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Le approvi. Questa è la storia di un imprenditore che riassume in sé un'intera epoca. All'epoca delle grandi imprese italiane, della crescita e dell'innovazione italiana, ma è anche l'epoca dei sistemi corrotti e della necessità di sporcarsi per riuscire ad arrivare dove si vuole. Questo è un pezzo di storia che raramente viene raccontato, probabilmente perché è tanto affascinante quanto triste. Questa è la storia di Raul Gardini.
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Ciao, do starting finance. Io sono Edoardo e oggi parliamo di Raul Gardini. Raul Gardini è stato tra i più importanti imprenditori italiani degli anni '80. Viene ricordato per la sua capacità di leadership imprenditoriale, per aver portato una squadra italiana a competere per l'America's Cup di vela, per la sua visione del campo delle benzine verdi e della sostenibilità, ma purtroppo soprattutto per avere ordinato il pagamento della più grande tangente della storia italiana: 150 miliardi di lire distribuiti a tutto l'arco parlamentare. Al netto dell'inflazione, oggi vorrebbero quasi 150 milioni di euro.
Nato a Ravenna nel 1933, la carriera di Gardini inizia grazie alla rete di conoscenze della sua famiglia. Nel 1949 si fidanza con Dina Ferruzzi. "Io miravo tanto per tuo ragazzo perché lo trovavo benissimo innanzitutto e poi fate vedere le cose che all'epoca, parlo degli anni '50, erano già imprese. Faceva di tutti stupendi", diceva Angelo. Poco più tardi abbandonerà gli studi in agraria e inizierà a lavorare per il gruppo Ferruzzi, l'azienda della famiglia di Dina.
Oggi questo cognome può sembrare sconosciuto, ma il gruppo Ferruzzi e il suo fondatore, Serafino Ferruzzi, erano nel pantheon dell'economia italiana. All'epoca del boom economico, negli anni '50, Serafino Ferruzzi importava cereali dall'America. Il suo gruppo era già diventato abbastanza grande da avere diverse navi di proprietà. I cereali importati venivano conservati in silos costruiti in diverse città portuali italiane e poi venivano trasportati via treno su vagoni di proprietà della Ferruzzi verso la Pianura Padana, dove si trovavano i mangimifici e gli allevamenti.
Da metà anni '50, Serafino investe nel cemento, che gli permetterà di operare anche in Brasile e in altri paesi del Sud America. Ed è da questo momento che Gardini inizierà a figurare anche come socio di minoranza. A fine anni '50, Ferruzzi entra nell'agroalimentare: importa soia e commercia riso, olio di semi e farine per animali, mentre diverse coltivazioni sia in America del Nord che in America del Sud. Nei suoi campi si coltivano anche caffè, cacao, agrumi e guaranà.
A fine anni '70, il gruppo Ferruzzi ha diverse proprietà e ha fatto affari con realtà sempre più grandi. Tra queste c'è anche la Fiat degli Agnelli, con cui investe nel campo del cemento tramite la Unicem. Nel '79, l'intero gruppo vale intorno ai 2 miliardi di euro. 2 miliardi di euro, un gigante per l'economia italiana.
A questo punto succede qualcosa di inaspettato. Subito dopo aver acquistato la prima quota di Eridania, una società che era ed è ancora oggi un importante player nella produzione di zucchero, Serafino Ferruzzi è vittima di un incidente a bordo del suo jet privato. Lascia così l'intera eredità ai figli: il 31% del gruppo andrà al figlio maschio Arturo, mentre ad ognuna delle figlie, Franca, Alessandra e Dina (già diventata moglie di Raul Gardini), lascerà il 23%.
Quindi, morto Serafino, bisogna decidere chi dovrà gestire l'impero di Ravenna. Il più adatto, secondo la famiglia, sarà proprio Raul Gardini, nel pieno dei suoi 40 anni, e che più di tutti conosce il gruppo Ferruzzi. È così che alla fine inizia la sua storia. Raul Gardini diventa subito amministratore delegato e presidente del gruppo Ferruzzi. Inizia una gestione minuziosa, Gardini è forse anche aggressiva per alcuni. Secondo gli amici, la sua idea di industria consisteva nel creare una filiera che partisse dalla terra, passasse per la coltivazione e il commercio, per poi finire nella trasformazione delle materie prime. Il tutto, però, era sorretto da una precisa strategia di mercato: cercare visibilità e mantenere buone relazioni con i media. E questa era possibile perché riusciva a raccontare le sue visioni in maniera credibile, sorrette da ragionamenti testabili. Questo convinceva la maggior parte delle persone.
Tra l'81 e l'86, Gardini consolida la partecipazione del gruppo Ferruzzi in Eridania e ne diventa presidente, quindi acquista più controllo. Il gruppo acquisisce anche Béghin-Say, produttori di zucchero francesi, e l'operazione avviene anche grazie a Jean-Marc Vernes, che resterà grande amico di Raul anche nei momenti più difficili del futuro. La nuova società, Eridania Béghin-Say, controlla il 35% della produzione di zucchero in Europa, più di un terzo.
Raul Gardini è apprezzato e rispettato. Nel 1985, il gruppo Ferruzzi amplia le sue attività e costituisce così la Ferruzzi Finanziaria, che serve per gestire le sue operazioni finanziarie più importanti. A capo della società Ferruzzi Finanziaria viene messo Giuseppe Garofano, altro personaggio fondamentale nella maxitangente degli anni successivi. L'apertura della Ferfina segnala anche l'ingresso di Gardini nei salotti della finanza italiana, accanto a famiglie del calibro di Agnelli e Pirelli. Inizia così a conoscere i grandi protagonisti della finanza.
Tra questi anche chi dirige l'ambiente finanziaria dall'alto della sua Mediobanca, Enrico Cuccia. Cuccia stringe amicizia con Gardini e pensa a lui per risolvere una certa situazione riguardante la Montedison.
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Facciamo un passo indietro. La Montedison era nata due decenni prima dall'unione tra la Montecatini e la Edison. La prima si occupava di industria mineraria e di chimica, mentre la seconda già si occupava di energia elettrica, come poi si occupa tuttora. Dopo la fusione e varie fasi di nazionalizzazione e privatizzazione, la Montedison racchiudeva nel suo capitale il gotha della finanza italiana, ossia quelle famiglie grandi imprenditoriali che abbiamo già accennato prima: gli Agnelli e Pirelli, tra gli altri.
Montedison aveva in portafoglio società come la Standa, il Messaggero. Le sue operazioni di acquisizione e i vari passaggi di proprietà erano tutti supervisionati da lontano da Cuccia. Ma da amministrare il gruppo c'era Mario Schimberni. Mario Schimberni era un uomo austero e metodico, uno che credeva nella forza dei dirigenti. Era chiamato "l'uomo di ghiaccio" perché non beveva, non fumava. Era una figura forte, aveva portato le società e le sue controllate ad un fatturato complessivo di quasi 14.000 miliardi di lire, ovviamente con attività nella chimica, nella farmaceutica, nell'energia elettrica, in molti altri settori.
Schimberni si era messo in testa che Montedison dovesse diventare una public company, ossia una società dall'azionariato molto diffuso, senza grandi azionisti che in qualche modo potessero dare particolari fastidi alla sua direzione. Una novità per l'epoca. Le operazioni di Schimberni non rendevano molto felice Enrico Cuccia. Giusto per capire meglio la situazione: Cuccia era direttore generale e amministratore delegato di Mediobanca, era il direttore d'orchestra dell'industria italiana e finanziava tutte le più grandi operazioni grazie alla sua rete di alleanze.
Nell'ottobre del 1987, Cuccia propose al De Benedetti, un altro grande protagonista dell'epoca, di lanciare un'OPA su Montedison al prezzo di 3.600 lire. Gardini e la Ferruzzi dovevano essere tra le grandi famiglie ad appoggiare questo piano. Ma il nostro Raul non è proprio una persona da rimanere così ai margini. E così, con la famosa scalata alla Montedison, che lo battezzò "il Corsaro della Borsa di Milano". Il soprannome di "Corsaro della Borsa di Milano" gli venne dato per questa operazione che fece in risposta all'OPA di De Benedetti. Infatti, in una mattinata, Gardini superò il 10% del capitale di Montedison e fece alzare il suo prezzo a 4.000 lire. L'ora di Cuccia era a 3.600 e quindi è morta sul nascere.
Ricapitolando: Cuccia aveva aiutato Gardini a entrare nei luoghi del potere. Per farlo, gli aveva chiesto di aiutare De Benedetti nella scalata al Montedison. Ma Gardini voleva essere il vero e unico protagonista dell'operazione, quindi ha bruciato sul nascere l'azione di De Benedetti, orchestrata da Cuccia. E da qui i rapporti con Cuccia si sono incrinati. Nei mesi successivi, poi, raggiunge anche il 40% e così diviene il socio di controllo della società.
"Io non credo che ci sono delle regole del gioco per per ottenere gli obiettivi che uno si prefigge. Le regole sono quelle del mercato. Io mi attengo alle regole del mercato."
Gardini, ormai al comando, fa quello che gli pare con Montedison. È il secondo industriale italiano dopo gli Agnelli, una figura gigantesca. Si chiude dunque un'epoca per il più grande gruppo chimico del nostro paese. Il consiglio di amministrazione della Montedison, secondo gruppo privato italiano, ha sancito oggi il cambio della guardia al vertice. Via Schimberni, avanti Gardini. Gardini si nomina presidente della Fondiaria-Fondi-Ferruzzi Agricola Finanziaria, con la Montedison. In questo modo ne acquisisce anche i marchi. L'obiettivo dell'operazione di fusione Ferruzzi Finanziaria-Agricola per ulteriori con la finanziaria e Montedison è quello di costituire una grande holding industriale con un fatturato aggregato di 35.000 miliardi. Dirige Gardini, è l'uomo del momento. Addirittura arriva a inserire il premio Nobel Rita Levi Montalcini e Chicco Testa, leader dei Verdi e futuro presidente Enel, nel CDA di Montedison.
Parte il piano che unisce la chimica e l'ambiente tramite l'industria, quella di derivazione agricola. Spinge i suoi centri di ricerca a studiare la chimica verde, cerca soluzioni green per creare bioplastiche e produrre etanolo a partire dai prodotti agrari. Sognava una chimica non inquinante, avanti di 30 anni, in pratica. Il bioetanolo, conosciuto anche come benzina verde, era tra le ricerche all'avanguardia in Europa che poteva essere usato nel carburante come antidetonante al posto del piombo. Per poter funzionare, però, c'era bisogno di importanti fondi statali e anche magari della defiscalizzazione del settore, come stava già avvenendo in Francia. In Italia, invece, si rischiava di rimanere indietro. Nonostante le pubbliche pressioni del gruppo Ferruzzi, il tutto viene rotto con un blocco della Comunità Europea. Il prezzo troppo basso del petrolio non permetteva un investimento adeguato nel campo della produzione di bioetanolo e anche nelle altre applicazioni chimiche dello zucchero, quindi non se ne fece nulla.
Ma la Ferruzzi attirò fortissima attenzione da parte di tutto il mondo. Non sempre, però, le visioni si trasformeranno in realtà. E anche alcune operazioni sui mercati delle materie prime gli costeranno centinaia di miliardi di dollari a Gardini. In particolare, a Chicago si dice abbia perso 660 miliardi dopo aver cercato di monopolizzare il mercato dei futures sulla soia. Eppure, è molto avanti rispetto all'epoca in cui si trova. Infatti, tutte le telecamere sono puntate su di lui. Diventa uno dei simboli degli imprenditori italiani e degli yuppies dell'Italia degli anni '80.
Tutta questa notorietà permetterà a Gardini di finanziare le sue attività e diventerà ancora più ambizioso. Dall'Eni arrivano anche dei segnali incoraggianti. C'è un disavanzo della chimica italiana da rimuovere, importa troppo e bisogna produrre di più. L'Enichem di Necchi non riesce a soddisfare questo bisogno, nonostante anche le spinte dell'Eni di Franco Reviglio. Quindi cercano un partner privato per una joint venture pubblico-privata. Gardini è l'unico soggetto rilevante nella chimica italiana, facendo leva anche sulla sua ambizione di diventare un polo chimico che potesse competere con il mondo.
Alla fine riescono a convincere Gardini. Insieme a Montedison, Eni vuole creare una nuova società che sia in parte pubblica e in parte privata. Si tratta dell'Enimont. Deve essere leader nella chimica di base, dove deve essere almeno nei primi dieci del mondo. L'Enimont sarebbe il risultato della fusione tra le operazioni nell'ambito della chimica di base di Eni e dell'ex Pertite di Montedison. La proprietà è divisa così: 40% andrà a Enichem, un 40% a Montedison e il restante 20% distribuito sul mercato.
La joint venture, però, costa 1.200 miliardi di lire in tasse alla Montedison. E per convincere ulteriormente Gardini, i politici e il presidente del consiglio De Mita promettono di ridurre le tasse derivanti dalla nascita della nuova società. Viene chiuso un patto con una stretta di mano. La cosa funziona, Gardini accetta e alla fine viene avviata la creazione dell'Enimont.
Il 15 dicembre 1988 nasce l'Enimont. Viene pubblicizzata come un'operazione avveniristica che spinge l'Italia tra i primi posti della chimica europea. Finalmente Gardini può competere nella top ten. Enimont è una società dal valore di oltre 2.000 miliardi di lire (quasi 2 miliardi di euro di oggi, contando l'inflazione), ha un fatturato di oltre 16.000 miliardi di lire e dà lavoro a 55.000 dipendenti, un esercito. Era leader europeo e mondiale in sette comparti della chimica: la chimica di base, la chimica fine, nella produzione di materiali e delle materie plastiche, nell'agricoltura, nei detergenti, nella raffineria e anche in altri settori.
Le attività partono, non senza le normali difficoltà di coniugare lo spirito imprenditoriale privato e naturali tempi della politica. Però, il decreto che doveva liberare la Montedison e i Ferruzzi dalle tasse, quelle che doveva pagare per la fusione, alla fine non arriva. Si ripetono sempre le stesse dinamiche e aumentano le discussioni. Quindi Gardini inizia a notare che c'è un problema. Nel frattempo, passa un anno. Il governo è cambiato, ora c'è Andreotti. Andreotti è uno storico avversario del gruppo Ferruzzi sin dai tempi di Serafino.
Il 27 settembre 1989, il decreto per la defiscalizzazione alla fine decade, bocciato dall'opposizione di diversi PCI, Democrazia Proletaria, ma anche dall'altra parte, perché c'erano anche MSI e alcune correnti della DC. Alcuni diranno che la politica aveva capito che sta perdendo un ufficio acquisti da 15.000 miliardi di lire e un bacino elettorale di 55.000 dipendenti. Martelli spiegherà che uno dei problemi era la concezione dell'ente pubblico come fonte di potere politico, invece di essere un mezzo per il bene pubblico.
Gardini non è tanto infastidito dal decreto mancato quanto più dalla lentezza delle decisioni dell'atto pubblico. La situazione inizia a starli anche un po' stretta. In poco più di un anno, capisce che non è più il caso di rimanere in quella situazione e quindi il 40% non gli basta più. A gennaio del 1990, riprende il titolo di "Corsaro" con alcune operazioni in borsa. Rompe gli accordi che ha siglato e supera il 50% dell'Enimont.
Tutti non sono d'accordo, ovviamente. Per esempio, Garofano di Ferruzzi Finanziaria non era convinto che Montedison potesse essere così tanto al centro della chimica italiana. Nonostante ciò, il 24 febbraio 1990, a Padova, davanti a tutti i dirigenti, anni, molti dichiarano: "Da oggi la chimica italiana sono io".
"Un po' di pressione l'altra settimana nel suo discorso di Padova, in cui lei ha detto, di fatto, la chimica sono io. C'è ancora una chimica pubblica, dottor Gardini?"
Non c'è l'amministratore delegato di Enimont, Lorenzo Necci. Si dimette. Non ci sta in questa nuova situazione. Concordano con lui il governo Andreotti e altri personaggi di spicco della politica italiana come Craxi del PSI e Forlani della DC. Per loro, Gardini è troppo prepotente e il sistema pubblico rischia di essere umiliato, e per questo, diciamo, gli si mettono un po' di traverso. In più, c'erano dei conflitti tra democristiani e socialisti per la paternità del progetto Enimont. Insomma, il sistema non sta in piedi.
Quindi, che succede? Attraverso il ministro delle Partecipazioni Pubbliche, Franco Pica, si cerca il divorzio. Si parla della cosiddetta "shotgun clause", patto del cowboy: una delle parti sceglie il prezzo e l'altra decide se comprare o vendere l'intera società a quel prezzo. "Che di pensiero con sa che lei compra, l'altra che lei vende. Dove sta la verità? Decido io."
Gardini all'inizio non ci sta, fa eleggere un CDA tutto suo e delega come amministratore Cragnotti. Alla fine Gardini si decide a comprare, ma le banche iniziano a togliere le linee di credito alla Montedison perché non erano proprio d'accordo con questa operazione. Molti iniziano a preoccuparsi proprio per la riuscita di tutta l'operazione. Per non farci mancare nulla, ovviamente, tutta l'operazione non rientra negli accordi iniziali.
A questo punto, Eni chiede al giudice del tribunale di Milano, Diego Curtò, di sequestrare le azioni Enimont dal mercato e così viene congelato l'80% del capitale Enimont. Ok, Gardini molla la presa. Ha capito che il vento sta girando a suo sfavore. Trova il tutto rivoltante. Lui voleva comprare, ma viene praticamente costretto a vendere dalle circostanze.
"Con la testa sulle spalle, nessuno con il coraggio. Ma a tuo giudizio, come mai non ce l'hanno lasciata prendere? Che hanno venduto il loro 40% allora? Che dovrà guidare?"
Ecco, dopo diversi accordi, lo Stato offre 2.805 miliardi di lire, con un premio rispetto alla quotazione iniziale del 40%. Sembra una cifra esorbitante, quasi 3 miliardi di euro di oggi, al netto dell'inflazione. Nel 1993, Cragnotti, che era l'ex AD di Enimont, durante le indagini sulla maxitangente dirà al procuratore aggiunto Ettore Torri che la quota di Montedison valeva al massimo 2.000-2.200 miliardi, mentre Gabriele Cagliari, che era l'ex presidente, mi diceva che era sopravvalutata di circa mille miliardi.
Secondo alcune testimonianze, Gardini, comunque, non era poi così interessato a fare più soldi. Lui, infatti, voleva controllare la chimica italiana, soprattutto nei mercati europei e mondiali. Quindi fa una cosa sconvolgente: vende la quota Enimont di Montedison all'Eni e si dimette da tutte le aziende italiane del gruppo Ferruzzi. Dice che gli era stato intimato di vendere, poi afferma che non è più interessato ad avere nulla a che fare con il modo di fare italiano.
Ed è in questo momento che la famiglia Ferruzzi non ce la fa più. Provati dalle varie scorrerie del "Corsaro", decidono di allontanare sia Raul Gardini che la moglie, liquidando la loro quota della cassaforte di famiglia con oltre 500,5 miliardi di lire. Al posto di Gardini subentrano Carlo Sama, il marito di una delle due sorelle Ferruzzi, e Giuseppe Garofano, che abbiamo già incontrato, che adesso è amministratore delegato della Ferruzzi Finanziaria. Saranno loro due a firmare l'accordo della cessione della quota di Enimont a Fuga e a suggellare poi così il divorzio tra il gruppo Ferruzzi e Denis Verdini.
Gardini lascia l'Italia, si trasferisce in Francia, a Parigi. Ritrova anche l'amico Jean-Marc Vernes, è il proprietario di una banca. Leggete qua sotto perché io il francese non lo so pronunciare benissimo. L'uomo che l'aveva aiutato anche in passato con Eridania-Béghin-Say. Con l'amico francese rileva la SAC, si tratta di una holding con un portafoglio di 1.500 miliardi di lire e società agroindustriali nei settori della carne e del cacao. Insomma, resta nel campo che conosce meglio, gioca in casa.
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Ok, ma a questo punto è anche arrivato il momento di dedicarsi un po' alle proprie passioni. Infatti, negli anni precedenti al disastro Enimont, aveva già fatto preparare dalla Montedison e dalla Tencara, una società di sviluppo, una barca a vela innovativa: il Moro di Venezia. Grazie al Moro, nel '92 Gardini potrà partecipare come armatore alla Louis Vuitton Cup, la sfida, il trampolino di lancio per arrivare a competere per l'America's Cup, la più importante competizione al mondo nel campo della vela. Infatti, in molti ancora lo ricordano per questo. Le tecnologie della Montedison permettono all'equipaggio del Moro di alzare la Coppa di Louis Vuitton. Una cosa fantastica, o almeno è quanto riportano i giornali. Purtroppo, secondo amici di Raul, questo sarà l'ultimo grande momento di gioia per lui. Sì, perché non riusciranno a conquistare poi la Coppa America.
E alla fine arriva Mani Pulite. Anche oggi l'inchiesta tangenti riserva notizie importanti. L'imprenditore Raul Gardini è stato raggiunto da un avviso di garanzia per l'ex presidente della Montedison. L'accusa ipotizzata si riferirebbe ai bilanci relativi all'operazione attraverso la quale nacque nel '89 l'Enimont.
Siamo nel gennaio del 1993 e l'inchiesta del pool di Mani Pulite arriva alla Montedison, quasi quasi per caso, per via dell'affare Enimont. Ad attirare l'attenzione di Di Pietro e dei suoi colleghi, ovviamente, è un'operazione di finanziamento illecito di Garofano nei confronti della DC Lombarda. Garofano aveva finanziato le elezioni del 1990 con 250 milioni di lire. Da lì si aprono le indagini e l'inchiesta si concentra sul falso in bilancio della società. Tra il '90 e il '91, l'ammanco è di 150 miliardi di lire e l'ipotesi è che si tratti della più grande tangente della storia italiana.
Nel caso Enimont verranno coinvolti pressoché tutti i maggiori personaggi della storia della Repubblica italiana di quegli anni. Ipotesi dell'accusa è che i 150 miliardi fossero destinati a corrompere tutto l'arco parlamentare, in particolare i soldi sono destinati ai partiti di governo per permettere a Gardini, al gruppo Ferruzzi e quindi a Montedison di uscire dall'affare Enimont senza magari incorrere in troppe perdite. Prima abbiamo parlato delle testimonianze di Cagliari, De Benedetti e degli altri. Secondo loro, l'uscita da Enimont non doveva valere 2.805 miliardi, ma molto meno. Con la tangente, la società sarebbe potuta tornare a Ravenna con molta più tranquillità.
"Tutti i maggiori gruppi industriali economici dei paesi maggiori, Piombino, tutti hanno finanziato il sistema politico con dei contributi ai partiti e ai parlamentari e agli esponenti e ai candidati al parlamento."
Le indagini coinvolsero molti Craxi e Martelli del Partito Socialista Italiano, ma anche esponenti della DC, del Partito Repubblicano e del resto del parlamento. Alcuni poi recriminarono a Di Pietro di esserci andato fin troppo piano con il Partito Comunista Italiano. Di Pietro, però, dal canto suo, disse di non poter portare in giudizio una persona di nome Partito e di cognome Comunista, e che non aveva prove per indicare a chi fossero arrivati i soldi di Gardini, indirizzati a Botteghe Oscure, la storica sede romana del PCI.
"Innanzitutto è vero che in occasione della campagna elettorale, più gruppi industriali, per scatenare nel merito che aggrega tutti, contenti sono, versava denaro."
Tornando a Gardini, il nostro "yuppie rampante", stando a quanto riporta il suo avvocato, non si riconosceva nei 150 miliardi di cui si parla. "Da parte mia che gli dissi: 'Ma lo sai tutte le porcherie che hai fatto?' Io gli dissi proprio così brutalmente. Che lui mi rispose: 'Guarda che io delle porcherie non ne ho fatte, ma chissà acqua il ricordo questa frase, ma chissà quanta ne hanno fatte'. L'ennesima avrebbe autorizzato versamenti ai partiti, ma non in quella misura. Gardini non andava a trattare la quantità, stabiliva il se, ma non il quanto."
Tutta questa macchina che distribuiva tangenti, in qualche modo, era riconducibile a Carlo Sama, Giuseppe Garofano e, soprattutto, a Sergio Cusani. Quest'ultimo, infatti, era il consulente finanziario della famiglia Ferruzzi sin dai tempi di Serafino. Ma fu proprio Cusani a tenersi la maggior parte della colpa e della pena. Infatti, pentito della distribuzione delle tangenti, Cusani venne condannato a 5 anni e 10 mesi di reclusione. Poi gli venne comminata una multa di diversi milioni, imposto il pagamento delle spese processuali e di risarcire la Montedison per le sue azioni.
Cusani si è sempre dichiarato pentito di ciò che aveva fatto e oggi si occupa di volontariato per migliorare la vita nella sua città. Carlo Sama e Garofano vennero entrambi condannati a 4 anni e 8 mesi di reclusione, otto mesi in più della condanna a 4 anni di Craxi, che però poi andrà in esilio ad Hammamet, in Tunisia. Oggi Sama si occupa di allevamento e agroalimentare tra Paraguay e Argentina, mentre Garofano ha continuato ad occuparsi di energie rinnovabili e delle biomasse.
Tutto l'impianto faceva riferimento a Gardini, che da vertice ultimo del gruppo Ferruzzi, alla fine dava il suo beneplacito alle operazioni. Eppure, forse non era così fiero, perché quando poi arrivò l'ordine di arresto da parte di Di Pietro, Gardini diede la sua disponibilità a parlare.
Il 22 luglio 1993, l'ordine d'arresto è pronto e l'avvocato Marco De Luca ha trovato un accordo con Di Pietro per far sì che l'operazione avvenisse nel modo più morbido possibile. L'appuntamento era alle 8:15 con l'avvocato, alle 8:30 con Gardini, che sarebbe dovuto arrivare da solo. Purtroppo, Gardini non si presenta mai a quell'appuntamento. Infatti, non poté difendersi in tribunale, o indicare quali che fossero le motivazioni delle sue azioni. Nulla di tutto ciò poteva accadere, perché Raul Gardini venne trovato morto quella mattina nella sua casa di Milano, a Palazzo Belgioioso. Il maggiordomo lo trovò disteso sul letto con un colpo alla tempia.
"Buonasera. Stamane il suicidio di Raul Gardini. Da subito si sono susseguite diverse ipotesi sull'accaduto. Alcuni dicono ancora oggi che Gardini sia stato ucciso, con scenari più o meno plausibili. L'ipotesi pubblica e più accreditata è che si sia trattato di suicidio. Il tema, però, è ancora fonte di dibattito."
In molti si disperarono per l'accaduto. La famiglia si è ritirata nel silenzio per molti anni e tuttora non ha mai riflettori, ma lo ricordano ancora in tanti e lo chiamano ancora "l'ultimo imperatore".
"Di una lunga, forse un della mia storia comincia lì. Comincia lì perché l'azienda prima, l'azienda intelligente, con molti problemi da risolvere e con molti problemi da affrontare per crescere. Io ho avuto la fortuna che gli azionisti dei prodotti hanno avuto la volontà di crescere e di far crescere le idee che erano dei prodotti. Mi hanno dato fiducia e abbiamo cominciato a quel momento a lavorare sull'esistente. Devo dire subito, presenza un esistente, non abitiamo qui per lì, non pare molto, forse verso la ditta, l'ambizione di creare ora che arriva poco la mia signora di prezzare in ogni la 980 e la finestra da colloqui."