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Francesca Morvillo e la forza delle donne contro la mafia

WikiMafia1:03:13

Transcription

[Musica] Bentornate, bentornati. Ristabiliamo un po' il silenzio e l'ordine in questa in questa sala.

Il secondo panel è dedicato a Francesca Morvillo e al protagonismo delle donne nella lotta alla mafia. Partecipano Alessandra Cerreti, magistrata, sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano. La invito a salire sul palco. Prego. A posizionarsi in [Applauso] centro. Sabrina Pisu, giornalista e scrittrice, [Applauso] benvenuta. Autrice del libro Il mio silenzio è una stella. vita di Francesca Morvillo, giudice innamorata di giustizia e in Audi che potrete acquistare anche all'ingresso. Modera Eleonora Montani, benvenuta. Docente di diritto penale all'Università Bocconi e membro del Comitato Antimafia del Comune di Milano. Grazie. [Applauso]

Eccomi. Eh, abbiamo aperto questo incontro ricordando ricordando doverosamente che oggi è il 23 maggio e oggi un'esplosione, oggi nel 1992 un'esplosione investiva l'auto su cui viaggiava il giudice Giovanni Falcone uccidendo lui insieme a alla giudice Francesca Morvillo, agli gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro. Solo 57 giorni dopo, il 19 luglio del 92, un'auto bomba con 50 kg di tritolo uccideva il collega e amico d'infanzia del giudice Falcone Paolo Borsellino e con lui persero la vita Emanuela Loi, la prima donna poliziotto in una squadra di agenti addetti alla scorta. Agostino Catalano, Vincenzo Limuli, Walter di Cosina e Claudio Traina.

Ehm, donne, donne impegnate contro la mafia, donne che hanno perso la vita ehm nella nella loro lotta con la mafia, donne che hanno scelto di ehm impegnare la loro vita oggi per contrastare il fenomeno mafioso. Abbiamo qui eh la dottoressa Alessandra Cerreti, sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano e vorrei partire facendo a lei una domanda e chiedendo quali sono state le ragioni, le motivazioni che l'hanno portata a scegliere questo questo lavoro e questo settore, questo impegno.

Grazie. Buongiorno a tutti, innanzitutto grazie. Buongiorno a tutti e grazie di questo invito. Grazie a voi ragazzi di essere qui. E innanzitutto quando quando parlo con i ragazzi mi piace farlo spesso. La prima cosa che dico è chiedetevi perché siamo qua oggi. Imparate a chiedervi il perché delle cose che vi fanno fare. non accettatele passivamente, perché se le accettate passivamente è tempo perso. Invece se capite il senso delle cose, allora questo non sarà un tempo perso, ma sarà un tempo prezioso. Noi siamo qua oggi e voi siete qua oggi non per ricordare dei morti. Siamo qua oggi per parlare di quello che quelle persone ci hanno insegnato e per cui siamo qui oggi.

E rispondo subito alla alla domanda che mi è stata fatta. Perché io ho scelto di fare questo lavoro? Innanzitutto alzi la mano, chissà in che cosa consiste il mio lavoro, perché noi adulti abbiamo il brutto vizio di dare per scontato che voi sappiate tutto. In realtà siamo noi che dobbiamo raccontarvi le cose. Io sono un sostituto procuratore della direzione distrettuale antimafia di Milano. Che cosa vuol dire? è l'ufficio che fa le indagini antimafia non solo sul territorio di Milano, ma su tolto il distretto di corte d'Appello, che vuol dire che ricomprende tutte le città fino a Varese con Monza, Bustarsizio. Noi siamo in 10 in questo ufficio. Il dipartimento fa parte della Procura di Milano dove siamo in 88 magistrati e nel mio dipartimento che è il dipartimento antimafia dicevo siamo in 10. Il capo del dipartimento è una collega dottoressa Alessandra Dolci e su 10 ci siamo sei donne. Quindi già la la distrettuale antimafia di Milano si colora un po' più di rosa rispetto all'azzurro. E perché? Perché ho fatto questo lavoro? Che poi sono le indagini antimafia. Il nostro ruolo è fare le indagini antimafia, raccogliere elementi di prova che ci consentono di chiedere l'arresto dei mafiosi, portarli a giudizio, a processo e ottenerne la condanna. Questo è in sintesi il nostro lavoro.

Io ho scelto di farlo perché io l'ho scelto sin da piccola. Io sono siciliana e in Sicilia ai miei tempi, cioè quando io avevo la vostra età, la presenza della mafia si sentiva, anche se non ne facevi parte, anche se vivevi nella tua bella vita lontana da loro, era un qualcosa, non riesco a spiegarvelo con parole diverse, che si respirava, si respirava per strada, poi Poi c'erano certi giornali che ti raccontavano i morti ammazzati. C'erano soprattutto i morti ammazzati a Palermo. Io sono messinese, Messina- Palermo, sono 2 ore di strada, non siamo tanto tanto lontani. Quindi era un tema di cui, attenzione, noi conoscevamo ma non se ne parlava. Cioè, al quando io avevo la vostra età, un incontro come questo era impensabile. Nessuno ci parlava della mafia, nessun adulto ci spiegava le cose come stavano, ma noi capivamo che esisteva attorno. C'è una sensazione molto difficile da descrivere. Sapevamo che era una cosa da cui stare lontani, ma non se ne parlava. L'unico, gli unici che ne parlavano erano questi due magistrati palermitani insieme al loro gruppo di colleghi che facevano antimafia su Palermo. E quindi noi che cosa facevamo alla vostra età? Sentivamo le loro interviste, leggevamo i loro libri. Il primo libro, ad esempio, antimafia che io ho letto è Cose di Cosa Nostra di Michelle Padovanì, scritto con Giovanni Falcone. Avevo proprio la vostra età quando l'ho letto. Quindi eravamo noi che ci dovevamo interessare per capire. E in questo contesto io avevo deciso, quando più o meno avevo la vostra età, in realtà un po' più piccola, l'avevo scritto in un tema delle elementari, avevo deciso che volevo fare il giudice che arresta i mafiosi ed era stata una sempre una una mia, come dire fissazione come chi fa danza classica e v aveva il mito di Carla Fracci e sognava di diventare come Carla Fracci. Io sognavo di diventare come Giovanni Falcone e e questo alla vostra età esempio ricordo che eh vivevo in estate al mare in una casa che confinava con una villa bellissima di un personaggio molto famoso a Messina perché era il presidente della Messina Calcio e un imprenditore famosissimo ricevuto in tutti i salotti della Messina. Bene. E io alla vostra età che avevo già la fissa di fare il pubblico ministero, un piccolo investigatore, mi mettevo l'estate in terrazza a spiare quello che avveniva nella villa accanto e non mi convinceva il fatto che questa villa fosse circondata da telecamere. E di domenica pomeriggio, cosa che non dimenticherò mai, arrivava una processione di macchine scure che entravano in questa villa e io vedevo degli omoni belli, robusti, grossi che stavano fuori e gli altri entravano nella villa, ci stavano fino a tutto il pomeriggio. Io avevo cominciato a dire alla mia famiglia, ai miei amici, questo non mi convince. Chi riceve da domenica al pomeriggio? E tutti mi prendevano per pazza perché era un personaggio famosissimo, rispettabilissimo. Le figlie venivano persino al liceo scuola con me fatto il liceo dai gesuiti e sono stata interessare a spiare il tizio dal terrazzo di casa perché mi ero convinta che fosse un mafiose. Dicevo, non è possibile, non si capisce perché queste persone arrivano. Tra l'altro erano tutte macchine che mi colpivano perché avevano metri scuri. Quindi in quegli anni che senso aveva andare in giro con macchine di quel genere e poi all'evidenza quando scendevano dalle macchine stavano fuori dai guardati del corpo? Insomma, la faccia breve l'anno successivo fu Giovanni Falcone a mandare ente monumentato d'arresto nei confronti di quell'imprenditore, accusato di essere un grosso post di di Bagheria, fuitante per un po', poi venne arrestato e venne ucciso e non troppi anni fa. Questo per farvi capire che no, la fissazione del fare l'investigatore antima era nata era nata veramente da [Applauso] [Musica] [Applauso] lontano. Una sinistruita c'era, diciamo che è germogliata e sta sta dando i suoi frutti.

Sabrina Bisu ha scritto un libro dedicato a Francesca Morillo che costruisce la vita di questa giudice troppo spesso dimenticata e il cui il cui ruolo viene scompare un po' ehm dal cono d'ombra. nelopera la figura del il del suo compagno di vita colui che poi su marito Giovanni Ralcone accanto al quale la vita nella sti capace un libro bello documentato, ricco che eh mi ha raccontato tante cose che non sapevo della vita di di Francesca Maurizzo. qual è stata, mi piacerebbe che lo raccontasse lei invece la sfinta, la cifra significativa che ha caratterizzato e condizionato la scelta di Francesca, che era un giudice, ma mi piace ricordarlo, era anche un insegnante e forse questo è un elemento importante da sottolineare.

Sì, buongiorno. Innanzitutto sono davvero felice di essere qui. Anche per me questi incontri finiscono per essere delle opportunità più per me di arricchimento che per le persone che sono qui, soprattutto tanti ragazzi che ho avuto davvero l'onore di incontrare in questi mesi nel progetto Struzzo a scuola di NUI. Ho un po' attraversato l'Italia e ho visto tanti volti come quelli che ci sono oggi qui e credo, appunto, come diceva già la magistrata, che ehm sia davvero fondamentale, soprattutto in questo momento storico, creare dei ponti, creare dei momenti di condivisione di storie che vadano oltre, soprattutto in date come questa, la celebrazione fine a se stessa che rischia di essere spesso la sola esibizione del del dolore dei familiari delle vittime di mafia, un dolore che ci commuove e finisce però in qualche maniera di autoassorverci questo rito collettivo, mentre invece queste giornate, e per questo è importante essere qui insieme oggi, devono essere eh l'opportunità per aprire gli occhi, per farci delle domande più che per cercare delle risposte e per interrogarci su quello che è il nostro ruolo, su quello che noi possiamo fare attivamente nel nostro piccolo consenso di responsabilità contro la mafia.

E dicevamo di Francesca Morvillo. Francesca Morvillo, innanzitutto è stata una giovane donna che aveva sede di sapere, una grandissima amante dei libri, una grande studiosa. e fin da piccola il suo impegno principale era quello proprio di di conoscere e piano piano si avvicina, diciamo, alla professione di di magistrato un po' seguendo in qualche maniera eh le orme di suo padre Guido Mordillo, che ha avuto un legame molto forte con questa con tua figlia Francesca Murvillo e Francesca Murvillo oltre appunto a essere una delle prime donne magistrate in Italia perché lo dobbiamo dimenticare che fino al 1963 questo tipo di carriera non era possibile per le donne, le donne non avevano accesso allo spazio pubblico, non non incidevano, venivano addirittura considerate incapaci di giudicare. Questo si sentiva nei dibattiti parlamentari quando si è iniziato a pensare e ovviamente a proporre l'accesso doveroso delle donne alle carriere come quella di magistrato o comunque alle carriere pubbliche che rivestissero appunto il ruolo pubblico. Si diceva che le donne non avevano equilibrio nel giudizio, che le donne dovevano restare confinate in un ambiente domestico, perché se la donna usciva da casa la famiglia si distruggeva. Questo accadeva in quegli anni nei dibattiti parlamentari. Francesca Morvillo è una delle prime che entra in magistratura e prima di entrare in magistratura si dedica attivamente al lavoro di maestra volontaria. In particolare ho scoperto proprio durante le ricerche, le ricerche che ho fatto per scrivere questo libro, eh che lei ha svolto, appunto, questa attività di mestra volontaria soprattutto in una scuola della Zisa di Palermo che è un quartiere ancora oggi povero di Palermo e faceva il giocoscuola ai figli dei detenuti. Francesca Morvillo credo che sia stata una delle primi magistrate a capire che per combattere la mafia bisognava lavorare sulla cultura, bisognava togliere i bambini dalla strada, bisognava dare delle opportunità nei territori in cui ancora oggi il governo locale è in mano alla piccola o alla grande criminalità. E quindi Francesca Morillo capisce questo e quando ha la sua esperienza come maestra volontaria decide di voler essere di voler lavorare appunto nel minorire e non appena esce il concorso fa questo concorso e entra Malaspina dove passa quasi 17 anni e quello che ho scoperto perché mi sono avvicinata alla figura di Francesca Morillo proprio quando sono stata nel carcere Malaspina di Palermo. Ho fatto un laboratorio di scrittura gratuito con questi ragazzi e ho avuto la possibilità di conoscere le storie di questi ragazzi e non sono storie diverse da quelle che ha incontrato Francesca perché sono ragazzi che vivono di pane e crimine, anzi che il crimine è la possibilità di mangiare nel in famiglie in cui è quella la norma di storta e quindi sono ragazzini che si ritrovano a vivere un destino in qualche modo già scritto e che mi hanno raccontato che in alcuni quartieri di Palermo si può acquistare una pistola per €200, che si fa quello che si vede in televisione, che il padre è a unone, quindi nel carcere degli adulti, che il padre lo hanno sempre e solamente visto a Luciardone e quando entrano al Malaspina per la prima volta cominciano a riflettere, a capire che loro sono state delle pedite in qualche maniera della mafia.

Quindi, per dire qualcosa di semplice che possa arrivare, come si combatte la mafia? Innanzitutto tenendosi lontano lontani allo spaccio di stupefacenti, perché i ragazzini, i bambini, questo credo che vada al di là dei territori in difficoltà, ma ovunque sono la manovalanza della mafia. La mafia ha bisogno di un esercito di bambini, quindi la cultura per capire che non esistono favori, perché la mafia è innanzitutto la cultura del favore, ma esistono dei diritti da difendere. Questi diritti per i bambini sono il diritto a un'infanzia, il diritto all'educazione, il diritto alla scuola. In molti territori del nostro paese il fatto di andare a scuola non è scontato. Il fatto di avere una famiglia, qualcuno che protegge l'infanzia e il diritto al gioco, perché esiste il diritto al gioco, non esiste. Quindi Francesca Morvillo capisce queste cose, capisce quando è Malaspina è la prima il primo magistrato in assoluto che entra nel carcere, in dire, che parla con questi ragazzi perché capisce che quello che va indagato è il significato del crimine. cosa quel crimine commesso dell'Italia che dovrebbe essere dell'innocenza ci racconta e quindi fa delle indagini molto meticolose. Tutte le magistrate e i magistrati che hanno lavorato con lei che ho incontrato mi hanno raccontato appunto di essere rimasti tutti molto colpiti da un suo metodo innovativo, appunto dalla capacità di cercare di leggere la psicologia in contesto sociale e culturale familiare in cui il minore e in un'epoca in cui il codice di riferimento era un codice ancora degli anni 30, quindi di ritardaggio fascista, quindi estudiamente punitivo, lei cerca delle misure alternative, capisce che quando si commette un crimine in quell'età, appunto, che dovrebbe essere l'età dell'innocenza e va bisogna farsi una domanda su di chi è la responsabilità di quel cline. Può ricadere unicamente sulle spalle di un bambino o di un ragazzino? [Applauso]

Nel proseguire della nostra chiacchierata. Apro una parentesi, se i ragazzi che sono in sala che sono stati eh direttamente richiamati e coinvolti dai nostri interventi, hanno delle domande o delle curiosità, eh possono cominciare a pensarci e magari eh venire qui accanto a noi per condividerle e per contribuire alla nostra chiacchierata. non mi fate intimidire e anzi ci fa piacere. Eh, sono stati sono state richiamate dal suo intervento tre punti che mi ero segnata. il tema del pregiudizio, quello dell'educazione, quello del ruolo dei minori, ma da ultimo lei ha parlato della eh l'importanza delle indagini, di come ehm di come Francesca Morvillo ha intuito l'importanza di costruire un dialogo per scardinare quello che è l'effetto di isolamento. che tende a fare la cultura mafiosa rispetto all'indisetto dello Stato. Vorrei a questo proposito però chiedere alla alla dottoressa Cerreti che cosa vuol dire fare oggi delle indagini su queste tematiche, indagini antimafia farle a Milano e non a Palermo?

Vorrei fare una premessa. Il contrasto alla mafia non mi piace da volta la mafia. Noi ne valotiamo nessuno, noi contrassiamo un fenomeno al criminale e dicevo il contrasto alla mafia è un un fenomeno complesso, non è una questione che guardate, come spesso si pensa, magistrale e polizetti perché la mafia era un fenomeno molto complesso, articolato che per sconfiggerla è necessario che tutti si cooperi. Io non ho il suo ruolo. I magistrati fanno il loro lavoro, questo fanno il loro lavoro. Gli insegnanti devono fare il loro lavoro. Mi collego o a quanto già detto le scuole devono fare il loro lavoro, voi dovete fare il vostro lavoro. Perché Paolo Corsellino sapete cosa diceva? che per sconfiggere la mafia era necessario non un esercito di magistrati e poliziotti, ma un esercito di insegnanti. Insegnanti. E questo secondo voi perché che vuol dire cosa c'entrano gli insegnanti? Voi dovresti chiedere con la mafia. Gli insegnanti c'entrano perché la radice della mafia è l'ignoranza. Cioè l'ignoranza non conoscenza. La mafia, la sua forza, una delle sue caratteristiche più forti è che la gente non la conosce e quindi non è capace di individuarla, di conoscerla, di di capire quando c'è. Cioè, mentre se c'è un omicidio noi abbiamo un morte e un assassino. Se c'è una rapina abbiamo un bottino e dei rapinatori. Se c'è uno stalker abbiamo una donna stalorcherizzata e un uomo che stolcherizza. La facciamo la legge. Non è che i mafiosi vanno in giro con scritto sulla fronte sono mafioso o hanno documento di entità che dice che è mafioso. Quindi bisogna essere in grado di conoscere. È per questo che è fondamentale l'opera degli insegnanti. È per questo che voi siete qua, perché noi ci chiudiamo e ve la raccontiamo un po' e voi siete in grado di guardarla, di guardare trovo. E quindi la premessa, rispondo subito alla domanda, è che ognuno di noi nel contrasto alle mafie deve fare deve fare il proprio dovere. E mi è piaciuto quel richiamo alle sostanze stupefacenti perché la prima domanda che mi fanno quando vado nelle scuole, nelle licei, è ma io cosa posso fare per il contrasto all mat? Io che sono un bravo ragazzo, più o meno studio e ci sono una famiglia per bene e lui faccio i fatti miei, cosa devo fare? E la risposta è, ad esempio, lo sapete che comprando uno spinello e stare finanziando la mafia? Perché i €5 che dà dal marocchino non vanno al marocchino, vanno alla sua scala gerarchica fino al grande fornitore che non può che essere un mafioso. Quindi con quei €5 voi state finanziando la mafia oppure lo sapete che se andate, non so, in discoteca e guardate il premotente di turno che fai il bulletto con una ragazza o con un ragazzo più fragile e vi girate dall'altra parte, voi state adottando una cultura mafiosa, perché la ma è sovraffazione, è forza del più forte sul più debole. Attenzione che poi toglietevi dalla testa quello che vedete nelle varie fiction televisive che spesso sono tutte istinite di fondamento, cioè non hanno un contatto con la realtà. I mafiosi sono dei vigliacchi. Quando li arrestiamo gli mettiamo le manette e piangono. I mafiosi sono forti solo in branco, come i lupi. In branco sono forti su più debole. da soli sono dei righiacchi. Questo ricordatevelo e quindi in questo contesto di contrasto alla mafia dove ognuno di noi deve fare il proprio dovere, il primo dovere è non stringere certe mani. Quando si sospetta che una persona a Milano magari è un po' più complicato, però nei posti di provincia è un po' più facile, abbia troppo denaro rispetto al lavoro che fa o che non fa o sia troppo prepotente, esterni delle caratteristiche, come dire, che per noi magistrati sono un po' indici già, no, di matosità, non stringetela quella mano, giratevi dall'altra parte. Se sapete che un bar è frequentato da brutta gente, non ci andate. Queste sono le cose che tolgono alla mafia il consenso sociale. Loro sono forti rispetto agli altri criminali perché la gente gli dà il consenso. Se voi gli togliete il consenso, state facendo il vostro dovere. Li contrasta alla mafia. E noi come le facciamo le nostre indagini? E le indagini antimafia sono indagini molto complicate perché la mafia è un'associazione per definizione segreta, non è che ci sono gli elenchi dei mafiosi, noi andiamo a prendere gli elenchi e quindi nelle associazioni segreti noi ci dobbiamo entrare. Come c'entriamo? in due modi. O con le attività di intercettazione, ecco perché sono molto importanti le attività di intercettazione, ma non pensate all'intercettazione del telefonino, perché ovviamente iosi sono furti, mica parlano al telefonino. Noi ci dobbiamo inventare sempre delle tecniche per fregarli, per registrare di nascosto ciò che si dicono e ce ne inventiamo di tutti i colori. Ve ne voglio raccontare una che mi è rimasta impressa quando io io ho fatto anche il sostituto Antimafia a Reggio Calabria per 6 anni. Tra le tante cose divertenti, ricordo che dovevamo seguire un capomia che però era su una serie rotelle e quindi l'unico modo per capire, sentire le sue le parole durante i summit, perché eravamo convinti che stesse riorganizzando una faida di mafia, era intercettare le sue parole e però ci era molto difficile perché essendo sulla sedia rotelle veniva sempre accompagnato da qualcuno. Insomma, era complicato fino a quando i miei investigatori ebbero l'idea, guardi, mettiamo una cimice dentro la sedia rotell, così lo segvano prima tutto, ma non era mica facile mettere una cimice dentro la sedia rotelle e era molto complicato fino a quando per fortuna dopo mesi di studio e di fattibilità scopriamo che quella sedia rotelle deve essere revisionata e viene mandata alla società per revisionarla e quindi quello è il momento per mettere ovviamente una civisione. Sto parlando di una cosa che è durata mesi e mesi di lavoro, quindi i bravi investigatori era il rosso di Reggio Calabria, il reparto speciale dei Carabinieri Reggio Calabria, finalmente riescono quando la Segia Rotella è in librazione a mettere questa cincia. er tutti contenti che avevamo messo finalmente la cincia della sedia rotelle. Il tizio, quindi, viene poi viene recuperata la sedia rotelle, il simpatico vecchietto viene messo sulla sedia rotelle e noi percepiamo che sta per andare a un incontro importante, un incontro importante, quindi siamo tutti contenti, finalmente registriamo questo incontro importantissimo che doveva avvenire in bosco in una zona boschiva. scende dalla macchina, il tizio aiuta, si sede sulla sedia rotelle, fa 10 m, dopodiché il pale concchietto si alza su gambe e se ne va dentro il bosco al sol, cioè, quindi era tutto falso, non era neanche paraplegico. Questo ci ha aiutato poi a ottenere il carcere di nuovo perché aveva avuto aveva avuto gli arresti domiciliari proprio per la sua per la sua infermità e poi noi l'abbiamo riarrestato. Ma questo per farvi capire quanto sia complicato e difficile riuscire a seguirli e intercettarli.

L'altro strumento fondamentale che noi abbiamo oltre le intercettazioni sono i collaboratori di giustizia. Alzi la mano. Chissà che cos'è un collaboratore di giustizia. Un pentito. Ecco, sui giornali li chiamano pentiti. Una mano l'ho vista. Che cos'è un pentito? Che cos'è un pentito? Sì. è corretto il collaboratore di giustizia è un soggetto che è appartenuto alla mafia a un certo punto, al 99% delle volte che capita, noi lo arrestiamo e per una serie di motivi decide di collaborare con la giustizia, cioè ci racconta quello che sa, perché come vi ho detto la mafia è un'associazione segreta, quindi per capire i loro segreti i o noi li intercettriamo, c'è qualcuno di loro che ce li racconta e quindi il collaboratore è come una finestra su un giardino segreto. Dico erroneamente i giornali mi chiamano pentiti perché in realtà non sempre si pentono e soprattutto a noi non interessa che si pentino veramente. Quello che interessa è perché lo fanno e perché un mafioso che viene arrestato decide di raccontare tutto e quindi rischiare la vita. Eh, da quel momento in poi ovviamente rischia la vita o perché ha davanti tanti anni di carcere, spesso magari hanno commesso omicidi e sanno che avranno un ergastolo e vogliono evitare all'ergastolo o perché hanno paura di essere uccisi dagli altri, perché spesso li arrestiamo quando c'è una faida in corso, ad esempio, perché esistono le faide tra mafiosi, si ammazzano tra di loro sempre per il potere, per la gestione del potere, del traffico di droga e i loro loschi affari illeciti e quindi Berevigliare di essere ucciso collaborare con la giustizia. Terzo motivo, soprattutto nelle donne poche che hanno collaborato con la giustizia, lo fanno per assicurare ai loro figli un futuro diverso, perché i figli di mafia non possono scegliere il loro destino. Cioè i ragazzi della vostra età che appartengono a una famiglia mafiosa, piaccia o non piaccia a loro la mafia, non possono che fare i mafiosi. Non possono che fare i mafiosi. Le ragazze, piaccia o non piaccia, devono sposare i figli di altri mafiosi per creare alleanze, come si faceva nel Medioevo. Mi farà ridere, però vi assicuro che è così. E se la ragazza decide di non sposarsi con quella persona che la famiglia, la ammazzano senza e senza mazzo. Quindi ci sono delle donne che hanno deciso per salvare per salvare i loro figli, cioè per assicurare i figli un futuro di libertà, di collaborare con la giustizia. Non sono sempre solo donne in Lombardia io ne ho seguito un uomo, un collaboratore di giustizia molto importante perché era il regente della locale di Indrangheta di Legnano, Donato e Fossoro. Alzi la mano, chissà che cos'è una locale di Indrangheta. Questa è più difficilina. una locale, una locale di indramangheta. Innanzitutto alzi la mano. Chissà che cos'è l'andrangheta. Ecco, quante associazioni mafiose ci sono in Italia? Quali sono? Quali sono? Dragona, non ho sentito. Camorra. Camorra. Cosa Nostra? Sagra Colonita. Bene, questo siete stati bravi. Le più le più grosse dal punto di vista quantitativo sono Cosa Nostra, Andrangheta e Camorra, Sacra Cronunita che ha come territori appartenenza, la Puglia. La leggenda vuole che sia una costola dell'andrangheta, che l'abbia l'abbia creata in carcere il boss Gregorio, il boss Gregorio Bellocco. Ecco, in questo contesto la Lombardia è la regione d'Italia che ha più locali di indrangheta. La locale è la realtà territoriale base dell'andrangheta. Per fare una locale diangheta ci sono ci vogliono almeno 49 mafiosi e in Lombardia ce ne sono almeno 17 accertate con sentenza definitiva. E una delle più importanti è la locale di Legnano, donate Pozzolo, dove regente era questo signore che si chiama Emanuele De Castro, che abbiamo arrestato un paio di anni fa in una maxi operazione insieme al figlio, figlio di giovane figlio incensurato di 27 anni che non era accusato di mafia, però aveva commesso un reato collegato alla mafia. Ecco, per farvi capire che anche un uomo può decidere di collaborare con la giustizia nell'interesse dei propri figli, perché in quel caso è stato il ragazzo che ha scritto al padre dal carcere una lettera bellissima in sostanza dicendomi: "Tu mi hai messo in questo inferno, tu mi devi tirare fuori perché io non sono mafioso come te, tu mi devi aiutare" e quindi dici tutto quello che sai. in modo che noi usciamo dal carcere. E devo dire che questo signore non ha resistito dopo questa lettera ci ha chiamati e ha detto devo devo a mio figlio di restituirgli la libertà ed ha iniziato un percorso collaborativo. Quindi questi sono i nostri strumenti, le intercettazioni, i collaboratori di giustizia. pensata a delle domande, poi alla fine mi è piaciuto l'invito della professoressa a voi di sollecitarvi con domande. Approfittate di questa di questa occasione se vi vengono domande da fare.

Concludo specificamente sulla sulla domanda cosa come si fanno cosa vuol dire fare indagini antimafia a Milano rispetto al Sud e io l'esperienza al Sud l'ho fatta appunto a Reggio Calabria. Quando glio ho fatto prima il giudice a Milano, poi sono andata a Reggio Calabria a fare il pubblico in antimafia, poi sono tornata come pubblico in antimfia a Milano, quindi ho visto, diciamo, ho fatto tre lavori differenti da tre punti di vista differenti. Quando sono tornata pensavo che il mio ruolo di pubblico ministero antimafia a Milano sarebbe stato molto più semplice. Milano non è Reggio Calabria, mi dicevo. Quindi sicuramente il lavoro sarà più semplice. in realtà è molto più complicato perché su Milano innanzitutto c'è meno consapevolezza dell'esistenza della mafia. Cioè, mentre a Reggio Calabria, a Palermo, la gente sa che esiste la mafia, sa come riconoscerla e decide da che parte stare. Qua abbiamo un problema ancora precedente. C'è gente che ancora dice che qua la mafia non c'è, c'è un problema di sottovalutazione, quindi questo rende le indagini molto più difficili, molto più complicate. Pochi testimoni, poca gente che viene a denunciare da noi, anzi nessuno. Mentre giù la gente denuncia, gli imprenditori denunciano. Qui negli ultimi 20 anni solo un imprenditore ha denunciato, che era giovane, per questo ha denunciato, persona per bene giovane che non ha accettato il compromesso mafioso, ma la gente non denuncia. Quindi per noi è molto più difficile fare indagini, è molto più difficile scoprirli ed è per questo che penso e qui ancor di più che al sud sia fondamentale che i magistrati e giudici vengano a parlare con voi, vengano a parlare con la gente per spiegarvi ciò che veramente esiste, perché dovete togliervi le fette del prosciutto dagli occhi, perché molti adulti ce li hanno. Alcuni in buona fede, altri in mala fede, perché sapete conviene dire che la mafia non esiste, perché se non esiste io faccio affari col mafioso, non è mafia, no? Se invece esiste, io devo stare attenti a fare a fare il gol mafioso, andarci a braccetto, perché sennò divento mafioso anche io. Capite perché conviene dire che non esiste? E però voi dovete essere sinora in grado di capire in che cosa consiste, perché quando voi sarete grandi, non manca molto che compiete 18 anni, andate a votare, entrate nel mercato del lavoro, vi dovete guardare attorno e dovete capire e poi una volta che avete capito decidete da che parte stare. Ricordatevi che non decidere è già una [Applauso] [Musica] scelta.

Ecco, non decide già una scelta con queste parole. Eh, Francesca Moravillo non si era mai esposta, ha mantenuto per tutta la sua vita un filo schivo, lavorando seriamente, impegnandosi sul territorio, eh combattendo battaglie significative quale quelle che ci ha raccontato che di fatto hanno anticipato la riforma del della giustizia minorile. abbiamo già nell'8 che ha eh ridisegnato il il contrasto alla delinquenza giovanile, ma soprattutto il percorso di rieducazione che associato alla ehm alla al contrasto alla delinquenza giovanile eh ha mantenuto questo profilo per tutta la sua vita accettando però di presentare il libro di un'amica, Mirella Pizzini, dirigente scolastica, che ha scritto un libro intitolato Scuola, territorio e antimafia, presentazione che avrebbe dovuto avvenire il 25 maggio, quindi due giorni dopo la strage di Capaci. Mirella Pizzini aveva chiesto a Francesca di presentare il suo libro all'Università di Palermo, un libro La cui prefazione fu scritta da Sergio Mattarella. all'epoca non era il presidente della Repubblica, ma che sarebbe diventato poi il presidente della Repubblica. Circostanza che ho appreso dal suo dal suo libro e che non conoscevo assolutamente. Nel presidente Mattarella leggo dal suo dal suo libro nel testo individuò quattro ambiti di impegno per condurre una seria, efficiente e definitiva lotta alla mafia: l'azione preventiva e regressiva, quella di cui stiamo parlando, abbiamo parlato con la dottoressa Cerrti poco fa, le iniziative di carattere economico e occupazionale, il modo di essere del tessuto politico e amministrativo e la formazione delle coscienze sia individuali che collettive, una formazione dieducazione capace di costruire mentalità, costumi e convenzioni incompatibili con la presenza mafiosa. Ecco, dalle parole che lei scrive nel testo emerge come sia stato questo approccio a scardinare la naturale eritrosia di Francesca Morvillo e forse a convincerla ad accettare quell'invito.

Sì, per l'idea che mi sono fatta rispetto al alla vita che ha condotto Francesca Mordillo insieme a Giovanni Falcone e con lui tanti altri magistrati come delle istituzioni che ancora oggi sono sottoposti a delle scorte e quindi ad una vita senza libertà. Quindi la privazione forse più importante a cui possiamo pensare nella nostra vita è quella di non essere liberi, di muoverci. Francesca Morvillo però ha conservato, nonostante, tra l'altro fosse stata lei anche proposta una scorta personale, perché anche questa parte della storia di Francesca Morvillo non è stata mai sufficientemente indagata e raccontata. Francesca Morvillo, appunto, è stata 17 anni sostituto procuratore al Tribunale per i minorenni di Palermo, poi è passata in Corte di appello ed è stata giudice all'atere nel processo a carico di Vito Ciancino che è stato il primo politico condannato per male nel nostro paese. Tra l'altro durante appunto quel quel processo che è stato un processo storico e a Francesca Morvillo viene offerta una scorta, viene fatta anche una richiesta da da parte dei legali di Vito Ciancimino di ricusare Francesca Mordillo, ovvero di toglierla da da quel processo perché il merito Giovanni Falcone si era, diciamo, occupato delle stesse indagini, quindi chiaramente eh questa richiesta viene respinta Francesca Morvillo, viene offerta una scorta personale che lei è rifiuta e le amiche di Francesca Morvillo sono state tra le testimonianze più intensi che ho raccolto, eh mi hanno raccontato come Francesca Morvillo restasse attaccata a quel briciolo di libertà che le restava con la convinzione che li avrebbero comunque ammazzati se avessero voluto e quindi provare a immaginare anche la loro condizione di vita ci aiut Auto anche a comprendere quanto quell'ideale di giustizia di cui Francesca Morvillo era innamorata prima di essere innamorata di Giovanni Falcone sia stato più importante, sia stato anteposto in qualche maniera alla alle loro stesse vite e con consapevolezza. Lei ha voluto salvaguardare questa libertà e durante le ricerche che ho fatto per il libro ho scoperto che uno, diciamo, dei simboli della libertà a cui lei restava aggrappata era la sua macchina, una 500 color nocciola, che lei usava per i suoi spostamenti, nonostante la sua vita comunque fosse anche a rischio. E questo era un po' la Francesca Mordvillo che comunque si ostinava a voler credere che un futuro per loro fosse possibile e il fatto che lei avesse accettato di ritorno a Palermo per la prima volta di prendere la parola pubblicamente in quel diciamo in questo invito accettato ci ho voluto leggere proprio la sua, come dire speranza che quel loro impegno potesse veramente dare dei frutti. che tutti i sacrifici a cui inevitabilmente andavano incontro, perché alcuni ragazzi della scorta mi hanno raccontato come il desiderio loro più grande fosse sono andare a fare una passeggiata a Palermo, cosa che non potevano fare. Quindi, ehm, lei aveva questa questo ottimismo dell'ideale che che alla fine vince in qualche maniera.

Ed è quello che lei ha fatto eh durante i suoi anni al Malaspina. La collega magistrata che ha condiviso la stanza con Francesca Morvillo mi ha raccontato che loro spesso si confrontavano sul senso, sulla responsabilità enorme del loro lavoro che decideva di fatto appunto sulla vita di una persona. Il diritto è scritto sulla pelle delle persone, in questo caso è scritto sulla pelle di quei ragazzini. Loro sentivano il peso di questa responsabilità e Francesca Morvillo le diceva e lei lavorava tantissimo, restava fino a tardi, si portava questi faldoni a casa per cercare di trovare delle misure alternative al carcere, un periodo storico in cui non c'erano per questi ragazzi. le diceva, "Basta solo che un briciolo di positività arresti di tutto questo lavoro. Anche se solo un ragazzo riesce a scrivere una nuova pagina, a riesce appunto ad avere, parlando di istruzione, la consapevolezza di un nuovo alfabeto per scrivere una nuova pagina di vita. Io sono felice di tutto il lavoro e di tutte le privazioni che questo lavoro comporta. E nel corso, appunto, dell'indagine che ho fatto per scrivere il libro e cercare appunto di in qualche maniera ritrovare la voce di Francesca Morvillo, di questa donna che non ha mai rilasciato un'intervista, non ha mai avuto, come dire, il desiderio di avere una presenza comunque pubblica che andasse al di là del suo lavoro. Mi ha colpito molto un caso in particolare di un ragazzo che viene arrestato per aver ucciso il padre, un ragazzo che viene arrestato in un quartiere povero di Palermo e mi ha raccontato la magistrata che Francesca Morvillo fece un'istruttoria che segnò anche in qualche maniera una lezione che questa magistrato ha portato sempre con sé perché rispetto a quell'omicidio lei chiamò a testimoniare tutti i membri della famiglia. Tutti i membri della famiglia, anche la nonna. Questa nonna anziana che arriva a portare la sua testimonianza è quello che emerge rispetto a un ragazzo che tra l'altro si costituisce lui stesso. Carabinieri, dice "Io ho ucciso mio padre". È un contesto di violenza in cui questo minorenne viveva, in cui il padre era un uomo violento nei confronti della madre, nei confronti dei figli. Una violenza che si perpetrava appunto nel corso degli anni, li obbligava a commettere dei reati. era alcolizzato questa donna che era la madre che comunque viveva in una situazione di grande, come possiamo solo provare a immaginare, come dire, eh, sofferenza. questo ragazzino vuole liberare la madre e quando viene interrogato eh racconta anche lui, ma anche la famiglia insomma in cui vive. Eh e quindi diciamo che questo aspetto viene preso in considerazione nel momento in cui si mette una si emette la condanna. al fatto che questo ragazzo eh tra l'altro vivesse in un ambiente, torniamo a quello che abbiamo detto anche prima, in cui il confine tra il legale e illegale non era percepito, per come quella famiglia viveva. E si legge proprio che questo ragazzo uccide il padre per amore nei confronti della madre. Il ragazzo sconta la sua pena e esce dal carcere e si fa una vita. mi hanno raccontato gli educatori del Malaspina, che sono le persone che passano tutta la giornata con i giovani detenuti, che ha lavorato in quell'epoca e questo ragazzo poi è tornato negli anni successivi ogni tanto, per esempio, a salutare Francesca Mordillo. il fatto che quel crimine sia stato letto nel suo contesto, sia stata accolta la sofferenza di questo ragazzo, è stata capita e gli si sia data la possibilità attraverso appunto la la detenzione ma anche delle misure alternative di poter immaginare permesso a questo ragazzo di avere una vita dignitosa. Francesca Morvilo ha speso gran parte della sua vita per assicurare un futuro, provare ad assicurare a questi ragazzini un futuro diverso. quando sono stata al Malaspina, ho appunto parlato con questi ragazzi, mi ha colpito molto e tornando appunto a quello che diceva anche il magistrato prima e quanto è importante rendersi consapevoli che quello che facciamo ha una conseguenza anche rispetto al fenomeno mafioso e al consenso sociale economico che sostiene le mafie e politico che sostiene le mafie. Questo ragazzino eh che è finito in carcere era visibilmente dipendente da sostanze stupefacenti che aveva assunto prima di finire il carcere per spaccio di droga. E lui mi ha raccontato, tra l'altro a 17 anni questi ragazzini hanno già dei figli, hanno questa questa appunto questi contesti di deprivazione culturale, economica, e mi raccontava che appunto il crack gli era stato offerto inizialmente da questi gruppi criminali. Poi lui si era trovato nella necessità di fare soldi, di di di avere soldi per comprarselo, quindi si era creato un circuito in cui da vittima era divenuto lui stesso suo malgrado carnefice e lui mi ha detto queste parole: "Se io resto qua dentro la mia testa se la mangia è definitivamente il carcere". Quindi un ragazzino, dei ragazzini così giovani che mi hanno consegnato delle riflessioni comunque che mi hanno colpito profondamente e appunto per quello che dicevo anche magistrato prima, questi ragazzini gli ho fatto scrivere scrivete una lettera a chi volete voi e questi ragazzini hanno molti di loro hanno scritto una lettera ai loro figli piccoli perché a 17 anni avevano già dei bambini dicendo dicendo questa cosa, dicendo io spero di essere per te un padre migliore di quello che sono adesso e di quello che è stato mio padre per me. Però il senso di di e quindi questa retta era molto colpita che era come dire no un impegno. Ma poi voglio chiudere questo intervento perché quando si parla di queste cose bisogna sempre dire delle cose concrete. Come si possono poi salvare questi ragazzini fuori dal carcere? avere la possibilità di un lavoro onesto, di non dover sottostare al ricatto delle mafie che gestiscono l'economia di alcuni territori e offrono opportunità di lavoro. Quindi un impegno da parte deve esserci delle istituzioni di più affinché ci sia la possibilità per questi ragazzi una volta intrapreso un percorso che è un percorso comunque di riduzione e e riabilitazione di di avere un lavoro onesto per sempre una cosa che feci per l'Espresso intervista una maestra che era che è stata invece al al carcere al carcere di Napoli e lei mi ha detto che durante il Covid molti ragazzini che erano stati in

carcere e che avevano poi trovato un lavoro, si sono ritrovati senza lavoro, sono tornati in carcere per dire "Noi non vogliamo più fare la vita di prima, cosa possiamo fare adesso? Cioè, aiutateci, perché noi abbiamo capito, non potamo tornare in carcere e quindi lì, diciamo, come si come si combatte, come si contrasta il fenomeno mafioso, ecco, servono delle azioni concrete che partono e coinvolgono, come giustamente è stato è stato detto, tutti i pezzi della società.

Nessuno [Musica] scuso. Paolo Farina mi fa questo segno. Volevo chiedere una Volevo volevo far dare la parola alla dottoressa Cerreti per un'ultima battuta conclusiva. Quindi per sconfiggere la mafia bisogna incidere profondamente sul territorio. ci siamo detti eh lavoro eh che cosa educazione, formazione invito a tutti a fare la nostra parte e sì eh come ho detto prima, dobbiamo ognuno fare la propria parte, istituzioni d da un lato, società dall'altro.

Pensavo mentre vi guardavo, avete mai riflettuto sul fatto che quando voterete il voto è la massima espressione di democrazia, no? ognuno di noi esprime la propria preferenza e quindi, come dire, cerca di mandare una certa persona parlamento piuttosto che a l'assemblea regionale a seconda del tipo di votazione. Ecco, avete mai riflettuto che se si vota la persona sbagliata, non necessariamente i mafiosi, perché i mafiosi non sono così stupidi da candidarsi alle elezione. I mafiosi scelgono persone a loro vicine per poterli poi manipolare. Ecco, riflettete perché quando andrete a votare adesso voi avete degli strumenti che ai nostri tempi non c'erano. Basta digitare un nome su Google, fare un in piccolo l'investigatore e si [Musica] capisce i colleg si capiscono i collegamenti che la persona ha. Ecco, riflettete perché in quel piccolo atto che è il voto voi incidete sulla vita dell'Italia e votando la persona sbagliata sei votando una persona vicina ai mafiosi, quella persona poi farà l'interesse ai mafiosi, vuol dire che proporrà e farà approvare legge per i mafiosi, darà ai propri amici mafiosi, appalti, eccetera. E quello è un piccolo strumento nelle mani e di ciascuno di noi, di ciascun cittadino.

Ma voglio citare brevemente nell'ambito di questi strumenti di contrasto una cosa che ci siamo inventati nel 2013 a Reggio Calabria e riguarda proprio i minori e le donne che si chiama protocollo liberi di scegliere. Innanzitutto cos'è un protocollo? il protocollo è un insieme di regole che due parti si pongono, sono una specie di contratto, regole di convivenza e in quel caso il protocollo è nato a Reggio Calabria, ma si è diffuso ormai in tutta Italia ed è adesso un disegno di legge che aspetta di essere approvato in Parlamento. consente a noi magistrati quando ci accorgiamo che una donna o un minore di mafia sta subendo un pericolo. Che cosa vuol dire? Quando lo utilizzano per fare reati? Quando lo costringono ad andare a trovare il padre nel bunker perché è l'abitante? Quando lo indottrinano sui valori mafiosi? Oppure la donna che vuole andare via dalla cosca mafiosa perché, ad esempio, non vuole sposare la ragazza che non vuole sposare il il figlio del mafioso che gli hanno già predestinato, oppure una donna che vuole andare via e portare via i suoi figli, ma non vuole collaborare con la giustizia o perché non sa niente o perché non se la sente di accusare i suoi familiari.

Sapete cosa facciamo noi? attraverso un procedimento dell'autorità giudiziaria minorile, il minore che è si chiama un procedimento per la decadenza della potestà, che vuol dire? Se il minore è figlio, appunto, di una donna che lo vuole portar via e di un mafioso, si fa un procedimento in cui il pubblico ministero minorile, quindi io do le informazioni al mio collega del minorile e gli dico, "Guarda che quello è mafioso, quello mafioso c'ha un figlio che è in pericolo." Si apre un procedimento innanzi al giudice minorile. Il pubblico ministero minorile dimostrerà che quello è mafioso e che il bambino, la bambina è in pericolo e l'autorità giudiziaria toglie quel minore dalla famiglia e lo porta via. Lo porta via con senza la mamma a secondo che la mamma voglia e vengono inseriti in strutture che li accolgono, gestiti dall'associazione libera, che li accolgono. Che vuol dire? cioè che c'è un team di esperti, di psicologi e di medici, di volontari, di gente che si occupa di loro banalmente anche per l'iscrizione a scuola in un nuovo territorio, piuttosto che per portarli dal dentista, cioè tutto quello che fa che rende un minore parte di un nucleo.

Questo sapete perché ce lo siamo inventati? Perché crescendo in una cosca mafiosa, con quelle regole che ti vengono incultate, quindi da quando sei piccolo, non ti rendi conto che esiste un mondo altro, che esiste un mondo di scelte libere, che esiste un mondo dove i ragazzi e le ragazze si scelgono tra di loro liberamente, dove si può scegliere se studiare o andare a lavorare. loro non se ne rendono conto o se ne rendono conto attraverso adesso gli strumenti elettronici in cui siamo tutti forniti non possono fare nulla. Allora, il nostro obiettivo era quando c'è un problema, un pericolo, li togliamo da lì, li inseriamo in un contesto, tra virgolette normale, di società normale, li facciamo studiare, li aiutiamo, poi quando compiranno 18 anni decideranno, saranno liberi di scegliere se tornare nelle loro famiglie mafiose o se restare in un in un contesto di libertà.

Ecco, sinora noi abbiamo ci siamo occupati su tutto il territorio nazionale ci sono più di 80 casi e se 80 casi soltanto qu c hanno deciso al compimento della maggiorà di tornare indietro, quindi quasi 80 persone, 75 persone che noi abbiamo tolto dalla mafia, dall'Andranghereda in particolare, ma anche da Cosa nostra, dalla camorra e gli abbiamo dato gli strumenti culturali torno al discorso la scuola, la cultura, la conoscenza, la capacità di capire gli strumenti culturali per decidere da soli in totale autonomia se tornare a a fare i mafiosi o se affrontare un percorso di scelte libere. Ecco, questo è un altro tassello che si è aggiunto a tutti gli strumenti di contrasto alla mafia che sono, diciamo, sul campo in questo momento, sullo stesso tavolo e anche in Lombardia l'abbiamo già applicato una volta a una mamma e una ragazzina e questa è una storia al lieto fine perché mamma e ragazzina sono che vivevano a Legnano, quindi sono storie che accapitano anche qui, Non pensate che riguardio solo su mamma e ragazzina hanno fatto il loro percorso bellissimo. Adesso la ragazzina si è appena diplomata con il massimo dei voti e sta studiando per diventare carabiniere, quindi questo dimostra che è un grande successo e che quando ci si mette tutti insieme i risultati arrivano. Grazie. [Musica] [Applauso] Ringrazio nostre relatina. [Musica]