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Questa è la situazione attuale in Yemen. Una situazione dove nessuno è in controllo pieno del paese e dove ognuno è in guerra per i propri interessi. Il conflitto in Yemen è proprio di una trama degna del Trono di Spade, purtroppo.
Quel che succede in Yemen è, per utilizzare le parole dell’ONU, la peggior catastrofe umanitaria in corso. L’ultimo rapporto ONU sul conflitto parla di oltre 377mila vittime e aggiunge che nel 2021 ogni 9 minuti è morto un bambino di meno di 5 anni. A riprova di questo, Save the Children riporta che un quarto di tutti i caduti civili tra il 2018 e il 2020 erano bambini. Il paese è da anni sull'orlo della carestia. Più di 16 milioni di yemeniti vivono in costante bisogno di cibo e beni di prima necessità. Si tratta di quasi il 65% della popolazione nazionale. È come se, su 59 milioni di italiani, 38 milioni avessero serie difficoltà a reperire anche un singolo pasto al giorno. Stando a Human Rights Watch, 400.000 bambini sotto i cinque anni, su un totale di 2 milioni, rischiano di morire di malnutrizione se non verrà garantita loro assistenza. Tutto questo è il frutto di una guerra. Una sporca guerra per procura. Una guerra finora senza vincitori, ma con solo vinti.
Lo Yemen è uno dei più antichi luoghi abitati del pianeta, una nazione dalla bellezza paesaggistica sfaccettata, con canyon, deserti, oasi e lunghe coste incontaminate. Al posto dell’attuale origine semitica del nome odierno, gli antichi romani si riferivano alle regioni più meridionali della Penisola Arabica con il termine di Arabia Felix, un’area ricca di spezie, incensi e snodo di scambi commerciali con Africa e India. Considerando quel che accade oggi in Yemen, quel Felix è decisamente surreale.
Lo stretto di Bab El Mandeb è un punto strategico per tutti i traffici che collegano il Mar Rosso – e quindi il Mediterraneo – con l’India e il Sud Est Asiatico. E Aden è la città che da secoli ha fatto da punto di controllo per l’accesso a questo stretto. I primi europei a comprenderlo bene furono i britannici, tanto che nel 1839, i territori meridionali dell’attuale Yemen entrarono nell’orbita dell’Impero di sua maestà. Il porto di Aden fu occupato e trasformato in colonia, mentre il nord del paese restò sotto la dominazione ottomana, persistente da oltre 300 anni nella zona. Il Nord sarebbe diventato un regno indipendente soltanto quando l’impero turco collassò a seguito della Prima Guerra Mondiale. Per quasi 50 anni lo Yemen continuò ad essere un’entità separata in due: un Nord più popoloso, con capitale Sana’a, e un Sud quasi del tutto disabitato, eccezion fatta per le strategiche coste sotto giurisdizione britannica.
Nel 1962 un gruppo di militari nazionalisti, sostenuti e ispirati dal presidente egiziano Nasser, misero in atto un colpo di stato nel nord: occupata la capitale Sanaa, costrinsero il sovrano Muhammad al-Badr a rinunciare al trono, proclamando la nascita della Repubblica Araba dello Yemen. L’episodio scatenò una prima guerra civile destinata a durare sino al 1967: in questo conflitto, le potenze regionali non stettero a guardare. L’Egitto finì per appoggiare il nuovo governo repubblicano, mentre Siria e Arabia Saudita si schierarono, all’opposto, in favore della monarchia. Per ben 8 anni lo Yemen avrebbe sperimentato un lungo, doloroso assaggio del significato di “guerra civile”. Il conflitto si concluse nel 1970, quando, nonostante la disastrosa ritirata egiziana, la famiglia reale yemenita si vide alla fine costretta a rinunciare definitivamente al trono e ammettere il riconoscimento della Repubblica del Nord.
Nel sud, invece, i britannici si erano ritirati già a partire dal 67, a causa delle pressioni esercitate da gruppi insurrezionalisti sostenuti sempre dall’Egitto di Nasser. Gli Europei lasciarono il controllo di Aden a un nuovo stato sovrano: la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen del Sud. Una nazione con un regime di ispirazione marxista, l’unico di questo tipo nella penisola arabica. Le posizioni filomarxiste di Aden contribuirono fin da subito all’isolamento del nuovo stato, guardato con sospetto dalle monarchie della regione (in fin dei conti, se ci pensiamo, lo Yemen è ancora oggi l’unica repubblica dell’area), le quali temevano la pericolosa espansione di ulteriori movimenti rivoluzionari. La guerra fredda, poi, contribuì ad esacerbare le tensioni: un po’ come nella penisola di Corea e la Germania, anche lo Yemen era polarizzato a livello politico-ideologico. Il Sud, inutile dirlo, essendo socialista e filo-sovietico, non combaciava con il modello politico dello Yemen con capitale San’a, e le due brevi guerre tra Nord e Sud negli anni 70 dimostrarono che la politica yemenita non era ancora riuscita a fare i conti con il proprio passato.
Nel 78 però ci fu una svolta improvvisa: nella parte Nord salì al potere un Colonello delle forze armate, Alì Abd Allah Saleh e destinato a restare al potere per oltre un trentennio. Avvalendosi del GPC, il Congresso Generale del Popolo, più che un partito politico tradizionale, una sorta di strumento di potere per dispensare favori e tutelare gli intessi delle reti clientelari, Saleh diventò in breve il padre padrone della nazione. A fare le spese della dittatura furono dissidenti ma soprattutto i così detti “marginalizzati”, gli Al-Akhdam, il quasi 13% della popolazione yemenita. Lo Yemen è in effetti ancora oggi una nazione fortemente gerarchizzata con caste rigidissime. Ai vertici troviamo i più fortunati, i sada, i membri dell’elité religiosa islamica; gli Akhdam sono paragonabili a dei veri e propri schiavi, dei reietti discriminati della società ai quali sono lasciati i lavori più degradanti e avvilenti. Messa in prospettiva, non sono tanto diversi dagli intoccabili che troviamo in India. Un proverbio Yemenita li descrive con queste parole: “Se il tuo piatto viene toccato da un cane, puliscilo. Se viene toccato da un Akhdam, rompilo”.
È in questa società frammentata che, nel 90, negli anni del crollo dell’Unione Sovietica, si ebbe l’unificazione tra i due stati, sempre sotto la guida dell’inamovibile Saleh. La riunificazione, peraltro, fu percepita fin dal principio dal sud per quello che era: un’annessione indesiderata. Attraverso una manipolazione del sistema elettorale che premiava le regioni più densamente popolate (quindi quelle del Nord), gli yemeniti del sud furono da subito estromessi dal governo, dagli impieghi pubblici, dall’esercito, dalla redistribuzione delle terre e dai proventi del settore energetico, e ciò nonostante circa l’80 per cento dei giacimenti di petrolio e gas si trovasse proprio nel versante meridionale. Tutto questo spiega per quale ragione nel 1994 ci fu un tentativo di golpe da parte di militari e politici di fede marxista, con l’obiettivo di realizzare la secessione del sud e ricostituire un nuovo governo indipendente; il tentativo non ebbe successo e venne stroncato da Sanaa in appena quindici giorni.
La soppressione servì soltanto a inasprire gli animi: nei primi anni 90, nella regione nord-occidentale del paese, tra Sa’das e la capitale San’aa, si andò formando un’organizzazione che in origine era più che altro una setta religiosa fondata dal clerico zaidita Hussein al-Houthi. In quanto zaidita sciita, Hussein era molto vicino ideologicamente e politicamente all’Iran e intesseva ottime relazioni con il leader supremo persiano, Ali Khamenei, così come anche l’altra realtà sciita in Medio Oriente, la libanese Hezbollah. Il movimento di Hussein inizialmente si chiamava “la Gioventù Credente” e soltanto con la radicalizzazione dovuta all’inasprirsi dei rapporti con il governo Centrale, il gruppo assunse il nome di Ansar Allah, letteralmente i partigiani di Dio, altresì noti anche con il termine di Houthi. Gli scontri tra le forze di Saleh e i partigiani di Dio scoppiarono in tutta la loro forza nel 2004. Gli Houthi accusavano Saleh di corruzione estrema, incapace di mantenere il multipartitismo della Repubblica e di alto tradimento nei confronti del popolo Yemenita non solo per l’essersi aperto alle relazioni con i Sauditi, da sempre inquadrati nell’ottica di stranieri e invasori, ma anche per l’essersi venduto ai governi occidentali. Il pugno duro di Saleh fece il resto. Molti yemeniti del Nord appoggiarono le idee sostenute dagli Houthi: l’inefficienza del governo e il timore di diventare una provincia in mano ai giochi di potere sauditi, la tradizionale culla del Wahabismo islamico ostile alla minoranza zaidita, furono un grande incentivo per il reclutamento di nuovi membri di Ansar Allah. Non a caso, la minoranza sciita zaidita in Yemen è concentrata proprio nel nord-ovest, il territorio che ancora è in mano agli Houthi, e per decenni ha subito un processo di sunnificazione da parte della maggioranza religiosa nel paese. Anche se non tutti gli sciiti zaiditi sono houthi, e non tutti gli houthi sono sciiti zaiditi.
Tutto cambiò nel 2011. Sull’onda delle presunte primavere arabe e di nuove rivolte popolari ordite proprio dagli Huthi il lungo “regno” del padre padrone dello Yemen ebbe termine: il 27 febbraio di quell’anno Saleh si dimise, cedendo il posto al suo vice Abd Rabbih Manṣur Hadi. Formalmente insediatosi alla presidenza della Repubblica, Hadi tentò in extremis un accordo con gli Huthi, per una condivisione del potere, concedendo loro una riforma istituzionale che gli avrebbe fatto acquisire un maggior peso politico e modificando l’assetto del paese in sei regioni federali. Gli Huthi, però, si dichiararono insoddisfatti delle proposte e irritati dall’annunciata decisione governativa di un taglio ai sussidi, nel mese di gennaio 2015, guidati dal generale Abd al-Hafiz al-Saqqaf, attuarono un colpo di stato, invocando le dimissioni di Hadi; a questo si aggiungeva la generale crisi economica e sociale del paese – già allora il più povero del mondo arabo - afflitto da gravissimi problemi come disoccupazione e inflazione alle stelle.
Con una mossa a sorpresa, gli Houthi tornarono da chi non ti aspetti: Saleh. Gli Houthi volevano legittimità politica e Saleh, senza più una presidenza, era disposto a concedergliela per tornare alla ribalta. Saleh aveva ancora dei militari a lui fedeli e per questo li inviò a supporto dell’offensiva dei ribelli. Nonostante il sostegno degli alleati stranieri, sauditi, emiratini e americani in testa, Hadi fu così costretto a dimettersi a lasciare il potere al presidente ad interim del Parlamento, figura considerata vicina all’ex presidente Saleh, ma, anche stavolta, il nuovo governo non fu riconosciuto dagli Huthi, che a febbraio dello stesso anno dichiararono sciolto il Parlamento, trasferirono il potere ad un Comitato rivoluzionario e, dal Nord, si impadronirono della capitale Sanaa. La mossa costrinse a una fuga rocambolesca Hadi, che non ebbe altra scelta che riparare nella sua città natale, Aden. Nella nuova sede istituzionale Hadi dichiarò alla televisione di stato di essere l’unico presidente legittimo dello Yemen - ancora oggi il suo è l’unico governo riconosciuto a livello internazionale - disconoscendo il golpe degli Huthi e proclamando Aden capitale transitoria. A sua volta il leader degli sciiti, Abd al-Malik al-Ḥuthi, parlando sempre alla televisione, dichiarò pubblicamente il suo impegno contro i terroristi islamici, tra i quali non solo erano annoverati i membri di Al Qaeda, ma anche gli uomini di Hadi. Nel frattempo Hadi, cinto d’assedio nella città di Aden, già a fine marzo dovette rifugiarsi a Riad, capitale dell’Arabia Saudita, dove tuttora risiede. Gli Huthi effettivamente riuscirono ad entrare ad Aden ai primi di aprile, ma la città sarebbe stata ripresa dai lealisti nell’estate dello stesso anno; a quel punto ai sauditi si accese una lampadina: se non interveniamo ora in Yemen, qui si rischia grosso.
Al di là della spiegazione ufficiale – quella di difendere un governo internazionalmente riconosciuto – le vere motivazioni per l’intervento saudita in Yemen erano molte: l’Arabia condivideva un confine di migliaia di chilometri con una nazione sull’orlo della guerra civile; una nazione dove chi rischiava di finire al potere era un clan sciita, alleato dell’Iran. E uno Yemen in mano agli Houthi avrebbe significato per i sauditi la rovina. L’isolamento totale. Al blocco dello stretto di Hormuz, si sarebbe aggiunto quello dello di Bab El Mandeb, e addio ai miliardi di barili esportati nel mondo. Niente export, niente petrodollari. Niente soldi, niente potere. Ed ecco che l’incubo di un’Arabia Saudita in versione Yemen ma più esteso poteva diventare realtà. Questo scenario tanto bastava al principe ereditario Bin Salman per isolare economicamente lo Yemen e muovere l’esercito di terra e aria nei territori nord-occidentali. Per convenzione, l’inizio dell’operazione saudita Decisive Storm è datata al 26 marzo 2015. Come in altri casi nella storia medio-orientale, L'Arabia Saudita non aveva un mandato del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, di conseguenza in molti, tra cui la stessa Human Rights Watch hanno giudicato quell’attacco illegale e indiscriminato. Per togliermi qualche dubbio di troppo, ho chiesto al buon caro professor Aldo Giannuli la sua opinione al riguardo: la risposta su Whatsapp è stata questa: “Si e no è discutibile che i sauditi abbiano diritto a intervenire. Peraltro si discute pure sulla legittimità del governo yemenita. Roba da scriverci un trattato”. E poi “Porsi problemi di legittimità in un contesto come quello è come porsi problemi di etichetta in una cena di antropofagi”. Poesia pura. Già che ci sono vi consiglio la serie sulla geopolitica degli Stati Uniti che Aldo sta tenendo sul suo canale YouTube. Ve la link qui sopra.
Ma tornando alle considerazioni internazionali di questa cena per antropofagi: la stessa Amnesty International, nel 2018, titolava, riprendendo un articolo del Washington Post: “Gli Stati Uniti non dovrebbero prender parte ai crimini di guerra in Yemen”. Il riferimento non era soltanto alla vendita di armi, ma anche all’invio di mercenari attraverso la compagnia militare privata Academi, un tempo nota come Blackwater. L’intervento militare di sauditi ed emiratini è avvenuto prevalentemente tramite l’aeronautica, che ha bombardato a più riprese Sanaa ed altri centri urbani in mano ai ribelli, con l’obiettivo di bloccare l’avanzata degli Huthi nel territorio. Stando a questo grafico fornito dallo Yemen Data Project, l picco degli assalti aerei della coalizione è stato l’ottobre 2015, con più di 900 bombardamenti in 30 giorni. 24,600 raid in totale, dal 2015, con una media di 10 al giorno. Gli attacchi sauditi sono stati spesso indiscriminati: stando allo Yemen Data Project, un terzo dei bombardamenti sauditi hanno colpito zone “non militari”, tra cui ospedali, scuole e aree residenziali. E pure funerali e matrimoni. Una chiara violazione del diritto internazionale umanitario. Nei fatti, al di là dei proclami ufficiali, la guerra civile in Yemen fin da subito si è sostanziata in un conflitto per procura tra il fronte arabo sunnita, vicino al governo di Hadi, e quello sciita che fa capo ai ribelli Huthi, sostenuti dall’Iran, divenendo terreno di scontro tra i due tradizionali nemici del Medio Oriente.
L’alleanza che gli Houthi intessevano con Saleh sarebbe invece durata fino al 2017. Saleh si offrì di porre fine all’offensiva qualora Riyadh e Abu Dhabi avessero promesso di rimuovere l’embargo e cessare le operazioni militari. Gli Houthi non la presero bene, tant’è che neanche due giorni dopo la conferenza, Saleh venne ucciso da un cecchino mentre fuggiva dalla capitale. L’atto venne rivendicato dai ribelli e la cosa non fece guadagnar loro popolarità. Anzi, fece avvicinare i sostenitori di Saleh ai gruppi governativi già in guerra con gli Houthi. A complicare il quadro sono state l’altra grande incognita nel territorio: le cellule dell’AQAP, l’Al Qaeda nella penisola arabica. Formatosi nel 2009 da branche yemenite e saudite, l’Aqap approfittò del caos e delle proteste per diffondersi nell’esteso governatorato dell’Hadhramaut, di Marib e di alcune zone costiere, compiendo attacchi contro obiettivi civili e non. Al momento attuale, però, l’azione dell’AQAP è stata fortemente tamponata, specie per via dell’offensiva messa in atto con armi e droni statunitensi, uno dei quali neutralizzò nel 2015 il capo fondatore dell’organizzazione – Nasir al Wuhayshi - per cui di fatto le cellule dell’Aqap non sono più in possesso stabile di alcuna parte dello Yemen. L’azione di contrasto dei terroristi ha visto la collaborazione di USA ed EAU, questi ultimi alleati per l’occasione con Israele. Nel marzo del 2017 il presidente americano Donald Trump, nell’ambito della lotta al terrorismo islamico, autorizzò più di venti bombardamenti sulle postazioni yemenite di Al-Qaida e nel 2021 la stessa Amministrazione Trump aveva incluso gli Huthi nell’elenco delle organizzazioni terroristiche internazionali.
Per la cronaca anche l’Arabia Saudita, nel 2016, era stata inserita dall'Onu nella lista degli Stati colpevoli di crimini di guerra contro i bambini, ma nel giugno 2020 la sua posizione è stata stralciata dopo che il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Gutierrez, ha verificato che i sauditi avevano messo in atto tutte le misure per proteggere i civili dai bombardamenti. Ma le critiche non sono mancate perché, secondo alcuni, L’ONU avrebbe fatto orecchie da mercante. I Paesi Bassi hanno poi tentato di presentare alle Nazioni Unite un'indagine internazionale sulle violazioni dei diritti umani e sui crimini di guerra nello Yemen. Tuttavia, come riportato da Middle East Eye, sotto pressione dell'Arabia Saudita, degli Stati Uniti e del Regno Unito, Amsterdam ha dovuto cedere e ritirare la richiesta. Gli olandesi erano motivati da ragioni sensate. La lista dei crimini di guerra e contro i civili consumati durante il conflitto è lunga e terrificante. In numerosi rapporti diramati da diverse organizzazioni internazionali vengono documentate un’infinità di violazioni delle convenzioni di guerra a partire dall’utilizzo di armamenti proibiti, come le bombe a grappolo. Si stima che dall’inizio della guerra ci siano stati più di 26mila bombardamenti, molti dei quali messi in atto dai sauditi nell’erronea convinzione di risolvere rapidamente il conflitto con una sorta di guerra lampo: in questi termini, si sarebbe espresso il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, parlando nel 2015 con l’allora direttore della CIA John Brennan. Ma come sempre, sono proprio gli innocenti a pagare il prezzo più salato. Il 60 per cento dei bambini non è più potuto andare a scuola, semplicemente perché la quasi totalità degli istituti scolastici sono in rovine, mentre l’Occidente – lungi dal bloccare questa ecatombe – ha lucrato sulla vendita di armamenti (con droni americani o armi provenienti da britannici ed italiani). Come riportato nel report “Death By Drone” del portale di informazioni umanitarie Reliefweb, si mette chiaramente in dubbio l’affermazione fatta dall’ex presidente americano Barack Obama nel 2013, secondo cui i droni militari sarebbero stati impiegati soltanto con la quasi-certezza di non colpire obiettivi civili. Come sottolineato: “I nove studi di casi documentati in questo rapporto forniscono prove credibili di un attacco di droni che ha coinvolto 12 persone, tra cui una donna incinta”. A giugno 2022, l’amministrazione Biden, che ha annunciato di voler rivalutare l’accordo multimiliardario decennale fatto da Trump con i Sauditi, non ha rivelato se e quando verrà interrotto il coinvolgimento statunitense nella guerra.
Ma anche l’altro lato della medaglia non si salva da questa ignominia: chi rifornisce Ansar Allah? La risposta è retorica: il fronte sciita in Iran è il primo indiziato. Da parte sua l'Iran ha sempre affermato di sostenere politicamente gli Houthi, pur negando di inviare armi o droni. Tuttavia, il sequestro di navi nell’Oceano Indiano, battenti bandiera iraniana e contenenti un numero indefinito di armi e munizioni dimostra il contrario. Inutile dire che pure gli Houthi non si siano risparmiati con i crimini di guerra: lo testimoniano l’uccisione di 22 civili, con razzi Katyusha lanciati contro i mercati e quartieri residenziali del centro di Taiz, oppure – come riportato da Human Rights Watch – il reclutamento di bambini-soldato e l’utilizzo – vietato – di mine antiuomo. L’Iran vede i ribelli in Yemen come un “asse della resistenza” contro Israele e Stati Uniti. Eppure, secondo alcuni analisti intervistati da Al Jazeera – a differenza di altri proxy in Iraq e Siria, gli Houthi non prendono ordini dagli iraniani; ne accolgono favorevolmente il sostegno, ma non sono loro dipendenze. E a proposito dell’invio di armi, le denunce alle principali aziende produttrici di armi non sono mancate. Per restare al nostro paese, l’Osservatorio Diritti ha rilevato che solo nel primo semestre 2020 il governo italiano avrebbe inviato armi a sauditi ed emiratini (tra pistole e fucili semiautomatici) per un valore di 5,3 milioni di euro. Senza contare le bombe. A gennaio 2021 l’export è stato bloccato dal governo italiano, ne abbiamo già parlato in questo video e non voglio ripetermi, ma torniamo un attimo al conflitto: nel mese di aprile del 2017 maturò una prima frattura all’interno del fronte “lealista” guidato da Hadi: i governatorati meridionali, vicini agli Emirati Arabi Uniti, pur restando fedeli all’alleanza contro i ribelli, diedero vita ad una sorta di governo autonomo, il Consiglio di Transizione del Sud, distinto rispetto a quello di Hadi e con un vero e proprio governo ad Aden mirato a prendere il posto di quello legittimo di Sana’a. In ogni caso questi contrasti interni non ebbero alcuna influenza sul conflitto in corso.
Sebbene un accordo di massima sul cessate il fuoco, i combattimenti non si arrestarono mai del tutto, complici le nuove tensioni tra USA ed Iran per la questione del nucleare: niente nucleare sviluppato in Iran, e l’occidente toglie le sanzioni. Washington per rinegoziare gli accordi chiedeva a Teheran di ritirare il sostegno agli Huthi -, cosa non fatta, e per cui alla fine i combattimenti ripresero. Altro evento cardine è stato quando nel 2019 gli Emirati Arabi maturarono la decisione di ritirarsi dal teatro di guerra. Gli Emiratini hanno certamente valutato i danni d’immagine derivanti dal persistente e diretto coinvolgimento nel conflitto, assieme ai crescenti contrasti con l’alleato saudita. In aggiunta, gli Emiratini hanno notato fin da subito le difficoltà incontrate dai sauditi via terra, sulle montagne del nord dello Yemen. E hanno imparato la lezione. In aggiunta i loro obiettivi differivano da quelli dei Saud: se lo scopo dei sauditi nell’intervento era principalmente quello di ribadire con la forza il loro ruolo di potenza regionale e ristabilire un ordine che li favorisse nelle principali regioni dello Yemen, gli emiratini perseguivano più che altro l’obiettivo di controllare soltanto alcune aree strategiche del paese, cosa che hanno realizzato grazie ad una fitta rete di alleanze locali, con cui garantirsi un’importante influenza nelle aeree portuali e costiere, come il porto di Aden ed una serie di scali “minori”, importanti per il controllo dei traffici di idrocarburi (al-Mukalla, al-Siḥr, Ruḍum, Balḥaf, Nisṭun e al-Gayḍa, cui si aggiungono le isole di Socotra e Barim, di cui abbiamo già parlato in questo video). Gli Emiratini hanno attuato una visione più scaltra, di lungo periodo, alla maniera cinese per dirla in altre parole. Hanno lasciato il lavoro sporco ai sauditi e hanno scelto vie traverse per vincere la loro guerra. Stabilire basi commerciali e acquisire nuove postazioni, gli obiettivi da perseguire. In fin dei conti, una mentalità da Impero Britannico, proprio quell’impero da cui gli Emirati ottennero l’indipendenza nel 71. Conseguito tale risultato, nella valutazione degli emiratini, i costi della partecipazione al conflitto superavano di gran lunga i benefici, per cui meglio ritirarsi da quella che alcuni hanno definito “il Vietnam saudita”.
Ad oggi, stando alle parole dell’inviato speciale americano Tim Lenderking, dopo questi 7 anni tutte le parti hanno probabilmente maturato la consapevolezza dell’impossibilità di una vittoria militare. In effetti, il recente tentativo degli Huthi di avanzare nella regione di Marib, ricca di risorse naturali (gas e petrolio), è stato bloccato dalle forze governative e gli attacchi droni degli stessi ribelli in Arabia – peraltro durante le prove dei mondiali di Formula1 - contro la capitale Riad, la città di Jedda, gli stabilimenti petroliferi Aramco, come anche quelli contro l’Aeroporto emiratino di Abu Dhabi non hanno sortito alcun risultato di rilievo. Inoltre, la situazione interna ai due Yemen non è affatto pacifica. Il nord controllato dagli Huthi è caratterizzato da un regime fortemente centralizzato e repressivo verso ogni forma di dissenso che sta creando diversi incidenti, come ad esempio l’irruzione nell’ambasciata statunitense di Sanaa del novembre 2021, dove gli impiegati presi in ostaggio erano yemeniti e non americani. E non vanno certo meglio le cose per il governo lealista del sud, che continua ad avere problemi col Consiglio di transizione secessionista, il quale controlla la principale isola dello strategico arcipelago di Socotra, ma che soprattutto deve fronteggiare a sua volta le proteste della popolazione, esasperata da anni di sofferenze e privazioni. Niente elettricità, niente acqua potabile, e quindi epidemia di colera, niente carburante per le auto, prezzi del cibo irraggiungibili per il cittadino comune, alcuni di quali sono arrivati al punto – stando a quanto riportato da Al Jazeera – da vendere letteralmente un rene al prezzo di 5-10.000$ per tirare avanti. Organi che poi sono rivenduti a clienti benestanti degli altri paesi del golfo al prezzo di 100.000$.
Il futuro incerto è dato anche dall’attuale presidente: Hadi, da anni in esilio in Arabia Saudita e all’età di 77 anni, non godendo di buona salute, ai primi di aprile 2022, ha lasciato i poteri al consiglio presidenziale, nella speranza di avviare una fase di transizione, accolta con favore da sauditi ed emiratini, che hanno annunciato nuovi aiuti finanziari per la ricostruzione. Pacificare l’area è di fondamentale importanza. Anzitutto ristorerebbe parzialmente la sicurezza dei traffici nel mar Rosso: pensiamo solo al già menzionato stretto di Bab el-Mandeb, dal quale transita circa l’8 per cento delle forniture mondiali di petrolio, o al rischio del formarsi di nuovi foreign fighters di matrice integralista, che approfittino del conflitto per dare vita a nuove cellule terroristiche. Una ulteriore ragione a favore della pace – se mai ce ne fosse bisogno - potrebbe discendere dal raffreddamento delle relazioni tra gli stati del Golfo (sauditi e emiratini) dovuta alle guerre ucraina e siriana: le due monarchie assolute, difatti, non ne vogliono sapere di aderire alle sanzioni contro la Russia e di aumentare la propria produzione di greggio per compensare le mancate forniture di Mosca, senza contare che i sauditi si sono mostrati interessati alla possibilità di accettare lo yuan (in luogo del dollaro) per le vendite di greggio ai cinesi. Ma porre fine alla guerra avrebbe forse il beneficio più grande di tutti: la fine di una catastrofe senza pari.
Dopo sette anni di una guerra dimenticata, raramente menzionata dai media nostrani, l’Arabia Saudita e la coalizione filogovernativa non hanno mai subito alcuna sanzione, nonostante i ripetuti bombardamenti sulle vittime civili, e nei fatti non è mai stata consentita la creazione dei corridoi umanitari, se non nell’ultimo mese. Così come l’attuale guerra in Etiopia, in Tigray, quella yemenita è un tristissimo esempio del famoso adagio “Due pesi e due misure”. Atroce simbolo del conflitto, suo malgrado, è divenuta Amal Hussain, la bambina yemenita di sette anni morta per inedia nel 2018 in un campo profughi, “Una catastrofe senza precedenti” la definì nel 2016 Stephen O’Brien, vicesegretario per gli affari umanitari delle Nazioni Unite: peccato che l’ONU in sette anni non abbia saputo trovare la giusta strategia per mettere fine all’ecatombe. The Globalist il 25 marzo scorso riferiva che: “Al momento la comunità internazionale ha stanziato solo il 30 per cento di quanto richiesto dalle Nazioni Unite per rispondere all’emergenza nel 2022, in media appena 15 centesimi al giorno per singolo abitante”, mentre si stima che più della metà degli yemeniti sopravviva solo grazie agli aiuti umanitari. In questo video, che come vedete non ha sponsorizzazioni per questioni di mia etica personale dato l’argomento a cui tengo particolarmente, noterete qui in alto a destra una casella per donazioni a quest’organizzazione non-profit. L’ho inserita per far sì che tutti insieme possiamo dimostrare, nel nostro piccolo, un po’ di sostegno alla popolazione yemenita. Grazie a tutti.
Lo stesso quotidiano the Globalist scrive – correttamente - come non debbano esistere vittime di serie A e di serie B, come non dovrebbero esserci guerre da copertina e guerre dimenticate: il problema è che su queste affermazioni siamo tutti d’accordo a parole, ma i fatti disegnano una realtà ben diversa. A peggiorare ulteriormente la situazione degli yemeniti è intervenuta proprio la crisi in Ucraina, visto che circa il 42 per cento del grano importato proveniva proprio dalla nazione in guerra. Il conflitto ha praticamente bloccato le importazioni, determinando un aumento dei prezzi, a cominciare da quelli del pane. Secondo l’UNDP nel 2022, ove il conflitto non si fermasse, lo Yemen non solo si confermerebbe uno stato fallito – al pari di Libia o Somalia – ma diventerebbe in assoluto lo stato più povero del pianeta, peggio dell’Afghanistan. E questo nonostante la presenza di ricchi giacimenti di petrolio sfruttabili e una posizione strategica per i traffici commerciali resi ancora più interessanti dopo gli scenari aperti dalla crisi in Ucraina, che offrirebbe importanti prospettive di sviluppo per il paese e per il suo popolo, a condizione naturalmente che si raggiunga la pace. E servirebbe anche una maggiore copertura mediatica. Perché è chiaro che, in questa guerra senza quartiere, il silenzio serve solo a chi ci guadagna dal conflitto, non alla popolazione civile. Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia, commentando il conflitto in Yemen, ha parlato di “Una vergogna internazionale” aggiungendo che: “Quello che continua a succedere in Yemen, nel silenzio dei grandi decisori internazionali, è una vergogna che intacca il senso stesso di umanità”. Chi mai potrebbe dargli torto? Per aspera ad astra, Yemen.