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Sembra che i video da un'ora, quelli qui in un'ora, riassumo un periodo storico o un grande pensatore, vadano per la maggiore. E perché? Aiutano, magari dopo aver ascoltato tante spiegazioni, a riassumere, a capire più in più velocemente, ma rimanendo comunque un buon livello di dettaglio, il pensiero di certi autori, appunto, i fenomeni, e vicende storiche.
Oggi facciamo un altro video di questo tipo, un video della durata di un'ora, e la dedichiamo a uno degli autori o uno dei filosofi più importanti di tutti i tempi, anche sicuramente dell'Ottocento: Friedrich Nietzsche. Filosofo che ha segnato davvero un'epoca. In un'ora, brevemente, attenderò di spiegarvelo, cronometro alla mano.
Iniziamo. [Musica] [Applauso] [Musica] Un socio di caffè, delle solite a tazza, per avere un po' di adrenalina in più. Con me ci sono le compagne delle tracce: Topolino, Co sto e Batman. De Andrè e là in fondo il mostro peloso. Mi chiamano l'anno Ferretti. Sono insegnanti di storia e filosofia. Quello internet mi trovate spesso col nickname di Script. E da due anni abbondanti ormai, storia a livello su questo canale delle video spiegazioni di storia, di filosofia, educazione civica, che seguono il programma che si fa alle superiori. Poi ogni tanto si allargano. Tra qualche tempo sto facendo, come vi ho detto in premessa, dei video più sintetici, c'erano proprio brevi, perché durano un'ora, ma sintetici, in cui, dopo averlo presentato più in dettaglio, riassumo il pensiero di un grande autore. Su Nietzsche ho fatto vari video, c'è un'ora di filmato, ve li metto in descrizione, di metterla qui la playlist completa. Però conviene fare anche un riassunto finale, tirare un po' le somme. Brevemente cercherò di starci più o meno in un'ora esatta, minuto più, minuto meno.
Diciamo subito chi è Nietzsche, perché è importante. Nietzsche è un grande filosofo tedesco, vissuto tra il 1844 e il 1900, capace di segnare da vera un'epoca, anche se in vita non fu sempre molto apprezzato, non fu molto stimato. Anzi, il successo lo raggiunse negli ultimi anni della sua vita, quando però, purtroppo per lui, ormai era in condizioni di salute molto, molto precarie. Figlio di un pastore protestante, si appassiona da giovane alla filosofia di Arthur Schopenhauer, "Il mondo come volontà e rappresentazione", un libro che desta la sua grande attenzione. Schopenhauer sarà un maestro, un punto di riferimento importante, anche se lo criticherà aspramente da un certo punto in poi della sua riflessione filosofica.
Inizialmente si forma come filologo, non tanto come filosofo. Infatti, inizia a insegnare giovanissimo all'università filologia. E probabilmente insegnò all'università dalle parti di Basilea. Bene, anche a contatto con Richard Wagner, grande compositore, mai piacere lui. Verso fine carriera, in cui sembra vedere, assieme a Schopenhauer, uno spirito nuovo che lo stimola alla riflessione. Anche i rapporti con Wagner, idilliaci all'inizio, però si rovineranno presto. Quindi Schopenhauer e Wagner sono i due punti di riferimento, ma i due anche personaggi contro cui più veementemente si scaglierà, da un certo punto in poi, anche la furia di Nietzsche.
La prima opera importante è "La nascita della tragedia", di cui parliamo troppo poco ancora. Un'opera sospesa tra filologia e filosofia. Ma dopo quell'opera, che non ha grande successo, Nietzsche inizia a dedicarsi prettamente alla filosofia. Scrive "Le considerazioni inattuali", di cui parleremo brevemente, soprattutto per quanto riguarda la storia. Scrive "Umano, troppo umano", scrive "La gaia scienza". Attraversa vari periodi fino ad arrivare all'opera principale, che è "Così parlò Zarathustra". L'opera scritta con un linguaggio molto particolare, profetico, sembra quasi un vangelo, un testo sacro, ma dice tutt'altro rispetto al vangelo.
Poco dopo la scrittura di "Così parlò Zarathustra", a cui si dedica negli anni Ottanta dell'Ottocento, Nietzsche ha un tracollo psico-fisico. Nel 1889, mentre si trova a Torino, perché cambia più volte città di residenza anche per le condizioni di salute non proprio stabili, mentre si trova a Torino, impazzisce. Un giorno scende in strada, vede un vetturino che sta frustando un cavallo di una carrozza, ci getta il collo di questo cavallo piangente, entra da un attacco nervoso, viene portato a casa di peso, verrà presto ricoverato e da lì in poi non uscirà più dal manicomio, sostanzialmente, con momenti di lucidità alternati a momenti di vera e propria pazzia. Morirà poi nel 1900.
La pena citare sarebbero ancora volte "La Gaia Scienza" e "Ecce Homo" e altre ancora, ma tiriamo ovviamente le somme. C'è da dire, già come premessa, che Nietzsche, complice anche quest'ultima fase di mancata lucidità o di solo parte alla lucidità, è stato spesso accusato di essere un anticipatore del nazismo. Poi, al contrario, di non c'entrare nulla col nazismo. Perché questo, lo devo dire molto brevemente, perché la sorella di Nietzsche, Elisabeth Förster-Nietzsche, quando il fratello filosofo divenne pazzo e poi morì, si occupò di curare la sua pubblicazione delle sue opere, che era cominciata negli anni precedenti, ma appunto, negli anni precedenti, Nietzsche non aveva avuto particolare successo. Invece, adesso che era in manicomio, la gente iniziava a interessarsi alla sua opera, nel tempo, voleva fare visita, iniziava a studiarlo. E la sorella, appunto, Elisabeth, si premurò di conservare e custodire, pubblicare le opere, anche raccogliere quei frammenti che Nietzsche continuava a scrivere anche in manicomio. Ecco, le ultime opere di Nietzsche segnano pesantemente un carattere che può essere effettivamente visto come anticipatorio del nazismo. Il nazismo, quando avrà potere vent'anni più tardi, effettivamente vedrà in Nietzsche il proprio punto di riferimento ideologico, uno dei punti di riferimento ideologici. Pertanto, si è letto Nietzsche come un anticipatore del nazismo. Come dicevo, però, a un certo punto, e poi nuovi studi hanno dimostrato che la sorella di Nietzsche ha in parte rimaneggiato gli appunti del fratello, in modo da garantirsi proprio nei confronti del nazismo una certa benemerenza, ha reso più facile questa interpretazione filo-nazista, e Nietzsche, lavorando e mettere le mani, diciamo, su questi frammenti, su questi appunti. Quindi, Nietzsche razzista? Nietzsche non è razzista? In realtà, il discorso è molto complicato, che non abbiamo il tempo di approfondire. Se volete, guardate la playlist. Vi dico solo questo: ridurre Nietzsche al nazismo è sicuramente riduttivo, nel senso che Nietzsche fu molto più, molto diverso anche da quello che fu il nazismo. Fu un filosofo tutto tondo. Certo, alcuni elementi di esaltazione della violenza, di esaltazione di una élite superiore, di critica anche verso l'ebraismo, sicuramente c'erano in Nietzsche. E quindi un'interpretazione nazista poteva anche essere fatta, anche se dire che Nietzsche era un nazista, decisamente troppo.
Detto questo, però, parliamo anche un attimo dello stile di Nietzsche, che è un po' strano, e proprio per questo permette interpretazioni a volte anche poco lineari o contraddittorie. Vi dico anche che Nietzsche è stato accusato di essere un anticipatore del nazismo, ma è stato perfino studiato da filosofi di sinistra, di estrema sinistra, di sinistra più moderata, che hanno visto in lui quasi un profeta anche di un cambiamento progressista della società. Quindi, voglio dire, se filosofi interpreti di posizioni radicalmente opposte arrivano entrambi a dire, o tutte a dire, "Viva Nietzsche", vuol dire che Nietzsche ha uno stile un po' particolare, ovviamente, che può essere interpretato da diversi punti di vista. Sicuramente lo stile di Nietzsche è difficile, complesso, strano per il mondo della filosofia. I primi testi, "La nascita della tragedia" e in parte anche "Le considerazioni inattuali", sono ancora dei saggi, dei trattati, dei testi piuttosto tradizionali. Ma man mano che passano gli anni, già da "La gaia scienza" e poi "Così parlò Zarathustra", è l'apoteosi di questa tendenza. E Nietzsche inizia a cambiare stile, inizia ad assumere uno stile sempre più aforismatico, sempre più profetico, sempre più turbolento, mi verrebbe da dire. Lui stesso dice di sé: "Io sono una dinamite". Che è una frase che vuol dire tante cose. Vuol dire, da un lato, che è una dinamite perché si scaglia contro certi presupposti, certi aspetti fondanti della cultura occidentale, contro la stessa cultura occidentale, vuole far saltare in aria tutto, vuole far saltare in aria le fedi. Sarà lui a dire che "Dio è morto", e ci arriveremo tra poco. Vorrà distruggere tutto, come proprio un bombarolo, verrebbe da dire, no? Quindi dinamite in questo senso. Ma è una dinamite anche nello stile, perché Nietzsche sembra una valanga in piena, a volte sembra un uragano. Come scrive? Scrive sferzando colpi a destra e a manca, con frasi a volte molto brevi, senza preparare il colpo, scagliandosi durissimamente contro il bersaglio polemico di turno. E a volte, però, anche alternando dolcezza e durezza, frasi davvero tremende. Dirà, per finire sempre, per fare sempre riferimento a Dio, che "nelle chiese si sente il puzzo della putrefazione di Dio", per dirne una delle frasi più forti di Nietzsche. Ma altre volte si lancerà anche in poesie, in momenti di dolcezza, anche in "Così parlò Zarathustra" e non solo.
Quindi, Nietzsche è difficile da scrivere, ha uno stile chiaro. Certo, lui preferì dall'aforisma. L'aforisma è una breve frase, ovviamente, non spiegata, non frutto di un lungo percorso, di un lungo ragionamento, ma proprio sferzante. Perché? Perché Nietzsche ritiene che questo sia il modo per arrivare in maniera più precisa alla verità. Questo sia il modo, ammesso che ci sia una verità, e ne discuteremo, sia il modo per esporre il proprio pensiero in maniera più ficcante, più precisa, più tagliente. Anche i lunghi discorsi non servono a niente. Perché? Perché l'aforisma, che è così anche ambiguo, difficile, strano, costringe il lettore poi anche a un lavoro personale, costringe il lettore a cercare di capire cosa intende dire con quelle parole. E quindi al lavoro di interpretazione che ti porta a scavarti dentro davanti a quelle parole. Nietzsche vuole questo, vuole anche che il suo messaggio non sia troppo facile, non sia troppo aperto a tutti. Perché? Perché ha un'idea che pochi possono comprendere la verità, pochi possono arrivare alla radice più profonda delle cose, pochi possono diventare superuomo. E quindi uno stile turbolento, uno stile sferzante, ha bisogno di scremare chi possa udirlo e chi possa leggerlo.
Detto questo, è un pensiero selvaggio, come viene definito a volte. Si dividono, a volte, delle fasi nel lavoro di Nietzsche. Non piacciono tanto, ma le elenco giusto per amor di cronaca. Una fase: il periodo schopenhaueriano, wagneriano, in cui Nietzsche è particolarmente attratto dall'influenza di Wagner e di Schopenhauer. La seconda fase: il periodo illuministico, quello della filosofia del mattino, "Umano, troppo umano", "La gaia scienza", altri scritti di questo tipo. Ne parleremo a breve. Terzo periodo: il periodo del meriggio. Dopo il mattino arriva il pomeriggio, ed è "Così parlò Zarathustra". Quarta e ultima fase: la fase del tramonto. Mattino, pomeriggio, tramonto, è la fase degli ultimi scritti, quelli della pazzia e poco prima, "Al di là del bene e del male", "Genealogia della morale" e poi, appunto, gli scritti di quando era ricoverato in manicomio.
E allora partiamo dalla prima fase, appunto, il pieno wagneriano, schopenhaueriano, la cui opera forse principale è "La nascita della tragedia". Come dicevo all'inizio, un'opera sospesa tra filologia e filosofia. In realtà, "La nascita della tragedia" si occupa della tragedia greca, quindi lui vuole studiare questo genere letterario drammatico della tragedia greca. E studiandolo, però, si allarga a una riflessione più ampia riguardo alla cultura greca. Non riusciamo, siamo abituati a pensare alla cultura greca come a una cultura che esprime armonia e ordine. Il mondo greco per noi è il regno proprio dell'armonia. Pensiamo ai templi greci, pensiamo alle statue greche, tutte belle, proporzionate, pieni e vuoti in equilibrio, davvero la razionalità, l'equilibrio, l'ordine. Ma in realtà non è così, dice Nietzsche. Dice, perché è vero che da un certo punto in poi il mondo greco è diventato il mondo dell'ordine, dell'armonia, della misura, ma in origine, in origine, non era affatto così. Coesistevano nel mondo greco due spiriti. Li chiama lì, Nietzsche: il primo, chiamiamolo pure spirito apollineo, è questo spirito razionale, quello che cerca un ordine del cosmo, che cerca di ragionare, che cerca di capire, di comprendere, tornare le armonie, i pieni, i vuoti, gli spazi e c'è gli ordini. E c'è un secondo spirito, lo spirito dionisiaco. Da Dioniso, il dio dell'ebbrezza, no? Mentre Apollo è il dio della razionalità, dell'ordine, della misura, è il dio della dismisura, delle brezza, del ballo, dell'ubriachezza, eccetera, eccetera, e così via. Ecco, l'uomo greco, Nietzsche, in queste due dimensioni, sospeso quasi tra queste due dimensioni. Da un lato cercava l'ordine, ma dall'altro capiva anche che il mondo era caos, che il mondo era mancanza di senso, era distruzione, era caotico e lo accettava, perché lo spirito dionisiaco lo portava ad accettare tutto questo. Questi due spiriti, quindi, convivevano. Invece, a seconda delle fasi storiche, che vedevano in modo diverso, inizialmente vivevano separati, opposti, cioè non si mescolavano tra loro. Poi, però, dice Nietzsche, studiando proprio la tragedia, arrivò un momento in cui lo studio di Dioniso e lo spirito apollineo si sono fusi, ed è stato proprio il momento in cui ha trionfato la tragedia attica. L'attica è la regione della Grecia, dove si trovava il grande teatro dell'epoca, per tragedia, perché vede la fusione di spirito apollineo e spirito dionisiaco. Ecco perché lo spirito apollineo viene ben espresso dall'epopea, dal fatto che in scena, nella tragedia, venne messa il mito, l'epopea, la storia, dove tutto ha un senso, dove le cose avvengono per uno scopo. Ma in contemporanea, sempre sulla scena, c'è anche il coro, e il coro che canta, che fa musica, esprime il lato più caotico dell'esistenza, perché la musica è caos, la musica è mancanza d'ordine, è emotività, no? Quindi nella tragedia convivevano ordine e caos, epopea e musica, equilibrio e disordine. E lì, effettivamente, questi due spiriti arrivavano a compenetrarsi perfettamente. Poi, però, questo equilibrio si è rotto, perché dalla comparsa di Euripide, dal punto di vista letterario, letterario e teatrale, e dalla comparsa di Socrate, apollineo, lo spirito razionale, ha ricominciato a sopravanzare sullo spirito dionisiaco. La razionalità ha iniziato a soffocare l'irrazionale, fino davvero a farlo scomparire. Da lì in poi, si è creduto e si è sempre più pensato che il mondo greco, e di conseguenza tutti i mondi occidentali successivi, le varie civiltà occidentali successive, fossero civiltà occidentali, dimenticando invece la natura dionisiaca delle origini. Questo, in fondo, lo aveva capito anche Schopenhauer, quando nel "Mondo come volontà e rappresentazione" reale ha detto che esiste una volontà di vivere che è la vera essenza del mondo, nascosta al di sotto della superficie delle cose. E questa volontà di vivere è caos, distruzione, è disordine, è una forza libera, cieca. Vi ricordate quella breve con Schopenhauer? In descrizione trovate il link, se volete guardare. Schopenhauer ha detto proprio questo: c'è una patina che ci nasconde la verità sul mondo, e questa patina di razionalità, d'ordine, è il mondo fenomenico, la rappresentazione, al di là della quale, se si è squarciato il velo di Maya, troviamo il disordine, il caos, la volontà di vivere. Quindi Schopenhauer l'aveva capito. Nietzsche e lo fa proprio, è convinto che effettivamente la natura caotica del mondo sia stata nascosta. Però, questo bisogna fare a questo punto. E qui inizia già ad arrivare il superamento di Schopenhauer. Superava il suo dire che davanti a questa verità, davanti al fatto che il mondo fosse caos, disordine, mancanza di senso, non dovevamo, in fondo, rifiutare la vita, passare dalla volontà alla non-vita, cioè rifugiarci da qualche parte in ascesi. Questa era la soluzione di Schopenhauer. E Nietzsche, in quella volta, inizia a capire che questa soluzione non gli va bene, non gli può andar bene. Noi non dobbiamo smetterla di accettare le virtù apollinee, e dobbiamo cercare nuove virtù, le virtù del dionisiaco, virtù che dicano "sì" alla vita. Perché, in fondo, abituandoci all'apollineo, abituandosi alla razionalità, abbiamo sposato, fatto nostre, delle virtù che dicono "no" alla vita, che rifiutano la vita. Anche Schopenhauer, alla fine, propone una vita di rifiuto della vita. Quali sono le virtù che rifiutano la vita? Sono quelle della compassione, dell'umiltà, della sopportazione, del quieto vivere, del rifugio, eccetera. Queste sono virtù negative. Noi abbiamo invece dire "sì" alla vita. Fare come Dioniso. Cosa fa Dioniso? Va, si diverte, gode della vita, non scappa, sviluppa le proprie passioni, ci dà la violenza, la forza, l'amore, la sessualità, forse queste sono le vere virtù.
Poco dopo, Nietzsche inizia a vedere un'altra opera, anzi, una serie di opere: le cosiddette "Considerazioni inattuali", tra le quali la più importante, la più famosa, è "Sull'utilità e il danno della storia per la vita", in cui affronta il tema della storia, un tema di grande interesse nell'Ottocento. L'Ottocento, secolo di storicismo assoluto, in cui Hegel, Marx, il positivismo, tutti si occupano di storia, tutti vedono nella storia una chiave di volta per capire l'esistente reale, l'essere, il mondo. Nietzsche no, non è d'accordo con tutto ciò. Per lui, la storia ha più effetti negativi che positivi, almeno un certo tipo di storia, perché? Perché l'uomo può rimanere paralizzato dalla storia. E Nietzsche è fautore di un uomo nuovo, come vedremo tra poco, arriverà questo superuomo, che supera l'uomo vecchio, che va oltre l'uomo vecchio, che segna una cancellazione del passato. Il passato ci pesa come un macigno. Volta, invece, noi dobbiamo liberarci di questo passato. Quindi la storia va ridisegnata, riconcepita, pensata in chiave completamente diversa rispetto a come normalmente la filosofia la studia. E Nietzsche, in particolare, individua tre tipi di storia che sono tipici dell'uomo, che lui chiama storia monumentale, storia antiquaria, storia critica. La storia monumentale è la storia di chi guarda al passato per cercare nel passato dei modelli, degli esempi di grandezza. Visto che qualcosa di grande è stato possibile in passato, forse posso fare qualcosa di grande anche in futuro. Cerca degli esempi da replicare. Il problema di questo tipo di storia è che tenta, tende a mostrare il passato più bello di quello che era, tende ad abbellire il passato e tende a portare anche al fanatismo nei confronti del passato. Questa è la storia monumentale, monumenti, mi fa pensare appunto a questi esempi da replicare. Il secondo tipo di storia è la storia antiquaria. Come vi dicevo, è una storia in cui ci si sente eredi del proprio passato, ci si sente strettamente connessi al proprio passato. Il problema è che questa storia spinge a guardare quel passato che al futuro magnifica la vita, dice Nietzsche, e paralizza. Non ti spinge andar avanti. Affezionandosi troppo al tuo passato, amandolo troppo, tu non vai oltre e non contro lasci alle spalle e ti imbalsami, ti imbalsami lì, ti rimane bloccato lì. Ti puoi stare la storia. E la storia critica, invece, non sarà completamente diversa. La storia che fa il processo al passato, che guarda al passato per vederne i difetti, i limiti. Quindi questa potrebbe essere una storia che porta effettivamente al futuro, precisare il passato per guardare avanti. Però anche questa, se portata all'eccesso, dice Nietzsche, ci porta a pensarci completamente staccati dal passato, quando non lasciamo mai del tutto. Quindi, noi dobbiamo anche ricordarci che siamo legati al passato, non possiamo semplicemente sbarazzarci così in quattro e quattro otto del passato. Dunque, se questi tre tipi di storia da soli portano a degli eccessi e non vanno bene, la soluzione di Nietzsche è quella di ripensare alla storia come un qualcosa a cui guardare, fondendo questi tre spiriti in un certo senso. La storia antiquaria, stare monumentale, alla storia e critica. Se noi li mettiamo insieme, superiamo i limiti di ognuno e acquisiamo un nuovo, buono approccio nei confronti della storia, che va superata, ma ricordandosi che esiste.
Questo lo si vede anche quando Nietzsche affronta il cosiddetto periodo illuministico, perché criticato Schopenhauer per il fatto di non aver mostrato come superare il dolore, il caos. Superava perché spinge a scappare alla vita. Superato e rotti rapporti anche con Wagner, Nietzsche cerca un nuovo metodo, cerca una nuova soluzione ai problemi della vita e inaugura, appunto, il periodo illuministico, derivato dall'illuminismo come parola, ma con un atteggiamento anche nuovo, che lui dall'illuminismo voglia prendere soprattutto la metodologia. E vuole instaurare una metodologia storico-genealogica, proprio perché la storia va superata, ma bisogna anche capirla per superarla. Lui dice: "Andiamo a vedere nella storia come si sono formati, sformati certe credenze, certe civiltà, certi fondamenti". Vedendo che queste credenze, questi fondamenti, queste morali hanno un'origine storica e quindi prima non c'erano, quasi a un certo punto hanno cominciato a esistere, quindi hanno origine anche umana. Potremmo più facilmente sbarazzarci di tutto questo. Bisogna capire, quindi, l'origine nel passato della nostra civiltà per smascherare l'inganno, in un certo senso. Quindi andare a scavare e vedere come si è generato genealogico, vuol dire quello, ovviamente. L'obiettivo, però, non è solo guardare al passato, è andare avanti. Per questo, il genere, per far capire bene l'atteggiamento di Nietzsche, qui anticipo un discorso che dal Nietzsche presenta nel "Così parlò Zarathustra", cioè le cosiddette tre metamorfosi dello spirito. L'idea di Nietzsche inizia a essere ormai questa, quella che bisogna fare un passaggio da cammello, diventare leoni, e da leoni diventare fanciulli. Cosa vuol dire? L'uomo occidentale, secondo Nietzsche, assomiglia a un cammello, è un uomo che si è piegato sotto il peso della storia, che si è piegato sotto il peso delle tradizioni, che porta con sé tutto il passato, gli usi, i costumi, le regole, le credenze che gli hanno insegnato. E queste credenze, regole morali, lo abbattono, non gli permettono di dire "sì" alla vita, lo costringono a piegare la testa e obbedire a un costrutto valoriale che non è suo. Ma allora, l'uomo, se capisce veramente che questo passato che si porta sulle spalle, come un cammello, non è suo, deve, deve ribellarsi contro questo passato e quindi deve passare da cammello al leone. Il leone, simbolo della fase distruttiva di Nietzsche, in cui si attaccano i vecchi valori, si attacca la storia, si attacca la civiltà, si diventa dinamici, come dicevamo prima, è come un animale feroce. L'uomo deve scagliarsi contro tutto questo, rifiutandolo, mostrandone anche la sua umanità. Ma il leone non è il punto d'arrivo. Il leone è un punto di passaggio, perché poi da leone bisogna diventare fanciullo. Si deve diventare fanciullo. Il fanciullo è simbolo del superuomo, cioè bisogna diventare uomini nuovi, fanciulli, bambini rinati, il nuovo bambino che rinasce dalle ceneri, in un certo senso. Così è il superuomo, che dopo aver demolito tutto, non si ferma a contemplare il deserto, ma ricostruisce. Però, questa volta ricostruisce lui, diventa artefice del proprio mondo, del ripristino, diventa un bambino creatore, che dà il significato alle cose, come un bambino che dà il nome alle cose, che dice di ogni cosa per lui è importante cosa no. Così anche il superuomo.
Detto questo, siamo arrivati a una delle parti più importanti del pensiero di Nietzsche, la pagina in cui, all'interno de "La gaia scienza", Nietzsche presenta la cosiddetta morte di Dio. Allora, non ve la potrò leggere perché in un'ora il tempo non c'è, però in descrizione trovate i video e trovate anche il link per vederla. Peraltro, trovate anche la playlist, tutto in "Così parlò Zarathustra", letto e commentato, anche se la morte di Dio non è in "Così parlò Zarathustra", Walter, ma viene ampiamente ripreso. Cosa afferma Nietzsche in questo racconto, che racconta un metaforico che va interpretato? I racconti iniziano così: c'è un folle che va al mercato e con sé ha una lanterna, e arriva in mezzo alla folla che è presente al mercato, dicendo: "Cerco Dio, cerco Dio". E la folla inizia a prenderlo in giro, dicendo: "Perché l'hai perso? Te lo sei dimenticato per strada?". Come se fosse appunto un pazzo. Da ridere, è tratto. La folla è una folla di persone che non credono sostanzialmente in Dio, ma adesso ridono di questo stupido, scemo interlocutore. Però, appena si sente preso in giro, il folle scaglia la sua lanterna, guarda tutti con occhi infuocati, iniziando: "Io so dov'è finito Dio! Noi l'abbiamo ucciso! Dio è morto! Dio resta morto e noi lo abbiamo ucciso! Noi abbiamo macchiato di sangue i nostri coltelli", eccetera, eccetera, eccetera. Lancia una lunga tiritera dove accusa le persone attorno a lui di aver ucciso Dio, e anche se stesso, di aver ucciso Dio. E si chiede: "Come è stato possibile un gesto così grande? Come abbiamo potuto fare qualcosa di così maestoso? Siamo degni di un gesto così grande? Come potemmo cancellare l'orizzonte? Come potremmo uccidere ciò che di più sacro c'era nel mondo? Non vedete che siamo persi ora nell'universo? Che non c'è più un alto, un basso? Non sentite freddo, sempre più freddo?". Se uno si lancia in un film, però, con delle parole infuocate, anche terribili, che atterriscono il popolo che è lì presente al mercato, che lo guarda stupefatto. Poi se ne va via, questo folle. Pare che entri in qualche chiesa, recitando il requiem a favore di Dio, dicendo che Dio è morto anche nelle chiese, dicendo: "No, sentite il puzzo, l'olezzo della morte di Dio". Però viene cacciato dalle chiese e così via.
Questo è il racconto. Ma cosa significa il racconto? Perché Nietzsche usa così dura, così metaforica? Che cosa vuol dire che Dio è morto davvero? Che qualcuno è andato in cielo o dove Dio si trovi ad ammazzarlo? Ovviamente no. Nietzsche è ateo, come era ateo il suo Schopenhauer. Anche Nietzsche è ateo. È ormai convinto che il mondo sia privo di senso. E allora, mai convinto che lo spirito dionisiaco sia l'unico spirito che ben rappresenta la verità sul mondo. Lo spirito apollineo è un inganno, è un inganno che l'uomo ha inventato per sopportare la verità sul mondo. E la verità è che non c'è senso, che la vita è completamente priva di senso, che il mondo è completamente privo di senso. Siamo soli nell'universo, secondo Nietzsche. Siamo persi. Niente ha significato vero. Tutto è inutile, tutto è vanità. Però l'uomo antico e anche l'uomo moderno, quando si rende conto di questo, non può sopportare una verità così tremenda e preferisce inventarsi tutta una serie di bugie, come se di bugie consolatorie, che gli permettono di sopportare questa verità. L'uomo non può accettare che il mondo non abbia senso, che la sua vita non serva a niente, che la sua vita sia inutile, che la sua vita sia priva di senso. Pertanto, si crea delle bugie, si crea dei costrutti apollinei, potremmo dire, delle razionalità, degli ordini, delle spiegazioni per il mondo. Fare tutto, la filosofia è un colossale tentativo di spiegare il mondo, quando il mondo non ha spiegazione nel senso. Quindi, da secoli, secondo Nietzsche, si raccontano delle bugie perché non si vuole accettare la verità. E queste bugie sono esemplificate da Dio. Dio è la più antica delle nostre bugie, dice Nietzsche. Afferma Nietzsche, Dio è proprio il simbolo di tutte le illusioni metafisiche. Per secoli e secoli, millenni, gli uomini hanno rifiutato la verità che non c'è senso e si sono illusi, si sono inventati un Dio che spieghi tutto. Noi crediamo in Dio, secondo Nietzsche, perché abbiamo bisogno che qualcuno ci dica: "Guarda, la tua vita ha un significato, la tua vita non è inutile, la tua esistenza non è inutile, c'è un paradiso, le tue sofferenze servono a qualcosa, perché andrai in paradiso se sopporterai le sofferenze, il tuo la tua vita ha un significato, anche se non ti sembra, non lo capisci, ti sfugge. Dio lo sa, Dio le dà un significato nel mondo". Quindi il dolore ha un senso, quindi la morte ha un senso, quindi tutto ha un senso. Questa è una bugia consolatoria per non accettare la verità. E Dio è simbolo di tutte le bugie, non solo della religione, perché la religione è sicuramente una bugia per Nietzsche, ma tutte le bugie e le illusioni metafisiche che l'uomo ha creato per non accettare la verità su questo mondo, che era una verità tragica. L'uomo si è illuso che stesse un altro mondo altrove. Ad esempio, nel caso della religione cristiana, si è illuso che esistesse il paradiso. Nietzsche dice: "All'uomo, qua, nella tua terra, e la tua vita terrena, soffri, perché soffrirai, suderai, faticherai e dirai che schifo questa vita, ma verrai ricompensato nell'aldilà". È una bugia, perché non c'è nessuna aldilà. C'è, con Nietzsche, cadete. Però glielo si dice così, l'uomo trova una consolazione a questa vita. Dice: "Da, soffro, sudo e fatico, ma c'è una ricompensa che mi aspetta". È una bugia, secondo Nietzsche.
Allora, quando lui va al mercato, il folle, che poi è il simbolo di Nietzsche, va al mercato, dice: "Dio è morto". Vuol dire questo: la nostra fede in tutte queste bugie sta crollando. Non ce ne siamo ancora accorti. Il folle dice: "Noi l'abbiamo ucciso, ma voi non ve ne siete accorti. Non siete ancora accorti di cosa questo voglia dire". Cosa sta dicendo Nietzsche? Noi non abbiamo più fede in Dio, in tutte queste bugie. Di fondo, in fondo, lo abbiamo capito che sono bugie. La scienza, il progresso, la civiltà si stanno facendo capire che sono bugie. Ma ancora non abbiamo compreso pienamente cosa questo vuol dire. Perché se noi davvero capiamo che Dio è una bugia, e che anche tutti i surrogati, sostituti di Dio, sono bugie, allora dovremmo deprimerci, dovremmo urlare di terrore. Perché noi, piuttosto, abbiamo ucciso Dio, e spesso abbiamo messo al posto dei surrogati. Cioè, ad esempio, non crediamo più in Dio, ma crediamo nel marxismo, nel comunismo, crediamo nella scienza, nel progresso, crediamo nella scuola di calcio, in questo, in quello. Abbiamo delle altre fedi che sostituiamo a Dio. Ma sono sempre illusioni, anche le altre fedi. Tutto è illusione, tutte le fedi sono illusioni. E quando finalmente se ne renderemo conto, sentiremo la puzza della morte di Dio e ci troveremo però spersi nell'universo, perché niente avrà più senso. Colpa di tutto questo è da Nietzsche, tracciato alla religione che ci ha illusi di un'altra vita, in un altro mondo, eccetera. Ma più ancora, il platonismo. Nietzsche parla proprio di una favola del mondo, ovvero, così la definisce, cioè l'illusione, la bugia che ci siamo raccontati, che esista un mondo altro, paradiso, l'iperuranio, da qualche altra parte, che sia più vero del nostro mondo terreno. Quindi, il primo è stato Platone, ingannarci. Il primo è stato Platone. "Guarda, il tuo mondo fa schifo, ma non ti preoccupare, c'è l'anima verso cui la tua anima salirà dopo la morte". Bugia, bugia tremenda, bugia. Platone, cristianesimo, e poi via tutta una serie di altri eredi ci hanno illusi che non sia un problema il fatto che il nostro mondo non abbia senso, perché c'è un altro mondo migliore che ce lo spiega. In realtà, noi siamo soli in questo mondo. L'unico modo che abbiamo è quello senza senso, in cui viviamo.
Tutto questo porta Nietzsche alla terza fase del suo lavoro, la fase del meriggio, e al "Così parlò Zarathustra". La profonda, mentato un'opera, quindi, che ho letto e commentato per intero in descrizione. Un'opera strana, stranissima, scritta con linguaggio profetico, quasi un vangelo, perché Zarathustra è un profeta che va in giro a predicare l'avvento del superuomo. E si scrive per parabola, per esempi, per frasi spesso critiche. Incontra dei personaggi che quasi fungono da apostoli, ha contatti con gli animali, eccetera. Un personaggio molto particolare. E difatti, il libro è commentato, mascherato passo per passo. Qui diciamo poche cose brevemente. Intanto, sceglie Zarathustra come personaggio, e non è chiaro perché scelga proprio Zarathustra. Zarathustra è un profeta antico, Zoroastro, sarebbe il suo nome nell'italiano più corrente, che forse viene scelto da Nietzsche perché ritenuto il responsabile, il primo ad aver creato un altro mondo per l'assenza. Questo mondo e quindi, visto che lui ha colpito nel segno, ha fatto quello che poi altri avranno fatto, aveva fatto in Occidente, allora lui deve essere responsabile dello svelamento che non c'è un altro mondo. Però, soprattutto, nei "Così parlò Zarathustra", Zarathustra presenta la figura del superuomo, oltreuomo, seconda delle traduzioni e delle edizioni. Una figura nuova, una figura che deve superare tutti i problemi che abbiamo visto finora. Perché il superuomo è uno scatto evolutivo. L'uomo normale, l'uomo che abbiamo visto fino adesso, l'uomo che la civiltà occidentale ha partorito, non può sopportare queste verità. Abbiamo letto già con la morte di Dio, l'uomo normale vuole vivere nelle illusioni, vuole le bugie, perché non è pronto a supportare la verità. E allora bisogna che l'uomo faccia uno scatto evolutivo, diventi qualcos'altro. Bisogna superare quello che Nietzsche in "Zarathustra" chiama l'ultimo uomo. L'ultimo uomo è l'uomo moderno, l'uomo che crede di essere felice, che crede di aver raggiunto il progresso, che crede di aver raggiunto la civiltà. In realtà, sono tutte illusioni, sono tutte bugie. E bisogna superare l'ultimo uomo e diventare superuomini, oltreuomini, diventare Übermensch in tedesco. Cosa vuol dire? O superuomo, cosa fa questo superuomo? Che caratteristiche ha? Il superuomo è un uomo, intanto, che dice "sì" alla vita. Smette di cercare consolazione in altri mondi che non esistono. Smette di rifugiarsi nell'apollineo, che è tutta un'illusione. È un uomo che vive di vita, unicamente, potremmo dire, cioè un uomo che dice "sì" a tutto ciò che la vita terrena, che questo mondo vuol dire. Che non scappa, che non fugge, ma affronta la vita. La vita è dolore? Ebbene, il superuomo accetta la vita come dolore. La vita è violenza? Ebbene, il superuomo accetta la vita con violenza. La vita è passioni che ci sconquassano? Deve, il superuomo accetta la vita come passioni che ci sconquassano. Deve dire "sì", deve accettare la vita e accettarne anche quindi le virtù. Quindi, vuol dire "sì" alla vita, vuol dire dire "sì" alla sessualità, alla violenza, alla forza, all'orgoglio, all'ambizione, a tutto ciò che è umano, a tutto ciò che è qui terreno, rifiutare ciò che è ultraterreno, perché sono bugie. Questo primo elemento. Secondo elemento: l'uomo deve quindi, ovviamente, cambiare, deve transvalutare i propri valori, perché finora la civiltà occidentale ci ha abituati a dei valori che erano valori tipo quelli del cristianesimo, finalizzati alla vita ultraterrena. Se non c'è questa ultraterreno, ormai l'abbiamo detto, bisogna cambiare valori. E vedremo tra poco come. Bisogna che l'uomo, il superuomo, accetti che Dio è morto, che non c'è più nessuna illusione, che quelle erano bugie. Deve uccidere Dio, è però vedremo che uccidere Dio vuol dire anche diventare dei di noi stessi. Non solo, senso nella frase nel brano che mi diceva "La gaia scienza", dice: "Non dovremmo noi diventare dei per sopportare il peso dell'omicidio di Dio?". Ecco, noi dobbiamo diventare dei di noi stessi. E "Così parlò Zarathustra" presenta infatti, ad un certo punto, in una delle tante metafore, un superuomo che viene trasfigurato, quasi come se diventasse un'entità divina. Bisogna quindi distruggere tutta la vecchia civiltà, distruggere nichilisticamente, vedremo tra poco cosa vuol dire, tutti i vecchi valori, è però superare anche il nichilismo e creare i nuovi valori. Perché diventare superuomini vuol dire questo: usare una capacità propria del superuomo, la spiegheremo tra pochissimo, la cosiddetta volontà di potenza, per creare nuovi valori, dare nuovi significati. Dovremmo rifiutare i significati che ci hanno imposto, i valori che la tradizione ci ha imposto, e creare nuovi, nuovi valori, diventare dei doni noi stessi. E tutto questo sarà possibile solo nell'ottica anche di una rilettura del tempo, che adesso spieghiamo: l'eterno ritorno dell'uguale.
Che cosa è questo eterno ritorno dell'uguale? Bene, Nietzsche ce lo presenta proprio nel "Così parlò Zarathustra". Dice: "È il più abissale dei miei pensieri". È già qui c'è da far tremare un po' i polsi. Lui dice: "Dobbiamo rifiutare la visione, l'idea del tempo a cui ci ha sempre abituato la civiltà occidentale, a cui ci ha abituato anche il cristianesimo". Visione lineare, vuol dire che noi ci immaginiamo il tempo come una linea, in cui ogni momento avviene una volta sola e non si ripete più, no? Quindi, tradizionalmente pensiamo così al tempo. Oggi è il 14 marzo 2022, e il tempo passa, il tempo passa. Il 14 marzo 2022 non ritornerà mai più. Questa prospettiva lineare, che poi nel cristianesimo prevede anche un salto, diciamo, temporale, un'altra nel tempo, quella dell'eternità del paradiso, dell'inferno, questa successivamente, parole, ci porta a pensare che il tempo non abbia mai vero significato in sé, perché ogni momento che è un fugace, viene divorato dal momento successivo. Cioè, la visione lineare ci porta sempre a guardare avanti, a guardare avanti, a guardare avanti, e quindi ci spinge anche a vivere nella prospettiva eterna del futuro, cioè guardiamo sempre in avanti, senza mai, in un certo senso, che ci presenti. Questo non è letto tanti filosofi, non è il primo a dirlo. Nietzsche lo ha detto anche Pascal, altri. Dice, invece, propone nel "Così parlò Zarathustra" una visione completamente diversa. Giudice, il tempo è un cerchio, è simile a un cerchio, venendo in parte una concezione degli storici, ma poi adattandola a modo suo, cioè che se su un cerchio tutto ritorna. Riparlerà appunto dall'eterno ritorno dell'uguale. Il 2022, un momento di questo cerchio, poi arriverà 3000, 4000, bla bla, poi il mondo finirà e ricomincerà, ma ricomincerà esattamente uguale a come è già avvenuto. Io questa vita che sto dicendo questo video, che sto registrando, l'ho già registrato infinite volte e altre infinite volte lo registrerò sempre uguale. Tutto si ripeterà eternamente, tutto si ripeterà sempre uguale. Ogni mia scelta, ogni mio errore e ogni mia cosa giusta verrà ripetuta all'infinito. Questa è la verità. E in "Zarathustra" viene presentato in molti modi, cioè simbolo del serpente che ritorna molto spesso. Il serpente ha tradizionalmente anche nella cultura orientale simbolo della circolarità del tempo, e soprattutto il serpente che si morde la coda. C'è, ad esempio, un brano, "La visione e l'enigma", in cui Zarathustra sale su una montagna, con un nano, arrivano a una porta dove c'è scritto "attimo", e da lì vede partire da questa porta due strade che vanno in senso apparentemente opposto, ma l'anno gli dice: "È quella strada è il futuro, è quella il passato". Ma attenzione, sembrano andare in direzione opposta, ma le strade poi sono curve, quindi l'idea è che queste strade curve a un certo punto si ricongiungano a formare un cerchio. Le vie che vanno in direzioni diverse, ma non vanno, quando poi il cerchio si chiude, le strade convergono a fare un cerchio. Perché dice sempre il nano: "Le verità sono ricurve, non sono mai dritte, come questa strada". È sempre in quel brano famoso de "Così parlò Zarathustra", poi Zarathustra ha una visione, vede un pastore che sta agitando per terra, si nota che ha un serpente che gli è entrato in bocca, probabilmente mentre dormiva. Cerca di aiutarlo, ma alla fine il pastore morde la testa del serpente e si trova trasfigurato, come vi dicevo prima, nel superuomo. Perché? Perché l'essere che morde il tempo, il serpente è esempio, simbolo del tempo, cioè che prende dominio, fa suo il tempo circolare, diventa superuomo.
Allora, questa, questo eterno ritorno dell'uguale, la chiave per capire cosa è il superuomo, perché, in che senso? Perché l'uomo normale, l'uomo che è ancora cammello, l'uomo che non è diventato superuomo, davanti a una visione di questo tipo, prova terrore. Cioè, si sente davvero impaurito, perché pensate un po', il cristiano vive la sua vita terrena sacrificandosi, facendo, soffrendo, faticando, lavorando, sopportando, perdonando, usando quelle virtù di astinenza, di moderazione, che il cristianesimo gli impone. Quindi dice: "No, la vita, ma rischiano la vita, perché convinto che ci sarà una ricompensa dopo, che ci sarà un paradiso". Ma quando gli si dice: "No, mentre sul paradiso, prima cosa? Seconda cosa, questa tua vita la ripeterai infinite volte?". La reazione è il terrore puro. Perché ho vissuto male questa vita, sperando in un aldilà. Ma se mi dice che non solo non c'è l'aldilà, ma che dovrò rivivere questa vita infinite volte, allora ho sprecato tutta la mia vita. L'uomo normale, effettivamente, ci con Nietzsche, non trova soddisfazione per una verità di questo tipo. Il superuomo, invece, agisce davanti all'annuncio dell'eterno ritorno dell'uguale, perché lui ha imparato a dare senso al tempo, ha imparato ad accettare ogni momento, ha imparato ad accettare l'eterno uguale, e quindi sarà ben felice di potersi rivivere questa dimensione, di poter riaffrontare nuovamente questa dimensione, vivere di nuovo questa vita, perché la vita a cui ha dato senso, a cui ha dato significato, poi se dice davvero per essere eterno ritorno dell'uguale, se ne può discutere, argomento di discussione, di dibattito tra i filosofi, non è per nulla, per nulla chiaro. C'è chi ha detto: "No, Nietzsche non credeva".
Davvero a questa Italia di tornar uguale all'assurdo, una sorta di nuovo imperativo categorico del tipo: vivi come se tutto si dovesse ripetere. Quindi, una sorta di regola di vita.
C'è chi invece, elettronicamente, ci credeva davvero, proprio credeva che il tempo si ripetesse perché aveva studiato il cosmo, aveva provato quasi a tastare il cosmo e dire che questo si ripeteva. C'è anche chi inizia il tempo circolare è una creazione dell'oltreuomo, del superuomo, perché quale superuomo sceglie di dar senso al tempo, sceglie di diventare padrone del tempo, lo rende lui stesso circolare perché accetta il suo passato, una sorta di amor fati, di amore per quello che è accaduto, e accettandolo, lo fa rivivere.
Insomma, comunque sia, l'eterno ritorno dell'uguale. Ovviamente, tutto questo comporta anche dei cambiamenti sul versante della morale, tema che viene da anni affrontato in due opere in particolare: Al di là del bene e del male, Genealogia della morale. Schede proprio verso la fine della vita, o meglio, prima della, della pazzia, poco prima della pazzia.
Perché la morale? Perché, come vi dicevo, la morale tradizionale occidentale, una morale pesantemente influenzata dal cristianesimo, è una morale che Nietzsche ritiene anti-vitalistica. Cioè, una morale che dice "no" alla vita. Pensate alle virtù dei cristiani: sono l'umiltà, che vuol dire dire "no" al proprio orgoglio; sono l'astinenza, che vuol dire dire "no" al cibo, al sesso e ai vizi, eccetera. Pensate al, che ne so, il perdono, come dire, dire "no" alla propria rabbia, eccetera. La morale cristiana, morale del "no", del dire "no" alla vita, dire "no" a tutto ciò che dà energia, dà vita, dà senso.
A questa esigenza, secondo Nietzsche, quindi, bisogna indagare la morale, sbarazzarci di questa morale che è sbagliata, che è deleteria. Per farlo, usa quel metodo genealogico di cui parlavo prima, cioè va alle origini, cerca di andare all'origine. Intanto dice: la morale non è una, una cosa eterna, è un'invenzione umana. Evidentemente, l'uomo ha creato la morale. Socrate è uno dei massimi colpevoli nella creazione della morale, e questo lo si vede anche nel fatto che la morale ha uno scopo ben preciso e molto umano, che è quello del mantenimento dello status quo, è quello del, del permettere a chi ha il potere di rimanere al potere.
Noi interiorizziamo nella nostra coscienza le regole che chi è al potere ci ha imposto. I nostri genitori ci impongono delle regole, lo stato ci impone delle regole, la scuola ci impone delle regole, che servono a far sì che non ci ribelliamo, che non facciamo di testa nostra, che non andiamo fuori dal seminato, che obbediamo sostanzialmente. La voce della coscienza non è la voce di Dio, come diceva la religione, no? Quella vocina che sentite dentro che dice "no, non farlo" quando state per fare qualcosa di sbagliato. Che Socrate diceva è la voce del demone interiore, no? Tutte baggianate. Per Nietzsche, non è la voce di Dio, non è la voce del demone, è la voce delle élite dominanti, delle classi dominanti, che abbiamo fatto nostra, che neppure qui ci rendiamo conto, ma che è un modo di introiettare quello che ci è stato insegnato.
Dunque, la morale va sempre rifiutata perché è una morale che viene inventata dall'uomo per dominare l'altro uomo. E quindi, il superuomo non si fa dominare. Il superuomo rifiuta questo dominio degli altri. Ma in ogni caso, anche ammettendo che ci si debba eventualmente creare una propria morale, farsi immoralista, dice Nietzsche, cioè rifiutare le morali tradizionali e rifondare queste morali, bisogna anche dire che le morali che l'umanità ha avuto nel corso della storia sono ben diverse, in fondo, da quella a cui siamo abituati oggi.
Oggi c'è una morale che è quella del cristianesimo, cala la morale, come dicevo, che dice "no" alla vita. Ma se noi guardiamo al passato, al mondo greco-latino, ad esempio, afferma Nietzsche, che aveva avuto appunto questa formazione filologica, in fondo gli antichi avevano una morale diversa. Se ci pensate, fissate a Roma, la morale che premiava, non premiava come farà poi il cristianesimo, l'umile. Premiava l'ultimo? Beati gli ultimi, beati i puri di cuore, e beati i poveri, eccetera, dice il cristianesimo. No, a Roma non era premiato il povero, non era beato l'umile, non era beato l'ultimo. Arrabbiato il primo sarà beato, il forte, il pio, cioè l'uomo devoto, ogni da, e l'uomo amato dagli dei. Per i romani, l'uomo che vinceva, non quello che perdeva. Eletti di un fattore delle battaglie era l'uomo forte, non l'ultimo. Il cristianesimo ci propone una morale degli ultimi, ma l'etica romana era una morale dei primi.
Allora, lui distingue due tipi di morale. Dice: una volta a Roma, in Grecia, c'era, lui sa che amo la morale dei signori o la morale dei cavalieri, perché era la classe cavalleresca che aveva questi valori di dominio, di forza, valori vitalistici che dicevano "sì" alla vita. I valori erano l'orgoglio, la forza, il lavoro sessuale, la violenza, all'orgoglio, eccetera. Mentre da un certo punto in poi si è imposta una morale completamente diversa, perché questi valori hanno lasciato il posto a una morale che Nietzsche chiama morale degli schiavi, la morale dei cristiani, la morale dei sottomessi, la morale di quelli che dicono "no" alla vita.
Com'è potuto accadere che si sia stato questo cambiamento? Se una volta c'era una morale che diceva "sì" alla vita e quindi, tutto sommato, era migliore, perché non scappavano, si rifugiavano nella polvere, eccetera, perché a un certo punto questa morale ha ceduto il passo alla morale come quella cristiana, che è invece la morale degli ultimi? Bene, ci dà una sua spiegazione, chiara spiegazione, che non è storica, ma filosofica. Lui dice: questo è nel mondo antico, la casta sacerdotale non aveva grande potere. A Roma, se ci pensate, i sacerdoti non avevano effettivamente grande potere. Eppure provava invidia, questa casta sacerdotale, nei confronti di chi invece deteneva il vero potere, dei cavalieri, delle classi dominanti. Più che invidia, trovava risentimento, dice Nietzsche.
E quindi, questa classe dei colpi ha creato una tavola di valori alternativa a quella dominante, ma non solo alternativa, esattamente opposta a quella dominante. Che so, la morale dei dei signori si basava sul sull'amore sessuale, e allora che valore creiamo noi, dicono i sacerdoti? L'esatto opposto, cioè la castità. La morale dei signori esalta la forza, beh, noi esaltiamo una debolezza, all'esatto opposto. La morale dei signori esalta l'orgoglio, beh, noi esaltiamo l'umiltà, l'esatto opposto, eccetera, eccetera, eccetera.
Sia proprio ha rovesciato completamente la tavola di valori, proponendo una morale completamente opposta. Il risentimento ha portato i sacerdoti a fare una sorta di colpo di stato morale, potremmo dire, a scalzare i cavalieri e imporre la loro tavola dei valori, che è una tavola per persone che hanno risentimento nei confronti della vita, è la morale di chi ha paura della vita, di chi rifiuta la vita, di chi si rifugia altrove. I primi sono stati gli ebrei, perché la colpa, secondo Nietzsche, gli ebrei, che è il popolo sacerdotale per eccellenza, va subito in Europa. Sono venuti i cristiani, che hanno raccolto l'eredità.
Quindi, l'uomo deve rifiutare questa morale degli schiavi, deve operare un nuovo rovesciamento, deve cancellare la morale che è anti-vitalistica, che è sbagliata, non solo perché è imposta da autorità, da chi vuole detenere il potere, cioè le chiese, ma anche perché non esprime l'uomo. È un aiuto all'uomo. Invece, l'uomo deve rifiutarla, fondare i nuovi valori suoi. Ovviamente, il superuomo crea i valori, e questa è la differenza fondamentale. Non crea valori imposti da fuori, neppure quelli pavidi che potevano essere quelli dell'età antica, ma li impone lui.
E come può imporre? Come può il superuomo creare dei valori? Beh, come vi anticipavo prima, tramite la volontà di potenza. Attenzione, la volontà di potenza è il modo di essere proprio del superuomo, è la sua caratteristica fondamentale, è il modo in cui lui vive. Il superuomo vive tramite la volontà di potenza e si esprime tramite la volontà di potenza. Questa volontà di potenza cos'è? Allora, non è sempre stato chiaro nelle opere di Nietzsche, a volte è anche ambiguo, lo stesso dice proprio per il modo in cui scrive, ma possiamo dire così: la volontà di potenza è la spinta ad auto-superarsi, la spinta a crescere, la spinta a vivere, la spinta ad andare sempre più in là, a creare.
In fondo, già Schopenhauer aveva parlato di volontà, però aveva parlato come radice dell'essere, di volontà di vivere, no? La forza che domina tutta la volontà di vivere, cioè la volontà di perpetrarsi, di continuare a esistere, non di superarsi, di continuare. Nietzsche afferma che, in realtà, non è tanto la volontà di continuare a esistere a guidare il superuomo, ma la volontà di superarsi continuamente. Il superuomo non si accontenta di esistere, vuole essere sempre di più, vuole andare sempre oltre se stesso. Volontà di potenza.
E questa è una spinta costante all'auto-superamento. Qualcosa di simile alla libido, per come verrebbe data da Freud, e poi forse ancora di più da Jung e da Adler. Qualcosa di simile al conatus di Spinoza, qualcosa di simile all'energia vitale, allo slancio vitale di Bergson. Siamo in quella regione. Diciamo, il superuomo è proprio come un artista. L'artista cosa fa? Crea opere e vuole sempre farle migliori, vuole superarle, vuole auto-superarsi, vuole che la prossima opera sia migliore di quella che ha fatto precedentemente, vuole superare i propri limiti. Così il superuomo nella vita.
Il superuomo è un creatore, un creatore della sua stessa vita, perché nel lavoro, nell'amore, nella vita, nelle situazioni, vuole sempre spingersi un po' al di là, un po' oltre. Questa è l'essenza della vita. La vita è essenzialmente questo: è un tentativo di auto-superarsi. La volontà di potenza è la forza con cui il superuomo tenta di compiere questo sforzo. Ovviamente, questo sforzo deve portare anche a un'accettazione di sé totale, un'accettazione della vita totale. Bisogna accettare che la vita è dolore. Solo accettando nella vita il dolore, superiamo il dolore. Solo accettato che la vita è caos, superiamo il caos.
Se il mondo non ha senso, il superuomo può, insomma, dare un senso al mondo. Il mondo è privo di senso, è insensato e caotico e disordinato, ma il superuomo, con la forza della sua volontà di potenza, può dare un senso al mondo, può lui dare un ordine al mondo, come un creatore. Per questo diventa Dio, come Dio crea il mondo ipoteticamente, ma non è vero, perché Dio non esiste per Nietzsche. Così il superuomo crea la sua vita, disegna la sua vita, è lui che crea senso del suo essere, che decide cosa ha senso per lui, che dà significato alle cose.
Questo ci porta ad affrontare uno degli argomenti che riguarda il nichilismo. Come vi dicevo, nel passaggio dal leone al fanciullo, dall'uomo che distrugge i vecchi valori al bambino che li ricrea, e cioè che recita la sua volontà di potenza, c'è in mezzo un'attività fondamentale: quella di abbattere tutto e guardare, contemplare la distruzione per poi ripartire. Ecco, questo atto di distruggere è l'atto nichilista per eccellenza. Il nichilismo vuol dire passare al nulla, credere nel nulla.
Ecco, attenzione, nichilismo però ha tutta una serie di significati anche diversi. Lui stesso usa il termine in varie accezioni. Ad esempio, dice: un certo tratto che invero nichilista in realtà è il cristiano, è il platonico, è che crede nel platonismo, nel cristianesimo, perché il cristianesimo, il platonismo, siano abituati a pensare che il nostro mondo non avesse alcun senso, il nostro mondo, sperando che il senso fosse altrove. Ecco, i primi ad aver svalutato il nostro mondo, ad avergli dato un'importanza nulla, ad aver detto che il mondo era brutto e da rifiutare, sono stati loro. Quindi, i primi veri nichilisti sono stati loro, che hanno provato disgusto verso il nostro mondo. Quindi, intanto un'accusa a loro.
Poi, però, riprende il discorso Nietzsche. Il nichilismo può essere anche la sensazione che proviamo davanti alla morte di Dio, quando capiamo che Dio è morto, che tutte le illusioni metafisiche sono morte, che tutte le nostre speranze in un aldilà, in un altro significato, sono morte. Allora possiamo trovare effettivamente sgomento. Ma a questo punto, bisogna distinguere, dice. Però, un nichilismo incompleto e un nichilismo completo.
Il nichilismo incompleto consiste nell'uccidere Dio solo per poi, mentre al suo posto altre fedi. Come dicevo prima, io posso anche dire "Dio non esiste" e magari però fede nella scienza, una fede di stampo religioso, una fede proprio metafisica. E allora va bene, non cambia molto, semplicemente è ucciso Dio per mettere al suo posto un surrogato di Dio. Oppure puoi dire "uccido Dio, non ho più fede, scusa, nel proletariato", è un'altra fede. Quindi, non cambia molto. Questo è il nichilismo incompleto.
Il nichilismo completo, invece, deve abbattere Dio e non sostituirlo con nulla, perché solo così si può diventare superuomini. Però, attenzione, anche in questo caso ci sono due possibilità. Si può passare al nichilismo passivo o al nichilismo attivo. Il nichilismo passivo è quello che distrugge, non mette al posto di Dio, ma poi si ferma lì, contempla il nulla, si ferma alla contemplazione del nulla, ed è il vero nichilista. Il nichilista è chi rimane fermo lì. Però questo non serve molto, secondo Nietzsche. La vita non ha bisogno di questa reazione, ha bisogno invece di un nichilismo attivo.
Perché bisogna uccidere Dio, si, lasciare il disastro e sostituirlo con nulla, di un'altra fede, almeno, ma bisogna a questo punto diventare noi stessi superuomini, noi stessi degli dei, creare noi i nostri valori, passare dal leone al fanciullo. Solo così potremo realizzare pienamente l'impresa. In questo senso, Nietzsche afferma: "Io sono l'unico vero nichilista", cioè quello che ha usato il nichilismo come passaggio per arrivare a qualcos'altro. Il nichilismo è una fase di passaggio, bisogna distruggere per poi arrivare all'utile, per poi arrivare a dare nuovi valori, a dare nuovi significati alle cose, a dare un senso.
Ma che senso bisogna dare? Sulla base di cosa? Voglio dire, il superuomo usa la volontà di potenza. Sulla base di cosa crea? Che direzione deve rivedere la sua vita? È qui che si apre una pagina particolare della filosofia di Nietzsche, che è l'ultima che affrontiamo, cioè il cosiddetto prospettivismo. Perché vi ho detto: il superuomo deve dare, cioè valori, decidere lui, deve fare lui autonomamente, diventare Dio di se stesso. Ok, ma cosa, come, in quale squadra deve intraprendere? Non c'è una via, nel senso che ogni uomo decide lui sulla base delle sue intenzioni, dei suoi bisogni, della sua volontà di potenza, di quello che desidera.
Ogni uomo è libero, ogni, meglio, il superuomo è libero di creare da sé il suo valore, il suo destino, la sua vita, il suo senso. Questo perché non esistono i fatti, ma esistono solo le interpretazioni, dice Nietzsche. Di fatto, non esiste nulla di oggettivo a questo mondo. Non esistono strade, vie che possono valere per più persone. Tutto quello che noi viviamo è soggetto a interpretazione. Anche noi stessi siamo interpretazione. Noi stessi, io, il mio io, è una mia interpretazione. Il vostro io, una vostra interpretazione. Tutto è interpretazione. Non c'è nulla di oggettivo. Tutto è semplicemente determinato da quello che desideriamo, da quello che vuole la nostra volontà di potenza.
E dunque, non c'è una strada univoca, non c'è una soluzione unica, non c'è una logica. Tutto è semplicemente espressione della nostra prospettiva, del nostro punto di vista, di ciò che vogliamo, di ciò che ci fa comodo, di ciò che sono quelli che sono i nostri bisogni. Solo questo vale, solo questo conta. E quindi, non c'è una strada di per sé univoca. Un altro, se dessimo noi la strada al superuomo da seguire, a noi superuomo, sarebbe ancora schiavo di qualcun altro, sarebbe ancora determinato da noi, da me. La sua via, invece, il superuomo deve diventare davvero padrone, e può essere padrone solo se lui sceglie sulla base della sua volontà. Non c'è altra via.
Ecco, ho detto grossomodo tutto quello che, secondo me, molto brevemente, c'è da dire sulla filosofia di Nietzsche. E l'idea è proprio questa: un'idea di un uomo che deve sbarazzarsi della cultura, deve sbarazzarsi del peso della storia, deve sbarazzarsi di quello che tutta la civiltà occidentale gli ha prospettato, perché ammette che è una bugia, ammette che è una falsità, ammette che è un sistema per non dire la verità sulla vita, per rifugiarsi in un mondo falso, in una favola dove tutto ha senso. In realtà, niente ha senso, e l'uomo deve rendersene conto.
Se se ne rende veramente conto, accetta tutto quello che gli viene di conseguenza, accetta l'eterno ritorno dell'uguale, accetta il dolore, accetta i nuovi valori, accetta la volontà di potenza, e diventa artefice del proprio destino, padrone della propria vita, completamente. Questo è possibile solo a pochi eletti, sembra dire Nietzsche. Non abbiamo, non ci siamo soffermati su un'interpretazione politica della filosofia iniziale, si è molto discusso, ma sembra per Nietzsche che pochi eletti possano arrivare a questo scopo, questo scatto evolutivo. La differenza che c'è tra il superuomo e l'uomo è simile alla differenza che c'è tra l'uomo normale e la scimmia. Serve proprio uno scatto in avanti, ma pochi potranno farlo, secondo Nietzsche.
Altri interpreti hanno detto che forse, invece, il messaggio di Nietzsche si rivolge a molte persone, all'umanità intera. E chi lo sa? Si può interpretare Nietzsche, e ripeto, in tantissimi modi diversi. Però questo è il messaggio, questa è, in fondo, il lascito di Nietzsche. Spero sia riassestato dentro. Allora, ho cronometrato un po' alla buona, ma sono fasi di montaggio. Vedrò se sono rimasto dentro i tempi, ho sforato di suo lato di poco. Spero sia, appunto, di poco, e chiedo venia.
Vi ricordo che in descrizione trovate i titoli dei video che sono comparsi qui mentre spiegavo, in modo da riascoltarvi un pezzo o un atto di questa lunga spiegazione, e trovate anche il link alla playlist su Nietzsche completa, e il link alla playlist sulla lettura integrale delle così per la Taratura. Sono una marea di puntate, una ventina, se ricordo bene, lunga, però insomma, l'opera anche corposa, e se avete tempo, ne vale la pena. E poi trovate anche link alle playlist principali, ai social network, se volete rimanere in contatto, sapere quando preparo video di questo tipo, da un'ora o anche diversi, e il link alla newsletter settimanale, se volete anche una volta a settimana un riassunto di tutti i video fatti, podcast, eccetera. Finito. Ci vediamo presto per altri video di storia, filosofia, educazione civica. Alla prossima.
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