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Aristotele parte 7. Organon 4. La Logica dei ragionamenti 2. Induzione deduzione intuizione retorica

Lezioni di Storia e Filosofia35:47

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Negli analitici secondi Aristotele sviluppa il discorso sulla validità delle premesse. Perché è chiaro che a questo punto il problema, una volta capito come funziona la macchina del sillogismo, il problema diventa: come faccio, quindi, ad avere delle premesse valide, veritiere? Perché chiaramente, se io faccio una macchina perfetta ma la benzina che ci metto è di cattiva qualità, non ottengo il risultato che voglio, giusto? Se io ho un sillogismo che, che adesso ho studiato le 19 modalità con cui questi ragionamenti funzionano scientificamente, poi però devo avere delle delle premesse vere, perché sennò non riesco a concludere nulla, giusto? Perché abbiamo detto che se il sillogismo è valido ma non parte da premesse vere, è un, come dire, è una bella fregatura, ok?

Quindi, come si fa a ottenere premesse vere? Ora, sarà un discorso un po' lungo, un po' complicato, e lo stesso Aristotele non è che avrà proprio tutte le risposte. Arriverà a formulare una teoria, la teoria di Aristotele su come ottenere le risposte, questo tipo di risposte, delle premesse vere, accompagnerà la storia della scienza e la storia della filosofia per tutto, per tutta il suo sviluppo, anche durante il Medioevo, nell'età moderna. E anche oggi ci si domanda come fare a, diciamo, a partire da premesse vere per concludere, diciamo, correttamente il nostro progetto. Ci sono diverse teorie, non c'è ancora una visione, diciamo, universale. Ma già adesso te le ha proposto una sua spiegazione.

Ma prima, cosa riprendere i tre principi della logica? Cioè, una proposizione non deve essere contraddittoria, non deve quindi essere contrari al principio di non contraddizione, ok? Se uno dice: "Ogni vivente è morto" o "Tutti gli scapoli sono sposati", ecco, già che parti da una premessa contraddittoria. Quindi, rispettare le tre regole della logica è una prima condizione per poter avere premesse valide, ok? Chiaramente, lui dice: "Questa è una condizione necessaria, ma non è sufficiente". È il minimo di non partire da cose contraddittorie, però non basta. Ci sono, infatti, molte proposizioni non contraddittorie che sono false. "Tutti gli elefanti pesano meno di 10 kg". Non è contraddittoria, ma non è neanche vera.

Dunque, abbiamo quindi capito che non basta il riferimento al la condizione di non contraddittorietà, cioè è una condizione questa necessaria ma non sufficiente che devono avere le premesse. Le premesse non devono essere contraddittorie e in generale devono rispettare i tre principi della logica: l'identità, la non contraddittorietà e il terzo escluso. Però questa, appunto, è una condizione necessaria e non sufficiente, perché per ottenere una premessa universale devo trovare un modo affidabile per poter essere certo di non partire da premesse che contengano delle affermazioni false, in modo tale da poter usare correttamente i sillogismi.

Ora, esistono in effetti due vie per provare a ottenere delle esperienze universali, e qui bisogna fare una piccola parentesi, perché questo discorso su quali metodi seguire per ottenere premesse universali sarà un discorso metodologico molto importante che ritornerà nel nostro racconto di storia della filosofia molto spesso. Diciamo, le due vie fondamentali, le due vie logiche fondamentali per arrivare a formulare delle teorie, ipotesi, affermazioni di carattere generale sono l'induzione e la deduzione, il metodo induttivo, il metodo deduttivo.

Ora, partiamo dall'induzione. L'induzione è il procedimento logico che parte da esempi o casi particolari per concludere affermazioni di carattere universale. Quindi, vedo un cigno bianco, vedo un altro cigno e colore bianco, vedo un terzo cigno di colore bianco, vedo un milione di cigni, un miliardo di cigni, sono sempre bianchi, concludo quindi: "Tutti i cigni sono bianchi". L'affermazione "Tutti i cigni sono bianchi" è derivata dall'osservazione di un certo numero di casi. Ora, qual è il pregio e qual è il difetto di questo metodo?

Il pregio di questo metodo è che è un metodo chiaramente che parte dall'utilizzo dei sensi, parte dall'osservazione della realtà, e soprattutto che incrementa la conoscenza rispetto al punto di partenza. Tu partivi da osservazioni singole. Noi, ragazzi, come diceva giustamente Aristotele, osserviamo solo sostanze singole. Vediamo, siamo immersi in un mondo di oggetti singoli, non è che siamo immersi in un mondo di tutti i cigni o di tutti gli uomini, no? Ma davanti a voi chi vedete? I vostri compagni di classe singolarmente, il professore che parla, siamo tutte sostanze singole. Però con l'induzione si riesce, in un certo senso, a passare da un'osservazione di casi singoli a una regola, una legge, un'affermazione o un'ipotesi di carattere generale. Questo è il pregio: aumenta la conoscenza rispetto al punto di partenza.

Qual è il difetto? Il difetto è che per poter avere la certezza matematica al 100% di avere una premessa generale certa, cioè che questi famosi cigni siano tutti bianchi, io dovrei aver osservato tutti i cigni, quelli mai esistiti e quelli che mai esisteranno. In realtà, la mia osservazione riguarda un numero, per quanto alto, finito di casi, mentre l'affermazione generale "Tutti i cigni sono bianchi" potrebbe riguardare un numero elevatissimo, anche teoricamente infinito, di casi. Ok? Mi ripeto: le osservazioni, gli esperimenti che si fanno per poter derivare a livello induttivo una regola generale, per quanto alti, sono comunque limitati all'esperienza, alla vita, alle capacità, alle possibilità dello sperimentatore, mentre l'affermazione generale, quando si usa il termine "tutti", si intende un numero che può essere finito, ma anche elevatissimo o teoricamente infinito di casi.

Dire "Tutti gli uomini sono mortali" è un'affermazione che si può derivare dall'osservazione: è morto uno, è morto un altro, muoiono tutti, allora siamo mortali. Ma nulla vieta di pensare che un giorno nasca un uomo che non muore mai, ok? Ecco, in questo caso avresti un esempio di un uomo che non rispetta questa condizione, quindi la tua affermazione generale è un'affermazione che non può mai essere sicura al 100%. "Tutti i cigni sono bianchi" non è un esempio a caso che ho preso, perché Karl Popper nel Novecento partirà proprio da questo esempio. E infatti, per secoli, per millenni, si è creduta vera l'affermazione "Tutti i cigni sono bianchi", fino a quando, un bel giorno, alcuni esploratori in Australia troveranno una genere di una specie di cigni diversi che sono neri: il cigno nero. E quindi è bastata una sola osservazione di un cigno che non era nero per falsificare l'affermazione secolare millenaria "Tutti i cigni sono bianchi", ok?

Quindi, l'induzione ha questo rischio. Infatti, Aristotele la chiama "universale per lo più", cioè è un universale per lo più, nel senso che sei abbastanza sicuro, ma non sei sicuro al 100% di poter concludere che dopo un certo numero di osservazioni singoli, allora si può indurre, si può quindi derivare una conclusione che poi sarà una premessa di carattere generale. Ci siamo? Quindi, questo è il primo metodo.

È il metodo deduttivo. Anche quello ha un pregio, un difetto. Che cos'è, intanto, il metodo deduttivo? Il metodo deduttivo, invece, è un metodo logico che, partendo da affermazioni generali, cerca di, appunto, dedurre, derivare per via unicamente logica e razionale le conseguenze particolari. Quindi, se sappiamo che un triangolo è una figura che ha tre angoli, allora si può dedurre che ha tre lati, o viceversa, se ha tre lati, si può dedurre che è un triangolo, ok? Questo lo si può fare anche senza osservare i casi singoli, partendo dalla proprietà intrinseca alla stessa definizione di partenza del termine.

Ora, qual è il pregio e qual è il difetto del metodo deduttivo? Il pregio è che è un metodo interamente razionale, logico, e quindi non ha possibilità di errore, è un metodo sicuro al 100%, perché deriva in modo, direi, meccanico, automatico, delle conseguenze rispetto a un'ipotesi di partenza. Queste conseguenze sono già, in un certo senso, intrinseche alla definizione da cui partivo. Per questo è così sicuro. Ma d'altronde, l'altro lato della medaglia è che ha un difetto molto grande, cioè che proprio perché è un metodo molto sicuro ed è, in un certo senso, una derivazione, una deduzione di caratteristiche che erano già contenute nella premessa stessa, bene, rischia di non aggiungere granché in termini di conoscenza. Mi seguite? Perché non fa che esplicitare una serie di, diciamo, caratteristiche che, in un certo senso, sono già contenute nell'ipotesi di partenza. Non aggiunge nulla rispetto al punto di partenza, se non esplicitare, mostrare, chiarire degli aspetti, delle relazioni, delle proprietà che, però, sono già, in un certo senso, contenute all'interno del termine da cui partiamo.

Ok, quindi induzione: si parte da termini singoli, si va verso il generale. È positivo il fatto che si aggiunge conoscenza, ma ci si deve arrendere a una probabilità finale di raggiungere un risultato. Non sei mai sicuro al 100% che l'induzione che tu hai fatto sia sicura in tutti i casi, proprio perché non hai visto tutti i casi, non puoi mai aver visto tutti i casi. Mentre la deduzione ha il vantaggio di di essere sicuro al 100% che posto A si arriva a B, ma ha il problema che B è già compreso, in un certo senso, in A, e quindi aggiunge poca conoscenza rispetto al punto di partenza. Mi seguite?

Ora, il problema, oltretutto, della induzione, della, scusate, della deduzione, è che questa, dice Aristotele, può essere fatta ricorrendo a insiemi sempre più grandi e si rischia, quindi, un progresso all'infinito. Cioè, io potrei dire: "Come faccio a dire tutti gli uomini sono mortali?". No, Socrate è un uomo, Socrate è mortale. Mettiamo io, ad esempio, di questo sillogismo. Come faccio ad arrivare all'ipotesi "Tutti gli uomini sono mortali"? O per induzione, osservando tutti gli uomini, ma non li potrò mai osservare tutti. Oppure partendo, diciamo, da una deduzione, dicendo: "Tutti gli animali sono mortali, gli uomini sono animali, e gli uomini allora sono mortali". In questo caso ho dedotto la mortalità degli uomini non dall'osservazione dei singoli uomini, ma lo dedotta dal dal punto di partenza più alto, ipotizzando una deduzione, un sillogismo più elevato, mi seguite, che riguardava la proprietà di tutti gli animali di essere mortali, l'appartenenza degli uomini agli animali e quindi l'appartenenza degli uomini alla caratteristica di mortalità. Mi avete seguito? Ok.

Questo è un metodo deduttivo. Sposto il problema della derivazione della proprietà della mortalità degli uomini a un livello più alto, che è quello degli animali. Ma a questo punto, ragazzi, Aristotele si chiede: "Ma potrei quindi chiedermi allora perché tutti gli animali sono mortali?". Perché prima ho detto che visto che tutti gli animali sono mortali, allora anche gli uomini sono mortali. Ancora, allora anche Socrate è mortale. Però così come ho spostato il problema dagli dall'uomo la mortalità sì o no dell'uomo alla mortalità sì o no degli animali, a questo punto io devo chiedere: "Perché tutti gli animali sono mortali?". Allora potrei dire che tutti gli animali appartengono alle specie viventi, tutte le specie viventi sulla terra sono mortali, allora anche gli animali sono mortali. E allora, a questo punto, spostato ancora più un altro nessun problema: "Perché tutte le specie viventi sulla terra sono mortali?". Devo andare alla definizione stessa della vita. La vita sulla terra è qualcosa di non infinito. Allora le specie viventi sono parte del mondo terrestre e allora anche loro non avranno una vita infinita, perché la vita, vedete che io sto ampliando sempre di più il problema e spostando l'asticella dell'universalità sempre più in alto.

Se io voglio andare solo per via deduttiva, ho bisogno di insiemi sempre più ampi e quindi si arriva, secondo Aristotele, così facendo, ai principi più universali della scienza stessa, cioè agli assiomi. Non so se avete mai, sicuramente studiato la geometria euclidea, si basa su degli assiomi proprio per evitare che il che dalla linea, quadrato, il quadrato si passa al concetto di figura e poi fino ad arrivare al concetto di spazio, retta, di punto, di linea, ok? Oltre il quale non si va. La stessa che cosa si deve fare, in un certo senso, per tutti i termini che noi utilizziamo? Cioè, così come la geometria si ferma a un certo punto, no? Non definisce tutto ancorandolo a concetti ancora più ampi, ma arriva dei concetti molto ampi come retta, punto, spazio. Vi ricordate che sono gli assiomi della geometria? Gli assiomi sono dei postulati indimostrabili che devi, in un certo senso, conoscere intuitivamente e dalle quali tu puoi derivare tutta una serie di teoremi, giusto? Non si dimostrano gli assiomi, si prendono per buoni. Perché non si dimostrano? Altrimenti si si entra in questo meccanismo aristotelico della necessità sempre più ampia di avere delle dimostrazioni di carattere deduttivo partendo da premesse più ampie. Mi avete seguito sui principi stessi della conoscenza? Non vi è una conoscenza, cioè non si possono conoscere in modo ragionato e discorsivo i principi della conoscenza. Occorre quindi far leva su un'altra facoltà del pensiero che Aristotele chiama intuizione.

Questa cosa, ragazzi, avrà un'importanza fondamentale anche nella filosofia moderna, da Cartesio in poi, diciamo, dal 600 in poi, perché ritornerà molto il tema di: che cos'è un'intuizione? Che differenza c'è tra un'intuizione e una deduzione o induzione? Ok? Prima abbiamo fatto dei percorsi di carattere logico, dimostrativo, induzione, deduzione. Abbiamo visto che né con l'induzione né con la deduzione si può arrivare a generare premesse universali. Quello che ci sta dicendo Aristotele è che probabilmente il nostro pensiero ha un ulteriore facoltà che è quella dell'intuizione, proprio perché arrivando a dei principi molto generali, occorre, in un certo senso, far leva su un'altra capacità che abbiamo, che è proprio quella che, ad esempio, noi utilizziamo nel momento in cui parliamo di geometria, quando parliamo di retta, di di punto o di spazio. Parliamo di qualcosa che non ha ulteriori definizioni, ma che va con la facoltà non tanto discorsiva, logica, dimostrativa, quanto quella intuitiva. Ok? È una capacità innata, secondo Aristotele, dell'essere umano. E vedremo che è una, diciamo, capacità che oltretutto avvicina moltissimo Aristotele al suo maestro Platone, perché vi ricordate cosa ci diceva Platone sulle idee? Come le conosciamo? Le idee noi non certo per imitazione, non certo partendo l'idea di uomo, come la conosciamo? Non certo perché abbiamo visto un uomo, due uomini, tre uomini o quattro uomini. Vi ricordate cosa pensava Platone? L'uomo che noi vediamo sulla terra è una pallida imitazione, una copia dell'idea di uomo che invece abbiamo in un piano diverso della realtà che chiama iperuranio, giusto? Come si fa ad accedere a questi per uranio? Al di là del mito della B, eccetera, con un'intuizione. Proviamo. Abbiamo comunque un canale di accesso diretto a questo tipo di informazione e poi cerchiamo di rappresentarla, ad esempio, alla lavagna, con la carta, la penna o il pennarello. Noi abbiamo un'intuizione di un'idea che, secondo Platone, si trova nell'iperuranio. Vedremo che, secondo Aristotele, non si trova nell'iperuranio, c'è una grande differenza. Quello, però, il come si arriva a questi concetti generali, effettivamente si nota molto un'influenza platonica. Già Platone aveva pensato che, in fondo, l'accesso finale a questi tipi di universali non può avvenire né per maniera discorsiva né per maniera dimostrativa, ma soltanto per maniera intuitiva. Poi vedremo che sono completamente diversi le sostanze di cui si nutrono questi universali, eh, perché vedremo c'è una grande differenza sul dove si trova, su cosa sono questi universali. Però l'accesso che noi abbiamo a questi tipi di di idee, di pensieri così generali, è per entrambi i filosofi di carattere intuitivo, un'intuizione immediata, non un ragionamento. Quindi una capacità innata nel nostro animo.

Ora, sentite che cosa dice Aristotele: "Il principio della dimostrazione non è una dimostrazione di conseguenza, neppure il principio della scienza risulterà una scienza. Il principio di una dimostrazione non è dimostrabile, così anche il principio di una scienza non è scientificamente studiabile". Avete capito? Perché altrimenti si andrebbe all'infinito con le dimostrazioni. E allora, "se oltre alla scienza non possediamo nessun tipo di conoscenza verace, l'intuizione dovrà essere il principio della scienza, così l'intuizione risulterà principio del principio". Avete capito? L'intuizione, il primo motore che poi fa scattare tutte le altre possibili dimostrazioni.

Sentite che cosa dice Popper, che è un grande filosofo della scienza del Novecento, che tra le altre cose commenterà anche Aristotele: "Come Platone, anche Aristotele credeva che noi deriviamo ogni conoscenza da una previsione intuitiva delle essenze delle cose, apprensione intuitiva, cioè apprendiamo intuitivamente l'essenza delle cose, la natura delle cose". Quindi, l'esperienza, ragazzi, esperienza empirica, l'esperienza che noi facciamo del mondo, più l'intuizione, che questa facoltà che abbiamo di capire il principio delle cose, fornisce lo stimolo all'intelletto per produrre queste astrazioni generali. Esperienza empirica, osservazione più intuizione uguale capacità di astrazione. Ok?

Quindi, le astrazioni generali, le premesse generali: "Tutti gli uomini sono mortali", "Tutti gli studenti si annoiano con Aristotele", sono derivate un po' dall'esperienza e un po' dalla capacità, direbbe Aristotele, di comprendere in questo caso l'intima natura di che cos'è Aristotele, di che cos'è gli studenti. Tu potrai capire che quello studente si annoia se ne hai osservati abbastanza, ma soprattutto se hai capito cosa fa divertire o non divertire uno studente, e se fra queste cose può rientrare studiare la logica di Aristotele, la risposta è naturalmente sì.

Allora, sentite che dice Popper e chiudiamo: "Possiamo dare una corretta descrizione dell'ideale aristotelico di conoscenza perfetta e completa dicendo che egli considerava come fine ultimo di ogni indagine la compilazione di un'enciclopedia contenente le definizioni intuitive di tutte le essenze". Immaginate una grande enciclopedia in cui c'è la definizione di casa, di albero, di triangolo, di tutte le essenze, ok? Vale a dire i loro nomi insieme con le loro formule definitorie. Che cos'è un triangolo? Che cos'è un uomo? Che cos'è? Ok? Bene. "E che egli riteneva che il processo della conoscenza, cioè tutta la conoscenza, consistesse nella graduale accumulazione di una simile enciclopedia". Che cos'è un fiore? Che cos'è una pianta? E chiude un albero? E come funziona? Ok? Nell'estenderla, vi ricordate anche con l'aiuto, per esempio, dei suoi colleghi, dei suoi ricercatori, ma anche Alessandro Magno, che gli mandava le varie specie trovate nei suoi viaggi, vi ricordate? Questa enciclopedia crescente di definizioni, ok? Quella specie di enorme Wikipedia, un enorme Google dell'epoca. E naturalmente, una volta che hai accumulato le definizioni di tutte le cose, nella deduzione sillogistica da S dell'intero corpus di fatti che costituiscono la conoscenza dimostrativa, la dimostrazione è la derivazione sillogistica delle conseguenze di questo grande corpus di conoscenza che viene sostanzialmente realizzato attraverso la nostra capacità di astrazione, di intuizione immediata, di intuizione, quindi, dell'essenza, della natura delle cose e di definizione dei termini. Ok? Che cos'è accumulare e, diciamo, affiancare tutti "che cos'è" e poi combinarli con sillogismo per derivarne delle conseguenze. Questo è l'ideale di conoscenza aristotelica.

Terminiamo per dire che Aristotele, per esempio, nei Topici, in altri testi, sviluppa alcuni ragionamenti sulle altre forme di logica. Finora ha parlato di logica con il sillogismo scientifico, il sillogismo dimostrativo, cioè sillogismo che parte da premesse vere con queste regole che abbiamo studiato, arriva a conclusioni certe. Ma dice Aristotele: "Esistono altri modi di utilizzare il ragionamento in altri ambiti del sapere". Visto che lui è super preciso e super completo nelle sue spiegazioni, figuriamoci se non dice qualche parola anche su altre cose, tra cui la dialettica, la sofistica e la retorica. Ok? Vediamo velocemente a queste tre cose, senza perderci troppo tempo, però è importante perché dedica alcuni testi proprio a capire fino a che punto sono utili e no queste altre modalità di ragionare che comunemente utilizziamo, si utilizzavano anche all'epoca. E, ad esempio, poi viene anche al tema della sofistica, e qui vedremo che ci sono alcune analogie e alcune differenze rispetto al pensiero di Platone, che vi ricordate era stato molto severo con la retorica, per esempio, no? In molti suoi scritti.

Abbiamo detto che il sillogismo scientifico è quello che parte da premesse certe. Però esistono anche dei dei sillogismi che partono o da premesse che sono vere ma singolari. Ora vi farò degli esempi. Abbiamo detto che il sillogismo scientifico parte da premesse che sono per lo più generali o universali o particolari, ma mai singole. Ok? Mentre è possibile immaginare un romanticismo che parta da premesse singole che sono vere, ma sono singoli casi, oppure un altro tipo di sillogismo con premesse generali ma probabili, di cui non siamo certi. Si può anche immaginare di ragionare su fatti probabili. Vedete quanto è moderno Aristotele? Non si ferma semplicemente a delle cose sicure al 100%. Ammette anche il fatto, cosa che poi è sotto la nostra normale utilizzo del linguaggio, è che spesso e volentieri si parte da cose che non siamo proprio sicuri, ma che, ad esempio, abbiamo letto su un sito attendibile, abbiamo sentito parlare da persone credibili. E lui, questi sono i casi che fa. Ci sono casi in cui non hai la conoscenza scientifica certa, diretta, completa, esaustiva, ma hai uno studioso che afferma certe cose in seguito a certi studi. A questo non è che non vale niente, ok? Ha un valore. Si può ragionare anche su questo tipo di conoscenza, però essendo ben consapevoli che non stai facendo un sillogismo scientifico, ma quello che lui chiama il sillogismo dialettico. Sta usando la dialettica.

Ora, la dialettica per Platone era l'arte stessa del ragionare, è una delle finalità della filosofia, vi ricordate? Nell'ultimo Platone, la dialettica era la capacità che c'era di dividere le idee con queste tavole, vi ricordate? Dialettiche di analisi delle idee, no? Tutta un'idea che veniva in un certo senso spacchettata. Quindi era un funzionale alla filosofia, mentre l'accezione, la diciamo, la definizione che dà Aristotele di dialettica è diversa: è un sillogismo che parte da premesse singole o da premesse probabili, ma non sicure al 100%. E di che cosa si occupa? Si occupa di problemi. E bellissima questa definizione, cioè di problemi che ammettono soluzioni diverse. Non tutti i problemi di Aristotele sono risolvibili come quelli della matematica, della logica matematica, della fisica, dell'astronomia, mi seguite? Esistono anche problemi morali, problemi politici, problemi economici, problemi che magari ammettono più di una risposta. Ad esempio, dice Aristotele, nell'ambito forense: "È un reato o no? Ha sbagliato o no? Fino a che punto era motivato ad avere quella reazione?". Ma immaginate una causa in tribunale, bisogna giudicare se una persona è colpevole o no di aver fatto persone sono, diciamo, di aver fatto un certo reato. Ci sono delle attenuanti, ci sono delle cause scatenanti, c'è un movente, bisogna capire tante cose. È quello l'obiettivo della giustizia. Se fosse facile cliccare un bottone e avere, no, la certezza della pena o della condanna, non servirebbe tutto il sistema giuridico che abbiamo, i pesi contrappesi e divisione dei poteri, la difesa, l'accusa. Esisteva già anche in Grecia, questo vi ricordate? I sofisti facevano proprio quello, no? E quindi dice: "Esistono ambiti in cui il ragionamento non è un ragionamento scientifico, ma il ragionamento dialettico".

Facciamo alcuni esempi: "Il taglio delle tasse Y ha giovato all'economia. Il programma politico X è basato su un taglio delle tasse, quindi il programma politico X giova all'economia". Ora, le premesse sono vere, però sono elementi singoli, non sono generalizzabili, mi seguite? È possibile che il taglio delle tasse abbia giovato all'economia, ma magari c'era un determinato condizione, un periodo storico, alcune cause congiunturali che hanno permesso quel taglio delle tasse di trasformarli in una crescita dell'economia. Non è detto che tutti i tagli delle tasse poi abbiano lo stesso effetto. Però, dice Aristotele, l'argomentazione non è sciocca. "Parliamone", questo sta dicendo. È un sillogismo che ci sta dicendo qualcosa, ci sta dicendo che forse questo programma potrebbe giovare all'economia, ok? Lo ha già fatto in passato, ok? Non è scientifico, non sono sicuro al 100%, però vale la pena analizzare meglio la questione. Esistono quindi ambiti del sapere in cui dei ragionamenti di questo tipo hanno senso, non sono da buttar via, però rivediamolo. Devono essere nettamente separati da ragionamento scientifico.

Esempi di sillogismo con premesse probabili: "Tutti i periodi di crisi economica precedono un ampio conflitto nella storia. Sempre in passato, quando c'è stata una profonda crisi economica, è scoppiata una qualche guerra. Questo è un periodo di crisi economica. Ogni riferimento all'epoca contemporanea non è casuale. Sia conclusione: siamo alle porte di un conflitto". Allora, le premesse sono vere, ma non vere al 100%, nel senso che non siamo sicuri che scientificamente tutti i periodi di crisi poi scatenano una guerra. Finora è stato così, ma non è una legge certa. Ci siamo? È un'induzione, mi seguite? C'è un caso, due casi, tre casi. È probabile, diciamo, è probabile che deriva da un fatto di crisi economica forte possano scatenare dei conflitti. Ed è interessante perché noi alle volte non facciamo di Aristotele dei paragoni, ad esempio, col passato o con delle cose che non sono sicure al 100%, ma hanno una certa solidità, una certa probabilità. Una cosa probabile non è una cosa che non vale niente, è una cosa che ha un valore, mi seguite? Non è sicura al 100%, ma non è neanche un caso singolo. Insomma, sta cercando di applicare le regole del ragionamento a territori un po' più fluidi, laddove non c'è un vero e un falso, non siamo nella matematica. Avete capito? La logica è inesorabile, quei tipi di ragionamenti, dei famosi 19 ragionamenti, sono certi perché partono da premesse e arrivano a conclusioni in maniera automatica, quasi meccanica, tanto che si possono spiegare e far realizzare anche a un computer. Qui, invece, siamo di fronte a qualcosa di più sfumato.

La dialettica serve, serve perché aiuta a ragionare su temi in cui è possibile particolari affermazioni contrastanti, è possibile avere due diverse soluzioni. Bisogna, quindi, discuterne, bisogna ragionare, bisogna capire e vedere fino a che punto si arriva in questi ragionamenti. Include anche, ad esempio, le opinioni di esperti, le diciamo, le credenze più consolidate nella cultura di un popolo, ok? Hanno un valore e vanno prese rispettate, però cercando di capire quello che sono. C'è di questo, però, una deriva sbagliata secondo Aristotele, che è il ragionamento eristico, che è quello della sofistica.

La sofistica, che cosa fa? Fa un ragionamento di tipo dialettico partendo da premesse che dovrebbero essere probabili, ma non sono neanche probabili. Cioè, quando tu parti da premesse probabili, fai un ragionamento dialettico che può avere un'utilità in ambiti come quello della giurisprudenza o della politica, mi seguite? Quando tu invece fai un discorso eristico, stai partendo da un ragionamento che sembra dialettico, ma stai spacciando per premessa probabile quello che invece è un'affermazione assolutamente personale o anche alle volte inverosimile, come alle volte facevano i sofisti. Vi ricordate i sofisti? Partiti tipo: "È innocente Elena". È un'affermazione provocatoria. Quindi, i sofisti alle volte usavano delle tesi volutamente paradossali e con l'arte della retorica o di sillogismi di questo tipo che appaiono probabili, ma non lo sono, cercare di dimostrare la verità. Quindi, ragionamento eristico è un ragionamento sofistico che sembra un ragionamento dialettico, ma parte da premesse che vengono spacciate per probabili, ma non lo sono per niente.

L'ultimo tipo di ragionamento è quello di carattere retorico. Ora, se la dialettica è l'arte del ragionamento probabile, la retorica è l'arte del ragionamento persuasivo. Cioè, dice Aristotele, esistono alcuni ambiti in cui il ragionamento, più che muoversi, come si fa con i sillogismi che siano essi scientifici o dialettici, su regole, premessa maggiore, premessa minore e conclusione, sono dei ragionamenti che si basano più sulle emozioni, sulla persuasione. Si usano le parole più che altro per convincere, per persuadere, per commuovere, per portare dalla propria parte alcuni auditori, un pubblico che ascolta, una giuria che deve anche lei votare, mi seguite? Queste è l'arte del cercare di abbellire, rendere commovente, emotivamente bello da sentire, insomma, un discorso in modo tale che possa essere apprezzato e far passare lo stesso una qualche idea presso un pubblico che ascolta, facendo non tanto leva sulla forza del ragionamento, quanto piuttosto sulla sua emotività, sul suo impatto emotivo, emozionale. Ok? Ad esempio, va bene, ci sono alcune tecniche, lenti Mema, che è l'omissione delle premesse, ma non mi interessa adesso la le tecniche della retorica. Però la cosa importante è proprio questa: la sua funzione. La funzione della retorica secondo Aristotele, dice Aristotele, riguarda argomenti intorno ai quali deliberiamo e intorno ai quali non abbiamo arti e di fronte auditori che non sono in grado di trarre un'inferenza da molti elementi né di ragionarla alla lontana. Cioè, quando hai un pubblico che ti ascolta, che non è in grado di fare ragionamenti, non è neanche forse il momento giusto per mettersi a fare ragionamenti logici o di carattere dialettico, ma piuttosto di convincere, anche per una buona causa eventualmente, ma di convincere facendo leva più che sulla logica, sul ragionamento, sull'emozione, sul sentimento, su credo che si nasconde dentro l'animo di ognuno di noi. Allora quello è il momento giusto per usare la retorica. Ok? Bene.

Questo è importante perché la retorica veniva accumulata da Platone alla sofistica, dandone quindi una accezione molto sbagliata, mentre qui Aristotele sta dicendo che ha un'accezione anche positiva e utile nel momento in cui, ragazzi, serve sostanzialmente a far passare delle giuste argomentazioni senza usare dei management logici che non sarebbero apprezzati dalla platea che ascolta, perché non è in grado di ragionare, perché è presa da un tipo di ragionamento, di di situazione emozionale, perché non è l'ambiente giusto, non è il tema giusto. Però comunque è possibile far leva anche su questo per cercare di avvalorare una tesi che magari sarebbe anche possibile, diciamo, dimostrare per via più scientifica, ma in quell'occasione invece appare ragionevole, migliore, più utile, più, diciamo, efficace, invece cercare di far passare di dimostrare per via retorica. Ok? Mi seguite? Quindi, la retorica ha la sua finalità anche questa. In che ambito è usata? È in è basata su ambiti, appunto, sempre come la politica, come i discorsi retorici in generale, è che l'arte di persuasione pubblica.

Quindi, importante è qui concludo: il bisogno di comunicazione, cioè tutto il ragionamento sulla logica non si chiude unicamente sulla sulla capacità deduttiva, la fredda capacità di calcolo del filosofo pensatore, ma ha un punto d'atterraggio anche nel bisogno umano di comunicazione, cioè Aristotele in queste ulteriori opere, come i Topici, per esempio, o quando parla della sofistica, le confutazioni sofistiche, si occupa dell'approccio dell'essere umano al linguaggio e degli altri possibili utilizzi più o meno leciti del linguaggio, ma sempre però in connessione con un approccio, un atteggiamento, un fabbisogno umano. La retorica è espressione di un fabbisogno di comunicare umano che fa leva non solo sul ragionamento, ma anche, diremo noi, sul cuore. E qui abbiamo finito con la logica di Aristotele. Ci vediamo la prossima puntata con la metafisica.