Transcription
Bentrovati e bentrovate su Non Spegnere la Luce, un podcast Brutto Sporco e Cattivo, in cui ogni settimana cerchiamo di far luce sui misteri più oscuri della storia criminale moderna. Io sono Michele Dinelle, potreste conoscermi già per altri podcast come Stelle e Strisce o Come Inverno Nucleare, e ad accompagnarmi in questo viaggio nella mente criminale, come sempre, ci sarà Giacomo Giaquinto, narratore, fumettista e autore del podcast Storie Alternative.
Come sempre, prima di iniziare, voglio ringraziare la nostra community di Telegram. Perché finalmente siamo arrivati a questi benedetti 1000 iscritti! 1000, non più 100, 1000 come la spedizione di Garibaldi. Ce l'abbiamo fatta! E adesso, da qui è tutta in discesa, ragazzi! Quindi, chi ci stesse ascoltando da mesi, chi ci ha sempre nelle cuffiette mentre lavora, perché lo so che ci ascoltate mentre lavorate, mentre studiate, fateci un pensierino di scaricarvi Telegram e di venirci a trovare lì, sulla nostra community, perché nascono veramente delle bellissime amicizie. Soprattutto per noi è bello sentire le vostre storie personali e conoscervi, appunto. E quindi, entrate, mi raccomando, sbattendo la porta e mai in silenzio!
E vi ricordo anche che se volete sostenere la nostra community, potete farlo in diversi modi. Sul canale Patreon è, diciamo, quello principale, in cui potete offrirci un caffè al mese a me e a Giacomo e ricevere in cambio una puntata bonus, una puntata extra ogni settimana, ogni mercoledì, in coda alla puntata pubblica, compresa quella di oggi. E se invece non doveste avere la possibilità economica di farlo, ricordatevi che potete spendere tre, 30 secondi della vostra vita per lasciare le famose cinque stelline su Spotify, oppure, se ci ascoltate da un iPhone, potete andare a lasciare, a scrivere una recensione alla fine della pagina di Apple Podcast, perché ci aiuta veramente tantissimo e anche perché, poi, sapete che vi leggiamo alla fine delle puntate.
Detto questo, fine degli annunci, se non per il fatto che questo spazio, questa inserzione, rimane sempre aperta a chi volesse acquistarla, chi avesse un'azienda, un'organizzazione, un personal brand. Noi siamo a disposizione e sapete già come trovarci e come contattarci.
Ma adesso, parlando proprio di community e di gruppo Telegram, oggi è una puntata molto speciale perché viene a trovarci un ospite che arriva direttamente da dentro la nostra community e che ha vissuto un'esperienza straordinaria, tanto straordinaria che abbiamo deciso di raccontare. Sto parlando di Elena Canosi, un'infermiera ed ex volontaria di Emergency a Kabul e in numerosi altri fronti. Ciao Elena, e grazie per essere qui con noi.
Buongiorno a tutti e sono molto emozionata. E inizio subito col dirlo.
Elena, non ti preoccupare, perché siamo noi emozionati di averti qui sul podcast, di poter raccontare finalmente la tua storia. E allora, veniamo appunto all'argomento di oggi, perché come molti di voi avranno capito, oggi parleremo di un celebre medico e filantropo italiano. Il suo nome è Gino Strada. Nel 1994, insieme a sua moglie Teresa Sarti, Gino Strada fonda Emergency, un'associazione umanitaria che ha l'obiettivo di offrire cure mediche chirurgiche alle vittime di guerra, delle mine antiuomo e della povertà, promuovendo una cultura di pace, di solidarietà e di rispetto dei diritti umani. Il suo primo progetto è in Ruanda, per la precisione all'ospedale di Chigi, dove Strada ristruttura e riapre il reparto di chirurgia e riattiva quello di ostetricia e di psicologia. Le attività di Emergency negli anni sono cresciute fino a raggiungere un totale di 19 paesi, tra cui Iraq, Afghanistan, Eritrea, Cambogia e altri, garantendo cure gratuite a più di 12 milioni di persone. Ma quello che, immagino, i più giovani di voi si staranno chiedendo è: chi è stato davvero Gino Strada e cosa lo rende un personaggio così straordinario? E allora, per scoprirlo, come sempre facciamo un passo indietro e proviamo a ricostruire la sua storia personale e quella di Emergency, assieme al nostro caro Giacomo Giaquinto.
Ciao amici, amiche, amici di Non Spegnere la Luce. Ben ritrovati anche da parte mia all'interno di questo speciale, di questa nuova puntata insieme. Ne approfitto per ringraziare ancora una volta il padrone di casa, Michele Dinella, perché ogni tanto non lo faccio, ma perché sembra quasi scontato ringraziare colui che ha messo in piedi tutto questo progetto, che sia il podcast originale, che siano le puntate di Patreon, che sia il gruppo Telegram. E a proposito, grazie a tutti voi perché abbiamo raggiunto anche, mi unisco ai ringraziamenti vari, abbiamo raggiunto le quattro cifre. Sembrava impossibile, come recitava una vecchia pubblicità. Vado avanti per evitare, diciamo, la pubblicità occulta. Abbiamo raggiunto finalmente il quorum che ci aspettavamo e questo è il segno del vostro affetto, del lavoro che abbiamo fatto. Per noi questa è la più grande, diciamo, dimostrazione del vostro amore nei confronti del podcast, del nostro lavoro. Quindi, grazie per i complimenti, anche per le doti canore. Giuro che non mancheranno altre canzoni, le centellino, anche perché non sono così bravo come dite, però vi ringrazio perché siete sempre così affettuosi.
Oggi raccontiamo una di quelle storie che in realtà fa parte di quel filone di grandi uomini del '900 italiano e che, in un certo senso, hanno lasciato la loro impronta nel bene e nel male, perché anche questa è una storia che non è scevra, non è, diciamo, isolata dalle controversie. Ne parleremo e che si apre con una citazione che, in realtà, è una citazione nella citazione, perché tratto dal film probabilmente più discusso di Steven Spielberg, che, piaccia o meno, Schindler's List. Chissà, magari ne facciamo una puntata Patreon, una puntata a Non Spegnere la Luce. E la frase è un verso del Talmud che dice: "Chi salva una vita, salva il mondo intero". E c'è una persona che di vite ne ha salvate parecchie, grazie alla sua organizzazione, grazie a quelli che sono stati i suoi studi, grazie al suo coraggio, grazie anche a tutti coloro che gli sono andati contro, perché quando raggiungi un certo punto di successo, quando raggiungi una certa vetta, c'è sempre qualcuno che prova a tirarti giù. È una figura strana, è una figura su cui non voglio esprimermi da un punto di vista politico, perché bisognerebbe tener conto di tanti fattori e non basterebbe una narrazione di 15 minuti per poterli raccontare, ma probabilmente non basterebbero nemmeno tre, quattro puntate, perché è una storia che comincia il 21 aprile del 1948, quando Gino Strada nasce a Sesto San Giovanni, in Lombardia. Fa gli studi obbligatori come tutti e subito dopo si iscrive alla facoltà di medicina e chirurgia dell'università statale con sede a Milano. Frequenta vari corsi anche durante gli anni universitari, perché c'è, se c'è una cosa che è sempre stata detta su di lui, è che fosse assetato di sapere e che percepisse al suo interno quel senso di curiosità che è stato spiegato così bene da Stephen King all'interno di uno dei suoi libri meno famosi ma più belli, che è anche uno dei miei tatuaggi. Il libro è "Cuori in Atlantide". Ve lo consiglio, una raccolta di racconti, di novelle, e che fa parte di tutta quella parte della carriera di Stephen King in cui, attraverso quattro storie, creava un romanzo, probabilmente il più famoso, "Stagioni Diverse", quello dove è presente Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, diventato poi famosissimo in Italia con un altro titolo, "Le ali della libertà", da cui è tratto un capolavoro, "Il corpo", che magari molti di voi conoscono come "Stand by Me", grazie al fantastico film, dove c'è la fantastica canzone di Ben E. King. La storia di oggi fa parte di quel filone, fa parte di una frase che è presente in "Cuori in Atlantide", che viene scritta da un ragazzo tetraplegico durante, o meglio, nel periodo precedente all'inizio, allo scoppio della guerra in Vietnam, che è "Love plus peace equals information". Amore più pace uguale informazione. E lui, Gino Strada, questo amore più pace uguale informazione l'ha reso il suo marchio di fabbrica. Riesce a ottenere la laurea, specializzandosi in chirurgia d'urgenza e, dopo essersi specializzato negli anni '80, si trasferisce negli Stati Uniti, perché capisce che per perfezionare la sua formazione in campo lavorativo c'è bisogno di andare dove c'è il massimo, in quel periodo, ovviamente, dell'esposizione della crescita tecnologica e della sanità, che in quel caso è legata alla chirurgia cardiaca e nello specifico la chirurgia dei trapianti di cuore. In questo periodo frequenta due delle università più importanti al mondo: quella di Pittsburgh e quella di Stanford. Soprattutto in quella di Stanford c'è un aneddoto molto curioso che è quasi avvolto dalla leggenda. Infatti, prendetelo, mi ho sentito dire, perché ci sono due frasi che ho sempre amato nel mondo delle narrazioni. La prima è che "quando la bugia vola lontana per il mondo, la verità è ancora a casa da allacciarsi le scarpe". La seconda è che "non c'è bisogno di sporcare una buona storia con la verità". L'aneddoto è questo: sembra che, mentre lui stesse camminando per andare verso la caffetteria dell'università di Stanford, a un certo punto, vicino a un muro, vide una frase che fa eco proprio a quel "Love plus peace equals information", e la frase era: "Esiste un mondo che va ben oltre le situazioni sociali". E quelle situazioni sociali, lui le riesce a raccontare proprio attraverso gli Stati Uniti, che lascerà per trasferirsi in Sudafrica, dove continua ad approfondire la sua formazione presso l'ospedale di Hartfield e presso l'ospedale di Groote Schuur Hospital. Nel 1988 inizia a dedicarsi alla cura dei feriti di guerra, che sarà il marchio di fabbrica di quell' "Love plus peace equals information" che racconterà attraverso Emergency. Fa tesoro degli studi effettuati, soprattutto nella chirurgia d'urgenza, quindi le università di Pittsburgh, Stanford, gli studi negli Stati Uniti diventano la base per un racconto e per un operato che sarà alla base della sua fama, che lo renderanno una delle persone più influenti del '900 italiano. Dagli anni '80 fino all'anno 1994, lavora con la Croce Rossa Internazionale in giro per il mondo, e questo è fondamentale, perché quello è il suo sistema di networking, è lì che conosce quelle persone che poi faranno da spola e faranno da organico, da scheletro di Emergency. Ed è proprio facendo tesoro di quell'esperienza lavorativa che effettua con la Croce Rossa Internazionale, che nel 1994 Gino Strada, insieme ad altri colleghi, alla prima moglie Teresa Sarti, fonda l'associazione di carattere indipendente, meglio conosciuta come Emergency, che aveva proprio come compito quello di fornire delle cure mediche di natura gratuita alle vittime di guerra, alle persone meno abbienti, verso coloro che morivano a causa delle mine antiuomo. Le mine antiuomo saranno uno dei sistemi di controversia, ma soprattutto una delle cose, delle azioni più importanti, azioni e reazioni più importanti della carriera di Gino Strada e della sua... I primi progetti portati avanti furono quelli in Ruanda, nel periodo del famoso genocidio, in Cambogia e in Iraq. E nel 1998 inizia la missione di Gino Strada ad Emergency in Afghanistan, dove venne fondato un centro chirurgico dedicato alle vittime di guerra ad Anaba. Resta in Afghanistan fino al 2005, portando avanti delle iniziative incredibili. E considerate che ancora oggi Emergency è presente nel paese con tre ospedali, 40 posti che prestano primo soccorso e un importantissimo centro di maternità, che può sembrare una cosa piccola, ma vi garantisco che in Afghanistan o nei paesi legati al sistema bellico non è, ha fatto così. Successivamente, il medico continua a portare avanti nuovi, in giro per il mondo, per esempio in Sudan, per esempio in Sierra Leone, dove c'era l'emergenza causata dall'Ebola, che probabilmente molti di voi ricorderanno, che colpì seriamente la popolazione locale. Poi morirà improvvisamente per problemi cardiaci, e questo sì che è ironico, la famosa ironia della sorte, a Hôpital in Francia, il 13 agosto del 2021. Ancora oggi Emergency è un baluardo all'interno di tutta quella idea che abbiamo raccontato nel tempo di quei luoghi, un po' come avevamo fatto con San Patrignano. Ed è proprio all'interno di questa storia che proviamo a raccontare anche quelli che sono stati i vari programmi completati che hanno permesso a Emergency di diventare una delle delle associazioni più importanti legate alla raccolta fondi, alla comunicazione, alla sensibilizzazione, perché era uno di quei casi in cui l'idea di fondo, "Love plus peace equals information", sposava anche l'inizio di quel tipo di pubblicità che serviva per focalizzare l'attenzione sui problemi mondiali, il famoso senso di colpa, che poi diverrà anche senso di colpa bianco. Per esempio, nel 1994, Emergency aderisce a un'iniziativa della coalizione chiamata Campagna Internazionale per il Bando delle Mine Antiuomo, che ha promosso il Trattato di Ottawa. Considerate che questo trattato impegnava fino al 12 aprile del 2012, 159 stati ad abolire le mine antiuomo, ed Emergency, in questo, fu fondamentale, perché portò innanzitutto la propria esperienza, quale quella che avevano ripreso da Ruanda e che avevano preso dalla situazione in Afghanistan. C'è un'altra iniziativa che è straordinaria, a mio avviso, che è quella del 2011, ovvero "Uno straccio di pace contro la guerra in Afghanistan", dove per l'ennesima volta, attraverso una comunicazione serrata, si invitava la popolazione a, diciamo, a partorire, a dimostrare il proprio rifiuto nei confronti della guerra, attraverso cosa? Attraverso degli stracci di pace. Non solo fuori l'Italia dalla guerra, una raccolta di firme online che serviva contro la guerra in Iraq. Quindi, in quel caso, anche internet diviene il bacino per raccontare qualcosa. Non solo esiste un'altra parte, questa mi ha sempre affascinato nella storia di Emergency, che è quella legata al teatro, ovvero fa riflettere attraverso i temi della guerra con l'utilizzo dello spettacolo, quindi la mimesi della realtà attraverso quella che è probabilmente la massima espressione, la massima esposizione dell'irreale attraverso il reale. Per esempio, c'è "Farmageddon", che parlava dell'industria della salute, c'è "Stupido Risiko" sulla guerra, dove c'erano i conflitti dal XX secolo a oggi e quelle, soprattutto, che erano state le loro conseguenze.
Ma a questo punto arriva un'altra parte della storia, il rovescio della medaglia, quello che probabilmente ha accompagnato la storia di tutti i grandi uomini di questo periodo, e questo probabilmente ricorderete nella puntata dedicata a San Patrignano, per esempio. C'è il modello di sviluppo sanitario proposto e applicato da Emergency è stato, secondo alcuni, considerato privo di sostenibilità a lungo termine, perché non era collegato ai servizi sanitari di base locali e non era in grado di fornire dei risultati superiori a quelli marginali, soprattutto a fronte delle spese di mantenimento. C'è il centro Salam, per esempio, di cardiochirurgia in Sudan, che viene considerato un intervento scarsamente integrato in una realtà in cui mancavano le strutture sanitarie elementari, dove la cardiologia non rappresentava la vera e propria priorità. Anzi, c'erano ben altre cose, secondo, ovviamente, i detrattori, che andavano aggiustate dall'inizio, e tra queste c'erano, per esempio, degli ospedali di fortuna, c'erano, per esempio, dei sistemi di emergenza che non venivano proprio considerati all'interno dell'opera di Emergency. Tuttavia, riguardo al fatto che la ricostruzione e la sostituzione di valvole cardiache non sarebbero un'urgenza, Emergency annota che dal 2005 l'Organizzazione Mondiale della Sanità definisce le patologie cardiache come la prima causa di morte infantile in Asia e Africa, motivo per cui questo utilizzo degli studi che Gino Strada aveva effettuato, come vi dicevo precedentemente, negli Stati Uniti, la sua specializzazione, la sua specialistica era legata proprio alla chirurgia cardiaca, fosse fondamentale.
Un'altra cosa è questo, sì, che viene incontro un po' a tutto quello che abbiamo raccontato nelle diverse puntate di Non Spegnere la Luce dedicate ai singoli, alle loro associazioni, è il problema politico. Facciamo un piccolo contesto. In Italia, il problema politico è fondamentale, si accompagna sempre a coloro che provano ad andare controcorrente. Nel senso, è una persona forte, è una persona influente, una persona che ha diversi agganci, una persona che ha diverse situazioni importanti, una persona che ha un grande valore comunicativo. Vi parlavo prima della grande campagna di comunicazione legata a Emergency. Sì, ma da che parte sta questa è la domanda? Beh, la giornalista Sergio Romano e il giornalista Massimo Barra, che è il presidente della commissione permanente della Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, per mancanza di neutralità in politica estera, accusa Gino Strada. Per esempio, c'è il caso Sudan, perché Emergency ha istituito questo centro di cardiochirurgia a Soba e due centri pediatrici. Le spese sostenute sono di 10 milioni di euro e sono stati pagati con i contributi del presidente del Sudan, Omar al-Bashir, che è un ex colonnello dell'esercito sudanese che era salito al potere nel 1989 con un colpo di stato. Il quale, però, diciamo, aiuta Emergency. Ma attenzione, perché nel 2009 sono stati espulsi dal Sudan tutti gli operatori umanitari stranieri con l'accusa di aver violato in Darfur il regolamento sulle attività di cooperazione. Questa è, diciamo, probabilmente la storia più importante legata a Emergency, alle sue conseguenze e alle sue controversie. Ma ce n'è un'altra, che è quella del marzo del 2007, quando, durante il sequestro in Afghanistan del giornalista della Repubblica Daniele Mastrogiacomo, Emergency assume una posizione di rilievo nelle trattative per la sua liberazione. Mentre tre operatori, il 10 aprile del 2010, Marco Caratti, Matteo Dell'Aira e Matteo Pagani, vengono arrestati a Lashkar Gah, nella provincia afgana di Helmand, con l'accusa, che poi in realtà verrà rivelata infondata, di aver complottato per uccidere il governatore della provincia. Attenzione, perché nel corso delle operazioni, che erano coadiuvate dall'ISAF, sono state trovate all'interno dell'ospedale di Emergency delle cinture esplosive, c'erano delle granate, c'erano delle pistole. E l'arresto dei tre ha suscitato particolare clamore, tanto che è intervenuto lo stesso Gino Strada, che ha ricondotto l'operazione a un tentativo di screditare un testimone scomodo, riferendosi alla sua organizzazione, che, in effetti, di cose in Afghanistan ne aveva viste diverse, e non solo sul fronte nazionale, ma proprio sul fronte degli altri aiuti umanitari, degli aiuti in fatto bellico, diciamo, di tutte quelle conseguenze della guerra che spesso rimangono segrete, motivo per cui erano considerate scomode.
Ora, a chiosa della narrazione, ritorniamo a quello che avevamo detto precedentemente, alla frase con cui abbiamo aperto, quella tratta da Schindler's List, ovvero è un verso del Talmud: "Chi salva una vita, salva il mondo intero". Gino Strada, può piacere o non piacere, potete essere o meno d'accordo con le controversie che hanno affrontato Emergency, che comunque si fondava sulla sua idea, ma poi successivamente è continuata anche grazie allo straordinario ausilio dei collaboratori, molti dei quali erano quelli che aveva conosciuto in America e non solo. Ma a questo punto sorge spontanea una domanda, una domanda che io per primo rivolgo a voi di Non Spegnere la Luce: ovvero, aver salvato tante vite, aver posto un tale punto fermo sulle situazioni belliche, in particolare in posti come l'Afghanistan, in particolare in Ruanda, in particolare in Africa in generale, rende Gino Strada scevro o comunque lontano da tutte le critiche che gli sono state mosse? Ma soprattutto, le controversie bastano per affossare un'ideologia? Per rispondere, basta andare all'Università di Berkeley, quella dove un ragazzo tetraplegico, in un famoso racconto di Stephen King, scrisse su un muro: "Amore più pace uguale informazione". Grazie, Giacomo.
E adesso, vorrei tornare dalla nostra ospite, perché quello che non vi abbiamo ancora detto in questa puntata è che Elena, non solo è stata una volontaria di Emergency, ma ha anche avuto la fortuna di conoscere di persona Gino Strada durante una delle sue missioni. E allora, insieme a te, Elena, voglio ripartire proprio da qui, chiedendoti: come è avvenuto quell'incontro e che cosa ha lasciato dentro di te?
Allora, io ho conosciuto Gino a Kabul. Era la mia quarta missione con Emergency, se togliamo quelle con Emergency in Cambogia. La prima a Kabul, e ero comunque terrorizzata dall'ambiente. Era un ambiente molto nuovo per me, anche se avevo già l'esperienza di... di Battambang in Cambogia. E ho conosciuto Gino a Kabul. E Gino amava molto Kabul, l'Afghanistan in generale. Era il posto, secondo me, che lo stimolava di più per attività. E sicuramente un personaggio carismatico, un grande dinamismo, un grande carisma, una grande attenzione ai diritti umani. Infatti, una delle cose che a me è sempre piaciuto di Gino è la frase che ha detto sempre in varie interviste, anche a noi l'ha detta in Afghanistan e poi anche in Sudan, perché ho visto Gino anche in Sudan. "I diritti degli uomini devono essere fruibili a tutti, ma proprio a tutti, altrimenti hanno un altro nome, sono privilegi". E in realtà è questo che ha spinto Gino a creare, forse, Emergency insieme a Teresa. Lui era un uno carismatico, assolutamente difficile da descrivere in pochissime parole. È una persona molto attiva, verbalmente dogmatica, perché raccontava tantissimo. Noi abbiamo condiviso, insieme agli altri ragazzi, ragazzi che erano insieme a me a Kabul, intere serate, cene, ad ascoltare Gino che raccontava cose. Mi piaceva molto raccontare una delle cose belle che mi ricordo di Gino, che è divertente questa cosa: amava fare le tagliatelle. Lui amava fare la pasta. Ho molte foto di Gino che fa la pasta a Kabul, perché è un modo per aggregare, ovviamente, il personale estero viene da vari posti, da vari paesi, ed è difficile riuscire a creare un ambiente che sia veramente comunitario, provenendo da esperienze diverse, formazioni diverse, ambienti vari. E lui usava anche questo, usava le cene, la convivialità, usava i racconti. Era un personaggio veramente particolare, molto particolare. E ha messo dentro in Emergency moltissimo di sé e di sua moglie, che era comunque anche lei una persona veramente di valore. Ha messo questo odio verso la guerra, perché comunque lui l'ha vista la guerra, ma come l'abbiamo vista anche noi, e come, secondo me, non la vedono tutti quelli che inneggiano al partecipare a varie guerre in giro per il mondo, perché chi ha visto una volta una vittima di guerra è impossibile che apprezzi qualunque cosa della guerra, perché la guerra, cioè, chi odia la guerra non è veramente pacifista, è uno che odia la guerra. La guerra è niente di buono, è assolutamente una cosa insensata, è la negazione di tutti i diritti umani, sociali, personali. La guerra è assolutamente una cosa che non dovrebbe esserci in un'umanità. Il punto è che noi siamo fortemente umani, quindi la cattiveria, il possesso, la spinta verso il potere è fortemente umana. Come è stato detto anche dentro nel gruppo Telegram, noi siamo fortemente umani. La guerra, purtroppo, ci appartiene in molti casi.
E in effetti, questa è una puntata tributo, ovviamente, per Gino Strada, per Emergency, vista la sua scomparsa ormai 3 anni fa. Ma è una puntata tributo anche alla nostra community di Telegram, come già ce ne sono state in passato, più che altro ispirata dalla nostra community, perché questo è un discorso, come ha già detto Elena, che è iniziato proprio da lì, come anche il discorso sull'eutanasia. Quindi, questo vi dà un'idea, se non ci siete già stati, di quanto sia stimolante l'ambiente che stiamo cercando di costruire, con molta fatica, devo dire la verità, però insomma, ne vale la pena, secondo me, perché poi vengono fuori storie come quella di Elena, che adesso vi racconteremo più in profondità, ovviamente, che fanno la differenza. Secondo me, sono d'accordo su questa, su questa descrizione di Gino Strada, e penso, da quello che mi hai descritto, che lui sia esattamente come apparisse nelle interviste. Io ne ho recuperate tante per preparare questa puntata, sia del passato, sia più recenti. Devo dire che fino alla fine, insomma, lui è stato assolutamente lucido in quello che diceva. Ci sono interviste anche del 2020-21, in cui, anche se era visibilmente malato ormai di cuore, manteneva quella, quella visione che lo ha sempre contraddistinto. Ecco, questa è la parola che mi piace usare: visione. Perché quello che fa la differenza tra Gino Strada e tanti altri fondatori di nonprofit, di ONG, è il fatto che lui la trattasse quasi come se fosse Apple, cioè, per lui, a parte che Emergency era la sua vita, ma per lui era in costante espansione, doveva essere in costante espansione, perché sentiva fortissima questa necessità di aiutare le persone. E soprattutto sapeva che la guerra è dappertutto, soprattutto in Africa, dove i conflitti non risparmiano neanche i bambini. Spesso ci sono interviste molto, molto dure anche di Gino, in cui lui racconta come, nelle guerre tra i vari clan, per esempio, in Ruanda, si mutilano i bambini del clan avversario, perché in maniera tale che poi, quando crescano, non rappresentino necessariamente una minaccia militare, o che comunque, nel momento istantaneo, rappresentino anche un peso economico sulle famiglie, sul welfare sociale. Quindi, parla anche delle mine giocattolo, fatte apposta per essere, appunto, raccolte dai bambini e per esplodere in mano ai bambini, mutilarli. Insomma, anche cose molto dure, molto grafiche. Però questa era la sua visione. Lui utilizzava la stampa e poi i social media per portare questo messaggio fortissimo e per crescere, per far crescere la sua organizzazione. E questo ha portato Emergency, come abbiamo detto, a raggiungere i numeri che vi abbiamo raccontato.
Adesso, però, voglio staccarmi un po' dalla storia principale che abbiamo raccontato finora ed entrare in quella personale di Elena, che comunque è legata a doppio filo con tutto il resto. Elena mi ha detto, mentre parlavamo, noi ci siamo sentiti più volte in queste settimane per questa puntata, e prima di iniziare a registrare, lei mi ha detto: "Io sono terrorizzata". E quindi noi saremo clementi, insomma, se questo dovesse emergere a tratti. Però quello che io le ho detto è: "Intanto mi ha fatto sorridere, perché ho detto: tu sei stata a Kabul sotto le bombe, tu sei stata in Sudan dove c'è la guerra civile, sei stata in Cambogia, ma come puoi aver paura di un'intervista?". E secondo me, in questo sta l'essenza delle persone che, come Gino Strada, sono mosse dallo stesso animo di servizio nei confronti dell'umanità. E allora, voglio ripartire proprio da qui, Elena, dalla tua storia. Noi sappiamo che sei stata in missione su diversi fronti, tra il Sud-est asiatico, il Medio Oriente, l'Africa subsahariana. E allora, ti voglio chiedere, se ti va di provare a riavvolgere il nastro e a raccontarci la tua esperienza da infermiera volontaria, dal momento in cui hai deciso per la prima volta di partire in missione fino ad oggi.
Allora, sì, io all'epoca ero infermiera, lavoravo in pronto soccorso in provincia di Novara e lavoravo dal pronto soccorso, quindi avevo una vita normale. In un giornale ho trovato un avviso di recruiting di Emergency e ho detto: "Ma quasi quasi lo chiamo e sento che cosa vogliono dirmi". Perché facendo già la volontaria in Croce Rossa, avevo questo desiderio di espandere un po' il lavoro, la professione di infermieristica anche verso l'estero. E quindi ho detto: "Ci provo". E in breve tempo ho fatto un colloquio, in realtà in inglese. Io all'epoca con l'inglese avevo qualche difficoltà.
Quanti anni avevi, Elena?
No, ero grande, avevo intorno ai 28 anni, però ero sempre rimasta in Italia e avevo fatto vacanze all'estero, ma non mai lavorato all'estero. E però avevo un inglese scolastico, nulla di particolare. In realtà, il colloquio è stato terribile, perché mi hanno interrogato in inglese, ma immagino di essere andata abbastanza bene. Infatti, mi hanno preso inaspettatamente e mi hanno detto un mesetto dopo che volevano inviarmi in Kurdistan. E allora, cioè, io, presa dalla foga di andare in Kurdistan, che all'epoca non sapevo realmente neanche dove fosse, mi sono presa pure i libri sul Kurdistan, ho detto: "Mi preparo per il Kurdistan". Un mese dopo, invece, mi dicono: "No, guarda, no, abbiamo cambiato l'assegnazione, vai in Cambogia, se vuoi vai in Cambogia". Assolutamente sì, andrò a cercare dove sta la Cambogia. Bene, perché in realtà avevo una vaga idea di dove stesse la Cambogia, ma mica tanto accurata. È stato molto divertente comunicare questa cosa ai miei genitori, perché loro non avevano idea di tutto quello che io facevo, del colloquio in inglese, del colloquio con Emergency. Io gliel'ho detto passando in macchina: "Guardate che io il mese prossimo vado in Cambogia" e me ne sono andata via di corsa, perché i miei, diciamo che non erano tanto a favore di queste cose. In realtà, sono partita un po' contrariando i miei. Ed è stata una missione bellissima, è stata una missione meravigliosa, un primo viaggio intercontinentale, cioè da sola, quindi molto lontano. Tra l'altro, in Cambogia, veramente, è un volo, un'agonia di volo, perché è lunghissimo. E sono atterrata in Cambogia, che è stato un grande amore, perché la Cambogia è bellissima. L'ospedale è meraviglioso. L'ospedale era bellissimo, in ospedale a Battambang, che è un paesone all'interno della Cambogia, nel nord-ovest. E ho passato i miei primi 6 mesi di missione e non avrei mai voluto ritornare a casa, perché mi sono proprio affezionata all'ambiente, alla gente, al lavoro, all'ospedale. L'ospedale di Battambang, all'epoca, trattava feriti di guerra da mina, da fucile, pistola, arma bianca, ma faceva anche politraumi e faceva anche la ricostruzione in caso di... cioè, molto, molto grandi, piedi torti, bambini e labbri leporini. Quindi, c'era proprio una medicina estetica e funzionale a recuperare una vita normale per le persone che nascevano con deformità importanti. E l'ospedale è bellissimo. Oddio, era bellissimo. Ora non lo so, perché ho saputo che nel 2014 è stato, cioè, no, 2012 è stato affidato al governo cambogiano, perché questo è uno dei delle cose belle, secondo me, di Emergency, che apre l'ospedale, lo avvia, lo porta a funzionalità massima, usando ovviamente personale espatriato, e poi lo, dopo aver fatto una formazione al personale locale, lo dona al governo. E questo è successo con l'ospedale a Battambang, nel 2012 è stato affidato al governo cambogiano. Io ho fatto in Cambogia, cioè, tre missioni, in realtà erano 2 e mezzo, perché quella di mezzo avevo veramente una malinconia, una nostalgia della Cambogia, quindi ho preso ferie lunghissime, due mesi e mezzo, penso di ferie, ho raccattato tutto quello che potevo raccattare e sono andata a lavorare lì a gratis, così, perché volevo stare lì. Tra l'altro, avevo fatto avvicinamento a Battambang, usando però il percorso a terra, quindi avevo fatto il volo fino a Bangkok e poi da Bangkok in macchina, con i pulmini, sono andata al confine con la Cambogia e ho attraversato a piedi il confine con la Cambogia ad Aranya. Questa era una cosa molto bella, perché all'epoca i cellulari non esistevano, quindi è stata una cosa veramente che mi ha, mi ha dato molta autostima. Io, infatti, continuo a dire ai colleghi, ai miei colleghi: "Fate queste esperienze, perché crescete personalmente, crescete professionalmente, è una cosa veramente molto bella e vi fa acquistare un'autostima personale a livelli altissimi". Io all'epoca ero, volevo veramente salvare il mondo, ero assolutamente agguerrita su questo senso. E ho fatto l'ultimo viaggio in, la terza missione in Cambogia, nel 2001, appena prima delle Torri Gemelle. Ecco, e mi è piaciuto ancora, ho lavorato tanto lì, e mi sono molto affezionata a tante persone, alcune le sento ancora ora tramite i social. E mi è piaciuto molto, ecco, devo dire la verità. I pazienti erano tanti, bambini, erano un'enormità. Le ferite erano veramente agghiaccianti e il lavoro è comunque stato molto, però abbiamo fatto tanta formazione, anche, che questo è il fatto che poi l'ospedale, a distanza di anni, è stato comunque affidato al governo, mi fa pensare che il lavoro fatto sia stato funzionale a far partire l'ospedale in autonomia, distaccandolo da Emergency.
Intanto, questo è un bellissimo racconto che spero sia di ispirazione per le persone più giovani che ci stanno ascoltando. Tra l'altro, avevi 28 anni, che è la mia età attuale. E sì, è vero che io vivo negli Stati Uniti, che faccio le cose che faccio, però ecco, è una scelta coraggiosissima, secondo me, quella di partire in Cambogia senza mai essere stata fuori dal continente europeo. Quindi, non è una cosa da tutti. Ed è bellissimo il fatto che tu avessi un obiettivo nella vita, cosa che spesso alle persone della mia età, della mia generazione, ma anche più giovani, manca. Molti faticano a cercare il loro scopo nel mondo, ed è uno spreco di potenziale, secondo me, perché abbiamo dentro di noi tantissima energia creativa e dobbiamo soltanto trovare il modo giusto di incanalarla nelle cose che ci piacciono. E questa è una piccola chiosa, però ecco, immagino che sia stato saggio da parte dei recruiter di Emergency mandarti in Cambogia come prima destinazione, per darti un po' un assaggio, immagino, di quello che era il tipo di lavoro, per darti un po' di formazione, perché ecco, di non mandarti subito, insomma, nella fossa dei leoni. Perché poi, insomma, bisogna dire che la Cambogia, per quanto sia un posto non facile, è sicuramente un posto che, a differenza del Medio Oriente, dell'Africa subsahariana, non ha dei conflitti in atto. E quindi le situazioni, immagino, che fossero meno tragiche, meno gravi, di quelle che poi hai incontrato nei tuoi viaggi successivi. Quindi, raccontaci un po' cosa succede dopo la Cambogia e cosa ti spinge poi ad andare ancora più avanti in questa, in questo desiderio di salvare il mondo.
A seguito della Cambogia, mi sono fermata 2-3 anni e poi ho ripreso a desiderare la partenza. E quindi ho ricontattato Emergency, l'ufficio delle partenze, e ho dato disponibilità. E mi hanno offerto di andare a Kabul. Ovviamente, io l'ho presa al volo, perché non era pensabile dire di no. In realtà, devo dire che già da anni avevo un obiettivo: l'obiettivo di partire per andare a Kabul. Quindi, questo è veramente stato una, è stata una proposta che non potevo rifiutare. Sono partita nel 2006 e è stato anche lì un viaggio epocale, perché rispetto alla Cambogia è completamente diverso. Allora, possiamo dire che gli ospedali di Emergency si assomigliano tutti. Sono tutti veramente belli, bianchi e rossi. Bianchi perché le pareti sono tutte bianche, e rossi sono ovunque. Ma sono belli, hanno i parchi, hanno i giochi per i bambini, hanno i viali con i fiori. La stessa cosa a Kabul. Ovviamente, in Cambogia era molto, cioè, più semplice avere, perché tutta la Cambogia ha una vegetazione rigogliosa, dei fiori immensi e bellissimi. Però anche a Kabul c'è un ordine e una attenzione alla bellezza che non ti aspetteresti mai. Io ho delle foto in cui non sembra di essere in un paese in guerra, perché è veramente rigoglioso, proprio è curato davvero molto. E sono stata a Kabul 4 mesi, la prima, la primissima missione. Gli ospedali di Emergency hanno una caratteristica particolare. Di lavorare per Emergency è un lavoro a protocolli, cioè, ogni cosa è formalizzata, ogni tipo di lavoro è formalizzato, ovviamente, perché mettendo in gruppo personale estero che viene dalla Finlandia, piuttosto che dalla Mongolia, ho avuto un anestesista della Mongolia, di Ulan Bator, oppure dal Portogallo, dalla Spagna, ovviamente bisogna andare a equilibrare e a dare una contorno formale a tutte le attività infermieristiche e mediche. E funziona, è veramente una cosa funzionale. Infatti, al mio arrivo a Kabul, ho trovato bene o male il modo di lavorare che avevo in Cambogia, ovviamente adattato alla situazione del momento. La differenza enorme è che a Kabul c'era un grosso problema di sicurezza. Se in Cambogia io andavo in giro in macchina da sola, avevo la mia radio, avevo un, abitavo a casa e mi muovevo in macchina in autonomia per la città con la radio, a Kabul era impensabile. A Kabul eravamo a casa, che era situata proprio dall'altra parte della strada rispetto all'ospedale, e non potevamo uscire. Era assolutamente proibito per motivi di sicurezza uscire dalla casa da soli. Raramente uscivamo, magari per andare al negozietto di fianco, che era un negozietto, mi pare cinese o coreano, che aveva gli spazzolini, i dentifrici, gli assorbenti, queste cose qua, e andavamo sempre accompagnati da una guardia. Apro una parentesi. Emergency, l'ospedale è sempre affidato alle guardie, anche in Cambogia, ma a maggior ragione a Kabul. C'erano tantissime guardie disarmate, perché è una politica di Emergency. Tutte le guardie sono disarmate. La protezione dell'ospedale di Emergency, da il nome di Emergency, e quindi io, in tutti gli anni in cui sono stata, in cui ho fatto missioni a Kabul, in realtà non ho mai avuto la percezione di essere in pericolo o di rischio, perché sembrava che fossimo in qualche modo protetti. E anche al supermercato andavamo con la guardia. Questa è una cosa carina, perché poi al ritorno in Italia, io quando sono andata la prima volta all'Esselunga, mi giravo per cercarmi la guardia, ero angosciata dal fatto che non avermi dietro la guardia. Quindi, il fatto di andare da sola in un supermercato affollato di gente, boh, mi rendeva un po' insicura, mi mancava un pezzo, abituata così. L'ospedale di Kabul era quello in cui ho lavorato per tutte e tre le missioni che ho fatto. E a parte le sale operatorie, il pronto soccorso, ho fatto bambini, bambine, donne e uomini. Io di solito ero, avevo una responsabilità di solito del reparto donne e bambini e del pronto soccorso. Insomma, i feriti arrivavano ed erano feriti di tantissimo genere, ma genere di guerra, ovviamente: mine, bombe, proiettili. Ho imparato a conoscere i proiettili AK-47, ancora molto diffusi, i kamikaze, gli attentati kamikaze, che erano tanti. È successo che ci abbiano messo una bomba, cioè, a pochissima distanza dall'ospedale, e l'abbiamo sentita tutti. È capitato che abbiano fatto un attentato appena a fianco all'ospedale e i feriti sono entrati direttamente in ospedale. Sono capitate molte cose, insomma. I feriti erano brutti, cioè, invece tu ogni tanto dici "immagini grafiche", e Michele, sì, sono proprio immagini brutte. Sono feriti che non ti aspetti, è quello che ti fa venire in mente che la guerra è veramente una schifezza, perché non è possibile ridurre la gente in questo modo, i bambini, le donne, soprattutto. Gli ospedali di Emergency in Afghanistan non sono solo a Kabul, ma ce n'è uno a Lashkar Gah, che è un ospedale a sud, che è l'ospedale, cioè, è considerato quello più, più caldo, perché c'è sempre stata una guerra civile, c'è sempre stato un grosso uso di attentatori, di kamikaze. Quindi, comunque, loro avevano frequenza di accessi che era anche maggiore rispetto alla nostra. Loro erano soggetti, cioè, più spesso rispetto a Kabul, alle mass casualty. E accadeva molto, molto spesso, mentre il terzo ospedale, che secondo me era quello in assoluto più bellino, era quello in Panjshir, che è una vallata a nord di Kabul, in mezzo alle montagne dell'Hindu Kush. Ed è un ospedale materno-infantile. Quindi, c'è un centro nascite, c'è pediatria, adesso ho saputo che hanno aperto anche una chirurgia e una terapia intensiva. In realtà, all'epoca, no, facevano solo nascite e pediatria. Ed è anche quello bellissimo, perché è proprio in mezzo alle montagne. L'ospedale bianco e rosso, sempre un po' messo un po' in discesa, non è tutto dritto, perché essendo montagna, è un po' tutto storto, però è bellissimo, veramente una meraviglia di ospedale. E lavora tantissimo. Fai conto che dentro la valle del Panjshir non esistono ospedali, quindi la facility che ha donato Emergency all'Afghanistan, in quel contesto, è unica nel suo genere, veramente molto, molto particolare. E sono andata solo a visitarlo, io devo dire la verità, perché sono andata, tra l'altro, accompagnando Gino, che doveva andare a visitarlo, non so perché. E sono andata insieme a lui, e abbiamo fatto un viaggio io, lui e il suo braccio destro, che si chiamava Jalil Koko Jalil, che era il suo amico afgano, veramente una meraviglia d'uomo, che poi è andato anche alla Mecca, quindi è stato rinominato, rinominato Hajj Jalil. Ed era il suo uomo di fiducia in Afghanistan. Infatti, molte delle cose che Emergency ha fatto ed Emergency è riuscita a fare, dipendevano anche da lui. Qui siamo andati a visitarlo, con questo ospedale, per me era la prima volta, ma in un posto bellissimo. È stato un viaggio della speranza, veramente della speranza, perché il viaggio era un'ora e mezza, due ore, in mezzo alle montagne, su pendii molto ripidi, particolarissimo anche quello. Mi è piaciuto molto. Avrei volentieri voluto andare a lavorare anche lì, ma in realtà non ho una formazione ostetrica o pediatrica, quindi ho dovuto rinunciare all'epoca. Ecco, Elena, ti...
Fermo un attimo. Perché io, in questa puntata, sto cercando di scomparire, sullo sfondo il più possibile, di lasciare spazio al tuo racconto. Anche perché è difficilissimo per chi non è stato in quei posti immaginare anche come siano fatti, come vada avanti la vita in un luogo di guerra, in un fronte di guerra. Adesso lo stiamo vedendo un po' di più con l'Ucraina, perché ehm persone come come Dasha, che abbiamo intervistato, eh ci fanno capire che la vita, soprattutto per i giovani, va e deve andare avanti, eh, nella maggiore normalità possibile, anche se normalità è una parola grossa. E allora, e mi piace anche eh l'ironia con cui e la leggerezza con cui tu hai eh approcciato queste queste esperienze. Quindi volevo sapere se c'è qualche racconto, qualche episodio, qualche aneddoto in particolare che ti porti dietro, a parte ovviamente le cose più grafiche che che non voglio chiederti perché sono quelle che tutti quanti possiamo immaginarci.
Ma eh alcune cose sì, sono state molto presenti, soprattutto negli anni successivi alla mia esperienza lì. Son dovuta andare un po' a riguardare le mail che mandavo a una mia amica, in cui raccontavo questo, perché ti tende un pochino a a nasconderle, un pochino nel nel dimenticatoio, più che altro, cioè perché altrimenti avresti voglia cioè di ripartire immediatamente. Una delle cose che ho ritrovato in queste in queste mail è stata la storia di una donna incinta, penso che fosse il suo undo figlio, e incinta al sesto, settimo mese, che eh Cè, per riuscire a a dividere i due zii che stavano litigando, a ha preso una coltellata nel cavo popliteo, cioè il posteriore rispetto al ginocchio. E in realtà, all'inizio era nulla. È stata ricoverata in l'ospedale afgano e e ne è risultata una grossa infezione. All'arrivo al nostro arrivo in ospedale, aveva la gamba, cioè, completamente infetta, era nera, aveva febbre, cioè, comunque era in condizioni abbastanza instabili. E ovviamente l'approccio era, l'approccio consigliato era sicuramente l'amputazione del ginocchio, tra il ginocchio in giù. Ma la signora non voleva farsi amputare e a tutti i costi. Il problema era comunque che eravamo in una situazione di grave difficoltà, perché il rischio era veramente della vita della paziente. Quindi sono stati cioè convocati i figli adulti di questa donna, il figlio grande aveva 18, 17 anni, una cosa così, e il marito e uno zio. E è stato esposto loro il problema, cioè che la donna non non aveva intenzione di farsi amputare la gamba, e però era a rischio della vita. Alla fine il marito, lo zio e i figli hanno deciso per lei. E questa è stata una cosa che a me veramente ha urtato tantissimo. Allora, in realtà, G ha salvato la vita questa cosa, ma ha deciso qualcun altro rispetto a lei. Lei non aveva voce in capitolo, lei non ha avuto la possibilità di dire l'opinione sua. In Afghanistan le donne non contano nulla, sono il valore, una donna è assolutamente nullo. In Afghanistan una donna non può decidere per se stessa, sa neanche se eh ha le capacità per farlo. Cioè, lei non era una una persona minorata, lei era una donna adulta, aveva una trentina d'anni, ma [Musica] non non ha avuto la possibilità di scegliere. Ben inteso, cioè, la vita è stata importante, soprattutto con 11 figli e e uno in arrivo, ma ma in questo caso a me è rimasta questa Valo, senso di tristezza, di inadeguatezza mia, o comunque del difficoltà a decidere per se stessa, che lei aveva il suo sguardo impotente, il suo essere nulla, e in mano ai parenti maschi della, tra cui un figlio di 17 anni. E questa è stata una cosa veramente difficile da accettare, ecco. Devo dire la verità, non non so che cosa avrebbe avuto senso fare in realtà. Lì ha deciso la cultura, che è una cultura profondamente maschilista, soprattutto ora, ma anche all'epoca, ovviamente. La donna è eh al servizio del la parte maschile della famiglia.
Invece Elena, per quanto riguarda, so che ci sono anche degli aneddoti positivi e che mi hai già raccontato nelle nostre lunghe telefonate. E quindi, visto che ci avviamo verso la chiusura, intanto voglio dare la parola al nostro Giacomo Gia Quinto per darvi una piccola pausa da questi aneddoti che sono raccontati finora, che sono molto forti, e e sapere se ci sono dei film, dei documentari che dobbiamo vedere assolutamente per saperne di più su su Emergency, su Gino Strada, ma in generale su su questo argomento.
Allora, per quanto riguarda l'opera legata, l'opera multimediale legata a Emergency, come capirete, ci sono un sacco di documentari che raccontano la storia di Gino Strada, di cui alcuni che trattano proprio il rovescio della medaglia dell'uomo straordinario che viene considerato, contro le controversie legate proprio all'intervento politico di Emergency all'interno, soprattutto della guerra in Afghanistan. Ma è soprattutto il lavoro straordinario di un regista, filmmaker, Ok, ma anche videomaker, fotografo e giornalista italiano, che secondo me è stato sottovalutatissimo nella sua carriera. Io, con i diversi video che magari svolgo per altri canali e i diversi documentari che magari trovate su YouTube, spesso lo nomino, ma soprattutto perché mi piace che la sua opera venga venga fuori. Lui è un giornalista italiano che però si è formato a Londra, presso gli studi più importanti probabilmente londinesi, che è la BBC. Vedete, la BBC, a prescindere da quale sia il vostro pensiero sullo schieramento politico di di questa emittente, è sempre stata capace di creare dei documentari che arrivano dritto al cuore, come poche cose. Tra questi, proprio quelli di Fabrizio Lazzaretti, secondo me sono straordinari, soprattutto quelli in compagnia di Alberto Vendemmiati. Per esempio, vi consiglio "Jung nella terra dei midin", che dove in realtà quel Jung sta per Jung War, ovvero il racconto di una guerra attraverso quella che è la politica e la religione. Quindi ve lo consiglio perché è fatto molto bene, parla dell'intervento di Emergency in un posto dove un certo tipo di aiuto umanitario non era assolutamente ben gradito. Ancora Fabrizio Lazzaretti, ve lo consiglio per "Afghanistan effetti collaterali", questo è del 2002. Guardatelo e vi prego, fatelo. Sapete che non lo chiedo mai, su non spegnere la luce, non vi obbligo mai a vedere delle cose, ovviamente, ma in questo caso fatelo, perché secondo me è davvero davvero fatto benissimo. Vi lascia l'amaro in bocca e soprattutto vi fa capire che la guerra non è semplicemente quella mediatica che si guarda in TV, ma è soprattutto quella del post, quella di quando le telecamere si spengono e a telecamere accese. E questo è incredibile, la grande intenzione del visivo cinematografico, che la tecnica cinematografica, che racconta le telecamere spente, ma telecamere accese. "Afghanistan effetti collaterali" questo lo fa benissimo. L'ultimo che vi consiglio è "Open Art" di Ki Davidson, che ha fatto pochissimo nella sua vita, ma quello che ha fatto l'ha fatto benissimo. È "Open Art", molto bello perché, a differenza delle altre cose che potete trovare, eh, innanzitutto è stato candidato all'Oscar per il miglior cortometraggio documentario, ma parla di tutta quella parte del Ruanda che si affaccia al Sudan, attraverso la storia di otto bambini alla ricerca di un centro di cardiochirurgia. E la storia di Gino Strada, si è di Emergency, si collega alla loro. Il documentario è molto bello, altrimenti probabilmente non sarebbe arrivato agli Oscar, ma secondo me dà troppo, diciamo, risalto alla figura di Emergency, un po' meno a quella dei bambini. Ma guardatelo perché secondo me davvero merita una chance.
E allora ringrazio il nostro Giacomo Gia Quinto e torniamo dalla dalla nostra ospite. Vi abbiamo promesso di chiudere con con una nota positiva e e quindi voglio tornare da Elena per sapere quali sono questi aneddoti, soprattutto se lei è rimasta in contatto con alcune delle persone che ha conosciuto lungo questa lunga strada di di fatta di volontariato.
Ma alcune cose erano anche divertenti, ma eh, diciamo che hanno un pochino fatto ridere anche noi. E quello che ti ho raccontato dei dei ladri entrati in una azienda, in una fabbrica, cioè, per rubare. Il punto è che in Afghanistan molti vanno in giro scalzi o con ciabattine, e sono entrati in questa azienda in cui c'era una parte di acqua a terra, sul pavimento, e evidentemente dei dei cavi scoperti, e si sono tutti bruciati, cioè, hanno fatto un accesso al pronto soccorso del nostro ospedale, tutti insieme, accompagnati da un ti are dell'azienda, arrabbiatissimo, veramente arrabbiatissimo. E loro che dicevano, eh, questo qua ci ha fatto prendere a tutti la scossa, che in realtà erano loro che erano entrati a rubare e si sono tutti bruciati i piedi. E noi all'inizio dicevamo, ma come mai, come han fatto? Eh, perché erano scalzi, quindi tutti si sono presi la scossa. Per fortuna erano tutti sani e salvi, nulla di particolare, però erano tutti con le stesse cose, con le ciabattine semiscolte e i piedi bruciati. Allora questo ci ha un po' fatto ridere. In realtà non è una cosa tanto ridicola, però in quel contesto è stata una delle cose meno difficili da gestire, ecco.
Tra l'altro, mi parlavi anche del trasporto in ospedale in questo tipo di scenari, e spesso le ambulanze non non ci sono a disposizione, ma si usa da qualsiasi mezzo di fortuna per portare i feriti, o sbaglio?
Le ambulanze sono molto poche, all'epoca erano molto poche, adesso in realtà non lo so. E vuote all'interno, sono vuotissime, hanno a barella, a volte hanno l'ossigeno, ma non hanno tipo il lenzuolo, non hanno i farmaci, non hanno i guanti. E li usano molto, ti rado. Arrivavano, arrivavano molto spesso portati con il retto e l'asino, e con le macchine, magari in una macchina c'erano 10 persone, cioè, tra cui uno che magari era amputato. E il camion, in caricavano dietro al cassone nel camion, oppure quelli che portano in giro tipo il metallo, buttavano anche del paziente dietro e lo portavano in ospedale, lo scaricavano davanti al cancello dell'ospedale. Sì, direi che l'accesso all'ospedale non era proprio eh ortodosso. Ecco. Noi non non abbiamo mai visto delle cose così, però è una cosa che assomiglia molto anche a quello che accadeva a Batan Bang. Anche a Batan Bang accadeva in questo modo, arrivavano con dei mezzi di fortuna, quindi i carretti e asini e cavalli. No, perché lì non ce n'erano di cavalli, però magari avevano attaccato dietro anche da capra, la bicicletta, abbiamo visto arrivare uno in bicicletta amputato, portato portato da uno sano. In realtà usano ogni cosa, ecco. Ogni cosa a disposizione viene utilizzata ed è particolare vederli arrivare, è particolare sicuramente.
E invece, persone con cui sei rimasta ancora oggi in contatto che hai curato in passato?
No, allora, che ho curato no, assolutamente. Che ho curato no. Eh, una cosa che vorrei dire è che Emergency assume all'interno dei suoi ospedali pazienti che ha operato e curato. Quindi molti dipendenti di Emergency hanno conosciuto Emergency, cioè, come pazienti. Quindi abbiamo dei giardinieri amputati, abbiamo dei cleaner, cioè, uomini polizie amputati o feriti o o ciechi, abbiamo medici, infermieri anche che hanno fatto parte dei dei pazienti di Emergency. E questa è una delle cose belle di Emergency, che aiuta la società afghana, anche afghana e cambogiana, anche in questo modo, assumendo e dando una possibilità a persone che altrimenti non ce l'avrebbero, perché la società afghana di un amputato, di una donna amputata, eh, non se ne fa nulla. Cioè, dirlo in questo modo è brutto, ma non c'è spazio per i normodotati, figuriamoci per amputati o lesionati o feriti. Emergency li assume, e questa è stata una delle cose belle, secondo me, che ha dato una una luce diversa al lavoro di Emergency in quei paesi, assolutamente.
E allora è bello chiudere su su questa nota, Elena. E e ci ricolleghiamo ancora una volta a quella visione di Gino Strada quasi aziendalista, per la quale eh, non è soltanto intervenire per salvare le vite nel sul momento, ma si tratta di creare, di di ridare dignità, intanto a quelle persone, ma alla stessa comunità nella quale si va ad intervenire. E da lì sperare che tutto quanto possa possa ripartire. Quindi noi vi lasciamo con questo messaggio di di speranza. E ricordatevi che che ci sono persone che, senza ricavarci granché, decidono di dedicare la propria vita a missioni di questo tipo. Quindi anche voi, nel vostro piccolo, potete fare la differenza con con dei piccoli gesti. Questo mi preme ricordarvelo. Quindi colgo l'occasione per ringraziare ancora una volta la nostra ospite Elena Canosi. È stato un piacere essere qua, raccontare Emergency, perché secondo me è veramente una organizzazione che ha un livello superiore, è sempre stata molto visionaria, e e questo è sicuramente il bello di Emergency. E allora ringrazio anche Giacomo e ringrazio voi, soprattutto, per essere rimasti insieme a noi fino fino a questo momento. E Elena, rimani ancora con me per un po', perché adesso andiamo nella puntata bonus di Patreon, perché ci sono degli argomenti scottanti dei quali vogliamo parlare insieme a te, a partire da come vengono viste oggi le ONG, cosa è cambiato nel rapporto tra l'opinione pubblica e e queste organizzazioni non profit, che negli ultimi 10 anni abbiamo visto quasi come essere demonizzate dalla dalla stampa e dalla politica, soprattutto. Quindi rimanete con noi se volete sentirci parlare anche di questo, e lo faremo su Patreon. Trovate il link per abbonarvi qui nella descrizione di questo episodio. E ricordatevi che potete sostenerci offrendo a me, a Giacomo, veramente un caffè al mese. E se invece non foste in grado di permettervela, perché potete comunque sostenerci lasciando una recensione a cinque stelline su Spotify, oppure andando a scriverne una, se avete un iPhone, su Apple Podcast. Detto questo, noi vi aspettiamo. Elena vi aspetta, soprattutto, a braccia aperte sul canale Telegram. E tra l'altro, questa sarà una puntata quasi visiva, perché ci saranno tante foto che condivideremo con con voi, dell'esperienza, dei viaggi, appunto, di Elena, compreso Gino Strada che fa la pasta. E quindi è un'ottima occasione per per iscrivervi anche lì su Telegram e continuare a parlare di questa esperienza e tenere la luce accesa su questi argomenti. Detto questo, io non vi rubo altro tempo oggi. Non sbrodoliamoci. Prossimo stesso posto, stessa ora. Ma nel frattempo, vi raccomando di non spegnere la luce.