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02 - Coscienziosità e auto consapevolezza - Ispirazioni mattutine con Lama Michel Rinpoche

NgalSo53:44

Transcription

Buongiorno. Tanti anni fa vivevo in Brasile. Ero con mio padre. Un giorno, mi ricordo, mio padre arrivando a casa – avrei avuto 7 anni, non di più – e mi ricordo mio padre molto contento e mi diceva: “Ah, adesso ho capito finalmente la ragione dei miei problemi: è l’ignoranza, è l’attaccamento, è l’avversione, sono i cosiddetti veleni mentali”. Questo lui non aveva detto; aveva detto la versione con i tre così, mi ricordo, e era così: “Ah, finalmente adesso è finito tutto! Finalmente ho capito!”.

Poi son passati 5 minuti. È successo qualcosa. Non mi ricordo che era già lì che sclera, che gridava, che era qualcosa che si era arrabbiato. E io, all’epoca, mi ricordo più che ho detto: “Sì, però non basta. Hai capito, però poi adesso… ed effettivamente capire non basta, no? In italiano c’è il proverbio: ‘Fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare’, no? Si potrebbe fare la versione, diciamo così, buddista: ‘Fra il dire e il realizzare c’è di mezzo il mare’. Però la cosa importante è: di che cosa è fatto questo mare? In che modo si può attraversare questo oceano? A noi ci piace capire, ci piace imparare. Veniamo da una cultura nella quale ci viene insegnato da piccoli ad imparare le cose, no? Nella scuola ci insegnano ad accumulare conoscenza, non tanto ad accumulare esperienza.

Questo mi ricorda una volta: ho sentito parlare un ragazzo occidentale che aveva studiato Cina, cinese profondamente, e anche la calligrafia cinese. E non mi ricordo perfettamente la storia, ma è qualcosa così: lui raccontò che un giorno fu da un grande maestro di calligrafia cinese, vecchio, ostile, e gli ha chiesto di insegnargli calligrafia – è uno che di solito non accettava facilmente allievi, discepoli – su questo, e lui l’ha accettato. E lui ha bene, parlava già il cinese, questo ragazzo, quindi si sentiva già abbastanza preparato il tutto, no? Studiava medicina cinese, arrivò lì da questo maestro, e lui lì insegnò nella primera, la prima lezione: gli insegnò un carattere, no? Ok, torna il giorno dopo la lezione. Dopo, quando sia stato, e lui lì fa fare lo stesso carattere. “Ok”, mi dice, “va bene”. La terza lezione, lo stesso carattere, e lo fa ripetere tutta la lezione, un’ora lì di… ok, pazienza, no? All’orientale le cose sono un po’ lente. Due anni così, per due anni, e lui andava ogni settimana. Quel che era alla lezione era per due anni fare la stessa, lo stesso carattere, sempre lo stesso. Non mi ricordo qual era; io non è che capisco tanto di cinese. Sempre lo stesso per due anni. E lui dice che è stato anche una prova per la sua pazienza e la sua fiducia, perché andare lì è tutte le volte per due anni fare sempre lo stesso, finché un giorno lui si è accorto che ormai fare quel carattere lì, che era da due anni che poi a casa doveva sempre provare lo stesso, veniva naturale, spontaneo, e aveva, faceva con molta facilità. Quando lui aveva perfezionato quel carattere, nella lezione successiva l’insegnante gli ha insegnato tutti gli altri: altri 30, 50, quel che era, e li ha fatti, è andato velocissimo a insegnarli tutto il resto, e lui riusciva a fare gli altri con la stessa… per del primo, perché aveva imparato il peso giusto del pennello, aveva imparato la quantità di inchiostro che doveva mettere, aveva imparato la presenza mentre, mentre lo faceva, perché non è una questione di conoscenza, è una questione di esperienza. E la esperienza, per esempio, si dice che un, un, una, un bravo, come si dice chi fa calligrafia, un bravo calligrafo, in arte sia nella calligrafia cinese, giapponese, quando mette il pennello nell’inchiostro, sa la quantità di inchiostro dal peso, da tante, tante, tante di quelle volte che ha ripetuto quella stessa cosa. Lui, mettendo anche con gli occhi chiusi, sa il peso che c’è nel pennello già, e quindi sa la velocità, sa sentire il tipo di carta. Ci sono tante cose che vengono che non si possono mettere in parole, perché la esperienza va al di là delle parole, per il quanto che uno descriva, guarda. Quando prendi il pennello, devi assicurarti che il peso sia così… come fai ad descriverlo? È una esperienza che devi fare e ripeterla così tante volte che diventa tua. E una volta che hai raggiunto quello, poi dopo la parte di dire: “Guarda, questo carattere deve fare così, quell’altro deve fare così”, è la parte facile, qual è la cosa più semplice. Perciò questo è, diciamo, il modo più orientale. Il modo più orientale, la conoscenza non è lineare, è più circolare, no?

Io, per esempio, quando andavo a studiare nel monastero di sera, una cosa che è molto diversa dalla nostro modo di fare è che da noi, quando se si va – immagino, io io non è che ho studiato tanto in Occidente, per dire la verità, però immagino io – quando se andiamo a studiare qualcosa, noi vogliamo capire tutto quello che ci viene detto, o no? Vogliamo che sia tutto ben chiaro, che che si possa capire tutto, eccetera, eccetera. Lì invece, no: vai a una lezione, cominci a spiegare un passaggio di qualcosa, ci sono dei termini che… oo, memorizza che… oo, li recita e non fa la minima idea veramente cosa sia. E se tu chiedi: “Quello che cos’è?”, “Prima poi capirai”, punto. Non viene spiegato. Poi però quello lì va a integrarsi nel resto, e quando vedi… l’hai capito. E quando dopo te lo spiegano, in realtà l’hai già capito. È un modo molto diverso di… come insegnare, di come fare. Sembra che si ripeta la stessa cosa, però quello ti aiuta dopo aver capito a capire tante altre. È un modo diverso di spiegare. Noi siamo abituati in un modo lineare: prima questo, poi quello, poi quello, poi quello, eccetera. Il problema del nostro modo di…, che è meraviglioso su tantissimi aspetti, eh, non è una critica, è che tanti di noi rimaniamo con questa idea che la cosa più importante è capire. Noi vogliamo consumare informazione; noi non vogliamo digerirla, vogliamo consumarla; noi non vogliamo integrarla, noi vogliamo consumarla. Quindi leggere tanti libri, vedere tanti film, documentari, ascoltare tante persone: “Ah, ma questo l’ho già sentito, mi annoio!”. Ma proprio perché l’hai sentito che deve risentirlo. Se è importante, l’hai già integrato nella tua vita, l’hai già digerito profondamente? No, però l’ho già capito. E bene, per quello che deve risentirlo ancora, perché noi non siamo qua per capire. Il nostro obiettivo non è capire gli insegnamenti di Buddha; quello fa parte del percorso, ma non è l’obiettivo, è solo un primo passaggio. No, il percorso viene diviso in tre passaggi: il primo viene chiamato “l’ascolto”. L’ascolto vuol dire capire, ed è importantissimo; senza il primo passo non ci possono essere gli altri due successivi, e non ci può essere il traguardo. Però il primo passaggio ed è il primo è l’ascolto. Per ascolto si intende acquisire informazione; ripeto, è importante, non va sottovalutato, però è un mezzo, non è un fine. Una volta acquisita l’informazione, dobbiamo comprendere; dobbiamo fare in modo che quella informazione non sia più qualcosa che qualcuno ci ha detto, ma sia qualcosa di nostro; deve diventare nostra quella conoscenza. Noi agli inizi, quello che facciamo è che acquisiamo informazione: diciamo: “Ok, questo ha detto così, l’ama ha detto di là, nel Sutra dice questo, in quel testo dice quell’altro, l’amazon K ha detto di qua, quello ha detto di là”. Noi ripetiamo quello che ci viene detto; se siamo dei bravi studenti, memorizziamo di qui, memorizziamo di lì, sappiamo dire chi ha detto che cosa. Giustamente i crediti vanno dati, però questo è solo il primo passaggio dell’ascolto. Dobbiamo fare in modo che quelle informazione, quello che abbiamo imparato e di cui siamo d’accordo, non sia più qualcosa che qualcuno ci ha detto, ma sia una nostra certezza profonda. È un po’ come se io dico a qualcuno: “Guarda che il fuoco brucia, non toccare il fuoco perché ti farai del male”. Io non ho mai toccato il fuoco, però dopo di tante volte che ho ascoltato che il fuoco brucia, con tante storie, con tanti esempi, con tante ragione, io ci credo che il fuoco brucia, ma perché? Perché gente di cui io mi fido me l’ha raccontato. Però la volta che io vado lì, mi avvicino al fuoco, lo tocco, mi brucia la mano. Dopo di quello mi possono dire di tutto e di più; ormai è un’esperienza acquisita mia, non è più qualcosa che qualcuno mi ha detto.

Quindi il nostro passaggio è di una… una volta che abbiamo ascoltato, che abbiamo capito, dobbiamo ripetere più volte, cercare di rivedere quella stessa cosa da diversi prospettive, cercare di di relazionarsi in modo che quello non sia più qualcosa che qualcuno ci dice, ma deve essere qualcosa di cui noi stessi, anche se dovessimo non vedere più nessuno di quelli che ci hanno insegnato e dovessimo proprio non avere più nulla a che fare con tutto quello, con cui da cui abbiamo imparato quella nozione, ha qualcosa di nostro che noi non possiamo abbandonare, perché ormai è una nostra certezza. Questo è il secondo passaggio. E qualcuno direbbe: “Ma non è già abbastanza?”. No, perché fra il dire e il fare, fra il dire, realizzare, questo… che c’è di mezzo è non è piccolo, no? La distanza che c’è fra la testa e il cuore non è proprio piccolissima. C’è un percorso abbastanza lungo dalla conoscenza passiva, dalla testa al cuore, ossia che qualcosa sia… dalla conoscenza diventi esperienza profonda, diventi qualcosa di spontaneo dentro di noi, che è quello che si chiama realizzare. Dopo aver capito, dobbiamo comprendere; una volta compreso, ossia quando quella conoscenza è nostra, non è più la ripetizione di qualcosa che qualcuno ci ha detto, a questo punto ci tocca familiarizzare, e familiarizzare tra virgolette, la parte più noiosa, perché non c’è da imparare nulla di nuovo, non c’è da riflettere e dibattere e arrivare a nuove conclusioni. Nel processo di familiarizzazione non c’è quello stupore della novità che è bello: “Wow, ho capito questo, ho sentito quell’altro! Ah, finalmente quella cosa!”. Che è bella! Il processo di familiarizzazione è: “Ho imparato quel carattere lì, e lo ripeto, e lo ripeto, e lo ripeto, e lo ripeto”, e sembra che sto facendo la stessa cosa, sembra che sto facendo la stessa cosa, ma in realtà ogni volta che lo ripeto non è lo stesso, diventa sempre più integrato in me, finché un giorno non è… viene più dalla testa, è qualcosa di spontaneo che ci viene naturale. Però la fase di familiarizzazione è molto più lunga della fase dell’ascolto e della comprensione, e certe volte è difficile, perché noi siamo abituati ad acquisire, apprendere, a consumare informazione, mentre la cosa importante è… Noi abbiamo bisogno di consumare poca informazione. Quando noi prendiamo gli insegnamenti di Buddha e vengono tradotti in un contesto della pratica quotidiana del nostro percorso interiore di crescita, veramente è poca roba; non ci sono… volendo si può studiare in un modo estremamente profondo, complesso, lungo. Perché certe volte girare intorno a una stessa cosa ci aiuta gradualmente a familiarizzarsi. Può complicare tanto, ma semplificando sono poche cose. Quello che accade è che con le poche cose abbiamo bisogno di familiarizzarsi, ed è qui che entra una parte del percorso che in qualche modo è noioso. Io lo so che a noi ci piacciono imparare cose nuove. Perciò in qualche modo, in qualche modo, noi abbiamo una parte del percorso che è noiosa, è una parte che si cerca un po’ di fare un po’ di entertainment, quindi impariamo cose nuove, facciamo cose diverse di qua, di là, nuovi colori, nuovi nomi, nuove forme, nuovi concetti, nuovi testi; si cerca di girare intorno. Ma il percorso in sé è ripetere, stare, digerire, bisogno di elaborare. Ok, in questo esiste una caratteristica fondamentale che dobbiamo sviluppare nel nostro percorso, che in tibetano si dice “pagio”. Mentre scendevo oggi, venendo in gompo, ho guardato nel dizionario la parola “pagio”, e c’è una quantità di traduzioni diverse enorme. Non lo so, ci sarà almeno una ventina di parole diverse, fra cui l’ultima parola nel dizionario è quella che secondo me potrebbe essere la migliore traduzione, che traduce come “coscienziosità”. Però più che la parola, perché anche in italiano quando diciamo: “Devi avere coscienziosità”, io non so quanti di noi usa la parola “coscienziosità” nel proprio vocabolo quotidiano. Non lo so, qualcuno usa la parola “coscienziosità”? Che qui coscienza… sì, ma coscienziosità… però no, ma però lo utilizzi nella quotidianità? Tu dici: “Ah, oggi non sono stato molto coscienzioso”? Non lo dici, no? Perciò nel contesto della pratica la coscienziosità è uno dei punti più importanti. Shantideva parla un intero capitolo su questo: che cos’è questa coscienziosità? Che cos’è “pagio”? Che in realtà è estremamente importante, che poi probabilmente se noi prendiamo la parola “coscienziosità” in italiano e andiamo a vedere qual è il significato, dove viene utilizzato, probabilmente non ha molto a che fare con il contesto all’interno della pratica buddista, però è stato dato questa traduzione. Però non è detto che sia la stessa cosa nel contesto della pratica buddista. Coscienziosità, “pagio”, vuol dire essere consapevole di ciò che già sappiamo, ok? Essere consapevole di ciò che noi in realtà già sappiamo, però che rimane un po’ lì, nascosto, dimenticato. Prendiamo un esempio: moriremo, o no? Qualcuno ha un dubbio su questo? Vedo tutto in silenzio… no? Moriremo, o non moriremo? Direi di sì, no? Perciò quello che accade è: noi sappiamo che di essere immortali, o meglio, crediamo di essere immortali, ma sappiamo di essere mortali. Quindi noi sappiamo che moriremo, ma noi siamo consapevoli nella nostra quotidianità, dieci minuti fa, due minuti fa, prima che io parlassi di questo, eravamo consapevoli di dover morire? Se qualcuno ci chiedesse… sì. Altrimenti è una conoscenza che rimane da parte, ok? Quindi avere coscienziosità della nostra mortalità vuol dire portare al momento presente la consapevolezza della nostra mortalità; quindi agire, relazionarci, pensare, prendere decisioni nella consapevolezza di qualcosa che noi già sappiamo, già abbiamo imparato; non ci vuole tante nuove spiegazioni, ma che spesso dimentichiamo. Ok, la coscienziosità va applicata a tre livelli: fisico, verbale e mentale. Si comincia dal fisico, anche se la parte più importante è la mente, senza nessun dubbio. Ma non si può controllare, direzionare, domare la mente senza prima aver domato il corpo e la parola. Quindi la coscienziosità fisica riguarda il nostro stile di vita, il nostro comportamento fisico, e ci sono degli aspetti che noi sappiamo che dovremmo… e che sarebbe meglio fare in un certo modo, però noi non lo facciamo, ci dimentichiamo. Quindi nella coscienziosità del corpo esiste il mio modo di muovermi, il mio modo di guardare, il mio modo di interagire con il mondo tramite il corpo, le mie azioni fisiche. Quindi per la… osità diventa estremamente importante unire l’autocoscienza. Vanno insieme, in realtà fa parte della coscienziosità, anche se volendo essere più precisi, la coscienziosità, essere consapevole di quello che uno già sa, l’autoconsapevolezza è osservare se stesso. Quindi qua abbiamo due aspetti: io osservo che cosa sto facendo e mi ricordo di che cosa dovrei fare. Ho questi due aspetti che vanno insieme. Io devo ricordarmi cosa dovrei fare, come dovrei agire, cos’è il meglio per me, quello che ho imparato, e allo stesso tempo io ho consapevolezza di che cosa sto facendo. E quando io mi accorgo che io non sto facendo quello che invece dovrei fare, io devo ridire… zioni affinché ci sia armonia fra quello che sto facendo e quello che dovrei fare. Qualcuno mi dirà: “Eh, però è difficile”. Assolutamente sì! Però questo è una delle chiavi importanti del nostro percorso, del sentiero, per questo che c’è tutto un allenamento che riguarda autoconsapevolezza: come sto camminando, sentire i propri piedi per terra, osservare il proprio respiro mentre sto mangiando, sto mangiando, osservare, sentire la propria presenza nel momento presente, imparare a osservare i propri pensieri, o ascoltare i propri pensieri, ascoltare le proprie parole, osservare quello che sto dicendo mentre lo dico, osservare il pensiero che sorge appena prima della parola, il comando che c’è alla parola stessa. E questo è uno dei punti molto importanti, ed è qualcosa che… un’altra volta… parlare di autoconsapevolezza è una cosa, realizzarla è un’altra. Per realizzarla dobbiamo ripetere, allenarci, perché non basta avere coscienziosità, dobbiamo anche avere autoconsapevolezza; le due cose vanno insieme, ok? Perciò per l’autoconsapevolezza dobbiamo applicare nella nostra quotidianità questo allenamento. Qualche giorno fa parlavo con un amico qui ad Albagnano, con Steve, e lui mi raccontò che una volta Gekel San Giazzo, importantissimo maestro, organizzò un ritiro su “shine, shamata, vipassana”, sulla meditazione, eccetera. Cominciò la spiegazione della meditazione – lui è un maestro che è un grande meditatore, c’è anche una frase che viene attribuita a lui che si dice: “Il tempo che passi fuori dal canale centrale, tempo perso!” – però questo per chi capisce, vuol dire… per dire: il tempo che non sei… quando non sei in uno stato estremamente profondo di concentrazione meditativo, stai perdendo il tuo tempo, più o meno questo, no? Quindi lui, che è un grande meditatore, famoso, conosciuto anche in questo aspetto, doveva dare questo corso di meditazione. Comincia il corso e lui spiega: ok, dice due introduzioni veloci sulla meditazione, dice: “Poi la pratica viene divisa in due momenti: il momento della meditazione effettiva e le sezioni fra le sessioni di meditazione, la pausa delle sezioni di meditazione. Visto che noi passiamo, oggi come oggi, molto più tempo nella pausa delle sezioni di meditazione, spiegherò quello”, e comincia a spiegare tutta la parte dell’amm, la consapevolezza, tutta la parte che non riguarda la meditazione in sé, no? Questo perché? Perché quando noi osserviamo la nostra vita, effettivamente che noi facciamo, noi passiamo più tempo seduti a meditare o più tempo a parlare, vedere, interagire, a non meditare? Non lo so se qualcuno ha qualche dubbio o fa una certa difficoltà nel dover fare i conti con gli orari, quanto tempo passo in uno, quanto tempo passo nell’altro. Mi sembra abbastanza ovvio che passiamo molto, ma molto più tempo fra le sessioni di meditazione che a meditare, no? C’è per chi possono essere quelle 21 ore… diciamo che uno faccia tre ore di meditazione al giorno, son passate 21 ore, e c’è per chi sono settimane, per non dire mesi, in certi casi, ok? Quindi come dobbiamo comportarci durante, fra le sessioni di meditazione, diventa estremamente importante, visto anche il contesto in cui noi viviamo. E una delle cose è: noi non possiamo permetterci che la nostra vita quotidiana sia qualcosa di distaccata dal nostro percorso spirituale, perché se noi lasciamo che il nostro percorso spirituale avvenga nel tempio, avvenga durante la sessione di meditazione, mentre facciamo la recitazione dei mantra, mentre ci mettiamo a studiare un testo sacro, o andiamo ad ascoltare degli insegnamenti, qualcosa del genere, che va tutto bene, non basta, perché il nostro percorso spirituale è un percorso di allenamento, e l’allenamento, per essere efficace, deve essere costante. Perché il problema di fare un allenamento che non è costante è: quando io non sono nell’allenamento e in realtà mi sto allenando nella direzione opposta. Perciò uno dei modi per poter integrare il Dharma, la nostro percorso spirituale, in ogni aspetto della nostra vita è effettivamente come praticare fra le sessioni. E uno dei punti chiavi è generare autoconsapevolezza e coscienziosità; sono due aspetti fondamentali in tutto ciò. Perciò come andiamo ad allenarci? La parola… è come se noi riuscissimo a staccarci leggermente da noi stessi e vedere quello che sta passando, quello che sta succedendo. È come se noi potessimo osservare il movimento mentre lo facciamo, potessimo osservare la sensazione mentre la sentiamo, potessimo osservare le nostre azioni, le nostre parole. Come ho detto prima, l’autoconsapevolezza della parola riguarda non solo essere consapevole di ciò che dico mentre lo sto dicendo, ma addirittura si arriva a essere consapevole del pensiero che viene appena prima della parola, perché di solito quando noi parliamo esiste prima un pensiero che dice: “Voglio dire questo, sto per dire questo”. C’è prima un pensiero, poi si manifesta nei suoni; spesso, non sempre, è così, molto spesso è molto vicino. A un certo punto uno ha la consapevolezza anche di quello, e si può praticare in tante cose: per esempio, mentre uno si fa la doccia, sentire l’acqua che tocca la testa, la temperatura che mentre tocca la testa e la temperatura che tocca i piedi, per esempio, è diversa; o perché ovviamente la nostra sensibilità alla temperatura della testa e dei piedi è diversa, però sentire la differenza, ascoltare i suoni, vedere l’alba, il tramonto, osservare fuori, vedere i cambiamenti che ci sono, vedere che cosa succede intorno a noi, osservare il momento presente, lasciarsi stupire della bellezza del momento presente. Però è importante proprio questo: allenarsi a essere presente a… OSS… dove noi vogliamo arrivare è osservare la nostra propria mente, osservare le nostre proprie azioni. Per fare questo però cominciamo osservando il corpo, e poi dopo la parola. Una cosa molto importante in questo processo di allenamento di autoconsapevolezza è una consapevolezza che non giudica, semplice osservazione. Noi non siamo lì per dire: “Ah, sto facendo quello, ma non lo dovrei fare”. Questo rientra già nel passo successivo che va allenato anche, ma noi non siamo qua per fare il vigile urbano di se stessi. Niente contro i vigili urbani, al contrario, grazie per fare il lavoro che fanno, che tutti noi abbiamo bisogno di essere messi in riga. Io, in monastero, ho sempre avuto una grande gratitudine verso i maestri di disciplina, quelli che hanno la responsabilità di assicurare che le regole vengano rispettate. No, però quello… chiudo parentesi… però noi non siamo nel punto adesso di fare il vigile di noi stessi e andare lì a fare le denunce. Noi non dobbiamo denunciare, dobbiamo semplicemente essere autoconsapevoli, osservare senza entrare nel giudizio. In questa fase dobbiamo essere presenti, e questo si fa mentre si mangia, mentre si cammina, mentre si respira, mentre si sente la temperatura nel viso. No, io mi ricordo una volta che ho sentito un’intervista con uno scrittore, che era Camilleri, e lì ho visto una delle qualità di un grande scrittore è quella anche di saper percepire i minimi dettagli nelle cose, no? E saperle descrivere bene. E lui raccontava che – così mi ricordo io – che a lui piaceva scrivere di notte, che a lui piace scrivere di notte perché c’è il silenzio della notte, eccetera. E dopo tante, tante notti passate in bianco scrivendo, lui sa descrivere… lui sa l’ora della notte tramite l’odore; lui sa l’odore di ogni ora, perché perché cambia la temperatura, cambia l’umidità, ci sono tanti aspetti che cambia, anche l’odore. Quindi lui descriveva l’odore di ogni ora, e sa più o meno che ora sono tramite l’odore che sente, e è una capacità di osservazione, non differente anche di olfatto. Ah, perché io… già lasciamo stare… posso osservare altre cose, ma la mia capacità di olfatto… mi sa che l’ho bruciata negli anni, eh! Però quello che accade è: se noi riusciamo a portare la nostra attenzione al momento presente, a osservare il corpo, a osservare la parola, e dopo a osservare la mente senza giudicare, questo ci… uno che ha gli effetti collaterali positivi di diminuire il dialogo interiore, diminuire la mente che sta osservando: “Cosa farò domani? E perché di qua?”, e rivedere il passato. Questo semplice… il fatto di riportarci al presente già di sé per sé ci porta beneficio, no? L’altro ieri ho letto una cosa che diceva che i bambini che soffrono di tumori e che seguono i trattamenti di chemioterapia, eccetera, diceva che il trattamento per i bambini è circa cinque volte più forte di quello di un adulto, però i bambini, non essendo consapevoli spesso della gravità della loro malattia, non avendo tante informazioni in questo senso, soffrono molto meno; passano le giornate a giocare, hanno i dolori, hanno gli effetti collaterali, però hanno un livello di sofferenza mentale molto, molto, molto, molto minore di un adulto, perché un adulto che ha già costruito tutte le sue menate in testa sta lì a pensare: “Ah, non potrò fare quello, e come sarà il domani, e di qua, e di là”. Sta… noi passiamo buona parte del nostro tempo a presoffrire il futuro e a risoffrire il passato. Però questo per dire che se noi riportiamo la nostra attenzione al momento presente, già questo ci porterà grandi benefici. Ma l’obiettivo è arrivare ad avere questa autoconsapevolezza dei nostri propri pensieri, che ci porta all’autoconscio… dobbiamo sviluppare l’auto… la coscienziosità. Essere coscienziosi vuol dire ricordare a noi stessi quello che noi teoricamente già sappiamo. Quindi prendiamo quelle che sono le cose che noi abbiamo imparato, che noi abbiamo studiato, che ci sembrano giuste, che ci sembrano importanti, e lì riportiamo alla nostra quotidianità queste consapevolezze nelle nostre scelte, nei nostri giudizi, nelle nostre interazioni con il mondo. Ok. E se noi osserviamo, buona parte del sentiero all’illuminazione è fatto di consapevolezza, di coscienziosità. Il primo passo: avere coscienziosità della preziosità di questo, questa vita; non prendere per scontato quello che abbiamo, ricordare a noi stessi il quanto siamo effettivamente in una situazione speciale, con condizione difficile da trovare, estremamente valiosa. Adesso non… non entro nella spiegazione di questo punto, però il primo passaggio… una volta che cominciamo il nostro percorso spirituale, spesso mi chiedono: “Ma qual è la prima cosa che devo fare nel sentiero? Voglio cominciare il percorso spirituale del Dharma. Qual è la prima cosa che devo fare?” Generare autoconsapevolezza, coscienziosità della preziosità della propria vita. Uno realizza questa preziosità della vita quando… al ricordarsi della preziosità della vita che ha… sorge naturalmente una gioia: “Wow, che fortunato sono! Che bello quello che ho!”. Quando noi non prendiamo più per scontato le cose belle che abbiamo, che in essenza si possono riassumere in tre punti: avere il minimo necessario materialmente, quindi da un corpo sano alle minime, le necessità materiali di sopravvivenza; avere qualcuno che ci guidi correttamente in un percorso spirituale, che anche questo non è ovvio; e per terzo, avere voglia di seguire questo percorso, avere piacere, avere gioia nel praticare un percorso spirituale. Questi tre punti possono sembrare ovvi, ma non lo sono assolutamente, ok? Basta chiederci: fra tutte le persone che noi conosciamo, quanto spesso uno si chiede: “Ma la felicità dipende dal mondo che mi circonda o dal modo in cui io mi relaziono con il mondo”? Quante volte uno si chiede questo? Spesso, fra le persone che noi conosciamo in giro, quando noi guardiamo quanto spesso questo avviene… ci sono persone che magari non se lo sono mai chieste.

Tante, e non è che sono persone cattive, o o che non hanno un buon livello intellettuale. No, non hanno mai avuto l'opportunità che qualcuno gli aprisse gli occhi. Ha la possibilità che la propria sofferenza e felicità venga dal modo in cui uno vive la realtà, e non dalla realtà in cui uno vive. E questo è l'esempio di avere qualcuno che ci guidi correttamente; e noi, per qualche strana ragione della vita, ci troviamo qui. E non voglio dire che il percorso sia solo quello buddista. Assolutamente no, però è uno, è un percorso valido. Io non sono attaccato a essere buddista; io sono attaccato a essere in un percorso di autoconsapevolezza, di sviluppo di amore e saggezza. Questo sì, però non è così comune, anche nell'ambito religioso stesso, eh. Quindi, quando noi cominciamo a osservare la preziosità di quello che noi abbiamo e rigio di questo, a partire anche imparare a rigio delle cose semplici, avere autocoscienti delle cose che noi già sappiamo: Wow, che bello che posso camminare, che posso vedere, ascoltare, parlare, che ho da mangiare! E possiamo passare l'intera giornata a ripetere delle cose meravigliose che abbiamo, che non sono ovvie, perché di gente che non li ha, il mondo è pieno, purtroppo, veramente.

Quindi, il primo passaggio nel nostro percorso è essere autoc-consapevoli, o meglio, avere coscienziosità consapevole di ciò che già sappiamo, della preziosità di questa vita. Ovviamente, qua prima dobbiamo ascoltare, quindi acquisire informazione, perché questa vita è preziosa; dopo dobbiamo riflettere, finché arriviamo alla nostra conclusione: sì, questa vita è estremamente preziosa, difficile da trovare delle condizioni così, non la posso sprecare. Anche perché la vita è fatta di che cosa? Percezioni, di sensazioni, di momenti presenti; e quando qualcosa è così prezioso, dobbiamo stare attenti a non sprecarlo, a non buttarlo via, questa opportunità che abbiamo. Quindi, quando abbiamo compreso questo, a quel punto dobbiamo generare coscienziosità; dobbiamo ripetere a noi stessi, dobbiamo familiarizzarci le cose che abbiamo. Ci dimentichiamo, anche se consapevolmente noi già lo sappiamo, e ci mettiamo a intrattenerci – nulla contro l'intrattenimento, fino a un certo punto – ma il tempo non passa a voler far passare il tempo, quando la vita è un'opportunità importante che dobbiamo utilizzarla bene.

Poi c'è la coscienziosità della certezza della morte, dell'incertezza del momento della morte. Esiste la coscienziosità di quali sono le cause della sofferenza e quali sono le cause della felicità; quindi la coscienziosità delle quattro Nobili Verità. Esiste la coscienziosità del fatto che la nostra ossessione, l'autografia, la principale causa della nostra propria sofferenza. Esiste la coscienziosità dell'impermanenza, che ogni cosa che vediamo e percepiamo è costantemente in trasformazione. Esiste la coscienziosità dell'interdipendenza. Però, prima di applicare tutti questi livelli di coscienziosità, dobbiamo prima imparare a applicare la coscienziosità cominciando dalle cose semplici, prendendo un argomento alla volta che abbiamo ascoltato, che riteniamo di aver capito, al quale abbiamo riflettuto e di cui siamo convinti; e poi dobbiamo cercare di agire, percepire la realtà tramite questa consapevolezza, fare in modo che quella conoscenza sia una consapevolezza presente nella nostra quotidianità; e questo lo andiamo ad applicare nel nostro modo di agire fisicamente, nel nostro modo di parlare e nel nostro modo di pensare. Quindi abbiamo coscienziosità del corpo, della parola e della mente. Ok, credo che sia abbastanza chiaro, no? E qualcuno mi dirà: "Là, però è difficile". Sì, non è automatico, perché noi siamo fatti di abitudini, e nelle nostre abitudini, una delle abitudini più forte che abbiamo è che siamo totalmente sopraffatti dai nostri cinque sensi, principalmente dal mondo che ci circonda; è un'esperienza molto più forte che direzionare tramite i nostri pensieri, e i nostri pensieri sono fortemente presi dai nostri sensi, costantemente da quello che abbiamo sentito, da quello che abbiamo visto, eccetera eccetera. Quindi, direzionare la nostra mente da dentro a fuori è molto importante, ma non è una cosa facile, anche perché non siamo così abituati a farlo in un modo consapevole. Noi direzioniamo la nostra mente da dentro a fuori, ca con le nostre paure, con la nostra rabbia, con la nostra ansia, con altre cose anche; però dobbiamo allenarci a farlo in un modo consapevole, verso una direzione con cui vogliamo familiarizzarci, facciamo e dobbiamo continuare a farlo.

Perciò, autoconsapevolezza, presenza nel momento presente e coscienziosità: essere consapevole di ciò che noi già sappiamo, portare alla consapevolezza, alla coscienza quello che noi già sappiamo. Ok. E per aiutare a questo, ultima cosa, si utilizzano gli oggetti di ricordo, si utilizzano anche dei segni esterni per ricordarci di quello che dobbiamo ricordarci. Quindi, magari si mette un colore particolare per ricordarci di un aspetto di cui vogliamo essere coscienziosi; si può scrivere qualcosa da qualche parte, recitare delle parole, utilizzare un modo di parlare, si possono mettere dei gioielli particolari per ricordarci delle qualità di cui vogliamo essere coscienziosi. Per esempio, nella rappresentazione dei bodhisattva, che si vede per esempio nelle cinque grandi madri, o in quella statua che c'è di pagina Paramita di là, per esempio, che c'hanno sei tipi diversi di gioielli, no? O come Tara, o come Cen resic, hanno sei tipi di gioielli, fra cui gli orecchini, le colane, eccetera. Questi sei tipi di gioielli servono come ricordo del, di avere consapevolezza, coscienziosità della pratica delle sei perfezioni; quindi essere coscienziosi di praticare la, di addestrarci, quindi di praticare la generosità, la moralità, la pazienza, lo sforzo entusiastico, la concentrazione e la saggezza. E poi in un Buddha rappresenta le queste qualità già sviluppate, ma nel percorso rappresenta: io mi vesto con questo perché mi vesto con queste qualità, è un modo per ricordarci di avere coscienziosità. Quindi, cercate di collegare i colori con i quali vi vestite, dei vestiti particolari, dei gioielli che potete mettere, qualunque cosa che sia attaccata anche al corpo, che sia presente con voi, che vi aiuti a ricordare di qualcosa di cui volete essere coscienziosi. Quindi, quando noi ascoltiamo un insegnamento e diciamo: "Wow, sì è vero, ok, ho capito, che bello! Mi son connesso con quello, adesso devo essere coscienzioso di quello, devo applicare quella consapevolezza nella mia quotidianità, nelle scelte che faccio di ogni momento", ok. [Musica] [Musica] Ur [Musica] [Musica] [Musica] K all'alba o al tramonto, di notte o durante il giorno, possano i tre gioielli concederci le loro benedizioni, possano aiutarci ad ottenere tutte le realizzazioni e cospargere il sentiero della nostra vita con molti segni di buon auspicio. Buona giornata a tutti, grazie.