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MASCHERE: "L'infiltrato di Dio. Come furono smascherate le Brigate Rosse.

Le idee in circolo1:02:20

Transcription

Essere intervenuti così numerosi a questa serata per noi speciale. Abbiamo con noi Walter Di Cera, dottore in psicologia, e questa sera ci parlerà di questa sua esperienza particolarissima di infiltrato di Dio nelle Brigate Rosse. Cominciamo subito con una pagina del suo libro.

Un imprevisto. Via Metronia, 24 settembre 1979, prime ore del pomeriggio. In quel pomeriggio movimentato, fatto di incontri clandestini in una Roma che riprendeva pienamente il suo ritmo abituale dopo le vacanze estive. Parte del nucleo combattente destinato all'assalto al supercarcere dell'Asinara era rientrato dalla Sardegna per riprogrammare la più grande azione di guerra allo Stato mai vista prima. Quel pomeriggio eravamo suddivisi in diversi nuclei operativi, ciascuno dei quali aveva un compito. Il nostro nucleo era composto da quattro elementi. Oltre a me e a Prospero Gallinari, c'erano Pietro Vanzi e una giovane ragazza, Mara Nanni, che erano di copertura a distanza remota da me e Gallinari. Dovevamo sostituire una targa ad un'auto del parco auto delle Brigate Rosse, precedentemente destinata ad essere trasferita in Sardegna per l'assalto al carcere di massima sicurezza dell'Asinara per far evadere tutti i militanti storici delle Brigate Rosse, tra i quali Renato Curcio e Alberto Franceschini, o in subordine per un assalto all'interno del Ministero dei Trasporti a Roma. Pietro Vanzi e Mara Nananni avrebbero dovuto svolgere il ruolo di copertura, mentre io e Gallinari, nomi di battaglia Giuseppe, dovevamo cambiare la targa. Il ruolo di sostituire la targa aspettava a me, ma per un presentimento preferii non accovacciarmi in quell'angusto spazio tra le auto parcheggiate perché volevo avere il controllo della visuale. Così dissi a Gallinari che non riuscivo a svitare la vite. Lui prontamente mi sostituì accovacciandosi a livello del cofano e iniziò l'operazione tecnica. Nel corso di questa semplice operazione, dopo pochi minuti, accadde quanto era nei miei presentimenti. In pratica spuntò un'Alfa Romeo della polizia che marciava molto lentamente. Evento prevedibile e non a caso, mentre uno di noi lavorava al cambio della targa, l'altro, cioè Gallinari, era preposto al fuoco di copertura, ma io avevo deciso di invertire i ruoli. L'arrivo della polizia, per definizione, era considerato un evento sempre possibile e, in quanto tale, previsto. Anche la nostra reazione era prevista e militarmente strutturata per questa fattispecie: abbattere immediatamente il nemico. Mentre guardavo fisso l'auto che avanzava lentamente, dissi a Gallinari: "Giuseppe, una macchina della polizia sta venendo proprio verso di noi". Mentre osservavo attentamente i poliziotti a bordo, pensando che qualcuno li avesse avvisati della nostra presenza sospetta. Prospero Gallinari era accovacciato davanti al cofano anteriore dell'Alfetta a cui stava riavvitando la targa anteriore contraffatta e, data la sua posizione nascosta, non era visibile ai poliziotti e similmente lui non li poteva vedere. "Abbattili!" mi ordinò secco Gallinari mentre era ancora accovacciato.

Dottor Di Cera, qual era il suo ruolo nelle Brigate Rosse? Io ero deputato al reclutamento, lavoro di massa, lavoro politico, operavo in una brigata territoriale e quindi avevo questo incarico: reclutare militanti. Come vi è entrato? Ma qui siamo nel mistero. Siamo nel mistero. A distanza di tanti anni me lo chiedo ancora perché e come si entra in un'organizzazione così? Do una risposta secca. Dinamiche di gruppo all'interno del liceo che frequentavo. Quindi lei è entrato giovanissimo. Giovanissimo. Sì, giovane. M 19 anni. E perché? E ripeto, perché c'era una sorta di curiosità di scoprire cosa ci fosse dietro questa questa sigla, questa organizzazione. Una curiosità quasi antropologica per vedere i tipi umani. Quindi non ho capito per vedere i tipi umani, per vedere tipi umani, ma anche per capire la realtà. Mh. E premetto che io non ero un classico militante comunista, provenivo da un altro ambiente. Microfono, si sente? Quindi provenivo da un altro tipo di esperienza, poi magari la possiamo riprendere, per cui sì, eh è venuto veramente per le dinamiche gruppali, perché le dinamiche di gruppo, e magari di questo potremmo parlarne alla fine della, se vogliamo, della giornata. Certo. Sono il vero rischio, il vero pericolo per i giovani. Quanti brigatisti ha conosciuto lei e come si svolgevano queste conoscenze? Ne ho conosciuti molti, moltissimi, qualche centinaio direttamente, altrettanti indirettamente, quindi si può dare dei numeri, bah dei numeri 200, più o meno 250, perché Patrizio Peci in una sua intervista a Enzo Biagi dice che i capi erano 18 in tutto, più o meno in tutta Italia e calcola, stima sempre Patrizio Peci che gli operativi fossero 500. Lei ci sta dando dei numeri molto più ampi perché sta parlando credo solo della colonna romana. I numeri sono molto più ampi perché io ho cognizione di causa perché poi ho lavorato nell'antiterrorismo e quindi sono numeri purtroppo reali. Numeri reali e dei quali molti di questi numeri sono rimasti ancora nell'ignoto. Quindi abbiamo certezza dell'esistenza di un gruppo di militanti che poi non è mai stato individuato. C'erano donne molto elevati. Sì, c'erano donne nel gruppo e che ruoli avevano? Quante erano? Assolutamente sì. C'erano diverse donne, i ruoli erano i ruoli che avevano i maschi, gli uomini, né più e né meno. C'era una parità, non c'era una discriminazione, non c'era le donne avevano, anzi, se pensiamo ad una donna, la famosa primula rossa, la Barbara Balzerani, aveva un ruolo di grande rilievo all'interno delle Brigate Rosse, quindi era uno dei capi. Quindi le donne prevalentemente erano tutte rivolte, destinate a diventare dei capi nelle Brigate Rosse. Si instauravano relazioni particolari con queste donne? No, assolutamente no. Le relazioni che io ho osservato erano relazioni di militanza, quindi relazioni molto serie, molto politiche e per cui non vedevo altre implicazioni. Era un ambiente molto austero da un certo punto di vista, molto molto serio, ecco, professionale, quasi professionale dal punto di vista dell'aderenza alla cultura operaia. Questo sì, cioè ci spiega un po' questo aspetto, ma per esempio faccio l'esempio degli stipendi. Lo stipendio che prendeva un militante regolare, quindi per militante regolare intendiamo il militante clandestino, quindi che era passato nella clandestinità, era lo stesso stipendio che prendeva un operaio dei Mirafiori, né più e né meno. E i finanziamenti, visto che parla di stipendi, da dove provenivano? Da attività chiaramente predatorie, rapine, m prevalentemente da rapine. Lei ha ricevuto un addestramento? Ma l'addestramento è nelle Brigate Rosse era un addestramento sempre molto eh se vogliamo da autodidatti da autodidatti. Per cui di fatto sì c'era un addestramento alle armi, però non pensiamo a quegli addestramenti militari o paramilitari tipici di altri tipi di organizzazioni. Era fatto nel giardino di casa, sostanzialmente, intendo per giardino di casa dei boschi, delle località eh prevalentemente outdoor, fuori fuori porta, no? Isolate e dove le persone andavano lì e sparavano a dei bersagli. Ecco, questo era un po' l'addestramento, parlo di addestramento militare, era molto più curato l'addestramento, tra virgolette politico. Quindi, essendo stata un'organizzazione politico-militare, quello politico era più curato. Era più curato, per cui c'era un'attività veramente molto cervellotica di capire come coinvolgere le masse per la rivoluzione, no? Era un monotema ossessivo questo. Dice cervellotica cosa intende cervellotica? Intendo che quello che ho ho osservato direttamente è che c'era la ricerca di categorie astratte che giustificassero il concetto di rivoluzione in Italia in quegli anni. Faccio un esempio per tutti che era appunto il discorso sulle multinazionali, no? e quindi il potere delle multinazionali che tutto sommato forse eh potremmo anche oggi eh scoprire che c'è ci fosse qualcosa di di vero, ma non è totalizzante questo concetto, no? E quindi il concetto, appunto, di imperialismo delle multinazionali richiedeva in quegli anni una ricerca astratta, molto forzata per affermare una cosa del genere, perché in realtà in quegli anni quello che invece era in vigore era lo stato diritto, era la democrazia. Quindi questo imperialismo delle multinazionali non è che fosse un dato di realtà, insomma, era molto costruito, era un'astrazione e quindi c'era uno sforzo ideologico, ideologico ideologico molto intenso, quindi essendo uno sforzo ideologico molto intenso era un qualcosa che faceva distaccare dalla realtà le persone. Eh, come si svolgevano queste, suppongo, riunioni, mh questo tentativo di creare un'ideologia, indottrinamento, classico indottrinamento, quello che avveniva, ma che avviene ancora oggi da parte di tante forze politiche, cioè nulla di più e nulla di meno. Classica scuola di partito, se se vogliamo così usare questo termine mh mh con discussioni oppure diciamo lezioni? No, no, discussione, discussione, discussioni, letture, eh studio, eh interrogazioni per capire se i discepoli avevano capito effettivamente eh il costrutto ideologico che motivava alcune risoluzioni strategiche, alcuni volantini, alcune scritture elaborate dal del comitato esecutivo e via discorrendo. Lei parla appunto adesso di comitato esecutivo, quindi un'organizzazione a più livelli. Era un'organizzazione gerarchica fortemente strutturata, né più e né meno come strutturato uno stato, quindi con un responsabile e vari organi esecutivi. Vari organi esecutivi, varie strutture e definiamole ministeriali, no? mh mh eh che che a differenza chiaramente di uno stato producevano terrore, quindi i morti, perché chiaramente l'assunto delle Brigate Rosse nel momento in cui scattava la fase armata, essendo un assunto di tipo rivoluzionario, produceva prodotto vittime innocenti. Quindi le Brigate Rosse, a differenza dello Stato italiano, applicavano la pena di morte. Mh mh. Corretto, quindi sostanzialmente dire che si trattava di una struttura di uno stato nello stato, quasi voleva essere tale, anzi voleva essere il controstato. Mh. Quindi voleva essere il contropotere, quindi una forza da contrapporre al potere dello Stato. Quindi, in sostanza, fare la guerra civile in Italia per prendere il potere dello Stato e quindi per portare ad uno stato rivoluzionario, stato rivoluzionario di tipo bolsevico, quindi leninista e quindi riprendere quella frattura che poi non è stata mai sanata in Italia se da un certo punto di vista che era la frattura del post Resistenza, no? Mh mh. Quindi le divisioni tra i gruppi partigiani, le Brigate Rosse in realtà si sentivano depositarie della tradizione partigiana di sinistra. Quindi molti brigadisti, soprattutto quelli anziani, si sentivano essere eh aver preso in mano la staffetta dei gruppi partigiani e quindi di proseguire. Questo parte dall'azione anche di Feltrinelli, di Giangiacomo Feltrinelli, per cui non stiamo dicendo nulla di nuovo, insomma fa parte della storia, insomma. Quindi, però c'è questa e come dire illusione, questa illusione nella percezione storica dei momenti che nel momento in cui nascono le Brigate Rosse la realtà era completamente diversa da quella della Resistenza. Non sono mai nati dubbi e discussioni a questo proposito e se nascevano come venivano risolti? Non era possibile. Non era possibile perché la dinamica di gruppo, che è il vero elemento che ha coalizzato queste organizzazioni, non solo le Brigate Rosse, ma anche le altre, eh stiamo parlando di centinaia di migliaia di militanti arrestati, eh, quindi stiamo parlando di un fenomeno massivo, eh, molto importante di quegli anni. Era questa coesione emozionale di aderire a un patto che era quello rivoluzionario e una volta che ci si trovava lì dentro era impossibile uscirne fuori da vivi. Lei però c'è uscito e direi che un punto di svolta della sua vita è stato il servizio militare a Cervignano del Friuli nella divisione Folgore. Lì eh lei scrive che c'è stata una svolta perché lei ha giurato fedeltà alla Repubblica. Sì. Primo punto di svolta della sua vita. Beh, è stato un momento molto importante perché io avevo riconquistato la mia individualità. Quindi una volta uscito dalle Brigate Rosse, quando io sono uscito da questa organizzazione ne uscii. Perché ne uscii? Perché io ero fortemente sospettato da parte dei vertici dell'epoca che erano costituiti da come erano costituiti vertici da da chi? Sì, c'è c'è c'era un vertice. Sì, ma chi erano le persone che costituivano i vertici cui lei faceva? Ma erano militanti regolari, adesso insomma i nomi Sì, ma sono poco Sì, super. Però c'erano alcuni vertici, vorrei non farli i nomi in questa in questa sera, che sospettavano fortemente che io fossi un infiltrato dei carabinieri. Non era vero, non era così, però loro sospettavano questo proprio a seguito dell'avvenimento dell'arresto di Prospero Gallinari. Mh mh. E quindi c'era questa confessione, fui messo sotto inchiesta, sotto processo che è durato tempo, insomma, indagine che è durata del tempo. Quindi un'indagine da parte delle Brigate Rosse nei suoi confronti. Certo. Che consisteva, ci può descrivere brevemente? Ma eh come venivano svolti questi processi? Perché noi abbiamo conoscenza, per esempio, del processo che le Brigate Rosse svolsero nei confronti di Roberto Peci, il fratello di Patrizio Peci. Nei confronti di Roberto Peci non erano le Brigate Rosse tradizionali, era un'altra organizzazione che era appunto il Partito Guerriglia poi che che era nato, no? Quindi era come dire una costellazione delle Brigate Rosse. Quello è stato l'apice di un processo interno, di una distorsione sostanzialmente criminale che ha portato all'omicidio di questo giovane. Insomma, sostanzialmente no. Il processo non è che fosse un processo da aula giudiziaria, assolutamente no, però chiaramente io ero stato informato che ero messo stato messo sotto inchiesta, no? perché sospettato di essere in realtà un uomo collegato allo Stato e per questo motivo, per questo motivo io uscii, mi salvai sostanzialmente da dall'esito del processo m m e quindi iniziò l'avventura nella Folgore. Quindi sostanzialmente l'avventura nella Folgore, la lontananza da Roma mi ha salvato. Mi ha salvato. È uscito da quelle dinamiche gruppali di cui dicevo prima. Parlavo prima. Certamente. Ok. Da lì ha iniziato un po' la sua collaborazione con le forze dell'ordine. Ci vuole descrivere brevemente il suo ruolo tecnico nello smantellamento delle Brigate Rosse. Allora, la collaborazione è stato un fatto naturale. In che senso? Nel senso che quando a un certo punto sono uscito dalle Brigate Rosse, sono uscito perché avevo in mente di distruggerle e quindi e qui è proprio un problema di coscienza mia personale, quindi avevo proprio questo obiettivo: distruggere le Brigate Rosse. Quindi, quando arrivarono i carabinieri a Cervignano, questo è descritto nel libro, eh, comandati dal brillantissimo all'epoca capitano Domenico Di Pedrillo, ci guardavamo negli occhi. Io mi è subito chiaro questa cosa. Lui era incredulo, cioè non voleva credere ai suoi occhi. Dice, "Per Bacco, abbiamo trovato, no, una risorsa strategica". Però lì intervenne qualcosa che creò un patto di fiducia tra me e lui. Quindi ci fu veramente, io direi quasi un miracolo. Ci intendemmo immediatamente e quindi da lì iniziò immediatamente un rimboccarsi le maniche e metterci al lavoro. Appunto, mettersi al lavoro. Nel libro lei dice che si facevano varie ipotesi di lavoro col gruppo di carabinieri. Come si lavorava all'interno di questo gruppo? Qual era il metodo? Ma certamente non posso entrare nei dettagli per motivi di riservatezza, ovviamente, quindi non posso svelare troppo, però qualcosa la posso dire. Ma innanzitutto c'è da dire un fatto che io appena entrai in questa struttura, nel senso poi da specificare una cosa, io entrai come detenuto, quindi ero stato arrestato perché ero stato assunto tramite un concorso, quindi ero detenuto, insomma, e però siccome c'era questo patto, no, di dire lavoriamo insieme per pacificare l'Italia, basta con questi spargimenti di sangue. E quindi è una cosa che è maturata in pochi giorni, in pochi giorni, anche con i magistrati magistrati intendo Rosario Priore e Domenico Sica. Si creò una squadra unica. Allora ci fu immediatamente una prima operazione antiterrorismo che portò a tanti arresti sulla base di tutte le conoscenze che avevo, insomma, quella più diretta, no? Però mancavano tantissimi latitanti all'appello. Per questo nel libro parlo di ipotesi di lavoro, perché lavorare sul latitante era la cosa più impossibile di questo mondo, proprio perché era latitante. Quindi poi erano anche bravi nella latitanza i quadri regolari cosiddetti, no? Quindi non era per niente facile trovarli e quindi le ipotesi di lavoro si basavano su quello che il generale Dalla Chiesa chiamava i rami verdi. I rami verdi. Ipotesi di lavoro erano i cosiddetti rami verdi, quindi persone vicine agli ambienti che venivano sostanzialmente eh pedinate, curate, seguite nel tempo, è chiaro, evitando che commettessero dei reati penali o se c'era autore di commissione di un reo penale venivano arrestati ovviamente e quindi le ipotesi di lavoro si basavano su delle conoscenze dei personaggi e delle loro cerchie più strette. Un lavoro incredibile, un lavoro gigantesco che portava via del tempo, molto tempo. Lei dice nel libro bisognava pensare come le Brigate Rosse, non è una frase sua. Questa era una frase proprio di Dalla Chiesa. Esattamente. E però come pensavano le Brigate Rosse? Ma le Brigate Rosse avevano un sistema di pensiero militare molto ferreo, quindi non era facile stargli dietro e proprio perché si basavano sulla guerriglia, sulle tecniche di guerriglia e quindi la tecnica di guerriglia mordi e fuggi, per cui faccio un esempio molto banale. Molti brigadisti abitavano in Francia, quindi questo proprio perché Mitterrand li aveva accolti e quindi in Francia erano al sicuro, erano protetti dal governo francese, poi ogni tanto venivano qui, facevano gli attentati e tornavano in Francia e quindi non era facile chiaramente esercitare un'azione di contrasto in queste condizioni. E allora bisognava pensare, come pensano i brigadisti, nel senso bisognava conoscere molto bene la mentalità del brigadista per anticipare le mosse. Era una cosa molto difficile, non è che fosse così semplice, eh. Quindi soltanto chi li aveva conosciuti direttamente poteva fare questo lavoro. Nella fattispecie uno ero io. Lei era l'unico o è stato il primo? Non credo nel primo e né l'ultimo, non so quantificare effettivamente sono stato uno dei più importanti.

Sentiamo adesso un secondo brano. Prego Matteo. Prima ancora di iniziare la vera e propria ricerca con la squadra a Chiappi, avevamo avviato un servizio di osservazione in un luogo destinato dalle BR ai cosiddetti appuntamenti strategici. Era la chiesa della Natività di nostro Signore Gesù Cristo in via Gallia a Roma. Io ero sul terreno all'interno della balena, cioè del furgone chiuso con il vetro posto dietro abitacolo oscurato in senso unidirezionale, in modo che non si potesse vedere guardando dall'esterno all'interno. Ma questo vetro non era perfetto. Trascorsero diversi giorni senza risultati. In quel luogo non passò nessuno dei brigatisti noti, anche se non posso escludere che ve ne siano passati altri non noti. L'ultimo giorno molti dei carabinieri coinvolti nell'operazione erano piuttosto sfiduciati. Tutti erano comunque disseminati lungo via Gallia in modo da poter chiudere la rete e circondare gli eventuali brigatisti che si recavano in chiesa per questo appuntamento. Il mio furgone e Baffo eravamo posizionati in prossimità di una fermata dell'autobus proprio di fronte alla chiesa oggetto di osservazione. Improvvisamente vidi due latitanti che avanzavano a passo spedito in nostra direzione, una questione di 4 o 5 secondi, mentre sono già a passo da noi. Notai che si sbottonavano le giacche per facilitare la presa dell'arma. Pensai al peggio. Sicuramente mentre arrivavano sul luogo avevano già notato la presenza di uomini in borghese nella postazione più periferica del dispositivo. Vidi Baffo di Petrillo che li osservava ma non li conosceva. Presi con prontezza la mia radio Motorola e comunicai: "Baffo, stanno arrivando Pancelli e Padula in tua direzione". Baffo non si voltò, ma li inquadrò con la coda dell'occhio, pronto a reagire all'azione, mentre i due lo avevano sfiorato. Fatti tre passi di numero, arrivarono vicino alla balena, dove dentro c'ero io. Padula guardò all'interno del furgone e incrociò i miei occhi. Pensavo che stesse per aprire il fuoco. Erano attimi cruciali. Capivo che il vetro scolava poco. Padula mi vide, mi riconobbe e capì che era un agguato. Rapidamente aprì la giacca, ma lo persi della mia visuale. Con me c'era un brigadiere con il quale avevo una grande sintonia personale ed operativa, un uomo coraggioso, brillante. Lui era uno del vecchio nucleo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Eravamo come due fratelli. Sapevamo di essere come in una trappola in quel furgone. Attendemmo i colpi sulla fiancata del furgone, ma i due latitanti non aprirono il fuoco contro il furgone e cercarono la fuga facendo un balzo verso una traversa laterale a 3 m. Non appena voltarono l'angolo di via Gallia con via Luni, Pancelli e Padula avevano già acquisito il vantaggio di combattimento perché avevano le pistole in mano e aprirono il fuoco. Per fortuna non hanno usato le bombe a mano che pure avevano. Le pistole dei due terroristi calibro 9 Parabellum e 7.65 con caricatori bifilari crearono un volume di copertura con decine di colpi sparati in rapida successione che costrinse gli uomini dell'anticrimine a proteggersi dal fuoco incessante aperto contro di loro che nel frattempo li stavano inseguendo. Interi caricatori sparati in rapida successione. Furono attimi frenetici. Il brigadiere, che era con me, con grande coraggio, immediatamente, senza neanche avere la minima incertezza, aprì il portellone e scesi dalla balena e mi lasciò da solo. All'interno della balena restò un mitra M12. Il mio amico brigadiere non ebbe esitazioni. Sapeva che poteva fidarsi ciecamente di me. Mi considerava uno di loro. Rimasto solo nella balena con la porta aperta, afferrai la radio per dare l'allarme alla sala operativa del nucleo radiomobile dei Carabinieri. Centrale da Messico. Avanti Messico. Conflitto a fuoco in via Gallia, angolo via Luni. Durante OCP conto diretto con latitanti Brigate Rosse. Avvisare unico maggiore Mori dal reparto operativo dicendo di contattare immediatamente Messico. Mandate auto di rinforzo e ambulanze. Ricevuto Messico. Dopo 10 interminabili minuti di colpi su colpi, Villa riuscì quasi a raggiungere i due brigatisti mentre fuggivano e avevano finito i proiettili. Ma il carabiniere, per deontologia militare, non gli sparò alle spalle e Padula e Pancelli, che avevano comunque un vantaggio di diversi metri, riuscirono a dileguarsi tra la folla. Lo Stato non spara alle spalle. Rientrò trafelato il brigadiere nella balena e mi disse che c'erano stati dei feriti affacciati alle finestre. Pancelli e Padula erano fuggiti alla cattura e per fortuna tra di noi non vi erano morti o feriti, nonostante gli oltre 50 colpi di copertura sparati dai due latitanti. Rapidamente con la balena facemmo rientro in sezione. La squadra Chiappi è stata un'invenzione del vostro gruppo e lei dice nel libro che rappresenta la maturità dello Stato. Ci vuole spiegare? Rappresenta la maturità dello Stato perché questa squadra non nutriva odio verso gli avversari, era una squadra di pacificatori. Questo cosa intendo dire? Che il brigadiere che non ha sparato alle spalle del brigatista che oramai aveva quasi raggiunto, non ha sparato perché sarebbe stato un omicidio, perché era di spalle e quindi questo posso sembrare che può posso immaginare che può sembrare paradossale, ma è un valore che quel brigadiere in quel momento ha espresso. E da questo punto di vista era un gruppo maturo, proprio perché nei briefing e nei debriefing si faceva molta attenzione a non creare situazioni o comunque a non facilitare situazioni che potessero far innescare un'escalation come reazione da parte brigadista. Quindi, dovendo essere un'opzione di pacificazione si evitavano i morti per essere nudo e crudo. In altre circostanze quei due brigadisti sarebbero stati due morti, senza nessun dubbio, ma in quel momento lo Stato non voleva fare morti perché voleva pacificare il paese. Questo è un messaggio molto forte di cui se ne parlava e se ne riparlava perché, insomma, quando ci si trova in un conflitto a fuoco durante una cattura di un latitante e il passaggio tra la vita e la morte è molto labile e lì i colpi volavano, per cui non era eh non era aria fresca, insomma. E però, ecco, la maturità di questi di tutti, di tutta questa squadra era quella di prestare la massima attenzione affinché si potesse catturare l'avversario, il nemico, il terrorista, il brigatista senza spargimenti di sangue. Fuggivano i brigatisti e fuggiva anche lei dai brigatisti. A distanza di anni, che differenze vede fra la sua fuga e quella dei suoi ex compagni? Mah eh diciamo che eh la fuga dei brigatisti a un certo punto si è arrestata perché li abbiamo arrestati tutti e la differenza è questa. Quindi l'azione nell'antiterrorismo ha consentito il pieno successo quantomeno su quei brigadisti conosciuti. Molti sono stati non individuati, quindi ce ne sono stati alcuni che sono fuggiti, ma non sappiamo neanche chi siano questi signori, ma quelli conosciuti sono stati tutti arrestati, processati e quindi chiaramente hanno affrontato la loro pena, quindi hanno scontato la pena. E per rispondere alla domanda, nel mio caso è chiaro che io, come dire, da un certo punto di vista sono sempre, almeno per quanto riguarda quelli vecchi, un loro nemico e quindi resto tale. Eh, per me sono assolutamente indifferenti, nel senso che il nostro dovere era quello di pacificare il paese, di fare verità sui fatti e quindi di fare in modo che la giustizia facesse il suo corso. Quindi non c'è stato mai odio personale nei confronti delle persone. Quindi la differenza è questa che io non odio nessuno di loro e forse qualcuno di loro odia me questa questa è la differenza. Non è un dettaglio da poco. Non è un dettaglio da poco, però andiamo oltre. Non non mi impressiona. Ecco. Certo. Eh mai avuto paura di essere ucciso o ha tenuto rappresaglie nei confronti dei suoi familiari? No, mai. Mai. Mai. Perché è un fenomeno che so controllare, lo controllo e quindi so come affrontarlo e poi mi affido anche un po' alla Divina Provvidenza, un po' tanto, diciamo. Si è mai sentito un infame? Mai. Non vedo proprio il motivo perché Patrizio Peci, appunto, scrive "Io l'infame". Sì, sì, sì. che era il titolo che eh questi gruppi davano a chi per la prima volta aveva il coraggio un po' di dissociarsi. Ma nel mio caso le cose sono molto diverse perché io ero definito il carabiniere, era un po' di un concetto diverso. Ci spieghi un po' l'episodio? Ma l'episodio, guardi, eh io sono stato un mese, un'estate appena subito dopo l'arresto, dopo che facemmo chiaramente tutta l'attività di di grande di grande pulizia in giro per le strade d'Italia e andai un mese nel carcere di Pagliano nella sezione dei pentiti cosiddetti, no? E quando arrivai lì ci fu una forte reazione da parte di di alcuni di di costoro perché ero proprio etichettato come il carabiniere, quindi quando io frequentavo gli ambienti comuni non mi parlavano, non mi evitavano, se stavano parlando non parlavano più, quindi atteggiamenti tipici dell'omertà carceraria, no? Proprio perché io ero attribuito, in un certo senso, dall'altra parte e dell'Arma dei Carabinieri. Questa è un po' la la sintesi della storia. Si è mai sentito un pentito? Si definirebbe pentito? No, no, non come etichetta. Il pentimento è un fatto interiore che riguarda poi siamo dal Giubileo, per cui vo dire è un tema centrale della spiritualità, no? Quella del pentimento e quindi dell'indulgenza plenaria, però è un fatto interiore, non definirlo come etichetta in un processo appunto di tipo diverso, no, direi di no. Io sono stato sono collaboratore dello Stato, il resto tale in modo molto razionale, in modo molto cosciente per decisione responsabile di fare di svolgere il mio ruolo nell'ambito della pacificazione della democrazia.

Sentiamo adesso il terzo brano letto da Agnese. Quel giorno era grigio, uggioso, tipico della stagione natalizia. Tutta la mattinata era trascorsa in modo ordinario. Nel primo pomeriggio bolognese, membro dell'equipaggio di una delle auto del convoglio, disse a Oberdan, via radio, che doveva passare un attimo dal medico di famiglia a ritirare una ricetta per comprare le medicine contro l'influenza di suo figlio piccolo, un bambino dolcissimo che fu causa di uno dei più importanti eventi dell'antiterrorismo, come se dietro quella specifica esigenza del bambino ci fosse qualcuno che stava coordinando in modo preciso sulla convergenza degli eventi. Le coordinate erano tracciate in modo preciso, micrometrico, come fossero state gestite da un satellite dall'alto del cielo. Dirottammo immediatamente tutti verso lo studio medico che si trovava sulla Circonvallazione Gianicolense. Bolognese scese e andò dal pediatra. Tutte le altre auto ferme, compresa la mia ammiraglia, in attesa che Bolognese tornasse. Questa circostanza, del tutto imprevista, fu fondamentale perché se non ci fossimo fermati esattamente in quella posizione e in quel luogo, non sarebbe mai accaduto quello che stava per succedere proprio in quel luogo e in quel momento. Ma in effetti nulla è casuale quando si manifesta un segno. Normalmente ero sempre concentrato al massimo, ma quell'attesa divenne una piccola pausa di rilassamento. Si chiacchierava del più, del meno, sempre con l'allegria e la gioia del servizio. Mi ero effettivamente rilassato ed ero distratto dalla conversazione con Oberdan e Fiorenzo. Improvvisamente avvertii un atto riflesso al collo, inspiegabile, come una mano che mi fece girare il capo bruscamente alla mia sinistra senza volerlo. Uno scatto di nervi incomprensibile, quasi come un tic. Proprio in quell'istante stavano transitando una serie di autobus velocissimi, ma su uno di questi, quello della linea 31, stracolmo di passeggeri ammassati, cadde il mio sguardo e proprio in quell'istante la mia testa terminò la sua rotazione, conducendo la traiettoria del mio sguardo solo ed esclusivamente su due teste tra l'indifferenziato ammasso di passeggeri. Tutto in un'infinitesimale frazione di secondo. Le teste erano quelle di Luigi Novelli e Marina Petrella. Li riconobbi immediatamente nonostante l'affollamento sulla piattaforma e la distanza consistente che ci divideva. Oberdan, via, via. Cenovelli con altri sull'autobus. Partiamo subito. Fiorenzo, senza esitazione, parte come un razzo dietro l'autobus, mentre Oberdan iniziava a dare tutte le disposizioni operative per salire a bordo e catturare Novelli e sua moglie, che erano con altri brigatisti nella confusione dell'arresto. Erano attimi di grossa concitazione perché era un'azione in pieno movimento e carica di imprevedibili conseguenze. Un conflitto a fuoco in mezzo a quella folla di passeggeri avrebbe significato una strage. Ma non dovevamo esitare e procedemmo con la massima concentrazione operativa per evitare la reazione dei soggetti. La posta in gioco era altissima. Con la ammiraglia ci ponemmo davanti al bus dalla porta anteriore. Kawasaki e Tromba da quella centrale, Mura e Mozzo da quella posteriore. L'autobus ripartì, ma pochi metri dopo si arrestò perché Luigi Novelli e Marina Petrella erano già stati ammanettati e trascinati a bordo delle nostre piccole vetture. Pochi secondi di tempo e via, velocissimi verso il reparto operativo. Quando e come è avvenuta la scelta di collaborare? La scelta di collaboratore, di collaborare, come dicevo prima, è maturata molto tempo prima che conoscessi i carabinieri del nucleo antiterrorismo e quindi mi auguravo che fossero i carabinieri ad accogliermi, chiaramente da da arrestato ovviamente, no? E questo perché? Perché erano militari, non perché la polizia, per carità, la polizia la massima stima della polizia di Stato, tanti amici che stavano però e in quel momento il nucleo di Dalla Chiesa era molto ben organizzato sulla materia, quindi la scelta di collaboratore di collaborare è stata molto precedente, praticamente accompagna la mia uscita dall'organizzazione, quindi io esco dall'organizzazione convinto che li avrei distrutti e così è stato. In questo testo che abbiamo appena sentito, lei parla di segni, di premonizioni. Ci vuole un po' spiegare? Mi rendo conto che come un po' il discorso sul pentimento che io lo rimando l'atto della confessione con un prete, no? E non ad un'aula pubblica. Certo. Quindi è un fatto interiore, personale, per cui non entro nel merito. Questo quello che volevo chiarire. La stessa cosa riguarda i segni, però visto che nel libro ne parlo, quindi qualcosa la vorrei dire, che tutta questa vicenda di 10 anni di lotta al terrorismo diretta sul terreno, fatta di svariati conflitti a fuoco, di feriti, di gente che innocente, di passanti che sono rimasti feriti sotto il fuoco dei brigatisti che per scappare sparavano e sono stati costellati da una serie di situazioni che non sono spiegabili dal punto di vista razionale. E l'episodio che è stato letto poco fa sull'arresto di due membri del comitato esecutivo dell'epoca delle Brigate Rosse, Marina Petrella, che ancora è libera in Francia, il governo francese non l'ha più restituita la la Petrella all'Italia e Luigi Novelli, che era suo marito, che era uno dei capi della colonna romana, eh dell'incredibile perché è avvenuto veramente per caso, ma è un caso così particolare, così strano, dove io vedo un segno, io personalmente, poi per carità la cosa è discutibile, un segno che è un segno della Divina Provvidenza, avendolo vissuto in prima persona e so che è incredibile quello che è successo. Statisticamente è stata una eventualità davvero rara, rarissima, quasi impossibile e tanto per intenderci, io ero seduto sul sedile posteriore dell'ammiraglia e Fiorenzo da una parte, Oberdan dall'altra davanti, io dietro qui dietro Fiorenzo, dietro l'autista, no? E quindi parlando con Oberdan, non potevo guardare gli autobus che passavano sulla mia sinistra, però in quella infinitesimale frazione di secondo avverto una forza che mi fa girare il collo istintivamente con lo sguardo che guarda caso tra centinaia di persone in piedi su un autobus affollatissimo. Tom lo sguardo va a beccare chi? La testa di Novelli ha dell'incredibile. Ha dell'incredibile. Qualche mese fa abbiamo incontrato Gemma Capra, la vedova del commissario Luigi Calabresi, che ci ha detto molto semplicemente che c'è stata una vera e propria irruzione di Dio nella sua vita nel momento in cui è stato ucciso proprio suo marito il giorno stesso, poche ore dopo. Per lei questa irruzione io la definisco l'imprevisto di cui sarà trattata al primo capitolo perché l'imprevisto non è stato l'arrivo della polizia, ma è stata proprio l'irruzione della mano di Dio nella mia vita, quindi la conversione che in quel momento mi ha illuminato e non ho obbedito agli ordini di Gallinari. Quando dice "abbattili, abbattili", io ho visto quegli uomini, la mia coscienza si è ribellata e non ho premuto il grilletto. Quindi questo è il fatto importante dove Dio in quel momento, in quel frangente, in quella circostanza geografica precisa, in quel momento esatto è intervenuto. Questo quello che avverto nella mia coscienza. Eh, lei ha contribuito a catturare circa 70 latitanti, fra i quali, appunto, personaggi estremamente importanti come Prospero Gallinari, Antonino Fosso, Barbara Balzarani, che sono gli omicidi di Moro, di Ezio Tarantelli. Fra le altre cose ieri ricorreva il 50º anniversario, il 40º anniversario dell'uccisione di Ezio Tarantelli. Sì. Nella cattura di Barbara Balzarani lei parla di una azione congiunta delle forze dell'ordine e dello Spirito Santo. E proprio lo Spirito Santo o lo Spirito Santo che agisce attraverso gli uomini? Mah io penso che sulla base di quello che ho detto anche poco fa è lo Spirito Santo che agisce attraverso gli uomini perché poi è lui che fa i disegni, muove i fili, crea le circostanze proprio col cronometro, cioè l'arresto torno, l'arresto appunto di della Petrella e di suo marito è stato un atto proprio cronometrico. Nel caso della Balzerani le cose sono un po' diverse. In che in che senso? Nel senso che lì c'è stata un'indagine molto molto lunga, molto lunga. Allora io in quel periodo vivevo nel convento di missionari Oblati segretamente e purtroppo le Brigate Rosse continuavano a sparare. Allora, con quello che all'epoca era il mio padre spirituale, padre Angelo Dal Bello, lui ogni tanto mi chiedeva, era veramente molto discreto, quindi non entravamo mai nell'attività che io andavo a svolgere la mattina dalla mattina alla sera a Roma, appunto di un'attività di contrasto. Lui sapeva bene, insomma, chiaramente che io e quello che andavamo a fare in giro, indagini, cioè cercare di arrestare gente, insomma, no? Però mai chiesto nulla, per cui però ci furono degli episodi dove mi chiese "Ma ma questa primula rossa, ma perché non si riesce ad arrestare? Perché purtroppo la gente moriva?" A un certo punto si creò un'unità in nostra protezione perché missionari, francamente, io mi rendevo conto che che c'era molta preghiera perché nei nostri confronti, parlo proprio della squadra a Chiappi perché eravamo quattro giovani poi alla fine che partivano con ste tre macchinette, andavamo in giro a rischiare la vita, insomma, tutti i giorni e quindi ogni volta che partivamo che il gruppo passava a prendermi in convento. Eh, io sapevo che loro pregavano per noi e tra loro intendo anche padre Angelo. E proprio qualche giorno prima per un caso parlammo della Barbara Balzerani e qualche giorno dopo comparve misteriosamente, magicamente Barbara Balzerani durante un'indagine che era in corso da parte di tutto il gruppo dell'anticrimine. E quel giorno la riconobbe e venne arrestata. Che ruolo svolse la Chiesa in quegli anni? È possibile parlare di missione? Il ruolo della Chiesa fu un ruolo fondamentale. Fu un ruolo fondamentale espresso da tanti personaggi della Chiesa di quel momento, tanto per ricordare alcuni nomi. Torri Boldi, per esempio, eh, Cardinal Martini, ma poi i nomi anche più eh che che magari che si conoscevano meno, ma che hanno fatto tantissimo, che oggi magari si conoscono di più, come Suor Teresilla e padre Adolfo Bachelet e che peraltro faceva parte com'è fratello? Il fratello del magistrato. Il fratello del magistrato ucciso. Sì. Ehm per cui un'opera veramente incessante, fortissima. Io, peraltro, ho conosciuto molto bene sia Suor Teresilla sia padre Adolfo perché fu proprio padre Adolfo a portarmi dagli Oblati perché in quel momento la caserma dove stavamo doveva essere smantellata e dovevamo trasferirci e quindi chiaramente i carabinieri avevano una casa. Io a casa mia non potevo andare perché m'avrebbero, come dire, individuato in 4 e 48 e quindi lui trova questa soluzione, dice "Ma allora ti portiamo in un convento". Ma avvenne così per caso anche questa cosa, cioè ripeto, banalmente per caso non accade nulla, però per caso si presentò questa circostanza e quindi fu lui proprio a a portarmi dagli Oblati dove conobbi peraltro Graziella De Luca del Movimento dei Focolarini, per cui ad un certo punto si creò un gruppo di solidarietà attiva fortissimo tra Missionari Oblati, tra l'epopea del focolare di Graziella De Luca dove materialmente Materialmente c'era un'assistenza concreta nei miei confronti che ero ricercato dalle Brigate Rosse e quindi questa opera concreta si si è tradotta in nell'offerta di case, di cambiamenti di abitazione, di banalmente anche eh dell'alimentazione, no? Quando stavi in queste case, perché poi eh molto spesso mi portavano anche il cibo da mangiare, per cui un po' come tempi della guerra, insomma, in effetti si era in guerra, per cui e poi l'opera della Chiesa è stata importante perché chiaramente ha fatto leva proprio sul concetto di proprio di eh di pacificazione e quindi di riconciliazione, di dialogo e di perdono. Quindi questo è quello che la Chiesa ha fatto e che ha creato sostanzialmente l'implosione di tutte le organizzazioni terroristiche dal loro interno stesso, perché a un certo punto le coscienze dei rivoluzionari sono crollate per dare spazio invece a una prospettiva diversa della vita. Questo grazie a tanti sacerdoti che hanno operato in tanti carceri, in tante situazioni e alcuni dei quali magari resteranno per sempre ignoti, ma che nel loro piccolo hanno fatto il loro hanno svolto il loro compito. Ecco, hanno agito, lei dice come dei chirurghi che ricuciono un corpo e però restano le cicatrici in questo corpo. Sì. Quali sono, secondo lei, queste cicatrici che sono rimaste? Ma le cicatrici sono le vittime. Cioè tutta questa storia assurda della della lotta armata, delle Brigate Rosse, della Rivoluzione di quegli anni presunta, auspicata da parte di masse di persone, in realtà ha prodotto solo morti, ferite, ferite grandi, ferite sia nella vittima che che non c'è più, ma sia soprattutto nelle famiglie, nei figli, nei nipoti e nei parenti, nella società civile. E quindi, chiaramente, è un discorso questo collettivo da non mai dimenticare perché il rischio che può tornare è sempre presente. Nel suo libro ricorrono spesso anche stasera le parole pacificazione e unità. Che valore avevano allora e che valore hanno oggi queste parole? Ma allora proprio per la virulenza del fenomeno terroristico, la società italiana era frammentata, era divisa. Io parlando con che era diventato un amico, il giudice Sica dice a un certo punto e pensavamo che lo Stato stava veramente per crollare perché c'era un morto al giorno, cioè una cosa pazzesca. Ecco, quindi lo Stato a un certo punto ha ha avvertito proprio lo il peso, no, di questi di questi anni di piombo proprio veri, autentici. Ed è scattata l'unità, l'unità tra le forze politiche, tra la nella società civile, l'unità della Chiesa, tra la società civile e la Chiesa. Quindi questa unità ha fatto sì che chiaramente anche grazie al contributo di tutte le forze dell'ordine che si sono cimentate, hanno avuto anche vittime, hanno avuto anche eh come dire ferite profonde nell'esercizio del loro dovere e a un certo punto il fenomeno è stato risolto, però è stato risolto come è stato risolto temporaneamente. Perché secondo lei è ancora possibile che ritorni una divisione nel paese, un ritorno della violenza su basi diverse? Magari sta già tornando, è già tornata, c'è già. Bisogna avere consapevolezza di quello che sta accadendo e consapevolezza chiaramente istituzionale, ma insomma il Ministro dell'Interno è molto preoccupato da questo punto di vista per la riesplosione della violenza nelle pubbliche manifestazioni, no? Quindi parlo chiaramente dei gruppi eh radicali che esercitano violenza contro le forze di polizia. Sto parlando della cronaca più recente, ma questo non solo perché eh se pensiamo che soltanto poche settimane fa ad Albano c'è stato un attentato ad una caserma della polizia che ha distrutto 16 veicoli parcheggiati, quindi un'azione armata in tutto tutto e per tutto. Questo lascia chiaramente intendere.

che il fenomeno è già presente. Mi sembra che ci sia però anche una eh rinascita della violenza a matrice politica con fenomeni di violenza anche davanti alle scuole, all'università, con intimidazioni. Lei pensa che si possa riproporre una dinamica simile a quegli anni?

Assolutamente sì. È proprio per questo che bisogna intervenire con la massima eh chiarezza, puntando a che cosa? appunto, alla riconciliazione, al dialogo, quindi a fare in modo che questi giovani accecati dall'ideologia e dalle varie manine che manipolano, perché io sono ultra convinto che ci sono comunque delle mani che manipolano tutta questa situazione, sia in quegli anni e sia adesso, magari sono sempre le stesse mani e magari sono mani che non stanno qui in Italia, magari possono anche stare fuori dal paese, eh, non è che siano soltanto mani da pensare non strane e però, ecco, questa manipolazione del giovane, dell'adolescente che si infiamma più facilmente, può essere infiamma condizionato più facilmente da un ideologia radicale, quindi violenta e bisogna intervenire subito affinché non si ripeta nuovamente l'escalation degli anni 80.

Le parole allora erano importanti per infiammare. Lo sono anche oggi in parte, vero? No, che ne sono? Cioè negli anni 70-80 le parole erano importanti, infiammavano. Sì, anche oggi, anche oggi, anche oggi infiammano. Anche oggi infiammano, perché io professore posso dire chiaramente, insomma, io sono uno studioso, quindi e non ho mai smesso di studiare fenomeni sociali. eh presto la massima attenzione, faccio le mie ricerche e durante le le più recenti manifestazioni per la Palestina e c'erano in molti molte circostanze le stesse parole che c'erano negli anni 80 e portate avanti da ambienti parabrigadisti, per cui nulla è cambiato. bisogna avere le chiavi di lettura e interpretative e corrette per capire come la società civile, quindi noi tutti, dobbiamo intervenire per disinnescare sul nascere questi fenomeni e quindi creare dei meccanismi di inclusione globale dei giovani in dinamiche che non siano dinamiche così radicali, ma che siano dinamiche appunto motivate da dal processo democratico e soprattutto dall'inclusione effettiva. della nostra società.

Questo vale ovviamente per tutte le parti politiche, non credo si possa attribuire maggiore responsabilità ad una parte rispetto ad un'altra. Questo dovrebbe valere per tutte le parti politiche. Io uso il condizionale perché poi magari ci può anche essere il caso che qualche parte politica non sia d'accordo, no? E però dovrebbe valere per tutte le parti politiche, tornando a quel concetto che lei ha detto prima dell'unità, cioè le forze politiche dovrebbero essere unite, quindi fare unità piuttosto che piuttosto che essere divise e fomentare e fomentare magari assolutamente d'accordo. È così.

Nel suo libro mi ha colpito una parte, ricorre spessissimo eh l'incrocio di sguardi. Sì, ricorre nel brano che abbiamo sentito all'inizio, continuava proprio che lei ha incrociato lo sguardo del carabiniere che avanzava, gli sguardi col generale Mori, gli sguardi con i magistrati. Cosa vedeva in questi sguardi?

Ma in questi sguardi, allora il carabiniere che lei ha citato, lo voglio dire magari per le persone presenti che non magari non non hanno avuto modo di leggere il libro e mentre ci fu il conflitto a fuoco in cui venne catturato Gallin Prospero Gallinari e io ero lì, quindi a un certo punto passò una gazzella dei carabinieri e c'era il carabiniere eh di fianco all'autista con il busto fuori e un mitra in mano, no? e praticamente ci incrociamo gli sguardi. E lui chiaramente non pensò che io venivo da quella circostanza e questo carabiniere poi l'ho reincontrato dopo un paio d'anni della squadra antiterrorismo, quindi è stato un momento un po' particolare perché è come se un qualcosa abbia unito le nostre vite, il prima e il dopo. Per quanto riguarda invece gli altri esempi che lei ha fatto, intendo proprio l'umanità. L'umanità, quindi la quella condivisione che passa semplicemente non attraverso le parole, ma attraverso il fatto che ci si guarda negli occhi e sappiamo che possiamo avere entrambi la massima fiducia reciproca.

E oggi cosa vede negli sguardi delle persone che incrociano?

Ma oggi vedo molta distrazione, soprattutto perché le persone stanno sempre col telefonino in mano, per cui, cioè più difficilmente si e c'è anche incrociati sguardi. Si incrociano con lo sguardo, insomma, si incrociano magari su WhatsApp. Ecco, questo forse più sto non voglio banalizzare, per carità, però chiaramente lo sguardo sta ad indicare la la profondità dell'intesa al patto psicologico, no? Che ci può essere tra due o più persone.

Ecco, le faccio un'ultima domanda. Lei ha lei ha dei rimorsi?

Ho un rimorso, una cosa che purtroppo non abbiamo previsto negli anni del contrasto. Mi riferisco, nel libro è spiegata questa cosa, c'è scritto quando eh per una serie di avvenimenti miracolosi venne salvata la vita dell'onorevole De Mita. Non sto a entrare nei particolari perché sono descritti nel libro, quindi non vorrei poi raccontare il tutto prendendo tempo, appunto, a alle persone qui presenti. Il rimorso fu avvennero due fatti importanti. Il primo fatto fu l'arresto di Fosso Santorino che consentì il blocco dell'attentato che le Brigate Rosse stavano svolgendo nei confronti di di Demita. Analizzammo tutto il materiale che forse Antonino aveva e capimmo che era in atto un un attentato imponente a 10 anni dall'attentato di via Fani, esattamente a 10 anni di distanza. Quindi Deita fu salvato, però non siamo stati in grado di capire che le Brigate Rosse stavano ripiegando su un obiettivo più semplice che era il senatore Ruffilli e quindi che è stato poi ucciso a distanza di neanche un mese dall'arresto di Fossan Torino e di questo purtroppo veramente un grande rimorso perché probabilmente se fossimo stati un po' più attenti nell'analizzare nel fare delle ipotesi, potevamo anche evitare eh o magari arrestando prima gli esecutori che poi sono stati tutti arrestati. Eh attenzione, però purtroppo non non siamo stati in grado di fermare la mano assassina e quindi evitare questo omicidio del del più stretto amico di De Mita che era appunto l'onorevole senatore Ruffilli.

Bene, grazie.

Prego.