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08✦ '14/'18 - LA GRANDE GUERRA (100 anni dopo la Prima Guerra Mondiale) - RAI STORIA

Ayka1:06:30

Transcription

La storia degli italiani durante la Grande Guerra è anche la storia del Secondo Corpo d'Armata inviato in Francia nel 1918, nell'ultimo anno di guerra. Ma la presenza italiana sul fronte occidentale non finisce qui: ci sono anche 60.000 ausiliari, uomini trasferiti in Francia per lavorare, scavare trincee, costruire strade, allestire reticolati e sbarramenti sulle linee di difesa, soccorrere i feriti durante i combattimenti e recuperare i cadaveri dopo le battaglie. Dei circa 80.000 italiani inviati in Francia per lavorare, sessantamila fanno parte delle TAIF, truppe ausiliarie italiane in Francia. Sono soldati, ma molti non possono combattere; hanno subito traumi e ferite sul fronte italiano, sono inabili alla guerra, ma restano abili per il lavoro. L'età: i due terzi erano inabili alla guerra e un altro terzo era abile alla guerra, perché questi TAIF dovevano servire di rinforzo per il Secondo Corpo d'Armata in caso di emergenza. Questi lavoratori abili alla guerra erano giovani, di circa 19-20 anni, contadini, ma anche falegnami e muratori, per fare lavori di difesa.

Accanto a questi TAIF c'erano anche lavoratori meno conosciuti, perché questi sono andati nell'interno della Francia, circa 14.000, e questi lavoratori, lontano dal fronte, non hanno più conosciuto la guerra. Erano soldati, però soldati e soprattutto lavoratori, perché hanno fatto la guerra nelle fave, chiedendo, per esempio, di caricare o scaricare i tre anni di munizioni, eccetera. Però questi erano già anziani, inabili, tutti dalle fatiche della guerra, feriti, malati, in una brutta condizione. Questi uomini sono stati esplicitamente richiesti al governo italiano dal generale Pétain in vista di uno scontro decisivo con i tedeschi, per rinforzare le sue linee di difesa. La Francia non ha bisogno solo di soldati, ma anche di molta manodopera.

Da parte del primo ministro francese Clemenceau c'è anche la convinzione che l'Italia stia sostenendo uno sforzo bellico minore rispetto a quello francese. Clemenceau non amava molto l'Italia; lui pensava che l'Italia avesse una popolazione molto importante, dunque potesse dare tutta la manodopera, poi soldati, eccetera. Poi c'era un disprezzo francese nei confronti degli italiani. Tuttavia, l'Italia ha fatto molto: le perdite sono veramente importanti, 650.000 caduti, un milione di feriti. Poi, soprattutto, l'Italia ha dovuto chiamare la classe 1909. La Francia non ha mai fatto. Dalle lettere spedite ai loro cari possiamo conoscere le condizioni di vita e lavoro di questi ausiliari italiani in Francia. La situazione non è facile; molte sono le lamentele, soprattutto per lo squallore degli alloggi e i continui spostamenti.

Il 21 marzo eravamo a tre chilometri da Reims quando è cominciata l'offensiva tedesca. Ci hanno fatto partire, abbiamo camminato fino al mattino e ci siamo fermati in un paese distrutto fino alle tre del pomeriggio. Poi siamo ripartiti per una zona dove si radunavano soldati di tutti i colori: italiani, inglesi, cinesi, indiani. Siamo diventati degli zingari, ogni 4-5 giorni con lo zaino in spalla. I continui spostamenti dovuti agli attacchi tedeschi sul fronte impediscono il regolare arrivo della posta, cosa che esaspera gli italiani. A ciò si aggiunge la scarsità di licenze concesse: si fa partire solo un soldato al giorno. Ci vorranno sei mesi prima che tocchi a noi. È inutile pensarci, se no si diventa pazzi.

Abbiamo la possibilità di conoscere il morale di questi cupi italiani in Francia e, soprattutto, di questi ausiliari lavoratori, perché il comandante generale francese ha deciso di creare un controllo postale italiano per verificare il morale e censurare eventualmente il discorso di questi soldati italiani. Questi rapporti di controllo postale raccontano la vita quotidiana, il problema di soldi, soprattutto perché questi dati italiani non avevano molti soldi. Il cambio era veramente disastroso per gli italiani: il 40% di gimelli. Uno di loro racconta, per esempio, che gli americani avevano soldi nelle tasche, i francesi potevano parlare la lingua e lui non poteva averne, quindi non poteva andare con le donne, con le prostitute. Non ho mai visto delle prostitute così belle, ma non se ne fa niente; vanno soprattutto con gli americani per i soldi. Con noi non vengono perché ci considerano dei poveracci.

Ma più ancora dei soldi, per molti ausiliari il problema principale è il cibo. Le paghe arrivano, ma non c'è niente da comprare. L'economia di guerra ha sconvolto le abitudini alimentari dei popoli coinvolti nel conflitto. Il blocco navale ha portato la fame, né gli Imperi Centrali, ma anche in Francia. La crisi dell'agricoltura e i commerci interrotti hanno provocato una penuria di alimenti. Qui non si mangia altro che patate e fagioli; questo è il paese delle patate. E poi hanno il coraggio di chiamarci maccheroni.

Insieme ai problemi quotidiani, gli ausiliari devono anche affrontare l'incubo del ritorno in battaglia. Sono regolarmente visitati da medici e, se dai controlli risultano guariti e abili a combattere, vengono spediti al fronte. "Ho passato visita e, come sai, non ho scampo. La commissione italiana mi ha dichiarato abile", può immaginare la mia disperazione dopo tutti i patimenti sopportati sul nostro fronte. Dovrò combattere anche qui in Francia.

Anche i rapporti con i francesi sono difficili, soprattutto per i soldati semplici. Non godono di grande reputazione; li considerano cattivi soldati, sono reduci da Caporetto. Vengono chiamati "caporetisti". Nelle lettere dei soldati francesi c'è la parola "caporetisti": per i francesi significava la disfatta totale, il fatto di non combattere, di fuggire, di essere codardi, di tradire. Questa parola aveva un significato di grande disprezzo nei confronti degli italiani. "Siamo con dei francesi che ci prendono in giro dicendo che siamo dei buoni a nulla, che sappiamo solo mangiare maccheroni. Che schifo, gli italiani ci dicono. Ma un francese ha già assaggiato il bastone e speriamo di menarne anche altri per levargli la spocchia che hanno in testa".

I legami tra francesi e questi lavoratori italiani erano un po' come i rapporti tra soldati italiani e francesi. L'immagine era dunque una brutta immagine. E poi, dopo alcune settimane, i francesi hanno potuto vedere che questi lavoratori erano buoni lavoratori, buoni soldati. Potevano cantare, suonare musica; sempre l'immagine dell'italiano del bel canto, molto simpatici. Per molti ausiliari italiani, la Francia diventa il paese ideale. "Non potete nemmeno immaginare quanto bene mi trovi in Francia. I nostri ufficiali sono gentili con noi, ci pagano perfino e preferirei restare qui piuttosto che tornare in Italia".

In alcuni di loro c'è anche la consapevolezza della missione che svolgono su quel fronte straniero, l'orgoglio per il loro lavoro. "Ho passato con i miei colleghi un momento davvero brutto, adesso è tutto finito e siamo tranquilli. Abbiamo fatto il nostro dovere fino all'ultimo minuto, cercando e trasportando i feriti sotto il tiro dei cannoni e delle mitraglie degli aerei nemici. Di questo siamo contenti e orgogliosi".

A una quindicina di chilometri da Reims c'è un cimitero italiano, il cimitero di Bligny, il più grande cimitero italiano della Grande Guerra. Sul territorio francese, sotto una distesa di croci bianche, sono raccolte le spoglie di oltre 3.400 soldati italiani. La maggior parte sono uomini del Secondo Corpo d'Armata, caduti sulle colline di Bligny nel luglio 1918, nel tentativo di contrastare gli attacchi tedeschi durante la seconda battaglia della Marna. Ma ci sono anche i resti di quei soldati italiani che in Francia sono stati mandati a lavorare, a combattere una guerra parallela, armati di pala e piccone.

Settembre 1918: l'Impero austro-ungarico è al collasso. Le armate schierate in Italia reggono, ma alle loro spalle tutto sta per crollare. Di fronte alla prospettiva ormai concreta di un'implosione dell'Austria, Diaz si convince a progettare la battaglia finale. Passerà alla storia come la battaglia di Vittorio Veneto, anche se i combattimenti più cruenti si svolgeranno ancora una volta sul Piave e sul Monte Grappa. Il piano di Diaz prevede una manovra a tenaglia: l'esercito italiano, forte di 51 divisioni e affiancato da tre divisioni inglesi, due francesi e una cecoslovacca, dovrà attaccare sul Grappa e contemporaneamente provare a forzare le linee austriache, concentrandosi su un punto del Piave, inserendosi a cuneo tra le truppe austro-ungariche.

L'offensiva sul Monte Grappa comincia il 24 ottobre. La resistenza nemica è però ostinata; gli austriaci non intendono cedere. Dalla parte italiana, molte perdite e pochi guadagni territoriali. Il tentativo di passare il Piave, affidato all'8ª Armata del generale Caviglia, supportata da due corpi d'armata comandati dal generale francese Jean César Graziani e dal generale inglese Frederick Chaplin, comincia due giorni più tardi. A causa della piena del fiume, anche sul Piave la difesa degli uomini di Boroević si dimostra più ferma e risoluta del previsto. Nei primi due giorni di combattimento, l'artiglieria nemica riesce a distruggere tutti i ponti gettati dagli italiani. Negli alti comandi si teme addirittura il fallimento dell'offensiva. Finalmente, il 29 ottobre, i fanti italiani riescono a passare il fiume sulle grave di Papadopoli.

Le armate, con una brillante manovra che spezza in due lo schieramento nemico, risalgono dunque rapidamente il Piave e si dirigono verso la piana di Vittorio Veneto. La situazione nell'esercito austro-ungarico precipita: numerosi i casi di reparti, specie ungheresi e slavi, che si rifiutano di combattere, gettano via le armi e prendono la via di casa. Il 30 ottobre, i comandi austro-ungarici dispongono la ritirata, ma all'ordine di Diaz e di Badoglio è di non dare tregua, di inseguire il nemico, di infliggergli perdite senza pietà. Per l'esercito imperiale, la ritirata si trasforma in una rotta, una sorta di Caporetto a parti rovesciate. Gli italiani, non senza combattere, avanzano nei territori del Veneto e del Friuli, festeggiati dalla popolazione locale, sfibrata da oltre un anno di pesantissima occupazione nemica.

La battaglia di Vittorio Veneto è una battaglia a metà, nel senso che dura pochi giorni. C'è una crosta dura dell'esercito austriaco: se le truppe schierate in prima linea al fronte resistono, sono ancora motivate a combattere. Hanno fame, ma combattono bene, soprattutto sul Grappa, ma anche lungo il Piave. Con l'aiuto della forte piena del fiume, andrebbero stalle, però no, niente. Alle loro spalle c'è solo gente, reparti o singoli, che cercano di ritornare a casa il più in fretta possibile, prima di essere fatti prigionieri. Per l'Austria è giunta l'ora di prendere atto della disfatta. Carlo Primo ordina ai suoi generali di prendere i contatti necessari per chiedere l'armistizio.

Le trattative, guidate da Badoglio per parte italiana e dal generale Theobald von Bethmann Hollweg per quella austro-ungarica, cominciano ufficialmente nella mattina del primo novembre a Villa Giusti, a Padova. Le bozze dell'accordo vengono mandate a Parigi e a Vienna per l'approvazione. Il 3 novembre, l'Austria accetta tutte le condizioni: cessione dei territori secondo le direttive del Patto di Londra, consegna del 50% delle artiglierie, liberazione immediata dei prigionieri di guerra. La delegazione imperiale acconsente anche alla richiesta italiana di deferire al giorno successivo l'annuncio del cessate il fuoco, che viene stabilito per le ore 15 del 4 novembre.

Ci sono ancora 24 ore; l'avanzata italiana non si ferma. Nella mattinata del 3 novembre viene liberata Trento. I fanti proseguono lungo la valle dell'Adige, occupando il Tirolo. Il comandante della Prima Armata, Pecori Giraldi, si reca al castello del Buonconsiglio a deporre dei fiori sul luogo dell'impiccagione di Cesare Battisti. In Veneto, gli italiani riprendono Feltre e Belluno, spingendosi sino in Cadore. L'ottava armata passa il Tagliamento su Pordenone, Udine, Palmanova e infine Gorizia. Sventola di nuovo il tricolore sui campi di battaglia dell'Isonzo. Tornano da vittoriosi i soldati del Duca d'Aosta. La sera, un distaccamento di bersaglieri, trasportati via mare da Venezia, sbarca a Trieste. Sul molo si è riversata tutta la popolazione italiana che accoglie trionfalmente i vincitori.

Il 3 novembre, ad Abano, presso il comando supremo, c'è il ministro Leonida Bissolati. Nel suo diario annota: "Un ufficiale entra nella stanza annunciando: 'Mi armistizio firmato, domani 4 alle 15 cessano le ostilità. La grande opera è compiuta. Sono occupate Trento e Trieste. L'occupazione d'armistizio si estende alla vetta d'Italia, tutto il Tirolo, compreso tutta l'Istria e anche la Dalmazia. Il nostro sogno è avverato. I nostri morti possono esultare. I nostri morti non li ho mai avuti così vivi nell'anima come in questi momenti'".

Nel cuore profondo c'è una grande tristezza: si spara e si muore. Anche il 4 novembre, a pochi minuti dall'annuncio dell'armistizio, cade a Paradiso di Pocenia il sottotenente degli Arditi Alberto Riva Villasanta. Aveva appena compiuto 18 anni e aveva falsificato i documenti per arruolarsi. Alle 15, uno squillo di tromba annuncia, dopo tre anni e mezzo di combattimenti, la fine vittoriosa della guerra degli italiani.

Il paese è in festa; la gente si riversa spontaneamente per le strade, sventolando il tricolore. I soldati e gli ufficiali si abbracciano, esultano; molti piangono per la commozione e nel ricordo dei compagni caduti. Il generale Diaz lancia il suo famoso proclama della vittoria contro l'Austria-Ungheria: "Sotto l'alta guida di Sua Maestà il Re, Tutto Supremo, l'esercito italiano, inferiore per numero e per mezzi, inizio il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e serate valore ininterrotta, era sprechi, ma per 41 mesi ha pintato la gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre, alla quale prendevano parte 51 divisioni italiane, fra i britannici, due francesi ed un cecoslovacco, in un reggimento americano, contro 73 divisioni austro-ungariche. L'esercito austro-ungarico è annientato; ha subito perdite gravissime. Nella sanità, resistenza dei primi giorni, tenere inserimento, ha perdute quantità ingentissime di materiali di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e depositi. Alla stato finora nelle nostre mani circa 300.000 prigionieri, con inserito attivatori e non meno di 5.000 canoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Dunque, i resti di quello che fu uno dei più grandi eserciti del mondo risalgono senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. L'Italia ha combattuto con tenacia e coraggio, sconfiggendo in battaglia la potenza come l'Austria-Ungheria e sarà l'unica vera grande vittoria conseguita dall'esercito italiano. La guerra è finalmente finita, ma le perdite sono pesanti: dal 1915 al 1918 sono morti 650.000 italiani.

Nel luglio del 1918, sul fronte occidentale, si esauriscono gli ultimi attacchi tedeschi nel settore di Reims. La guerra per gli Imperi Centrali è ormai perduta; è solo una questione di tempo. In agosto, gli alleati passano all'offensiva, ma l'esercito tedesco riesce ancora a battersi e a rallentare l'avanzata alleata. Gli stati maggiori dell'Intesa sono convinti che la Germania possa resistere addirittura fino alla primavera del 1919. Non sarà così: ormai allo stremo, i tedeschi decidono di inviare una richiesta di armistizio. Vogliono trattare la fine della guerra, ma non la resa, e scelgono come interlocutore il presidente americano Woodrow Wilson.

I tedeschi puntano su Wilson perché si rendono conto che gli avversari immediati, francesi soprattutto e inglesi, hanno un atteggiamento che si rivelerà poi, di fatto, vincente e punitivo nei loro confronti. Cioè, la Germania sa di essere sconfitta, ma mira a un armistizio di tipo tradizionale, cioè ci si vede attorno al tavolo, il vincitore pone certe condizioni ai vinti e così via. Mentre succede qualcosa di diverso, che sarà poi Versailles. Questa decisione di scegliere come interlocutori il presidente Wilson si basava sul presupposto, in parte illusorio. Wilson, è vero, aveva un approccio diverso, anche poi così vedrà, alle questioni della pace, ma condivideva con i suoi alleati la necessità, l'esigenza di punire comunque la Germania e, soprattutto, di porre come condizione che non un soldato tedesco fosse ancora su territori che non appartenevano alla Germania. Cioè, quello che Wilson condivideva con gli altri, con i suoi alleati, era qualcosa che somigliava molto a una resa incondizionata.

Al quartier generale alleato di Versailles, i governanti di Italia, Francia e Inghilterra si riuniscono in attesa di conoscere gli esiti delle trattative portate avanti da Wilson. Nel frattempo, anche all'interno della stessa Germania, la situazione si fa sempre più critica. L'Impero è ormai alle corde. L'incontro ufficiale con i rappresentanti degli avversari è imminente, ma gli alleati vogliono trattare l'armistizio con un civile, non con un militare. I vertici tedeschi alla fine accettano. Mentre si negozia l'armistizio, Guglielmo II sembra non comprendere la terribile gravità della situazione. Vorrebbe rimanere nel suo rifugio di Spa, in Belgio, per poi tornare come Kaiser a Berlino, alla testa del suo esercito.

Il capo di stato maggiore, von Groener, che ha preso il posto di Ludendorff, lo fredda però: "Così l'esercito ritornerà in patria in pace e in ordine, dietro ai capi e ai suoi generali, ma non al comando di vostra maestà, perché l'esercito non segue più vostra maestà, ma i generali". "Mi hanno prestato giuramento di fedeltà", protesta il Kaiser. E Groener, di rimando: "Oggi i giuramenti di fedeltà non hanno più valore". Solo a quel punto Guglielmo II comprende che non può che cedere. Così, la mattina del 10 novembre, con una scorta che lo protegge da eventuali attentati, sale sul treno che lo porterà al sicuro nell'Olanda neutrale.

Come dinastia regnante, quella degli Hohenzollern finisce con lui. Max von Baden, il primo ministro in carica, si dimette in segno di principesca solidarietà verso il cugino Guglielmo. Al suo posto, indicando un netto cambiamento di prospettiva politica, arriva il socialista Friedrich Ebert e il primo ordine del suo nuovo governo è rivolto ai negoziatori che ancora stanno valutando le condizioni per l'armistizio. Per loro, l'ordine è perentorio: raggiungere l'accordo salvando il salvabile. Alle 5 del mattino dell'undici novembre 1918, l'armistizio viene firmato.

La classe politica tedesca, quella socialdemocratica, quella liberale, quella cattolica, accetta l'armistizio perché non ha alternative e poi perché, paradossalmente, gli è stato chiesto da alcuni eminenti responsabili militari. Questo è molto interessante: alcuni militari parleranno in seguito di tradimento, di che si è sbagliato ad accettare quell'armistizio, ma storicamente, data la situazione ormai insostenibile sul piano militare e sul piano interno, non c'erano alternative ad accettare l'armistizio in attesa di fare una pace che forse ritenevano di poter gestire meglio di quanto non sarebbe poi successo.

Il cessate il fuoco, ventilato da giorni e ora confermato, entrerà in vigore alle 11 di quello stesso giorno. Per comune accordo, ci saranno ancora sei ore di guerra. Nel villaggio di BIll-Sur-Rain, subito a est di Mons, il soldato canadese George Price aspetta, come milioni di suoi commilitoni, la fine della guerra. Mancano due minuti alle 11 quando la pallottola di un cecchino tedesco lo fa stramazzare al suolo. Forse è lui l'ultima vittima sul fronte occidentale. Gli ufficiali stanno con l'orologio in mano e le truppe attendono con la stessa serietà compostezza con cui hanno combattuto. Sono parole di un racconto dello scrittore britannico John Buchan.

Ma quando manca un solo minuto alle 11, comincia la gara per chi sparerà l'ultimo colpo. Tutti rivendicano questo onore: l'ultima cannonata. Arrivano le 11: è finita. Prima un silenzio assoluto, poi si udì uno strano mormorio, paragonabile al soffio di una leggera brezza. Erano gli uomini che esultavano, dai boschi fino al mare. "È tutto finito", è iniziato l'armistizio, annuncia un sergente dell'ottava divisione inglese. "Che cos'è un armistizio?", chiede uno di loro. L'ufficiale lo guarda e, con amarezza, risponde: "È il momento di seppellire i morti".

La guerra è conclusa. A Londra, i sudditi di Sua Maestà vengono informati con un proclama reale. La gente si riversa in piazza, ai cancelli di Buckingham Palace, a Piccadilly Circus, al Trafalgar Square. Le campane suonano per tutta Londra. In America, dove la notizia dell'armistizio arriva alle tre di mattina, la gente si riversa nelle strade col pigiama sotto i cappotti. Ma la festa più impetuosa è a Parigi. La Ville Lumière, che è stata la capitale più vicina a cedere sotto le cannonate tedesche, straripa ora di una moltitudine festante che, intorno alla Marsigliese, si narra che il primo ministro francese, il 77enne Clemenceau, travolto da una marea umana gioiosa e incontenibile, abbia dichiarato: "Da stamattina ho baciato almeno 500 donne".

E sarà proprio a Parigi, precisamente a Versailles, il luogo dove si daranno appuntamento tutti i capi di stato per iniziare la conferenza di pace che ridisegnerà i confini del mondo. Tra il gennaio del 1919 e il gennaio dell'anno seguente si riunisce a Parigi la conferenza di pace per ridisegnare la carta politica del vecchio continente, sconvolta dal crollo di quattro imperi: quello tedesco, l'austro-ungarico, l'impero ottomano e la Russia degli zar, e per stabilire le condizioni dell'armistizio per le potenze sconfitte.

Alla sua apertura, sono immediatamente evidenti le diversità degli obiettivi delle potenze vincitrici nei confronti dei tedeschi. Il presidente americano Wilson ha un piano per la ricostruzione generale dell'Europa e del mondo, basato sul pubblico controllo degli accordi internazionali, sulla libertà economica, sulla riduzione degli armamenti e sulla creazione di una Società delle Nazioni. La Francia, invece, mira a punire severamente la Germania. Il contrasto tra l'ideale di una pace democratica e una pace punitiva rende le trattative estremamente complesse.

Il 18 gennaio 1919, la conferenza di pace si apre a Parigi. Si presentava come una cosa fin da subito diversa da altre conferenze, altri consessi internazionali. Tra i partecipanti c'erano paesi come il Siam, come Cuba, molti paesi latinoamericani, tutti i paesi che in qualche modo si erano decisi a far parte della coalizione anti-tedesca. I protagonisti assoluti sono quattro: il presidente americano Woodrow Wilson, il primo ministro francese Georges Clemenceau, quello inglese David Lloyd George e l'italiano Vittorio Emanuele Orlando.

Questo è l'uomo del nuovo mondo, il portatore di un messaggio marcatamente progressista, riassunto nei suoi 14 punti. Il presidente americano chiede una sorta di rivoluzione, propone lo stile nelle modalità della politica internazionale, chiede che non ci siano più trattati segreti, che la diplomazia sia condotta, per quanto possibile, alla luce del sole, chiede che vengano ripristinate le normali, anzi vengano incrementati gli scambi commerciali, che sia ripristinata la libertà dei mari, che la Germania, soprattutto, aveva minacciata durante il corso della guerra, chiede che le nazionalità siano in qualche modo libere di svilupparsi e di svilupparsi autonomamente.

Wilson trova però presto le prime difficoltà: gli interessi delle potenze vittoriose, che vogliono ricavare i maggiori benefici possibili, territoriali ed economici, dalla sconfitta avversaria, entrano in rotta di collisione con alcuni dei principi che ispirano l'azione del presidente americano. Dei famosi 14 punti, quello a cui Wilson ottiene di più è il quattordicesimo, la proposta più rivoluzionaria di tutte, cioè si doveva costituire una Società delle Nazioni come una sorta di foro internazionale, a cui alcuni paesi avrebbero dovuto ricorrere per risolvere pacificamente le loro controversie, che avrebbe in qualche modo svolto la funzione di regolatore della convivenza fra i paesi.

L'idea innovativa, attraente per le forze liberaldemocratiche, non era esattamente nelle attese delle aspettative, in particolare delle nazioni vincitrici. Perché non dimentichiamo che Wilson ha a che fare con i francesi, con gli inglesi e con le altre piccole nazioni che in qualche modo stanno reagendo, piuttosto, diciamo pure, la parola può sembrare vendicativa, a quello che hanno subito. La conferenza si trascina per mesi, faticosamente. I momenti più seri di crisi: il primo, il 7 aprile, per la questione della regione della Saar, rivendicata a gran voce dai francesi contro il parere di Wilson. Il presidente americano minaccia di abbandonare; alla fine l'avrà vinta lui: la Saar rimane tedesca.

Il 24 aprile, poi, dopo il rifiuto di Wilson di accettare per intero le rivendicazioni italiane, non sentendosi in alcun modo vincolato dal Patto di Londra, Orlando e il suo ministro degli esteri, Sidney Sonnino, indignati, fanno addirittura ritorno a Roma. La loro protesta durerà due settimane, ma malgrado questi incidenti la conferenza va avanti. Alla fine, le sedute complessive saranno ben 67. Il grosso del lavoro, come in tutte le conferenze internazionali, lo facevano, faceva, nella sede del ministero degli esteri francese, al Quai d'Orsay, e quelli che oggi noi chiamiamo gli sherpa, cioè i diplomatici, i tecnici, i consulenti, che producevano documenti, che lavoravano nell'ombra.

Diciamo, alla fine però, dopo tutto questo lavorio di preparazione, le decisioni importanti le prendevano i politici, ne prendevano in particolare i quattro grandi che trattavano e magari a volte anche si contrastano fra di loro. Perché in questa conferenza, nei trattati che ne deriveranno, manca completamente una parte ai rappresentanti dei paesi sconfitti. Era consentito esclusivamente di prendere visione di ciò che i vincitori avevano preparato.

Uno dei terreni di scontro tra i quattro vincitori alleati è costituito dalle ex colonie tedesche, appena conquistate, che non saranno più restituite alla Germania. La soluzione decisa, dopo le mediazioni, è quella di istituire un sistema di mandati. Sarà la nuova Società delle Nazioni ad affidarli alle potenze vincitrici. Anche in territori dell'ex Impero Ottomano vengono in questo modo distribuiti come mandati: alla Francia la Siria e il Libano, per la Gran Bretagna la Mesopotamia, l'Iraq odierno, insomma, e i territori palestinesi della Transgiordania. I britannici si impegnano a creare un focolare nazionale per gli ebrei, ma queste decisioni scontentano molti, e in particolare gli arabi. La loro delegazione è guidata dal principe Feisal, che non riesce a vedersi riconosciuto il diritto a uno stato proprio.

Solo il 7 maggio anche i tedeschi sono convocati nella sala della conferenza. La loro delegazione è guidata dal ministro degli esteri, il conte von Brockdorff-Rantzau, che fa parte del nuovo governo della cosiddetta Repubblica di Weimar. Repubblica di Weimar, innanzitutto è il caso di dire perché si chiamava così, prendendo il nome di una città importante della Turingia storica, dove si è fatta la costituzione. Cioè, la Germania fa una nuova costituzione, che tra l'altro oggi è considerata tra le più perfette liberaldemocratiche. A Weimar, e da allora è rimasto questo nome, non Repubblica di Weimar, perché a Berlino era diventata pericolosa.

È un dettaglio paradossale: la costituzione non viene fatta nella capitale perché la capitale è ancora in preda a delle crisi interne. I tedeschi protestano contro le dure condizioni che vengono loro imposte. L'unico che sembra comprenderli, l'unico a ricercare fino all'ultimo una mediazione, è il primo ministro inglese Lloyd George, che teme che una punizione troppo dura possa alimentare la sete di rivincita. Ma sarà messo in minoranza. Clemenceau non sente ragioni: i tedeschi stavolta la devono pagare in nome dei milioni di morti francesi.

Alla fine, a passare tra i vincitori è questa linea più revanscista. Il trattato imposto ai tedeschi è veramente duro: quello che si chiama "diktat di Versailles". Ha vari aspetti: c'è l'aspetto dell'amputazione di alcune regioni orientali, poi ci sono le riparazioni di guerra. A insistere sul pagamento delle riparazioni e a fissarne l'entità nei termini che poi sarebbero stati testati, sono 232 miliardi di marchi, agganciati al metallo prezioso. Furono soprattutto i paesi che più direttamente avevano subito l'offensiva tedesca, Francia e Belgio.

La cosa più grave è stata parlare di responsabilità, anzi di colpa tedesca per l'inizio della guerra del '14. Ciò che forse più umilia e fa infuriare i tedeschi, infatti, è il preambolo alleato alle clausole di riparazione: la Germania deve accettare la responsabilità propria e dei suoi alleati di aver provocato tutte le perdite e i danni che gli alleati, i governi associati e le loro nazioni hanno dovuto subire a causa di guerra che è stata loro imposta dall'aggressione della Germania e dei suoi alleati.

Raramente nella storia una clausola così breve ha avuto ripercussioni così grandi. Questa colpa, contro tele, carica emotiva e come sfondo il giudizio morale, ha provocato più reazioni che non le altre misure di cui abbiamo parlato, le riparazioni e così via, perché colpiva le persone, qui, come dire, normali, non soltanto i fanatici nazionalisti. No, perché l'idea di sentirci attribuire con la terribile tragedia in maniera unilaterale era sbagliato.

Il presidente tedesco Friedrich Ebert, dopo una consultazione con gli alti comandi dell'esercito, capisce che non ha alternative: se rifiutasse di firmare quel trattato di pace, la Germania non sarebbe in grado di ricominciare la guerra. Il documento sarà firmato al Palazzo di Versailles, nella sala degli specchi. Wilson è riuscito a ottenere la sua Società delle Nazioni, a cui viene in qualche modo affidata la gestione della pace futura. Dalla società rimane esclusa la Germania e, per ovvi motivi, ma per ironia della sorte anche gli Stati Uniti non ne faranno parte. Il Senato americano voterà infatti contro la richiesta avanzata dal presidente Wilson.

Nonostante le difficoltà, si cerca comunque di guardare avanti. Del resto, il mondo, soprattutto quello europeo, ha nuovi confini e nuovi orizzonti. La Società delle Nazioni nasce sotto i migliori auspici, interpretando le aspirazioni alla pace di milioni di persone. Il patto costitutivo del nuovo organismo sovranazionale prevede nel suo statuto la rinuncia da parte degli stati membri alla guerra come strumento di soluzione dei contrasti, il ricorso all'arbitrato, l'adozione di sanzioni economiche nei confronti degli stati aggressori.

Ma il nuovo edificio dell'ordine mondiale è già minato nelle fondamenta. Preoccupato di un eccessivo coinvolgimento nelle vicende europee, il Senato degli Stati Uniti respinge nel marzo del 1920 l'adesione alla Società delle Nazioni. Quella che ormai chiaramente è la più grande potenza mondiale rinuncia alla responsabilità e alla possibilità di mediare nelle future crisi internazionali.

L'Italia è entrata in guerra a fianco dell'Intesa dopo aver stipulato, il 26 aprile 1915, il Patto di Londra, un trattato segreto reso noto al Parlamento e all'opinione pubblica solo nel 1917, che prevedeva, in caso di vittoria, l'annessione del Trentino, del Sud Tirolo, fin al Brennero, di Trieste, della Dalmazia e di parte dell'Istria. Inoltre, il patto prevedeva una sorta di protettorato sull'Albania ed eventuali compensi in caso di disgregazione dell'Impero Ottomano. Insomma, un ricco bottino.

Ma per la delegazione italiana alla conferenza di Versailles non sarà facile far valere le proprie ragioni. La delegazione italiana alla conferenza ha due leader: Vittorio Emanuele Orlando, presidente del Consiglio, e Sidney Sonnino, ministro degli Esteri. C'è una parodia nei confronti di Orlando, che lo presenta come pateticamente facile all'emozione, eloquente. Molto chi comanda davvero, chi guida davvero le danze tra gli italiani è l'esperto Sidney Sonnino, il roccioso, accenno e tutto d'un pezzo.

Sonnino, nel 1915, ha già condotto i negoziati per il Patto di Londra. Sonnino vuole che l'Italia ottenga non solo delle frontiere terrestri che consentano la difesa nazionale in Alto Adige e in Istria, ma anche una posizione di predominio nell'Adriatico. Tutto questo c'è dentro la discussione, ma quanto sono disposti a capirlo gli alleati?

Il 7 febbraio 1919, Orlando e Sonnino presentano alla conferenza il memorandum ufficiale, nel quale si riepilogano le richieste italiane. Esse sono le stesse di quelle del Patto di Londra, quelle concordate con gli alleati del 1915. Ma c'è un ostacolo che a Londra non c'era: il presidente americano Wilson, in sintesi, non riconosce il Patto di Londra.

Il 19 aprile, il sabato prima di Pasqua, si apre una discussione che dura sei giorni. Lo scontro è duro. Wilson, il presidente degli Stati Uniti, è immedesimato nella sua politica dell'autodeterminazione dei popoli. Allora non capisce il fatto che il governo italiano intenda contrarre legami con i suoi alleati del primo momento, e cioè l'Inghilterra e la Francia, al Patto di Londra. E nel Patto di Londra c'è la Dalmazia, quindi si fanno notare i piedi agli slavi e non c'è Fiume, e quindi non si rispetta l'autodeterminazione dei popoli, perché anche Fiume è una città multietnica e poliglotta, come Trieste, ma a maggioranza italiana si schierano per l'Italia.

Gli slavi, però, dal canto loro, dichiarano di essere pronti a combattere qualora l'Italia avesse ottenuto Fiume o la costa dalmata, e Wilson li spalleggia: non vuole concedere la Dalmazia all'Italia. Sonnino fa sentire la sua voce e rivendica il sacrificio dei suoi soldati. Sostiene inoltre che se l'Italia non fosse tornata con il bottino pieno, il paese rischiava di finire preda degli estremisti.

Quando Wilson si rende conto di non riuscire a superare l'ostilità della delegazione italiana, scrive una sorta di messaggio diretto, attenzione al popolo italiano, al governo, al parlamento, eccetera, in cui praticamente, però, dalla sua posizione, è di fatto in vita il popolo a sconfessare i suoi governanti. L'idea che i popoli siano liberi di autodeterminarsi è una linea politica che fatica ad affermarsi e non fatica a fermarsi soltanto in Italia.

Di fronte a questa iniziativa clamorosa, la delegazione italiana, in testa Orlando, decide che deve fare qualcosa di visibile, di clamoroso e abbandona la conferenza. Il governo Orlando può pensare di prendere tempo e di tornare a Roma, magari anche solo per farsi confermare dal Parlamento italiano la linea politica complessa che sta cercando di affermare, e cioè pretendere il rispetto del Patto di Londra, il che significa interpretare la volontà dei fiumani di sentirsi italiani e di entrare quindi nel Regno d'Italia, magari evitando la legittimazione con il nuovo principio wilsoniano statunitense e, più in generale, con il principio e con l'idealità dell'autodeterminazione dei popoli.

Questo, perciò, il governo italiano pensava di poter tornare a Versailles più forti di prima. In realtà, quando tornano, scoprono che gli alleati non si sono comportati propriamente da alleati, hanno fatto quello che volevano loro, comportandosi da alleati più grossi. Alla fine, l'Italia firmerà il trattato ed è così che, negli ambienti italiani più nazionalisti, comincia a serpeggiare un forte malcontento. Hanno negato anche al patriottismo italiano di godersi la vittoria.

Gabriele D'Annunzio conia per l'occasione una locuzione che passerà alla storia: "la vittoria mutilata", espressione catastrofica che l'Italia non aveva mai vinto una guerra così grande e difficile. Qui, appunto, un grande poeta che ti dice: "non è una vera vittoria, è una vittoria sconfitta, la sconfitta vittoria, è una vittoria mutilata, come ci sono centinaia di migliaia di soldati mutilati che arrivano senza una gamba, senza braccia". Così in Italia arriva con una vittoria mutilata, perché non ci danno Fiume, se dobbiamo prendere, perché ci negano magari o tentano di negarci una parte della Dalmazia. Insomma, non ci trattano come sarebbe stato giusto rispetto al Patto di Londra.

L'Italia ottiene solo il Trentino e Sud Tirolo, oltre all'area comprendente Trieste, Gorizia e l'Istria. Molto poco ottiene riguardo a quanto pattuito sull'Adriatico e la Dalmazia. Il sapore del dopoguerra è amaro per l'Italia: c'è ostilità nei confronti degli alleati e del sentimento verso il governo italiano, alla prova dei fatti incapace di tutelare interessi nazionali.

Nel settembre 1919, alcuni reparti di volontari e militari ribelli, guidati da D'Annunzio, occupano la città di Fiume, posta in quel momento sotto controllo internazionale, e ne proclamano l'annessione all'Italia. L'avventura fiumana si conclude dopo 15 mesi, ma è solo con il trattato di Rapallo che il governo italiano e quello jugoslavo risolvono le tensioni nell'Adriatico. L'Italia conserva Trieste, Gorizia e tutta l'Istria; la Dalmazia, con l'eccezione di Zara, è jugoslava. Fiume è dichiarata città libera, limiterà italiana con un successivo accordo con la Jugoslavia nel 1924.

Nel 1914 c'è una frattura, c'è un prima e un dopo. Ci sono altre date che richiamano subito alla memoria cataclismi, separazioni tra vecchi e nuovi mondi, come il 476, caduta dell'Impero Romano, o il 1492, scoperta dell'America. Ma per noi italiani ed europei, il 1914 è qualcosa di più. Non c'è città o paesino senza una lapide con la conta dei caduti; spesso ci sono elenchi con gli stessi cognomi scolpiti gli uni vicini agli altri: padri, figli, fratelli, famiglie intere estinte. La loro memoria non ci è arrivata solo sulla pietra di quelle lapidi; spesso ci è arrivata ancora viva nei racconti dei nonni e dei bisnonni.

Il 1914, per noi, è storia di famiglia. Tragica. Inizia così, con un aggettivo lapidario, una delle opere più famose sulla Grande Guerra: "La Prima Guerra Mondiale" dello storico inglese John Keegan. Tragica perché cancella le vite di 10 milioni di esseri umani, dilania i sentimenti di altri milioni e, quattro anni dopo, quando finalmente i cannoni tacciono, lascia un'eredità lacerante di rancore politico e odio razziale, la radice stessa da cui germoglieranno le cause della Seconda Guerra Mondiale.

Altre cesure storiche hanno avuto rilievo, ma questa ha una caratteristica: innescò i due principali interlocutori del Novecento, e cioè il comunismo e il fascismo. Il 18 settembre 1922, Adolf Hitler, combattente in congedo e attivista politico, parla a Monaco. Le sue parole sono chiare: "Non può essere che due milioni di tedeschi siano morti invano. No, noi non perdoniamo, noi vogliamo vendetta". Poco più di un mese dopo, il 28 ottobre, i fascisti marciano su Roma. Il loro successo è figlio dell'instabilità politica che attraversa l'Italia negli anni successivi alla Grande Guerra e Mussolini rivendica, assegnando malcontento per quella che la retorica di D'Annunzio chiama "la vittoria mutilata".

L'insoddisfazione di molti italiani per il prezzo carissimo di sangue con cui sono state pagate conquiste territoriali considera tesi. Il primo bilancio, nel dicembre del 1914, dopo quattro mesi di guerra, conta 300.000 francesi morti; nel 1918 saranno quasi due milioni. La maggior parte dei caduti è nelle classi di età più giovane, che muoiono prima del matrimonio. Eppure, alla fine, le vedove di guerra saranno 630.000. Un conto ancora più dettagliato si può fare per la grande sconfitta: la Germania, che paga il prezzo più alto, 2.057.000 morti, con una media di quasi mezzo milione ogni anno.

In Italia, su un totale di 5 milioni 900 mila uomini chiamati alle armi, i caduti saranno 650.000, a cui si aggiungono le vittime civili, feriti e mutilati. Le percentuali tra uomini in armi e caduti sono simili in quasi tutte le nazioni: Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia, Austria-Ungheria, con l'eccezione di Russia e Turchia, su cui non ci sono dati precisi.

Il bilancio finale, in tutta la sua gelida enormità, è questo: 65 milioni di soldati mobilitati, 8 milioni di soldati morti, molto più del 10%, molto più di uno su dieci. I feriti saranno 20 milioni. Un evento distruttivo mai verificatosi nella storia in precedenza. È una guerra totale che non coinvolge soltanto i fronti, non coinvolge soltanto gli apparati militari, ma coinvolge tutte le componenti civili e militari dei paesi impegnati nello sforzo bellico.

Nei maggiori paesi in guerra, la percentuale dei morti sulla popolazione totale sarà tra il 2 e il 3%. C'è un dato che fa impressione, che supera tutti gli altri, riguarda il paese balcanico in cui tutto ha avuto inizio: la Serbia. Prima della guerra, i serbi sono 5 milioni 125 mila; cadranno in guerra come soldati, ma 650.000 civili moriranno per colpa delle malattie e delle privazioni sofferte. Il 15% della popolazione totale è perduto, come un'epidemia, come una peste moderna.

Diamo un'occhiata alle cartine dell'Europa prima della guerra: ci sono quattro imperi, quello tedesco, l'Impero russo, l'Impero austro-ungarico e quello ottomano. Dopo la guerra non esistono più; sono stati cancellati. Ma le cartine sono grafiche, i numeri sono freddi, i dati statistici sono freddi. Forse per capire bisogna soffermarsi sul fatto che tutte le cifre di questa guerra sono espresse in centinaia di migliaia, in milioni, in decine di milioni di vite perdute.

Le sconvolte, forse per rendersi conto meglio del costo incalcolabile del primo conflitto di massa, bisogna guardare le immagini festose dei primi soldati in partenza per il fronte e pensare che molte di loro, molto più del 10%, molto più di uno su dieci, morirà. Milioni di morti, intere generazioni spazzate via, migliaia e migliaia di mutilati, di vedove, gli orfani. L'Europa è un immenso cimitero della Belle Époque; sono rimasti soltanto ruderi. La guerra ha cambiato il mondo.

Nel 1918, quando termina la Grande Guerra, il mondo intero deve elaborare il lutto di oltre 13 milioni di morti. Per i vertici di tutte le nazioni belligeranti e per le stesse popolazioni si pone il problema di rendere accettabile la morte di massa, di trovare nell'esperienza della guerra un significato più alto, qualcosa che giustifichi il sacrificio e la perdita irreparabile, qualcosa capace di rievocare più la gloria che l'atrocità della guerra, più il suo senso, la sua finalità, che la tragedia.

Ed è in questo orizzonte che nasce e si sviluppa il mito dei caduti. Il mito dei caduti è un capitolo importante della Grande Guerra. Alla fine dei combattimenti, infatti, tutte le nazioni coinvolte nel conflitto devono fare i conti con questi morti. E fare i conti significa davvero contare questi morti, cercarli, riconoscerli, recuperarli, seppellirli.

Il riconoscimento dei cadaveri era un problema, naturalmente, perché a tanta distanza di tempo erano corrotti. Ora, la prima operazione, questa, veniva immediatamente subito dopo la battaglia: era separare austriaci dagli italiani. Il primo modo è più immediato per fare questa cosa ed è guardare le uniformi. E poi c'era la piastrina di riconoscimento. Nel caso poi in cui il cadavere fosse francamente irriconoscibile, diciamo così, si procedeva a una semplice computo, contando i teschi e le ossa, quello che rimaneva.

Per dirigere e coordinare questo difficile lavoro di riesumazione e identificazione dei cadaveri, in Italia viene costituito un comitato per le cure e le onoranze delle salme dei caduti in guerra. La sua sede centrale è a Udine e dispone di 5.000 uomini. Questi uomini riconoscono e seppelliscono 180.000 salme. C'è un vero e proprio traffico di treni che portano le salme dai cimiteri, desumati dai cimiteri improvvisati durante i combattimenti, nelle immediate retrovie, che vengono raggruppati man mano in cimiteri più grandi.

All'inizio, nel 1919, questi cimiteri sono 1.840, da 4.000 che erano all'immediata fine delle ostilità. Quindi è una vera e propria politica di sistemazione che corrisponde a necessità igieniche, naturalmente, ma anche a una pietas di ricomposizione, di una memoria, di un ricordo, di una reverenza che si deve naturalmente a tutti coloro che sono morti in guerra. Nasce un nuovo culto: il culto dei caduti della Grande Guerra.

Il culto dei caduti nella Grande Guerra nasce psicologicamente con una grande necessità di costruire una sorta di consenso postumo al fatto bellico. Cioè, noi sappiamo che le masse italiane sono entrate in guerra o inconsapevoli o contrarie. La costruzione di un mito della guerra e una elaborazione del lutto collettivo può avvenire attraverso la costruzione di monumenti, sistemazione degli ossari, celebrazioni patriottiche.

Il culto dei caduti fiorisce in tutte le nazioni coinvolte nel conflitto, ma a seconda delle rispettive culture assume forme diverse. In Germania, i cimiteri dei caduti riflettono il mito tipicamente teutonico della natura selvaggia e romantica: sono cimiteri boschivi, le tombe invece sono collocate all'interno di edifici massicci, sono chiamati "le fortezze dei morti". In Francia e in Gran Bretagna, i cimiteri dedicati ai caduti della Grande Guerra sono collocati in un contesto paesaggistico dolce, lavorato, umanizzato: sono cimiteri-giardini, dove prevale la decorazione floreale.

In Italia, invece, dopo l'avvento del fascismo, i cimiteri e gli ossari che conservano i resti dei nostri caduti saranno caratterizzati da architetture imponenti che prevalgono nettamente sulla natura. È il trionfo della retorica e dello spettacolo della morte. L'Italia, rispetto agli altri paesi europei, ha delle peculiarità nei confronti di questa politica della monumentalizzazione della morte, e la peculiarità è data dal fascismo.

Il fascismo ha tutta una politica, anzi, a un certo punto, dal '28 in poi, proibisce iniziative locali e costruisce una vera e propria corona di ossari e sacrari militari. Almeno 131, questo comincia e le prime realizzazioni si cominciano a vedere nel '35, sul Grappa, poi nel '38 il più grande di tutti, che è Redipuglia, il più grande di tutti in Europa. Questo la dice lunga, proprio marca una grande differenza rispetto agli altri paesi: sono 100.000 innovati, di cui 60.000 ignoti.

Però questo ci mostra molto bene quale fosse l'intenzionalità del regime fascista. Redipuglia è, per così dire, la gemma che splende maggiormente in questa collana di sacrari che vengono costituiti e vengono costituiti, ovviamente, là dove si sono svolti i combattimenti. E quindi, nella chiostra delle Alpi, questa chiostra di ossari e di monumenti si completa all'estremo sud della penisola con il monumento alla marina e ai caduti del mare di Brindisi. È come chiudere questi confini: le Alpi e il mare. L'Adriatico diventa un lago italiano. Si sono raggiunti gli obiettivi di guerra e questa chiostra di ossari e di monumenti costituisce un intero spazio sacro, lo spazio territorio della nazione.

Ma il luogo più sacro dedicato ai soldati italiani caduti in guerra è a Roma: la Tomba del Milite Ignoto. L'idea di onorare il milite ignoto, cioè con il soldato che è morto per la patria, di cui non si sa più, di questi ha perso il nome, è un'idea che ha origine francese. Il milite ignoto è deposto sotto l'Arco di Trionfo a Parigi. In Italia, con un anno di ritardo, un ufficiale della versione ebbe l'idea di fare la stessa cosa per l'Italia.

Per ogni fronte di guerra andò una commissione e sumo un ignoto. Queste bare sono trasportate con grande concorso di popolo, molto commovente, vale a dire, fronti alpine, convogliare nella basilica di Aquileia. Gli vengono poste nella navata della chiesa e una madre, Maria Bergamasca, era una triestina che aveva avuto un figlio volontario morto in guerra e disperso, scelse, gettando, avrebbe dovuto gettare un giglio sull'altro, su una delle bare. Ha colto dalla troppa emozione, gettò il suo velo nero e fu scelta la seconda bara da destra come la bara da portare a Roma.

Un grande viaggio e il ritorno di chi non è più tornato per proseguire un grande viaggio, con grande manifestazione di popolo lungo i binari fino a Roma. A Roma, grande cerimonia religiosa a Santa Maria degli Angeli e poi corteo solennissimo che scende da 60.000 degli Angeli e arriva fino in Piazza Venezia, perché si è deciso di inumare l'ignoto nel segmento marmoreo posto sotto la statua della Dea Roma, quello che già dal 1905 veniva rinato: l'Altare della Patria.

Tombe, lapidi, monumenti, mausolei, ossari, parchi e cimiteri: linguaggi diversi per ricordare i caduti della Grande Guerra e creare un mito. Un mito dove l'esperienza stessa della guerra viene innalzata con il sostegno della religione al regno del sacro, dove l'immagine del soldato caduto tra le braccia del Cristo, così frequente nell'iconografia, trasferisce all'intera nazione la tradizionale fede, il martirio e nella resurrezione, trasformando l'esperienza della guerra in una vera e propria religione civile.