Transcription
Benvenuti alla nocciolina di diritto numero 24. Oggi parliamo della figura del direttore responsabile. Stiamo ancora nel capitolo della stampa e dunque voi sapete che ogni quotidiano per legge deve avere un direttore.
Che viene tecnicamente chiamato direttore responsabile. Perché si dice direttore responsabile e non semplicemente direttore? Che cambia, cambia quella parolina, ovvero la responsabilità. Perché? Perché il direttore è responsabile di tutto ciò che viene scritto sul suo giornale. Questo perché per una serie di motivi. Innanzitutto, il direttore è un soggetto che viene scelto dall'editore per e con cui quindi si concorda una linea editoriale. Quindi il direttore è colui che poi dirige il quotidiano e il direttore è responsabile di tutto ciò che c'è scritto.
Responsabile significa, da un punto di vista giuridico, che deve rispondere di ciò che viene scritto sul suo giornale. Ci può venire in aiuto l'articolo 57 del codice penale per capire un po' meglio questo concetto. L'articolo 57 del codice penale è proprio dedicato al direttore responsabile. Dice: "Salva la responsabilità dell'autore della pubblicazione, è fuori dai casi di concorso". Andiamo poi a spiegarcelo bene in questo articolo.
Il direttore responsabile che omette di esercitare sul contenuto del periodico da lui diretto il controllo necessario a impedire che col mezzo della pubblicazione siano commessi reati è punito a titolo di colpa, eccetera eccetera eccetera. Bene, questo articolo è un po' complesso, lo comprendo. Andiamo a semplificare, come facciamo sempre noi. Il direttore responsabile deve verificare, controllare, valutare ogni articolo che viene pubblicato sul suo giornale. Cioè, prima di pubblicarlo, il direttore responsabile deve leggersi tutto e vedere che nessun reato di diffamazione sia stato commesso dai vari giornalisti nello scrivere i loro articoli.
Che è quindi un direttore responsabile deve fare un lavoro enorme, perché prima di mandare in pubblicazione il giornale deve leggere tutto per assicurarsi che nessun giornalista abbia sbagliato e abbia quindi scritto qualcosa di diffamante nei confronti dei terzi, esorbitando il diritto di cronaca. Vi ricordate il diritto di cronaca? Quindi consente di pubblicare anche notizie spiacevoli, ma entro certi limiti, altrimenti si ricade comunque nel reato di diffamazione. Quindi il direttore responsabile deve controllare tutto prima.
Il direttore responsabile, quindi, può commettere, secondo l'articolo 57 del codice penale che ci siamo detti, una doppia tipologia di reati nel caso in cui viene pubblicato sul suo quotidiano un articolo diffamatorio. Infatti, dice: "Fuori dai casi di concorso", cioè se il direttore responsabile legge gli articoli, ne trova uno che effettivamente è diffamatorio e il direttore responsabile non fa niente per cambiarlo, perché lo approva ed è d'accordo con quello che ha scritto, gli sembra giusto. In quel caso, se lo ha letto, lo ha approvato, allora risponde insieme, ovviamente, all'autore del dell'articolo diffamatorio.
Per cui, se il giornalista Tizio scrive un articolo diffamatorio, se il direttore responsabile lo legge, lo approva e lo pubblica, in quel caso il direttore responsabile risponde in concorso. I reati in concorso significa reati che vengono fatti da due persone insieme, ok? Sempre semplificando.
Però il direttore responsabile è anche responsabile non solo se lo ha letto e lo ha approvato, ma anche se gli è sfuggito, non l'ha visto, non ha valutato bene. Ecco, questo è il suo reato proprio che è proprio il reato commesso dal direttore responsabile che commette di vigilare affinché non vengano commessi reati di diffamazione sul suo quotidiano. Quindi, se lui è distratto, non se ne accorge, ci sono troppi articoli, non aveva voglia di leggerli tutti, qualsiasi cosa, risponde a titolo di colpa e si chiama tecnicamente "culpa in vigilando". Cioè, lui non ha commesso, lui non ha fatto niente, ha omesso di vigilare. Doveva vigilare, doveva controllare, non lo ha fatto. E questo è proprio un obbligo di controllo del direttore responsabile, che quindi risponde del reato di diffamazione insieme al giornalista che ha effettivamente scritto l'articolo.
Ovviamente, questo vale ancor di più nella figura del direttore responsabile è stata individuata perché perché a volte capita che ci siano degli articoli sui giornali pubblicati in forma anonima. Cioè, non tutti sono sempre firmati dal giornalista. A volte c'è la redazione, oppure qualcuno scrive sotto pseudonimo, oppure non vengono proprio firmati, o magari, che so, una lettera scritta al direttore. Siete presente? Ci sono anche le sezioni delle lettere al direttore che magari non sono firmate perché scritte da un "quisque de populo". Ecco, in quel caso, se una persona viene diffamata, se l'articolo è anonimo, contro chi può farsi valere? Chi può chiedere i danni? E per la diffamazione, sarebbe giusto, non ci sarebbe nessuno a cui poter chiedere i danni per diffamazione. Per questo che il direttore responsabile risponde anche nel caso di reati, quindi diffamazioni scritte in articoli non firmati.
E questo è proprio il caso, un caso di cui vi voglio parlare perché è stato molto famoso, ha avuto molto clamore e così vi può anche un caso concreto, può aiutarvi a capire meglio come funziona. È il caso del direttore Sallusti. Sallusti nel 2007, all'epoca in cui si svolsero i fatti, era direttore del quotidiano Libero. E su quel quotidiano venne pubblicato un giorno un articolo in forma anonima, per cui non si sa qual sia il giornalista che lo ha scritto. E in questo articolo è stata riscontrata una diffamazione ai danni di un magistrato. Per come è stato scritto l'articolo, per cui il magistrato che ha letto l'articolo ha fatto causa a Sallusti in qualità di direttore responsabile, perché l'articolo era anonimo, non sapeva di altro a citare in giudizio. E il giudice ha ritenuto che effettivamente l'articolo fosse diffamatorio.
Non solo, in quel caso Sallusti è stato condannato per concorso in diffamazione, perché Sallusti, in quel caso, l'articolo l'aveva letto, non era stato negligente, lui l'aveva letto, l'aveva approvato. Quindi è stato condannato in concorso in diffamazione aggravata. Aggravata perché, vi ricordate, l'abbiamo visto, esistono vari aggravanti della diffamazione, fra le quali, appunto, la diffamazione fatta con il mezzo della stampa e l'attribuzione poi di un fatto specifico determinato, come era in quel caso.
Ora, qual è il problema? Il problema è che nel nostro ordinamento, cioè perché vi parlo del caso Sallusti come particolarmente interessante, perché ci consente di rilevare un problema nel nostro ordinamento. Per la diffamazione aggravata, nel nostro ordinamento è prevista anche la reclusione. Cioè, si va in carcere. Ci sono determinati casi in cui, se si viene condannati alla diffamazione aggravata, il giudice che condanna può condannare non solo a una pena pecuniaria, come accade nella stragrande maggioranza dei casi. Normalmente, i giornalisti condannati per diffamazione vengono condannati a cosa? Al risarcimento dei danni. Devono pagare dei soldi alle persone che hanno diffamato e devono poi fare scrivere la rettifica, no? Quindi rettificare sul quotidiano con un'evidenza importante a livello tipografico, dicendo: "Scusate, ho scritto l'articolo, non era vero, chiedo scusa a colui che ho diffamato". Ecco.
Invece, però, ci sono alcuni casi in cui la corte può condannare anche al carcere. Ora, il carcere per la diffamazione pone un problema da un punto di vista dell'ordinamento democratico, perché? Perché la diffamazione è un reato d'opinione. Cioè, la diffamazione, io non ho fatto male a nessuno, non ho dato un pugno, non ho dato un calcio, non ho rubato. La diffamazione, come si commette? Si commette parlando, esprimendo le proprie opinioni. Quindi è tecnicamente un reato d'opinione, cioè è un reato per cui noi siamo sanzionati per aver espresso un'opinione, che poi l'opinione sia sbagliata, usando parole sbagliate e toni sbagliati, ok, ma è pur sempre un reato d'opinione. In un ordinamento democratico, avere un reato d'opinione che può addirittura portare al carcere, è insomma, potrebbe essere una grossa limitazione alla libertà di manifestazione del pensiero, perché le persone, se sanno che poi devono, potrebbero addirittura fronteggiare il carcere, forse non sarebbero poi così libere di esprimere la propria opinione.
In quel caso, la Corte penale ha condannato Sallusti alla reclusione a 14 mesi. La Corte d'appello l'ha confermata. E cosa diciamo, assolutamente particolare, che non accade praticamente mai, in quel caso, però, invece la Cassazione, che è l'ultimo grado di giudizio in Italia da un punto di vista del merito, ha confermato la condanna alla reclusione a 14 mesi. È tutta veniva del 2012 per un articolo scritto nel 2007. Così capite quali sono anche i tempi della giustizia italiana, che ci ha messo cinque anni per condannare definitivamente una persona. Fatto sta che quindi condanna definitiva, appunto, basta 14 mesi di reclusione, per altro, non avevano neanche dato la sospensione condizionale della pena, che normalmente c'è. Fatto sta, Sallusti doveva andare in carcere, in carcere per aver pubblicato un articolo su un giornale, prescindendo dalle opinioni che ciascuno ha sul giornalista, sul giornale, sul fatto in questione. A me interessa solo sottolineare il fatto che un giornalista, o meglio, un direttore responsabile, sia stato condannato alla reclusione in carcere per aver pubblicato un articolo sul proprio giornale.
Normalmente, nelle classifiche internazionali, il fatto di avere la previsione della reclusione per un reato d'opinione è uno degli indici di mancanza di democraticità di un paese. Tant'è vero che, ovviamente, l'opinione pubblica era abbastanza scossa, fra chi era a favore, chi era contrario, ma comunque è stato un caso che ha suscitato un grande dibattito. Tant'è vero che addirittura in parlamento si è presentato in fretta e furia un disegno di legge per modificare la legge, per far sì che i reati d'opinione non potessero più portare al carcere. Però poi questo disegno di legge ha fallito, perché nel voto poi non c'è stata la maggioranza in parlamento, non è andato a buon fine. Per cui Sallusti doveva andare in carcere.
Come è finita? È finita che il Presidente della Repubblica, allora Napolitano, ha commutato la pena di Sallusti da pena detentiva in pena pecuniaria. Perché voi dovreste sapere che nel nostro ordinamento il Presidente della Repubblica ha il potere di concedere la grazia, cioè eliminare la pena così com'è e basta, oppure, ma anche il potere di commutare le pene, e cioè dire: "Non ti hanno condannato al carcere, ok, non vai in carcere, paghi una pena pecuniaria che sostituisce il carcere". E questo è un potere di grazia, di concedere la grazia, commutare le pene, che spetta esclusivamente al Presidente della Repubblica. Per cui Napolitano ha commutato la pena di Sallusti, il quale non è andato in galera.
Ma il problema resta, perché diciamo umanamente ci dispiace se una persona va in carcere oppure no, ma il fatto che Sallusti non sia poi tecnicamente andato in carcere non sposta di una virgola il problema che nel nostro ordinamento tuttora è previsto il carcere per alcuni reati d'opinione, cosa che in ordinamenti democratici non è esattamente consentito. Tant'è vero che Sallusti ha fatto causa all'Italia dinanzi alla Corte, vi ricordate, lo abbiamo parlato della Corte EDU, come Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che è una corte che sta a Strasburgo e che appunto vigila e controlla che i diritti fondamentali degli uomini non siano violati. Sallusti ha fatto causa di fronte alla Corte EDU contro l'Italia per il fatto di essere stato condannato a 14 mesi di reclusione e per altro, scontato una parte agli arresti domiciliari. Ebbene, purtroppo, come spesso accade, l'Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, la quale, prescindendo dal fatto che Sallusti fosse effettivamente colpevole del reato di diffamazione, cioè qui non si discute che lui abbia diffamato o meno, ha commesso il reato di diffamazione, su questo non c'è da discutere.
Il punto è che la Corte EDU ha detto: "Se anche ha diffamato, non deve comunque andare in galera. Non deve essere previsto, perché in un ordinamento democratico che tutela le libertà fondamentali delle persone, non si può andare in galera per un reato d'opinione, perché per la proporzionalità della pena bisognerebbe prevedere esclusivamente delle pene pecuniarie, cioè pagare dei soldi". E quindi ha condannato l'Italia a risarcire il danno al direttore responsabile Sallusti.
Ora, con questa breve storia del caso Sallusti, volevo appunto illustrarvi qual è la figura, quali sono gli obblighi, i doveri del direttore responsabile, che deve vigilare su tutto ciò che viene pubblicato sul proprio quotidiano, perché lui risponde penalmente dei reati di diffamazione che vengono pubblicati sul suo giornale. Bene, alla prossima nocciolina. [Musica]