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Ciao a tutti e bentornati su Geo Channel. Questo è un periodo molto atipico per l'umanità contemporanea. Sono state chiuse le frontiere; siamo obbligati a stare a casa. Sono stati cancellati quasi la totalità dei voli, e sono quindi non consentiti gli spostamenti, e i commerci stanno avendo un netto calo. Contemporaneamente, d'altra parte, molti di noi staranno facendo abbuffate di serie TV su servizi di streaming come Netflix. Sopra, in video, molti staranno chiamando, magari dall'altra parte del mondo o comunque in altri stati, per sentire come stanno i propri cari, i propri amici, facendo uso di applicazioni internazionali. Fino a quando Amazon ha bloccato le spedizioni, sono certo che tantissimi hanno fatto ordini sul sito internet, e sono anche abbastanza sicuro che qualcuno di noi avrà mangiato sushi a pranzo dopo essersi sparato almeno due ore di coda fuori d'un qualsiasi Esselunga del nord Italia.
Se da un lato, quindi, molti aspetti della globalizzazione sono in questo momento congelati, tanti altri invece stanno ancora funzionando e anzi, probabilmente in questo momento sono anche utilizzati o fruiti più di frequente. È però opinione abbastanza diffusa sui quotidiani online e sulle testate giornalistiche che la globalizzazione, a causa del coronavirus, potrebbe avere una brusca battuta d'arresto. Ma è davvero così? E, qui, cos'è in concreto la globalizzazione? Quali sono i suoi pro e i suoi contro? È un sogno oppure un incubo? Lo scopriamo insieme in una nuova puntata della rubrica Geo Focus.
Sila: che cos'è la globalizzazione? Riducendo il concetto all'osso, andando al suo nucleo, la globalizzazione è la progressiva integrazione delle economie dei vari stati del mondo, che ha poi come risultato finale la creazione di un mercato unico. È proprio la formazione di questo mercato unico che rende poi possibili la connessione, lo spostamento di persone e culture, stili di vita e, in ambito economico, ha reso le filiere produttive e distributive di vendita ai consumi sempre più unificati e interdipendenti tra loro. Ma, al di là della definizione, com'è possibile che si sia verificata una globalizzazione? La premessa geopolitica che spesso viene dimenticata quando si parla di questo argomento, e che invece è fondamento stesso della globalizzazione, riguarda gli Stati Uniti. Dalla fine della guerra fredda, infatti, una volta che l'Unione Sovietica è caduta, gli Stati Uniti sono diventati l'unica vera superpotenza mondiale e, in particolare, hanno il controllo completo e il dominio dei mari e degli oceani, e di tutti gli stretti e i canali dove passa la maggior parte delle merci del mondo.
Perché questo è importante? Perché il quantitativo di queste merci, in realtà, cioè quelle che passano attraverso i mari da un continente all'altro, equivale al 90 per cento del totale. E quindi, chi controlla i mari, gli stretti e gli oceani, controlla di fatto il commercio globale e permette la creazione di un vero e proprio mercato unico. Se non fosse garantito un controllo uniforme delle rotte marittime, infatti, un mercato unico non potrebbe esistere, perché esso sarebbe continuamente sotto scacco di rappresaglie e conflitti e blocchi commerciali. La Pax Americana, però, non è l'unica Pax, l'unica pace di cui abbiamo sentito nel corso della storia. Mi vengono in mente, per esempio, la Pax Romana o la Pax Britannica. E, in effetti, in entrambi i casi, in qualche modo si può parlare di globalizzazione. Una volta che i Romani, infatti, hanno sconfitto i Cartaginesi dopo la terza guerra punica, nel bacino del Mediterraneo e in tutta Europa hanno garantito un mercato unico e quindi, tecnicamente, una forma di proto-globalizzazione rispetto a quel mondo conosciuto. D'altra parte, durante, soprattutto l'età vittoriana, quindi nella seconda metà dell'Ottocento e fino alla prima guerra mondiale, i Britannici avevano il controllo dei mari, il dominio grazie alla flotta inglese. Infatti, anche in questo caso, il volume dei traffici e dei commerci era cresciuto a dismisura, tant'è che alcuni storici e alcuni analisti parlano, per quel periodo, di proto-globalizzazione. Il fenomeno attuale, però, è sicuramente senza precedenti, e questo in base soprattutto a due motivi. Il primo è di natura tecnica e tecnologica. Anzitutto, abbiamo un miglioramento continuo dei mezzi di trasporto e quindi navi, aerei, treni sempre più grandi, sempre più veloci e sempre più performanti. Soprattutto, però, dopo la fine della guerra fredda, c'è stata una progressiva e sempre più consistente rivoluzione informatica: la digitalizzazione e informatizzazione di informazioni, processi, procedure hanno permesso di abbattere i costi dei trasporti e delle comunicazioni e hanno reso istantanee le transazioni economiche e finanziarie.
Oltre che per un motivo tecnico-tecnologico, la forma di globalizzazione attuale è inedita e senza precedenti per un motivo di natura economica, con risvolti sicuramente sociali. Sto parlando del diffondersi in modo ampio e diffuso di un sistema economico di stampo liberista. Cioè, che cosa intendo? Beh, vi do un elenco di cinque politiche o tendenze, comunque liberiste, diffuse sempre di più negli ultimi decenni, anche se alcune di queste, in effetti, in questo momento sono particolarmente in discussione. Il primo fondamento del liberismo è la liberalizzazione dei commerci e dei movimenti internazionali di capitali; per esempio, la diminuzione o l'eliminazione in toto dei dazi doganali sulle merci che passano da uno stato all'altro, e quello che, per esempio, avviene all'interno dell'Unione Europea. Un secondo aspetto nel liberismo è la deregolamentazione e liberalizzazione dei mercati. Un esempio? Beh, per quanto riguarda la liberalizzazione del mercato della telefonia in Italia, fino alla fine degli anni Novanta, inizio degli anni 2000, se si voleva un'utenza telefonica, quindi una linea telefonica in casa, bisognava affidarsi a quella che attualmente si chiama Telecom. Invece, successivamente sono entrati progressivamente player come, per esempio, Wind e Vodafone. Un terzo aspetto concreto del liberismo è la delocalizzazione, che è applicato soprattutto dalle aziende multinazionali. Cosa si intende per aziende multinazionali? Beh, sono aziende così definite perché scorporano i loro processi produttivi e le loro funzioni e le distribuiscono nei paesi dove c'è maggiore convenienza, ed è questa di fatto la delocalizzazione. Vi faccio degli esempi: spesso la produzione, cioè le fabbriche, la creazione vera e propria dei prodotti o magari il loro assemblaggio viene delocalizzata nei paesi in via di sviluppo, nei paesi poveri, dove la manodopera costa meno, anche perché i lavoratori spesso, purtroppo, vengono sfruttati e ci sono regole, leggi meno stringenti dal punto di vista ambientale; quindi, per esempio, si può inquinare di più. La parte di ricerca e sviluppo, invece, magari viene allocata in uno stato più progredito dal punto di vista scientifico-tecnico, dove appunto ci sono le professionalità adatte per portare avanti l'ideazione di prodotti e servizi. La sede legale, infine, spesso viene posta in stati che garantiscono una tassazione molto bassa e che, in alcuni casi, vengono addirittura chiamati paradisi fiscali. Un quarto aspetto tipico del liberismo economico è la flessibilità del lavoro, ovvero contratti meno vincolanti e teoricamente meno tassati, anche se non accade, come sappiamo bene, sempre; ciò dovrebbe permettere alle aziende di essere più flessibili nel loro organico e di trovare magari, in determinati periodi, le professionalità adatte alle loro esigenze, e ai lavoratori di avere più scelta e possibilità di crescita professionale. Ora, senza entrare nel merito della bontà o meno di queste misure, in realtà la flessibilità del lavoro si traduce nella vita concreta delle persone nel fatto che difficilmente la stessa persona, lo stesso lavoratore, svolge la stessa mansione per tutto il corso della propria vita. Una quinta e ultima tendenza generata dal liberismo che voglio trattare è il progressivo trasferimento di sovranità economica e politica dai singoli stati a organizzazioni internazionali; per esempio, l'ONU, pure l'Unione Europea oppure il Fondo Monetario Internazionale. Queste organizzazioni, in determinati ambiti, prendono delle decisioni a cui poi gli stati devono sottostare.
Ok, dato che l'argomento è complesso, mi sembra il momento di un piccolo recap. Abbiamo visto che la globalizzazione si esprime nella formazione di un unico mercato globale garantito dagli Stati Uniti. Il funzionamento di questo mercato unico è stato molto facilitato dal miglioramento continuo dei trasporti e ha avuto davvero un'esplosione grazie alla rivoluzione informatica. La globalizzazione, così strutturata, si sta attuando in questo momento attraverso un modello economico-sociale di stampo liberista. Ma quindi, in fin dei conti, la globalizzazione: un sogno o un incubo? Un bene o un male? Quali sono i pro e i contro? La globalizzazione, per come adesso, in questo momento è impostata, ha certamente i suoi lati positivi e i suoi lati negativi. Non voglio però creare due elenchi irrigiditi: effetti che posso considerare dei pro, effetti che voglio considerare dei contro, perché ritengo che, a seconda della situazione, a seconda del luogo e anche a seconda della persona, in realtà lo stesso effetto possa essere diversamente interpretato. Quindi, mi limiterò a darvi un elenco generico, generale, in cui naturalmente potrete notare delle sfumature diverse, ma che lascio alla libera interpretazione di ognuno di voi. E quindi, quali sono alcuni degli effetti della globalizzazione? È anzitutto una circolazione più semplice e più rapida di informazioni, idee e scoperte, persone e merci. Ma, qualcosa sta portando a usi e costumi che diventano sempre più uniformi e standardizzati, magari a scapito delle tradizioni locali. Mi viene in mente, per esempio, la diffusione dell'inglese e di altre grandi lingue internazionali a scapito dei dialetti, per esempio. D'altro canto, la diffusione di cultura e stili di vita sta permettendo anche a determinati diritti civili e sociali di espandersi in stati in cui questi non sono garantiti. Pensiamo, per esempio, ai risultati ottenuti recentemente in vari stati dalla comunità o dal movimento LGBT+ oppure dal movimento contro la violenza sulle donne. Un altro aspetto della globalizzazione, per come si sta esprimendo in questo momento, ovvero l'aumento dei consumi, l'aumento degli spostamenti di persone e merci, la delocalizzazione, è un sempre maggior peso sull'ambiente, sia dal punto di vista dello sfruttamento delle risorse naturali sia dal punto di visto, per esempio, delle emissioni di anidride carbonica, quindi l'aumento dell'inquinamento che sta causando, purtroppo, un mostro terribile che è il riscaldamento globale. Spostandoci più su un ambito economico-politico, abbiamo sicuramente un crescente potere delle multinazionali, soprattutto di influenza sulle politiche dei singoli stati e anche delle organizzazioni internazionali. E, a causa del fatto che le economie dei singoli stati sono sempre più interdipendenti l'una rispetto all'altra, se in un contesto locale si verifica un boom economico o di contro una crisi economica, è molto facile che quel boom e quella crisi abbiano delle ripercussioni a livello mondiale. Sempre rimanendo in ambito economico, ma con grandi ricadute dal punto di vista sociale, possiamo tirare nuovamente in ballo la delocalizzazione: spostare, per esempio, le fabbriche in paesi poveri o in via di sviluppo crea sicuramente in quest'ultimi occupazione e magari genera opportunità di crescita e di sviluppo. Peraltro, per il consumatore finale poi il prezzo del prodotto, del servizio è sicuramente più basso. D'altra parte, però, delocalizzare una parte delle proprie funzioni all'estero fa aumentare la disoccupazione nel paese d'origine dell'azienda, senza contare che poi spesso e volentieri, purtroppo, in realtà i lavoratori delle fabbriche che sono state delocalizzate vengono sfruttati e magari in quelle aree, peraltro, le stesse imprese inquinano molto di più di quanto avrebbero fatto nei paesi di origine. Insomma, come avete visto anche dagli effetti della globalizzazione, abbiamo un ampio panorama di luci e di ombre.
Ma veniamo all'ultima parte del video, che in realtà ho già accennato in apertura, ovvero alla sempre maggior presenza di articoli sui quotidiani online e cartacei che affermano che il coronavirus potrebbe dare il colpo di grazia alla globalizzazione. In realtà, scusate, ma la questione è davvero mal posta. Se mi avete ben seguito nel corso di questa puntata, capirete che la globalizzazione non può essere considerata in discussione in questo momento, perché non sono in discussione i suoi fondamenti primari. Non è in discussione il dominio degli Stati Uniti sui mari e quindi l'esistenza di un mercato unico. Certo, la Cina è in ascesa, ma in questo momento non può scalfire questo tipo di controllo statunitense sui mari. Tant'è che ne parlerò in un'altra puntata, che sta cercando di bypassare gli Stati Uniti creando le cosiddette nuove vie della seta, che però passano via terra, tagliando tutta l'Asia e arrivando fino all'Europa e in parte all'Africa. D'altra parte, oltre al dominio statunitense sui mari, non sono nemmeno in discussione né il continuo miglioramento dei mezzi di trasporto né la prosecuzione della digitalizzazione e informatizzazione del nostro mondo. E allora, cos'è veramente in discussione in questo periodo rispetto alla globalizzazione? Il modello, comunque si sta applicando, ovvero il modello economico-sociale di stampo liberista. Nel corso degli ultimi anni, infatti, ben prima del coronavirus, si possono enumerare una serie di tendenze che vanno in direzione contraria proprio ai cinque punti del liberismo che ho trattato all'inizio di questa puntata. Beh, allora vediamone alcuni. Anzitutto, la liberalizzazione dei commerci sembra avere avuto ultimamente una battuta d'arresto, perché? Perché, per esempio, Donald Trump ha imposto dei dazi doganali tanto alla Cina, per esempio, quanto addirittura agli stati europei. Devo dire che mi piacerebbe entrare nel merito e raccontarvi di come, in realtà, questa sia una mossa più geopolitica che economica, però anche questo è un tema che dovrò toccare in un altro video dedicato. Un altro aspetto del liberismo che sta scricchiolando è la tendenza a trasferire parte della sovranità degli stati a organizzazioni sovranazionali. In questo caso è indiscutibile la crescita, per esempio, dei partiti sovranisti oppure episodi come la Brexit. A proposito della Brexit, ho fatto un video in merito, e se vi interessa capire i veri motivi che hanno portato all'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea, recuperatelo. Un elemento che potrebbe cambiare nel prossimo futuro è la lunghezza delle filiere produttive delle multinazionali, anche in conseguenza appunto di questa grave crisi dettata dal coronavirus. È infatti risultato chiaro a tutti che le multinazionali sono troppo dipendenti da innumerevoli attori e che basta che uno vada in crisi perché la catena in qualche modo si spezzi e non funzioni più a dovere. Un ultimo aspetto, un'ultima tendenza che invece appare già chiara da alcuni anni è la diminuzione dei flussi finanziari al di fuori dei paesi di origine degli stessi. Questo significa che si tende sempre meno a investire all'estero.
Insomma, spero abbiate capito: la cosiddetta crisi della globalizzazione post-coronavirus, in realtà, non sarebbe altro che la rimodulazione di alcuni aspetti del liberismo. Quanto a me, cosa ne penso? Beh, io mi sono formato nel contesto universitario attorno a una parola che, in realtà, in italiano sembra una parolaccia: glocalizzazione. È un concetto elaborato, tra gli altri, dal filosofo e sociologo polacco Bauman, e che si può riassumere in un motto: pensa globalmente, agisci localmente. E quindi, concretamente, che cosa mi auguro? È da un lato che si riesca a difendere sempre di più l'originalità, la specificità delle culture, delle identità, delle produzioni locali; dall'altro, che si riesca a permettere contemporaneamente a quest'ultime, modellandosi su forme e modelli globali di successo, di poter assumere nel corso del tempo una rilevanza internazionale. Per quanto riguarda le multinazionali, invece, per esempio, che riescano a esprimere loro stesse in maniera molto specifica a seconda del contesto in cui sono inserite. Per farvi un esempio concreto di glocalizzazione che funziona, però, vado invece sul mondo delle ONG e in particolare sul WWF, con cui ho avuto il piacere di collaborare in passato. Il WWF, sicuramente un'organizzazione non governativa internazionale e quindi con una mission, dei valori, degli obiettivi a livello globale, eppure esprime la sua azione a livello molto concreto e molto locale, addirittura pensate con le oasi WWF oppure coi gruppi di volontari eccetera. Questo compiendo specifici studi, ascoltando la popolazione, l'unità e quindi, infine, comprendendo quali sono le specifiche esigenze di un determinato territorio. E questo è quello che deve fare una qualsiasi realtà che voglia agire in maniera glocal.
La puntata finisce qui; l'argomento era davvero complesso. Io spero di essere riuscito a sintetizzarlo al meglio. D'altra parte, se aveste qualche dubbio oppure se foste in disaccordo con me rispetto a qualche argomento, vi invito a scriverlo qua sotto nei commenti, in modo tale da iniziare una conversazione. Se il video vi è piaciuto, lasciate un bel pollice in alto e mi raccomando, iscrivetevi al canale se ancora non l'avete fatto. Noi, mi raccomando, ci vediamo settimana prossima. Grazie di avermi seguito, e a presto!