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Grazie, dunque. Noi parliamo adesso di cittadini e barbari. Cittadini e barbari a Roma, nella città di Roma, ma soprattutto nell'Impero di Roma. E allora, il primo punto da chiarire è proprio questo. Questo è un impero che è stato costruito da un popolo di conquistatori, un popolo di conquistatori che hanno invaso e sottomesso progressivamente, beh, prima le antiche città del Lazio, poi il resto dell'Italia, le altre popolazioni italiche, i Galli dell'Italia del Nord, che hanno sottomesso gli abitanti dell'Iberia, della Gallia, ma anche del Nord Africa, ma anche del Medio Oriente, la Grecia, naturalmente, la Macedonia. Questo immenso impero è stato costruito conquistando progressivamente una serie di paesi. E questo impero era governato da un popolo dominatore che intendeva godere di tutti i vantaggi della sua conquista.
Quindi, quando noi parliamo dell'Impero Romano, della sua popolazione, di quelle qualche decina di milioni di abitanti che poteva avere l'impero, dobbiamo immaginare all'inizio una situazione in cui esiste uno strato di privilegiati che sono i cittadini romani, che hanno tutti i diritti, e poi la massa della popolazione che è la popolazione delle province conquistate. Non sono completamente senza diritti, ma sono in una posizione decisamente inferiore, subalterna. Sono quelli che noi, in una situazione coloniale, chiameremmo gli indigeni. All'inizio è proprio così: ci sono i dominatori romani e ci sono gli indigeni. Questi indigeni hanno il diritto di continuare a vivere secondo le loro leggi, ma appunto, sono meno garantiti, meno protetti dei *cives romani*.
Ed è curioso il modo in cui sono indicati ufficialmente dalla legge. Il diritto romano, tutta questa gente che all'inizio è la maggioranza degli abitanti dell'impero, bene, il diritto romano li chiama *pellegrini*, con una parola che in origine indicava appunto, nella città di Roma, gli stranieri, ma nel senso di quelli che erano venuti lì. I pellegrini sono quelli che hanno lasciato casa loro e si trovano all'estero. Adesso, ecco il paradosso, se ci pensate, che il diritto romano usi questo termine per indicare gli indigeni delle province conquistate. Nel momento in cui il tuo paese viene conquistata dai romani, tu non sei più padrone a casa tua. I romani sono i padroni, gli abitanti del posto sono diventati dei pellegrini, come se fossero stranieri essi stessi.
Dunque, uno stato di privilegiati. Ed è un privilegio estremamente consistente che fa la differenza nella vita di tutti i giorni. Ma è un privilegio che non è distribuito esclusivamente in base alla razza. Ecco, per entrare in questo argomento, vorrei fare un esempio subito. Vorrei citare un testo che tutti conosciamo, perché appartiene al nostro patrimonio comune, ma che di solito non è considerato un testo, una fonte per la storia romana: gli Atti degli Apostoli.
Negli Atti degli Apostoli si racconta come, a un certo punto, Paolo di Tarso, San Paolo, che è un ebreo, l'esponente di una ricca famiglia ebraica dell'Asia Minore, convertito al cristianesimo, va predicando a Gerusalemme. Gli ebrei tumultuano contro la sua predicazione, si rivolgono alla guarnigione romana, lo fanno arrestare. Atti degli Apostoli 21, 22. Il comandante romano arresta San Paolo a Gerusalemme. San Paolo, Saulo di Tarso, lo arresta, si prepara a farlo frustare per prima cosa, tanto per cominciare. E quando Paolo è già legato, gli dice: "Ma siete sicuri che potete frustare un cittadino romano senza averlo prima processato?". E il comandante è abbastanza nel panico di farlo, perché: "Tu sei un cittadino romano?". "E sempre di sensi". "Io sono un cittadino romano". E il comandante romano gli dice: "Anch'io sono cittadino romano, ma ho dovuto pagare una grossa somma per esserlo". E San Paolo: "Che questo è veramente fantastico! Io no, io lo sono dalla nascita".
Ebbene, questo è un ebreo dell'Asia Minore, ma appartiene a una famiglia importante, a una di quelle famiglie importanti dei paesi sottomessi a cui i romani avevano l'abitudine di concedere la cittadinanza. Per questo è proprio il punto cruciale che mi permette di dire che, anche se c'è un popolo di dominatori e una moltitudine di indigeni subordinati, sottomessi, però esiste un passaggio da una categoria all'altra. All'inizio è unicamente per ragioni di opportunità politica. Si capisce, il governo romano sa che bisogna tenersi buone le élite dei paesi conquistati. Che per mantenere un paese saldamente in mano non basta la forza, non basta il terrore che magari c'era all'inizio. Poi bisogna trovare un *modus vivendi* con le popolazioni sottomesse. E allora la strada è quella di cooptare i notabili, di cooptare le persone che contano, tutti quelli che sul posto hanno un'influenza, hanno delle clientele, possono servire bene il potere romano. Benissimo, quelli bisogna tirarli dentro, quelli bisogna coi interessarli al governo dell'impero e dunque concedere loro la cittadinanza.
Ed ecco quindi che nell'Impero Romano essere cittadino romano non significa per forza che si sia davvero originari di Roma o dell'Italia. Diventa un segno di appartenenza a un'élite politica che fin dall'inizio è multi, comincia ad essere multietnica. La cittadinanza, poi, è il primo passo, perché progressivamente le élite dei paesi conquistati, dei popoli sottomessi, vengono tirate dentro il governo dell'impero, vengono tirate dentro il Senato. Ci sono delle resistenze, c'è anche allora chi dice: "Ma il sangue romano che viene inquinato". C'è un passo straordinario in Tacito che racconta come, a un certo punto, l'imperatore Claudio, nel primo secolo dopo Cristo, a un certo punto l'imperatore Claudio va in Senato con un progetto di legge per cooptare nel Senato un certo numero di notabili della Gallia. Ora, la Gallia, voi lo sapete, è stata conquistata da Giulio Cesare cent'anni prima, già da un pezzo. I Galli sono pacificati e si è cominciato a distribuire la cittadinanza ampiamente fra di loro, fra quelli più romanizzati, fra quelli più ricchi, fra quelli che si potevano appunto tirar dentro. Adesso Claudio vuole fare qualcosa di più: vuole portare in Senato dei Galli. E lì, in Senato, scoppia la bagarre, perché c'è un'opposizione.
Sapete, aprendo una parentesi, il governo imperiale, un governo tirannico relativamente, ma insomma, nei primi secoli c'è ancora una dialettica fra l'autocrazia imperiale e il Senato. Ebbene, in Senato c'è una corrente che dice: "No, dove andiamo a finire? Dove finiranno i nostri eredi se noi cominciamo a dare i nostri posti, le nostre poltrone in Senato a questi questi i loro nonni combattevano contro di noi, i loro nonni sgozzavano i legionari, e noi li teniamo dentro in Senato?". E di fronte a questa opposizione, Claudio fa un grande discorso che Tacito ci riporta e che poi è stato trovato anche su un'epigrafe, per cui per una volta abbiamo la conferma: Tacito non si inventa le cose, sta proprio così la faccenda. Claudio fa un grande discorso in cui dice: "Ma scusate, ma io da dove credete che venga la mia famiglia? I Claudio, noi non siamo mica di Roma, noi siamo Sabini. E quanti di voi altri, i Giulio, eccetera, non vengono da Roma, ma dalle altre città del Lazio e dalle città italiche? Quanti di voi sono Etruschi? Romolo fin dall'inizio ha chiamato dentro i popoli sconfitti. Fin dall'inizio Romolo combatteva contro un popolo, lo sconfiggeva, una città, la sconfiggeva e il giorno stesso, la sera stessa, offriva loro di diventare romani". Questo dice Claudio. "Noi l'abbiamo sempre fatto ed è per questo che siamo forti, che Roma è forte. Noi non abbiamo fatto come gli Ateniesi. Anche Atene è stata grande, potente, gloriosa, ricchissima, ma date allo straniero è sempre rimasto uno straniero. Anche lo straniero che veniva ad abitare lì, che viene a vivere ad Atene, era un meteco, non aveva diritti, non poteva diventare ateniese. E Atene è andata a finire com'è andata a finire. Adesso siamo noi che, come andiamo ad Atene. Roma si è sempre aperta ed è soltanto così che noi possiamo continuare a conquistare il mondo e governarlo".
Ora, naturalmente, il progetto di legge di Claudio passa. È vero che i progetti di legge presentati dagli imperatori, anche quando suscitavano una certa opposizione, poi alla fine tendevano a passare di solito. Ma sta di fatto che qui siamo di fronte a un momento in cui viene molto concettualizzata questa idea. Quando si coagula un movimento, come dire, di difesa della purezza del sangue romano, "anna foa prima di seme all'impresa de sangre", no? Ecco, quando comincia a coagularsi un'idea del genere, il governo immediatamente lo blocca, perché la linea ufficiale a Roma non può che essere un'altra. Noi la cittadinanza dobbiamo oculatamente distribuirla.
Ed ecco quindi che la classe dirigente di Roma è una classe dirigente multietnica. Certo, noi possiamo anche pensare che fra gli abitanti di Roma, di Alba Longa, di Veio, non ci fosse tutta quella gran differenza all'inizio. E anche l'estensione della cittadinanza agli Italici può sembrare una cosa non così clamorosa. Ma sotto l'Impero non è più questo la faccenda. Sotto l'Impero, la classe dirigente dell'Impero comincia a tirar dentro persone che appartengono ai popoli barbari. Non sempre va benissimo. Facciamo anche qui un aneddoto.
Ricordiamo un personaggio famoso della storia. Voi sapete che sotto Augusto, il tentativo romano di conquistare la Germania, di estendere i confini dell'Impero oltre il Reno, fino all'Elba, abortisce bruscamente, quando le tre legioni di Varo si fanno massacrare dai Germani insorti nella selva di Teutoburgo, no? Questa grande sconfitta, una delle grandi sconfitte di Roma. Bene, tutti ricordiamo, anche perché l'abbiamo studiato a scuola, che i Germani ribelli che annientano le legioni di Varo sono guidati da un certo Arminio, del quale poi la storiografia tedesca, nell'epoca dei nazionalismi nell'Ottocento, ha fatto un eroe germanico. Ai tempi del Kaiser costruivano anche delle statue colossali, alte molti metri, per raffigurare appunto questo Arminio, Hermann, questo puro eroe teutonico che aveva tenuto a bada i conquistatori. "Welch [ __ ]", come dicono i tedeschi.
Ecco, bene. Senonché noi sappiamo che Arminio era cittadino romano. Ed è molto probabile che si chiamasse Gaio Giulio Arminio, avendo avuto la cittadinanza in quel momento. Gaio Giulio Arminio, dunque, era uno di quei capi germanici a cui i romani avevano dato la cittadinanza. Non solo, era cavaliere romano. Non l'avevano ancora tirato in Senato, siamo ancora prima di Claudio, ma era sulla buona strada. Lui e tanti altri. Cittadino romano, cavaliere romano, ufficiale romano. Tacito ci dice che quando sentiva parlare, si capiva che il latino lo aveva imparato in caserma. E comunque Arminio, a un certo punto, fa una scelta politica. A un certo punto le condizioni politiche del suo paese sono tali che decide di puntare su questa carta della rivolta e si mette alla testa di una rivolta tribale. Tantissimi come lui si sono accontentati di essere cittadini romani, cavalieri, ufficiali, decorati, centurioni, come il fratello di Arminio, che era un centurione pluridecorato. I romani lo chiamavano Flavo, il biondo. Capisce? Sono sempre Germani. Ecco, ma son Germani che stanno diventando romani. Qualche volta, come dicevo, male, come nel caso di Arminio. Tante altre volte, va bene. La maggior parte di questi notabili tribali sono ben contenti di diventare cittadini romani, di ricevere decorazioni, titoli, nomi romani, e di aiutare il governo imperiale a tenere lo mantenere l'ordine dei loro paesi.
E così noi troviamo questi dossier di concessione della cittadinanza, che non era una cosa presa alla leggera. Bisognava comunque, le proposte arrivavano dai governatori provinciali, arrivavano a Roma, venivano discusse, si teneva un archivio dei casi in cui la cittadinanza veniva concessa. E noi abbiamo questi dossier. Si discute, si chiede di dare la cittadinanza al tale capo berbero, per esempio, perché il governatore di quella certa provincia in Nord Africa dice: "Quella è la persona giusta, è il capo berbero, con tutto che di pelle scura e capelli ricciuti". E un certo punto diventa cittadino romano. Questa classe dirigente multietnica e multi etnica come origine, beninteso, è. Perché poi, come dire, la contropartita è che bisognerà umanizzarsi, organizzarsi, o ellenizzarsi, che poi in fondo è la stessa cosa, perché la grande cultura che tiene insieme tutto l'impero è poi la cultura ellenistica. Questo, naturalmente, è necessario. Però, dal punto di vista dell'origine etnica, molti membri del ceto dirigente romano, appunto, hanno le provenienze più variegate.
Si arriva al punto che nel terzo secolo c'è un imperatore romano che etnicamente è arabo. Filippo l'Arabo, si chiama ufficialmente così nella storiografia. Certo, si chiama Filippo, che è un nome greco, vuol dire che si era già abbastanza ellenizzata. Gli Arabi erano un piccolo popolo che viveva ai margini dell'Impero, in Oriente, ai margini della grande cultura ellenistica. I loro notabili volentieri si ellenizzavano. Filippo, chissà se parlava ancora l'arabo, però tutti sapevano che era arabo. E vi assicuro che a guardare il suo profilo sulle sue monete, si vede benissimo che è un arabo. Ed è un imperatore romano del III secolo.
Dunque, la strada, una delle strade principali attraverso cui la cittadinanza veniva estesa non soltanto ai notabili, ma anche un po' più ampiamente a un settore più ampio di popolazione, era il servizio nell'esercito. E anche qui ci avviciniamo appunto al nostro tema di Roma multietnica. Roma, sempre nel senso dell'Impero, prima ancora della città, perché di Roma multietnica il vero specchio è proprio l'esercito. Naturalmente, noi pensiamo all'esercito romano e sappiamo, è detto che avete già sentito una lezione su questo, sapete già tutto, quelli di voi che c'erano già nei giorni scorsi. Ma l'esercito romano, certo che comprende le legioni e i legionari devono essere cittadini romani. Ma l'esercito romano è composto per una buona metà di reparti ausiliari, che sono reclutati fra chi? Fra quelli che non sono cittadini romani. Dunque, gli indigeni delle province, i pellegrini, ma all'occasione anche quelli che vivono fuori. I romani non si sono mai fatti scrupolo di reclutare reparti ausiliari fuori dall'Impero.
E dunque, l'esercito imperiale è composto da legioni di cittadini romani e da reparti ausiliari reclutate ai quattro angoli del mondo. E poi, per sistema, trasferiti in una zona diversa, perché l'esercito romano ha una funzione, dovunque sia stanziato, ha una funzione di polizia, di ordine pubblico, di raccolta delle imposte. Insomma, non è tanto male, pensa il governo, che le truppe non fraternizzino troppo con la popolazione locale. E quindi, noi vediamo regolarmente che un reparto di cavalleria viene reclutato fra i Mori del Nord Africa, per esempio, i Mauri, e poi trasferito nei Balcani. Oppure un reparto viene reclutato fra i Siriani ed è trasferito in Inghilterra. Noi troviamo le lapidi di questi soldati e ci rendiamo conto di come l'immagine stereotipata del soldato romano, nel senso di un legionario che magari parla in romanesco, come nei fumetti di Asterix, ecco, è un'immagine per metà falsa.
Quando la gente nell'immenso Impero aveva a che fare con i soldati romani, molto spesso questi soldati romani erano gente delle provenienze più diverse. Penso a quella lapide che è stata trovata a un certo punto di un soldato di cavalleria che chiaramente, anche lui, un arabo. I linguisti, partendo dal suo nome latinizzato, hanno ricostruito che doveva chiamarsi Maris, ibimet, Calif. È un arabo. Gli fanno la lapide. Il fratello e dei commilitoni che hanno dei nomi anche loro in parte arabi, in parte armeni. Il comandante dell'ala in cui serviva è un armeno anche lui, a giudicare dal nome. Bene, questo reparto era stanziato sul Reno. Potete immaginare che appunto, fraternizzare con un certo punto con la popolazione locale.
Quindi, questi sono i soldati romani. In parte, fin dall'inizio, questo può provocare dei problemi, naturalmente. In Roma stessa, nella città, succede che nascano dei problemi. Ancora Tacito raccoglie della guerra civile del 69, quando l'esercito di Vitellio scende dalle Gallie e invade l'Italia e arriva a Roma. E questo esercito è composto da alcune legioni e da un certo numero di corpi ausiliari reclutati fra i Batavi, reclutati fra i Batavi, che sono un popolo germanico amico dell'Impero, non proprio sudditi, piuttosto alleati, hanno uno statuto speciale, dei privilegi, in cambio dei giovani che forniscono ogni anno alla leva. Ebbene, queste coorti di Germani sono soldati romani a tutti gli effetti, ma sono dei barbari vestiti di pelliccia, armati, dice Tacito, con enormi picche, di un armamento completamente diverso da quello dei legionari. E quando queste coorti di Batavi al servizio di Vitellio, nel 69, arrivano nella città di Roma, succedono degli incidenti, perché la folla arriva, si pressa per vederli, e questi non sono abituati, naturalmente, alla metropoli, non sono abituati alla grande città, a questa folla che li stringe troppo da vicino. Hanno queste loro enormi picche, insomma, ci sono degli incidenti, ci scappa anche il morto.
Ma ognuno di loro, dopo 25 anni di servizio, sarebbe diventato un cittadino romano. Perché questo è il punto cruciale, per questo vi sto parlando così a lungo dell'esercito e di questi reparti ausiliari. Questi ausiliari reclutati, ripeto, sia fra gli indigeni sudditi dell'Impero, sia all'occasione anche fra tribù esterne, hanno nel loro contratto che dopo 25 anni di servizio ricevono il congedo onorevole, la *merita missio*, ricevono il loro premio di congedo, che non è da poco, gli permette di sistemarsi, diventare dei piccoli proprietari, sia che vogliano tornare a casa, sia che rimangano nelle vicinanze della sede del loro reparto, come spesso fanno. E ricevono la cittadinanza romana. Ricevono un diploma di bronzo dove sta scritto che quella tal persona, dopo 25 anni di servizio, è stata congedata con onore dall'esercito imperiale ed è diventata un cittadino romano.
Questi diplomi di bronzo, gli archeologi li trovano a centinaia. Sono una delle fonti più straordinarie di cui disponiamo per seguire la storia dell'esercito romano, il suo reclutamento, la collocazione dei reparti. Ognuno di questi diplomi è la testimonianza di una vita, della vita di un barbaro che, facendo il soldato nell'esercito romano, è diventato di diritto cittadino romano e ha ricevuto anche un nome romano. A questo punto, certo, questi nomi non sono poi sempre, ce ne sono alcuni anche comici, certe volte si vede la fatica che fanno alcuni di questi barbari che, appunto, il latino l'hanno imparato in caserma, per romanizzarsi completamente. Però, loro si danno dei nomi romani e ai loro figli si sforzano di dare dei nomi romani. C'è una lapide particolarmente interessante, in cui lapide fatta offerta da un veterano reclutato in Pannonia, quindi lontano sul Danubio. Questo ha il suo bel nome barbaro, si chiama Dasente, figlio di Doesmeno. Però al congedo è diventato cittadino romano e ai suoi figli ha dato dei nomi romani. Vi dicevo prima che il congedo si chiama *merita missio*, o uno è diventato un veterano e *merito*, si dice anche oggi professore emerito, quando è andato in congedo. Bene, i figli di Dasente si chiamano Emeritus e Emeritus. Ecco, il centurione avrà sorriso, però lui stava dando ai suoi figli dei nomi romani che gli sembravano romani, almeno, e stava celebrando questo fatto straordinario di aver finito il servizio ed essere diventato un romano.
E allora, allora mi sembra che una prima conclusione provvisoria, su cui potremmo fermarci, è proprio la stratificazione delle identità in questo mondo romano. Identità, lo sapete, è una parola difficile oggi, se ne usa, si usa tantissimo, si abusa anche un po', se vogliamo usare il termine identità. Forse la primissima cosa da dire è proprio che le identità non sono quasi mai esclusive. Le identità sono stratificate, possono coesistere. Ecco, nel mondo romano questa cosa è particolarmente vistosa. Prendiamo, per esempio, quel corpo stanziato nella città di Roma che è la guardia del corpo degli imperatori. La guardia del corpo degli imperatori fin dal tempo di Giulio Cesare è reclutata per sistema fra i Germani. Cesare, il primo, né su e da qualche parte, e le sue opere, si dice che durante tutte le guerre galliche lui è sempre stato accompagnato da una scorta di alcune centinaia di cavalieri germanici. E dopo di lui, gli imperatori che non vanno più a combattere in giro per il mondo, ma stanno spesso a Roma o comunque in Italia, hanno però sempre con sé una scorta reclutata fra i Germani, in particolare fra quei Batavi cui ho già accennato, che erano uno dei popoli germanici più fedeli. Questo è un reparto stanziato per lo più in Roma, anzi, è uno dei reparti più importanti della guarnigione di Roma. Arriverà a toccare qualcosa come 2.000 membri. Nerone lo sdoppia, fa una guardia germanica anche per Agrippina. Allora, questo reparto di Germani stanziati a Roma, che ha questa responsabilità cruciale, è la guardia del corpo dell'imperatore, e il loro nome ufficiale è *Germani Corporis Custodes*, la guardia del corpo germanica. Ecco, fin dove sono Germani questi? Questo è il problema. Come origine sono Germani. Tutti vivono a Roma. Sono le guardie del corpo dell'imperatore. Quand'è che uno di questi smette di essere un Germano e comincia ad essere un Romano? È dal punto di vista giuridico, quando riceve la cittadinanza. Chi ha prestato servizio, bene, anche durante il servizio può ricevere la cittadinanza. Gli ufficiali la possono ricevere. E se noi non sapessimo che sono di origine germanica, magari ci sbaglieremmo. Perché, per esempio, sotto i Flavi, noi troviamo magari una lapide di un prefetto del pretorio che si chiama Tito Flavio Costante. E lo dice, a prima vista, Tito Flavio Costante, un magnifico nome romano. Certo, c'è un piccolo indizio che si mette in sospetto: Tito Flavio sono i nomi dell'imperatore, e quindi sono i nomi che prendono i nuovi cittadini. Però Tito Flavio Costante, comunque, dà l'impressione di un ufficiale dei pretoriani di piena integrazione. Se non che, poi, la sua lapide, lui l'ha offerta a una divinità che chiama in latino la dea Vagdaberthis. E chi si intende di queste cose, ci assicura che la dea Vagdaberthis è una divinità guerriera dei Batavi. Quindi, vedete, quando vi parlo di stratificazione di identità, questo signore, all'epoca dei Flavi, è un ufficiale dei pretoriani, Tito Flavio Costante, ma continua a praticare il culto della divinità tribale, della sua tribù di origine. È proprio questo elemento, l'elemento religioso, è quello che continua a marcare di più l'appartenenza originaria, perché poi, appunto, trasferiti ai quattro angoli dell'Impero, chissà cosa rimaneva delle lingue d'origine, probabilmente poco. Cosa rimaneva dei costumi d'origine, poco. Tutto l'interesse era di assimilarsi, di romanizzarsi. Però gli dei sono quelli che ciascuno si porta dietro. Reggimenti interi trasferiti dall'Africa ai Balcani, si portano dietro di loro dei padri e continuano, a volte per generazioni, a sacrificare a questi dei padri.
Allora ci viene bene anche quella lapide che è datata al III secolo, che è una delle lapidi più straordinarie da questo punto di vista della sovrapposizione di identità. È una lapide di un militare romano, naturalmente, sempre, il quale dice, cito in latino: "Francus ego civis, sum miles Romanus in armis". Cioè: "Io, come cittadinanza, ero un Franco, ma sotto le armi sono un soldato romano". Franchi, lo sapete tutti, sono uno dei popoli che faranno carriera, no? Che faranno carriera nell'epoca, che studio io, il Medioevo. Ci sono già, prendono forma in questo momento attraverso un insieme di tribù che si organizzano in confederazione. Molti di loro prestano servizio. Si sa che sono Franchi, ma quando sei un soldato romano, sei un soldato romano. Anche prima che ti abbiano dato la cittadinanza. E poi, naturalmente, l'esercito riversa questi nuovi cittadini nella società civile, se mi si passa l'espressione odierna, li riversa nel mondo trasformati in cittadini romani.
Cito un altro esempio che è molto bello, che ci allontana per un attimo dall'esercito. Siamo nel 320, epoca di Costantino, quindi siamo in una città romana del Nord Africa, a Costantina, proprio, credo. C'è una causa civile per cui è coinvolto un notabile della città, si chiama Vittore, ed è il professore di retorica, di lettere, della città, quindi un erudito, una persona che conta. E Vittore, in questo processo, deve dichiarare la sua genealogia e dice: "Sì, mio padre era un decurione della nostra città". I decurioni sono, sotto il tardo Impero, i membri del consiglio comunale che sono scelti dal governo in base al censo, in pratica sono gli abitanti più ricchi della città che per obbligo devono essere membri del consiglio comunale. Dico per obbligo, perché molti non sono tanto contenti, perché a quel punto sono responsabili collettivamente del pagamento delle imposte, e se le imposte non vengono pagate, l'imperatore si rifà direttamente sui loro patrimoni. Comunque, i decurioni sono le élite cittadine. Bene, il dottor Vittore, nel 320, dice: "Sì, mio padre era decurione della nostra città, mio nonno, lui era un militare, era soldato in un'ala di cavalleria maura, cioè reclutato fra i Mori, i Berberi del Nord Africa, perché, dice, perché la nostra origine è di sangue mauro". Ecco.
Questi, lo trovo straordinario. È un professore di retorica, è un notabile, e non ha nessuna difficoltà, apparentemente, neanche nessuna vergogna, a ricordare che però la sua origine è un'origine etnica ben precisa. Abbiamo detto che non facciamo anacronismi, che non facciamo attualizzazioni forzate, però mi viene da dire che un qualche confronto è possibile con una situazione come quella degli Stati Uniti, dove è normale essere un cittadino americano a pieno titolo, patriottico e devoto, e al tempo stesso sapere di essere un italo-americano, piuttosto che non un giapponese-americano. Ecco, nell'Impero Romano s'indovina l'esistenza di queste identità etniche che convivono con il fatto di essere romani.
E allora, allora vedete che ecco, noi parliamo di cittadini e barbari. Non è più così evidente che si tratti di una contrapposizione netta. Non è più così evidente che si tratti, che ci sia una linea di distinzione chiara tra questi due concetti. Chi sono i barbari? Forse varrebbe la pena di ricominciare dall'inizio e di rispondere a questa domanda, tanto per cominciare. Chi sono i barbari? Diciamo una cosa che tutti sappiamo, ma a cui non sempre ci capita di riflettere. La cosa che tutti sappiamo è che il concetto di barbaro non l'inventano mica i romani, lo inventano i Greci. Sono i Greci che dicono: "Ci siamo noi, e poi ci sono tutti gli altri popoli". Chi è greco, è greco. Tutti quelli che non sono greci sono barbari, e non si capisce quando parlano, "bar bar", balbettano. Ecco, i Greci sono abituati all'idea che tutti gli altri sono barbari. Sono abituati a difendersi da questi barbari.
Quando arrivano i Persiani, i barbari per eccellenza, i Greci li sconfiggono, difendono la loro libertà. Poi arrivano i Macedoni. Quelli non son proprio barbari, non so neanche proprio greci, sono un caso imbarazzante, perché sono greci molto arretrati, vorrebbero essere greci, ma in realtà sono mezzi barbari. Però, alla fine, i Macedoni, va bene, sono ammessi. I Greci si rassegnano. Alessandro Magno non è certo un barbaro. Poi arrivano degli altri barbari, ancora più agguerriti dei Macedoni, arrivano dei barbari che vengono da lontano, da Occidente, che sono dei guerrieri formidabili, organizzatissimi, estremamente crudeli, estremamente feroci. Di fronte a questi barbari, i Macedoni collassano e la Grecia viene conquistata. Chi sono questi barbari? Sono i Romani, evidentemente. Questi nuovi barbari hanno sottomesso i Greci. E quando i Greci si rendono conto che questi barbari sono lì per restare, comincia tutto un'operazione di aggiustamento, per cui si può anche pensare che in fondo non siano così barbari. Anzi, si può adattare il concetto di barbaro. Se prima ci sono i Greci e i Barbari, adesso ci saranno i Greci e i Romani da una parte, e i Barbari dall'altra. E quindi Romani, che sono ben contenti, ovviamente, di partecipare a questa operazione, perché fin dall'inizio provano questo enorme interesse per la cultura greca e non tardano a vedere nella cultura greco-ellenistica il collante che serve per tenere insieme il loro impero. Quindi, è un'operazione fatta di comune accordo. Fatto sta che a un certo punto i Romani non sono più barbari.
Chi sono allora i barbari nell'Impero Romano? Beh, prima abbiamo detto i pellegrini, gli indigeni delle province conquistate. Quelli inizialmente sono barbari. Quando diventeranno cittadini romani, non lo saranno più. All'inizio la cittadinanza è concessa con il contagocce alle élite. E poi barbari sono tutti quelli che stanno fuori. Se non che, se non che, la concessione della cittadinanza piano piano aumenta il numero dei cittadini romani e diminuisce quello dei pellegrini, degli indigeni con meno diritti. È un processo che richiede parecchie generazioni, ma neanche poi così tanto, in fondo. Già soltanto l'esercito ogni anno risputa fuori migliaia e migliaia di nuovi cittadini romani. E comunque la politica imperiale è di largheggiare con queste concessioni, di attribuirla a volte a intere regioni o perlomeno intere città, perché a quel punto è una concessione politica che tranquillizza una provincia per 50 anni avergli dato la cittadinanza in blocco. Quindi la cittadinanza viene data sempre di più.
E poi si arriva a un momento, si arriva a un momento in cui un imperatore, per il resto in genere bistrattato dagli storici, Caracalla, un imperatore, i suoi consiglieri decidono che questa faccenda che nell'Impero ci sono i cittadini a pieno titolo e gli indigeni inferiori non ha più senso. Non è è diventata un anacronismo, perché ormai tutti si sono romanizzati o grecizzati, non c'è più nessuno nell'Impero, tranne in qualche montagna sperduta dei Balcani, non c'è più quasi nessuno nell'Impero che non sa il latino, il greco, il modo di vivere si è omogeneizzato. E allora, nell'anno 212, Caracalla fa questa operazione politica straordinaria che è la concessione della cittadinanza a tutti gli abitanti dell'Impero.
Ora, notate che qui siamo di fronte a un fenomeno di straordinaria importanza, che poi è stato sempre sottovalutato. Non è che l'editto di Caracalla del 212 comunemente presentato nelle nostre scuole come uno dei momenti cruciali della storia di Roma, mentre invece lo è. La colpa in parte del fatto che abbiamo poche fonti su questa vicenda e sono fonti distorte. Il principale cronista contemporaneo che ci racconta la decisione di Caracalla, 212, di dare la cittadinanza a tutti gli abitanti dell'Impero, il principale cronista, Cassio Dione, greco ma senatore romano, è un avversario di Caracalla, è un avversario politico di Caracalla. Per lui tutto quello che fa Caracalla è sbagliato e ha comunque delle motivazioni ignobili. E quindi Cassio Dione riesce a raccontare che Caracalla ha donato la cittadinanza a tutti per dei motivi fiscali, perché gli serviva riaggiustare un certo modo la raccolta delle tasse, gli conveniva di più in quel modo lì. E per molto tempo gli storici hanno relativamente sottovalutato questo momento.
E solo da un po' di tempo che si avverte una sensibilità nuova della storiografia e che si riscoprono invece altre fonti dell'epoca che ci dicono quanto quella decisione sia stata considerata qualcosa di rivoluzionario. Saltano fuori epigrafi, iscrizioni, come quella di un signore che già in quello stesso anno 212 erige un'iscrizione in lode dell'imperatore Caracalla. Lo chiama il "salvatore del mondo intero". Questo signore, che mette su a sue spese questa epigrafe ad Alessandria d'Egitto, si chiama Marco Aurelio Melas. Fino a un mese prima si chiamava Melas e basta, ma adesso è diventato cittadino romano come tutti gli altri abitanti dell'Impero, e quindi ha preso i nomi dell'imperatore Marco Aurelio Antonino Caracalla. E di colpo, e anche un po' comica, da un certo punto di vista, di colpo metà degli abitanti dell'Impero si chiamano tutti Marco Aurelio, ciascuno con aggiunto il suo cognome originario, greco, barbaro che fosse. Ci sono interi reggimenti in cui tutti i soldati si chiamano Marco Aurelio qualcos'altro. Due o tre anni dopo, troviamo in un papiro un signore che si chiama Marco Aurelio Zosimo e che in questo papiro dice: "Sì, io sono quello che si chiamava Zosimo di Leonida prima del sacro dono. Sacro dono Caracalla ha dato la cittadinanza a tutti". E evidentemente, appunto, i contemporanei se ne sono accorti eccome che era un momento decisivo.
E non solo i contemporanei, perché in realtà questa cosa è poi rimasta nella memoria degli intellettuali romani per molto tempo, come una, appunto, una delle tappe decisive, delle tappe che dicono alla futuro, agli uomini del futuro, che cosa è stata Roma. Citiamo un testimone che non ci aspetteremmo: Sant'Agostino. Sant'Agostino vive parecchio tempo dopo, quasi due secoli dopo. Potremmo pensare che avesse tutt'altro per la testa. Invece, a un certo punto, Sant'Agostino ricorda l'editto di Caracalla e dice: "È stata una decisione umanissima e gratissima, quella per cui tutti coloro che dipendevano dall'Impero Romano vennero associati alla cittadinanza e divennero cittadini romani, così che appartenne a tutti ciò che prima era di pochi".
Un altro contemporaneo di Agostino, Rutilio Namaziano, il poeta del *De Reditu*, lui vive in mezzo alle invasioni dei Goti. Potremmo pensare che avesse pochissima simpatia per una decisione che ha esteso la cittadinanza a tutta questa gente, a tutti questi indigeni. Ebbene, Rutilio Namaziano dice: "No, solo Roma poteva fare una cosa così. Roma ha saputo dare la sua cittadinanza a così tanti popoli che in pratica l'ha data a tutto il mondo, ha trasformato l'orbe in urbe". Ecco il gioco di parole, evidentemente è antico, ma capite cosa vuol dire dire che questa città, e per loro città è sinonimo di stato, sia cittadini, perché se appartiene a una città, questa città è l'unica che ha saputo estendere a tutto il mondo la sua cittadinanza.
Ancora nel pieno quinto secolo, nel pieno delle invasioni barbariche, Sidonio Apollinare, altro poeta, ma grande notabile, senatore delle Gallie, grande latifondista, uomo politico, vescovo cristiano, Sidonio Apollinare dice: "Sì, Roma, Roma è la patria della libertà, perché è l'unica città di tutto il mondo in cui solo i barbari e gli schiavi sono considerati stranieri". Vedete, gli schiavi, naturalmente, schiavi non saranno mai cittadini. I barbari, perché ormai i barbari sono soltanto quelli che vivono fuori dall'Impero. Vedete come è cambiato il senso? All'inizio i barbari stavano anche dentro, gli indigeni, i pellegrini, finché non diventavano cittadini, erano barbari. Adesso, con l'editto di Caracalla, la situazione è cambiata. Chi è dentro è cittadino. Barbaro può essere soltanto chi sta fuori dall'Impero.
È però, è però, allora si pone un problema. E quelli che vengono, e quelli che da fuori vengono a stare nell'Impero? È previsto qualcosa per loro? Su questo si apre un capitolo di discussione storiografica, su cui ci fermiamo due minuti, perché ne vale la pena, anche se si entra in sottigliezze. Diceva bene, andate a vedere cosa c'è scritto nell'editto di Caracalla. Senonché noi l'editto di Caracalla non ce l'abbiamo. Il testo non c'è, è menzionato appunto da tutti questi varie fonti, queste varie fonti che vi ho descritto. Poi succede che all'inizio del Novecento salta fuori un papiro in greco, il Papiro di Giessen. E in questo papiro, chi lo decifra, trova una serie di disposizioni sulla cittadinanza, la sua estensione, insomma, dicono: "Abbiamo trovato il testo dell'editto di Caracalla in greco". Ma poco male, perché l'altra lingua ufficiale dell'Impero, naturalmente, è il greco. Nasce una discussione furibonda, perché qualcuno dice: "No, non è proprio il testo dell'editto, è una circolare esplicativa, perché già allora, non pubblicazione di una legge, normalmente il governo doveva trasmettere delle circolari per spiegarle". Quindi ci sono queste due correnti. Però siamo lì, grossomodo.
E cosa dice sugli immigrati? Ne parla. Ma bisogna sapere che nel mondo romano esisteva un termine tecnico che era usato come per indicare tutti coloro che venivano a stare nell'Impero. Erano sia che fossero nemici sconfitti e deportati con la forza nell'Impero, sia che fossero gente che aveva chiesto accoglienza, profughi, per esempio, e aveva chiesto all'imperatore di essere accolti, aveva ottenuto terre da coltivare. Questo termine tecnico è *dediticii*, cioè gente che si è data. E i *dediticii* erano una categoria della popolazione dell'Impero ancora inferiore ai pellegrini. Non erano abitanti, cittadini di seconda categoria, era proprio gente venuta da fuori e senza diritti. Ora, il Papiro di Giessen sembra che parli dei *dediticii*. Se non che ci sono dei buchi dentro questo papiro, e c'è un buco proprio nella frase che parla dei *dediticii*. E in sostanza si legge questa frase: "Io buco tutte le condizioni finora esistenti, eccetto quella dei *dediticii*". Cosa dice? "Abolisco tutte le condizioni finora esistenti" oppure "Conservo tutte quelle esistenti e abolisco i *dediticii*"? Non vado oltre. Capite quali tecnicismi devono con con quali tecnicismi devono confrontarsi quelli che studiano queste cose.
Fatto sta che c'è un certo consenso sul fatto che Caracalla non è che abbia fatto delle grandi previsioni per il futuro. Caracalla ha emanato una legge abbastanza semplice, in cui ha detto: "Va bene, tutti gli abitanti dell'Impero sono cittadini". Sembra semplice. E solo col tempo che ci si rende conto che non ci sono delle regole per quelli che vengono da fuori, e le regole vecchie non si ha più voglia di applicarle. Perché se tutti quelli che vivono nell'Impero sono cittadini, che senso ha ancora tenere un archivio di quelli a cui viene concessa la cittadinanza? Che senso ha continuare a dare i diplomi ai militari quando prendono il congedo? Pian piano si smette di fare queste cose. Non c'è mai una posizione precisa, ma la sensazione è che la burocrazia non ha più voglia e non è più capace di fare questi conti. Tanto chi è dentro è cittadino. Ma chi è dentro ed è appena arrivato? Ecco, si crea una situazione strana che gli storici dell'Ottocento, del primo Novecento, trovavano del tutto incomprensibile. Noi che viviamo in quest'epoca, chissà perché, facciamo meno fatica a capirla, no? Che ci possano essere queste situazioni che la legge non regola così bene, dove i diritti sono ambigui.
Certamente, nell'Impero, tutti i suoi cittadini. Ma se uno è appena arrivato dal suo paese barbaro e si vede ancora che un barbaro, chissà. L'esercito continua a reclutarli, questi barbari. E anche nell'esercito, le reclute appena arrivate, che stanno a malapena imparando il latino, si fa un po' fatica a considerarli già cittadini. Però, però, nessuno li vuole più considerare barbari. C'è una cosa straordinaria che è stata notata di recente da quelli che studiano gli usi del termine barbari, e uno dei nostri temi di stesse erano cittadini e barbari, cosa vuol dire barbaro, in quali casi si usa. Bene, si è scoperta una cosa sorprendente: anche quando l'esercito recluta barbari a migliaia, tanto che in gran parte i ranghi dei reggimenti romani sono formati di barbari, ma quando si parla dei soldati, nessun autore li chiama più barbari. Sei soldato romano, non sei più un barbaro per definizione. Ed è presente che i soldati romani venivano marchiati a sangue, imparavano una disciplina durissima, a sangue, marchiati a fuoco, imparavano una disciplina durissima e dovevano imparare il latino di caserma. Insomma, cambiavano un po' rispetto a quando erano arrivati. Ma ci voleva del tempo. Si poteva avere una consapevolezza che molti soldati, di grande origine straniera, ma non si voleva chiamarli barbari.
C'è un passo su questo bello in Giuliano. Sapete, l'imperatore Giuliano, quello che poi i cristiani chiameranno Giuliano l'Apostata, per aver voluto riportare in auge i culti degli antichi dèi, in un momento in cui il cristianesimo si era ormai affermato, no? Pieno IV secolo. Giuliano, che è uno dei grandi personaggi di questa epoca del tardo Impero, uno dei grandi politici, anche dei grandi intellettuali di quest'epoca, scrive, tra l'altro, raccoglie un rapporto sulle sue campagne contro i barbari in Gallia. E a un certo punto Giuliano mette in scena un ufficiale romano che fa una locuzione ai soldati e si rivolge ai soldati in questo modo: dice: "Signori soldati, sia stranieri sia cittadini". Giuliano lo scrive in greco: *kai xenoi kai politai*. Dunque, si sa benissimo che una parte dei soldati sono gente appena arrivata dall'Impero e chiamarli cittadini non si può proprio, con tutta la buona volontà. Ma non si osa più chiamarli barbari, stranieri. Questi stranieri, non appena saranno abbastanza integrati, saranno cittadini romani, senza che ci sia bisogno di cerimonie, di diplomi, di riconoscimenti, niente del genere. Dice: "Una volta, quando diventare cittadino romano, prendevi il nome dell'imperatore. Adesso basta diventare soldato per prendere il nome dell'imperatore. Tutti i soldati dal IV secolo in poi si chiamano Flavio, come Costantino e i suoi discendenti". E dunque, l'integrazione continua, ma continua in questo modo non ben chiarito, basato su dei presupposti un po' strani, o meglio, validi, ma fino a un certo punto, che chiunque sia dentro è cittadino. Arrivano barbari nell'esercito, fanno carriera, diventano generali, diventano ministri, diventano uomini importanti. La classe politica che gestisce l'Impero continua, diventa sempre più multietnica. E noi vediamo questi personaggi, di cui i loro contemporanei ci dicono: "Sì, era un barbaro, ma soltanto per l'origine, perché per tutto il resto era un romano". Oppure, spesso, "per tutto il resto era un greco". Totalmente. Questi generali di origine barbara, spesso sono già figli, sono già seconda generazione di immigrati, fanno politica a palazzo come il senatore più esperto, diventano grandi proprietari terrieri, si preoccupano di questioni religiose, tengono corrispondenza con i Padri della Chiesa. Gregorio di Nazianzo, uno dei grandi Padri della Chiesa orientale, a fine quarto secolo, scrive a un certo punto una lettera a un generale dell'esercito romano che è di origine gotica. Si...
Chiama Modarres Fabio, Modarres e Gregorio di Nazianzo. Gli dice: "Ecco, tu sei la dimostrazione che essere romano o barbaro è una differenza dei corpi, non delle anime. La distanza sta nei luoghi di origine, non nei costumi o nella volontà."
E dunque, noi abbiamo un impero che sia attrezzato, sia pure appunto con difficoltà giuridiche, per assorbire, per assimilare. E poi, e su questo concludiamo, e poi succede che questo impero si spacca e che le due metà conoscono delle strade molto diverse. Io vi ho portati fino alla fine del IV secolo, fino all'epoca delle invasioni barbariche.
E con le invasioni barbariche succede che l'Impero d'Oriente e l'Impero d'Occidente si avviano verso due futuri radicalmente diversi. Né l'Impero d'Oriente continua quella che era stata fino a quel momento la politica romana, per cui chiunque può venire ma diventa uno dei nostri. Né l'Impero d'Oriente, che a un certo punto, noi medievisti, cominciamo chiamare l'Impero Bizantino, ma che è sempre l'Impero Romano d'Oriente.
L'Impero d'Oriente, la popolazione multietnica, i ceti dirigenti sono multietnici. Ci sono generali, ministri, intellettuali e imperatori che possono essere armeni, persiani, slavi, ogni sorta di cose, ma sono tutti romani. Questa origine etnica è tutto uno strato in più della loro identità, ma sono tutti romani. Ufficialmente si chiamano romani.
L'intera popolazione dell'Impero d'Oriente è fatta di romani, tanto che noi facciamo un po' una forzatura e li facciamo quasi un torto quando, per essere chiari fra noi, li chiamiamo greci. Diciamo: "Certo, la popolazione dell'Impero Romano d'Oriente era fatta di greci, parlavano greco". Ma in greco chiamavano se stessi romani. Loro, major, continueranno così per tutto il Medioevo.
Quando nel XI secolo arrivano i Turchi Selgiuchidi e cominciano a invadere l'Impero Bizantino e trovano queste popolazioni che parlano greco in Anatolia, sudditi dell'imperatore d'Oriente, e gli chiedono: "Voi chi siete?", questi dico: "Noi siamo i romani". Tanto che i Turchi, quando mettono in piedi il loro primo sultanato in Anatolia, lo chiamano il Sultanato di Rum. Roma, quella è Roma.
E invece dell'Impero d'Occidente è successo il contrario. Dell'Impero d'Occidente, questa capacità di assimilare tutti quelli che entravano, di dire: "Anche voi siete romani", a un certo punto si perde. Si perde anche perché quelli che arrivano arrivano in massa, sempre più numerose e sempre più consapevoli di una loro identità alternativa.
Tanto che alla fine, intere province sono loro che comandano, sono loro che riscuotono le tasse, che assicurano una difesa del paese col consenso del governo imperiale all'inizio, d'accordo. Però queste masse di Longobardi, di Franchi, di Goti arrivano con una tale compattezza che non sentono più il bisogno di dire: "Anche noi siamo romani".
Beninteso, diventano normali anche loro da tanti punti di vista. Cominciano a parlare in latino o nei dialetti del latino, e smettono di parlare alle loro lingue germaniche. Diventano tutti cristiani cattolici. Da mille punti di vista diventano di fatto romani. Ma quando gli si chiede: "Tu chi sei?", continuano a dire: "Io sono un franco, io sono un longobardo".
E anzi, succede questa cosa, fenomeno abbastanza ignorato dalla storiografia per un po' di tempo fa, e che invece adesso è molto chiara: che a un certo punto tutti gli abitanti di questi regni governati dai barbari, e qui veramente chiudiamo, cominciano a chiamare se stessi non più romani, ma ad apprendere, a prendere il nome del gruppo dominante.
Viene un momento in cui nella pianura padana, dove la stragrande maggioranza della popolazione è di origine gallo-romana, romanizzati da secoli, però a un certo punto vi era un momento in cui tutti quelli che ci abitano pensano a se stessi come a dei longobardi. Ma questa, come vedete, è già un'altra storia. Grazie. [Applauso]