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[Musica] il tempo, lo spazio, la [Musica] meraviglia, articolate nei modi e nei tempi dovuti, nel punto indicato dalla testina, con la bocca aperta, le tre note intonate dalla guida diventano accordi. Aveva pensato anche a questo l'architetto che nove secoli fa progettò il battistero di Pisa. Ha un effetto speciale, saggio di sapienza e sfoggio di tecnologia da parte della Repubblica marinara, che al culmine della potenza sapeva anche far cantare le [Musica] pietre.
E appena fuori, un altro architetto stava lavorando al monumento che avrebbe chiuso la serie, una struttura per l'epoca assolutamente [Musica] innovativa. Fra i monumenti di Piazza dei Miracoli è certamente quello che si nota meno. Niente a che vedere con la verticalità, anche se un po' inclinata. Anzi, soprattutto perché è inclinata, della Torre Pendente. Niente a che vedere con la maestosità del Duomo e neanche con la forma cilindrica del Battistero. Lui se ne sta dimesso su un lato della piazza e si presenta come una lunga muraglia orizzontale, decorata da colonnini ciechi. È il Camposanto Monumentale di Pisa, una quinta allungata appoggiata alle mura che cingevano e la città. Una specie di torre in orizzontale, senza aperture, perché l'aldilà è e rimane un mistero. Ma che, come l'aldilà, è in rapporto strettissimo con quello che [Musica] fuori.
Il cantiere viene aperto nel 1277 come cimitero da Giovanni di Simone. La qualifica di camposanto arriva quando le navi pisane portano fin qua un carico di terra presa a Gerusalemme dal Monte Calvario. Ma i lunghi corridoi, ritmati dalle arcate gotiche che filtrano la luce, sono pensati in funzione dei vivi e per loro che qui si stratificano le memorie della città. Col tempo, il Camposanto di Pisa diventa anche un museo. Ce lo dicono questi sarcofagi romani ritrovati nei dintorni. E diventa anche il pantheon della città, con le tombe degli arcivescovi, dei magistrati più importanti, dei rettori dell'università, dei docenti, di tanti intellettuali.
Dopo l'Unità d'Italia arriva un altro defunto un po' particolare. Possiamo dire sono queste catene, quelle che chiudevano l'antico porto Pisano e che i Genovesi si erano portati via come preda di guerra. Quanto a personaggi celebri, c'è solo l'imbarazzo della scelta. Il matematico Fibonacci, ad esempio, inventore della sequenza che porta il suo nome. O Galileo Galilei, docente di Fisica all'università, che intuisce le leggi del moto pendolare osservando l'oscillazione di questa lampada che una volta si trovava nella cattedrale.
In parallelo nasce quell'immenso colossal figurativo che trasforma le pareti nel più grande ciclo di affreschi al mondo, firmati da una sequenza di grandi artisti, che raccontano la storia e le storie del mondo, dalla creazione del Cosmo al Giudizio Universale. Oggi, stare in discussione di Piazza dei Miracoli è il campanile pendente. Ma una volta non era così. All'inizio dell'800 i viaggiatori preferivano il campo santo, un po' per la presenza del ciclo di affreschi che dovevano essere meravigliosi quando il colore era integro. Sono belli ancora oggi, figuriamoci allora. Un po' per il clima malinconico mortuario. Non a caso siamo in un campo santo, che vi si poteva respirare arie in linea con il sentimentalismo dell'epoca.
Certo, quanto a conservazione, il luogo non è l'ideale con le sue escursioni termiche. Ma il colossale ciclo pittorico rimane sostanzialmente intatto fino al 27 luglio 1944, quando, come un anticipo del Giudizio Universale, arriva dal cielo l'angelo sterminatore sotto forma di ordigno [Musica] incendiario. Le bombe sono destinate alla stazione, che si trova più o meno a 1 chilometro da qui ed è un importante nodo ferroviario. Ma una delle bombe sbaglia strada e dove finisce? Finisce su questa meraviglia di marmi bianchi, costruita pazientemente con lavoro di generazioni attraverso i secoli. E che cosa colpisce? Non la torre, non il Duomo, non il Battistero, ma il Camposanto.
Il disastro lo documentano queste immagini. L'incendio divampa per tre giorni interi. Il piombo dei tetti si fonde e gocciola sulle pareti. Il calore altera i pigmenti. Qui si vede benissimo l'effetto che l'enorme calore sprigionato dall'esplosione ha avuto sui marmi. Li ha letteralmente [Musica] cotti. Quello che rimase delle migliaia di metri quadrati di affreschi venne staccato, incollato su pannelli di Eternit e riposto, nella speranza che prima o poi, forse, qualcuno sarebbe riuscito a fare qualcosa.
[Musica] [Musica] Dopo molti anni, quel qualcuno è arrivato. Quel qualcosa è stato fatto. La squadra di restauratori dell'Opera della Primaziale, sotto la direzione scientifica di Antonio Faucci, ha salvato il salvabile. Gli ha restituito la dignità di pittura. È riuscita a ritrovare i pigmenti superstiti, fissarli, a riportarli dov'erano stati per secoli. Questi affreschi hanno conservato ancora la loro pelle, sono ancora perfettamente leggibili i loro colori, il ductus della pennellata. Quindi è una scoperta straordinaria, far vedere agli studiosi che una parte cospicua del ciclo affrescato del Camposanto dei Pisani è ancora relativamente intatto, può ancora essere goduto nella sua straordinaria qualità.
Un'operazione di alta tecnologia con soluzioni quasi fantascientifiche per eliminare le colle degli affreschi poggiati sui pannelli di Eternit. Sono stati trovati e utilizzati dei batteri che le hanno letteralmente divorate. Ultimo in ordine di tempo, torna al suo posto il grandioso Giudizio Universale, dipinto da Buonamico Buffalmacco.
[Musica] Per risolvere il problema della condensa causata dagli sbalzi termici, Giuseppe Bentivoglio, direttore tecnico dell'Opera, ha trovato un sistema inedito: teli riscaldanti progettati e realizzati appositamente a contatto con la parete. Un sensore registra il gradiente termico e attiva automaticamente il sistema per equilibrarlo. Adesso manca all'appello solo l'ultimo affresco, il Trionfo della Morte. Titolo in evidente contrasto con quello che, fortunatamente e imprevedibilmente, è successo qui a Pisa.
Che cosa ci dice questa storia? Beh, ci dice diverse cose. Ci dice quanto sia difficile costruire e conservare, e quanto sia facile distruggere. Però ci dice anche che la voglia di salvare quello che resta può essere ancora più forte. Pazienza, tecnica e tecnologia sono le tre forze in soccorso, ieri come oggi, per l'arte in guerra.