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La siccità in un solo anno è costata a 6 miliardi di euro la Pianura Padana, la cosiddetta Food Valley, che produce da sola la metà del PIL agricolo del paese. Ma quest'acqua non basta più per i prelievi di tutti.
Siamo nella provincia di Pavia, nota zona di risaie, dove il paesaggio sta già cambiando. Le tradizionali colture devono essere sostituite da nuove, meno idroesigenti ma anche meno redditizie.
Siamo nell'azienda del signor Tacchini, che aveva 80 ettari di riso, specialmente riso di qualità, come per esempio Carnaroli, Volano, Arborio, che vengono usati specialmente nei ristoranti. "Io ho perso nella mia azienda dal 65 al 70% di produzione lorda vendibile e sono recuperabili? No, io li ho persi tutti. Quest'anno ho già cambiato la mia produzione, ho seminato dei cereali autunno-vernini tipo l'orzo, la tripolla, la colza."
Se li sostituisce questo riso di eccellenza con l'orzo, lo fa per cercare di quadrare i conti, ma la resa non è la stessa. La resa non è la stessa. Non è bastato nemmeno passare alla cosiddetta semina in asciutta del riso, con meno acqua, per salvare i raccolti. Il riso non si può fare senza acqua.
Qui l'acqua arrivava o la voce, oppure addirittura il canale era asciutto completamente. Se vengono ancora le annate così, certe aziende chiudono. Vedendo le mie campagne bruciare, il secco, mi sentivo non in Pianura Padana, ma per esempio nel nel deserto.
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Tutte con il segno meno le tradizionali colture della Pianura Padana. La zona di Lodi è conosciuta per i prati stabili e il mais. La poca acqua che c'era si è data al mais, che ne richiede molta e la richiede proprio in estate. A farne le spese sono stati centenari prati stabili, come questo, ancora bruciato in inverno. "Questo qua in questa stagione normalmente è bello verde, vigoroso e secco perché le piante quest'estate sono morte. Sì, questo questo prato qua, in poche parole, adesso è morto e bisogna risfortirlo perché sicuramente nella primavera prossima sarà ancora comunque in queste condizioni."
I prati stabili sono come enormi foreste in miniatura, ancora più fitte dei boschi. Catturano CO2, fanno bene al clima e producono foraggio di qualità per le mucche della zona. "Qui abbiamo circa 350-400 vacche da latte e quest'estate hanno sofferto molto e infatti abbiamo installato delle volte, le abbiamo aumentate, delle doccette per rinfrescarle."
"È una mucca beve tanto? No, soprattutto in estate. Una vacca d'estate beve circa 100-120 litri al giorno perché se non si idrata non produce latte. Infatti soffre, produce meno latte, non si ingravida. Soltanto un po' come noi e hanno prodotto circa il 15-20% di latte in meno."
"Il comparto lattiero adesso è preoccupato su quelli che potranno essere gli effetti sulla produzione lattiera di questo inverno, perché abbiamo prodotto intorno al 35-40% di foraggio in meno e i foraggi non si possono comprare, il trasporto incide troppo in percentuale e quindi diventa antieconomico spostare dei foraggi. E quindi il rischio è che in Italia si stia andando incontro a una stagione simile a quella che ha patito la Germania nel 2017, dove hanno battuto il 25% dei capi bovini perché hanno dovuto fare una scelta: meno cibo, più bovini."
Eh sì, non è un latte qualsiasi questo delle mucche dell'Odi. Va dove si fa il Grana Padano, una delle eccellenze del made in Italy alimentare e della Pianura Padana. Ogni anno il consorzio utilizza 700.000 tonnellate di latte lavorato. "Questa siccità li sta spaventando tantissimo. Dal punto di vista idrico stiamo cominciando ad avvertire dei problemi rilevanti. Cioè, noi abbiamo la necessità di governare meglio, di gestire meglio e di sprecare il meno possibile le acque, perché noi senza acqua non viviamo. Ma tutti devono farsene carico: allevatori, trasformatori, gestori delle acque."
Loro stanno investendo per depurare persino le deiezioni animali. Sono acqua più alcune parti negative. Se noi separiamo le parti negative e quindi con un discorso di circolarità analizziamo l'acqua delle deiezioni, non va buttato via neanche un litro d'acqua negli scoli, nei posti.
Per salvare milioni di metri cubi d'acqua, in Romagna si è passati a un'irrigazione più efficiente. Si chiama agricoltura di precisione e le nuove tecniche le stanno studiando ad Acqua Campus, un'area di ricerca sperimentale di 12 ettari. È possibile seguire ogni singola goccia utilizzata, persino con sistemi satellitari e con app. E si cerca di non disperdere più nulla, grazie a micro-irrigatori sempre più efficienti.
"Questa oggi è una delle tecniche più precise di irrigazione. Dico bene? Assolutamente sì. Verifichiamo che veramente da questi gocciolatori, che sono da 4 litri all'ora, questi 4 litri all'ora sono sono distribuiti 4 litri all'ora a fronte di, in agricoltura tradizionale, potrebbero essere anche in alcune situazioni, che i 40, 50, 60 litri all'ora. Siamo arrivati a un punto di, diciamo così, punto più basso in assoluto di utilizzo. Sotto questi valori qui non potremmo fare quell'agricoltura di qualità ed efficiente che oggi riusciamo a fare."
Acqua Campus si trova lungo il Canale Emiliano Romagnolo, una delle autostrade dell'acqua che rifornisce tutta la Romagna fino a Ravenna, il suo importante polo industriale. Ma nella nuova Pianura Padana il problema è non rimanere a secco.
Sempre come questa che hanno funzionato dal 1800, devono essere adattate per pescare l'acqua dal Po sempre più in basso. "Stiamo sostituendo quattro pompe, quattro pompe che ci permetteranno di abbassare il livello di prelievo di oltre, di oltre circa mezzo metro."
"In meno di due anni si è dimezzato? No, non era mai sceso sotto i 4 metri e mettere nel 2022 abbiamo toccato questa famosa quota dei due metri e venti che su quattro pompe che funzionavano ne abbiamo dovute fermare due e abbiamo continuato a prelevare con le altre due, garantendo ecco quel minimo di portata che ha fatto sì che non andassimo in un blocco totale."
Nel cuore della Pianura Padana, il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura, il più importante ente italiano in campo agroalimentare, sta già selezionando geneticamente il grano che potrà resistere alle condizioni climatiche del 2050, quelle di un'Italia sempre più calda e con meno acqua.
"Il grano consolidato e nei prossimi 10 anni." Luigi Cattivelli, il direttore del centro, mi porta a vedere come si costruiscono le piante del futuro. "Ogni bustina è una forma diversa di frumento, di orzo ed è la base da cui partiamo per fare il miglioramento genetico."
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"Queste sono varietà diverse seminate tutti nello stesso giorno e come vedi sono varietà più precoci che hanno già la spiga. E cerchiamo i geni che sono responsabili di questo comportamento, perché se tu sai il gene che è responsabile, puoi scegliere il gene da introdurre nelle varietà per le esigenze che ti servono di quell'ambiente, di quel clima."
"Abbiamo dati che ad esempio dimostrano benissimo che la temperatura degli inverni è stata più mite, è stata così alta da accelerare il ciclo vitale di una pianta di 10 giorni e questo è un cambiamento enorme sulle culture estive. Come mai il pomodoro così? Il problema è molto più grave perché la cultura estiva vive esclusivamente in un periodo molto caldo. Portare acqua alle piante nella stagione estiva è molto, è sempre più difficile. Dobbiamo bisogno di impianti che siano adatti a prima. Domani non ha una base logica pensare utilizzare le piante di ieri selezionate quando c'era più freddo nel domani, quando sarà sicuramente più caldo."
Con il sequenziamento del DNA e le tecniche di genome editing, questi scienziati sono in grado di mutare le caratteristiche delle piante per il nuovo clima, come avverrebbe in natura, ma non in maniera casuale. "Quello che possiamo fare con queste tecnologie, possiamo introdurre piante in grado di essere più efficienti nell'uso dell'acqua, quindi piante estremamente resistenti, pronte a tutto."
"Una pianta pronta a tutto è una pianta capace di resistere quando manca l'acqua, ma di produrre molto quando c'è tanta acqua disponibile. Non è fantascienza. Il mondo della ricerca sta già studiando come assicurarci cibo in un futuro sempre più caldo e con meno acqua."
Il centro AGROINNOVA dell'Università di Torino ha costruito questa stanza per studiare i parassiti e le malattie che colpiscono le colture tipiche della Pianura Padana in un clima di siccità. Ed ecco cosa hanno scoperto. "E sappiamo che sarà maggiore il numero di giornate favorevoli agli attacchi del patogeno. E noi abbiamo osservato negli ultimi 10-15 anni uno spostamento dei parassiti che prima si trovavano soltanto in Sicilia, al sud, ora ci ritroviamo in Piemonte. Nel giro di qualche decennio noi rischiamo di essere esattamente come il Marocco, che è un bellissimo paese, ma certo non è ottimale per l'agricoltura."
"Ci sarà uno spostamento dei cereali verso nord, c'è uno spostamento della coltivazione della vite, per esempio, verso nord. Quindi immaginare che si possa produrre lo champagne oppure il Barolo in Scozia o in Irlanda è un po' un'utopia. Ma certamente i paesi come la Svezia, la Finlandia saranno quasi avvantaggiati da questa situazione. Sono discorsi anche economicamente molto importanti perché insomma l'agricoltura vale una bella fetta di PIL. Si rischia di arrivare a danni dal 10-15, anche al 30-40% di cali di produzione. Basterebbe un'annata con condizioni catastrofiche per quello che riguarda gli attacchi parassitari per annullare quelle che sono le riserve di cereali delle colture principali."
Se il Piemonte, nel giro di qualche decennio, potrà diventare climaticamente la nuova Sicilia. In Sicilia già oggi un terzo delle tradizionali colture di agrumi è sostituito da frutta tropicale.
Siamo alle porte di Palermo, nella cosiddetta Conca d'Oro. L'azienda agricola della famiglia Marcenò, finora conosciuta per le nespole, oggi ha il bananeto più grande della Sicilia. Fino a pochi anni fa era solo una piccola produzione familiare, oggi ci sono 3000 piante. E tutto questo a causa di un caldo sempre più tropicale, lo stesso clima subtropicale che abbiamo nell'America Latina.
"Il cambiamento climatico degli ultimi anni ci ha favorito tantissimo. L'aumento della produzione oggi avviene in modo più naturale e soprattutto la Sicilia nord-orientale sta vivendo questo nuovo fenomeno alle pendici dell'Etna. L'umidità garantita dal vulcano, unita alle nuove alte temperature più calde, ha favorito il boom dell'avocado. Qui dove c'erano solo le monete, oggi ci sono 140 ettari di avocado."
"Ho seguito le orme di mio nonno, di questo ne vado molto orgoglioso. Era un produttore di limoni. Continuiamo a coltivare i limoni e continuiamo anche a coltivare anche frutta tropicale."
In provincia di Messina, sotto i monti Nebrodi, a fine novembre picchia ancora un caldo estivo. E siamo nel pieno della raccolta del mango. Questa azienda da sola ne produce 20.000 kg all'anno. "E un uomo, speriamo di riuscire a farlo bene. 50 anni fa sarebbe stato impensabile mettere il mango in Sicilia."
"E queste piante di che cosa hanno bisogno? Di tanta acqua? No, no, queste piante sono, hanno le esigenze degli agrumi, quindi un limone. Un mango beve la stessa quantità d'acqua."
Pietro Cuccioli, il pioniere della frutta tropicale in Sicilia. Lui, che dopo il successo imprenditoriale alle Hawaii, è tornato nella sua terra con questi prodotti. A inizio anni 2000, il suo oggi è un incredibile giardino tropicale dove si sperimentano novità. "Questa è una pianta tropicale che fa un prodotto che si chiama carambola, bellissima. E poi essendo anche quando è maturo, è dolce, quindi è 70."
Ma il cambiamento climatico, se con una mano dà, con l'altra toglie. "Questa pianta di mango, che è stranissima, sta incominciando anche a farmi i fiori. Ora guardate che dovrebbe fare molto più avanti, molto più avanti. È un'anomalia. Questo è dovuto al clima che indubbiamente oggi, da ieri che c'erano 15 gradi, oggi che ne sono 30, da far soffrire così tanto, lei abbassa il periodo della sua vita, invece di vivere 100 anni, ne vivrà 95."
Torniamo nella Valle del Po, nelle province di Lodi e Piacenza. Siamo a gennaio, finalmente sta piovendo. Ma questa acqua la perdiamo perché qui si è costruito troppo. Si è calcolato che ogni nuovo capannone porti via 15 ettari di suolo, spesso terreno agricolo espropriato, come sta succedendo all'agricoltore Antonio Gamba.
"Questi sono i nostri campi che verranno interessati da una rotonda che servirà al polo logistico, zona rotonda di una terra e mezzo perché ci dovremo passare i campi. Fra l'altro, questo la peculiarità di essere un prato stabile, un prato storico, e ha un prato che si gestisce da solo. Lui entra, lo ridiamo e lui ci dà veramente tanto."
E questa non è un'eccezione, ma la regola. A sud di Milano, intere province intorno al Po, come quelle proprio di Lodi e di Piacenza, si stanno trasformando ogni giorno di più in un gigantesco polo della logistica. Qua ogni spazio dove possono appoggiare un capannone, visto la vicinanza dell'autostrada, lo fanno. Qui è stato svenduto tutto.
La logistica. Il professor Pileri è uno dei massimi esperti di consumo di suolo, a cui dedica conferenze in tutta Italia e incontri coi politici. Mi mostra le mappe dell'ISPRA. Proprio le regioni della Pianura Padana e della Valle del Po sono quelle responsabili del maggior consumo di suolo nel nostro paese. Centinaia di ettari di suolo agricolo perso ogni anno. Quindi 800 ettari in Lombardia, 680, una cosa del genere in Veneto, dopodiché abbiamo l'Emilia Romagna. Quindi praticamente è filotto.
"E abbiamo il terreno migliore d'Europa. E più semina qualcosa che cresce. Quindi abbiamo una risorsa gigantesca che invece stiamo cementificando, coprendo, invadendo di strade. Il suolo è solo libero, capace di stoccare acqua. State conto che un ettaro di suolo libero è in grado di trattenere fino a 3,8 milioni di litri d'acqua, che equivalgono a 150 tir di bottiglie d'acqua. Fate conto, questo lo fa gratuitamente. Un ettaro e quando raccoglie l'acqua poi degli afflussi meteorici, delle piogge, le distribuisce alle falde, rallenta il flusso. Quando dimentichiamo tutto questo, lo azzeriamo."