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Bene ragazzi, continuiamo il nostro percorso all'interno dell'approccio psicologico al crimine che, come abbiamo detto, considera di particolare importanza i tratti della personalità dell'agire deviante. Abbiamo visto come alcuni studiosi abbiano fondato le loro tesi sulla criminogenesi in relazione alle esperienze che, per esempio, il soggetto ha maturato durante una certa fase della propria vita.
Eh, di solito la fase dell'infanzia è quella ritenuta particolarmente importante nella formazione della personalità. Eh, altri si basano, come vedremo, anche soprattutto sulle capacità percettive del soggetto. Ehm, altri ancora sulle sulla personalità intesa in senso lato o sulla, diciamo, intelligenza.
In questa prospettiva è anche importante osservare la tesi di Alfred Adler, secondo il quale la genesi del comportamento deviante potrebbe essere rinvenuta in qualche modo nel ruolo rivestito dal complesso di inferiorità che caratterizzerebbe in qualche modo l'essere umano. In particolare Adler parte da una premessa concettuale che equipara il delinquente agli altri individui. Cioè ritiene che il delinquente, così come gli altri esseri umani, si trovi in qualche modo per una, come dire, componente innata, per una tendenza innata, a comportarsi sempre in modo di mirare ad una posizione superiore rispetto ad una posizione iniziale di inferiorità. E proprio, diciamo, riflettendo sul significato della vita, Adler ritiene che la vita consista proprio in questo percorso di progressivo superamento degli ostacoli, di progressivo superamento delle difficoltà, appunto, per elevarsi da una posizione che lui giudicava inferiore ad una posizione superiore.
Tutta, diciamo, la motivazione alla base delle azioni umane sarebbe simile alla motivazione alla base degli atteggiamenti del criminale che lotta in qualche modo per essere superiore, per superare dei problemi, per superare delle difficoltà. Dunque, anche nei criminali si può osservare questa tensione, questa tendenza verso le esigenze di colmare in qualche modo un senso di inferiorità. Questo senso di inferiorità, questo complesso di inferiorità condurrebbe dunque a comportamenti in qualche modo di compensazione e che si tradurrebbero in atteggiamenti talvolta aggressivi o comunque in atteggiamenti di ipercompetitività. Questi meccanismi, diciamo, si attivano proprio quando si percepisce di non essere all'altezza, cioè si percepisce un proprio senso, appunto, di inferiorità.
All'origine di questo complesso di inferiorità, Adler riteneva che potessero esserci le esperienze vissute nella prima infanzia che in qualche modo avrebbero condizionato il modo della persona da adulta di interpretare la realtà. E dunque un modo di vedere in qualche modo il mondo come ostile, nella, diciamo, relazionarsi con gli altri.
Questo complesso di inferiorità, secondo Adler, riguarderebbe sia il bambino viziato che il bambino in qualche modo trascurato. In questa fase dell'infanzia i bambini, diciamo, possono maturare questo senso di inferiorità perché avendo in qualche modo delle abilità cognitive meno sviluppate, potrebbero, diciamo, più facilmente maturare e nutrire questo sentimento di inferiorità rispetto agli altri, soprattutto se le figure di riferimento e dunque i genitori non sono in grado di offrire al bambino un ambiente sicuro, un ambiente che in qualche modo possa aiutarlo a non sviluppare questo senso di inadeguatezza.
Vi dicevo, Adler ritiene che il complesso di inferiorità possa generare sia delle esperienze dell'infanzia che riguardano il bambino viziato, sia il bambino trascurato, perché il bambino viziato in qualche modo è un bambino che si sentirebbe autorizzato a far tutto, pur di soddisfare i propri bisogni, i propri desideri. Quindi un bambino che è abituato ad agire senza limiti. Dall'altro lato il bambino, invece, in qualche modo trascurato dai genitori, è un bambino che cresce in un clima di diffidenza verso gli altri e quindi in qualche modo può sentirsi giustificato ad agire nei confronti degli altri con atteggiamenti, diciamo, devianti, con atteggiamenti di disprezzo, talvolta anche con una scarsa empatia.
In entrambi i casi si dice l'aspettativa che si matura a livello inconscio è di potersi in qualche modo riprendere con forza ciò da cui si è stato privato e che si sente come un diritto, appunto, di compensazione per ciò che non gli è stato dato durante l'infanzia. Ed è per questo che, dicevamo, il soggetto adulto può ritenere di essere legittimato a prendersi con forza ciò che ritiene appunto essere un suo diritto. Ha sicuramente un atteggiamento, dicevamo, diffidente e dunque un atteggiamento che pregiudica un sentimento di empatia verso gli altri. Pregiudica la possibilità di instaurare delle relazioni intersoggettive sane. È caratterizzato, dice Adler, anche da un atteggiamento di colui che in qualche modo rifugge dalle proprie responsabilità.
Quindi questo complesso, vedete, di inferiorità finisce in qualche modo per trasformare la percezione che si ha di sé stessi, di pregiudicare le relazioni interpersonali e condurre, diciamo, a sentimenti, appunto, di aggressività, di inadeguatezza, di disprezzo.
Secondo Adler questa tendenza può in qualche modo condizionare lo stile di vita individuale, può in qualche modo influenzare stabilmente i pensieri e le emozioni del soggetto adulto e legate appunto a sentimenti di sfiducia e talvolta anche a sentimenti di rabbia. Cioè, ritiene Adler che il comportamento aggressivo e deviante abbia in questo caso una matrice di tipo nevrotico, cioè dipende proprio da questa volontà, dicevamo, di trovare una compensazione al proprio senso di inferiorità, una compensazione che si manifesta con azioni che in qualche modo cercano di riappropriarsi con forza di ciò che è mancato nella vita.
Questa, diciamo, idea del comportamento deviante che ha la sua genesi nel senso di inferiorità è, diciamo, maggiormente in linea con mezzi di delinquenza che siano in qualche modo pianificati, cioè che siano appunto il frutto di una propria visione di vita volta, come dicevo io, a ricompensare la mancanza subita. E dunque, secondo Adler il reato è, diciamo, da contestualizzare soprattutto all'interno dell'atto premeditato. Quindi il comportamento deviante, il crimine è da leggersi proprio come una manifestazione di una volontà di potenza che in cui si traduce il comportamento deviante diretto a ristabilire, ad acquisire una superiorità mancata.
E spesso, diciamo, secondo Adler, i criminali sono anche delle persone codarde, cioè delle persone che tendono in qualche modo ad eludere i problemi, generando, come dire, dei circoli viziosi. Dice Adler, una frase che vedete è molto significativa: il crimine altro non è che un'imitazione codarda dell'eroismo.
Infine, concludiamo con la tesi di Eric From, che è considerato un revisionista in qualche modo di Freud e la sua tesi dell'aggressività umana. E bisogna dire che la concezione di From rispetto all'aggressività parte dalla distinzione tra istinto e passioni. Gli istinti sarebbero i bisogni primari dell'individuo e sono, come dire, in qualche modo predefiniti dal punto di vista organico, quindi l'istinto è quello della fame, della sete. E accanto agli istinti vi sarebbero invece le passioni che sono in qualche modo radicate nel carattere e quindi sono una risultante di un'evoluzione, diciamo, di tipo sociale, quindi sono bisogni che traggono la loro ispirazione in fondo nell'ambiente sociale che circonda l'individuo e dunque nelle relazioni umane, nel credere in un sistema valoriale che in qualche modo orienta il comportamento dell'uomo.
Per From la distruttività e la crudeltà, dunque, sono in qualche modo delle passioni che potremmo immaginare radicate nell'esistenza dell'uomo e non dunque bisogni istintuali. Non sono infatti presenti negli animali e costituiscono il modo attraverso cui l'uomo dà in qualche modo senso alla propria vita. Le passioni umane devono essere considerate proprio in base alla, diciamo, loro funzionata al processo vitale che contraddistingue l'uomo. From ritiene che le passioni, buone o cattive che siano, devono comunque essere immaginate come tentativi da parte dell'uomo di dare senso alla propria esistenza.
La tendenza, quindi, dell'uomo a mobilitare, a smuovere le passioni può in qualche modo incoraggiare due diversi modi di esistere, cioè da un lato possono venire incoraggiate verso un'esistenza che From definisce produttiva. Se invece questo non avviene, si viene a creare quella situazione che induce appunto ad esprimere una passione distruttiva.
Se l'aggressività umana trova le sue radici nella, come abbiamo detto, nel carattere, quindi è un prodotto dell'evoluzione di origine ontogenetica, è proprio nel carattere che si può in qualche modo rintracciare quella distinzione tra un'aggressività benigna e un'aggressività maligna. L'aggressività benigna è quella che protende verso l'aspetto della vita, quindi che si colloca nell'atteggiamento biofilo del soggetto. L'aggressività maligna, al contrario, è quella che spinge proprio verso un'aggressività di tipo distruttivo. La si ritrova nel profilo psicologico del sadico che ha come desiderio quello di in qualche modo trasformare una persona in oggetto, esercitare su di essa una volontà dispotica, farlo diventare, come dire, un elemento di possesso da cui trarre la gioia, il piacere del sadico e nell'infliggere una sofferenza all'altro.
Qui vedete si delinea proprio quella aggressività distruttiva che From definisce come un atteggiamento invece necrofilo, cioè questa volontà, questa aggressività tende verso l'inanimato.
Nella sua analisi From ritiene che comunque l'aggressività sia in qualche modo un prodotto delle condizioni ambientali in cui l'individuo umano nasce, cresce, matura in qualche modo la propria esperienza e dunque vi è un nesso preciso tra lo sviluppo della distruttività umana maligna e il processo in qualche modo di civilizzazione. Come curiosità va detto che From porta avanti questa sua riflessione sull'aggressività come dipendente dalle condizioni sociali e ambientali in cui l'essere umano è calato in un periodo storicamente importante, significativo come la prima guerra mondiale e quindi l'esplosione di violenza, di distruzione di quel periodo storico gli permette proprio di rendere palese, di visualizzare in qualche modo questa tendenza di necrofilia dell'individuo. Quindi questa tendenza, quella che appunto viene definita una aggressività maligna.
L'aggressività maligna è sempre disadattativa, è una caratteristica esclusiva dell'uomo ed è, dice From, dannosa in modo bidirezionale, cioè è dannosa sia per chi l'esercita sia per chi la riceve. E ripeto, l'aggressività e la distruttività umana risentono fortemente delle condizioni ambientali in cui l'uomo si trova.