fare, che non pianti una grana con Bellodi. Ma che i masumis mutare, capite latino? Non quello di Orazio, il mio voglio dire."

"Da cinque giorni Paolo Nicolosi, di mestiere potatore, nato a B il 14 dicembre 1920, domiciliato e residente a S al numero civico 97 di via Cavour, era scomparso. Al quarto giorno, la moglie era tornata in disperazione dal maresciallo e il maresciallo aveva cominciato a preoccuparsi sul serio. Il rapporto era sul tavolo del capitano Bellodi e sottolineato in rosso era quel numero civico 97 di via Cavour."

Il capitano passeggiava per la stanza nervosamente fumando. Aspettava che dal casellario e dalla procura gli portassero notizie su Paolo Nicolosi, se era un pregiudicato o se aveva carichi pendenti. Dall'angolo via Cavour, Piazza Garibaldi, avevano sparato a colasberna. Fatto il colpo, l'assassino non era certo venuto avanti nella piazza dove c'era l'autobus con una cinquantina di persone dentro e il venditore di panelle fuori, a due passi dal morto. Era lo pensare che fosse scappato per la via Cavour. Al numero 97 di quella via abitava il Nicolosi. Erano le sei e mezzo. Il Nicolosi doveva andare a potare, incontrata Fondachello, diceva il rapporto, a piedi, circa un'ora di strada. Forse, mentre l'assassino scappava per via Cavour, Nicolosi usciva di casa. Aveva riconosciuto l'assassino. Ma chissà quante altre persone l'avevano visto. L'assassino poteva star sicuro del silenzio di Nicolosi, come di quello del venditore di panelle e degli altri, ammesso che l'assassino fosse persona identificabile del luogo o nel luogo conosciuta. È certo, in un delitto di quel genere, era un sicario venuto da fuori. "L'America insegna niente?" Fantasia, gli aveva raccomandato il maggiore. "Va bene, niente fantasia. La Sicilia è tutta una fantastica dimensione. È come ci si può star dentro senza fantasia? Niente, soltanto ai fatti."

I fatti erano questi: un certo con la Sberna era stato ammazzato mentre stava per salire sull'autobus per Palermo, in Piazza Garibaldi, alle 6:30 del mattino. L'assassino aveva sparato dall'angolo via Cavour, Piazza Garibaldi, e per la via Cavour era fuggito. Lo stesso giorno, alla stessa ora, un tale che abita nella stessa via Cavour, usciva o stava per uscire di casa. Avrebbe dovuto tornare la sera, come al solito, ad ore di Ave Maria, dice la moglie, ma non torna. È così per cinque giorni. Alla masseria di Fondachello dicono di non averlo visto. Lo aspettavano quel giorno, ma non si è fatto vivo. Scomparso col mulo e gli arnesi di lavoro, tra la porta di casa sua e la masseria di Fondachello, 6-7 km di strada, era scomparso senza lasciar traccia. Se.

Il Nicolosi fosse risultato pregiudicato, comunque legato alla malavita, si poteva anche pensare ad una fuga, o che gli avessero saldato un conto ammazzandolo e facendone scomparire ogni traccia. Ma se non era pregiudicato, se non c'erano per lui ragioni di una fuga più o meno meditata, se non era un uomo ad aver conti da rendere o da pretendere per legami diretti o indiretti con la malavita, allora la sua scomparsa veniva a coincidere, in concreto, e niente fantasia, con l'uccisione di Colasberna.

In quel momento il capitano non metteva in conto la possibilità che nella scomparsa di Nicolosi potesse in qualche modo entrare la moglie, quei motivi passionali, cioè, che per la mafia e la polizia sono in eguale misura una grande risorsa. Da quando, nell'improvviso silenzio del Golfo, all'orchestra, il grido "Ammazzato!" aveva per la prima volta brividito il filo della schiena degli appassionati del Teatro dell'Opera, nelle statistiche criminali relativi alla Sicilia e nelle combinazioni del gioco del Lotto, tra corna e morte ammazzati, si è istituito un più frequente rapporto. L'omicidio passionale si scopre subito ed entra dunque nell'indice attivo della polizia. L'omicidio passionale si paga poco ed entra perciò nell'indice attivo della mafia. La natura imita l'arte: ammazzato sulle scene liriche della musica di Mascagni e dal coltello di Compare Alfio, Turiddu Macca cominciò a popolare le mappe turistiche della Sicilia e i tavoli, ossia, ma a qualche volta di coltello o di lupara, non più di musica. Per fortuna, la peggio toccava al Compare Alfio.

E il capitano Bellodi, in quel momento, non sapeva tenerne conto. E questa distrazione avrebbe pagato con una piccola censura dalla procura e dal casellario. Brigadieri D'Antona e Pitrone portarono il nulla relativo a Paolo Nicolosi: niente condanne, niente carichi pendenti. Il capitano ne ebbe soddisfazione e impazienza, e impazienza di correre a S., di parlare con la moglie di Nicolosi, con qualche amico dell'uomo scomparso, col maresciallo, ed interrogare quelli della Masseria di Fondachello e poi valutate l'opportunità quei tali. La Rosa e Pizzuco, che il confidente gli aveva segnalato, si era già fatto mezzogiorno. Ordinò che preparassero la macchina e scese di corsa. Una eccitazione di canto gli cresceva dentro, e davvero canticchiava scendendo allo spaccio e mangiò due tramezzini e bevve bollente un caffè. Un caffè che il carabiniere barista gli faceva speciale, nella speciale quantità di caffè e abilità di farlo, che un napoletano come era il carabiniere barista poteva impiegare per riscuotere la speciale stima di un superiore.

La giornata è raffredda ma luminosa. Il paesaggio nitido, gli alberi, i campi, le rocce davano l'impressione di una gelida fragilità, come se un colpo di vento o un urto potesse frantumarli in un suono di vetro. E come vetro l'aria vibrava dal motore della 600, e grandi uccelli neri volavano come dentro un labirinto di vetro, improvvisamente virando e strapiombando verticalmente, avvitando in su il loro volo come tra invisibili pareti. La strada era deserta. Sul sedile posteriore il brigadiere D'Antona teneva il mitra con la bocca fuori dal finestrino e il dito sul grilletto. In quella strada, un mese avanti, la cordiera che da S. andava a C. era stata fermata e tutti i viaggiatori derubati. I rapinatori, tutti giovanissimi, erano già in carcere di San Francesco. Il brigadiere guardava inquieto la strada e pensava: stipendio e spese, moglie e stipendio, televisione e stipendio, cittadini ammalati e stipendio. Il carabiniere autista pensava Europa di notte, che aveva visto la sera prima, e coccinelle, che era un uomo e come è possibile e vorrei vedere come uomo. E dietro questo pensiero, più visione che pensiero, c'era sommessa, nascosta, che il capitano non gliela scoprisse, la preoccupazione che non aveva mangiato in caserma e chissà se faceva in tempo a mangiare coi carabinieri di S.

E il capitano, che era un diavolo d'uomo, invece gliela scoprì. Disse che a S. loro due, brigadiere e autista, avrebbero dovuto arrangiarsi a mangiare qualcosa, e si rammaricava di non averci pensato prima della partenza. Il carabiniere arrossì, pensò: è buono, ma legge le cose che ho in testa, che non era la prima volta. Il brigadiere disse che non aveva appetito e senza mangiare poteva restare fino all'indomani a S.

Il maresciallo, che non era stato avvertito, venne fuori col boccone in gola e rosso per la sorpresa e per il dispetto. L'arrosto di castrato era rimasto sul piatto freddo. Sarebbe stato disgustoso e a riscaldarlo ancora di più. Il castrato va mangiato caldo, col grasso che sgocciola ancora e odoroso di pepe. "Basta, facciamo penitenza. Vediamo che novità c'è." Novità ce n'erano. Il maresciallo abbozzò approvazione. Ma che ci fosse un rapporto tra l'uccisione di Colasberna e la scomparsa di Nicolosi, in verità, del tutto convinto non era. Fece chiamare la vedova, due o tre amici di Nicolosi.

Il cognato disse così al carabiniere: "La vedova, che per essere morto era morto, dubbio non ne aveva. Un uomo tranquillo come Nicolosi non scompare per tanto tempo se non per la semplice ragione che è morto." E intanto propose al capitano di prendere un boccone. Il capitano rifiutò, disse di aver già mangiato. "Hai mangiato?" pensò il maresciallo, e il suo rancore fu gelido come ormai il grasso intorno alle costolette di castrato.

Era bellina la vedova, castana di capelli e nerissimi gli occhi, il volto delicato e sereno, ma nelle labbra il vagare di un sorriso malizioso. Non era timida. Parlava un dialetto comprensibile. Il capitano non ebbe bisogno che il maresciallo facesse da interprete alla signora. Lei stessa domandava il significato di certe parole, e lei qualche volta riusciva a trovare la parola italiana, o con una frase in dialetto spiegava il termine dialettale. Il capitano aveva conosciuto molti siciliani nella vita, tra partigiani e poi tra carabinieri, e aveva letto Giovanni Meli con le note di Francesco Lanza, e Ignazio Buttitta con le traduzioni a fronte di Quasimodo.

Quel giorno il marito si era alzato verso le 6. Lei lo aveva sentito alzarsi al buio, che non voleva svegliarla. Così faceva ogni mattina. Era un uomo pieno di delicatezza. Disse: "Proprio così era sulla sorte del marito." Evidentemente anche lei era dell'opinione del maresciallo. Ma lei, come ogni mattina, si era svegliata e come ogni mattina gli aveva detto: "Il caffè è già pronto nella credenza, basta riscaldarlo", e si era riaddormentata. Non proprio riaddormentata, come sospesa sul sonno che la chiamava. Sentiva il marito muoversi in cucina, poi gli sentì scendere le scale, aprire dalla strada alla porta della stalla. Il tempo che il marito preparasse il mulo, 5-10 minuti, e il sonno in lei si era di nuovo rappreso.

Un suono metallico lo sciolse: che il marito era tornato su a prendere le sigarette e al buio, annaspando sul comodino, aveva fatto cadere il piccolo Sacro Cuore d'argento, un regalo della zia superiore, zia di lei, superiore al monastero dell'Immacolata. Lei fu quasi sveglia, chiese: "Che c'è?" Il marito rispose: "Niente, dormi. Avevo dimenticato le sigarette." Lei disse: "Accendi la luce, che ormai aveva il sonno rotto." Il marito disse che non c'era bisogno e poi le chiese se aveva sentito due colpi che erano stati sparati nelle vicinanze, o se era stato lui, facendo inavvertitamente cadere il Sacro Cuore, a svegliarla, perché era fatto così, capace di farsi una giornata di rimorso per averla svegliata. Le voleva bene davvero. Ma lei aveva sentito i due colpi? "No, io ho il sonno leggero per i rumori della casa, per i movimenti di mio marito, ma fuori possono anche succedere i fuochi di Santa Rosalia e non mi sveglierei."

"E poi? Poi la luce l'ho accesa io, la lampada piccola che ha il mio lato. Mi sono levato a mezzo del letto e gli ho domandato cosa era accaduto con quei due colpi che erano stati sparati." "Mio marito disse: 'Non lo so, ma ho visto passare di corsa...'" "E chi?" domandò il capitano, nell'improvvisa emozione protendendosi sulla scrivania verso la donna. Uno sgomento improvviso sconvolse i lineamenti di lei, la fece per un momento brutta, e il capitano tornò ad appoggiare le spalle alla sedia, calmo, e chiese di nuovo: "Chi?" "Disse un nome che non ricordo, o forse un soprannome. Pensandoci bene, poteva essere un soprannome." "Lei disse 'ingiuria'?" E per la prima volta il capitano ebbe bisogno dei lumi interpretativi del maresciallo. "Sopra il nome," disse il maresciallo, "qui quasi tutti hanno un soprannome, e alcuni così offensivi che sono propriamente ingiurie." "Poteva essere un'ingiuria," disse il capitano, "ma poteva anche essere un cognome. Strano come un'ingiuria." Lei non aveva mai sentito prima il cognome o ingiuria che pronunciò suo marito. "Cerchi di ricordare. È molto importante." "Forse non l'avevo mai sentito prima." "Cerchi di ricordare, e intanto mi dice che cos'altro disse o fece suo marito." "Non disse più niente. Se ne andò."

Da qualche minuto la faccia del maresciallo era raggelata nella più minacciosa incredulità. Da quando la donna aveva mostrato improvviso sgomento, quello era, secondo il maresciallo, il momento buono per farglielo crescere lo sgomento, per farle tanta paura da costringerla a dirlo quel nome o soprannome che, quanto è vero Dio, lei ce l'ha stampato in mente e ce l'ha. E invece il capitano era diventato anche più gentile del solito. "Ma che crede di essere Arsenio Lupin?" pensava il maresciallo nei suoi lontani ricordi di lettore, scambiando per poliziotto un ladro. "Cerchi di ricordare quella ingiuria," disse il capitano. "E intanto il maresciallo sarà tanto gentile da offrirci un caffè." "Anche il caffè?" pensò il maresciallo, che non si possa più dare una strigliata giusta e va bene, ma il caffè? Poi disse soltanto: "Signorsì."

Il capitano cominciò a parlare della Sicilia, più bella laddove più aspra, più nuda, ed è siciliani che sono intelligenti. Un archeologo gli aveva raccontato con quale abilità e alla carità e delicatezza i contadini sanno lavorare negli scavi, meglio degli operai specializzati del Nord. E non è vero che i siciliani sono pigri, e non è vero che non hanno iniziativa. Venne il caffè e parlava ancora della Sicilia e dei siciliani. La donna lo prese a piccoli sorsi, con una certa eleganza, per essere moglie di un potatore, sorvolando il panorama letterario siciliano, da Verga al Gattopardo. Il capitano era andato a posarsi su quella specie di genere letterario, diceva che erano i soprannomi e le ingiurie che spesso acutamente esprimevano in una parola un carattere. La donna non capiva molto, e nemmeno il maresciallo. Ma certe cose che la mente non intende, il cuore le intende, e nel loro cuore i siciliani le parole del capitano musicalmente stormivano. "È bello sentirlo parlare," pensava la donna. E il maresciallo pensava: "Per parlare, se a parlare meglio di Terracini, che per lui era idea a parte, si capisce, il più grande parlator che in tutti i comizi che per servizio gli toccava a sentire avesse mai incontrato."

"Ci sono ingiurie che colgono i caratteri o i difetti fisici di un individuo," diceva il capitano, "e altre che invece colgono i caratteri normali, altri ancora che si riferiscono a un particolare avvenimento, episodio. E ci sono poi le ingiurie ereditate, estese a tutta la famiglia, e si trovano anche sulle mappe del catasto. Ma procediamo con ordine. Le ingiurie che dicono dei caratteri e dei difetti fisici, le più banali: l'orbo, lo zoppo, lo sciancato, il mancino. Somigliava a qualcuna di queste l'ingiuria che disse suo marito?" "No," disse la donna, scuotendo la testa. "Le somiglianze ad animali, ad alberi, a cose. Per esempio, il gatto, per un uomo che ha gli occhi grigi o qualcosa che lo fa assomigliare a un gatto. Ho conosciuto uno soprannominato un gruppo, cioè Il Pioppo, per la statura e per una specie di tremito che lo muove. Così mi hanno spiegato. O le cose."

"Vediamo un po'," soprannomi per somiglianza, "qualche oggetto." "Conosco uno soprannominato Bottiglione," disse il maresciallo, "e ha davvero la forma di un bottiglione." "Se permette," disse il carabiniere Esposito, "per le sue immobilità, divenuto come invisibile in quella stanza. Se permette, posso dirne qualcuna di ingiurie che sono nomi di cose: Lanterna, uno che ha gli occhi scassati come lanterne; Peracotta, uno che è fracido di non so che malattia; Vircuoco al Bicocca, non so perché, forse perché di faccia inespressiva; Ostia Divina, perché alla faccia tonda e bianca come un'ostia." Il maresciallo tossì con significato: non ammetteva che si facesse allusione scherzosa a persone o cose che in qualche modo avessero a che fare con la religione. Esposito tacque. Il capitano guardò interrogativamente la donna. Lei fece di no più volte, scuotendo la testa, e il maresciallo, con gli occhi che tra le palpebre parevano diventati due acquose fessure, violentemente si protese a guardarla. E lei, precipitosamente, come se il nome le fosse venuto su un singulto improvviso, disse: "Zecchinetta."

"Zecchinetta," tradusse subito Esposito, "gioco d'azzardo, si fa con carte siciliane." Il maresciallo gli diede un'occhiataccia: che il momento della filologia era passato. Ora aveva nel nome, e che significasse il gioco di carte o santo del Paradiso, non aveva importanza. E nella sua testa talmente squillava nei segnali della caccia e citandolo che il santo del Paradiso si trovò a battere il naso sulle carte siciliane. Il capitano, invece, si era sentito dentro di colpo oscuro scoraggiamento, un senso di delusione, di impotenza. Quel nome o ingiuria, che fosse, era finalmente venuto fuori, ma solo nel momento in cui il maresciallo era diventato, agli occhi della donna, spaventosa minaccia di inquisizione, di arbitrio. Forse quel nome lei lo ricordava fin dal momento che il marito lo aveva pronunciato, e non era vero che lo avesse dimenticato. O soltanto nell'improvvisa disperata paura lo aveva ritrovato nella memoria. Ma senza il maresciallo, senza quella sua minacciosa materializzazione, un uomo grasso e bonario che di colpo diventa colata di minaccia, è risultato di quel nome, forse, non si sarebbe arrivati.

"E il tempo di farmi la barba," disse il maresciallo, "e saprò se questo Zecchinetta è uno del paese. Il mio barbiere conosce tutti." "E vai," disse il capitano, stancamente. "E il maresciallo, e che gli prende?" si domandò egli. Prendeva, nella delusione, nostalgia. La striscia di sole che cadeva in pulviscolo dorato sul tavolo illuminava il frullo delle ragazze in bicicletta nella strada dell'Emilia, la filigrana degli alberi in un cielo bianco, e una grande casa dove la città si abbandonava alla campagna dolcissima nel fumo della sera e del ricordo, dove tu manchi, si diceva con le parole di un poeta della sua terra, all'antica abitudine serale, parole che il poeta aveva scritto per un fratello morto. E nella pietà di sei lontano, e nella delusione, il capitano Bellodi un po' morto si sentiva.

La donna lo guardava con apprensione. Tra loro era quella striscia di sole che batteva sul tavolo e li separava in una lontananza che per lui aveva senso di irrealtà, e per la donna invece una qualità ossessiva di incubo. "Che uomo era suo marito?" domandò il capitano. E nel fare la domanda scoprì che veniva naturalmente chiederne, come se fosse morto. La donna non capì, smarrita come era nei propri pensieri. Desidero sapere che carattere aveva, quali abitudini, quali amici. "Era buono. Il lavoro, la casa, le giornate che non lavorava andava a passare qualche ora al circolo dei coltivatori diretti, la domenica al cinematografo con me. Aveva pochi amici, bravissime persone: il fratello del sindaco, una guardia municipale. Aveva avuto mai liti, questioni di interesse in amicizia? Mai. Era anzi ben voluto da tutti. Non era del paese, e qui i forestieri si trovano sempre bene."

"Già, non era del paese. E lei come l'ha conosciuto?" "Lui ha conosciuto a me ad un matrimonio, un mio parente sposava una del suo paese. Io sono andato al matrimonio con mio fratello. Lui mi ha vista e quando quel mio parente è tornato dal viaggio di nozze, lui gli ha dato incarico di venire da mio padre per chiedermi in moglie. Mio padre si è informato, poi ne ha parlato a me. Dice: 'È un buon giovane, ha un mestiere d'oro.' E io dico: 'Che non so che faccia che voglio prima conoscerlo.' È venuto la domenica, non per fidanzamento, come amico. Ha parlato poco per tutto il tempo, mi ha guardata come fosse incantamento. Ha fatturato," diceva quel mio parente, "come se gli avessi fatto fattura," diceva per scherzare, si capisce. Mi sono persuasa a sposarlo. Egli voleva bene. Certo, eravamo sposati."

Tornò il maresciallo, olezzava colonia da barbiere. Disse: "Niente," e si spostò alle spalle della donna a figurare per il capitano una frenetica mimica che voleva dire di mandar via la donna, che c'erano novità. "Cose dell'altro mondo," apprese a carico della donna, "altro che zicchinetta!" diceva una mano mulinata all'altezza della testa. La signora fu congedata, ansante. Il maresciallo rovesciò la notizia che lei aveva un amante, un certo Passerello, esattore della società elettrica. Notizia sicura, appresa da Don Ciccio, il barbiere. Il capitano non mostrò meraviglia, domandando invece di Zecchinetta, sconvolgendo così la vecchia consuetudine di dar precedenza agli elementi passionali, se elementi passionali presenta di un delitto. "Don Ciccio," disse il maresciallo, "esclude in modo assoluto che nel paese ci sia uno che abbia questo cognome o ingiuria. E per queste cose Don Ciccio è cassazione. E se dice che il povero Nicolosi era cornuto, possiamo metterci sopra bollo e sigillo che le corna ci sono."

"Sarebbe dunque il caso di prendere quel Passerello e dargli una spremutina?" "No," disse il capitano. "Faremo invece una piccola gita, una visita al tuo College di B." "Ho capito," disse il maresciallo, ma a contrariato. Fecero il viaggio fino a B in silenzio, lungo il mare che quieto appassiva i colori del cielo. Trovarono il maresciallo in ufficio, e in evidenza sul suo tavolo un fascicolo intestato a Diego Marchica, detto Zecchinetta, da qualche mese dimesso dal carcere per beneficio d'amnistia, e in evidenza sul tavolo del maresciallo il fascicolo per certe confidenze ricevute sul gioco della zecchinetta. Punto che il Marchica praticava al circolo dei cacciatori, e perdendo somme piuttosto grosse, e prontamente pagandole, il che per un bracciante disoccupato sarebbe stato praticamente impossibile se segreta, e certamente illecite, risorse non avesse avuto. Nato nel 1917, il Marchica aveva cominciato la sua carriera nel 1935: furto con scasso, condannato nel 1938. Incendio doloso: coloro che le avevano con testimonianza fatto condannare per il furto ebbero i covoni del grano bruciati sull'aia. Per insufficienza di prove, assolto nell'agosto del 1943. Rapina a mano armata, detenzione di armi da guerra, associazione per delinquere, giudicato dagli americani, assolto, non si capiva con quale motivazione. Nel 1946, appartenenza a una banda armata, prese in un conflitto a fuoco con i carabinieri, condannato. Nel 1951, omicidio, insufficienza di prove, assolto. Nel 1955, tentato omicidio in rissa, condannato.

Interessante era l'imputazione di omicidio che aveva avuto nel 1951: un omicidio commissionato, a quanto risultava, confessioni rese ai carabinieri dei suoi complici. Poi le confessioni, si capisce, squagliarono in istruttoria come neve. I due che avevano confessato al giudice e ai medici esibirono lividi, escoriazioni e anchilosi, si capisce, dovute alle torture inflitte loro dai carabinieri. Curioso era che il Marchica, che era stato il solo a non parlare, non mostrasse al giudice un qualche livido. Un brigadiere, due carabinieri furono rinviati a giudizio per le confessioni estorte con torture, ma furono assolti per non aver commesso i fatti. Le confessioni venivano dunque ad essere implicitamente ritenute spontanee, ma il caso non era stato più riaperto, o forse ancora nel labirinto della giustizia le carte scorrevano. Le note definivano il Marchica delinquente abilissimo, d'accordo, sicario di assoluta fiducia, ma capace nel gioco del vino di improvvise svampate, come il tentato omicidio in rissa mostrava.

C'era anche nel fascicolo un rapporto relativo a un comizio dell'onorevole Livigne che, circondato dal fiore della mafia locale, alla sua destra il decano Don Calogero Gucciardo, alla sua sinistra il Marchica, era apparso al balcone centrale di casa Alvarez. E da un certo punto del suo discorso aveva testualmente detto: "Mi si accusa di tenere rapporti coi mafiosi e quindi con la mafia, ma io vi dico che non sono finora riuscito a capire che cosa è la mafia e se esiste. E posso, in perfetta coscienza di cattolico e di cittadino, giurarvi che in vita mia non ho mai conosciuto un mafioso." Al che, dalla parte di via La Lumia, al limite della piazza, dove di solito i comunisti si addensavano quando i loro avversari tenevano a comizio, venne chiarissima la domanda: "E questi che stanno con lei, che sono seminaristi?" E una risata serpeggiò tra la folla, mentre l'onorevole, come non avesse sentito la domanda, si lanciava a esporre un suo programma per il risanamento dell'agricoltura. Questo rapporto tra le carte che riguardavano il Marchica serviva a dare avvertimento della protezione di cui, in un eventuale arresto, forse il Marchica avrebbe goduto. Il maresciallo di B sapeva il suo mestiere.

"C'è movimento," disse il vecchio. "C'è un movimento che non mi piace. Gli sbirri adesso sono qualcosa." "Te sono vento," disse il giovane. "Non metterti in testa che gli sbirri siano tutti stupidi. Ce ne sono che ad uno come te possono togliere le scarpe dai piedi e tu cammini scalzo senza accorgertene. Nel '35 ricordo c'era qui un brigadiere che aveva il fiuto di un bracco e anche la faccia aveva da cane. Succedeva un fatto e quello si metteva sulla peste, ti prendeva come si prende una lepre appena smammata. Che fiuto aveva, figlio di..." "Era nato sbirro, così come si nasce preti o cornuti. Non credere che uno è cornuto perché le corna gliele mettono in testa alle donne, o si fa prete perché a un certo punto gli viene la vocazione. Ci si nasce. E uno non si fa sbirro perché a un certo punto ha bisogno di buscare qualcosa o perché legge un bando dal arruolamento. Sbirro perché sbirro era nato. Dico per quelli che sono sbirri sul serio. Ce ne poveretti che sono paste d'angelo e questi io non li chiamo sbirri. Un galantuomo come quel maresciallo che c'era qui durante la guerra, come si chiamava quello che stava bene con gli americani? E quello sbirro lo vuoi chiamare? Favorirne faceva, e noi gliel'abbiamo fatti casse di pasta e damigiane d'olio. Un galantuomo non era nato sbirro, ecco. Ma stupido non era. Noi chiamiamo sbirri tutti quelli che sul cappello portano la fiamma col V, e lo portavano il V, e lo portavano. Io mi scordo sempre che il re non c'è più. Ma tra loro ci sono gli stupidi, ci sono i galantuomini e ci sono gli sbirri, gli sbirri nati. E così, ecco i preti. Vuoi chiamare prete Padre Frazzo? Il bene che si può dire di lui è che è un buon padre di famiglia. Ma Padre Spina, ecco uno che è nato prete. Ehi, cornuti! Vengo coi cornuti. Ora uno scopre le tresche che gli fanno a casa, fa un macello, non è cornuto nato. Ma se fa finta di niente o con le corna si dà pace, e allora è nato cornuto. Ora ti dico come lo sbirrorato arriva in un paese. Tu cominci ad avvicinarti a lui, a fargli delle gentilezze, ad arruffianarti, magari se a moglie porti tua moglie a fargli visita, le mogli diventerà amiche, diventate amici. La gente viveva assieme e pensa che facciate un canestro d'amicizia, e tutti illudi che lui ti veda come una persona gentile, di buoni sentimenti, ha proprietà amicizia. E invece per lui tu sei sempre quello che risulta delle carte che tiene in ufficio, e se hai avuto una contravvenzione, per lui sei in ogni momento, anche mentre beve il caffè in salotto, uno che ha avuto una contravvenzione. E se cadi a fare qualcosa che è vietata, una piccola cosa, anche se siete tu e lui nostra azienda, nemmeno il Padre Eterno vi vede, ti fa la contravvenzione come niente. Figura di poi, se cade in qualcosa di più grosso. Nel '27 mi ricordo c'era qui un maresciallo che in casa mi faceva, come si suol dire, casa e bottega. La moglie e i figli non c'era giorno che non venissero da noi, e c'era tanta amicizia che il figlio più piccolo, un bambino di 3 anni, chiamava mia moglie zia. Un giorno me lo vedo a spuntare in casa con un mandato di arresto. Era il suo dovere, lo so. Erano tempi brutti, c'era amori. Ma come mi ha trattato? Mai visti, mai conosciuti. E come ha trattato mia moglie quando è andata in caserma per sapere qualcosa? Un cane arrabbiato. Così, mette con le sbirre, giusto dice il proverbio, ci appezzalo vino e le segarre. E con quel maresciallo io c'ho rimesso davvero vino e sigari, che a scialo beveva il mio vino e fumava i miei sigari. Nel '27," disse il giovane, "c'era il fascismo. La cosa era diversa. Mussolini faceva i deputati ai capi del paese, tutto quello che gli veniva in testa faceva. Ora è deputati ai sindaci li fa il popolo." Il popolo sogghignò. "Il popolo? E il popolo cornuto era, è cornuto resta. La differenza è che il fascismo appendeva una bandiera solo alle corna del popolo, e la democrazia lascia che ognuno se la penda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna. Siamo al discorso di prima. Non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi cornuti dall'antichità, una generazione a pressa all'altra."

"Io non mi sento cornuto," disse il giovane. "E nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri come se ballassimo." E il vecchio si alzò ad accennare dei saltelli di danza, e voleva figurare l'equilibrio e ritmo dal camminare sulle corna da una punta all'altra. Il giovane rise. Sentirlo di scorrere era un piacere. La fredda, astuta violenza per cui in gioventù era stato famoso, il calcolato azzardo, la prontezza di mente e di mano, tutte le quelle qualità, insomma, che lo avevano portato al rispetto, alla paura di cui era circondato, a volte parevano ritirarsi da lui come il mare dalle rive, lasciando alla sabbia degli anni vuoti gusci di saggezza. Diventa filosofo, a volte pensava il giovane, ritenendo la filosofia una specie di gioco di specchi in cui la lunga memoria, il breve futuro, si rimandassero crepuscolare luce di pensieri e distorte, incerte immagini della realtà. Ma a momenti, ecco che deriva fuori l'uomo duro e spietato che era stato. E curioso era che quando ritrovava il suo più duro e giusto di giudizio sulle cose del mondo, le parole corna e cornuti grandinassero nei suoi discorsi, insignificanti e sfumature diverse, ma sempre ad esprimere disprezzo.

"E il popolo, la democrazia," disse il vecchio, rassettandosi a sedere, un po' ansante per la dimostrazione che aveva dato del suo saper camminare sulle corna della gente, "sono delle belle invenzioni, cosa inventate a tavolino da gente che sa mettere una parola in culo all'altra, e tutte le parole nel culo all'umanità, con rispetto parlando, dico, con rispetto parlando per l'umanità. Un bosco di corna l'umanità, più fitto del bosco della Ficuzza quando era bosco davvero. E sai che se la spassa a passeggiare sulle corna? Primo, tienilo bene a mente, i preti. Secondo, i politici. E tanto più dicono di essere col popolo, di volere bene al popolo, tanto più gli calcano i piedi sulle corna. Terzo, quelli come me, come te. È vero che c'è il rischio di mettere il piede in fallo e di restare infilzati, tanto per me quanto per i preti e per i politici. Ma anche se mi squarcia dentro un corno, è sempre un corno, e chi lo porta in testa è un cornuto. La soddisfazione, sangue di Dio, la soddisfazione! Mi va male, muoio, ma siete dei cornuti!"

"E a proposito, quel cornuto di Parrinello mi fa venire sospetti. In questo movimento di sbirri, la sua zappa ci deve essere per forza. Ieri, incontrandomi, la sua faccia ha cambiato di colore, ha finto di non vedermi ed è subito svicolato. Io dico: 'Ti ho lasciato fare la spia perché lo so, devi tirare a campare, ma devi farlo con giudizio. Non è che devi gettarti contro la santa chiesa.' Santa chiesa voleva dire di se stesso, intoccabile, ed è il sacro nodo di amicizie che rappresentava e custodiva. E continuando a rivolgersi a Parrinello come lo avesse di fronte, con gelida solennità disse: 'E se ti getti contro la santa chiesa, io, caro mio, che ti posso fare? Niente. Ti dico solo che sei morto nel cuore degli amici.' Stettero in silenzio per un momento, quasi recitassero un Requiem all'uomo che nel loro cuore era morto. Poi il vecchio disse: 'Diego, per qualche giorno io lo manderei fuori a svagarsi. Mi pare abbia una sorella a Genova.'"

Diego Marchica fu arrestato al circolo dei cacciatori alle nove di sera. Il maresciallo di B, che voleva con un viaggio fare due servizi, riuscì a farne uno solo. Voleva sorprendere i giocatori dell'azzardo della zecchinetta e a restare Diego. Ma i giocatori erano immersi, Diego compreso, in una briscola innocente, che evidentemente c'era qualcuno che stava alle poste e aveva visto l'avvicinarsi dei carabinieri. Ma Diego, briscola o no, dapprima indignato e poi remissivo, fu condotto in caserma tra i commenti della gente, i quali commenti alle orecchie di Diego e dei carabinieri arrivavano come espressione di meraviglia, di commiserazione. "E che ha fatto? Ma se si faceva gli affari propri? Ma se lo andavano a nessuno?" Ma sotto sotto, appena sussurrati, esprimevano, e quasi all'unanimità, voti che di Diego restasse a trascorrere nelle patrie galere il resto della sua vita.

E mentre AB arrestavano Diego, a Parrinello diventava il numero che la cabala del Lotto assegna al morto ammazzato, unica forma di sopravvivenza, anima immortale a parte cui era destinato. Le ultime 24 ore di vita di Calogero di Bella, detto Parrinello, avevano attraversato, come nei sogni a volte si attraversano foreste che non finiscono mai, alte e spesse da precludere la luce, a tenaci come roveti. Per la prima volta da che faceva il confidente, aveva dato in mano ai carabinieri un filo da tirare che, a saper fare, avrebbe potuto smagliare tutto un tessuto di amicizie e di interessi in cui la sua stessa esistenza era intramata. Di solito, le sue confidenze colpivano persone estranee a questa trama di amicizia e di interessi: giovinastri sconsiderati che la sera vedevano una rapina al cinematografo e l'indomani andavano a fermare un autobus, delinquenti di piccolo affare, insomma, isolati senza protezioni. Ma stavolta la cosa era diversa. Vero è che aveva dato due nomi, e uno di quella rosa che nella partita non c'entrava, ma l'altro era un nome sicuro, il filo giusto. E fin dal momento che l'aveva pronunciato, non aveva avuto pace. Il suo corpo era una spugna inzuppata di terrore, persino il bruciore al fegato, il doloroso guizzo al cuore sembravano spenti.

Il Pizzuco, che al caffè Gulino voleva trattenerlo per offrirgli un amaro, come prima tante altre volte era accaduto, restò dapprima allocchito dal rifiuto, dal brusco allontanarsi dei Parrinello, come di fuga, e restò a pensarci su, che sveglio di mente non era. Per tutta la giornata Parrinello, dal canto suo, per tutta la giornata svolse in significati di morte l'offerta di una amaro: amaro tradimento, amara morte, del tutto trascurando la motoria affezione, cirrosi secondo il medico, che il Pizzoco aveva per l'amaro, amaro siciliano beninteso, della ditta Fratelli Averna, sul quale amaro si fondava la superstite fede e separatista del Pizzoco, ex combattente dell'Evis, a suo dire soltanto favoreggiatore di Giuliano, secondo la polizia. Tanti altri notarono lo smarrimento di Parrinello, il suo andare inquieto, come di chi si sentisse un mastino alle calcagna, e più lo notarono coloro che lui temeva e voleva schivare. E poi l'incontro con l'uomo che più temeva, con l'uomo capace di sapere già o di indovinare quel che era stato detto in confidenza tra le pareti di un ufficio. Aveva finto di non vederlo, aveva subito svoltato cantone. Ma quello lo aveva visto, lo aveva seguito con quel suo sguardo che pareva spento sotto le palpebre grevi. Da quell'incontro le ultime 24 ore del confidente si svolsero atroci e frenetiche.

Il vagheggiamento di una fuga che pure sapeva impossibile si alternava alla visione di se stesso morto. La fuga era il fischio lungo dei treni, la campagna che nella corsa del treno si apriva, paesi che ruotavano lenti con donne alle finestre, fiori lividi, e poi un tunnel, dell'improvviso le parole di morte scandite dal ritmo del treno, le nere acque della morte che su di lui si chiudevano. Senza saperlo, in tre giorni di inquietudine, di passi falsi divisibili tra salienti e sgomenti, si era da sé scavata la fossa. Ora stavano per abbattervelo come un cane, pensava, ma credeva la morte gli venisse per l'infamità che aveva fatta, che la conoscessero, la sospettassero, e non perché esponendogli empatia la paura avesse offerto di se l'immagine del tradimento consumato.

I due nomi che lui si era lasciati scappare era soltanto nella memoria del capitano Bellodi, il quale, non volendo trovarsi tra i piedi ancora un morto, assolutamente intendeva proteggere il confidente. Ma Parrinello, coi nervi ormai consunti dall'ansia, vedeva la sua confidenza vagare nell'aria come spuma. E ormai perduto, all'alba di quella che doveva essere l'ultima sua giornata, al capitano scrisse su un foglio sottile da posta aerea due nomi e poi: "Sono morto." E come chiudendo una lettera, ossequi, Calogero di Bella andò a impostare la lettera. Che il paese era ancora deserto e tutta la giornata passò ora vagando per le strade, ora precipitosamente rincasando una decina di volte, deciso a chiudersi in casa, e altrettante a farsi ammazzare, finché nell'ultima decisione di nascondersi sulla porta di casa, due infallibili colpi di pistola lo colsero.

La sua lettera il capitano la lesse dopo averne appresa la morte, avendo dato al maresciallo di B disposizione per il fermo del Marchica. Il capitano Bellodi era tornato a C. e stanchissimo direttamente all'alloggio, quando lo avvertirono della morte del di Bella. Scese in ufficio e tra la posta del pomeriggio trovò la lettera. Ne ebbe profonda impressione. Scena del mondo, con un'ultima azione, la più precisa ed esplosiva che avesse mai fatto: due nomi al centro del foglio e sotto, quasi al margine, il disperato messaggio: "Gli ossequi e la firma." E non era la portata della delazione che impressionava il capitano, ma la disperazione, l'agonia che l'aveva suscitata. Quegli ossequi lo commuovevano di fraterna pietà e di doloroso fastidio. La pietà e il fastidio di chi, sotto apparenza è già classificate, definite, respinte, improvvisamente scopre nudo e tragico il cuore umano. Con la sua morte, col suo estremo saluto, il confidente si era avvicinato in una più umana confidenza che continuava ad essere sgradevole, fastidiosa, ma tuttavia trovava nel sentimento e nei pensieri dell'uomo cui era rivolta una risposta di pietà, di religione.

Da questo stato d'animo sorse improvvisa la collera. Il capitano sentì l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi, come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere, un eccezionale libertà di azione. E sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali in Sicilia, e per qualche mese, e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero alla memoria alle repressioni di Mori, il fascismo, e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti. Ma durava la collera, la sua collera di uomo del Nord che investiva la Sicilia intera. Questa regione che è sola in Italia dalla dittatura fascista aveva avuto in effetti libertà: la libertà che è nella sicurezza della vita e dei beni. Quante altre libertà? Questa loro libertà era costata e siciliani non sapevano e non volevano sapere. Avevano visto sul banco degli imputati nei grandi processi delle Assise tutti i Don e gli zii, i potenti capi elettori e commendatori della corona, medici, avvocati che si intrigavano alla malavita o la proteggevano, magistrati deboli o corrotti erano stati destituiti, funzionari compiacenti allontanati. Per il contadino, per il piccolo proprietario, per il pastore, per lo zolfataro, la dittatura parlava questo linguaggio di libertà. E questa è forse la ragione per cui in Sicilia, pensava il capitano, ci sono tanti fascisti. Non è che loro abbiano visto il fascismo solo come una pagliacciata, e noi dopo l'8 settembre l'abbiamo sofferto come una tragedia. Non è soltanto questo, è che nello Stato in cui si trovavano, una sola libertà gli bastava, e delle altre non sapevano che farsene.

Ma non era ancora sereno giudizio. E svolgendo questi pensieri, ora chiari, ora per difetto di conoscenza confusi, già viaggiava verso S. nella notte che la gelida luce dei fari faceva ancora più vasta e misteriosa, uno sconfinato antro di splendenti schisti e di cadenti apparizioni. Il maresciallo di S. aveva avuto una terribile giornata e peggior nottata. Stava per guardare tacite e insidiose le acque del sonno che a momenti lo sommergevano. Si era portato dietro dal paese vicino il Marchica, che per la verità si mostrava quieto e addirittura mezzo addormentato, come un cucciolo attaccato alla poppa della madre. E così quieto era entrato in camera di sicurezza, e già prima che la porta fosse stata richiusa, si era buttato sul tavolaccio come un sacco di ossa. E come se non bastasse il Marchica, ecco che il maresciallo aveva trovato il morto, come ultima sorpresa della giornata. Ce n'era abbastanza da indemoniare l'uomo più tranquillo. Ma nel maresciallo, l'anguria della fame, combinandosi con la stanchezza, c'era soltanto sonno.

E proprio mentre scappava a prendere un caffè sulla soglia del bar, la voce del capitano, arrivato in quel momento, lo fermò. Che voleva dire essere nato sotto la stella cattiva, almeno per i rapporti coi superiori. Ma il capitano lo raggiunse e prese anche lui un caffè, e volle pagargli, nonostante il barista dicesse del piacere che aveva il bar impersonalmente ad offrire caffè al signor capitano e al signor maresciallo, facendo così silenziosamente schiumare, come shop di birra, e il malumore del maresciallo, che pensava: "Questo qui ora immagina che io venga a consumare di franco in questo bar." Ma il capitano aveva ben altri pensieri.

Il corpo di Parrinello era ancora sul selciato, coperto da un telo azzurrastro, e i carabinieri di guardia sollevarono il telo. Il corpo era contratto come nel sonno prenatale, nell'oscura matrice della morte. Aveva scritto: "Sono morto." Ed eccolo morto, quasi sulla soglia di casa. Dalle finestre chiuse il mugolio di dolore della moglie e il mormore delle vicine di casa che erano corsa a confortarla. Il capitano lo guardò per un momento, fece segno che lo ricoprissero. La visione dei morti gli dava sempre turbamento, ed ora particolarmente. Tornò indietro verso la caserma, seguito dal maresciallo. Il suo piano era questo: fermare subito i due di cui Parrinello gli aveva fatto estrema confidenza, interrogarli in condizioni e modi che aveva già abilmente disegnati, separatamente e quasi contemporaneamente. I due, e il terzo che era già al sicuro. Il maresciallo ritenne facile, cioè senza eventuali conseguenti grane, il fermo di Rosario Pizzuto. Ma sul secondo nome che il confidente solo da morto, come si dichiarava, aveva avuto il coraggio di scrivere, ebbe visione della Iliade di guai che da un gradino all'altro, giù giù come una palla di gomma, sarebbe finita con rimbalzare in faccia a lui, maresciallo maggiore Arturo Ferlisi, comandante la stazione di S. E non per molto tempo ancora, dal modo come le cose stavano mettendosi, smarrito fece rispettosamente presenti le conseguenze al capitano. Le capitano le aveva già valutate. Non c'era niente da fare. L'asino bisognava attaccarlo dove voleva il padrone. E pareva il maresciallo Ferlisi di stare attaccando l'asino in mezzo alle terraglie, e l'effetto della scalciata sarebbe stato da ricordarsene per sempre.

"Non capisco proprio, non capisco. Un uomo come Don Mariano Arena, un galantuomo tutto casa e parrocchia, e in età, poveretto, con tanti malanni addosso, tante croci, e lo arrestano come un delinquente, mentre, permettetemi di dirlo, tanti delinquenti se la spassano sotto gli occhi nostri." "Potrei dire meglio, ma so quanto voi personalmente tentate di fare e apprezzo moltissimo il vostro lavoro, anche se non tocca a me apprezzarlo nel giusto merito." "Grazie, ma facciamo tutti il possibile. E no, lasciatemelo dire, quando di notte si va a bussare a una casa onorata, sì, onorata, e si tira dal letto un povero cristiano vecchio e sofferente, per giunta, e lo si trascina in carcere come un malfattore, gettando nella costernazione, nell'angoscia, una famiglia intera, e no, questa non è cosa, non dico umana, ma lasciatemelo dire, giusta." "Ma ci sono dei sospetti fondati, che dove e come?" "Fondati? Uno per del senno vi mando un biglietto col mio nome scritto sopra, e voi venite qui nel cuore della notte, è così? Vecchio come sono, senza considerazione per il mio passato di galantuomo, mi trascinata in galera come niente." "Veramente nel passato dell'Arena qualche macchia c'è." "Macchia, amico mio, lasciatemelo dire da siciliana e da uomo quale sono. Se per quello che sono merito un po' della vostra fiducia, qui..."

Il famoso Mori ha spremuto lacrime di sangue. È stata una di quelle cose del Fascismo che, per carità, è meglio non toccare. E guardate che io del Fascismo non sono un detrattore. Certi giornali mi chiamano addirittura fascista. E forse che nel Fascismo non c'era del buono? Ce n'era eccome.

Questa canea che chiamiamo Libertà, queste manciate di fango che volano nell'aria a colpire anche le vesti più immacolate, i sentimenti più puri. Lasciamo andare Mori. Come vi dicevo, è stato qui un flagello di Dio. Passava e coglieva, come qui si suol dire, duri e maturi, chi centrava e chi non c'entrava, birbanti e galantuomini, a fantasia sua e di chi gli faceva le spiate. È stata una sofferenza, amico mio, e per la Sicilia intera.

Ora voi venite a parlarmi della macchina. Quale macchia? Se conosceste come io lo conosco Don Mariano Arena, voi non parlereste di macchie. Un uomo, lasciatemelo dire, come ce ne sono pochi. Non dico per integrità di fede, che a voi non voglio considerare se giustamente o meno, può anche non interessare, ma per onestà, per amore del prossimo, per saggezza. Un uomo eccezionale, vi assicuro. Tanto più se si pensa che sprovvisto di istruzione, di cultura. Ma voi sapete quanto più della cultura valga la purezza di cuore. Ora prendere un uomo simile come un malfattore... è cosa che, lasciatemelo dire con la mia sincerità di sempre, mi fa pensare, per l'appunto, ai tempi dei muri.

Ma dalla voce pubblica, l'Arena è indicato come capo mafia. La voce pubblica? Ma che cos'è la voce pubblica? Una voce nell'aria, una voce dell'aria. E porta la calunnia, la diffamazione, la vendetta vile. E poi, che cos'è la mafia? Una voce anche la mafia. Che ci sia, ciascuno dice dove sia, nessun lo sa. Voce, voce che vaga e rintrona le teste deboli. Lasciatemelo dire.

Sapete come diceva Vittorio Emanuele Orlando? Vi cito le sue parole, che lontani come siamo dalle sue concezioni, assumono dette da noi più, lasciatemelo dire, autorità. Diceva: "Ma la mafia, almeno per certe manifestazioni che io ho potuto costatare, esiste." Mi addolorate, figlio mio, mi addolorate come siciliano, mi addolorate e come uomo ragionevole quale presumo di essere. Quel che insegnamento rappresento, si capisce, non c'entra. Ma il siciliano che io sono e l'uomo ragionevole che presumo di essere, si ribella. Ma questa ingiustizia verso la Sicilia, a questa offesa alla ragione! Badate che la ragione ha per me, naturalmente, la R minuscola, sempre.

Ditemi voi se è possibile concepire l'esistenza di un'associazione criminale così vasta ed organizzata, così segreta, così potente da dominare non solo mezza Sicilia, ma addirittura gli Stati Uniti d'America, e con un capo che sta qui in Sicilia, visitato dai giornalisti e poi dai giornalisti presentato, poveretto, nelle tinte più fosche. Ma la conoscete voi? Io sì. Un buon uomo, padre di famiglia esemplare, lavoratore infaticabile. E si è arricchito? Certo che si è arricchito, ma col lavoro. E ha avuto i suoi guai con Mori, anche lui.

Ci sono uomini rispettati per le loro qualità, per il loro saper fare, per la capacità che hanno di comunicare, di crearsi immediatamente un rapporto di simpatia, di amicizia. E quella che voi chiamate voce pubblica, il vento della calunnia, subito si leva a dire: "Ecco i capi mafia". E c'è una cosa che non sapete: questi uomini che la voce pubblica vi indica come capi mafia, hanno una qualità che io mi augurerei di trovare in ogni uomo e che basterebbe a far salvo ogni uomo davanti a Dio: il senso della giustizia, istintivo, naturale, un dono. E questo senso della giustizia li rende oggetto di rispetto. E questo è il punto.

L'amministrazione della giustizia è compito dello Stato e non si può ammettere che... parlo di senso della giustizia, non di amministrazione della giustizia. E poi vi dico: se noi due stiamo a litigare per un pezzo di terra, per una eredità, per un debito, e viene un terzo a metterci d'accordo, a risolvere la vertenza in un certo senso, viene ad amministrare giustizia. Ma sapete cosa sarebbe accaduto di noi due se avessimo continuato a litigare? Davanti alla vostra giustizia, anne sarebbero passate e forse, per impazienza, per rabbia, uno di noi due o tutti e due ci saremmo abbandonati alla violenza. Non credo, insomma, che un uomo di pace, un uomo che mette pace, venga ad usurpare l'ufficio di giustizia che lo Stato detiene. E che, per carità, è legittimo.

Beh, ma se le cose su questo piano... e su quale piano volete metterle? Sul piano di quel vostro collega che ha scritto un libro di mafia, che, lasciatemelo dire, è una tale fantasia che mai me la sarei aspettata da un uomo responsabile. Per me, la lettura di quel libro è stata molto istruttiva. Se intendete dire che vi avete appreso cose nuove, va bene. Ma che le cose di cui il libro parla esistano davvero, è un altro discorso. Ma mettiamo le cose su un altro piano.

C'è stato mai un processo da cui si è risultata all'esistenza di un'associazione criminale chiamata mafia, cui attribuire con certezza il mandato dell'esecuzione di un delitto? È mai stato trovato un documento, una testimonianza, una prova qualsiasi che costituisca sicuro relazione tra un fatto criminale e la cosiddetta mafia? Mancando questa relazione, e ammettendo che la mafia esista, io posso dirvi: è un'associazione di segreto mutuo soccorso, né più né meno che la massoneria. Perché non attribuite certi delitti alla massoneria? Ci sono tante prove che la massoneria svolga azioni delittuose quante ce ne sono che le svolga la mafia. Io credo. Credete a me. Lasciatevi ingannare da me, che per quel che indegnamente rappresento, Dio sa se voglio e posso ingannarvi. E vi dico: quando voi, nell'autorità di cui siete investito, indirizzate, come dire, le vostre attenzioni verso persone della voce pubblica indicate come appartenenti alla mafia, e soltanto per il fatto che sono indicate come mafiose, senza concrete prove dell'esistenza della mafia e dell'appartenenza ad essa delle singole persone, ebbene, voi fate al cospetto di Dio ingiusta persecuzione.

E siamo proprio al caso di Don Mariano Arena e di questo ufficiale che l'ha arrestato senza pensarci due volte, con una leggerezza, lasciatemelo dire, non degna della tradizione dell'Arma. Diremo con latino di Svetonio: "ne principum quidem virorum insectatione absinuit", che tradotto e spiccioli vuol dire che Don Mariano è amato e rispettato da un paese intero, prediletto da me, e vi prego di credere che so scegliere gli uomini della mia dilezione.

Carissimo all'Onorevole Livigni, al Ministro Mancuso, le ventiquattro ore del fermo di polizia erano già scadute per il Marchica e per l'Arena. Il Pizzuko stava per scadere alle nove in punto. Tempestando il Marchica la porta della camera di sicurezza per chiedere il rispetto dei propri diritti, che conosceva benissimo, il maresciallo lo informò che un provvedimento del procuratore della Repubblica prorogava il fermo alle quarantotto ore. Così rassicurato relativamente alla forma, il Marchica ridimentò quieto e noncurante. Relativamente alla sostanza, che era il tavolaccio sul quale di nuovo si sdraiò, e persino con una certa volontà.

Il maresciallo tornò in ufficio rimuginando il fatto che il Marchica avesse chiamato alle nove spaccate e non aveva orologio, giacendo il suo da polso insieme al portafoglio, alla cravatta e alle stringhe delle scarpe in un cassetto dell'ufficio. Alle dieci, il maresciallo svegliò il Marchica, gli restituì gli effetti. Il Marchica credette stessero per metterlo fuori. Il grumo di sonno, di preoccupazione, di barba che era la sua faccia, si sciolse in un sorriso di trionfo. Ma al portone della caserma c'era un'automobile. Il maresciallo lo spinse dentro, dove già c'era un carabiniere. E un carabiniere entrò dopo, per cui il Marchica si trovò stretto tra due carabinieri sul sedile posteriore di una 600. Fece appello al codice della strada. E il maresciallo, che già si era infilato all'auto dell'autista, ne fu così sorpreso da rispondere con evasiva gentilezza: "Siete tutti e tre magri".

A. Nelle camere di sicurezza del Comando Compagnia si trovavano il Pizzuko e l'Arena. Il capitano aveva pensato che a tenerli per un giorno intero nel bagno maria delle camere di sicurezza, l'interrogatorio a cui doveva sottoporli, avrebbe avuto esito migliore. Una notte, un giorno di disagio, di incertezza, avrebbero avuto su quei tre uomini il loro peso.

Cominciò il Marchica. Il Comando Compagnia aveva sede in un vecchio convento. Pianta rettangolare, su ogni lato due file di camere divise da un corridoio. Una fila che aveva finestre intorno al cortile, un'altra le cui finestre guardavano sulla strada. A questa costruzione piuttosto armoniosa, le preoccupazioni di governo del siciliano Francesco Crispi e del suo più travagliato ministero ne avevano aggiunta un'altra sgraziata in forme, che voleva ripetere in più ridotte proporzioni il disegno della prima, ma era riuscita come la copia che un bambino può fare del disegno di un ingegnere. Al posto del cortile c'era un pozzo lume e le due costruzioni comunicavano con una rampa di scale e un aprirsi di anti. Dal loro raccapezzarci, se non dopo il pratica lunga, aveva però il vantaggio di offrire stanze più grandi di quelle della vecchia costruzione. E al primo piano erano destinate ad uffici, al secondo piano ad alloggio del comandante.

L'ufficio del Comandante aveva una grande finestra che dava sul pozzo a lume. Di fronte, con una uguale finestra, all'ufficio del Tenente. E tra le due finestre correva una distanza che, sporgendosi, due persone avrebbero potuto passarsi delle carte da un ufficio all'altro. Per il modo come la scrivania del Capitano era disposta, Marchica sedette di fronte alla finestra. E alla sua destra era la porta dell'ufficio.

"Lei è nato a B?" domandò il Capitano.

"Sì, signore," disse il Marchica, con tono di sopportazione.

"E è sempre stato a B?"

"Non sempre. Ho fatto il soldato, sono stato per qualche anno in galera."

"E immagino conosca molta gente."

"A B è il mio paese, ma a volte, sa come succede, uno manca per un paio d'anni e i ragazzi sono giovani e i vecchi sono più vecchi. E non parliamo delle donne. Le lasci che giocano per la strada con le noccioline. Torni dopo un paio d'anni e le trovi con i bambini attaccati alla veste e magari sformate nel corpo. Ma quelli che sono dell'età nostra, che sono stati sempre nel nostro quartiere e da bambini hanno giocato con noi, si fa presto a riconoscerli, no?"

"Certo," disse il Marchica, e cominciava a preoccuparsi più per il modo pacato da conversazione che il Capitano teneva che per il senso delle domande.

Il Capitano tacque per un momento, come improvvisamente distratto nei suoi pensieri. E il Marchica guardava dalla finestra all'ufficio di fronte, vuoto e illuminato. Il Capitano aveva avuto cura di accendere nel suo ufficio una sola lampada, quella sul tavolo, e voltandola in modo che la luce battesse sul tavolino al lato dove il brigadiere scriveva, per cui la visione dell'altro ufficio era chiarissima al Marchica.

"E lei, senza dubbio, ha conosciuto un certo Paolo Nicolosi?"

"No," disse precipitosamente il Marchica.

"È impossibile," disse il Capitano. "Forse in questo momento non riesce a ricordarsene. Anche perché da molti anni il Nicolosi si era allontanato da B. Ma tenterò di rinfrescarle il ricordo. Il Nicolosi abitava in via Giusti, che fa angolo con la via Monti, dove lei, se non sbaglio, ha sempre abitato. Il padre era un piccolo proprietario, ma faceva di mestiere il potatore. E questo mestiere fa il figlio, che ora risiede a S, dove si è sposato."

"Ora che lei mi dice queste cose, e mi pare di ricordare... ne sono contento. E non è poi difficile ricordare certe cose e certe persone, specialmente se sono legate a un tempo felice della nostra vita, l'infanzia. Giocavamo assieme, mi ricordo. Ma lui era più piccolo di me. E quando sono andato per la prima volta in galera, ingiustamente, come è vero il Dio del Sacramento, lo era ancora un ragazzo. E non l'ho più rivisto."

"E com'è di faccia, voglio dire nel fisico, della mia statura, di pelo biondo e gli occhi celestini, ai baffetti?" disse il Capitano con sicurezza.

"Prima li aveva," disse il Marchica.

"Di che?"

"Prima di che? Prima di tagliarseli."

"Dunque lei lo ha visto quando aveva i baffi e poi quando se li è tagliati? Forse, con fondo, pensandoci bene, sto proprio facendo la confusione."

"No," lo rassicurò il Capitano. "Lei ricorda esattamente. Portava i baffi prima di sposarsi, poi via. Forse alla moglie non piacevano. Lei lo avrà dunque incontrato a B?"

"Non so se in questi ultimi tempi, da che lei è fuori per l'amnistia, Nicolosi sia venuto a B. È probabile. O forse lei lo ha incontrato a S."

"Io non vado a S da anni."

"Strano," disse il Capitano, come assalito da un'improvvisa preoccupazione. "Strano davvero, perché è proprio il Nicolosi a dire di avere incontrato lei a S. E io non capisco che ragione ci sia a mentire su questo punto."

Il Marchica non capiva più niente. Il Capitano lo guardava, indovinando il travaglio della sua mente. Su e giù, come un cane sotto il solleone. La mente, una raggiera di possibilità, di incertezze, di presentimenti, che si apriva ad ogni punto su cui, con animale sensibilità, si fermava. Si aprì di colpo la porta dell'ufficio. E Marchica si volse istintivamente a guardare sulla soglia. Il maresciallo di S salutò e disse: "Si è deciso". E alle sue spalle c'era sbracato, coi capelli scomposti e la barba lunga, il Pizzuko.

A un gesto del Capitano, il maresciallo si ritrasse, chiudendo rapidamente la porta. Il Marchica si sentì affogare nello sgomento. E il Pizzuko, senza dubbio, in furia di nervate, stava per cantare. E il Pizzuko, invece, era stato proprio in quel momento strappato dal sonno e aveva la mente lacerata da sogni inquieti, non il corpo dalle nervate. Vide nell'ufficio di fronte, nella cruda luce, entrare il Pizzuko, il maresciallo e un tenente. E subito, appena seduti, il tenente fece una breve domanda. E il Pizzuko cominciò a parlare e a parlare. E il maresciallo a scrivere e a scrivere. Il tenente aveva chiesto quale vita e con quali mezzi il Pizzuko conducesse. E il Pizzuko stava rovesciando l'edificante storia della sua vita onesta, immacolata, di intenso lavoro, sulla penna veloce del maresciallo Ferlisi. Ma dentro di sé, dalla voce del Pizzuko, il Marchica sentiva una storia di ventisette anni di reclusione, ad andar bene. Ventisette lunghi anni a lucciardone, che nemmeno Dio sarebbe riuscito a scaricare dalle spalle di Diego Marchica.

"Che ragione c'è," domandò il Capitano, "a mentire su questo punto? Non dico per lei, dico per il Nicolosi. Che ragione ha di affermare una cosa, del resto, così irrilevante e così stupida?"

"Non può dirlo," disse decisamente il Marchica.

"E perché?"

"Perché non può dirlo."

"Forse perché lei, giustamente, fondatamente, per quel che ne sa, ritiene che il Nicolosi sia già morto?"

"Morto o vivo, per me è la stessa cosa."

"Ma no, lei ha ragione. Nicolosi è morto."

Visibilmente, il Marchica ne ebbe sollievo. Ed era segno che per lui, senza la conferma del Capitano, un margine di dubbio sulla morte di Nicolosi esisteva. Non lui, dunque, lo aveva fatto fuori.

Nell'altro ufficio, il Pizzuko cantava: "Cornuto, uomo da quattro soldi, figlia di una [ __ ]! Quattro nervate e ti fanno vomitare tutto, ma la pagherai sotto le mie mani e sotto le mani di altri la pagherai!"

"Sì," disse il Capitano. "Nicolosi è morto. Ma lei sa che qualche volta i morti parlano?"

"Col tavolino a treppiedi?" disse con disprezzo Diego.

"No, parlano semplicemente per il fatto che prima di morire scrivono qualcosa. E Nicolosi, dopo aver incontrato lei, ha avuto la buona idea di scrivere il suo nome, il soprannome, su un pezzo di carta: 'Diego Marchica, detto Zecchinetta', aggiungendo il luogo e l'ora dell'incontro. E la considerazione, del resto ovvia, che la morte di Colasberna fosse da collegare alla presenza di Zecchinetta a S in quell'ora e in quel luogo."

"Una letterina, insomma, che, considerato il fatto che Nicolosi è morto, per i giudici sarà più importante della testimonianza che il Nicolosi avrebbe potuto rendere da vivo."

"Che errore è stato il vostro! Questa letterina, il Nicolosi l'ha lasciata alla moglie. E solo nel caso gli fosse accaduto qualcosa, la moglie avrebbe dovuto consegnarla a noi. A lasciarlo vivo, sono certo che non avrebbe mai osato a fare testimonianza, e tanto meno denunciare quel che aveva visto. È stato un terribile errore ammazzarlo."

Nell'ufficio di fronte, il Pizzuko aveva finito di parlare e il maresciallo aveva riordinato ai fogli e gli si era avvicinato a farli firmare, foglio per foglio. L'infamità. Poi il maresciallo era uscito. E un momento dopo entrò nell'ufficio del Capitano a portargli i fogli.

"Il Marchica su Don Mariano?"

"Non so," disse il Capitano. "Cosa lei pensa di Rosario Pizzuto?"

"Una spugna di infamità," disse Diego.

"Non l'avrei mai creduto. Ma siamo d'accordo? Perché mi pare infame, per voi siciliani, e colui che commette l'infamia di rivelare fatti che, pur meritando la giusta punizione della legge, non dovrebbero mai essere rivelati."

"Siamo d'accordo. Pizzuto ha fatto infamità."

"Vuole sentire?" disse al Brigadiere, porgendogli i fogli che il maresciallo aveva portato. Accese una sigaretta e restò a guardare immobile, con gli occhi socchiusi, Diego Marchica, che grondava di sudore, silenziosamente singultava di rabbia.

Il falso verbale, che era stato accuratamente preparato, diceva che spontaneamente, le nervate, pensò Diego, le nervate spontaneamente Rosario Pizzuco confessava di aver incontrato tempo addietro il Marchica e di avergli fatto confidenza di certe offese ricevute dal Collasberna. E il Marchica si offrì come strumento di vendetta. Ma essendo lui, Rosario Pizzuto, uomo di saldi principi morali, poco inclinato alla violenza, assolutamente alieno da sentimenti vendicativi, l'offerta fu rifiutata. Il Marchica insistette, rimproverando anzi al Pizzuko l'atteggiamento di indecorosa sopportazione che assumeva nei riguardi del Collasberna. E aggiunse che, avendo verso Costui personali motivi di risentimento per lavoro, denaro che egli aveva negato, il Pizzuko non ricordava bene un giorno l'altro, l'avrebbe astuto il Collasberna, che voleva dire: ne avrebbe spento la vita, così come si spegne una candela. E senza dubbio aveva attuato il suo proposito, se qualche giorno dopo l'omicidio di Collasberna, recatosi il Pizzuko a S per un certo affare di terreni e per caso incontrando il Marchica, da questi aveva avuto, senza che peraltro ne avesse sollecitato la confidenza, tremenda rivelazione di un duplice omicidio con queste precise parole: "Partivo per assodarne uno e me tocco a sto tablet". Dove, inequivocabilmente, nel linguaggio da malavita del Marchica, dichiarano l'esecuzione di due omicidi: uno in persona di Collasberna, l'altro, è sospetto, del Pizzuko in persona del Nicolosi, della cui scomparsa in quei giorni si parlava.

Il Pizzuto ebbe grande spavento della pericolosa rivelazione e tornò a casa sconvolto. Naturalmente, non parlò della cosa da anima viva, temendo, stante la natura violenta del Marchica, per la sua stessa vita. A domanda sui motivi per cui il Marchica lo avesse fatto depositario di un così pericoloso segreto, il Pizzuko aveva risposto che forse il Marchica, da tempo assente dalla zona, aveva creduto di poter confidare nel Pizzuko per certi trascorsi solo apparentemente eguali ai propri, vale a dire nel periodo confuso del movimento separatista, avendo entrambi militato nelle formazioni dell'EVIS, ma per fine assolutamente ideali il Pizzuko e a scopo delittuoso il Marchica. Ancora a domanda se dietro il Marchica si potessero individuare delle responsabilità di terzi, ossia di mandanti, il Pizzuko aveva risposto di non sapere, ma per opinione personale era portato ad escluderlo nel modo più assoluto, ravvisando i motivi del delitto soltanto nel carattere violento e nella invincibile tendenza a delinquere di cui, contro la proprietà e la vita degli altri, il Marchica aveva dato sempre prova.

Era un falso magistrale, di perfetta verosimiglianza relativamente ad uomini come il Pizzuto e dal Pizzuko in particolare, ed era nato dalla collaborazione di tre marescialli. E il tocco più sapiente era dato dall'ultima affermazione attribuita al Pizzuko: l'assoluta esclusione della possibilità che esistessero mandanti. Il nome di Mariano Arena in quel falso verbale sarebbe stato un passo irrimediabilmente falso, la nota stonata, il dettaglio inverosimile, e il gioco si sarebbe sfasciato nella diffidente valutazione del Marchica. Ma la precisa tecnica di rovesciare in basso, cioè sul Marchica, ogni colpa, precisamente negando le proprie, respingendo il sospetto che ci fossero dei mandanti, al Marchica diede gioiosa certezza dell'autenticità. E anzi, nemmeno per un istante ne dubitò.

La voce del brigadiere che leggeva il documento, adattandosi come colonna sonora la visione di cui attraverso la finestra era stato spettatore sconvolto, accecato da una collera che ad avere tra le mani il Pizzuto si sarebbe manifestata spegnendo nella infame vita. Dopo un lungo silenzio disse: "Che mettendosi così le cose, a lui restava da fare quel che fece Sansone".

"Moris ansuni," disse, con tutto lucugnone, ristabilendo, si capisce, nella loro verità, i fatti che quel lurido cane aveva a modo proprio raccontato. Un incontro, un primo incontro dopo tanti. Col Pizzuko c'era stato a B nei primi di dicembre dello scorso anno. Il Pizzuto gli propose di fare fuori il Collasberna, che disse gli aveva fatto terribile offesa, come compenso 300 mila lire. Il Marchica, poiché da pochi mesi era stato dimesso dal carcere, voleva godere un po' di serena libertà. Disse che non si sentiva. Ma poiché si trovava in bisogno, il Pizzuko insistendogli, fece abbandonare la possibilità di un acconto immediato e gli promise per dopo, ad impegno assolto, il saldo della somma pattuita e un impiego come cantiere in aggiunta. Il Marchica cedette solo per il fatto, era bene ripeterlo, che si trovava in condizioni di bisogno terribile. E il bisogno. Furono dunque stabilite col Pizzuko le modalità per eseguire il delitto, impegnandosi il Pizzuko a concorrere facendogli trovare l'arma in una casa di campagna di sua proprietà, dove il Marchica la notte precedente all'esecuzione del delitto si sarebbe dovuto recare. Dalla casa di campagna, non lontana dal paese, il Marchica avrebbe dovuto, seguendo un itinerario prestabilito, appostarsi allo sbocco di via Cavour all'ora di partenza del primo autobus per Palermo, poiché ad ogni sabato con quell'autobus il Collasberna usava recarsi a Palermo. Eseguito il colpo, il Marchica avrebbe dovuto velocemente fuggire per la via Cavour e tornare alla casa di campagna del Pizzuko, dove Costui sarebbe poi venuto a prelevarlo per ricondurlo in macchina ad B.

Il Marchica, giorni prima del delitto, si recò a S per prendere visione dei luoghi in cui avrebbe dovuto agire e per essere in grado di identificare senza possibilità di equivoci il Collasberna. In quell'occasione, il Pizzuko fissò la data dell'omicidio: il 16 gennaio alle 6:30. Il Marchica uccise in ogni particolare, eseguendo il piano preparato dal Pizzuko Salvatore con la Sberna. Ma ci fu un intoppo nell'incontro a metà della via Cavour, mentre il Marchica fuggiva col suo concittadino Paolo Nicolosi, il quale nettamente lo riconobbe e anzi lo chiamò per nome. Ne ebbe inquietudine e questa sua inquietudine la comunicò al Pizzuko, quando subito dopo venne a raggiungerlo nella casa di campagna. Si agitò, bestemmiò, poi, calmato, disse: "Non ti preoccupare, ci pensiamo noi".

A bordo di un camioncino di sua proprietà, il Pizzocolo accompagnò fino alla contrada Granci, a poco meno di un chilometro da B. Ma prima gli consegnò a saldo altre 150 mila lire, che con quelle dell'anticipo facevano le 300 mila lire pattuite. Qualche giorno dopo, venuto il Pizzuko a B, il Marchica seppe che riguardo al Nicolosi non avrebbe più dovuto nutrire preoccupazioni alcuna, essendo ormai, così testualmente si espresse il Pizzuko, "buono solo a trovare i pupi di zucchero ai bambini", riferendosi al costume del luogo di una specie di befana ai bambini nella ricorrenza del giorno dei morti con doni appunto di pupi di zucchero. Da tale espressione del Pizzuko, il Marchica ebbe la certezza che Paolo Nicolosi era stato soppresso.

A domanda se il Pizzuko agisse per conto di altri, dandogli il mandato di uccidere il Collasberna, il Marchica dice di non saperlo, ma a sua opinione lo esclude. A domanda se la frase "non ti preoccupare, ci pensiamo noi" detta dal Pizzuko, non esprima la partecipazione del concorso di altri ignoti al Marchica, ma complici del Pizzuko, il Marchica dice di escluderlo e anzi afferma di non potere, in coscienza, precisare se il Pizzuto abbia detto "ci pensiamo noi" oppure "ci penso io". A domanda se a cognizione o sospetto del modo, del luogo in cui Nicolosi è stato soppresso, dice di non sapere.

Mentre parlava, Diego andava rasserenandosi. A noi soddisfatto alla lettura che il Capitano gli fece della confessione, e con soddisfazione firmò, avendo sistemato la faccenda a danno di quella carogna del Pizzuko e suo osservando la buona creanza di non coinvolgere altri che carogna non erano, si sentiva in pace con la propria coscienza e rassegnato al destino. Forse che la vita non era un carcere? Una continua tribolazione era la vita. I soldi che ti mancano, le carte della Zecchinetta che ti chiamano, l'occhio del Maresciallo che ti segue, i buoni consigli della gente, e il lavoro. La dannazione di una giornata di lavoro. E il lavoro che ti fa peggio di un asino. Basta, meglio dormirci sopra. Delle ore. È veramente il sonno tornava a prendere, scuro, informe, ogni suo pensiero.

Il Capitano lo mandò a dormire al carcere di San Francesco, in isolamento, rimandando così, ad istruzione compiuta, ai festeggiamenti che Diego avrebbe ricevuto dagli altri detenuti.

Toccava ora al Pizzuko. Era già notte inoltrata. Incontrato in diverse circostanze, il Pizzuko avrebbe suscitato pena, irrigidito dal freddo e dall'artrite, gocciolante dal naso e dagli occhi per un raffreddore che gli era improvvisamente esploso, smarrito per quel che gli accadeva, girava gli occhi lacrimosi in uno sguardo da sordo e apriva e chiudeva la bocca come se non trovasse voce per parlare.

Il Capitano gli fece leggere dal brigadiere la confessione del Marchica. Pizzuko, sul Santissimo Sacramento, davanti a Gesù Crocifisso, sull'anima di sua madre, di sua moglie, di suo figlio Giuseppe, giurò che quella di Marchica era un'infamità nera. E su Marchica invocò fino alla settima generazione la giusta vendetta del cielo, da dove, oltre ai suoi morti già mentovati, per lui pregava anche uno zio Canonico, morto in sospetto, era il caso di dire, di santità. Nonostante il raffreddore, l'angoscia era un parlatoro straordinario e il suo discorso era fitto di immagini, di simboli, di iperboli, e in siciliano italianizzato, a volte efficace e a volte più incomprensibile del dialetto schietto.

Il Capitano lo lasciò un po' sfogare. "Dunque," domandò poi freddamente, "lei non conosce nemmeno questo Marchica, che così pareva aver voluto affermare nel suo lungo discorso?"

"Per conoscerlo, signor Capitano, lo conosco. E che mi avessero ammazzato prima di conoscerlo, forse sarebbe stato meglio. Lo conosco e so quanto vale. Ma che tra me e lui ci siano mai stati rapporti così stretti, e poi, per togliere Dio se ne scansì la vita a un cristiano, mai, signor Capitano, mai. Per Rosario Pizzuto, la vita di un cristiano, di ogni cristiano, sta come sull'altare maggiore di una chiesa: è sacra, signor Capitano, sacra."

"Dunque lei conosce il Marchica?"

"Lo conosco. Posso dire di no. Lo conosco, ma è come se non lo conoscesse. So di che pasta è fatto. E sempre mi sono tenuto alla larga."

"E come spiega questa sua confessione?"

"E chi la può spiegare? Forse è uscito di senno? Forse si è messo in testa di rovinarmi? E che può leggere nella testa di uno come lui? La sua testa è come una di quelle melagrane amare, ogni pensiero suo è un chicco di malizia da far allegare i denti di spavento. Uno come me, capace di ammazzare uno così perché non ha risposto al suo saluto, perché non gli piace come ride. Delinquente nato."

"Lei ne conosce benissimo il carattere."

"E come no? Se l'ho avuto sempre tra i piedi. E in questi ultimi tempi, se l'è trovato tra i piedi qualche volta. Cerchi di ricordare."

"Vediamo. Appena uscito di galera, l'ho incontrato, ed è la prima. Poi l'ho incontrato a B, nel suo paese, ed è la seconda. Poi è venuto a S, ed è la terza. Cioè volte, signor Capitano, ci volte."

"E di che cosa avete parlato?"

"Di niente, signor Capitano, di niente. Cose che tanto sono inutili, che si scordano subito, come se uno scrivesse su una pozza d'acqua. Rallegramente per la libertà riguadagnata, e uno intanto pensa che c'è spreco di amnistia. Auguri che si possa godere la libertà, e uno pensa che non passa molto ed è di nuovo in galera. E con me l'annata, come il tempo, come stanno gli amici. Cose inutili."

"Secondo lei, per quanto la riguarda, non c'è niente di vero in quanto afferma il Marchica. Ma, lasciando per un momento da parte il Marchica, a noi risulta con assoluta certezza che lei, circa tre mesi addietro, se vuole posso dirle la data esatta, ha avuto un colloquio con Salvatore Colasberna e gli ha fatto delle proposte che il Colasberna ha respinto."

"Riguardo a consigli, signor Capitano. Consigli disinteressati, per una buona amicizia."

"Se lei è in grado di dare consigli, vuol dire che è bene informato."

"Bene informato? Cosa sentite qua e là? Per il lavoro che faccio, sto sempre in giro e sento oggi una cosa, domani un'altra."

"E che cosa ha saputo da sentire il bisogno di dare consigli a Colasberna?"

"Ho saputo che le sue cose andavano male e gli ho consigliato di cercare protezione, aiuto pressoché... ma non so, presso amici, presso banche, cercando di infilarsi in politica per il canale giusto."

"E qual è, secondo lei, il canale giusto in politica?"

"Direi quello del governo. Che comanda, fa legge, e chi vuole godere della legge deve stare con chi comanda."

"E insomma, lei non aveva consigli precisi da dare a Colasberna?"

"No, signor Capitano. Gli dava dei consigli così generici, diciamo solo per amicizia."

"Giustissimo. Ma non era poi tanto amico di Colasberna."

"Ci conoscevamo. E lei, ad uno che ha appena conosce, si prende il disturbo di dare dei consigli?"

"Sono fatto così. Se vedo che ad uno gli scivola il piede, io sono lì a dargli una mano."

"Ha mai dato una mano a Paolo Nicolosi?"

"E che c'entra? Perché dopo aver dato una mano a Colasberna, era nell'ordine delle cose da fare una mano a Nicolosi?"

Suonò sul tavolo il telefono. Il Capitano ascoltò la comunicazione e intanto scrutava il Pizzuko, che ora appariva più calmo, più sicuro, e nemmeno sgocciolava per il raffreddore come quando era venuto. Posando il telefono, disse: "Ora possiamo ricominciare."

"Ricominciare?" domandò Pizzuko.

"E sì, perché questa telefonata da S mi informa che è stata trovata l'arma che ha ucciso Colasberna. Vuole sapere dove è stata trovata?"

"No, non pensi male di suo cognato. Stava proprio per eseguire l'ordine che lei, quando sono venuti i carabinieri ad arrestarla, gli ha dato. Si è recato stasera in campagna ad ora tarda, ha preso il fucile a canne mozze e stava uscendo per disfarsene, proprio mentre i carabinieri arrivavano. Una sfortunata coincidenza. Suo cognato, lei lo conosce bene. Si è visto perduto. Ha detto che l'incarico lo aveva avuto da lei e che il fucile avrebbe dovuto nasconderlo nel chiaro chiaro della contrada Gramoli, secondo istruzione ricevute da lei."

E rivolto al Brigadiere, domandò: "Che cos'è il chiaro chiaro?"

"È una zona pietrosa," disse il Brigadiere. "Un insieme di grotte, di buche, di anfratti."

"E lo avevo intuito," disse il Capitano. "E mi viene un'idea che forse è buona. Forse no, ma tentar non nuoce. E se nel chiarchiaro si trovasse anche il corpo del Nicolosi? Lei che ne dice di questa mia idea?" E si rivolse con freddo e sorriso al Pizzuko.

"Può essere buona," disse il Pizzocco impassibile.

"Se lei la prova, sono tranquillo," disse il Capitano e chiamò al telefono la stazione di S per ordinare le ricerche nel chiarchiaro di Gramoli.

Nel tempo della telefonata, il Pizzuko prontamente squadrò il piano che gli conveniva adottare. Quando il Capitano disse: "Ora lei può mettersi sulla linea del Marchica, confessando di avergli dato il mandato di uccidere Colasberna e confessando di aver ucciso Nicolosi", ho scagionare il Marchica, confessando di aver ucciso il Colasberna e il Nicolosi. Pizzuko aveva già scelto una terza linea, che veniva stranamente a coincidere col falso verbale che aveva provocato la confessione del Marchica, solo in un punto discostandosene. Erano in gamba i marescialli che avevano preparato il falso verbale, conoscevano la psicologia di un uomo come Pizzuto con precisione scientifica. Non c'era da meravigliarsi che Diego Marchica ci fosse cascato come in una pentola un cappone.

Disse, infatti, Pizzuko, che circa tre mesi prima, avendo incontrato Colasberna, per dovere di amicizia, benché non fossero poi tanto amici, aveva voluto dargli qualche consiglio relativo alla condotta da tenere nella sua attività di appaltatore edile. Ma invece che espressione di gratitudine, come il Pizzuto si aspettava, il Colasberna gli aveva rivolto, in termini irripetibili, invito a non occuparsi di cose che non lo riguardavano. E doveva un ringraziamento al Signore se lui, con la Sberna, non gli faceva precise espressioni cogliere da terra tutti i denti, facendoglieli cioè cadere a forza di pugni. Di questa reazione del Colasberna, il Pizzoco, uomo di miti sentimenti, è soltanto per incorreggibile bontà a volte portato a situazioni incresciose, ne aveva avuto dolorosa offesa. E trovandosi a parlarne occasionalmente col Marchica, questi si offese a farne vendetta, anche senza compenso, da parte del Pizzoco, avendo personali motivi di risentimento nei riguardi del Colasberna. E Pizzuko ebbe orrore della proposta e decisamente rifiutò.

Ma qualche giorno dopo, il Marchica venne ad S e gli chiese ospitalità nella casa di campagna di proprietà della moglie del Pizzouco, situata nella contrada Poggio, in vicinanza del paese di S, soltanto per una notte, trovandosi ad avere affari importanti ad S ed essendo il paese notoriamente privo di alberghi. Lo pregò il Marchica di prestargli un fucile, avendo intenzione nelle prime ore del giorno di fare un giro di caccia nella contrada che gli avevano detto essere particolarmente ricca di lepri. Dandogli la chiave della casa di campagna, il Pizzoco gli disse che avrebbe trovato sul posto un vecchio, vecchissimo fucile, non proprio adatto alla caccia, ma che poteva servire. Non ebbe sospetto della trama delittuosa del Marchica, per natura essendo fiducioso e sempre disposto a favorire chiunque. Nemmeno quando seppe della morte di Colasberna ebbe sospetto. E soltanto quando i carabinieri andarono a casa sua per arrestarlo, gli apparve chiaro il terribile imbroglio in cui il Marchica, carpendo la sua buona fede, lo aveva cacciato. E perciò diede istruzione al proprio cognato di far sparire il fucile, di cui ormai era chiaro il Marchica si era illecitamente servito. Ciò gli era apparso il miglior partito da prendere, non potendo, stante la natura vendicativa del Marchica, rivelare spontaneamente alle autorità di pubblica sicurezza i fatti di cui era vittima.

"Oh, Eccellenza," disse Sua Eccellenza, sgusciando dal letto con un balzo, per la sua età e per il suo decoro imprevedibile. Nel sonno, lo squillo del telefono aveva raggiunto con moleste ondate la sua mente. Aveva afferrato l'apparecchio con la sensazione che la mano, nel gesto, fosse incommensurabilmente lontana dal suo corpo. E mentre al suo orecchio aggiungevano lontane vibrazioni e voci, aveva acceso la luce, così irrimediabilmente svegliando la signora, che certo non avrebbe più raccolto per quella notte il sonno, che è sempre ambaravente scendeva nel suo corpo inquieto. Di colpo, le lontane vibrazioni e voci si dissolsero in una voce, anch'essa lontana, ma irritata, inflessibile. E Sua Eccellenza si trovò fuori dal letto, in pigiama, scalzo, a inchinarsi e a sorridere, come se inchini e sorrisi avessero potuto colare dentro il microfono.

La signora lo guardò disgustata e, prima di voltargli le spalle nude, splendide spalle, disse mormorando: "Non ti vede? Puoi fare a meno di scodinzolare."

"È davvero Sua Eccellenza in quel momento? Mancava soltanto della coda per esprimere devozione," disse ancora.

"Oh, Eccellenza!" E poi... "Ma Eccellenza, no! Eccellenza, sì! Eccellenza, va bene! Eccellenza!" E dopo aver detto un centinaio di volte "Eccellenza", quando la voce irritata gli si spense all'orecchio, restò col telefono in mano a mormorare apprezzamenti sulla madre dell'Eccellenza, che da Roma alle due del mattino veniva a mettere scompiglio nella sua esistenza. Guardò la signora, che ancora gli voltava le spalle, già abbastanza scompigliata. Posò il telefono sulla forcella, lo staccò di nuovo, fece un numero. La signora si voltò come una gatta. "Domani," disse, "io dormirò nella camera degli ospiti."

"E mi dispiace, amico mio, ma io sono stato svegliato proprio ora," disse con voce irritata, inflessibile, come quella che pochi minuti prima risuonava al suo orecchio. "E dunque, facciamo la catena di Sant'Antonio: sveglio io, svegli voi. E voi mi farete il santo piacere di svegliare chi dovete svegliare. Ho avuto ora una telefonata da Roma. Non vi dico da chi. Voi capite quel Bellodi. Io già lo avevo previsto. Ricordate? Ha fatto nascere uno scandalo di proporzioni nazionali. Vi dico, uno di quegli scandali che quando uno come me o come voi ci si trova involontariamente in mezzo, sono guai neri, amico mio, nerissimi. Sapete che cosa c'era stasera su un giornale romano? Non lo sapete? Beate voi, che a me è toccato sentirlo dall'interessato, che vi assicuro, era incazzato da far spavento. C'era la fotografia ingrandita, mezza pagina, di voi capite chi, al lato di Don Mariano Arena. Cose dell'altro mondo. Un fotomontaggio? Ma che fotomontaggio! Fotografia autentica. Va bene, non ve ne importa niente. Siete originale davvero. Lo so benissimo anch'io che noi non abbiamo colpa se Sua Eccellenza ha avuto l'ingenuità, diciamo così, di farsi fotografare insieme a Don Mariano."

"Sì, vi ascolto." La signora esplose dal letto, nuda e bellissima. Usava come un'attrice famosa andare a letto vestita di Chanel numero 5, il che, esser diva, a svegliare i sensi di Sua Eccellenza e ad assopirne quel burocratico ingegno che nei giorni della Repubblica di Salò aveva dato il meglio di sé. Avvolgendosi in un copriletto di piume e in un nembo di sdegno, la signora uscì, seguita dallo sguardo ansioso di Sua Eccellenza.

"Benissimo," proseguì Sua Eccellenza, dopo aver ascoltato per un paio di minuti. "Facciamo così: o entro stanotte mi inchiodate questo Don Mariano Arena con prove che nemmeno il Padreterno potrà smontare, o entro stanotte lo buttate fuori. E ai giornalisti si dirà che è stato trattenuto per dei chiarimenti. Il procuratore della Repubblica segue le indagini ed è d'accordo con Bellodi. Ahi, che imbroglio, che guaio! Fate qualcosa, insomma."

"Sì, mi rendo conto. Ma sapete che cosa mi ha detto Aurora? Voi capite chi. Sapete che cosa mi ha detto? Che Don Mariano Arena è un galantuomo. E che qualunque qui, tra me e voi, sta facendo il gioco dei comunisti. Ma come è piovuto qui questo Bellodi? Come diavolo mandano uno come lui in una zona come questa? Qui ci vuole discrezione, amico mio, naso, tranquillità di mente, calma. Questo ci vuole. E mandano uno che è il fuoco di Farfarello. Ma non lo metto in dubbio, per carità. Io l'Arma la rispetto. La venero. Fate come volete, insomma."

Calò il telefono sulla forcella come una martellata. Ora aveva il problema di acquietare la signora, di così ardua soluzione da superare quelli già terribilmente difficili del suo ufficio.

La luce dell'alba intrideva la campagna. Pareva sorgere del verde tenue disseminato delle rocce, degli alberi madidi, e impercettibilmente salire verso il cielo cieco. Il chiarchiaro di Gramoli, incongruo ed assurdo nella pianura verdeggiante, pareva un enorme spugna nera di buchi che veniva inzuppandosi della luce che sulla campagna cresceva. Il Capitano Bellodi, che era arrivata a quel limite in cui stanchezza e sonno si fanno lucida febbre, come se da sé si consumassero per dal luogo a un ardente specchio di immagini. E così è della fame che, a un certo punto, ad una certa intensità, si assottiglia e lucida i media che respinge la visione del cibo. Il Capitano pensava: "Dio qui ha gettato la spugna, in analogia la visione del chiarchiaro, ponendo la lotta e la sconfitta di Dio nel cuore umano." Un po' scherzando, e perché sapeva il Capitano curioso di certe espressioni popolari, il brigadiere disse: "El ucu ci disse alle cucuote a lugar chiaro ne vedremo dotte." Ed subito incuriosito il Capitano gli chiese il significato. Il Brigadiere tradusse: "Ed il cucco disse ai propri figli: Al chiaro ci incontreremo tutti." Ed aggiunse che forse voleva dire: "Ci incontreremo tutti nella morte." L'immagine del chiaro, chissà perché, diventata idea di morte. Il Capitano capiva benissimo perché. E febbrilmente ebbe visione di un fitto raduno di uccelli notturni nel chiaro, un cieco sbattere di voli nell'opaca luce dell'ora. Egli pareva che al senso della morte non si potesse dare un'immagine più.

Di questa paurosa avevano lasciato l'automobile sulla strada ed ora si avvicinavano al chiaro per un viottolo stretto e fangoso. Sul chiarchiaro si vedevano i carabinieri muoversi, è forse c'era anche qualche contadino che aiutava.

A un certo punto il viottolo finiva in una Masseria e bisognava attraversare campi seminati per giungere dove il maresciallo di esse. Ora lo si distingueva benissimo, stava a gesticolare a dirigere la ricerca. Quando furono a tiro di voce il maresciallo gridò: "Signor capitano, c'è sarà un po' difficile tirarlo su, ma c'è!" con una esultanza spropositata. Ritrovamento di un cadavere. Ma questo è il mestiere, è il rinvenimento di un morto ammazzato segnava in quel caso soddisfazione e Trionfo.

C'era e in fondo a un crepaccio di nove metri, già misurato da una corda a cui era stata legata perché scendesse a piombo una pietra. La luce delle torce elettriche, intrigliata dai cespugli che venivano fuori dalle pareti del crepaccio, batteva appena sul fondo, ma veniva su inequivocabile il sentore del disfacimento. Un contadino si era offerto con grande sollievo dei carabinieri, che temevano dovesse toccare a uno di loro di scendere giù legata a una corda e di attaccare il cadavere a diversi capi di corda in modo che lo tirassero su con relativa a facilità. Ci volevano molte corde e le aspettavano dal paese, dove un carabiniere era andato a prenderle.

Il capitano tornò attraverso i seminati alla masseria da dove cominciava il viottolo. Pareva abbandonata, ma girando intorno dal lato opposto a quello che guardava verso chiaro, un cane improvvisamente scattò nel raggio che la corda che lo legava a un albero il consentiva. Restò come sospeso al collare che lo soffocava rabbiosamente abbaiando. Era un bel bastardo di pelo marrone con piccole mezze lune viola sugli occhi gialle.

Un vecchio venne fuori dalla stalla ad acquietarlo. "Tiè, bar ruggeddu, tiè, buono, stai buono!" Poi al capitano disse: "Bacio le mani." Il capitano si avvicinò al cane per accarezzarlo. "No," disse il vecchio allarmato, "è cattivo. Una persona che non conosce, magari prima si fa toccare, la fa assagorare e poi morde. È cattivo quanto un diavolo."

"E come si chiama?" domandò il capitano, incuriosito dallo sharno nome che il vecchio aveva pronunciato per acquietarlo. "Barruggeggio si chiama," disse il vecchio. "E che vuol dire?" domandò il capitano. "Vuol dire uno che è cattivo," disse il vecchio. "Mai sentito," disse il brigadiere. E in dialetto chiese altre spiegazioni al vecchio. Il vecchio disse che forse il nome giusto era barrisceddu o forse bargeggio, ma in ogni caso significava malvagità. La malvagità di uno che comanda, che un tempo i bar ruggenti o bargelli comandavano i paesi e mandavano gente alla forca per nostro potere malvagio.

"Ho capito," disse il capitano, "vuol dire Bargello, il capo degli sbirri." È imbarazzato il vecchio non disse né sì e né no. Il capitano avrebbe voluto chiedere al vecchio se avesse notato qualcuno giorni prima dirigersi verso il chiaro o se comunque avesse visto qualcosa di sospetto da quella parte, ma capi che non c'era niente da cavare da uno che riteneva il capo degli sbirri cattivo quanto il proprio cane. E non è che avesse torto, pensava il capitano. Da secoli bargelli mordevano gli uomini come lui. Magari li facevano assicurare, come diceva il vecchio, e poi mordevano. Che cosa erano stati i bargelli se non strumenti della usurpazione dell'arbitrio?

Salutò il vecchio e per il viottolo si avviò allo stradale, trattando la corda che lo legava. Il cane abbaia un'ultima minaccia. "Bargello," pensò il capitano, "Bargello come me? Anch'io col mio breve raggio di corda, col mio collare, col mio furore." E più si sentiva vicino al cane di nome bargeddu che all'antico, ma non tanto antico, Bargello. È ancora pensò di sé: "cane della legge." E poi pensò: "Canni del Signore," che erano i domenicani e l'Inquisizione. Parole che scese come in una vuota oscura cripta coprente, vegliando gli echi della fantasia e della storia. E con pena si chiese se non avesse già valicato, fanatico cane della legge, la soglia di quella cripta. Pensieri, pensieri che sorgevano e si dissolvevano nella vampa in cui il sonno da sé si consumava.

Tornò a C. E prima di andare al suo alloggio per un breve riposo, passò dall'ufficio del procuratore della repubblica per riferire sul corso delle indagini e per ottenere una proroga al fermo dell'Arena, che si proponeva di interrogare nel pomeriggio, dopo aver radunato e vagliato tutti gli elementi raggiunti. Il giornalista bivaccavano per le scale e i corridoi del palazzo di giustizia. Gli furono addosso come uno sciame. Negli occhi dolorosamente aridi gli esplosero i lampi dei fotografi. "A che punto sono le indagini? Don Mariano Arena è il mandante degli omicidi o c'è qualcuno più potente dietro Don Mariano? Marchica e Pizzuto hanno confessato? Sarà prorogato il fermo o ci sono già mandati di arresto? Lei sa dei rapporti tra Don Mariano e il ministro Mancuso? È vero che l'onorevole Livigni è venuto ieri nel suo ufficio?"

"Non è vero," rispose a quest'ultima domanda, "ma ci sono state interferenze di uomini politici a favore di Don Mariano? È vero che il ministro Mancuso ha telefonato da Roma?" "Per quanto mi risulta," disse a voce alta, "nessuna interferenza politica c'è stata, né ci può essere, in quanto i rapporti fra uno dei fermati e certi uomini politici. Io conosco soltanto quello che voi scrivete, ma ammesso che tali rapporti esistono, poiché non voglio qui dubitare della vostra onesta professione, non mi è preoccupazione finora considerarli o indagarne la portata. Qualora tali rapporti nel corso delle indagini assumono una particolare configurazione tale da richiamare l'attenzione della legge, è certo che nel procuratore della repubblica né io verremo meno la nostra dovere."

In un titolo a sei colonne di un giornale della sera, questa dichiarazione veniva così presentata: "L'inchiesta del capitano Bellodi raggiungerebbe anche il ministro Mancuso." I giornali della sera escono, si sa, prima di mezzogiorno e in quella che nel Sud è l'ora del pranzo, le linee telefoniche bruciarono come mitragliate di grida dei colpiti, per deflagare nelle orecchie, peraltro sensibilissime, di persone che nei vini di Salaparuta e di Vittoria stavano tentando di sciogliere i groppi delle loro angosce.

[Musica]

"Il problema è questo: i carabinieri hanno in mano tre anelli di una catena. Il primo è Martica. Riescono ad afferrarlo così saldamente che è come uno di quegli anelli murati nelle case di campagna per attaccarci i muli. Diego non è uomo da parlare a quattro dita di pelo sullo stomaco. Lascia stare il pelo sullo stomaco, il vostro difetto è quello di non capire che un uomo capace di uccidere dieci persone o mille o centomila, può essere anche un vigliacco."

"Diego, lasciati pregare, ha parlato e dal suo anello ecco attaccato quello di Pizzoco. Ora i casi sono due: Pizzuko parla ed ecco saldato al suo il terzo anello, che sarebbe Mariano. Pizzuto non parla, resta attaccato a Diego, ma debolmente. Che è un buon avvocato, non faticherà molto per staccarlo. E basta, finisce la catena. Mariano è libero. Pizzuco non parla."

"Non lo so, mio caro. Non lo so. Io i conti li faccio sempre sul peggio che può venire. Consideriamo dunque che Pizzico parla e Mariano è sistemato per le feste. A occhio e croce, io dico che in questo momento i carabinieri diventano di saldare l'anello di Pizzuto a quello di Mariano. Se tiene, i casi sono due: o la catena finisce con Mariano, o Mariano, vecchio com'è, sofferente, comincia a cantare il suo rosario. E in questo caso, mio caro, la catena si allunga, si allunga, si allunga tanto che mi ci posso trovare impigliato anch'io. E il ministro? È il Padreterno. Un disastro, mio caro, un disastro."

"Lei vuole farmi diventare il cuore nero come la pece. Madonna Santissima, e non conosce che uomo è Don Mariano. Una tomba. È in gioventù era una tomba, ora è un uomo che nella tomba ha già un piede. La creatura è debole, dice Garibaldi nel testamento, e temeva che nell'estrema debolezza che adesso a raccontare i suoi peccati, che dovevano essere di quelli spinosi come i fichi d'India, a un prete. E così dico io: può darsi che a Mariano avvenga la debolezza di raccontare i suoi peccati, che ha detto, tra noi, non sono pochi. Io ho avuto tra le mani nel '27 il suo fascicolo più grosso di questo libro," indicò un volume del Bentini, "e si poteva cavarne fuori un'enciclopedia criminale. Non mancava niente, dalla A abigeato alla Z zuffa. Quel fascicolo poi, fortunatamente, scomparve. No, non fare quell'occhio di sarda morta, non c'ho avuto mano io a farlo scomparire. Altri amici più grossi di me hanno fatto il gioco delle tre carte con il fascicolo, da questo ufficio a quello, da quello a questo. E il procuratore del re, un uomo terribile, ricordo, se l'è visto sparire da sotto il naso. Faceva come un cane arrabbiato, mi ricordo, minaccia a destra, minaccia a sinistra, e più sospettati poveretti erano quelli che non c'entravano niente. Poi il procuratore del re fu trasferito e l'acquazzone passò. Perché, mio caro, la realtà è questa: che passano i procuratori del re, quelli della repubblica, i giudici, gli ufficiali, i questori, gli appuntamenti. Questa è bella, gli appuntati! Non c'è niente da ridere, mio caro. Io ti auguro di tutto cuore che la tua faccia non venga mai ad incastrarsi nella mente di una puntata. Passano anche gli appuntamenti. Dunque, e noi siamo qui, con qualche soprassalto, con qualche palpitazione, ma siamo ancora qui. Ma Don Mariano? Don Mariano ha avuto il suo piccolo soprassalto, la sua piccola palpitazione. Ma è ancora dentro."

"Chissà che pene sta soffrendo." "No, sta soffrendo niente. Se tu pensi che lo tengano legato alla cassetta o gli tirano le scosse elettriche, erano altri tempi quelli delle cassette. Ora c'è la legge, anche per i carabinieri." "Legge un corno! Tre mesi addietro. Lascia stare. Noi stiamo parlando di Don Mariano. Un dito addosso a Don Mariano Arena non lo mette nessuno. Uomo rispettato, uomo protetto, uomo che può pagarsi la difesa di De Marsico, Porzio e Delitala messi assieme. Certo, soffrirà di qualche scomodità. La camera di sicurezza non è il Grand Hotel. È il tavolaccio, è duro, il buio lo fa venire la nausea, e gli mancherà il caffè, poveretto, che ne beveva una tazza ogni mezz'ora. È fortissimo, ma c'ha qualche giorno, lo rimettono fuori, illuminato di innocenza come l'Arcangelo Gabriele, e la sua vita riprende sesto e i suoi affari continuano a prosperare."

"Un momento fa lei mi ha stroncato le gambe, mi ha fatto morire la speranza, e ora un momento fa era la faccia con la croce, ora la sua faccia con la testa. Io dico che deve venire testa, che le cose debbono andare bene, ma può anche venire croce. Facciamo venire testa e la croce lasciamola Gesù Cristo. E allora prendi nota del mio consiglio: bisogna tirare dal muro il primo anello, bisogna liberare Diego, se non è stato lui a fare l'infermità, anche se è stato lui, tiratelo fuori. Lasciate correre l'inchiesta, che tanto in mano con me a quei due polentoni non la ferma nessuno. Lasciatela correre, lasciatela concludere, lasciate che tutto arrivi al giudice istruttore. E intanto preparate per Diego un alibi di quelli che a tentare di morderli ci si rimettono i denti."

"E che vuol dire?" "Vuol dire che Diego, il giorno che la Sberna è stata ammazzata, alla stessa ora stava a mille miglia lontano dal luogo del delitto e in compagnia di degnissime persone mai censurate dalla legge, galantuomini della cui parola nessun giudice ha il diritto di dubitare."

"Ma se ha confessato?" "Se ha confessato, si rimangia quello che ha detto sotto le torture fisiche o morali, perché ci sono anche le torture morali dai carabinieri. Ha reso dichiarazioni non rispondenti a verità. E la prova che le dichiarazioni rese ai carabinieri sono non veritiere e addirittura fantastiche, è che Tizio, Filano e Martino, persone fedegnissime, testimoniano della materiale impossibilità che Diego abbia eseguito il delitto. Solo qualche santo ha avuto il dono di trovarsi contemporaneamente due posti diversi e lontani. Non credo che un giudice possa riconoscere in Diego questo dono di santità. E poi, guarda questo giornale, questa piccola notizia: 'Negli omicidi di S. una pista è stata trascurata dai carabinieri'."

[Musica]

Il capitano Bellodi leggeva della pista che, secondo il giornale siciliano (un giornale di solito prudentissimo e alieno dal muovere censure, sia pur minime, alle forze dell'ordine), aveva trascurato la pista passionale. Naturalmente, che semmai per uno che non conoscesse dati ormai certi raggiunti nelle indagini, avrebbe potuto condurre a spiegare uno solo dei delitti, lasciando gli altri due nell'oscurità più completa. Forse il giornalista, trovandosi a S., era andato a farsi sbarbare da Don Ciccio, e il racconto della tresca amorosa tra la moglie del Nicolosi e il Passerello aveva esaltato la sua fantasia. "Cercate la donna, insomma," diceva il giornalista. Da buon giornalista, da buon siciliano. E invece...

"E avrebbero dovuto darlo come precetto dalla polizia in Sicilia," pensava il capitano, "bisogna non cercare la donna, perché si finiva sempre col trovarla, e a danno della giustizia. Il delitto passionale." Il capitano Bellodi pensava: "In Sicilia non scatta dall'avere propria passione, dalla passione del cuore, va da una specie di passione intellettuale, da una passione o preoccupazione di formalismo, come dire giuridico, nel senso di quella astrazione in cui le leggi vanno assottigliandosi attraverso i gradi di giudizio del nostro ordinamento, fino a raggiungere quella trasparenza formale in cui il merito, cioè l'umano peso dei fatti, non conta più. È abolita l'immagine dell'uomo. La legge nella legge si specchia."

Quel personaggio di nome Ciampa nel "Berretto a Sonagli" di Pirandello parlava come se nella sua bocca ci fosse la Cassazione a sezioni riunite, e tanta accuratamente notomizzava e ricostruiva la forma senza sfiorare il merito. E Bellodi si era imbattuto in un Ciampa proprio nei primi giorni del suo arrivo a C. Tale e quale il personaggio di Pirandello, piovuto nel suo ufficio, non in cerca d'autore, che già lo aveva avuto grandissimo, ma in cerca, stavolta, di un verbalizzante sottile. E perciò aveva voluto parlare a un ufficiale, parendogli il brigadiere incapace di cogliere il suo loco rabesco. E ciò discendeva dal fatto, pensava il capitano, che la famiglia è l'unico istituto veramente vivo della coscienza del siciliano, ma vivo più come drammatico nodo contrattuale giuridico che come aggregato naturale e sentimentale. La famiglia è lo stato del siciliano, lo stato quello che per noi è lo stato è entità di fatto realizzata dalla forza e impone le tasse, il servizio militare, la guerra. E il carabiniere, dentro quell'istituto che è la famiglia, è siciliano. Vallica il confine della propria naturale e tragica solitudine e si adatta in una sofistica contrattualità di rapporti alla convivenza. Sarebbe troppo chiedergli di valicare il confine tra famiglia e stato. Magari si infiammerà dell'idea dello stato o salirà a dirigerne il governo, ma la forma precisa e definitiva del suo diritto, del suo dovere, sarà la famiglia, che consente più breve il passo verso la vittoriosa solitudine.

Questi pensieri, in cui la letteratura offriva alla sua breve esperienza ora la carta buona, ora la falsa, andava a rimuginando il capitano Bellodi, mentre nel suo ufficio aspettava che gli conducessero l'Arena. E stava passando a considerare la mafia e come la mafia si adattasse allo schema che era venuto tracciando, quando il brigadiere introdusse Don Mariano Arena. Prima di venire dal capitano, Don Mariano aveva reclamato il barbiere, e un carabiniere gli aveva dato una passata di rasoio che era stato un vero refrigerio. E si passava ora la mano sulla faccia, godendo di non trovare la barba che, aspra come carta vetrata, gli aveva dato negli ultimi due giorni più fastidio di quanto gliene d'essere i pensieri.

Il capitano disse: "Si accomodi." E Don Mariano sedette, guardandolo fermamente attraverso le palpebre grevi, uno sguardo inespressivo che subito si spense in un movimento della testa, come se le pupille fossero andate in su e in dentro per uno scatto meccanico. Il capitano gli chiese se avesse mai avuto rapporti con Calogero Di Bella, detto Parrinello. Don Mariano domandò: "Cosa intende per rapporti? Semplice conoscenza, amicizia, interessi in comune?" "E scelga lei," disse il capitano. "La verità è una sola e non c'è niente da scegliere. Semplice conoscenza."

"E che opinione aveva del Di Bella?" "Mi pareva giudizioso, qualche piccolo sbaglio da ragazzo, ma ora mi pareva che a menasse diretto. Lavorava." "Lei lo sa meglio di me, voglio sentirlo da lei. Se parliamo del lavorare con la zappa, che era il lavoro a cui suo padre lo aveva avviato, Di Bella lavorava quanto lavoriamo lei ed io. Forse lavorava con la testa." "E che lavoro, secondo lei, faceva con la testa?" "Non lo so e non lo voglio sapere." "Perché?" "Perché non mi interessa. Di Bella faceva la sua strada e io la mia." "Perché ne parla al passato? Perché l'hanno ammazzato?" "L'ho saputo un'ora prima che lei mi mandasse carabiniere a casa."

"I carabinieri in casa? In effetti è stato il Dibella a mandarglieli?" "Lei mi vuole far confondere la testa?" "No." "E le faccio vedere quel che ha scritto di Bella poche ore prima di morire." Gli mostrò la copia fotografica della lettera. Don Mariano la prese e la guardò, allontanandola per tutta la lunghezza del braccio. Disse che vedeva bene le cose lontane. "Che gliene pare?" domandò il capitano. "Niente," disse Don Mariano, restituendogli la fotografia. "Niente. Proprio niente." "Che niente non le sembra una cosa? Accusa," disse meravigliato.

E Don Mariano: "A me pare niente, un pezzo di carta col mio nome sopra. C'è anche un altro nome, già Rosario Pizzico. Lo conosco. Conosco tutto il paese, ma il succo in particolare. Non è particolare come tanti. Non ha rapporti di affari con Pizzuto?" "Mi permetta una domanda. Lei che affari crede che io faccia? Tanti e diversi. Non faccio affari. Vivo di rendita." "E che rendita? Terre? Quanti ettari ne possiede?" "22 salme, e facciamo 90 ettari. Danno buona rendita?" "Non sempre, secondo l'annata. In media, che reddito può dare un ettaro delle sue terre?" "Una buona parte della mia terra io la lascio germa per il pascolo. Non posso dire quanto dunque mi rende per ettaro quella lasciata germa. Posso dire quanto mi rendono le pecore a tagliare di grasso: mezzo milione. Il resto in grano, fave, mandorle e olio, secondo le annate. Quanti ettari sarebbero quelli coltivati?" "50, 60 ettari. E allora posso dirle io quanto rendono per ettaro: non meno di un milione."

"Lei sta scherzando, eh?" "No, è lei che sta scherzando. Perché mi dice di non avere, oltre le terre, altre fonti di reddito che non ha mano in affari industriali o commerciali, ed io le credo. E perciò ritengo che quei 54 milioni che lo scorso anno ha depositato in tre diverse banche, poiché non risultano prelevati da precedenti depositi presso altre banche, rappresentino esclusivamente il reddito delle sue terre. Un milione per ettaro, dunque. E le confesso che un perito agrario da me consultato è rimasto strabiliato, perché secondo il suo parere non c'è terra in questa zona che possa dare un reddito netto superiore alle 100mila lire per ettaro."

"Lei pensa che si sbagli?" "Non si sbaglia," disse Don Mariano, incupito. "Dunque, siamo partiti sul piede sbagliato. Torniamo indietro. Da quali fonti provengono i suoi redditi?" "Non torniamo indietro per niente. Io i soldi miei li muovo come voglio. Posso solo precisare che non sempre li tengo in banca, a volte ne faccio prestiti ad amici senza cambiali, in fiducia. E l'anno scorso tutti i soldi che avevo fuori mi sono tornati e ho fatto quei depositi nelle banche."

"Dove c'erano già altri depositi al suo nome e a nome di sua figlia." "Un padre ha il dovere di pensare alla benere dei figli ed è più che giusto. E lei ha assicurato a sua figlia un avvenire di ricchezza. Ma non so se sua figlia riuscirebbe a giustificare quel che lei ha fatto per assicurargliela questa ricchezza. So che per ora si trova in un collegio di Losanna costosissimo, famoso."

"Immagino. Lei se la troverà davanti molto cambiata, in gentilità pietosa verso tutto ciò che lei disprezza, rispettosa verso tutto ciò che lei non rispetta." "Lascia stare mia figlia," disse Don Mariano, contraendosi in una dolorosa fitta di rabbia, e poi rilassandosi, come ad assicurare se stesso, disse: "Mia figlia è come me." "Come lei? Mi auguro di no. E d'altra parte, lei sta facendo di tutto perché sua figlia non sia come lei, perché sia diversa. E quando non riconoscerà più sua figlia, tanto sarà diversa, lei avrà in qualche modo pagato lo scotto di una ricchezza costruita con la violenza e con la frode."

"Lei mi sta facendo la predica." "Hai ragione. Il predicatore va a sentirlo in chiesa, e qui vuol trovare lo sbirro. Ha ragione. Parliamo dunque di sua figlia, per quel che le costa in denaro, per il denaro che lei accumula a suo nome, molto, moltissimo denaro di provenienza, diciamo, incerta."

"Guardi, queste sono le copie fotografiche delle schede intestate a suo nome, a nome di sua figlia, che si trovano presso le banche. Come vede, abbiamo cercato non solo nelle agenzie del suo paese, ci siamo spinti fino a Palermo. Molto, moltissimo denaro. Lei può spiegarne la provenienza?" "E lei," domandò impassibile Don Mariano, "e tenterò, perché nel denaro che lei accumula così misteriosamente, bisogna cercare le ragioni dei delitti sui quali stiamo indagando. E queste ragioni bisogna in qualche modo illuminare. Negli atti in cui la imputerò di mandato per omicidio, tenterò. Ma lei una spiegazione al fisco deve pur darla."

"Agli uffici fiscali." "Noi ora trasmetteremo questi dati." Don Mariano fece un gesto di noncuranza. "Abbiamo anche copia della sua denuncia dei redditi e della cartella di esattoria." "Lei ha denunciato un reddito uguale al mio," intervenne il brigadiere, "e paga di tasse un po' meno di me," disse ancora il brigadiere.

"Vede," disse il capitano, "ci sono molte cose da chiarire che lei deve spiegare di nuovo." Don Mariano fece un gesto di noncuranza. "Questo è il punto," pensò il capitano, "su cui bisognerebbe far leva. È inutile tentare di incastrare nel penale un uomo come Costui. Non ci saranno mai prove sufficienti. Il silenzio degli onesti e dei disonesti lo proteggerà sempre. Ed è inutile, oltre che pericoloso, bagheggiare una sospensione di diritti costituzionali. Un nuovo Mori diventerebbe subito strumento politico, elettoralistico, braccio non del regime, ma di una fazione del regime, la fazione Mancuso-Livigne o la fazione Sciortino-Caruso. Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'irredentismo fiscale, come in America, ma non soltanto le persone come Mariano Arena, non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe di colpo piombare sulle banche, mettere mani esperte nelle contabilità generalmente a doppio fondo, nelle grandi e nelle piccole aziende, revisionare i catasti, e tutte quelle volpi, quelle vecchie e nuove, che a sprecare il loro fiuto dietro le idee politiche o le tendenze o gli incontri dei membri più inquieti di quella grande famiglia che il regime è, dietro i vicini di casa della famiglia e dietro i nemici della famiglia. Sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certe funzionari, e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, a tirarne il giusto senso. Soltanto così, ad uomini come Don Mariano, comincerebbe a mancare il terreno sotto i piedi. In ogni altro paese del mondo, un'evasione fiscale come quella che sto constatando sarebbe duramente punita. Qui Don Mariano se ne ride. Sa che non gli ci vorrà molto ad imbrogliare le carte."

"Gli uffici fiscali, a quanto vedono, non sono la sua preoccupazione." "Non mi preoccupo mai di niente," disse Don Mariano. "E come mai? Sono un ignorante, ma due o tre cose che sono e bastano. La prima è che sotto il naso abbiamo la bocca per mangiare, più che per parlare." "O la bocca anch'io sotto il naso," disse il capitano. "Ma le assicuro che mangio soltanto quello che voi siciliani chiamate il pane del governo."

"Lo so, ma lei è un uomo. E il brigadiere?" domandò ironicamente il capitano, indicando il brigadiere. "D'Antona?" "Non lo so," disse Don Mariano, squadrando il brigadiere con molesta. "Per il brigadiere, attenzione. Io," proseguì poi, "ho una certa pratica del mondo, e quella che diciamo l'umanità. E ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento. La divido in cinque categorie: gli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi, i con rispetto parlando piglia in culo, e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini, menzuomene pochi. Che mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezzi uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi, che sono come i bambini che si credono grandi scimmie, che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù, i piglia in culo, che vanno diventando un esercito. E infine il quaquaraquà, che dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere, che la loro vita non ha più senso e più espressione di quelle delle anatre."

"Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo anche lei," disse il capitano con una certa emozione. E nel disagio che subito sentì in quel saluto delle armi scambiato con un capo mafia, ha giustificazione pensò di aver stretto le mani nel clamore di una festa della nazione, e come rappresentanti delle nazioni, circumfusi di trombe, bandiere, al ministro Mancuso e all'onorevole Livigne, sui quali Don Mariano aveva davvero il vantaggio di essere un uomo al di là della morale, della legge, al di là della pietà. Era una massa irredente di energia umana, una massa di solitudine, una cieca e tragica volontà. E come un cieco ricostruisce nella mente oscuro ed informe il mondo degli oggetti, così Don Mariano ricostruiva il mondo dei sentimenti, delle leggi, dei rapporti umani.

"E quale altra nozione poteva avere del mondo, se intorno a lui la voce del diritto era stata sempre soffocata dalla forza, e il vento degli avvenimenti aveva soltanto cangiato il colore delle parole su una realtà immobile, putrida?"

"Perché sono un uomo e non un mezz'uomo o addirittura un quaquaraquà?" domandò con esasperata durezza. "Perché," disse Don Mariano, "da questo posto dove lei si trova, è facile mettere il piede sulla faccia di un uomo. E lei invece ha rispetto da persone che stanno dove sta lei, dove sta il brigadiere. Molti anni addietro, io ho avuto offesa peggiore della morte. Un ufficiale come lei mi ha schiaffeggiato, e giù nelle camere di sicurezza, un maresciallo mi appoggiava alla brace del suo sigaro alla pianta dei piedi e rideva. E io dico: si può più dormire quando si è stati offesi così?"

"Io dunque non la offendo." "No, lei è un uomo," affermò ancora Don Mariano. "E le pare cosa da uomo ammazzare o fare ammazzare un altro uomo?" "Io non ho mai fatto niente di simile. Ma se lei mi domanda passatempo per discorrere di cose della vita, se è giusto togliere la vita ad un uomo, io dico: prima bisogna vedere se è uomo. Era un uomo? Era un quaquaraquà?" disse con disprezzo Don Mariano. Si era lasciato andare e le parole non sono come i cani cui si può fischiare e richiamarli.

"E lei aveva particolari motivi per classificarlo così?" "Nessun motivo. Lo conoscevo appena. Eppure il suo giudizio è esatto. E ci devono essere gli elementi di base. Forse lei sapeva che era una spia o un confidente dei carabinieri?" "Non me ne curavo, ma lo sapeva tutto il paese." "Le nostre segrete fonti di informazioni," disse con ironia il capitano, voltandosi a guardare il brigadiere, "e a Don Mariano. E forse di Bella rendeva qualche servizio agli amici, passando a noi determinate confidenze?" "Lei che ne dice?" "Non lo so. Ma almeno per una volta, una decina di giorni addietro, di Bella si è lasciato sfuggire le informazioni giuste. In questo ufficio, seduto dove è seduto lei."

"Lei come ha fatto a saperlo?" "Non l'ho saputo. E a saperlo, non ne avrei avuto né caldo né freddo. Forse di bello è venuto da lei a confessare l'errore, agitato dal rimorso?" "È la persona da sentire paura, non da sentire rimorso. E non c'era ragione perché venisse da me." "E lei è un uomo da sentire rimorso?" "Nel rimorso, né paura, mai." "Certi suoi amici dicono che lei è religiosissimo." "Vado in chiesa, mando denari agli orfanotrofi. Crede che basti?" "Certo che basta. La chiesa è grande, perché ognuno ci sta dentro a modo proprio." "Non ha mai letto il Vangelo?" "Lo sento leggere ogni domenica." "Che gliene pare?" "Belle parole."

"La chiesa è tutta una bellezza per lei." "Vedo la bellezza, non ha niente a che fare con la verità. La verità è nel fondo di un pozzo. Lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna. Ma se si butta giù, non c'è più né il sole né la luna, c'è la verità." Il brigadiere cominciava a stancarsi. Sentiva come un cane costretto a seguire il cammino del cacciatore attraverso una pietraia arsa dove non spinge la più tenue traccia di selvaggina. Un lungo contorto cammino. Sfioravano appena i morti ammazzati e subito allargavano il giro. La chiesa, all'umanità, la morte, una conversazione da circolo.

"Cristo di Dio, è con un delinquente." "Lei ha aiutato molti uomini," disse il capitano, "a trovare la verità in fondo a un pozzo." Don Mariano gli aprì in faccia occhi freddi come monete di nickel e non disse niente. "E il Dibella era già nella verità," continuò il capitano. "Quando scrisse il suo nome e quello di Pizzico nella pazzia."

"Era altro che verità, non era pazzo. Lo avevo fatto venire subito dopo la morte di Colasberna. Già avevo avuto delle informazioni anonime che mi permettevano di collegare l'omicidio a determinati interessi. Sapevo che a Colasberna erano state rivolte proposte e minacce, che gli avevano persino sparato, ma per avvertimento. E a Di Bella ho chiesto se poteva darmi informazioni sull'identità di colui che aveva fatto proposte e minaccia con la Sberna. Smarrito, ma non tanto da darmi una sola e giusta traccia. Mi diede due nomi. Uno dei due, come ho poi constatato, soltanto per confondermi. Ma io volevo proteggerlo, né d'altra parte potevo permettermi l'errore di fermare i due indicati dal Di Bella. Uno dovevo fermarne a colpo sicuro, poiché appartenevano a due coste in contrasto e uno dei due doveva essere nettamente fuori. O il Rosa o il Pizzuco. Nel frattempo veniva denunciate la sparizione del Nicolosi e mi sorpresero certe coincidenze. E anche il Nicolosi, prima di sparire, ci aveva lasciato un nome. Abbiamo messo le mani su un certo Diego Marchica, che certo lei conosce. E ha confessato."

"Diego?" esplose incredulo Don Mariano. "Diego," confermò il capitano, e ordinò al brigadiere di leggere la confessione. Don Mariano seguì la lettura con un ronfare che pareva d'asma, e invece era di rabbia. "Diego, come vede, ci ha portato a Pizzuco senza farsi pregare. E Pizzuto ci ha portati a lei."

"A me non vi ci porta nemmeno Dio," disse con sicurezza Don Mariano. "Lei ha molta stima per Pizzuto?" "Costato," disse il capitano, "non ho stima per nessuno, ma conosco tutti." "Non voglio deluderla. Per quanto riguarda Pizzuto, tanto più che Diego le ha dato una grande delusione. È un cornuto," disse Don Mariano, la faccia sformata da incontenibile nausea, e fu un segno di inaspettato cedimento.

"Non le pare di essere un po' ingiusto? Diego non ha nemmeno accennato a lei." "E io che c'entro?" "E dunque perché si arrabbia se non c'entra?" "Non mi arrabbio. Mi dispiace per Pizzoco, che è un uomo a posto. Quando vedo infamità, io mi inquieto." "Lei può garantire che quanto ha detto Marchica a carico di Pizzuto sia del tutto falso?" "Io non posso garantire niente, nemmeno una cambiale da un grano. Ma non crede che Pizzuto sia colpevole?" "Non lo credo."

"E se fosse il Pizzocco stesso a confessarlo e a chiamare lei come complice?" "Direi che gli è sfuggito il senno." "Non è stato lei a incaricare Pizzuco di sistemare con le buone o con le brusche con la Sberna?" "No." "Non ha compartecipazione o interesse in imprese edilizie?" "E io manco per sogno." "Non è stato lei a raccomandare l'impresa Smiroldo per un grosso appalto, tenuto con modalità a dir poco inconsuete, grazie alla sua raccomandazione?" "No." "Sì, ma io raccomandazione ne faccio a migliaia." "Di che genere?" "Di ogni genere: l'appalto, il posto in banca, la licenza liceale, il sussidio." "E a chi rivolge le sue raccomandazioni?" "Agli amici che possono fare qualcosa. Ma di solito a chi?" "A chi mi è più amico, a chi può fare di più e non ricava qualche vantaggio, qualche profitto, qualche segno di riconoscenza." "Nel ricavo amicizia, tuttavia, qualche volta, qualche volta a Natale mi regalano la cassata o un assegno."

"Il ragioniere Martini della ditta Smiroldo ricorda un assegno per una grossa cifra intestato a suo nome dall'ingegnere Smiroldo." "L'assegno gli è passato per le mani, o forse era un segno di riconoscenza per il grosso appalto ottenuto?" "O la ditta aveva avuto da lei altri servizi?" "Non ricordo." "Poteva anche essere una restituzione. E fermeremo l'ingegnere Smiroldo." "Poiché lei non si ricorda." "Ecco, così io faccio a meno di sforzarmi a ricordare. Sono vecchio, la mia memoria qualche volta inciampa."

"Posso fare appello alla sua memoria, almeno per quanto riguarda un fatto più recente. Vediamo l'appalto per lo stradale Monterosso-Falcone. A parte il fatto che lei è riuscito ad ottenere il finanziamento per una strada completamente inutile su un tracciato impossibile, e che è stato lei ad ottenere il finanziamento, ne abbiamo la prova nell'articolo di un corrispondente locale che gliene dà merito. A parte ciò, l'impresa Fazzello non deve a lei l'attribuzione dell'appalto." "Così mi ha detto il signor Fazzello, e non credo avesse ragione di mentire." "Non ne aveva. E ha saputo, sotto una qualsiasi forma, mostrarle riconoscenza?" "E come no? È venuto a soffiare qui la storia. Mi ha pagato di misura e con l'aggiunta."

[Musica]

Avevano ritirato i biglietti all'ingresso di via della Missione un'ora prima che la seduta cominciasse. Avevano a gironzolato in galleria presso il caffè da Berardo, indugiato a guardare i rotocalchi attaccati all'edicole. Roma si incantava in una dolce spera di luce e non quieto passeggio, appena sfiorato dal guizzo delle automobili e dallo stridere lungo dei filobus. La voce degli strilloni, il nome del loro paese gridato dagli strilloni insieme alla parola "delitti", suonava il reale e lontano. Mancavano da due giorni dal paese. Avevano già parlato con due grandi penalisti, un ministro, cinque o sei deputati, tre o quattro ricercati dalla polizia che nelle osterie, nei caffè del Testaccio, si godevano il dorato ozio di Roma. Si sentivano piuttosto tranquilli e l'invito dell'onorevole a visitare Montecitorio, ad assistere a una seduta in cui il governo avrebbe riposto all'interrogazione sull'ordine pubblico in Sicilia, attraverso loro, il modo più felice di concludere una trafelata aggiornata.

I giornali della sera dicevano che il fermo di Marchica, Pizzuto e Arena era diventato arresto. Il procuratore della repubblica aveva spiccato i mandati. Da quel che i giornalisti erano riusciti a fiutare, il Marchica aveva confessato un omicidio e ne aveva caricato un altro a Pizzuto. Il Pizzoco aveva messo un involontario concorso nei due omicidi commessi dal Marchica, due e non uno come il Marchica aveva confessato. E l'Arena non aveva messo niente, né il Marchica, né il Pizzoco lo avevano chiamato in corretta. Ma il procuratore della repubblica aveva spiccato i mandati per omicidio premeditato a carico del Marchica, per omicidio premeditato e mandato domicilio a carico del Pizzoco, per mandato domicilio a carico dell'Arena. Brutta situazione, ma vista da Roma, in quest'ora che pareva ricreare la città nella fenice area di libertà, di una bolla di sapone luminosa, irritata dai colori delle donne, delle vetrine, quei mandati di cattura parevano salire leggeri come aquiloni a far carosello in cima alla Colonna Antonina.

Era quasi l'ora. I due si infilarono nel sottopassaggio e nel flusso variopinto, fatto più bivio dalla cruda luce fluorescente delle vetrine, coi loro cappotti scuri, le facce nere come quella del santo patrono di S., i segni del lutto, il silenzioso linguaggio di gomitate reciproche e occhiate esclamative con cui si segnalavano e salutavano il passaggio delle belle donne. Con loro andare di Brescia colpivano per un momento l'attenzione della gente, e più li credevano agenti di questura che stessero inseguendo un borsaiolo. Ed erano invece, insieme, un pezzo di questione meridionale.

Gli uscieri della camera li squadrarono con diffidenza. Si passarono il loro biglietti, chiesero le carte d'identità, poi li invitarono a togliersi i cappotti. Finalmente furono accompagnati a un palco, proprio come un palco da teatro. Ma la sala non somigliava a un teatro. Vi si affacciarono come dall'orlo di un enorme imbuto, e sotto un cupo liquido formicaio. La luce era quella che al loro paese annunciava certi temporali, quando le nuvole spinte dal vento del Sahara, raccogliendosi in un lento ribollire, filtravano luce di sabbia e acqua. Una curiosa luce che dava alle cose una superficie di raso, prima che sinistra, centro e destra si rapprendessero ad astratti concetti che nella loro mente erano nella concreta topografia della camera e nelle facce più note.

Ci volle un po' di tempo. Quando la faccia di Togliatti apparve da dietro un giornale, seppero di avere di fronte la sinistra. Girarono con la lenta precisione di un compasso lo sguardo verso il centro, segnarono di indugio la faccia di Nenni, quella di Fanfani. Ed ecco l'onorevole cui dovevano lo spettacolo. Pareva le stesse guardando e gli fecero un cenno di saluto con la mano, ma l'onorevole non se ne accorse. Chissà cosa stava guardando coi suoi pensieri. Quel che lì impressionava era il movimento dei commessi, continuo da un banco all'altro, pareva dare a tutta la sala un meccanico movimento da telaio. E veniva su un mormorio che pareva appartenesse uguale, continuo, al vuoto della sala, piuttosto che alla presenza di quei gruppi di persone sparuti, assorti nell'ampiteatro dei banchi. Di tanto in tanto squillava una campanella, poi una voce cominciò a galleggiare in quella luce di rena. Pareva alzarsi come una chiazza d'olio sul livello man mano crescente del mormorio della sala. Non riuscivano a localizzare la sorgente di quella voce, finché dal presidente che scampanellava, il loro occhi non scesero a quello che doveva essere il banco del governo. Se vi sedeva vicino all'uomo che parlava, il ministro Pella.

"Vogliamo il ministro!" gridarono dai banchi di sinistra. Il presidente: "Sono la campanella," disse, "che il ministro non aveva potuto, che c'era il Sottosegretario, che era la stessa cosa, che lo lasciassero parlare, che nessuno aveva voluto mancare di rispetto alla camera." Come avesse detto niente. "Il ministro! Il ministro!" continuarono a gridare da sinistra. "È Cristo!" "Lasciatelo parlare," disse uno dei due spettatori, ma soltanto all'orecchio del compagno.

Lo lasciarono parlare. Il Sottosegretario disse che il governo non vedeva nella situazione dell'ordine pubblico in Sicilia motivi di particolare preoccupazione. Clamore di protesta a sinistra. Stava per afflosciarsi, quando da destra una voce gridò: "Vent'anni fa in Sicilia si dormiva con le porte aperte!" I deputati dalla sinistra, quasi fin dentro al centro, si alzarono in piedi, votando. I due si sposano dalle tribune per vedere il fascista che sotto di loro, con voce da tauro, rispondeva: "Se vent'anni addietro c'era un ordine in Sicilia e voi l'avete distrutto!" E girò la mano con l'indice puntato in accuse da Fanfani e Togliatti. I due ne vedevano la testa rasa e la mano accusatrice. Concordi mormorarono: "L'ordine delle corna che hai in testa!"

Il suono della campanella fu prolungato e frenetico. Il Sottosegretario riprese a parlare, disse che sui fatti di S., cui gli onorevoli interroganti si riferivano, il governo non aveva niente da dire, essendo in corso di inchiesta giudiziaria. Riteneva comunque il governo coi fatti scaturiscono da una comune delinquenza, respingendolo l'interpretazione che ne davano gli onorevoli interroganti, e fieramente sdegnosamente respingeva il governo l'insinuazione che le sinistre venivano facendo sui loro giornali, che membri del Parlamento o addirittura del governo avessero il sia pur minimo rapporto con elementi della cosiddetta mafia, la quale, ad opinione del governo, non esisteva se non nella fantasia dei social comunisti.

La sinistra, che era ormai fitta di deputati, levò un tuono di protesta. Un deputato alto, grigio, quasi caldo, scese dal suo banco abiandosi verso quello del governo. Si trovò davanti tre commessi. Gridò al Sottosegretario insulti che pensarono i due spettatori: "Qui finisce a coltellate!" La campanella era impazzita, scattando dalla destra come un grillo. E il deputato dalla testa rasa si trovò al centro delle sale. Altri commessi corsero a trattenerlo. Gridò verso sinistra i suoi insulti. La parola "cretino" volò a nugoli, ad ondate, sfiorando la sua testa massiccia come le frecce degli indiani, quelle di Buffalo Bill. "Qui ci vuole un battaglione di carabinieri," pensarono i due, per la prima volta nella loro vita, ammettendo che i carabinieri potevano servire a qualcosa.

Guardando dalla parte dove stava l'onorevole, era tranquillo. Si accorse del loro sguardo e, sorridendo, li salutò con la mano.

[Musica]

Era l'indolente sera di Parma, toccata da una struggente luce che era già lontananza, memoria indicibile tenerezza. Il capitano Bellodi, come in una dimensione già nella memoria specchiata, camminava per le strade della sua città e aveva presente e viva il pensiero di morte e di ingiustizia. La Sicilia lontana era stato chiamato a Bologna testimoniare come verbalizzante in un processo. E finito il processo, non si era sentito di tornare in Sicilia. Nella stanchezza dei nervi, trovando più dolce del consueto e più riposante una vacanza a Parma in famiglia, aveva perciò chiesto una licenza per malattia e glielo avevano accordata di un mese.

Ora, quasi a mezzo della licenza, da un fascio di giornali locali che il brigadiere D'Antona aveva avuto la buona idea di mandargli, apprendeva che tutta la sua accurata ricostruzione dei fatti di S.E. era stata sfasciata come un castello di carte dal soffio di inoppugnabili alibi. O meglio, era bastato un solo alibi, quello di Diego Marchica, a sfasciarlo. Persone incensurate, assolutamente insospettabili per censo e per cultura rispettabilissime, avevano testimoniato al giudice istruttore l'impossibilità che Diego Marchica si fosse trovato a sparare su con la Sberna e che fosse stato riconosciuto dal Nicolosi, trovandosi Diego quel giorno e nell'ora in cui veniva commesso il delitto, alla bella distanza di 76 km. Quanti ce ne sono, insomma, da S.A.P. dove Diego, in un giardino di proprietà del dottor Baccarella, e sotto gli occhi del dottore, uomo uso a levarsi dal letto per tempo a eseguire lavori in giardino, stava occupando nel sereno e pacifico compito di far piovere da un tubo a spruzzo acqua sui prati. E di ciò, non soltanto il dottore, ma contadini e passanti, tutti certi della identità di Diego, potevano con limpida memoria testimoniare.

La confessione è resa al capitano Bellodi aveva spiegato Diego, era dovuta ad una sorta di ripicca. Il capitano gli aveva fatto credere di essere stato infamato dal Pizzuto e lui, accecato dall'ira, aveva voluto restituire il colpo e si era infamato da sé, pur di dare guai al Pizzuto. Da parte sua, trovandosi di fronte all'infamità di Diego, il Pizzuto aveva tirato fuori un fuoco d'artificio di menzogne, caricando se stesso di piccole colpe pur di mettere la pietra al collo al Marchica che lo aveva infamato. Il fucile, ecco il succo, doveva rispondere di abusiva detenzione, e il fatto di aver dato incarico al cognato di farlo sparire, soltanto alla preoccupazione di sapere l'arma vietato dalle leggi era dovuto.

E quanto a Don Mariano, dai giornali fotografato, intervistato, inutile dire che il paziente rammendo di indizi che il capitano e il procuratore della repubblica avevano fatto a suo carico, si era dissolto nell'aria. Una taddema di innocenza gli illuminava la testa greve. Pareva anche dalle fotografie di saggia malizia. A un giornalista che gli aveva chiesto del capitano Bellodi, Don Mariano aveva detto: "È un uomo". Insistendo il giornalista per sapere se intendeva dire che, come uomo, era soggetto ad errore, o se invece non mancasse un aggettivo a completare il giudizio, Don Mariano aveva detto: "Che aggettivo? E aggettivo, l'uomo non ha bisogno di aggettivo. E se dico che il capitano è un uomo, è un uomo e basta". Risposta che il giornalista giudicò sibillina e dettata sicuramente dall'irascibilità, probabilmente da malanimo. Ma Don Mariano aveva voluto esprimere, come un generale vittorioso nei confronti dell'avversario sconfitto, un sereno giudizio, un elogio. E così veniva ad aggiungere un tocco di ambiguità, piacere insieme irritazione, ai sentimenti che si agitavano tempestosi nell'animo del capitano.

Altre notizie, segnate in rosso dal brigadiere D'Antona, dicevano che naturalmente le indagini sui tre omicidi erano state riaperte e la squadra mobile di PS era già sulla buona strada per la soluzione del caso. Nicolosi, avendo fermato la vedova e l'amante di costei, un certo Passerello, sui quali fortissimi indizi, inspiegabilmente trascurati dal capitano Bellodi, gravavano ancora. Una notizia segnata in una pagina di cronaca provinciale diceva che il comandante la stazione di S.E., maresciallo maggiore Arturo Ferlisi, era stato trasferito a sua domanda ad Ancona. E il corrispondente del giornale, riconoscendo nell'equilibrio e abilità, gli dava aviatico di saluti ed auguri.

Rimuginando su queste notizie, vampando di imponente rabbia, il capitano andava a casa. Per le strade di Parma, e pareva diretta un appuntamento e preoccupato di giungervi in ritardo, e non sentì il suo amico Brescianelli che dal marciapiede opposto lo chiamava per nome. E restò sorpreso e contrariato quando l'amico lo raggiunse e gli si parò davanti, sorridente, affettuoso, scherzosamente reclamando almeno un saluto in nome degli Yeti. Ahimè, lontani i giorni del liceo! Bellodi, con serietà, si scusò per non aver sentito. Disse che non si sentiva bene, dimenticando che Brescianelli era medico e non avrebbe facilmente mollato un vecchio amico che non stava bene. Infatti, indietreggiò di un passo per osservarlo meglio. Constatò che era dimagrito e si vedeva dal cappotto che gli stava adesso un po' largo e cascante. Poi si avvicinò a guardarlo negli occhi, che avevano nel bianco, disse, un po' di terra di Siena, che voleva dire disfunzione urbanistica. E domandò dei sintomi e nominò medicina.

Bellodi ascoltava con un sorriso distratto. "Mi senti?" disse Brescianelli. "O forse ti sto seccando?" "No, no," protestò Bellodi. "Ho tanto piacere rivederti. Anzi, dov'è che vai?" E senza attendere la risposta, prese sotto braccio l'amico e disse: "Ti accompagno". E appoggiandosi al braccio dell'amico, un gesto che aveva quasi dimenticato, sentì davvero bisogno di compagnia, bisogno di parlare, di svagare in cose lontane la sua collera.

Ma Brescianelli domandò della Sicilia. "Com'era? Come ci si stava?" E dei delitti. Bellodi disse che la Sicilia era incredibile. "E se dici così, bene, incredibile! Ho conosciuto anch'io dai siciliani straordinari. E ora hanno la loro autonomia e il loro governo. Il governo della lupara, dico io. È incredibile. È la parola che ci vuole. Incredibile è anche l'Italia, e bisogna andare in Sicilia per constatare quanto è incredibile l'Italia. Forse tutta l'Italia va diventando Sicilia. A me è venuta una fantasia. Leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale. Gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è prozio alla vegetazione della palma, viene su verso il nord di 500 metri, mi pare, ogni anno. La linea della palma! Io invece dico la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato, e sale come lago di mercurio di un termometro. Questa linea della palma del caffè forte, degli scandali, su per l'Italia, ed è già oltre Roma".

Si fermò improvvisamente e disse ad una giovane donna che veniva loro incontro, ridente: "Sei incredibile anche tu, bellissima". "E come? Anch'io. E l'altra chi è?" "La Sicilia, donna anche lei, misteriosa, implacabile, vendicativa e bellissima come te". Il capitano Bellodi, che ti presento, stava raccontandomi della Sicilia. "E questa è Lidia", disse rivolto a Bellodi. "Livia Giannelli, che tu forse ricordi bambina ed ora è donna. E di me non vuol saperne. Lei viene dalla Sicilia?" domandò Livia. "Sì," disse Brescianelli, "viene dalla Sicilia. Sta allaggiù a fare, come dicono loro, o sbirro fedente". E pronunciò l'espressione rifacendo la voce cavernosa e l'accento catanese di Angelo Musco.

"Adoro la Sicilia!" disse Lidia e si mise tra loro, prendendoli a braccetto. "Questa è Parma", pensò Bellodi con improvvisa felicità. "Questa è una ragazza di Parma. Sei a casa tua. Al diavolo la Sicilia". Ma Lidia voleva sentire le cose incredibili della incredibile Sicilia. "Io sono stata Taormina una volta, e a Siracusa per le rappresentazioni classiche. Ma mi dicono che per conoscere la Sicilia bisogna andare verso l'interno. Lei, in quale città risiede?" Bellodi disse il nome del paese nell'Ilià. "Nel Brescianelli lo avevano mai sentito?" "E com'è?" domandò la ragazza. "Un vecchio paese con case murate in gesso, con strade ripide e gradinate. E in cima ogni strada, ogni gradinata, c'è una brutta chiesa. E gli uomini sono molto gelosi". "Gli uomini? E in un certo modo," disse Bellodi. "E la mafia? Cos'è questa mafia di cui parlano sempre i giornali?" "Eh già, cos'è la mafia?" incalzò Brescianelli. "È molto complicato da spiegare," disse Bellodi. "È incredibile".

Ecco, cominciava a scendere un nevischio pungente. Il cielo bianco prometteva nevicata lunga. Lidia propose che l'accompagnassero a casa. "Sarebbero venute delle amiche, avrebbero ascoltato formidabili pezzi di vecchio jazz, dischi miracolosamente reperiti, e ci sarebbe stato buon whisky di Scozia e cognac". "Carlos Primero?" "È da mangiare?" chiese Brescianelli. Livia promise che ci sarebbe stato anche da mangiare.

Trovarono la sorella di Livia e due altre ragazze distese su un tappeto davanti al fuoco, i bicchieri al lato, e il funerale al View Colombier, New Orleans, che batteva ossessivo la giradischi. Anche loro adoravano la Sicilia. Abbrividirono deliziosamente dei coltelli che, secondo loro, la gelosia faceva lampeggiare con piansero le donne siciliane e un po' le invidiarono. Il rosso del sangue diventò il rosso di Guttuso. "Il Gallo di Picasso", che faceva da copertina al Bell'Antonio di Brancati, dissero, "deliziose emblema della Sicilia". Di nuovo abbrividirono pensando alla mafia e chiesero spiegazioni, racconti delle terribili cose che certamente il capitano aveva visto.

Bellodi raccontò la storia del medico di un carcere siciliano che si era messo in testa, giustamente, di togliere ai detenuti mafiosi il privilegio di risiedere in infermeria. C'erano nel carcere molti malati ed alcuni addirittura tubercolologici che stavano nelle celle, nelle camerate comuni, mentre i caporioni sanissimi occupavano l'infermeria per godere di un trattamento migliore. Il medico ordinò che tornassero le parti comuni e che i malati venissero in infermeria. Né gli agenti né il direttore diedero seguito alla disposizione del medico e il medico scrisse al Ministero. E così, una notte, fu chiamato dal carcere. Gli dissero che un detenuto aveva urgente bisogno del medico. Il medico andò. A un certo punto, si trovò dentro il carcere, solo, in mezzo ai detenuti. I caporioni lo picchiarono accuratamente, con giudizio. Le guardie non si accorsero di niente. Il medico denunciò l'aggressione al procuratore della repubblica, collega al Ministero. I caporioni, non tutti, furono trasferiti ad un altro carcere. Il medico fu dal ministero esonerato dal suo compito, visto che il suo zelo aveva dato luogo ad incidente. Poiché militava in un partito di sinistra, si rivolse ai compagni di partito per averne appoggio. Gli risposero che era meglio lasciar stare. Non riuscendo ad ottenere soddisfazioni dell'offesa ricevuta, si rivolse allora a un capomafia che gli desse la soddisfazione, almeno, di far picchiare nel carcere dove era stato trasferito uno di coloro che lo avevano picchiato. Ebbe poi assicurazione che il colpevole era stato picchiato a dovere.

Le ragazze trovarono delizioso l'episodio. Brescianelli lo trovò terribile. Le ragazze prepararono dei tramezzini, mangiarono, bevvero whisky e cognac, ascoltarono jazz, parlarono ancora della Sicilia e poi dell'amore, e poi del sesso. Bellodi si sentiva come un convalescente, sensibilissimo, tenero, affamato. "Al diavolo la Sicilia, al diavolo tutto". Rincasò verso mezzanotte, attraversando tutta la città a piedi. Parma era incantata di neve, silenziosa, deserta. "In Sicilia le nevicate sono rare", pensò. E che forse il carattere delle civiltà era dato dalla neve o dal sole, secondo che neve o sole prevalessero. Si sentiva un po' confuso, ma prima di arrivare a casa, sapeva lucidamente di amare la Sicilia e che ci sarebbe tornato. "Mi ci spaccherò la testa", disse a voce alta.