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LA BANALITÀ DEL MALE | Hannah Arendt

Castelli di Libri26:23

Transcription

Ciao a tutti, benvenuti in questo nuovo video. Oggi vi parlo di un libro, ovvero "La banalità del male" di Hannah Arendt. E lo faccio da questa location diversa da quella dei video precedenti, a cui però dovremo abituarci. Nel senso che sarà la location principale probabilmente dei miei video, o almeno sarà molto presente. E mi dispiace che qui la luce non è assolutamente bella come nell'altra, infatti devo ricorrere a luci artificiali. Spero non dia troppo fastidio, spero non sia troppo sgradevole alla vista.

E questo è, oggi parliamo appunto della banalità del male di Hannah Arendt, libro che ho appena finito di leggere e che volevo leggere in realtà da una vita. E vorrei un pochino, diciamo, analizzarlo insieme a voi. Io, perlomeno, raccontarvi ciò che a me ha più colpito di quello che era chiuso qui dentro. E darvi anche un pochino di consigli relativi alla lettura di questo testo, se vi interessa leggerlo, appunto. Quindi, niente, procediamo.

Allora, questo libro, come dice anche il sottotitolo, parla di Adolf Eichmann, che è stato un generale nazista e [Musica] è stato, diciamo, uno dei maggiori responsabili dello sterminio degli ebrei, perché gestiva i treni che andavano ad Auschwitz, quindi la deportazione degli ebrei verso questo campo di sterminio e campo di concentramento.

Ora, questo testo ha il merito, e Hannah Arendt soprattutto, ha il merito innanzitutto di aver analizzato nel profondo una vicenda e una persona che, diciamo, da molti non era stata compresa. Ma non soltanto lui, un po' in generale tutti i gerarchi nazisti e tutto quello che aveva a che fare con l'Olocausto. Nell'immediato dopoguerra veniva in qualche modo relegato a qualcosa di mostruoso, qualcosa di inenarrabile, di invincibile e che quindi, in qualche modo, non si cercava neanche di comprendere. O perlomeno, questo è quello che veniva fatto nei confronti di Eichmann.

E quando c'è stato il processo a Gerusalemme nel 1961, che è quello che Arendt effettivamente analizza in questo testo, e perché lei ha assistito al processo e doveva, diciamo, fare un reportage, appunto, quello che molti avevano fatto era di giudicare Eichmann erroneamente come, appunto, un mostro, come qualcuno di crudele, più veloce, cattivo, malvagio proprio nell'animo. E un po' con tutti i nazisti si era cercato di fare questo, forse anche per tranquillizzarsi di fronte ad una, ad un evento, ad un avvenimento così terribile come quello dello sterminio degli ebrei. Un po' come per dire che, come succede poi molto spesso, no, con assassini, serial killer, qualsiasi persona che commette atti atroci, si cerca sempre di trovare una giustificazione nella psiche di questa persona, dicendo "Eh, vabbè, aveva dei grossi problemi psicologici, non stava bene, quindi era pazzo, no? Quindi ha agito così per quello". Come avviene anche, ad esempio, per le guerre. Io l'ho sentito dire anche di Putin, questo, cioè, ci sono queste giustificazioni che si danno, che poi comunque non che la cosa sia meno grave in quel caso, però comunque ti fanno stare un po' più tranquillo perché dici "Vabbè, non si ripeterà questa cosa, perché quello era un caso particolare di una persona con X problemi, con, insomma, che, che quindi ha fatto queste cose atroci, ma non è la normalità quello che ha fatto".

Andare in questo libro è invece mostrare che quello che ha fatto e quello che hanno fatto tutti i nazisti in durante lo sterminio degli ebrei non è così assurdo, non è così unico, cioè potrebbe benissimo ri succedere e poteva succedere ad anche ad altre persone, non soltanto ad Eichmann e agli altri. Perché loro di per sé non sono persone così malvagie, almeno la maggior parte di loro, no? Eichmann non è una persona normalissima, normalissima, che semplicemente la cui coscienza semplicemente non è, non gli ha detto in quegli anni di opporsi a ciò che gli veniva comandato, ordinato, ma che anzi aveva una coscienza che gli diceva di eseguire gli ordini di Hitler, perché erano ordini, secondo lui, di una, diciamo, potenza quasi ultraterrena, o comunque di un potere talmente forte che non si poneva neanche il problema di andare contro alla, al senso comune, o comunque alla coscienza che c'è solitamente negli uomini in tempo di pace, quindi di non uccidere, di non fare del male al prossimo. Era una situazione talmente particolare, era tempo di guerra, insomma, c'erano una serie di circostanze per cui a lui in quel momento sembrava normale eseguire quegli ordini e quindi anche sterminare gli ebrei.

Questo è un ragionamento che all'epoca ha fatto anche molto scalpore. Questo libro di Arendt è stato osteggiato molto perché sembrava che lei giustificasse questi personaggi. Ma non è quello, ovviamente. Lì dentro non è come dire "Vabbè, hanno solo eseguito degli ordini, sono persone normali che hanno eseguito degli ordini, non sono malvagi, quindi li assolviamo". Ovviamente non è quello. Anzi, l'intento è proprio quello di dire "State attenti, perché in realtà queste cose possono succedere a chiunque, dato che non si tratta di uomini malvagi di per sé, ma si tratta di persone comuni che sono state coinvolte in qualcosa che loro non, a cui loro non hanno avuto, diciamo, la forza o anche solo la coscienza di opporsi". Perché non si tratta di persone che hanno eseguito degli ordini anche se loro dentro di loro non l'avrebbero voluto fare, erano quasi indifferenti, erano diventati quasi indifferenti a quello che facevano. Ed è proprio questa indifferenza ciò che fa più paura e ciò che dà più fastidio.

Non è un tema che di cui ha parlato solo Arendt, ovviamente no, quello dell'odio verso l'indifferente, quello della, della malvagità che è insita proprio nell'essere indifferente alle cose. Quindi, appunto, questo è un po' il tema generale che credo in realtà conosciate un po' tutti riguardo questo libro. Ora, però, vorrei, diciamo, analizzarlo un pochino di più, cioè raccontarvi un pochino quello che a me ha colpito così tanto, ciò che si trova all'interno del libro.

Allora, durante, quindi, il processo Eichmann a Gerusalemme, sostanzialmente Eichmann si ritenne non colpevole nel senso dell'atto d'accusa. E questo cosa significa? Significa che lui, in realtà, da un certo punto di vista, si sente colpevole perché ha capito che quello che ha fatto ora viene giudicato sbagliato. Quindi, quello che ha fatto allora, adesso viene giudicato sbagliato. Questo lo sa, ne è consapevole e non è neanche in disaccordo, diciamo così. Cioè, ha capito che i tempi sono cambiati e ora anche lui dice di essere approdato ad idee differenti rispetto a quelle che circolavano all'epoca. Quindi, anche lui magari è d'accordo sul fatto che uno sterminio di un'intera popolazione non sia qualcosa di positivo, ok? Però, allo stesso tempo, appunto, non si riteneva colpevole nel senso dell'atto d'accusa, perché per lui non era comunque una colpa aver fatto ciò che aveva fatto lui durante la guerra, perché semplicemente quelli erano ordini impartiti dall'alto. E questa è la scusante, diciamo, più comune tra i nazisti dell'epoca, appunto, quella di aver semplicemente eseguito degli ordini, quindi di non poter essere ritenuti colpevoli, di dover scontare delle colpe che in realtà non sono loro, ma sono di coloro che gli avevano affibbiato, diciamo, quei compiti, no?

E quindi, fondamentalmente, lui si sente a posto con la coscienza riguardo allo sterminio degli ebrei. Addirittura si sente più colpevole del fatto di aver picchiato un ragazzino una volta, ok? Perché quella la vede più come una violenza gratuita, mentre quella dello sterminio degli ebrei era, diciamo, in una cornice più grande che ha a che fare con la storia, con il destino e con gli ordini del Führer, quindi ordini inderogabili e incontestabili, più che altro. E quindi lui si sente ok, si sente a posto. E tra l'altro insiste molto anche nel dire che lui non aveva nulla contro gli ebrei o contro quelli che, appunto, doveva sterminare, doveva uccidere, perché poi lui non ha mai ucciso direttamente qualcuno, li ha solo deportati, fatti deportare. E il che, nella sua mente, è una differenza importante, perché se gli fosse capitato di dover vedere, cioè, lui non voleva vedere, evitava di andare effettivamente nei campi di sterminio perché non voleva vedere concretamente con i suoi occhi queste cose. Voleva proprio per mantenere probabilmente la coscienza pulita, tra virgolette, e per riuscire a portare avanti il suo mestiere, doveva essere più inconsapevole possibile riguardo tutto quello che stava succedendo, appunto, nei luoghi stessi.

Hannah Arendt parla di lui come una "misera foglia ghermita dal turbine della storia", quindi sostanzialmente di un uomo che era preda degli eventi e che non, quindi, si ritiene responsabile di nulla di quello che ha fatto, perché non è stata mai decisione sua, non è stato mai volere suo. E questa idea dell'agire secondo forze superiori, secondo un destino, quindi non per, diciamo, non con un libero arbitrio, no, ma semplicemente facendo il proprio ruolo, compiendo il proprio ruolo all'interno di un processo molto più ampio e già prestabilito, no, che non si può effettivamente cambiare, che non si può effettivamente contestare. Se anche in questo caso, probabilmente, è utilizzato un pochino come scusante, non tanto come un, diciamo, una vera e propria credenza filosofica. È comunque una cosa molto interessante, secondo me, cioè filosoficamente parlando, il contrasto tra il dover essere ritenuti comunque colpevoli per le proprie azioni, responsabili per le proprie azioni, ma allo stesso tempo credere che esista un destino, un determinismo, diciamo, no, che le nostre azioni siano in qualche modo predeterminate, che quindi non, non abbiamo effettivamente potere di cambiarle. È un contrasto, quantomeno importante, secondo me, da indagare. È una delle tematiche che più mi affascinano un po' della filosofia morale.

In ogni caso, appunto, Eichmann si giustifica, tra virgolette, dicendo di essere stato solo un pezzo dell'ingranaggio e di, anzi, aver avuto proprio la coscienza pulita proprio perché seguiva gli ordini che gli venivano impartiti. Cioè, se non avesse avuto, se non avesse seguito questi ordini, non avrebbe neanche una coscienza pulita, si sarebbe sentito in colpa per il fatto di disobbedire agli ordini, appunto. Quindi, questa è una cosa un po' particolare a cui pensare. Cioè, di solito pensiamo che un uomo del genere, se ha una coscienza, questa coscienza gli debba per forza dire che stava sbagliando a fare quelle cose. Invece no, la sua coscienza gli diceva "Bravo, stai facendo il tuo lavoro in modo diligente, in modo efficiente, quindi bravo, stai eseguendo gli ordini, sei un bravo lavoratore". E basta. Questo è abbastanza assurdo e un po' inconcepibile, no? Cioè, che la coscienza ti possa dire "Bravo" perché stai sterminando un'intera popolazione.

Tra l'altro, lui era anche un uomo che si esaltava per l'idea di, appunto, essere diventato parte di qualcosa di di grande, no, di un evento storico di una portata inimmaginabile, di una portata grandiosa. Ed era anche un uomo che si esaltava con degli slogan, quasi con delle frasi ad effetto che lui ideava per ogni periodo della sua vita. Il che lo rende anche un po' incoerente, perché, ad esempio, due delle frasi, voglio leggervele, perché sono abbastanza, sono molto in contrasto l'una con l'altra, eppure, eppure ha senso, perché per lui non sono così in contrasto. Ora vi spiego perché.

La prima frase è: "Salterò nella tomba ridendo, poiché il fatto di avere sulla coscienza la morte di 5 milioni di ebrei, ossia di nemici del Reich, come amava dire, mi dà una soddisfazione enorme". Questo l'ha detto verso la fine della guerra, quando in realtà i nazisti stavano già, erano già stati sconfitti. Però, appunto, non essendoci ancora stato questo cambiamento nella, nel codice morale tra i tedeschi, tra, insomma, tra anche la popolazione tedesca e nell'immaginario comune, comunque lui ancora non si riteneva di dover, riteneva di dover essere punito per ciò che aveva fatto. E quindi diceva "Salterò nella tomba ridendo, anche se dovessi morire, salterò nella tomba ridendo".

Invece, poi, adesso, invece successivamente disse: "Impiccatemi pubblicamente come monito per tutti gli antisemiti di questa terra". Aggiunge: "Ma questo non significava che si pentisse di qualcosa. Il pentimento è roba da bambini". Altra frase sua. Questo cosa significa? Significa che, come ho detto prima, lui si è reso conto che adesso le cose che ha fatto allora sono sbagliate, sono ritenute sbagliate e non sono giustificabili più di tanto, se non con il fatto di aver eseguito degli ordini. Però, di per sé, diciamo così, la persona che è effettivamente responsabile per questo sterminio, cosa che lui non ritiene di essere, però chi è veramente responsabile in questo momento non può essere giustificato. E questo lui lo sa. Per cui ha coniato una nuova formula, ha coniato questa formula, appunto, "Impiccatevi come monito per tutti gli antisemiti del mondo". Ora che l'antisemitismo viene condannato. Però, appunto, non c'è tanta differenza tra queste due formule così diverse, in realtà, nel significato, perché ciò che importa per lui non è tanto il contenuto di queste frasi, ma il significato che queste hanno per lui, ovvero di fare da, diciamo, formula esaltante per la sua vita, cioè una formula che racchiude un periodo della sua vita e lo esalta. Dire queste cose lo esalta, pensare e dirle.

Poi, andare in realtà, indaga anche alcune caratteristiche che non sono soltanto di Eichmann, ma non sono proprio dell'intero meccanismo, appunto, dello sterminio degli ebrei e del nazismo, dei nazisti, diciamo, in generale. Ad esempio, quello del linguaggio tecnico utilizzato dai capi per, appunto, per riferirsi allo sterminio degli ebrei. Non veniva mai chiamato sterminio, non veniva mai chiamato uccisione, c'erano sempre dei termini tecnici che lo facevano sembrare, come lo facevano sembrare un lavoro come gli altri, quindi qualcosa da eseguire, qualcosa da [Musica] insomma, mettere in moto in modo molto generico, no? Un lessico molto generico che permetteva a chi doveva svolgere effettivamente quelle mansioni di non farsi troppe domande, di mantenersi a distanza da quello che poi succedeva davvero. Come per dire, è come dire che Eichmann, appunto, doveva soltanto gestire gli orari dei treni, poi cosa facessero questi treni non era dato sapersi, o almeno lui lo sapeva, però appunto, veniva escluso dal discorso.

Oppure anche il fatto che gli uomini che erano coinvolti, appunto, in questi lavori, non erano nemmeno da convincere con motivazioni ideologiche. Cioè, non serviva, non serviva a convincerli con motivazioni ideologiche. Molti di loro, appunto, non credevano neanche così tanto nell'odio verso gli ebrei, non lo provavano. Semplicemente si sentivano parte di un processo storico di portata grandiosa e quindi erano contenti di farne parte e non si sottraevano agli ordini che gli venivano impartiti. Anzi, c'è anche stata una certa competitività tra diversi organismi che erano addetti allo sterminio, il che significa che il numero di ebrei è stato, il numero di ebrei sterminati è stato ancora maggiore proprio per questa competitività che si era creata.

Ad esempio, se si chiede cosa sarebbe successo se invece degli ebrei, lo sterminio fosse stato principalmente, ad esempio, sugli zingari, si sarebbe stato considerato meno grave? Quindi, se lo sterminio degli ebrei è considerato grave perché sono state uccise delle persone, se milioni di persone, o perché è stata presa di mira una civiltà, una, cioè un popolo civilizzato e anche con un certo ruolo sociale abbastanza prestigioso, no? Perché storicamente gli ebrei hanno sempre avuto un ruolo sociale di prestigio, questo è, c'erano persone sempre molto istruite con ruoli anche importanti. Quindi, questo è interessante. Non, diciamo, Hannah Arendt lancia un po' la provocazione, però non lo sviluppa troppo come tema, però è interessante rifletterci, secondo me.

Oppure un'altra cosa un po' sconcertante che mette in luce Hannah Arendt riguardo ad Eichmann è che lui, in certi periodi, nei periodi in cui gli ebrei erano sterminati e quello era il suo lavoro, per lui era diventato un lavoro come un altro, talmente automatico che non occupava neanche la sua mente, come non so, un un impiegato in ufficio che anziché a pensare al lavoro per la maggior parte del tempo pensa ai suoi hobby o comunque a ciò che farà dopo il lavoro, o alle notizie che legge sul giornale. Stessa cosa, però Eichmann, che in questo periodo pensava al gioco delle bocce e a, non so, alle, tipo quando veniva invitato da qualcuno di importante, si esaltava per questo, oppure quando leggeva notizie di notizie sul giornale relative ad altre persone che lui conosceva, si occupava più di quello. Insomma, ciò che lui svolgeva come, come lavoro, appunto, non occupava nemmeno la sua mente. Ma probabilmente questo proprio un era proprio un meccanismo di difesa per non sentirsi troppo coinvolto in quello che stava succedendo.

E tra l'altro, dice che quando apprese della "soluzione finale", quindi dello sterminio come soluzione finale per il problema ebraico, lui perse tutto l'entusiasmo che aveva nel lavoro, perché gli sembrò una soluzione troppo estrema, troppo radicale. Ma questo significa che prima lui aveva, provava dell'entusiasmo nel comunque gestire la questione ebraica. E comunque, per riassumere un pochino, una delle cose che appunto Arendt, una delle conclusioni a cui Arendt arriva nel libro è una delle più anche assurde, paradossali, è che appunto, non fu un fanatismo ideologico a portare Eichmann a fare quello che ha fatto, ma proprio la sua stessa coscienza, nel senso che è stato il suo atteggiamento inflessibile nei confronti degli ordini, dell'eseguire gli ordini, ok? Quindi l'essere ligio al dovere, che e quindi la sua coscienza, in quel senso lì, che l'ha portato a eseguire questi ordini e a fare ciò che ha fatto, e non, appunto, una qualche ideologia per cui.

Ciò che più dovrebbe spaventarci è appunto l'indifferenza nei confronti di ciò che si deve eseguire, se questo è un ordine. Quindi l'indifferenza nei confronti del contenuto degli ordini, no? Che è un po' la tendenza a tirarsi fuori dalle questioni, cioè a dire "Non sono stato io a deciderlo, io lo devo solo eseguire, quindi la colpa non è mia". Il fatto è che, appunto, gli ordini del Führer erano diversi da un normale ordine. Cioè, non è tanto l'ordine nel senso di "il tuo capo ti dà un ordine e tu non lo metti in discussione". L'ordine del Führer non è come l'ordine di una persona normale, era quasi come una legge. Cioè, lui è convinto di aver agito secondo legge, in conformità di legge, perché in quel momento quella era la legge e non era solo una legge passeggera, momentanea, per lui e per tutti gli altri. Anche la legge del Führer era una legge quasi sovraumana, appunto, quasi che andava oltre qualsiasi tipo di, anche coscienza, qualsiasi tipo di remore, no, che uno poteva avere. Cioè, questa legge, appunto, come dice Hannah Arendt, ribaltava il senso comune. Cioè, se normalmente la coscienza serve a dirti "quindi non uccidere, di non fare del male", anche se magari hai una, diciamo, tendenza a farlo, comunque hai un istinto in quel momento che ti spinge a fare del male ad una persona per X motivi, la coscienza è quella che ti dice "non farlo, non è giusto". In questo caso, invece, la legge del Führer aveva ribaltato questo, questo meccanismo, per cui in questo momento la coscienza non ti diceva "non uccidere", anche se vorresti uccidere, ti diceva "uccidi", anche se tu non vorresti uccidere, perché è giusto uccidere.

Quindi, il fatto è che Hitler era riuscito, Hitler e tutto, diciamo, i nazisti, i capi nazisti, erano riusciti a cambiare, a ribaltare la coscienza morale delle persone e la legge. Quindi erano riusciti a cambiare, a ribaltare il senso comune talmente nel profondo che la stessa coscienza funzionava al contrario. E quindi questo è un concetto che a me ha colpito molto all'interno del libro e volevo condividerlo con voi, un po' come tutto il resto di quello che ho detto finora.

Allora, come conclusione di questo video, vorrei soltanto dirvi una cosa riguardo al libro in sé, ovvero, cioè alla lettura, più che altro, del libro in sé, ovvero che, per quanto sia estremamente interessante il tema trattato nel libro, il concetto alla base, quindi quello della banalità del male, e che ho cercato di sviscerare un pochino con voi, vi dico anche, però, che la maggior parte del libro in sé parla del processo Eichmann in termini giuridici, in termini, oppure parla della vita di Eichmann, di quello che è effettivamente fatto Eichmann, della storia dello sterminio degli ebrei, della storia della questione ebraica. Quindi, io vi dico soltanto che, anche se è un libro che effettivamente dà tantissimo, poi non è un libro semplice da leggere. Io l'ho visto tipo il primo in classifica sui vs tempo fa nella sezione filosofia e allora io sono contenta da un lato, però allo stesso tempo mi chiedo se, cioè, quante persone poi effettivamente lo leggono o lo leggono tutto, perché è davvero difficile da leggere fino in fondo. Cioè, io stessa l'ho trovato noioso. E quindi, non so, abbiate la coscienza del fatto che non è un libro facile da leggere, o meglio, lo è se vi interessa un po' la storia, più che altro, no? Fatti anche proprio concreti, anche giuridici, proprio che hanno a che fare con la biografia di Eichmann e con tutta la storia di come è stato portato avanti la, come è stata portata avanti la gestione della questione ebraica durante il periodo del nazismo. Cioè, sono cose che sono un pochino noiose da leggere, secondo me. Cioè, almeno a me interessava solo il contenuto più filosofico, più concettuale della questione, quindi ho fatto anche fatica poi a leggere tutto il resto e certe parti le ho anche saltate perché non erano rilevanti per quello, ecco. Erano soltanto, cioè, parlavano della storia, appunto. Quindi, ve lo dico soltanto così come monito per non esaltarvi troppo riguardo questo libro e poi ritrovarvi con una cosa diversa rispetto a quella che vi aspettavate. Vi consiglio comunque di leggerlo, ecco, però sappiate, contrariamente, quello che a cui andate incontro, semplicemente.

Bene, io spero che questo video vi abbia interessato, vi sia piaciuto e spero sia venuto qualcosa di decente. Fatemi sapere nel caso e niente, fatemi sapere se conoscevate questo libro, credo di sì, se l'avete mai letto, se lo volete leggere, se ce l'avete. Fatemi sapere qualcosa, insomma. E iscrivetevi al canale se il video vi è piaciuto e se ne volete vedere altri. Io vi mando un bacio e ci vediamo al prossimo video.