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Lezione n. 11: Dante e la poesia della lode

Università Telematica Internazionale UNINETTUNO39:41

Transcription

Un saluto a tutti e benvenuti al corso di letteratura italiana. Oggi parleremo di Dante. Leggeremo un sonetto famosissimo: "Tanto gentile e tanto onesta pare". Leggendo questo sonetto, capiremo anche che cos'è la poesia della lode, che figura nel titolo della lezione odierna.

Nell'ultima lezione abbiamo letto un sonetto di Guido Cavalcanti. Chi è questa? E abbiamo immaginato che Cavalcanti recitasse questo sonetto davanti a una brigata di amici, e che fra questi amici fosse presente anche Dante, e che Dante fosse rimasto colpito nel sentire quel sonetto del suo amico Guido. Naturalmente, abbiamo immaginato che Dante fosse rimasto colpito perché abbiamo dei dati, perché sappiamo che c'è una produzione di Dante che risente effettivamente di quel sonetto di Cavalcanti. "Tanto gentile" è il sonetto che leggeremo oggi, è per l'appunto uno di questi testi. Cominciamo subito con la lettura del testo.

"Tanto gentile e tanto onesta pare

la donna mia quand'ella altrui saluta,

ch'ogne lingua de' tremando muta,

e gli occhi non ardiscono di guardare.

E ella si va, sentendosi laudare,

benignamente d'umiltà vestuta;

e par che sia una cosa venuta

da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,

che dà per gli occhi una dolcezza al core,

che 'ntender non la può chi non la prova.

E par che della sua labbia si muova

uno spirito soave pien d'amore,

che va dicendo all'anima: Sospira."

Ora, questo sonetto ci servirà anche per fare un piccolo esercizio, cioè per mostrare come sia facile cadere in equivoci e in fraintendimenti quando leggiamo dei testi antichi. Cosa voglio dire? Voglio dire che in apparenza la lingua di questo testo sembra una lingua piana, scorrevole, che non crea problemi, molto simile alla nostra, molto simile all'italiano che parliamo noi oggi. Ma, in realtà, è molto diversa. È molto diversa dal punto di vista dei significati. Insomma, può accadere che leggendo questo testo noi, senza rendercene conto, modernizziamo lo, riportiamo a una dimensione che non è la sua.

È un grande critico, un grande filologo, Gianfranco Contini, ha mostrato proprio come nel sonetto che dice lui "sembrerebbe essere stato scritto ieri", in realtà, sono parole di Contini, "non ci sia parola, almeno delle essenziali, che abbia mantenuto nella lingua moderna il valore dell'originale". E allora vediamo qualcuna delle più importanti di queste parole che non hanno mantenuto nella lingua moderna il valore originale, il valore che avevano nel Duecento e che hanno nel testo di Dante.

A questo punto possiamo evitare di fermarci sul "gentile". Il "tanto gentile" sappiamo benissimo ora che gentile non significa affabile, cortese, ma sappiamo che gentile significa nobile, in questo caso una nobiltà spirituale, di alta spiritualità. Onesta, anche "onesta" non ha il significato che gli diamo noi oggi. Qui "onesta" è quasi un sinonimo di "gentile", nel senso però del decoro esterno, del comportamento, di una nobiltà che si manifesta nel comportamento, nell'atteggiarsi.

Saltiamo un momento il "pare". "La donna mia". "La donna mia", attenzione, qui non va letto come se fosse il moderno "la mia donna", la donna che amo, o peggio ancora, la mia fidanzata o qualcosa o qualcosa di simile. Qui, naturalmente, la donna è la "domina", la signora, la signora dell'anima e del cuore dell'innamorato. Quindi l'accento non va messo su "mia", l'accento va messo su "donna", colei che mi signoreggia, colei che è la signora del mio cuore.

"Pare". Qui, naturalmente, questo è un testo che a scuola dà adito a ogni tipo di... "Tanto gentile e tanto onesta pare". Ma invece, perché se noi interpretiamo "pare" secondo la lingua di oggi, "pare" significa sembra, sembrerebbe. "Tanto onesta", no. Attenzione, in italiano del Duecento "pare" non significa "sembra", non significa "sembra", ma ha un significato tutt'altro. Significa "appare", ma nel senso di "è", nel senso di "risultare in modo evidente". Questo è il significato di "pare".

Quindi, come vedete, già i primi due versi creano problemi se uno non ha una competenza di italiano antico. Perché i primi due versi possono essere interpretati in questo modo: colei che è la mia signora, quando saluta qualcuno, dà sensibile evidenza della sua nobiltà, della sua nobiltà spirituale e del suo decoro.

Andiamo avanti. "Ch'ogne lingua de' tremando muta". Questo luogo comune che abbiamo visto anche nel sonetto di Guido Cavalcanti, no? La il mutismo degli astanti di fronte a questa apparizione, una apparizione statica, è una apparizione soprannaturale. Diviene muta ogni lingua tremando, mentre trema. Ma qui c'è una sfumatura causale: cioè, perché trema e resa muta dal tremore, è resa muta perché trema. Era l'aria che tremava nel sonetto di Cavalcanti. Questo è un tremore fisico degli astanti, di coloro che vedono l'apparizione della donna.

"Ella si va, sentendosi laudare, benignamente d'umiltà vestuta". I presenti la lodano e lei sente queste lodi. Però, di fronte a queste lodi, questa donna, anche in questo caso, come vedete, non ci sono nomi, non ci sono descrizioni, esattamente come in "Chi è questa?". Che venne? Questa donna si veste di umiltà. Che vuol dire? Che manifesta all'esterno la sua benevolenza interiore. L'umiltà, lo sappiamo, è il contrario dell'alterigia, dell'altezosità.

"E par che sia una cosa venuta". Una cosa? Ma come? Come può essere una cosa una donna, di più, una donna che viene cantata in questi termini? Allora, "cosa" significa, appunto, non è la nostra "cosa", l'oggetto, l'oggetto inanimato. "Cosa" ha il significato di "essere", "essere vivente". E pare che sia un essere vivente venuto da cielo in terra a miracol mostrare, cioè a mostrare una cosa straordinaria, meravigliosa, fuori dal comune.

"Mostrasi sì piacente a chi la mira". "Piacente" e qui c'è una sfumatura che va colta. "Piacente" vuol dire che è fornita di bellezza, ma non solo nel senso che è bella, ma soprattutto nel senso che produce una sensazione di bellezza, cioè è attivo l'effetto della bellezza, produce un effetto di bellezza su chi la vede. "Sì piacente che dà per gli occhi una dolcezza al core". È normale e naturale intendere "piacente che tanto piacente che è come se fosse una consecutiva". Mentre invece qui la dobbiamo intendere non come una consecutiva, ma come una frase relativa. E una tale dolcezza, è una dolcezza la quale può essere compresa solo per esperienza diretta.

"E par che della sua labbia si muova". Siccome dopo c'è qualcuno che parla, cioè il verbo "dire" viene spontaneo intendere "labbia" per labbra, che dalle sue labbra, dalla sua bocca. E invece no, perché la "labbia" non sono le labbra come le intendiamo, non sono le labbra, ma è il volto, o meglio, è la fisionomia del volto. Che dalla sua fisionomia si muova uno spirito. È uno "spirito" non è una, come dire, un elemento indeterminato. Lo "spirito" è una personificazione di una attività vitale che viene personificata sotto la figura di spirito. Qui è proprio uno spirito che esce dall'anima di chi la sta guardando, e questo spirito è l'uscita di questo spirito è determinato da una sensazione che proviene dal volto della donna guardata.

A questo punto, siamo in grado di fare una parafrasi, di rendere in un italiano non poetico, ma preciso, che rende precisamente il significato di ogni parola e di ogni espressione del testo. Questo di fare una parafrasi di questo sonetto. Vi offro la parafrasi, punto, di Gianfranco Contini. Come Contini ha tradotto in italiano moderno questo sonetto, ve la leggo:

"Tale è l'evidenza della nobiltà e del decoro di colei che è mia signora nel suo salutare, che ogni lingua trema tanto da ammutolire, e gli occhi non osano guardarla. Essa procede, mentre sente le parole di lode, esternamente atteggiata alla sua interna benevolenza, e si fa evidente la sua natura di essere venuto di Cielo in terra per rappresentare in concreto la potenza divina. Questa rappresentazione è per chi la contempla così carica di bellezza che per il canale degli occhi entra in cuore una dolcezza conoscibile solo per diretta esperienza, e dalla sua fisionomia muove, oggettivata e fatta visibile, una soave ispirazione amorosa che non fa se non suggerire all'anima di sospirare."

Ecco una parafrasi, una traduzione in italiano moderno di questo testo del Duecento. "Lode" è una parola che compare nel testo, che compare nel sonetto di Dante. In effetti, questo sonetto di Dante appartiene a quella fase della poesia dantesca che lo stesso autore definisce "della lode", poesia della lode, ed è uno degli esemplari più alti dei testi della lode. Tanto è vero che Dante lo ha raccolto nella Vita Nova proprio per come documento di questo che è una specie di culmine della sua poesia lirica.

A questo punto, finalmente, diciamo qualcosa intorno alla Vita Nova, cioè un testo che abbiamo citato molte volte finora, ma non ci siamo mai soffermati sulla Vita Nova. Che cos'è la Vita Nova? La Vita Nova è una specie di romanzo, diciamo un romanzo fra virgolette, che Dante scrive. Non lo sappiamo, non abbiamo le date precise, ma diciamo intorno alla metà degli anni '90 del Duecento, 1294-95. Ho detto una specie di romanzo perché questo libro mescola componimenti poetici con parti in prosa. Prosa e poesia messi insieme. È un genere letterario che ha un nome, si chiama prosimetro. Un testo fatto in questo modo, prima di Dante, in una letteratura in volgare, non esistevano esempi di prosimetri. In latino sì, in volgare no. Dunque, è un'invenzione di Dante.

Una caratteristica importante della della Vita Nova è che, mentre le parti in prosa sono state scritte espressamente per il libro, cioè il libro nel momento in cui decide di scrivere, di comporre questo libro, Dante si mette a scrivere tutta la parte prosastica, mentre la parte in prosa, quindi, è stata scritta espressamente per il libro. Le i componimenti sono in gran parte anteriori al libro, cioè sono componimenti che Dante aveva già scritto, a volte anche in anni abbastanza lontani, e che circolavano già, avevano già un loro pubblico. Dunque, è un romanzo perché c'è una storia che viene raccontata, e insieme è un'antologia poetica, un'antologia della poesia di Dante, un'antologia fatta dall'autore. Infatti, Dante non ha collocato nella Vita Nova tutti i componimenti lirici che lui aveva composto, aveva fatto una scelta, ne aveva presi 31, sono 31 i componimenti qui raccolti, mentre ne aveva scritti, ne aveva scritti molti di più. Un altro dato interessante è che sappiamo che nel momento in cui raccoglie questi testi, alcuni dei componimenti sono ritoccati, cioè Dante ci torna sopra, li cambia in qualche punto, proprio per poterli meglio collocare all'interno della struttura prosastica del libro.

Vedremo che per molti aspetti la Vita Nova di Dante anticipa quell'operazione, in sé rivoluzionaria, che Petrarca farà con il Canzoniere mezzo secolo dopo. Anche il Canzoniere è un libro composto organizzando secondo un filo narrativo, simbolico e narrativo, una serie, e nel caso del Canzoniere, una serie molto cospicua, sono 366 testi, una serie di componimenti che l'autore aveva in gran parte scritto in precedenza ed erano, e che erano già stati diffusi autonomamente. Per Petrarca, vedremo, sarà più radicale di Dante, non userà la prosa per legare fra di loro i singoli componimenti, ma il tentativo che Petrarca farà, fondando un nuovo genere letterario, il genere canzoniere, sarà quello di fare scaturire la narrazione, il racconto, proprio dal susseguirsi dei testi lirici. L'ordinamento dei testi dovrà suggerire l'impianto, uno che, che il libro è organizzato secondo un impianto di tipo narrativo.

Ma ritorniamo alla Vita Nova. Che cosa racconta la Vita Nova? Beh, la Vita Nova racconta una storia passata, racconta la storia dell'amore di Dante per Beatrice. Farà così anche Petrarca, che nel Canzoniere racconterà della storia passata dell'amore di Francesco per Laura. Fra l'altro, entrambe le protagoniste dei libri, sia Beatrice che Laura, al momento in cui i loro autori scrivono la Vita Nova e il Canzoniere, sono entrambe defunte.

"Vita Nova". Questo titolo, probabilmente, è un titolo latino, sono due parole latine. "Vita Nova" e forse va in cosa, va inteso "nova" nel senso di "rinnovata", una vita rinnovata dall'amore. Dunque, molto brevemente, Dante racconta di avere incontrato una prima volta Beatrice quando entrambi avevano nove anni, e poi di averla incontrata nove anni dopo, diciottenni entrambi. Nove e nove. Bene, il numero nove ricorre in questo libro in maniera quasi ossessiva. Non c'è vento, non c'è circostanza che non sia sottolineato dall'accompagnamento del numero nove. Nove. Il nove è un multiplo del tre, e il tre è il numero della Trinità, quindi il tre è il numero perfetto e il numero sacro. Quindi il nove, essendo un multiplo del tre, è un numero carico di significati simbolici, al punto che Dante arriverà a dire che il nove è il numero del miracolo, e arriverà a dire che Beatrice è un miracolo. E fin qui lo seguiamo bene. Ma a un certo punto sosterrà che Beatrice è un nove, e noi abbiamo qualche difficoltà, noi lettori moderni, a entrare in questa logica, la logica della numerologia.

La numerologia era importante per la mentalità medievale, era proprio una specie di secondo linguaggio. Però è un secondo linguaggio che noi oggi non sappiamo leggere, o leggiamo con molta difficoltà. Anche Petrarca farà ricorso alla numerologia. Se per Dante il numero sacro è il nove, per Petrarca è il numero sacro è il sei. E vedremo, e vedremo perché. E Petrarca userà il sei proprio per estrarre da quel numero importanti significati simbolici intorno alla storia che racconta nel Canzoniere. Per ora, basti dire che il Canzoniere è composto di 366 testi. 3, 6, 6. Non è casuale che ci sia due volte il sei e che ci sia il tre. Quando parleremo di Petrarca, vedremo perché non è casuale questo numero. Non è casuale.

Ora, la storia che, ritorniamo di nuovo alla Vita Nova. La storia che Dante racconta in questo libro, non immaginatevi una storia romanzesca. È una storia fatta di piccoli episodi, di piccoli episodi di vita quotidiana, di incontri, di incontri fra l'amante Dante innamorato e questa donna bellissima e carica di virtù che è Beatrice, di saluti che si scambiano, di mancati saluti. Insomma, tutto questo in un contesto fiorentino, di vita fiorentina, contesto appena accennato. La Vita Nova non è un racconto realistico.

C'è un evento, però, che divide praticamente in due parti il libro, e questo evento è l'evento drammatico: è la morte di Beatrice. E Dante, in maniera un po' tortuosa, senza dire esplicitamente la data, ma ricorrendo a vari stili calendariali, però ci dice con precisione che Beatrice morì l'8 giugno del 1290. Beatrice muore. E Angelo che era in terra, di Cielo in terra a miracolo mostrare, questo era Beatrice vivente, diventa un angelo vero e proprio, cioè diventa una santa, viene santificata in cielo. E qui c'è una grande novità. Con la morte di Beatrice, Dante non smette di scrivere poesia lirica. Prima di lui, ai poeti capitava che morissero le donne amate e poi ti smettevano di, con la morte della amata, smettevano di scrivere poesie per queste donne, per queste donne defunte. Invece Dante prosegue a cantare un amore per una donna che è morta. È una novità importante, se non altro, lo possiamo anticipare subito, perché suggerisce a Petrarca la stessa cosa. Anche il Canzoniere di Petrarca sarà diviso in due parti: una prima parte di rime in vita di Laura, ma una lunga, consistente parte di rime in morte di Laura. Vedi, come vedete, è pieno di cose la Vita Nova, di invenzioni, di nuovi trovati che poi avranno un effetto sul corso successivo della poesia.

Dopo la morte di Beatrice, però, succede un'altra cosa. Dal punto di vista narrativo, succede che Dante, insomma, si lasci a prendere dalla pietà che una donna sconosciuta, che viene sempre chiamata "donna pietosa", gli dimostra. Questa donna ha pietà del dolore che Dante prova per la morte di Beatrice. Insomma, è a forza di vedere questa donna che prova pietà per lui, va a finire che Dante si lascia sedurre e tradisce la memoria di Beatrice. Ma poi ritorna a Beatrice, ritorna alla fedeltà alla donna amata. E il libro si chiude proprio con una specie di visione di Beatrice che siede nella gloria dei beati, nell'empireo, e si chiude con un proponimento da parte di Dante. Si chiude con il proposito di non scrivere più poesie per Beatrice, di non trattare più di Beatrice, fino a quando non potrà scrivere più degnamente di lei. Molti hanno letto in questo proposito finale della Vita Nova il preannuncio della Commedia, dove Beatrice avrà questo ruolo importantissimo. Ma ovviamente non è così. Dante non era un profeta, non poteva sapere nel 1295 che poi avrebbe scritto la Commedia. Insomma, questo, in breve, è la storia d'amore della Vita Nova.

Ma nella Vita Nova c'è anche un'altra storia, non meno interessante e non meno importante della storia d'amore, ed è la storia della poesia di Dante fino a quella data. Cioè, Dante traccia un percorso proprio nel selezionare, nel scegliere i componimenti da mettere nel libro della sua poesia, un percorso che va dalle prove più giovanili, nelle quali la poesia si muoveva ancora nel solco della tradizione cortese, alla scoperta di una maniera nuova e originale, la poesia della lode, per l'appunto. La poesia della lode finisce per coincidere con quel tipo di poesia che Dante chiamerà nella Commedia "dolce stil novo", è una maniera nuova di scrivere, alla quale corrisponde una diversa e nuova concezione dell'amore.

Che cos'è la poesia della lode, così come è raccontata nella Vita Nova? Dante racconta che, facendosi guidare da un personaggio, Amore, quindi Amore personificato, aveva scritto molte poesie per Beatrice, seguendo i canoni del comportamento cortese. L'obiettivo era di essere ricambiato, di avere un gesto da parte di Beatrice, un gesto di corresponsione, essenzialmente un saluto. Ma questa strategia è fallita, è fallita miseramente. Beatrice ha addirittura gli ha negato il saluto, come dire, non è stato corrisposto. E qui, e a questo punto che Dante scopre un nuovo modo di amare. Dante, il personaggio della Vita Nova, scopre un nuovo modo di amare e anche un nuovo modo di fare poesia.

Nella prosa diciottesima, nel capitolo XVIII del libro, Dante racconta che un gruppo di donne, vedendolo fisicamente incapace di sostenere la stessa presenza di Beatrice, vedendo Dante che non ce la fa, che non riesce nemmeno a vedere, nemmeno a sostenere la presenza di Beatrice, gli chiedono, insomma, perplesse: "Ma in che cosa consiste un amore come questo, se non sei nemmeno in grado di reggere la presenza della donna che ami, che ami? Qual è lo scopo di un amore così singolare?". E Dante risponde che, prima, in un primo tempo, il suo scopo era quello di avere il saluto di questa donna, ma che dopo che il saluto gli è stato negato, tutta la sua beatitudine è riposta in ciò che non gli può essere tolto. Le donne non capiscono e chiedono: "Ma che cos'è ciò che ti può essere tolto? In cosa consiste, allora, questa tua beatitudine?". E Dante risponde in quelle parole che lodano la donna mia.

La prosa successiva, il capitolo successivo, racconta che egli, allora, decise di prendere per materia, cioè per soggetto, per argomento del suo parlare in rima, sempre mai quello che fosse lode di questa gentilissima. E in effetti, cosa succede? Succede che alcuni giorni dopo, la sua lingua si mosse quasi da sola, spontaneamente, e incominciò a recitare: "Donne ch'avete intelletto d'amore, io con voi della mia donna dire, non per chi io creda sua laude finire, ma ragionar per sfogare la mente". Alle donne che conoscono Amore, io voglio parlare, dire. Sappiamo cosa significa, della mia donna. So che non riuscirò a dire pienamente le lodi che essa merita, ma potrò sfogare il mio cuore, la mia mente. Forse ricorderete i versi, li abbiamo più volte citati, no? Il ventiquattresimo del Purgatorio, quando Bonagiunta Orbicciani gli dice: "Ma di', se vegio qui colui che forte trasse le nove rime, cominciando: Donne ch'avete intelletto d'amore". Dunque, le nove rime di cui parlerà Bonagiunta nel Purgatorio coincidono con la poesia della lode, e cominciano proprio con la canzone che nella Vita Nova Dante indica come il primo testo della nuova maniera.

Ma cosa esprime questa poesia della lode? Poesia della lode esprime una concezione dell'amore come sentimento gratuito, disinteressato, che questo amore non cerca il ricambio del saluto della donna, o non cerca nessun altro atto di reciprocità. Si appaga del potersi esprimere attraverso la lode della donna. Quindi lo strumento, la poesia, diventa proprio lo strumento che dà voce alla lode, e quindi lo strumento è non soltanto il veicolo, ma è il fine stesso del sentimento amoroso. E a sua volta, il sentimento amoroso è ciò che genera il dire, ciò che genera la poesia. Se ci pensate un momento, forse per la prima volta nella storia della poesia occidentale, siamo a un passo della concezione moderna dell'autonomia dell'arte, dell'arte fine a se stessa.

Forse ricordate anche cosa aveva risposto Dante a Bonagiunta, no? "I' mi solingo quando amor mi spira", eccetera, eccetera. Potete leggere i versi. Bene, questi versi suggeriscono l'idea di una sorta di ispirazione sacra, nella quale il dire poetico, il fare poesia, è insieme un atto necessario e un atto gratuito. C'è l'immagine del dettatore, quel modo che "ditta dentro", e amore che "detta dentro", e c'è l'immagine dello scriba, di colui che scrive sotto dettatura. Il poeta è lo scriba. Quindi, queste, questa doppia immagine indica che la poesia nasce da un principio superiore che trascende il soggetto, che trascende il poeta stesso.

Ed è dopo aver sentito questa risposta di Dante che Bonagiunta riconosce qual era il limite suo e di tutti gli altri poeti precedenti allo Stilnovo. Non abbiamo mai letto altri due versi di questo canto, due versi che sono ancora una volta una battuta di Bonagiunta. In questi due versi Bonagiunta dice: "Io veggio ben come le vostre penne, di retro al dittatore, sem van strette". Le vostre penne, le penne sono in questo caso le penne con cui si scrive, che vanno strette dietro al dittatore, che è Amore. Ma dice "vostre", indica un gruppo. Non parla più del solo Dante, come faceva prima. Cioè, indicando un gruppo, attraverso le parole di Bonagiunta, servendosi del personaggio di Bonagiunta, Dante indica che la nuova poesia non è solo sua, ma è di un intero gruppo di poeti, per l'appunto, gli stilnovisti.

Richiamiamo ancora, forse per l'ultima volta, non so quanto abbiamo detto della concezione dell'amore cortese. Abbiamo detto che i trovatori provenzali e poi la tradizione che da loro discende, concepiscono l'amore come desiderio, ma come desiderio che non può essere appagato. Sappiamo che la dama, per tutta una serie di ragioni, ragioni che prima sono di ordine sociale, reale, ma che poi col passare del tempo tendono a diventare un elemento di codice, cioè una convenzione letteraria, che la dama, per queste ragioni, si rifiuta alla morte. Ma che a volte, però, la dama non si rifiuta all'amore, ricambia, ma ricambia con dei surrogati, dei surrogati socialmente accettabili, come, per l'appunto, il saluto, un gesto di benevolenza. Quindi l'amore è frustrato, ma la frustrazione può venire ribaltata, l'abbiamo detto più volte, in un esercizio etico, in una forma di perfezionamento interiore. Comunque stiano le cose, il punto centrale di questa tradizione cortese è che essa si fonda su una diseguaglianza di base fra i partner del rapporto d'amore, e quindi è una poesia che non può, per sua natura, cantare mai l'amore realizzato.

La poesia della lode è un modo per uscire da questa tenaglia del paradosso cortese della diseguaglianza che porta a queste conseguenze. Certo, anche qui c'è una forte diseguaglianza fra i partner, ma nella poesia della lode la donna non è oggetto di desiderio, ma è oggetto di venerazione. L'amore non cerca nessuna corresponsione, ma si appaga di sé. La poesia non è quindi uno strumento per comunicare, per ottenere qualcosa, ma è un canto che esprime valori assoluti. Come vedete, in questo caso, con un tipo di poesia, con una concezione poetica di questo tipo, l'amore cortese è negato alla radice. È una concezione laica dell'amore quella che si esprime in questi termini, ma è evidente che l'auto-appagamento, questa idea dell'auto-appagamento, può aprire strade che si colorano anche di religiosità, persino di misticismo. Insomma, non è un caso che Beatrice, cantata in questo modo nella Vita Nova e nelle poesie stilnoviste di Dante, finisca poi per diventare quella che è, quel personaggio teologico dentro al poema della Commedia.

Vi saluto. Sul sito internet troverete i testi di cui abbiamo parlato e materiali per ulteriori approfondimenti, e ci vediamo la prossima lezione.