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Arte micenea

francesco di traglia8:10

Transcription

Buongiorno.

Nella lezione di oggi parleremo dell'arte micenea, che si sviluppa dal 1600 avanti Cristo con il declino dell'arte minoica fino a circa il 1200 avanti Cristo.

Da un punto di vista geografico, ci troviamo nel Peloponneso, in particolar modo nella città di Micene.

Come avvenuto per le civiltà precedenti, anche per quella micenea gli storici hanno proposto una periodizzazione in base ai reperti archeologici rinvenuti. Abbiamo così:

- Miceneo antico, caratterizzato dalle maschere funerarie.

- Miceneo medio, in cui troviamo le tombe a tholos.

- Infine, il miceneo tardo, caratterizzato dalle invasioni doriche che determinano la nascita di fortificazioni attorno alla città.

Cominciamo ad analizzare alcuni reperti.

In questa immagine vediamo la celebre tazza dalla Fiom, caratterizzata da una raffinata decorazione a sbalzo e realizzata in oro. La tecnica dello sbalzo consiste nel far risaltare delle immagini sulla lamina di metallo, lavorando da dietro. In questo modo si ottengono delle figure di diversa sporgenza, chiamata "getto", in una sorta di basso rilievo.

In quest'opera è rappresentato un toro, animale molto venerato in tutte le culture mediterranee, e soprattutto nell'atto di caricare con le corna dei personaggi umani che soccombono alla sua furia. È ben visibile come l'ignoto artista abbia utilizzato una visione naturalistica per rendere la trama visiva della scena.

Come già evidenziato per la cultura minoica, anche per quella micenea siamo molto distanti dallo schematismo egizio coevo.

Nell'immagine successiva abbiamo un'opera altrettanto celebre: si tratta della cosiddetta maschera di Agamennone, che l'archeologo Schliemann definì tale avendo presenti i poemi omerici, che, come abbiamo visto, furono alla base delle sue indagini.

Oggi sappiamo tuttavia che non ci sono elementi documentari che possano ricondurre effettivamente l'opera ad Agamennone; anzi, la maschera è di molto precedente agli eventi narrati nell'Iliade, di almeno 300 anni.

Anche quest'opera, come la precedente, è lavorata a sbalzo su lamina d'oro, anche se qui il procedimento ha previsto almeno due fasi: nella prima, la lamina è stata posta sul volto del defunto per ricavarne un calco; nella seconda, l'artista ha rifinito a sbalzo i dettagli, andando verso una schematizzazione abbastanza evidente.

L'uso dei calchi è molto utilizzato nell'antichità, fino all'epoca moderna, quando questa tecnica è stata soppiantata dalla nascita della fotografia nel 1800. Tale pratica permetteva di conservare le fattezze di un defunto per poi trasferirle con diverse tecniche su materiali più duraturi, come il marmo.

Vedremo come nell'epoca etrusca e romana l'uso del calco di cera produrrà il tipico realismo nella scultura.

La maschera appena vista si trovava in una tomba assieme ad altri tesori, come era uso a quell'epoca, e per questo il luogo del ritrovamento è anche chiamato "tesoro di Atreo", padre di Agamennone. Gli oggetti dovevano servire al defunto per affrontare la vita nell'aldilà.

La tomba che vediamo in questa immagine è tecnicamente una tomba a tholos, ovvero con pianta circolare. Dalla visione laterale e dall'alto vediamo la presenza di un corridoio, chiamato dromos, che conduce alla camera sepolcrale circolare.

La camera è sormontata da una pseudo cupola ogivale. Il termine "pseudo cupola" allude al fatto che essa non è costruita come una vera e propria cupola e non ha lo stesso comportamento statico.

Nella pseudo cupola, i conci, ovvero le pietre squadrate che compongono la struttura, sono messi uno sull'altro, leggermente aggettanti, cioè sporgenti rispetto a quelli sottostanti. Una volta terminata la cupola, i conci vengono scalpellati e la superficie diventa liscia e uniforme.

In questo caso, è il peso dei vari elementi che sorregge la pseudo cupola, come si nota dalle frecce verticali. Nella cupola, invece, i conci sono sagomati e disposti secondo dei coni che vanno sempre più a restringersi e si sono indirizzati tutti verso il centro, detto centro di curvatura. Si spingono l'un l'altro, consentendo alla struttura di sorreggersi per reciproco contrasto, proprio come avviene per l'arco.

Il termine "ogivale", infine, indica la forma della sezione della pseudo cupola, che ha la forma di un arco a sesto acuto, chiamato anche "ad ogiva".

In questa immagine vediamo le diverse fasi di realizzazione della struttura. Internamente, i conci erano rivestiti da decorazioni bronzee, rosette oggi perdute, a imitazione del cielo stellato.

L'entrata della tomba presenta una struttura interessante: il triangolo di scarico. Essa consiste nel lasciare un triangolo vuoto al di sopra dell'architrave, in modo tale da evitare di caricare l'elemento orizzontale di peso eccessivo e scaricarlo sugli elementi verticali, chiamati "pietre".

Il sistema tridico viene così rielaborato e reso più efficace, come si vede in questa sequenza. Questo processo porterà alla nascita dell'arco, che, seppur conosciuto già dai Greci, verrà utilizzato in modo sistematico da Etruschi e Romani.

Anticamente, la porta era riccamente decorata con motivi detti "a canne correnti", simili a delle onde in bassorilievo, certamente colorati secondo lo stile pittorico delle ceramiche camares.

La tomba tholos crea esternamente una collina artificiale, come si vede da questa foto presa dal dromos, per cui rimane della tipologia della tomba il modello ipogeo, con tutte le sue implicazioni simboliche.

Da quest'altra prospettiva notiamo le dimensioni ragguardevoli della tomba.

La prossima immagine ci presenta la porta trionfale di Micene, che presenta un triangolo di scarico decorato con due leonesse rampanti, a simboleggiare la forza della città. Anche in questo caso siamo davanti a una rielaborazione delle figure mitologiche di stampo orientale, mesopotamiche o egiziane, poste a guardia delle città.

L'ultima immagine ci proietta già nell'arte greca, in quanto l'edificio che vediamo nel disegno è alla base del tempio greco. In questo caso si tratta di un'abitazione, non di un tempio; tuttavia, dobbiamo considerare quest'ultimo come la casa del dio e quindi è naturale che la struttura degli edifici sacri sia legata alla casa dell'uomo.

Quello che vediamo qui è il megaron, ovvero la casa del re, chiamato "wanax". Il megaron era formato da una sala per il fuoco, il cuore della casa, e una anteriore pro domo, protetta da ante.

L'entrata prende il nome di vestibolo. Dal prospetto notiamo anche la presenza di colonne con rastrematura verso il basso e un'ipotesi delle decorazioni che di certo avevano profondi legami con quelle minoiche, che vedremo nelle prossime lezioni.

L'evoluzione di questa struttura nelle complesse architetture religiose successive.

Arrivederci alla prossima lezione.