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Buonasera a tutti, benvenuti a questo secondo incontro del ciclo Libertà va cercando. Il ciclo è stato preceduto dalla proiezione del film Ineme del Fico Sacro. Nell'incontro scorso il professor Caspani ha fatto un escursus amplissimo dalla fine della seconda guerra mondiale ai giorni nostri sul tema della libertà con le diverse risposte europee e medioentali.
Oggi entriamo in un tema, in una area sempre presente nel nostro ciclo maturandi, che è quello della letteratura. Eh, e entriamo in questo tema accompagnato dal professor Mariani. Il professor Mariani è insegnante di italiano latino, preside del liceo Merici, ma è anche poeta e scrittore e critico letterario. Ha collaborato con varie riviste e i suoi testi, e ricordo gli ultimi, eh, una bella raccolta di poesie nelle nelle rughe del tempo e eh, una raccolta di racconti allegria di cenere. I titoli stessi sono titoli densi di immagini poetiche.
Ehm, che cosa abbiamo chiesto al professor Mariani? Di eh, affrontare eh, all'interno della letteratura il tema della libertà dal punto di vista femminile, perché eh, in quella che è stata la lunga eh, lotta per la libertà, se così vogliamo dire, eh, degli ultimi secoli, sicuramente la rivendicazione di una libertà femminile. D'altra parte, anche nel seme del Pico Sacro, tutto partiva dalla ribellione eh, di alcune ragazze, è sicuramente un tema centrale. Lo affronterà tenendo presente alcune figure, sarebbero tante quelle che si potrebbero mettere a fuoco, alcune figure fra 8 e 900. Professor Mariani.
Alex. Allora, buonasera a tutti. Grazie di essere qua. Eh, cercherò di essere sintetico. Ehm, capite che il tema è un tema che così va circoscritto perché altrimenti si potrebbe disperdere in discorsi anche poco utili. Ehm, io dico solo questo in apertura, anche per dare conto del titolo e soprattutto di quel punto di domanda. Tant'è che quando ho detto il titolo mi ha chiesto: "Ma c'è il punto di domanda?" Sì, il punto di domanda c'è.
Allora, la letteratura è un grande palco su cui, sul quale gli uomini mettono in cerca la loro la loro ricerca di se stessi e del senso della vita. E paradossalmente, la ricerca del senso della vita è forse più facile che la ricerca di se stessi, perché in fondo il senso della vita è una scelta che noi prendiamo per la nostra vita, che noi facciamo per la nostra vita. È qualcosa che noi ci costruiamo. Quello che siamo invece è un dato e scoprirlo, accettarlo, valorizzarlo, comprenderlo, amarlo è un po' più difficile. Ciò che sembra paradossale, ma quel pochino di esperienza che a 47 anni comincio ad avere mi fa capire che forse le cose non sono lontane da quello che vi ho detto.
Perché dico questo? Dico questo perché eh, queste queste parole che vi dirò, questa conversazione non intendono entrare sul dibattito della parità di genere e in tutto quello che questo comporta. Sapete che eh, questo dibattito trova il suo fondamento giuridico negli articoli 3 e 51 della nostra Costituzione. Qui ci sono anche dei degli studenti che fanno diritto, ma questa cosa qui io la metto da parte perché non non credo sia pertinente rispetto alla questione. Al centro della conversazione piuttosto ci saranno le, diciamo, delle vicende, dei fatti che riguardano delle figure femminili che, ognuna con caratteristiche proprie, hanno arricchito la storia della nostra letteratura, quindi hanno arricchito la storia della nostra ricerca di noi stessi e del senso di noi e del mondo. Questo questo ci tenevo a dirlo perché eh, la letteratura non ha non ha genere, diciamo. La letteratura conosce l'essere umano così com'è.
E il punto di domanda? Il punto di domanda è perché se noi andiamo così ad indagare alcune delle figure femminili che io considero più interessanti, ma se ne potrebbero scegliere tantissime, vediamo che questo rapporto con la libertà è un rapporto complesso e obiettivamente per le donne talora mortificante, perché non è non è un falso dire che la nostra società è una società un po' patriarcale, un po' maschilista, un po' spostata sul maschile per tanti motivi che ovviamente non stiamo a indagare qui. Quindi questa è una premessa necessaria, spero che sia chiara.
Ehm, io ho scelto alcuni personaggi che a me hanno detto qualcosa, perché poi per insegnare questo è il segreto: tu puoi insegnare qualcosa che per te è importante. Se non è importante per te è meglio lasciar perdere perché hai di fronte a te dei ragazzi che sono intelligenti e se non interessa a te.
Ho un libro che mh, io propongo in lettura tutti gli anni al quinto anno. Non tutti lo leggono, ovviamente, ci mancherebbe, anzi lo leggono in pochi, che è Malavoglia di Giovanni Verga, 1881. Quest'anno qualcuno l'ha letto, infatti sono contento di questo, perché qui abbiamo due personaggi femminili che sono meravigliosi nella loro drammaticità. Il primo è Mena Filomena, il secondo è Lia, Rosalia. La più grande e la più piccola. Eh, nel libretto che raccoglierà la sintesi di questa conversazione ci sarà un titolo che dice: "Il vecchio e il nuovo, gli opposti che non si attraggono."
Allora, chi è Mena? Io adesso non vorrei fare il riassunto dei Malavoglia, spero che qualcosina sappiate. C'è una famiglia di pescatori siciliani che a un certo punto si trova in una situazione economicamente difficile. Una famiglia composta da un capo famiglia che è il nonno, padre Antoni. Poi ci sono c'è il figlio Bastiano Bastianazzo, la moglie detta La Longa e cinque figli: Antoni, il giovane, Luca, Alessi, Mena, Elia. A un certo punto Antoni più grande deve partire per la leva militare. Non sto a spiegare tutta la storia, la l'orificazione italiana, l'estensione delle leggi del Piemonte all'Italia. La leva obbligatoria costringe questo ragazzo a fare una leva che all'epoca non era certo di un anno, ma era di 5 anni. Quindi questa famiglia si trova senza due braccia per lavorare. Decidono di provare a cambiare un po' la prospettiva e a fare i commercianti. Le cose vanno male perché il carico di lupini, tra l'altro avariato, che gli è stato venduto, va disperso in mare durante un naufragio mentre cercano di commercializzarlo. Muore persino Bastianazzo che è il padre dei cinque ragazzi e quindi la famiglia si trova con un debito da pagare perché anche se i lupini sono stati dispersi vanno pagati. Una barca che serviva per lavorare da ricostruire. Due i due più bravi, diciamo così, più importanti lavoratori che non ci sono, si trova ovviamente in una situazione drammatica e tutta la vicenda poi si dipana fino alla morte della Longa, la morte del vecchio, la perdita della casa, fino a che Mena e Alessi, la sorella più grande e il fratellino più piccolo, seguendo le orme del nonno non riescono a recuperare questa casa che nel frattempo era stata ipotecata, quindi persa per saldare un debito che altrimenti non riuscivano a saldare. Non so se grosso modo eh, mi sono spiegato.
Allora, la figura di questa ragazza, Mena, la più grande. Mena all'inizio del romanzo ha 17 anni e dice Verga, proprio nell'all'inizio del primo capitolo, cominciava a far voltare i giovanotti quando andava a messa. 17 anni allora era l'età in cui si poteva cominciare a pensare di far famiglia. E è un personaggio che, siccome stava sempre a filare, veniva chiamata Sant'Anna, che è a metà tra un complimento e una presa in giro, no? E veniva anche definita come giudiziosa come sua madre. Cioè Mena è la tipica brava ragazza che agli occhi del nonno, che è, diciamo così, il garante, il portatore dei valori di una tradizione che deriva da secoli, ecco, lei su cui si può fare affidamento e lei questo compito lo accetta. Tanto è vero che quando muore anche La Longa, la moglie di Bastianazzo, di fatto lei diventa la madre di famiglia e diventa non solo la sorella maggiore, ma anche, diciamo, la mamma della sorella più piccola che all'inizio del romanzo viene presentata come colei che non è né carne né pesce, perché grosso modo avrà avuto 12-13 anni. D'accordo? Bene.
A questo punto eh, c'è il problema che Mena è innamorata di Alfio Mosca. Alfio Mosca è un carrettiere e nel nel all'inizio del romanzo è in una condizione economica molto difficile, quindi non è un buon partito per la famiglia Malavoglia. Tant'è vero che il nonno vorrebbe far sposare Mena al figlio di un benestante che Brasi Cipolla. Ovviamente, con la disgrazia che colpisce la famiglia Malavoglia, chi se la vuol prendere Mena? A nessuno, perché sapete, sposare una figlia significa avere un debito, bisogna dare la dote, ma loro non avevano neanche da mangiare. Quindi il matrimonio salta, ma naturalmente questo per Mena non è che sia un problema, anzi da un certo punto di vista era anche più contenta perché sarebbe stato un matrimonio accettato per far contento il nonno. Dal suo punto di vista però era un'imposizione. Non dobbiamo scandalizzarci eh, fino a non tanto tempo fa i matrimoni grosso modo erano combinati. Non è che ci fosse questo, fosse una novità.
Qual è il punto? Il punto è che questa vicenda della casa perduta per la famiglia Malavoglia è una vergogna. Perdere la casa in una comunità piccola e con un codice di valori molto rigido come quello della comunità di Aci Trezza, o se volete come quello dell'Italia di qualche decennio fa, era una vergogna tale per cui quando poi 8 anni dopo eh, Alfio Mosca torna e si è fatto una posizione, farsi una posizione voleva dire, ad esempio, che lui aveva un asino di proprietà, non è che avesse soldi in banca, però con il suo lavoro era riuscito a fare quello che oggi si dice un upgrade, no? Quindi poteva diventare un partito anche credibile per Mena. Ma la cosa che mi colpisce di questo personaggio è che lei a lui gli dice no, no. E glielo dice proprio con queste parole. Pensate, eh, ho 25 anni, sono vecchia. Ma lei lo sa che non è vero e lo sa anche lui che il motivo non è quello. E il motivo è un motivo eh, veramente mh, che fa riflettere. Il motivo è: io appartengo a una famiglia disonorata che ha perso la casa, che ha due figli, uno l'altro Elia, che hanno violato un codice di valori che andava avanti da secoli. Io non posso addossare a questo povero Cristo di Alfio Alfio Mosca la croce di un disonore. Se lo amo, non lo posso fare. Ok? E lei lo sa che il motivo vero è questo e lo sa anche lui, tant'è vero che alla fine lui decide di desistere perché ci prova eh, nel capitolo 15, se lo leggete, ci prova a un certo punto e dice: "Ma allora voi non mi volete bene?" Ma eh, è troppo, non so come dire, è troppo radicato in questi personaggi quel codice di valore, perché lui non lo sa, lo sa qual è il vero motivo e alla fine desiste.
Ecco, Mena e Alfio Mosca sono due tipici personaggi verdiani. Sono due tipici vinti, quelli che Verga chiama i vinti. Il loro amore è vero? Sì. È puro? Sì. È sincero? Sì. Può vivere? No. Non può, perché perché Mena sceglie. Questo è un punto fondamentale. Lei è libera? Possiamo dire sì, possiamo dire no, però sceglie. Sceglie di accettare questo codice di valori che, comunque lo si voglia interpretare, è un codice di valori ed è un codice di valori che ha attraversato i secoli. È lo stesso codice di valori che permette ai due, Mena e Alessi, i due fratelli, di rimboccarsi le maniche e di riuscire a ricomprarsi la casa. Quindi da una parte è un codice di valori che ha una sua positività perché dà equilibrio, perché dà certezze e tant'è che loro si ricomprano la casa. È un codice di valori fondato sull'onore, sul lavoro, sulla religione, sulla famiglia, va bene, sulla morale. Però è quello stesso codice di valori che chiede a Mena un sacrificio e di fatto chiede a Mena di essere una serva, perché alla fine del romanzo Mena vive col suo fratello Alessi che si è sposato e di fatto fa la badante dei figli di suo fratello e lo accetta. Lo accetta. Ha fatto bene, ha fatto male, non lo sappiamo, è la sua scelta però.
Quindi, in questo caso, che cosa vuol dire libertà? Eh, vuol dire scelta. Essere liberi, ragazzi, significa scegliere. Poteerlo fare e farlo, che non è un passaggio banale. Se avete presente Dante, se avete presente gli ignavi, canto terzo dell'Inferno, poterlo fare e farlo. Dante ci ha sempre insegnato che è meglio una scelta sbagliata piuttosto che scegliere di non scegliere. E lei ha scelto. Quindi quel codice di valore su cui si potrebbe discutere un mese intero, l'ideale dell'ostrica, l'ideale della mano, tutte cose che sui manuali trovate, è un codice di valori che Verga riesce a guardare, a differenza di quello che fa Pascoli, riesce a guardare con uno sguardo disincantato. Tant'è che alcuni degli studiosi di Verga parlano di di uno sguardo che oscilla tra Eden e Inferno, cioè tu vedi il positivo e vedi il negativo di questo stesso codice di valore.
Allora, parentesi. Pascoli non è che sia un pirla, eh. Pascoli fa la scelta, fa una scelta diversa, lo capisce anche lui quello, ma fa una scelta diversa che ha dei motivi che se volete dopo posso dirvi in due parole, ma è semplicemente una scelta diversa. Non era sciocco Pascoli.
Diversa è la scelta di Lia. Allora, voi sapete che il narratore dei Malavoglia è un narratore detto regredito e corale, cioè un narratore che narra dal punto di vista di una comunità, assumendo le categorie di una comunità. Allora, Lia è una prostituta, ma è poi vero, è il punto di vista di quella comunità. Il problema è che Lia, a differenza di Mena, ha quel tipo di codice di valore non ci vuole stare. Vuole vivere la sua vita e anche sì, la sua femminilità in un modo diverso. Allora, nel all'interno di quel codice di valori lei è una prostituta, ma è il loro punto di vista. Questo ve lo segnalo perché altrimenti si rischia di perdere di vista la questione del narratore. E da quel punto di vista lì, da quella logica un po', diciamo, ristretta, chiusa, che lei appare come una prostituta. In realtà è una ragazza giovane che vuole farsi la sua vita e quindi, a differenza di Mena, quel tipo di logica non lo accetta. Giusto, sbagliato, ognuno decide per sé. Però vi vi invito a riflettere su questa cosa. C'è una comunità che giudica, no? Assumere le categorie dei personaggi cosa vuol dire? Vuol dire che giudica, giudica in base a un criterio, in base a un codice di valori che però non è la verità, è un codice di valore. Quindi anche in questo caso, vedete, la sorella più piccola eh, non dovete guardarla come quella sfortunata, è solo che ha fatto una scelta diversa, ma è la sua scelta ed è la sua vita. Ok? Quella cosa che ad esempio Mena non riesce a capire, non riesce ad accettare. Mena piange di nascosto quando pensa alla sua sorella, ok? Perché? Perché si vogliono bene, però hanno fatto scelte diverse.
Quindi, in questo caso, punto di domanda, no? Libertà femminile. Punto di domanda. Punto di domanda perché la scelta, e questa è una cosa che al di là dell'esame di stato serve a voi per vivere, le scelte non sono mai a costo zero, mai. Se sono scelte. Mena sceglie e diventa una serva. Lia sceglie e diventa una prostituta dal loro punto di vista. Non è a costo zero. Le scelte non sono mai a costo zero nel bene e nel male. Anche una scelta per il bene ha un costo, ragazzi, sempre. È per questo che bisogna cercare di scegliere, cercare di di non sbagliare, ma scordatevelo, non pensate di vivere una vita senza fare scelte sbagliate. Non è possibile, non è umano. E vi dirò anche di più, da una scelta sbagliata si impara molto. Da una scelta giusta si impara poco. Una cosa fatta bene vuol dire che la sai già fare. Una cosa che la sbagli è una cosa da cui sicuramente puoi imparare. Ok? Mena ha imparato. Lia ha imparato. Come hanno imparato entrambe, quindi una accetta la subordinazione, l'altra invece non ne vuole sapere. Ok? Però se voi leggete il romanzo dite: "Antonio è un disgraziato." Lia è una disgraziata. È una disgraziata. Sì, dal punto di vista di quel codice di valore lì, ma quel punto di vista lì è solo uno. Va bene?
Eh, volevo fare su questa cosa prima di andare oltre, guardo l'ora perché eh, ci sono due cose che volevo dirvi su sui Malavoglia perché i Malavoglia sicuramente sono argomento d'esame e siccome quest'anno si interroga, si sa mai che ha chiesto qualcosa sui Malavoglia. Allora, su quel codice di valore c'è un dibattito, secondo me, molto interessante, cioè sulla vitalità di quel codice di valore. E i miei studenti che sono qua lo dovrebbero sapere in questo discorso qui, se non lo sanno. Allora, c'è chi dice, in relazione al finale dei Malavoglia, a come finisce il romanzo, c'è la celebre pagina dell'addio di Toni, non so se l'avete letto. Eh, quell'addio è il trionfo di quel codice di valori e questo lo dice, ad esempio, un critico della prima metà del 900 che è Russo. È il trionfo perché? Perché Mena rimane dov'è? Perché chi non si allinea viene espulso. Lia e anche Toni alla fine, Toni viene a salutare i suoi fratelli, ma se ne va. Se ne va perché sa che non può rimanere. Ha disonorato la famiglia, ha fatto soffrire la famiglia, ha caricato la famiglia di vergogna, quindi se ne va. E Alessi prova a dirgli: "Rimani", ma glielo chiede una volta sola perché sa che in realtà Toni non può rimanere perché metterebbe la famiglia in difficoltà.
Diversa invece la posizione di Luperini, siamo nella seconda metà del 900, che dice: "In realtà questa pagina finale è il canto del cigno di quel codice di valori. È un codice di valori che la storia ha già superato. Siamo alle soglie di un'epoca nuova." E sono sfumature, no? Sono sfumature, però secondo me è importante, è interessante che guardiate quella stessa cosa, cioè quel codice di valori da due punti di vista diversi. Quel codice di valori è vivo? Sì, è vivo. Ne ha mandati via due. Sta morendo anche. E questo ce lo dice la storia perché perché l'Italia da fine 800 in poi ha percorso un'altra strada. Quanti pescatori ci sono ancora in Italia? Ci sono. Ma come? Allora, quanti quanti contadini ci sono in Italia? Ci sono, ma come? Allora erano quasi tutti. Tenete conto che nel 1861 in Italia, secondo i dati di Tullio De Mauro, c'erano 600.000 persone su 25 milioni che sapevano leggere e scrivere correttamente. 600.000, non so se vi rendete conto. E gli altri? E gli altri facevano quello che potevano per vivere, cioè lavoravano e lavoravano la terra e il mare. Ok?
L'altra cosa che vi volevo dire è uno spunto più che altro. Mh, secondo me una cosa che è stata poco notata è che Verga fa molto i conti con Manzoni, coi Promessi Sposi. Come si chiama la barca che affonda? Si chiama Provvidenza. Più simbolico di questo, il naufragio della Provvidenza. Penso che più simbolico di questo ci sia poco. Altra cosa, Mena ha dei tratti che ricordano il pudore profondo e vivace di Lucia. Questa è la mia opinione. Altra cosa ancora, i Promessi Sposi sono il romanzo di formazione di Renzo anche e i Malavoglia sono il romanzo di formazione di Toni anche. Sono i due personaggi, gli unici due personaggi, Renzo e Toni, che in quei due romanzi, se li leggete bene, cambiano, hanno un'evoluzione perché alla fine il Toni, quando capisce che deve andare via, ha capito quello che gli voleva insegnare il nonno, solo che ormai è troppo tardi. Lo ha capito, adesso lo ha capito, ma non può rimanere. Vorrebbe, ma proprio perché ha capito, sa che deve andare via. Quindi questi due spunti ve li lascio. M secondo me c'è sotto traccia in Verga un confronto coi Promessi Sposi. Tenete conto che tra i Promessi Sposi e i Malavoglia passano 40 anni. È cambiato il mondo tra il 1840 e il 1880. È cambiato e si vede che è cambiato. Si vede che è cambiato perché nel frattempo si è affermata, diciamo così, la sbornia dello scientismo, del positivismo, del di quello che ancora noi oggi patiamo sotto certi punti di vista, perché noi su certi sotto certi aspetti purtroppo abbiamo ancora i difetti di una mentalità scientista e positivista. Ok?
Posso andare avanti? Avete delle domande? Le volete fare alla fine? Forse io cerco di sbrigarmi così da fare da lasciarvi dei punti senza tediarvi troppo.
Passiamo alla metà del 1949, un romanzo per me molto bello, molto famoso che è La casa in collina, Cesare Pavese, che lui ha scritto tra il 47 e il 48, ma è uscito nel 49 insieme a un romanzo del 39 che era Il carcere con il titolo di Prima che il gallo canti. Quindi nel 49 esce Prima che il gallo canti con due romanzi brevi o racconti lunghi, come volete, considerateli come volete.
Nella casa in collina c'è un protagonista che è un insegnante che è anche il narratore, che è un alter ego di Cesare Pavese, che si chiama Corrado. Un insegnante torinese che, siccome Torino è bombardata, siamo nella seconda guerra mondiale, decide di riparare in collina. Chi conosce Pavese sa che la collina è una specie di luogo ontologico, una specie di luogo delle origini ancestrale, anche perché Pavese ci è nato e ci è vissuto da bambino. E in questo suo rientrare in collina per riparare dagli dai bombardamenti, Corrado incontra di nuovo quella che era stata, diciamo così, il suo grande amore della giovinezza, una una ragazza che si chiama Cate. Ehm, ci sarebbe una marea di cose da dire su questo romanzo. Ehm, il titolo stesso della, diciamo, della dittologia, no? Il carcere, la casa in collina, Prima che il gallo canti. Dice tanto. Pavese ha vissuto un rapporto con la guerra, soprattutto con la resistenza, a livello personale, a livello esistenziale, molto difficile perché non si è mai di fatto coinvolto direttamente e ha sofferto di questa, diciamo così, inazione. Ma d'altra parte, se voi leggete il romanzo, vedete che lo esprime proprio chiaramente questo concetto. Gli unici per i quali la guerra sarà finita sono quelli che sono morti, perché quelli che rimangono in vita, per loro la guerra non è finita. Sia che abbiano combattuto, sia che, come me, non se la siano sentita di combattere, non abbiano avuto il coraggio. E anzi, per noi questa divisione continuerà a essere una divisione. Pensate la lucidità di quest'uomo, eh, perché è una specie di profezia dell'Italia nei decenni successivi, senza voler citare Pasolini, ovviamente.
Quindi lui incontra di nuovo Cate che nel frattempo ha avuto un figlio che si chiama Dino, ma che è diminutivo di Corradino. Corrado e per l'età del figlio quel figlio potrebbe anche essere di Corrado. Ok? Ma ovviamente lei a lui non glielo vuole dire se lo è o se non lo è. E perché non glielo vuole dire? Non glielo vuole dire perché di fatto la loro separazione era avvenuta in un momento in cui Corrado non se l'era sentita di fare quel passo in più, no? Nelle relazioni c'è sempre un momento in cui dopo, diciamo, la l'inizio, dopo la fase più, quella che voi chiamate le farfalle nello stomaco, no? A un certo punto bisogna decidere, vedete, decidere se ci impegniamo un po' di più o se non ci impegniamo un po' di più. E e stavo per dire Pavese, Corrado a un certo punto non se la sente di far diventare questo rapporto un rapporto un po' troppo serio e a un certo punto lei, di solito sono sempre le donne che chiudono, gli uomini non hanno il coraggio di farlo. Lei decide di salutarlo. Quando la reincontra lei, lui sul momento non lo non la riconosce, è lei che lo riconosce. Se andate a leggere il secondo capitolo, è lei che lo riconosce perché lei gestisce un'osteria in cui Corrado, benché stia da solo, m diciamo è abituato ad andare e quindi a un certo punto nei vari discorsi lui si sente rivolgere le parole da lei e lei gli dimostra che lo conosce. Lei, lui non lo riconosce, ma lei gli dimostra di conoscerlo e dopo un po' lui la riconosce. Perché dopo un po'? Perché lei è cambiata. Prima era una ragazza, una una ragazzina, una ragazza, adesso è una donna che si è cresciuta un figlio da sola, ha preso in gestione un'osteria e, come vedremo nel romanzo, avrà gli attributi per partecipare direttamente alla lotta partigiana. Tant'è che a un certo punto c'è una una retata nazista, lei scompare in questa retata e non se ne sa più nulla. Perché non la riconosce? È perché lei non è più quella di prima. Lei è una che ha preso sul serio cosa? Quel figlio, si è rimboccata le maniche e si è data da fare, cosa che lui si accorge che invece non era riuscito a fare. E questa cosa qui, questa questa sua capacità di scegliere, vedete, di scegliere, questa sua capacità di scegliere, questa sua femminilità un po' rustica, un po' ruvida, però concreta, esercita ancora un fascino su di lui. Lui si accorge di essere ancora innamorato di lei, ma si accorge che quel rapporto non è più possibile, che comunque lui non se la sentirebbe perché è l'eterno indeciso Corrado, così come forse è l'eterno indeciso Cesare Pavese.
C'è una frase di di quel romanzo che vi volevo leggere, se la trovo. Scusate se non me la ricordo a memoria, eh, abbiate pazienza un attimo. E poco dopo il loro incontro, sentite cosa gli dice Leelia: "Ho sempre faticato e battuto la testa, ma avevo Dino, figlio, non potevo pensare a sciocchezze." E poi sentite che gli dice sotto traccia: "Io ti ho amato, ti amo ancora." Glielo dice. "Mi ricordavo di quello che mi hai detto una volta, che la vita ha valore solamente se si vive per qualcosa o per qualcuno." Beh, diciamo che questo mi fa capire che tipo di personaggio è, tant'è che nella nel nel, diciamo, nello scritto che ho preparato per per questo corso, ho messo Cate quando i pantaloni li indossa una donna, cioè di fatto in quella coppia lì chi è che ha il coraggio di scegliere, che ha il coraggio di portare avanti, di lottare, di intraprendere è lei perché lui non ce l'ha. Per tanti motivi si potrebbe discutere a lungo sul motivo per cui non ce l'ha, ma lui non ce l'ha. E non ce l'ha, anche perché forse ha una sensibilità e un'intelligenza forse persino eccessiva. A volte essere molto intelligenti, avere una sensibilità spiccata e se non sai gestire queste cose finisci per stare peggio piuttosto che stare meglio. A volte meglio una sensibilità, un'intelligenza più pratiche perché in questo mondo in cui viviamo, diciamo così, la vita è forse più semplice, più è anche più gratificante. Però è un personaggio che merita di essere conosciuto, Cate. E so che a Pavese a scuola non io sono tanti anni che non riesco a proporlo ai miei ragazzi. Non ci si arriva. Non è che uno non vuole, so che non ci si arriva, però però varrebbe la pena, anche perché Pavese è uno scrittore enorme, secondo me è anche il più bravo a scrivere gli incipit dei romanzi. E se voi andate a leggere gli incipit dei suoi romanzi, sono tutti memorabili. Tutti. L'avevo avevo stampato anche dei quali incipit della casa in collina, ma lo stesso, insomma, senza citare quello della Luna e Falò che forse è il più famoso, ma non è importante.
Che ore sono? Siete stanchi? Faccio presto. Eh, allora io passerei a Montale. La cosa interessante è che i personaggi più letterari sono quelli di cui abbiamo le foto perché perché eh, le donne in Montale hanno sempre un aggancio molto diretto con la biografia di Montale. E in modo particolare vorrei parlarvi di Clizia, di Volpe e di Mosca, che ovviamente sono dei nomi, diciamo, segnali, cioè dei nomi d'arte, non corrispondono ai nomi eh, che queste donne avevano nella realtà.
Allora, voi sapete che la poesia di Montale è molto è sempre implicitamente o esplicitamente rivolta a un tu. Cioè la poesia di Montale si sostanzia nel dialogo con un tu. E questa è una cosa che pur io non amando molto Montale, gli devo riconoscere. Lui ha molto chiaro che non esiste io se non esisti tu. Non esiste poesia se non c'è condivisione. Nelle Occasioni, 1939, questo tu diventa prepotentemente femminile, cioè diciamo così, come dicono i manuali in modo un po' approssimativo, irrompe il tema dell'amore. In realtà scoprire l'acqua calda nel senso che la poesia è sempre un fatto di amore, ma comunque va bene, un tu femminile, un tu diciamo così amoroso. E ne La bufera, il libro dopo, 1956, scopriamo che questo tu femminile aveva anche un nome che è Clizia. È un nome d'arte, naturalmente. È un nome tratto dal greco e potrebbe essere tratto da un aggettivo *klutos* che vuol dire famoso, potrebbe essere anche tratto dal verbo *kluo* che vuol dire io ascolto. Ma ad ogni modo, nella mitologia greca Clizia era una ninfa che si era innamorata di Apollo, ma Apollo per varie, ma ma poi questo amore non era andato a finire bene. Lei di fatto era morta d'amore ed era stata trasformata nel girasole *heliotropium*, no? Colui che si dice segue il sole, no? Simbolo di dedizione, di fedeltà, eccetera.
Montale risemantizza questa figura perché di fatto la trasforma in una donna angelo, la donna angelo stilnovista. Ehm, cosa vuol dire semantizzare? Vuol dire che tu prendi un significato e lo fai tuo, lo personalizzi, no? Quindi Clizia, che ci dicono gli studiosi di Montale, ispirata soprattutto a questa ragazza qui, Irma Brandeis, che Montale aveva conosciuto a Firenze nel 1933. Clizia è la donna angelo, cioè Clizia è colei che porta la luce, colei che in una realtà buia, chiusa, porta un punto di fuga, porta una possibilità, una possibilità di di qualcosa di diverso che abbia a che fare con, diciamo, qualcosa che si assomiglia al senso, alla felicità, alla verità, qualcosa di questo tipo. Questa questo nome compare di fatto una volta sola ne La bufera, in una poesia terribile e anche molto difficile che si intitola La primavera hitleriana, che trae spunto dal dalla visita che Hitler fece a Firenze al Teatro Comunale a Mussolini nel 1938. E sentite cosa dice: "O la piagata primavera e pur festa se raggela la morte in morte questa morte, cioè magari far morire la morte. No, guarda ancora in alto Clizia è la tua sorte. Tu che il non mutato amor mutata serbi fino a che il cieco sole il te porti si abbacini nel nell'alto e si distrugga in lui per tutti. Io vi chiedo scusa, ma da 40 anni comincio a vedere male. Clizia, la tua sorte è la luce."
Quindi vedete qui la libertà cos'è? La libertà qui è un destino, cioè è una dimensione dell'essere. Tu Clizia sei questo, non è che lo devi scegliere, sei lo sei, quindi devi semplicemente accettarlo. E c'è un verso meraviglioso che è "tu che il non mutato amor mutata serbi" che è una citazione da Dante, cioè sarebbe "tu che conservi l'amore non cambiato pur essendo cambiata tu". È una citazione si ritiene da Dante, è un verso attribuito a Dante in uno scambio di sonetti che lui, come si faceva all'epoca, una tenzone di sonetti poetica che aveva con un poeta che si chiamava Giovanni Quirini. Perché dico che è un verso straordinario questo? E perché forse è di Dante? Perché dice una cosa dell'amore che, a pensarci, è una cosa un po' un po' divina, cioè la capacità pur cambiando di non perdere l'amore. "Tu che il non mutato amor mutata servi." Tu che tu sei cambiata ma non hai perso la capacità di amare. Ragazzi, questo sarebbe l'augurio che bisognerebbe fare a ognuno di noi per tutta la vita. Non so se vi rendete conto cosa vuol dire. I rapporti cambiano, gli amori cambiano, ma tu sei capace, pur cambiata, di non smettere di amare. È per questo che forse questo verso è di Dante, perché non credo ci sia un poeta come Dante capace di conoscere le donne, l'amore, eccetera eccetera.
Naturalmente un poeta come Montale che faccia un riferimento come questo cosa sta dicendo? Oh, io faccio i conti con Dante, quindi Clizia è come Beatrice. Clizia per me è come Beatrice. È una sorella minore di Beatrice, se volete. Ok? Io penso che i poeti facciano bene ad avere coraggio. Sennò cosa scriviamo a fare? Cioè, se scriviamo delle robe che per noi non sono importanti, meglio lasciare perdere. Quindi Montale ha il coraggio di dirci: "Il mio punto di riferimento è un signore che si chiama Dante." Tanto è vero che si dice: "No, Clizia è teofora, Clizia ha caratteri cristologici." Cosa vuol dire? Vuol dire che Clizia è è la mediatrice di Dio, è quella che porta, cioè Dio vuol dire una dimensione, una possibilità ulteriore che non che non coincide col fatto che noi come esseri mortali siamo destinati appunto a finire. Ok, va bene.
Solo che c'è un però, ragazzi. Dante arriva fino in fondo e Montale no. Montale, nuovo del 900, a un certo punto Clizia si dice no, declina, Clizia scompare. E già alla fine, proprio alla fine de La bufera, in una sezione che si intitola Madrigali privati, compare un'altra figura femminile che si chiama Volpe. È chiamata Volpe. Tutti gli studiosi di di Montale sanno che è riferita a una poetessa che si chiama Maria Luisa Spaziani, che è morta nel 2014 e che io ho avuto la fortuna di conoscere. Andai a trovarla a Roma con un amico che è Daniele Melcarelli, con una Punto blu scassata che tra un po' ci lasciava per strada. Andammo a trovare Maria Luisa Spaziani, una bella donna, devo dire. Vediamo se ce l'ho qua. È lei.
Eh, Volpe è un'altra cosa. Clizia è l'essere, il destino della luce, la salvezza che ti dà la luce. Volpe è il destino che ti viene dato dai sensi. È la felicità, la libertà, la salvezza che ti viene data dai sensi, cioè da un amore proprio sensuale, più fisico, più concreto. E sentite cosa dice in una poesia che si intitola Anniversario: "Dal tempo della tua nascita sono in ginocchio, mia Volpe." E cosa vuol dire? Eh, io ti stavo ti stavo aspettando. È da quel giorno che sento vinto il male e spiate le mie colpe. Eh, ragazzi, cosa vuol dire? Tu tu mi rendi felice. "Arse a lungo una vampa sul tuo tetto, sul mio vidi l'orrore traboccare. Giovane stelo, tu crescevi e io al rezo delle tregue spiavo il tuo piumare", cioè il tuo crescere, il tuo maturare. Resto in ginocchio, cioè sono ancora qui che ti aspetto. Eh, il dono che sognavo, non per me, ma per tutti, appartiene a me solo. Non mi interessa più della salvezza del mondo, appartiene a me. Cioè, ringrazio Dio che tu sei venuta qui per me. Dio diviso dagli uomini, dal sangue raggrumato, sui rami alti, sui frutti. Ma io credo che un'onestà come cioè è è bella questa onestà qui, cioè è un è un rapporto diverso, no? È un tipo di amore diverso. Ma in fondo cosa ne sappiamo noi dell'amore? Pensateci, cos'è che sappiamo dell'amore? Effettivamente sappiamo dire davvero cos'è l'amore? Io forse 20 anni fa avrei potuto dirvi: "Sì, posso dire qualcosa." Oggi un po' meno perché la vita eh, sa sa appunto sorprenderti, sa appunto farti capire con tante cose che uno pensava di sapere, non le sa.
L'ultimo personaggio, Mosca. Mosca è la moglie di Montale, si chiamava Drusilla Tanzi. È una donna che ha conosciuto, ha sposato verso la fine della sua vita, ma la conosceva già da molto tempo. La chiamava Mosca perché aveva, diciamo così, una vista molto limitata, aveva degli occhiali come fondi di bottiglia e ne parla soprattutto in Satura. C'è quella famosissima poesia "Scendendo a darmi il braccio", non sto neanche a leggervela perché la conoscete. Chi è Mosca? E Mosca è una è un'altra faccia dell'amore. Mosca è la quotidianità, è la certezza, è quella che c'è sempre ed è la saggezza pratica. Infatti, no, dice: "Io di noi due alla fine chi è che sapeva vedere? Eri te, non io." In quel vedere non parla più della vista fisica, ma parla del saper vivere, di saper stare al mondo. Tu lo sapevi fare, io lo imparavo da te, io un po' meno. Quindi vedete diverse diverse sfumature, no? Diverse sfaccettature. E poi tenete conto che questo tema della vista è un tema che Montale prende dal mondo antico. Eh, è lei in Mosca, prende dal mondo antico. Nell'antichità i sacerdoti, i profeti erano ciechi perché perché la vista fisica impedisce la vista, il famoso terzo occhio, la vista interiore. Quindi eh, la vera vista non è quella fisica, la vera vista è quella di chi sa vivere. E tu sapevi vivere, io no, un po' meno.
Quando quando studierete Montale farete i conti con, diciamo così, la sua versione più novecentesca del tema dell'inettitudine, che è la disarmonia. Cioè, io nel mondo non ci sto bene, nella vita non ci sto bene. Questa è la disarmonia, è il contrario, appunto, dell'armonia che è forse forse il vero segreto per vivere. L'armonia non è, non so come dire, non è il Mulino Bianco, eh. L'armonia va inteso alla greca. *Armozzo* in greco vuol dire intrecciare, cioè armonia vuol dire che tu sai mettere insieme, sai tenere insieme, sai filare insieme tutti gli aspetti della vita in un unico piano, in un'unica in un'unica visione. Quella è l'armonia. Non è che siamo tutti felici e contenti e ridiamo e c'è il mulino che gira con l'acqua, non è quello il mulino.
Quindi caratteristiche diverse. E però una cosa in comune: Montale vede in queste donne un'umanità compiuta, un'umanità potente, un'umanità libera come lui non è, perché Clizia è libera, Volpe è libera, Mosca è libera, almeno più di lui, perciò sono per lui un punto di riferimento. Quindi qui la libertà in che cosa consiste alla fine? Nell'essere se stessi, nella compiutezza. Io sono libero se sono compiuto. Ma essere se stessi, amici miei, è una roba difficile. Prima bisogna sapere chi si è, già questo è non è una cosa banale. Secondo, bisogna, e qui torniamo sul tema iniziale, scegliere di esserlo, accettare e scegliere di esserlo.
Quindi questo è la è quello che io quando leggo queste questi testi porto a casa per me e credo che possa essere utile e interessante anche per voi perché alla fine eh, io vi dico, se la letteratura per voi è solo un così un passatempo, un dovere, è meglio che lasciate perdere, non ne vale la pena. Leggete con la consapevolezza che leggere è un modo per diventare voi stessi, per almeno per conoscervi, che è già tanto. Almeno io per me è sempre stato così: conoscere se stessi, cercare di accettare se stessi, perché alla fine alla fine cosa pensiamo che sia la felicità? Lo siete mai chiesti? Cos'è? Cosa vuol dire essere felici? Io credo che se una felicità esiste, cominci dall'essere se stessi nel bene e nel male. Ok?
Ehm, basta. Direi che potrei anche fermarmi qui, fermarmi qui. Dei Malavoglia vi consiglio di leggere soprattutto i capitoli 1, 2, 15. Della casa in collina soprattutto 2, 3, 4, 5, 6. Della bufera di Montale, vi ho citato La primavera hitleriana, Anniversario, Satura, Ho sceso dandoti il braccio. Ma giusto così per per sapere di cosa stiamo parlando. Dovrebbero essere qui anche. Va bene, io ho finito. Mi sa che sono stato nei tempi. Un'ora.