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(Canto 7) Inferno: Spiegazione e Analisi | Dante Alighieri: Divina Commedia

Letteratura Italiana - Patrick Cherif13:30

Transcription

Ciao, sono Patrick Cieli e oggi vediamo in cinque punti il settimo canto dell'Inferno.

Prima di continuare, se trovi difficile l'Inferno di Dante, ti comunico che ho scritto il mio libro completo di parafrasi, commento, riassunto e spiegazione di tutti i canti dell'Inferno. Si tratta di una guida chiara e schematica che ti permetterà di superare tutte le tue difficoltà legate alla Divina Commedia. Trovi il link in descrizione e nel primo commento.

La prima cosa da dire riguardo a Pluto. Pluto è la creatura infernale posta guardia del quarto cerchio e il suo aspetto animalesco richiama la lupa che abbiamo incontrato nel primo canto. Infatti, la lupa era allegoria dell'avarizia, avarizia che è appunto punita nel quarto cerchio. Dante dà di Pluto una rappresentazione diversa da quella che la creatura infernale aveva nella mitologia classica, esattamente come avvenuto per la figura di Minosse. Tuttavia, gli studiosi non riescono a capire se si tratti del dio greco delle ricchezze, Pluto, o di Ade, Plutone, sposo di Proserpina.

Pluto pronuncia una frase strana nel momento in cui vede Virgilio è Dante: "Pape Satan, pape Satàn, aleppe!". Tale frase, però, ha un significato e sono dunque da rifiutare tutte quelle ipotesi che vogliono che queste parole siano prive di senso. Infatti, tali parole hanno un senso in quanto si tratta di una bizzarra e strana invocazione a Satana, Lucifero, di cui Pluto è allegoria. Tale frase ha numerose analogie con il francese "l'appel" e l'ebraico "el" e più o meno significa "o Satana, o Satana re dell'Inferno". Tuttavia, Virgilio mette immediatamente a tacere Pluto con una formula già usata nei confronti di Caronte e di Minosse. Dunque, Pluto, secondo uno schema narrativo ricorrente, come tutte le altre creature infernali, cerca inutilmente di impedire il viaggio di Dante.

La seconda cosa da dire riguarda gli avari e prodighi che sono puniti nel quarto cerchio dell'Inferno. Queste anime dannate sono costrette a spingere un enorme masso con il loro petto e sono divise in due schiere: una schiera è quella degli avari, l'altra quella dei prodighi. Cari schiere si muovono in direzioni opposte, spingendo appunto questo masso e giunti alla meta del cerchio si scontrano tra loro e si rinfacciano a vicenda gridando il proprio peccato. Poi si voltano e riprendono a muoversi nell'altra direzione per giungere nuovamente nell'altra metà del cerchio, scontrarsi e insultarsi nuovamente.

La pena degli avari e prodighi segue la legge del contrappasso, che funziona per analogia ma anche per contrasto. Per analogia, in quanto gli avari e prodighi fecero durante la loro vita un'azione inutile, ossia quella di accumulare e sperperare ricchezze, e adesso all'Inferno compiono il gesto inutile di spingere un masso. Sempre per analogia, gli avari e prodighi durante la loro vita furono privi di conoscenza a causa del loro eccessivo amore per la ricchezza e adesso nell'Inferno il loro aspetto è irriconoscibile. Per contrasto, invece, gli avari e prodighi quando erano in vita mantennero segreta la loro colpa e invece adesso nell'Inferno si rinfacciano reciprocamente gridando il loro peccato.

Nel quarto cerchio sono puniti dunque due peccati opposti: l'avarizia e la prodigalità, ed entrambi questi peccati vengono meno al principio aristotelico "in medio stat virtus", in quanto sia gli avari che i prodighi non ebbero la giusta misura nei confronti del denaro. Gli avari furono troppo stretti e i prodighi troppo larghi. E bene precisare che i prodighi non devono essere confusi con gli scialacquatori, che sono puniti nel secondo girone del settimo cerchio. Infatti, il peccato di prodigalità consiste nello spendere troppo generosamente il proprio denaro. Gli scialacquatori, invece, hanno commesso il peccato di sperperare fino ad esaurire tutto il loro patrimonio.

Dante in questo canto condanna soprattutto l'avarizia e porta avanti un'aspra critica contro la corruzione diffusa tra le gerarchie ecclesiastiche. Infatti, nel quarto cerchio, tra gli avari, Dante vede un grandissimo numero di anime che portano la tonsura e che dunque li caratterizza come chierici, e Virgilio stesso dice a Dante che tra le anime degli avari ci sono tantissimi papi e cardinali. Tuttavia, Dante per la prima volta non nomina nessuna di queste anime. A livello narrativo, il fatto che non le nomini può essere legato al fatto che tali anime hanno l'aspetto irriconoscibile, ma secondo alcuni studiosi potrebbe essere anche dovuto alla necessità e alla volontà di Dante di mantenere una condotta prudente, in modo tale da non inimicarsi le alte gerarchie della Chiesa. Tuttavia, tali ipotesi non regge, in quanto nel diciannovesimo canto Dante cita esplicitamente il simoniaco papa Niccolò III, il quale a sua volta profetizza la futura dannazione di Bonifacio VIII e Clemente V. Inoltre, Dante in altre parti del poema si slancia in aspre invettive e critiche contro papa Bonifacio VIII e papa Giovanni XXII.

In questo canto, Virgilio condanna la ceca cupidigia di queste anime che, dopo il Giudizio Universale, resusciteranno: gli avari con il buio stretto e i prodighi con i capelli tagliati, a simboleggiare per l'eternità il loro peccato. Virgilio spiega che l'attaccamento alle ricchezze ha condotto queste anime alla dannazione e adesso non basterebbe tutto l'oro del mondo per poterle salvare.

La terza cosa da dire riguarda la teoria della fortuna. Nell'antichità, la fortuna era considerata una dea capricciosa e volubile che teneva tra i propri artigli tutti i beni terreni, simile a una creatura animalesca, e tale idea distribuiva e toglieva ricchezze senza alcuna razionalità, semplicemente secondo il suo desiderio. Dante conosce bene questa concezione e allora chiede spiegazioni a Virgilio, il quale dà una risposta che demolisce questa concezione della fortuna che era ancora diffusa nel Medioevo. Virgilio spiega che la fortuna è un'intelligenza angelica, ministra ed esecutrice della volontà divina. La fortuna toglie e distribuisce ricchezze secondo un preciso disegno divino, che però risulta sconosciuto agli uomini.

Questa concezione della fortuna rientra pienamente nella visione medievale e contrasta con la visione che ne aveva la cultura classica e umanistica. Secondo la cultura classica umanistica, infatti, la fortuna coincideva con il caso, ma poteva essere sottomessa alla virtù. L'uomo virtuoso riusciva con la sua virtù, le sue capacità, la sua intelligenza a fronteggiare i ribaltamenti della fortuna. Secondo Virgilio, invece, e secondo la cultura medievale, gli uomini non potevano nulla contro la fortuna.

Dal discorso di Virgilio emerge che la ricchezza o la povertà non sono frutto del caso, bensì seguono un disegno provvidenziale. Tutto ha senso e nulla è lasciato al caso, sebbene ciò possa non risultare immediatamente comprensibile per gli uomini, in quanto l'uomo non può capire l'infinita saggezza divina. In conclusione, le ricchezze materiali hanno poca importanza, sia a causa della loro transitorietà, sia perché hanno poco peso nelle vicende umane, sia perché soprattutto non permettono di raggiungere la salvezza eterna. Anzi, l'eccessivo attaccamento alle ricchezze materiali porta alla dannazione, esattamente come avvenuto per le anime che sono punite nel quarto cerchio.

La quarta cosa da dire riguarda gli iracondi e gli accidiosi. Nell'ultima parte del canto vengono introdotti gli iracondi e gli accidiosi, che sono puniti nel quinto cerchio, più precisamente nella palude Stigia, che circonda la città di Dite. Gli accidiosi sono quei peccatori che, quando erano in vita, meditarono vendetta e covarono questo sentimento. Essi sono sommersi nell'acqua della palude Stigia e pronunciano delle parole con cui ricordano il loro peccato, che consiste soprattutto nell'esser stati infelici quando avrebbero potuto essere felici. Nel pronunciare sott'acqua queste parole, gli accidiosi fanno ribollire l'acqua in superficie.

È bene notare che gli accidiosi non sono da identificare con i peccatori di accidia, ossia del quarto peccato capitale, ed è anche bene rifiutare quella teoria secondo cui nella palude Stigia si troverebbero anche i superbi e gli invidiosi, in modo tale da completare quel quadro dei peccati di eccesso che sarebbero puniti nei primi 6 cerchi dell'Inferno. Questa teoria è da rifiutare, in quanto nella palude Stigia si trovano esclusivamente gli iracondi ed accidiosi.

La quinta cosa da dire riguarda la conclusione in sospeso. Il settimo canto dell'Inferno è il primo canto in cui la conclusione non coincide con la visione di un determinato luogo. Il canto, infatti, si conclude con Dante e Virgilio che giungono ai piedi di una torre, creando così un'atmosfera di sospensione che verrà sciolta solo nel canto successivo, dove si daranno ulteriori dettagli sulla pena degli iracondi e si spiegherà in parte la funzione di questa misteriosa torre.

Ti ricordo che è indispensabile conoscere il significato letterale di questo canto, su cui ho fatto un video specifico. Iscriviti al canale e noi ci vediamo alla spiegazione dell'ottavo canto. In bocca al lupo!